Il patio

Quel patio di legno scrostato, teatro dei suoi giochi estivi di bimba, era stato dimenticato per tanto tempo, insieme a molti ricordi, di momenti tanto belli quanto dolorosi, perché ogni volta che riaffioravano portavano con loro la consapevolezza che non sarebbero mai tornati.

I luoghi si legano indissolubilmente ai ricordi, e non c'è tinteggiatura, restauro, modifica che tenga, ci sarà sempre un particolare che ti riporterà indietro a quel pensiero che avevi tanto accuratamente cercato di cancellare.

La convalescenza nella baita del padre in montagna le era sembrata un'ottima idea solo per il fatto che avrebbe potuto allontanarsi da tutto e tutti, isolata, così voleva sentirsi e non c'era luogo più giusto che quella casa sperduta nei boschi con un lago silente a farle compagnia.

I primi giorni neanche si era resa conto realmente di dove fosse, talmente ripiegata su se stessa, a leccarsi le ferite del corpo, da non pensare a niente, si era rintanata nella sua stanza al piano superiore, dormiva, assecondando il suo corpo, dimenticando anche di essere una combattente. Non trovava la forza, avrebbe soltanto voluto dimenticare, e invece più il corpo guariva, si rinvigoriva e più lucidamente la sua mente le presentava il conto, prima solo sotto forma di emozioni che arrivavano del tutto slegate dalla realtà contingente, le sembrò di essere impazzita.

Faceva la doccia e iniziava a tremare di paura, sbucciava un'arancia e iniziava a piangere perché si sentiva svuotata, aveva una costante sensazione di vuoto, s'impose di darsi almeno delle risposte, pensò le mancasse la mamma, tutto dentro quella piccola casa, le parlava di lei, soprattutto quel patio scrostato, sotto il quale erano state ore ed ore, a giocare prima quando era più piccola, poi a leggere insieme facendosi silenziosa compagnia quando era più grande.

Poi c'era lui, la presenza costante nella sua mente, che lei aveva combattuto forsennatamente all'inizio, e che poi aveva accettato di tenere in un angolo, lui che la strappava alla morte con quelle disperate parole, che entrava imbarazzato nella sua stanza d'ospedale, che andava via incerto e deluso, lui che non sentiva da un mese, ma con cui parlava tutte le sere, nella sua testa, con cui si scusava, spiegava, confidava.

Aveva preso in mano il telefono decine di volte, ed altrettante lo aveva riposato con le mani tremanti, non era pronta, si sentiva senza pelle, in balia di eventi che non controllava, lui non si meritava una così incasinata di cervello, era meglio per tutti e due, distanza, ci voleva distanza e silenzio, sarebbe passata ad entrambi.

E poi successe, in uno dei momenti più bui per lei, il sibilo del proiettile, il momento esatto dell'impatto col suo petto, lei ricordava distintamente i rumori, il suo sterno che cedeva, l'aria che non passava più, era il suo incubo peggiore, quello che la faceva svegliare urlando, con la fronte imperlata di sudore, non lo faceva spesso, ma quando succedeva non le bastava risvegliarsi perché tutto passasse. Tremori e singhiozzi erano i suoi fedeli compagni fino a quando non riusciva ad evocare il volto sorridente di Castle, e allora tutto era più facile, sempre.

Quel pomeriggio si era addormentata sulla panca sotto al patio, mentre leggeva, e l'incubo era tornato più forte e vivido che mai, era caduta a terra, e lì era rimasta incapace di muoversi fino a quando due mani salde non le avvolsero le spalle e la strinsero, tenendola stretta fino a quando anche l'ultimo tremore non fosse passato.

Era talmente sconvolta da non chiedersi neanche chi fosse, da non pensare che non poteva essere Jim, perché era fuori per lavoro già da giorni e non sarebbe tornato per almeno un'altra settimana, non se lo chiese perché immaginò che il profumo che sentiva fosse quello di Castle, perché desiderò con tutta l'anima che fosse lui.

"avrei dovuto avere il coraggio di venire fino a quassù molto prima"

"temevi ti sparassi"

"esatto"

"avevo detto che t'avrei chiamato"

"non lo hai fatto, stavo impazzendo, dovevo vedere come stavi, quindi... tecnicamente sono passibile di fucilazione"

"sto impazzendo anche io... ti vorrei così tanto che ti sto immaginando"

"non sei folle fino a questo punto Beckett, però diciamo che forse mi hai evocato"

Finalmente si decise a toccarlo, era lì davanti a lei, in carne ed ossa, l'aveva tenuta tra le braccia fino a che anche l'ultimo tremore era scomparso, poi l'aveva aiutata a sedersi sulla panca, le aveva messo sulle spalle la felpa che le era scivolata a terra, e si era messo in attesa di qualche segnale, anche lui col timore di aver fatto troppo, o troppo poco.

"ti faccio un caffè... uhm no, mi sa che ancora non puoi, vero? Un te?"

Lei annuì, lui sparì dentro, entrambi chiedendosi per quale magia o squarcio spazio-temporale, si fossero ritrovati lì, come se non fossero mai stati separati per tutti quei giorni. Separati, ma erano mai stati uniti? Forse sì, da qualche parte esisteva una versione unita di loro, in qualche tempo, forse futuro, forse neanche troppo futuro

Due tazze fumanti poggiate sul legno consumato del patio, le foglie gialle, rosse, arancioni che fluttuavano intorno a loro come fossero coriandoli di una festa.

Si erano seduti su due sedie, a guardare quello spettacolo della natura che probabilmente durava già da alcuni giorni e di cui lei non si era accorta, almeno non fino a quel momento.

Lui non diceva nulla, lo sentiva respirare accanto a lei, come se avesse bisogno di rilasciare energia in eccesso. Lei strinse la tazza tra le mani, prese un respiro profondo, forse catturò un po' di quella energia perché all'improvviso sapeva cosa fare, cosa dire.

Si girò verso di lui, posò la tazza, gli prese il viso con entrambe le mani e prima di baciarlo sussurrò al suo orecchio "ti amo anche io, Rick"

Avvertì la sorpresa nella tensione dei muscoli, che però si sciolse quando le labbra entrarono in contatto, e poi le lingue s'incontrarono danzando una specie di inno alla vita.

In quel preciso momento, quel patio scrostato divenne uno dei luoghi del futuro, accolse un nuovo ricordo, che abbracciò quelli vecchi, li rese scintillanti strappando via la patina di dolore.

Ed ora erano lì, seduti su due sedie, con due tazze fumanti, rigorosamente di tè, a guardare le foglie colorate d'autunno volare nel vento d'ottobre, e a godersi la vista dei loro tre splendidi figli che giocavano a rincorrersi tra quelle foglie.

fine

ispirata dal disegno di Pascal Capion Art instagram p/BZdBTJLhD0L/