Glossario:

Fudai daimyo: signori feudali fedeli ai Tokugawa prima della battaglia di Sekigahara (1600). I tozama daimyo, invece, lo sono diventati in seguito alla battaglia e quindi alla vittoria di Tokugawa Ieyasu sull'erede di Toyotomi Hideyoshi. Questi daimyo, dunque, erano ritenuti generalmente poco affidabili, motivo per il quale lo shogun si era riservato il diritto di approvare i loro matrimoni e aveva istituito il sankin kotai ("servizio alternato"): i tozama daimyo erano obbligati a trascorrere un anno a Edo, la capitale, e uno nel proprio dominio, mentre la loro famiglia rimaneva nella città sede dello shogunato. I costi elevati che i daimyo dovevano affrontare per mantenere la doppia residenza e trasferirsi ogni anno da un luogo all'altro con un seguito adeguato impedirono loro di accumulare troppe ricchezze. I daimyo erano oltretutto obbligati a viaggiare in date prestabilite e a seguire itinerari fissi sorvegliati dalle guardie shogunali.

Furoshiki: pezzo di stoffa di forma quadrata usato per fare i fagotti.

Fusuma: il termine indica sia la porta scorrevole che un kimono da notte.

Hakama: pantaloni di taglio largo in cui si infilano i lembi inferiori del kimono. Potevano essere di canapa.

Haori Himo: cordone con due nappe che si aggancia alle asole poste ai lati della chiusura dell'haori. Il colore più formale è il bianco.

Haori Montsuki: soprabito (haori) che si indossa sul kimono e che nella sua versione formale (Montsuki) presenta fino a 5 stemmi di famiglia su spalle e schiena. È generalmente nero, ma può essere anche blu, verde, grigio, marrone o altro colore scuro. Durante il periodo Edo (1600 – 1868) la legge proibiva stoffe pregiate o decorazioni elaborate a chi non appartenesse alla classe nobile, nacquero quindi gli haori semplici fuori e dipinti dentro.

Kage: uomini ombra, ninja.

Kaiken: pugnale.

Karesansui: il giardino zen composto da pietre, ghiaia e piante usato dai monaci per la meditazione.

Komuso: monaci erranti ex samurai.

Kosode: kimono maschile a maniche corte.

Okuwara: mantello.

Tengai: cappello di paglia o vimini intrecciati a forma di cesta rovesciata con grate frontali indossato dai komuso.

Tenshu: torre principale dei castelli giapponesi.

Umeboshi: prugna salata essiccata.

Yokai: nome generico con cui vengono indicati mostri, spiriti, demoni, orchi, mutaforma, fantasmi.


XIV

ALBA

Per tua volontà ti perdi. Per tua volontà ti trovi.

Per tua volontà sei libero, prigioniero e legato.

(Angelus Silesius)


Ranma si risvegliò con la testa appoggiata al manico della katana, le gambe rigide e le estremità ghiacciate. Una flebile luce filtrava dalle imposte della coppia di finestre davanti a lui e fu solo quando nella testa vibrarono i battiti lenti di due esseri umani alle estremità del buio, che ogni particolare del giorno innanzi gli illuminò la mente.

(Akane scivola lungo il pendio e scoppia ridere)

Fece scrocchiare il collo da un lato e dall'altro, mentre penetrava le tenebre col 'terzo occhio' individuando i samurai di guardia ancora sprofondati nel sonno.

(Akane carponi sul ghiaccio singhiozza kamisama)

Presto tuttavia si sarebbero destati anche loro, insieme al resto del castello: non doveva mancare molto all'alba.

(Akane mangia con rassegnazione pezzi di carne secca mentre le lacrime scendono lungo il viso)

Si raddrizzò e inarcò la schiena fino a contemplare le travi del soffitto. Aveva dormito da schifo e sentiva i muscoli indolenziti.

(Ti affanni molto per non essere toccato da ciò che ti circonda, ma la verità è che vuoi ancora conservare un briciolo di umanità)

Afferrò la spada poggiata contro la spalla e si alzò, la infilò nella cintura e si avvicinò alla finestra facendo scorrere un'anta. La gelida aria mattutina lo schiaffeggiò aiutandolo a svegliarsi completamente, mentre il respiro si condensava davanti alla bocca.

La piantagrane si era rivelata più interessante di quanto avesse previsto. Nel momento in cui aveva appreso della sua fuga, aveva capito che la scimmietta non si era lasciata ammaestrare come la famiglia aveva pianificato, ma mai avrebbe immaginato che potesse essere fuori luogo fino a tal punto. Non sembrava né di quel mondo, né di altro mondo, spaesata e incapace di accettare ciò che la circondava come chi si ritrova in una terra straniera e ostile. Un'estranea nel suo stesso paese, per la sua stessa famiglia. Ma ai suoi occhi era il luogo in cui era cresciuta, le persone che l'avevano allevata a essere estranei. Tutto le appariva incomprensibile nonostante l'educazione ricevuta, la disciplina cui era stata sottoposta. Nonostante gli sforzi per accettare ciò che per lei non aveva senso. Restava da vedere se le esibizioni tanto spontanee di sensibilità ed empatia di cui aveva fatto mostra sarebbero durate o la fiamma della tenacia poco a poco si sarebbe spenta: esseri così anormali finivano in genere per adeguarsi alla follia collettiva, se non volevano impazzire, e ora lei era finita in pasto a quel mondo cui aveva sempre anelato. Le prove cui l'avrebbe sottoposta le avrebbero fatto rimpiangere di essere fuggita oppure l'avrebbero forgiata, non c'erano alternative: l'avrebbe distrutta o l'avrebbe liberata sul serio. E Ranma sperò di non essersi sbagliato, di aver incontrato finalmente un essere umano.

All'orizzonte le stelle stavano iniziando a impallidire, doveva sbrigarsi.

Tornò sui propri passi e fece scorrere un battente della fusuma della stanza di Akane richiudendosela alle spalle. Accese la lanterna e contemplò il sublime esponente del fulgido casato dei Tendo che giaceva infagottata su un fianco, un braccio, una gamba e un piede fuori dalla coperta, il poggiatesta rovesciato. Ranma scosse la testa e le afferrò una spalla scuotendola senza riguardo.

"Svegliati, mocciosa, dobbiamo andarcene".

Si ritrovò il polso stretto nella morsa di una mano, come la prima volta che l'aveva svegliata a Gero, ma stavolta Akane gli aveva ghermito anche la gola, premendo sulla giugulare, senza nemmeno sollevare una palpebra. Doveva ammettere che in certi frangenti i riflessi non le mancavano, ma era anche vero che lui tendeva a sottovalutarla.

La piaga sbatté più volte le ciglia osservandolo con occhi assonnati e chiedendosi forse con un misto di apprensione e sorpresa chi accidenti si fosse permesso un gesto simile.

"Sì, sono io, puoi mollare la presa, ora".

Lo lasciò andare con un sospiro di sollievo e si alzò a sedere tirando la coperta fino al mento. Si stava abituando a lui, ma non al punto da dimenticare il pudore.

"Il sole è già spuntato?", chiese passandosi il palmo di una mano sul viso.

"Non ancora, ma lo farà presto. Preparati mentre vado a cercare abiti adatti a te, ce ne andiamo subito".

La vide bloccarsi con gli occhi sbarrati, la mano rimasta a mezz'aria.

"Oh no…", si lasciò sfuggire guardando il nulla come se avesse scorto l'ombra di uno iyokai/i.

"Che c'è? Che succede?".

Akane sollevò il lembo della trapunta per guardarvi sotto e richiuse gli occhi come se avesse subito una disfatta su un campo di battaglia.

"Non dirmelo…".

La osservò tirare di nuovo la coperta fino al mento e distogliere il viso da lui.

"Chiama una cameriera", gli ordinò scandendo le parole come se le costasse una fatica immane pronunciarle e stringendo i pugni sul tessuto.

Ranma esalò un respiro chiudendo gli occhi a sua volta.

"Questa non ci voleva…".

"Chiedo venia se sono ciò che sono", commentò Akane amara.

Lui si sforzò di mantenere la calma sedendosi a gambe incrociate sul tatami.

"Non te ne sto facendo una colpa, se è questo che pensi. È solo accaduto prima di quanto preved…".

"Come se non ne fossi perfettamente conscia", rispose stizzita. "Ora esci e non osare mettere più piede qui dentro, almeno finché… questo", disse come se sotto al naso le fosse volato uno scarafaggio repellente, "non sarà finito".

Anche lui strinse i pugni: Akane fissava ostinata il muro mostrandogli solo il profilo indurito.

"Guardami. Non è un'onta. Non sei impura. Levati dalla testa queste sciocchezze".

Lei volse il viso ancora più lontano dal suo sguardo.

"Lo so benissimo!", replicò sdegnata. "Chiama una cameriera, maledizione, è già abbastanza umiliante. O vuoi che inzuppi questo dannato futon?".

Ranma scattò in avanti, le afferrò la faccia e la costrinse a mostrargli gli occhi che andavano liquefacendosi.

"Cos'è che ti rode? Restare bloccata qui o dover capitolare ancora una volta di fronte al fatto che sei una donna?".

Akane gli lanciò uno sguardo talmente rabbioso che avrebbe sciolto un grumo d'acciaio.

"Smettila di toccarmi il viso!", urlò schiaffeggiandogli via la mano. "E va' a chiamare una domestica! O preferisci restare tu qui a guardare la prova dell'inferiorità del mio essere che dilaga per tutta la stanza?".

Ranma indugiò per un momento a osservare l'ambra che si agitava nelle iridi come una fiamma.

"Ricordati di premere i punti che ti ho indicato ieri notte", grugnì dandole la schiena. "Soprattutto quello per accelerare il flusso del sangue. Io starò qui fuori".

Lasciò la stanza sbattendo le ante dietro le spalle e si diresse verso le cucine.

Era una maledetta rogna. Ora non avrebbero lasciato quel posto prima di tre-quattro giorni, forse anche cinque, molto dipendeva se Akane avesse premuto correttamente la 'bocca della tigre'. Sempre che quel rospo di Uesugi avesse intenzione di lasciar andare la sua nobile ospite.

E sul non poter più varcare quella soglia, questo era tutto da vedere. Di certo ci sarebbe rimasto a guardia.

- § -

"E così la nobile Tendo è entrata nel periodo del fiore rosso? Eccellente!", gracidò il nobile Uesugi mentre le domestiche lo aiutavano a indossare un haori montsuki nero sopra il kimono. Una di loro lo fermò in vita con un haori himo bianco.

"Mio signore…", si permise il ciambellano schiarendosi la voce e facendo saettare lo sguardo sulle cameriere.

"Oh sì… via voi, ritiratevi", ordinò il daimyo con un cenno distratto della mano. Le donne si inchinarono deferenti e si allontanarono in quella stessa posizione senza mai dare le spalle finché non raggiunsero la fusuma.

"Quali sono i vostri ordini, mio signore?", chiese Chojiro quando le ante vennero richiuse e fu trascorso un ragionevole lasso di tempo. Il nobile Uesugi non smetteva di sistemare le pieghe dell'haori di modo che gli stemmi del clan fossero ben visibili.

"Naturalmente per prima cosa quell'orrendo ronin va congedato", ordinò mentre con mano sdegnata scostava via invisibili granelli di polvere dalle spalle. "Gli riferirai che la nobile Tendo non ha più bisogno dei suoi servigi, perché penserò io a scortarla con tutti gli onori presso la sorella. Ricompensalo adeguatamente".

"Sì, mio signore", assentì Chojiro con un inchino.

"Naturalmente non ho alcuna intenzione di perdere uomini preziosi per scortare in pieno inverno, attraverso le montagne, quella specie di uomo sotto mentite spoglie. La terrò qui come 'ospite' fino alla prossima primavera e quando la neve si sarà sciolta, manderò un messaggero al nobile Tendo per chiedere un riscatto".

"Eccellente idea, mio signore", assentì di nuovo Chojiro con un altro inchino. "Ma, se permettete, potreste accrescere ancora di più il vostro potere".

"Spiegati", concesse il suo daimyo lisciandosi le maniche.

"Un'alleanza con un clan potente come quello dei Tendo vale più di qualsiasi riscatto. Perché non fare della giovane Akane la vostra concubina e in primavera scortarla fino a Edo per avere l'approvazione dello shogun alle nozze? Per allora, potrebbe già aspettare il vostro erede e il padre dovrà accettare il fatto compiuto, senza contare che questo matrimonio eleverebbe un tozama daimyo come Tendo Soun a quello di fudai, dunque converrebbe più a lui che a voi".

Il suo signore si avvicinò alla finestra con la mani giunte dietro la schiena, osservando pensieroso un sole pallido che aveva iniziato a penetrare nella stanza rischiarando a fatica l'ambiente.

"Certo ha fattezze ben strane, ma non del tutto spiacevoli… Tuttavia il problema è un altro: è promessa sposa al giovane Hibiki Ryoga. E l'ultima cosa che voglio è inimicarmi il clan Hibiki: farebbero formale richiesta di vendetta allo shogun e l'otterrebbero, perché hanno lo stesso mio rango di fudai daimyo. Come vedi, Chojiro, il nobile Tendo aveva già pensato a un ottimo matrimonio per la figlia più giovane, dovrò limitarmi a chiedere un riscatto. Mi sembra più che equo, visto che la ospiterò qui per tutto l'inverno senza chiedere nulla in cambio".

"Più che giusto, mio signore".

"Comunque non credo a una parola di quel che la giovane Tendo ha raccontato: mettersi in viaggio in questo periodo, a pochi giorni dalle nozze, col rischio di rimanere bloccata per mesi a causa del maltempo solo per confortare la sorella? Non diciamo sciocchezze. E com'è possibile che tutta la sua intera scorta sia stata annientata? Sta certamente nascondendo qualcosa".

"Desiderate che indaghi, mio signore?".

"C'è bisogno di chiederlo?".

Imbarazzato, Chojiro si inchinò ancora più profondamente.

"Bene, non indugiare oltre", lo congedò Uesugi-dono senza voltarsi. "Manda subito via quel sudicio essere".

- § -

"La vostra colazione, Akane-dono", annunciò la cameriera posando un grande vassoio laccato sul basso tavolino e inchinandosi fino a toccare il tatami con la fronte.

Akane guardò la ciotola di riso con l'uovo sbattuto sopra, la zuppa di miso, i piattini del tofu, delle prugne e dei ravanelli sottaceto, del pesce affumicato, delle alghe in salamoia e della frittata e pensò che fosse un spreco. Al pensiero che tutte quelle pietanze fossero state preparate al solo scopo di impressionarla, le dita iniziarono a formicolare dalla voglia di rovesciare la zuppa fumante in testa a quella sfera flaccida di Uesugi. Non aveva dubbi invece che Ranma avrebbe divorato tutto senza batter ciglio, se fosse stato lì, pretendendo poi un'altra razione, doppia però, ché doveva mangiare anche lei.

Si rese conto che stava distendendo le labbra in un sorriso e immediatamente ricompose i lineamenti in un'espressione distaccata. Il ronin si era intrufolato di nuovo nei suoi pensieri. Da quando si era svegliata ed era finita nelle mani delle domestiche non era riuscita ad allontanare dalla mente gli avvenimenti del giorno

(sera)

prima e a impedire a quella maledetta voce roca e profonda di alitarle in faccia la verità.

(Cos'è che ti rode? Restare bloccata qui o dover capitolare ancora una volta di fronte al fatto che sei una donna?)

E ora che si ritrovava di nuovo schiacciata da un kimono di broccato, la faccia scomparsa sotto un trucco che nessuno poteva ammirare, i capelli così oliati che sembravano un blocco di pietra attaccato alla nuca, segregata in una stanza perfettamente riscaldata e circondata da comodità cui non poteva sfuggire, non riusciva a non chiedersi se lui fosse rimasto davvero oltre la fusuma a vegliare su di lei.

Sospirò, non riuscendo a credere di essere di nuovo al punto di partenza.

La cameriera versò la salsa di soia sulla ciotola di riso e gliela porse con un lieve cenno del capo insieme alle bacchette. Akane le afferrò e iniziò a piluccare anche se stava morendo di fame. Sempre gli stessi, immutabili gesti, quasi un rituale codificato. Fosse stata in un ryokan

(con Ranma)

l'ultima cosa che avrebbe fatto sarebbe stato pensare all'etichetta. Incredibile come, appena rimesso piede in un ambiente fin troppo familiare, avesse subito ripreso le ancestrali abitudini.

(Tu non sei veramente fuggita, mocciosa. Sei ancora fra quattro pareti di pietra e carta di riso)

Strinse le hashi fin quasi a spezzarle.

"La mia guardia del corpo è qui fuori?".

"No, mia signora", rispose la cameriera versandole il tè bollente con una perfetta inclinazione del polso. "In corridoio ci sono solo i samurai del nobile Uesugi".

Akane rimase per un istante con le bacchette in bocca.

"E il mio yojimbo dov'è? L'hai visto?", chiese cercando di mantenere un tono indifferente.

"No, mia signora, nessuno l'ha più visto dopo che è stato ricevuto dal ciambellano questa mattina presto".

Akane continuò a masticare il riso anche se di colpo le parve un ammasso di sassi collosi.

Se n'è andato? È stato cacciato? Che sta succedendo?

"Bene, puoi andare".

"Grazie, mia signora", disse la cameriera congedandosi con un inchino.

- § -

Immobile a braccia conserte, Happosai stava aspettando in quella dannata sala da ormai troppo tempo e non aveva dubbi che avrebbe aspettato ancora a lungo. I cuscini che gli avevano messo a disposizione erano volutamente scomodi e non poteva nemmeno accendersi la pipa. Continuò ostinato a fissare la fusuma di fronte a sé, in attesa che le ante venissero fatte scorrere rivelando la pedana su cui quell'idiota di Soun si sarebbe accomodato. Non avrebbe mai dato ai samurai di guardia lungo le pareti – e quindi al nobile Tendo – la soddisfazione di vederlo innervosirsi per un'attesa che andava a sommarsi al chiaro insulto che il daimyo gli aveva rivolto facendogli fare un'anticamera di ben tre giorni. Che il suo solitario ritorno a Nagoya fosse bastato a far comprendere che Akane non aveva preso la Tokaido per dirigersi verso sud poteva capirlo, ma perché non convocarlo comunque subito per discuterne? Non c'era tempo da perdere con gli Hibiki, soprattutto in puerili affronti per fargli capire quanto lo ritenesse responsabile di quella scriteriata fuga e quindi quanto poca fosse la considerazione che aveva ora di lui. Che razza di stolto col cervello di un...

Nella testa vibrarono nuovi battiti cardiaci. Con un sospiro chiuse gli occhi distendendo le braccia per appoggiare le mani sulle ginocchia.

I battenti della porta vennero distanziati. Il ciambellano e due hatamoto fecero il loro ingresso e presero posto ai margini della pedana. Soun fu l'ultimo a entrare sedendosi al centro. Tutto troppo solenne e formale, troppe orecchie ad ascoltare, c'era qualcosa di strano.

"Bentornato, maestro", esordì il nobile Tendo.

Happosai fece un breve inchino e tornò a scrutarlo.

"A quanto pare mia figlia non ha mai imboccato la Tokaido come voi avevate ipotizzato".

"A quanto pare, nobile Tendo", ammise Happosai a fior di labbra.

"Né in una direzione, né nell'altra, altrimenti ora non sareste qui a mani vuote né voi, né coloro che ho mandato verso nord. Credevo conosceste mia figlia meglio di chiunque altro, maestro, ma evidentemente m'ingannavo…".

Maledetto rigurgito di scimmia.

"Ritengo che ora sia più importante concentrarci sul fatto che, alla luce di tutto ciò, Akane abbia preso la via delle montagne, altrimenti anche il mio allievo di un tempo sarebbe qui tra noi, adesso".

Soun spostò il poggia-braccio e vi poggiò sopra l'altro gomito.

"E perché non è ancora tornato, se pure l'ha trovata?".

La stessa domanda sulla quale lui per primo si era lambiccato il cervello.

"Probabilmente è sulle sue tracce: la mattina della fuga, prima di separarci, avevamo convenuto di rivederci al bivio per Kano da lì a cinque giorni, ma lui non si è presentato, quindi presumo che…".

"La stia ancora cercando? Un cacciatore di demoni non sarebbe riuscito finora a trovare una fanciulla che non ha mai messo il naso fuori dalla sua dimora?".

Scoreggia di capra.

"Ho sentito che le prime nevicate hanno bloccato i passi montani: anche se avesse catturato Akane, per ora non potrebbe riportarla a Nagoya".

Nemmeno una valanga avrebbe potuto fermare Ranma, figuriamoci una banale nevicata, seppur abbondante. Per questo Happosai non si capacitava che non fosse già a Nagoya: che fosse sul serio ancora sulle tracce di quella sciagurata? Per quanto assurdo, non poteva che augurarselo, perché non sapeva cos'altro pensare.

"La notizia è giunta anche a me, ma considerata la gravità della situazione, ho ritenuto che questo Saotome non si facesse tanti scrupoli".

"Di certo vorrà avere cura di riportare indietro vostra figlia sana e salva e non una salma congelata".

"Come vi permettete?!", saltò su Takeo. Tutti i samurai fecero scattare l'elsa della katana dal fodero.

Soun sollevò con indolenza una mano.

"Non scaldatevi, ciambellano, il maestro è solo preoccupato per la sua allieva e del resto ha ragione: che Akane debba essere di nuovo al più presto tra noi non significa che deve andarne della sua vita o della sua salute".

"Grazie, nobile Tendo", disse Happosai con un cenno del capo.

"Bene, potete andare, maestro".

"Come? Credevo che…".

"Potete andare".

Happosai si inchinò sconcertato tentando al contempo di sondare i pensieri di Soun, solo per scoprire con orrore di non riuscirvi: la mente del daimyo appariva come un foglio immacolato, mentre la sua veniva invasa dai pensieri caotici degli altri samurai presenti nella sala, che lo fissavano con insistenza tale da vedersi costretto a chiudere le ante della fusuma immaginaria che aveva aperto.

Si alzò e lasciò la sala delle udienze con il sospetto che quel dannato stesse tramando qualcosa.

- § -

All'ombra della tettoia, Ranma osservava la mole svettante del castello di Takayama che si scaldava ai tiepidi raggi del sole. L'unico motivo per cui si stava trattenendo dallo sterminare uno a uno i suoi occupanti, nell'attesa che il ciclo della piattola facesse il suo corso, era di evitare di scatenare una colossale caccia all'uomo: non gli andava di avere qualcuno alle calcagna, ma soprattutto di mettere in allarme tutti i dannati feudi che ancora dovevano attraversare.

Entrò nella locanda che aveva appena aperto i battenti, si sedette a un tavolo e chiese del sakè caldo, il migliore che avessero. Lo avrebbe mandato giù col denaro con cui il ciambellano gli aveva riempito le maniche per levarselo di torno. Il nobile rospo non aveva avuto le palle per farlo di persona o, più semplicemente, non aveva voluto posare gli occhietti cisposi su di lui, hai visto mai che rimanesse infettato solo guardandolo. Immonda palla di lardo.

Ranma scolò il primo, minuscolo bicchiere e l'alcool gli bruciò la gola.

Akane sarebbe stata al sicuro fintantoché sarebbero durate le perdite: quel viscido ammasso di pelle butterata non si sarebbe avvicinato alla sua stanza nemmeno se avesse ospitato la dea Amateratsu in persona, per cui aveva tempo per studiare il castello e capire come entrare in piena notte indisturbato. Senza contare che nel frattempo doveva trovare degli abiti da viaggio adatti a lei. Abiti maschili, stavolta, che non le intralciassero i piedi, soprattutto se doveva usarli per menare calci. E che le nascondessero quelle dannate forme.

"Desiderate altro sakè, nobile samurai?".

"No, servimi la colazione, ora", ordinò alla voce femminile.

Akane era al sicuro. In un ambiente caldo e confortevole, ben vestita e rifocillata.

Al sicuro.

Sorvegliata.

"Ecco a voi, samurai-sama", annunciò la voce posando un vassoio davanti a lui, "desiderate altro?".

Sola.

"No, puoi andare".

Sola lo era sempre stata, immaginò, le persone incomprese lo sono sempre. Sole e appesantite dal fardello di un'aspettativa impossibile da soddisfare. Sulle spalle di Akane – ora se ne rendeva conto – gravava il peso di essere l'ennesima femmina non voluta, pagando anche per le sorelle la colpa di non essere nata maschio e riscattandosi agli occhi del padre unicamente attraverso un matrimonio vantaggioso.

(Preferisci restare tu qui a guardare la prova dell'inferiorità del mio essere che dilaga per tutta la stanza?)

Trascorrere l'intera esistenza sentendosi sbagliata, inadeguata, sperando un giorno di fare ammenda per una colpa che non aveva. E poi trovare il coraggio di dire basta e mandare tutto all'aria. Ci volevano gli attributi, doveva ammetterlo. E lei aveva fuoco liquido negli occhi.

Versò la salsa di soia sul riso, senza smettere di sogghignare.

In quel momento, tuttavia, era una reclusa tenuta in isolamento, più in gabbia, forse, di quanto non lo fosse mai stata. Ma ancora pochi giorni e il rospo sarebbe andato a farle visita e ci avrebbe scommesso il suo peso in oro che non sarebbe stata di cortesia.

Finì la bottiglietta assaporando il tepore dell'alcool e immerse le bacchette nella ciotola di riso.

Forse si stava assillando inutilmente. Considerando le capacità marziali della cimice, era per il daimyo che avrebbe dovuto preoccuparsi: per difendere la propria virtù, Akane sarebbe potuta arrivare ad ammazzarlo. E a quel punto i samurai di Uesugi l'avrebbe fatta allo spiedo.

Tolse il coperchio dalla ciotola più piccola e bevve un sorso bollente della zuppa di miso.

A ben guardare, però, era più probabile che lei facesse allo spiedo loro, visto come aveva ridotto quei briganti sulla strada per Gujo. E di certo non si era risparmiata con quelli incontrati al villaggio dei cacciatori: aveva lasciato che se la cavasse da sola, confidando nelle sue capacità. E lei non l'aveva deluso. Ma nel castello non era stata ospitata in quella stanza per caso: appesantita dal kimono ricamato, sarebbe stata intralciata nei movimenti, soprattutto in uno spazio ristretto. Allora non sarebbe stato così difficile sopraffarla.

L'immagine di Uesugi che schiacciava Akane sotto il proprio peso fu un lampo davanti agli occhi, ma bastò a fargli quasi scivolare la tazza di tè di mano. Il tavolo mandò uno schiocco acuto e secco. Ranma seguì la spaccatura che si faceva largo fra le assi fino al bordo e alzando gli occhi si rese conto che la taverna si andava riempiendo: un paio di avventori lo stavano fissando di sottecchi. Prese un'umeboshi e se la portò alla bocca.

Che t'importa di lei?

Rimase con la prugna essiccata davanti alle labbra.

Il rospo ti ha pagato bene, non hai bisogno di riportarla al suo feudo, la rogna ora è tutta sua.

Tendo lo avrebbe pagato anche di più, se gliel'avesse riconsegnata. In ogni caso si era assunto un incarico e doveva portarlo a termine. E poi aveva un conto in sospeso con Happosai: se non avesse riportato Akane indietro, quel vecchio malefico non si sarebbe mai battuto con lui.

Puoi sempre dire che…

Sbatté il pugno sul tavolo e la tazza di tè si rovesciò. La cameriera accorse a pulire con uno strofinaccio senza fare domande.

Doveva essere dentro il castello il giorno in cui sua nobiltà avesse smesso di sanguinare, che fosse per impedire uno stupro o un massacro.

Mise in bocca la prugna e prese a masticarla con furia.

Lui che cercava di impedire un massacro… roba da non credere.

- § -

"Sono Udara Chojiro, il ciambellano, nobile Akane", si presentò la voce dall'altra parte della fusuma chiusa. "Sono venuto a sincerarmi delle vostre condizioni da parte del nobile Uesugi".

Dai rumori che aveva udito, il ciambellano non era il solo a essersi seduto davanti alle ante chiuse sfavillanti d'oro: doveva essere scortato da almeno un paio di samurai. La farsa ricominciava.

"Le mie condizioni sono ottime, ringraziate il nobile Uesugi".

Akane intinse il pennello nell'inchiostro, tirò la manica fino al gomito e tenendo la mano allineata al braccio, il polso rigido, proseguì a esercitarsi nella calligrafia.

"Avete dormito bene? La stanza è confortevole? La colazione è stata di vostro gradimento?".

Si morse il labbro e inspirò a fondo, prima di rispondere col maggior disinteresse possibile.

"Ho riposato magnificamente e la colazione era eccellente, ringraziate il vostro padrone", rispose tracciando con qualche esitazione la parola 'armonia'.

"Di qualunque cosa abbiate bisogno non avete che da chiedere, nobile Akane".

"Vi ringrazio... vorrei in tal caso avere notizie della mia guardia del corpo".

Il ciambellano si schiarì la voce.

"Il nobile Uesugi ha dato disposizione affinché lo youkaihanta fosse ben ricompensato per i suoi servigi ed è stato congedato. Sarà cura del nobile Uesugi scortarvi da vostra sorella quando le condizioni lo permetteranno".

Akane fissò così a lungo la fusuma che i rami contorti dei pini dipinti sulle ante si confusero fino a diventare una massa indistinta di verde e grigio. Sbatté più volte le ciglia e gli alberi tornarono al loro posto sulle rocce.

"Vi prego… di ringraziare il nobile Uesugi per la sua cortesia", rispose quasi in un soffio maledicendo la propria titubanza e il cuore che tamburellava sempre più deciso contro le orecchie.

"Riferirò, nobile Akane. E appena sarà possibile, informeremo il nobile Tendo che siete nostra gradita ospite".

A mala pena si rese conto che il ciambellano si era accomiatato e si stava allontanando.

Lo schiocco secco di qualcosa che si spezzava la costrinse ad abbassare lo sguardo sulla mano che impugnava il pennello. Distese le dita e minuti frammenti di legno ricaddero sulle gambe. Le setole impregnate di inchiostro scivolarono invece sulla carta lasciando che una grossa chiazza imbrattasse i kanji.

Il ronin se n'era andato.

Quello sterco di vacca l'aveva lasciata sola.

Immondo bastardo schifoso.

Si era fatto comprare da insulso essere abietto quale era. No, peggio. L'aveva venduta a quell'essere ributtante di Uesugi che – poteva scommetterci – non l'avrebbe mai scortata dalla sorella: l'avrebbe tenuta lì in qualità di ospite – ovvero prigioniera – fino a primavera, quando la neve si sarebbe sciolta e l'avrebbe scortata sì fuori di lì, ma solo per riportarla a Nagoya dopo aver preteso un riscatto dal padre.

Non sapeva chi dei due fosse più spregevole.

(La sovrasta indugiando sul suo volto, come se fosse indeciso sul da farsi. E lei ha smesso di respirare)

L'idea di restare rinchiusa lì per i giorni a venire, senza poter comunicare di tanto in tanto con qualcuno che non fossero le domestiche, le era parso tollerabile solo perché Ranma sarebbe rimasto per tutto il tempo dall'altra parte di quella porta.

(La mano che le ha lambito il mento si posa sulla sua vita e la stringe, accostando il proprio corpo al suo)

Così le aveva detto prima di andarsene e nemmeno per un istante le era sorto il dubbio che non sarebbe rimasto a vegliare su di lei. Non riusciva a crederci, ma l'aveva fatto davvero: dentro di sé aveva dato la presenza di quell'essere per scontata.

(Puoi anche rimanere qui, se credi, per me è indifferente)

Né riusciva a credere che il ronin potesse arrivare a deluderla in modo tanto bruciante per la seconda volta. Era più che ingenua. Era stupida, stupida in modo irrecuperabile. Come aveva potuto sul serio credere, sperare che…

(È meglio di no)

Di che si stupiva, dopotutto? Ranma era ciò che era: un volgare vagabondo che si vendeva al miglior offerente e aveva ottenuto il denaro che gli era stato promesso senza nemmeno doversi accollare la responsabilità di una seccatura come lei.

Venduta, questo aveva fatto. L'aveva venduta. Aveva trovato più comodo e conveniente scaricare il fardello a qualcun altro. Maledetto figlio di un cane che ora era libero e lei di nuovo rinchiusa.

Strinse i pugni sulle ginocchia mordendosi quasi a sangue il labbro inferiore per non dar sfogo alla rabbia che minacciava di eruttare.

Pensa, Akane, pensa: è meglio così. Ti sei liberata di un peso che difficilmente avresti potuto scrollarti di dosso. Ora sarà tutto più facile.

Fissò così intensamente le ante della fusuma che avrebbe potuto incendiare gli alberi dipinti con lo sguardo.

Sì, doveva pensare al vantaggio che ne avrebbe guadagnato lei. Fingendo di accettare l'aiuto del daimyo, gli avrebbe fatto abbassare la guardia, mentre lei si organizzava per fuggire non appena il 'fiore rosso' fosse terminato: non doveva essere troppo difficile eludere la sorveglianza e mettere fuori combattimento i samurai. E senza più Ranma tra i piedi, sarebbe stata libera di proseguire il suo viaggio. Ma l'avevano confinata in una delle stanze più alte della torre, non conosceva la pianta del castello e attraversare le montagne senza l'aiuto del ronin avrebbe significato correre il rischio di non arrivare mai a destinazione. E tuttavia non poteva rimanere lì, in balia di un daimyo che sembrava più uscito da uno stagno, che dal ventre di un essere umano.

Avrebbe trovato il modo di fuggire, doveva solo pazientare qualche giorno, il tempo necessario affinché potesse tornare a muoversi liberamente, sopraffare una cameriera e sostituirsi a lei.

- § -

Nabiki passeggiava sotto la veranda che affacciava sul karesansui in paziente attesa. Se avesse avuto l'animo filosofico del monaco Tofu o quello poetico di Kasumi, avrebbe ammirato con quanta armonia le onde di ghiaia lambivano placide le isole d'erba e rocce, ma lei per fortuna non veniva sfiorata da simili sciocchezze. Sogghignò pensando alla sorella maggiore e all'ingenuo medico: erano degni l'uno dell'altra, quasi le dispiaceva che il karma non fosse stato dello stesso avviso. Se all'epoca del matrimonio di Kasumi fosse stata più grande, avrebbe fatto sì che quei due fuggissero insieme, ma sarebbe stata forse fatica sprecata: erano entrambi così ottusamente ossequiosi ai propri doveri da non rendersi conto di quanto fossero ridicoli. Pazienza. Ormai era a un passo dal liberarsi non solo della sorella maggiore, ma anche della minore: i tre giorni concessi dal padre erano trascorsi senza che di Akane si fosse avuta notizia alcuna.

"Pensierosa, figlia mia?", chiese il padre incedendo verso di lei a passi lenti, le mani dietro la schiena.

Nabiki sorrise e s'inchinò deferente col busto.

"Ammiravo le ombre che si allungano inesorabili, mio signore".

Soun fece un cenno affermativo col capo.

"La luce sta diventando avara. Prima che ce ne accorgiamo, il rosso e l'oro delle foglie avrà lasciato il posto a uno spesso manto nevoso".

"La stagione che preferisco. Anche voi, padre, se non ricordo male".

"Così è, ma non è per parlare di questo che ti ho chiesto di attendermi qui", ammise osservando il cielo limpido.

Nabiki aspettò che il genitore manifestasse le sue intenzioni fingendo di ammirare la canna di bambù che si riempiva d'acqua per poi rovesciarsi di colpo, svuotarsi e riempirsi ancora.

"Avevi ragione sul maestro Happosai, stento ancora a crederci, ma a quanto pare ha tentato davvero di leggermi nella mente: tua sorella non ti ha mentito, per una volta".

"Da cosa lo avete dedotto?".

"Dal modo in cui si è congedato: ha indugiato quale istante e poi, di colpo, ha fatto saettare lo sguardo sui samurai presenti lasciando che un'espressione sbigottita s'impossessasse dei suoi lineamenti. Hai avuto un'ottima idea, figlia mia, a farmi circondare da tutti quei bushi: tanti pensieri devono averlo confuso".

"Vi ringrazio, mio signore".

"E come avevi previsto, Akane è fuggita verso le montagne, dato che il ronin è l'unico a non essere tornato, ma il maestro ignora se quel Ranma l'abbia ritrovata o sia ancora sulle sue tracce. In ogni caso poco importa: i passi montani sono bloccati dalla neve, ragion per cui non potrebbe comunque riportarla indietro, per ora".

"Dunque che la rintracci o meno…".

"Non ha più importanza, per cui manderò oggi stesso il ciambellano al Castello dell'Airone Bianco".

"Avete intenzione di informare anche il maestro Happosai delle vostre intenzioni?".

Il genitore sospirò.

"Potrebbe vanificare ogni nostro sforzo andando a cercare lo youkaihanta per avvisarlo. Nel caso in cui il ronin non abbia ancora acciuffato Akane, smetterebbe di cercarla e non la rivedremmo più. In caso contrario, la terrebbe davvero in ostaggio per salvarsi la vita".

"Forse sarebbe meglio che non tornasse affatto…".

"Forse. Ma nonostante tutto mi auguro che la trovi, perché nutro ancora la speranza di poter stringere un'alleanza con gli Hibiki. Dobbiamo però intercettarlo prima che metta piede a Nagoya".

"Che intendete?".

"Manderò degli uomini a sorvegliare tutte le strade d'accesso alla città, a cominciare dal bivio per Kano. Potrei sbagliarmi, ma questo Ranma potrebbe compiere un ampio giro pur di non dover attendere fino alla prossima primavera per riportarci la fuggitiva".

"È possibile, in effetti: crede che a Nagoya lo attenda una cospicua ricompensa in oro, non penso voglia aspettare mesi per impossessarsene... Volete mandare un gruppo di samurai a controllare in particolare il bivio?".

"Esattamente. E il maestro con loro".

"E che accadrà se il ronin passerà di lì?".

Soun posò finalmente lo sguardo su lei lasciando che un sorriso si allargasse sotto i baffi.

"Che i kage che invierò lì oggi stesso uccideranno entrambi".

- § -

Aveva appena messo i piedi sul tetto della locanda quando iniziò a fioccare.

Sollevò lo sguardo verso il cielo di pece, lasciando a occhi chiusi che la neve si adagiasse sulla pelle e scivolasse lungo il viso, mentre respirava a pieni polmoni l'aria diaccia.

La strada sottostante era deserta, i ryokan avevano chiuso finalmente le imposte, le poche lanterne rimaste accese sembravano lucciole morenti. Ma non dovette cercare nel buio la sagoma del castello: la mole del tenshu era illuminata da fin troppe lanterne, appese o portate dai samurai di ronda.

Raccolse capelli e treccia nel pezzo di stoffa nera che fece aderire alla fronte per poi fare un nodo dietro la nuca. Col secondo scampolo coprì naso e bocca, lasciando scoperti solo gli occhi.

Spiccò un salto dopo l'altro sorvolando i tetti di Takayama fino a portarsi ai piedi del bastione del castello, nel punto dove una corona di alberi circondava le mura schermando i tetti delle abitazioni sottostanti. Le guardie tenevano le lanterne di carta, sospese a un bastone, ben alte davanti a loro illuminando un ampio tratto di camminamento. E così anche quelle del secondo bastione, interno e più elevato. Si concentrò sul respiro per respingere il freddo, in attesa dell'attimo giusto per spiccare il balzo. Non appena i samurai della prima e seconda cinta muraria si incamminarono nello stesso momento in direzioni opposte, Ranma si librò nell'aria fino a sfiorare con la punta di un piede i merli del muro inferiore, darsi la spinta per saltare su quello interno superiore e con un ultimo salto raggiungere le tegole della tettoia più bassa della torre, scavalcando immediatamente la balaustra del ballatoio per rannicchiarvisi dietro. Aveva lasciato lievi impronte sulla neve fresca che si andava accumulando sulle tegole, ma dal basso nessuno forse sarebbe riuscito a vederle.

Attese nell'ombra, ma non una voce levò grida d'allarme. Ora si trattava di raggiungere l'ultimo piano. Strinse meglio il nodo del fagotto sul collo e a schiena china fece il giro del balcone fino a fermarsi nel punto più in ombra. Di nuovo scavalcò il parapetto e s'incamminò leggero sulle tegole fino all'angolo svettante della gronda: per fortuna le torri giapponesi erano costruite in modo da essere digradanti. Con un balzo si portò sulla tettoia soprastante, su quelle ancora più in alto e infine sulla quinta: un po' di neve cadde dalle falde finendo sulla gronda più bassa. Attese di nuovo, chiedendosi se fosse lui abile a non farsi notare o le guardie a essere rintontite dal freddo. Era anche vero che in quel periodo dell'anno, con i passi bloccati dalla neve, nessun daimyo aveva motivo di aspettarsi attacchi a sorpresa, per questo forse i samurai di ronda erano meno di quanti pensasse.

Ora che era sulla cima, doveva trovare il modo di forzare la grata della finestra del sottotetto. Era di legno, da quello che riusciva a capire tastandola, probabilmente anche marcio. Estrasse il kaiken dalla cintura e iniziò a intaccarne i contorni.

- § -

Era confinata in quella maledetta stanza dall'aria viziata da ormai quattro giorni e avrebbe voluto solo spaccare tutto. Sotto le ampie maniche del kimono di seta dai colori autunnali, che le comprimeva il torace fin quasi a toglierle il respiro, Akane conficcò le unghie nei palmi per impedirsi di strappare il pettine di mano alla cameriera e usarlo per tramortirla con un colpo sotto al mento.

Le sembrava di essere tornata indietro, alla sera in cui aveva fatto il suo ingresso al castello di Nagoya dopo tanti anni passati a Edo, quando le avevano assegnato non la stanza occupata da bambina, ma una chiusa da decenni, più ampia e lussuosa, ma non per questo più consona alla figlia di un daimyo. Lo stesso odore di muffa, di stantio, la stessa aria appesantita da secoli di intrighi, tradimenti, voltafaccia. Uesugi era almeno scusato del fatto che non si aspettava il suo arrivo e non poteva sistemarla, nelle sue condizioni, se non nella stanza del castello più lontana da quella da lui occupata. E tuttavia, quattro giorni erano bastati perché l'impressione di non essere mai fuggita iniziasse a corrodere le sue certezze, come se ciò che aveva vissuto al di fuori fosse stato solo un sogno a occhi aperti.

Quattro giorni senza parlare con anima viva, a parte le poche parole scambiate con le domestiche e le fugaci visite mattutine del ciambellano che immancabilmente poneva in perfetto ordine sempre le stesse, insulse domande. Se avesse potuto, gli avrebbe volentieri risposto che l'unica cosa che desiderava era sfondare quella fusuma che li separava e farli volare tutti dalla finestra.

Quattro giorni in cui ogni nuovo kimono sembrava più pesante del precedente, la stanza più angusta e umida, l'aria rafferma fin quasi a diventare soffocante.

Quattro giorni a maledire quella lingua biforcuta con la treccia, i suoi antenati e i suoi discendenti. E prima ancora se stessa, perché men che mai avrebbe perdonato la propria stoltezza. Come aveva potuto confidare in tale rigurgito di…

"Finito, nobile Akane, ora vi spalmerò l'olio di…".

"No".

"Perdonate?".

"Ho detto no. Oggi no. Fai solo il nodo".

"Come ordinate".

La cameriera le raccolse i capelli e con un nastro legò la chioma all'estremità.

(Sei più carina quando sorridi)

Akane serrò gli occhi e si morse l'interno della guancia.

Quattro giorni passati con la mente che la pugnalava a tradimento. A vedere quella faccia di bronzo che di tanto in tanto emergeva dalle ombre per distendere labbra e occhi in un sorriso disarmante.

Non stava mentendo.

A farla sentire piccola e senza difese. Sciocca.

Invece sì. E tu ci sei cascata ancora una volta.

"Puoi andare".

"Non ho finito di truccarvi, nobile Akane".

"Non importa, lasciami sola".

"Come desiderate".

La cameriera posò il pennello intinto nella polvere di riso mescolata all'acqua e uscì portando via il vassoio con l'occorrente per il trucco.

Akane trasse un profondo respiro e cercò di acquietare la mente sforzandosi di visualizzare l'immagine serena di un radioso giardino zen. Il 'fiore rosso' era terminato prima del previsto, tenere premuta la 'bocca della tigre' aveva dato i suoi frutti, doveva concederglielo, a quel rifiuto umano. Ora non restava che attendere la sera per tentare di scappare.

Prese un fazzoletto e iniziò a ripulire il viso. Lo sguardo le cadde sullo specchio poggiato sul basso tavolino e fu tentata di afferrarlo, ma trattenne la mano.

(Guardate sempre attraverso lo specchio, mia signora, guardate mai quello che c'è dentro?)

Sospirò, ripensando alla sua dama di compagnia, costretta senza colpa a togliersi la vita.

(Guardo attraverso lo specchio per non vedere quello che c'è dentro)

Perché sapeva cosa avrebbe visto. Il senso di impotenza sfigurarle i lineamenti come quando era reclusa a Nagoya. La sconfitta fissarla con i suoi stessi occhi. La sconfitta di essersi in breve tempo abituata a quelle quattro pareti, adattandosi a vivere segregata, a lasciare che altri si occupassero delle sue necessità scandendo le ore sempre uguali. Era davvero fuggita? Forse aveva ragione Ranma, dopotutto: la vera prigione era la sua stessa mente. Detestava la sua condizione, eppure non aveva ancora escogitato un piano per fuggire: non era riuscita a ottenere alcuna informazione utile dalle cameriere perché aveva avuto timore di insospettirle e allora se n'era rimasta immobile a lasciare che il demone dell'onsen, i briganti, la bambina nel ghiaccio, le donne nella capanna, i fantasmi senza volto le facessero visita giorno e notte, cingendola d'assedio.

Perché la verità era che quelle quattro pareti erano opprimenti, sì, ma la tenevano al sicuro dal mondo reale.

No, non devo arrendermi, posso farcela, devo farcela!

Peggio di ciò che l'attendeva là fuori poteva esserci solo una vita spesa a rimpiangere di non aver nemmeno tentato di viverla. No, non si sarebbe lasciata lusingare dal calore di quella stanza, dal cibo squisito, dalle vesti raffinate. Doveva reagire, perché quel lusso altro non era che il preludio a una vita intera da moglie sottomessa e madre confinata.

Una vita inutile.

A costo di affrontare uno a uno tutti i samurai che mi si pareranno davanti e a rimetterci la vita, non rimarrò qui ad aspettare un'occasione che forse non si presenterà mai. Stanotte…

Spalancò gli occhi.

L'aria si era fatta di colpo più densa, quasi solida.

Si guardò intorno pur sapendo che non avrebbe scorto nessuno, nessun rumore a tradire una presenza inaspettata. Eppure la sensazione di non essere sola era lì, a occluderle la gola.

Non era la prima volta che percepiva quell'oppressione che le contraeva il petto e la spingeva a respirare con boccate sempre più ampie, quando era stata l'ultima volta che le era sembrato di essere sul punto di soffocare, di…

Si voltò di scatto e una mano sbucò dal nulla tappandole la bocca e afferrandole il polso destro per torcerle il braccio dietro la schiena. Akane tentò di colpire l'aggressore agli occhi con l'altra mano riuscendo solo a strappargli via la stoffa che copriva la testa, mentre faceva forza sulle gambe e si lanciava all'indietro per buttarsi con tutto il suo peso addosso a lui. Si ritrovò così sdraiata con la schiena sul suo assalitore, che inaspettatamente la lasciò andare.

Akane si alzò repentina per sovrastarlo afferrandolo alla gola con una mano per ridurre in poltiglia la milza con l'altra.

"È più facile sorprenderti da sveglia che quando dormi, cos'hai da dire a tua discolpa?", la derisero gli occhi cerulei di Ranma, mentre il ronin si sfilava dal viso il pezzo di stoffa che copriva naso e bocca.

Akane si bloccò sbigottita.

Non era possibile.

Rimase a guardare per istanti cristallizzati la sua espressione sfrontata non sapendo come avrebbe dovuto sentirsi, se furibonda o sollevata.

Eppure era lì, Ranma era lì. Era tornato.

Per lei.

"Ma cosa… da dove sei arrivato? Dov'eri nascosto?", chiese lasciandogli andare il collo e abbassando poco per volta l'altra mano.

Ranma incrociò le braccia dietro la nuca senza abbandonare la smorfia sorniona.

"Vuoi che te lo racconti mentre te ne stai a cavalcioni seduta su di me o preferisci sederti?", chiese mentre lei sentiva le gambe del ronin incrociarsi dietro la propria schiena.

Akane strabuzzò gli occhi: era a cavallo sul suo grembo. Poco mancò che risucchiasse il cuore in gola.

Saltò letteralmente via per sedersi, ginocchia strette, a prudente distanza con la faccia in fiamme e il kimono accostato fra le mani, ma senza smettere di fissare di sottecchi Ranma che, fasciato di nero dalla testa ai piedi, si sedeva a gambe incrociate e scioglieva il nodo di un furoshiki sul collo.

"Allora, è finito il… ciclo mestruale?", chiese il maledetto ampliando il ghigno.

Akane avvampò – ancora di più – fino alla punta dei capelli, ma anziché ribattere lasciò andare un sospiro divertito. E insieme a esso se ne andò qualcos'altro, un macigno che le aveva oppresso il petto per quattro, interminabili giorni.

"Sì".

"Bene, tieni", le disse porgendole il fagotto che aveva tenuto sulla schiena. Akane titubante lo aprì, scoprendo all'interno abiti di grezza fattura e dai colori spenti. "Sono per te. Tanto sei praticamente un maschio mancato, per cui ti scambieranno per un uomo senza problemi".

"Idiota!". Il pungo era scattato da solo mentre ispezionava il cappello di paglia. Ranma lo scansò reclinando semplicemente la testa di lato. "Ricorda che ti farò ingoiare tutte le tue ingiurie, ti…".

"Parla a bassa voce o ti sentiranno. Vuoi sempre fuggire, no? O preferisci godere dell'ospitalità del nobilissimo e infaticabile riproduttore di girini?".

Akane mollò il cappello e si tappò la bocca con una mano per non scoppiare in una risata irrefrenabile, mentre teneva l'altra premuta sulla pancia. Ranma invece, sdraiato su un fianco con la testa poggiata a una mano, ridacchiava senza ritegno.

"Che imbecille, mi chiedi di parlare a voce bassa e poi rischi di farci scoprire facendomi scoppiare a ridere?".

Ranma imitò una rana che acchiappava una mosca al volo usando la mano a mo' di lingua e Akane cadde su un fianco scalciando e tenendosi stavolta la bocca con tutt'e due le mani. La pancia ormai le doleva neanche fosse tornato il 'fiore rosso', ma non le importava. Rideva e non le importava più di niente.

"Smettila, baka!", gli ordinò tornando seduta e asciugandosi una lacrima. Kamisama, quanti anni erano passati dall'ultima volta che avevo riso di cuore conversando con qualcuno?

Mai, fu la riposta che trafisse la mente e la lasciò senza fiato. Il suo maestro l'aveva fatto, non lei. Anche quando erano soli nel dojo, aveva represso qualsiasi spontaneità dietro una manica, perché soli non lo erano mai stati davvero. Non con tanti samurai appostati lungo i corridoi, dietro le porte, sotto i portici del giardino. Le orecchie erano ovunque, sempre. Sperò che almeno lì non avessero udito nulla.

"Vuoi dirmi dove ti eri nascosto e da quanto?".

"Proprio sopra la tua testa", rispose Ranma indicando le travi del soffitto: una delle assi poggiate sulle travi era spostata. "Mi sono intrufolato questa notte e mi sono svegliato poco fa, quando la cameriera è andata via. A proposito, che ti ha messo sulla faccia?".

Akane lo guardò interrogativa, per poi ricordarsi dello strato di polvere di riso.

"Prendi", disse lanciandole uno dei pezzi di stoffa neri. "E strofina forte".

"Mi stavo già ripulendo quando mi hai sorpresa", replicò mostrandogli il fazzoletto, che riprese a passare energica sulla pelle.

"Così va meglio", sentenziò il ronin squadrandola. "Con quella schifezza sulla faccia sembravi un pezzo di porcellana, di quelli buoni solo a raccattare la polvere".

Akane rimase col lembo di seta in mano.

"Che intendi dire?".

"Che sembravi un soprammobile. Una cosa inutile. Ma soprattutto, finta".

Anche lui aveva in odio artifizi e inganni. Poteva quindi solo immaginare quanto dovesse avere in odio anche la classe sociale cui lei apparteneva. E tutti i suoi membri.

"Perché sei tornato? Potevi andartene con le maniche piene di denaro, perché sei qui?".

Ranma si mise a studiare la stanza, come se non la conoscesse già.

"Mi sono assunto un impegno e lo porterò a termine. Soprattutto perché una ricompensa anche più ricca di quella elargita da sua rosposità mi attende a Nagoya".

Akane appallottolò il fazzoletto sporco e glielo lanciò in faccia, ma Ranma lo fermò con la mano libera senza smettere di guardare la fusuma.

"Ma certo, era ovvio, che razza di sciocca!".

"Ecco una cosa su cui siamo perfettamente d'accordo", sorrise sornione. "Pensavi forse che mi stessi preoccupando per te?", la schernì tornando a squadrarla.

"No, figurarsi, sei uno spregevole ronin, dopotutto. Per cui dormi pure sereno: non mi aspetterò mai più nulla da uno come te".

"Uno come me è proprio ciò che ti serve ora per andartene da qui, perché è impensabile che tu possa riuscire a fuggire con le tue sole forze. Ma se preferisci restare fra queste salme, non hai che da gridare".

Akane si morse il labbro inferiore. Maledetto. Aveva bisogno di lui, non poteva negarlo. Ma peggio del doverlo ammettere c'era il fatto che quel pensiero non la indignò come si sarebbe aspettata.

"Sai, a ben pensarci non è così male…", disse guardandosi intorno con noncuranza. "Sono servita e rispettata, non ricevo insulti né offese, ho splendidi kimono e non mi fanno mancare nulla. Forse potrei davvero approfittare dell'ospitalità di questo daimyo: una volta conquistata la sua fiducia, mi lascerà girare abbastanza liberamente, così potrò studiare il castello e trovare il modo di fuggire. E liberarmi di te al tempo stesso".

Il volto di Ranma si accartocciò come una foglia secca. Lo sguardo s'incupì fin quasi a diventare minaccioso e lentamente il ronin si alzò per sedersi di fronte a lei.

"Per questo ti stavi togliendo il trucco quando mi sono intrufolato nella stanza? Perché stare qui 'non è così male'?".

"Esatto. Il 'fiore rosso' è finito, domani potrò uscire da questa stanza, forse oggi stesso. Ed essere ricevuta da Uesugi, passeggiare con lui nei giardini…".

"Non dirlo nemmeno per scherzo".

Il tono di Ranma stillava rabbia e non si sforzava nemmeno di contenerlo. Era allibita. Non pensava l'avrebbe presa sul serio e non riusciva a capire cosa l'avesse fatto alterare: l'idea che potesse fare a meno di lui? Che preferisse davvero la compagnia di quel…

"Sei fuggita per non diventare una bambolina di porcellana e ora mi vieni a dire che 'non è così male' stare qui? Ricorreresti davvero a biechi sotterfugi per ottenere quello che vuoi? Arriveresti a lusingare quella specie di anfibio, a ingannare e manipolare?".

Questa volta era senza parole. Avrebbe voluto fargli saltare tutti i denti con un pugno, se solo fosse stata certa di colpirlo. Come poteva pensare di lei una cosa simile?

"Sei impazzito?! Sono fuggita proprio per non dovermi abbassare a simili grettezze! Non arriverei mai ad adulare un essere del genere, se mai tu dovessi lasciarmi qui a marcire per tutto l'inverno: ho solo detto che tenterei di conquistarmi la sua fiducia!".

"E come, sentiamo!".

"Non lo so! Mi ripugna ricorrere a espedienti meschini, non credo di riuscirci nemmeno sforzandomi. E tuttavia devo pensare anche a mia sorella, non solo a me stessa, per cui cercherei di carpire informazioni a Uesugi per tentare di…".

"Tua sorella?", chiese Ranma più conciliante.

Akane sospirò passandosi le mani sulle braccia.

"Non ho mentito quando siamo arrivati qui: le condizioni di Kasumi peggiorano ogni giorno di più, prima o poi quel bastardo del marito la ucciderà, le ha già provocato un aborto. Se non riuscirò ad aiutarla, voglio almeno rivederla. Sperando che non sia troppo tardi".

Ranma incrociò le braccia al petto senza smettere di studiarla. Aveva disteso i suoi lineamenti, ma l'espressione restava meditabonda.

"Sta morendo?".

"No, ma la sua salute è precaria. A differenza di Nabiki, lei è molto più che una sorella, è stata quasi una madre per me e…".

Abbassò il capo. Non riusciva a pensare a Kasumi senza che il petto si lacerasse per il dolore. Non riusciva ad accettare che il karma fosse stato così crudele con lei. Che aveva mai fatto in una vita precedente per meritare un destino simile?

Ranma aprì la bocca per dire qualcosa, ma si bloccò fissando la porta.

"Sta arrivando qualcuno, avverto un altro cuore battere nel corridoio".

"Tu cosa?!", chiese Akane sbalordita.

"Nobile Akane, il ciambellano desidera parlarvi", annunciò una cameriera dall'altra parte della fusuma.

Ancora incredula, Akane si volse a guardare le ante chiuse alle sue spalle, guardò di nuovo Ranma, poi ancora le ante chiuse e sperò che la voce non la tradisse.

"Riferisci al ciambellano che lo riceverò subito".

"Sì, mia signora", obbedì la domestica allontanandosi.

"Qual è il piano?", chiese a Ranma in un bisbiglio.

"Che vuole il ciambellano?", chiese lui di rimando sottovoce.

"Immagino annoiarmi con le solite domande mattutine. Qual è il tuo piano?".

"Te lo spiegherò dopo, ora parla con quell'aringa sotto sale, sta arrivando con due samurai".

"Ma come fai a…".

"Nobile Akane, vi chiedo il permesso di entrare", si annunciò Chojiro oltre la porta.

Akane si voltò verso Ranma, ma lui non c'era più. Anche il fagotto era sparito. Alzò il viso e vide l'asse spostata tornare al suo posto.

"Prego, entrate, Chojiro-sama", concesse sistemando le pieghe del kimono.

Le ante della fusuma vennero spalancate da una domestica e la luce del sole inondò la stanza portando con sé aria fresca. Il ciambellano e i bushi ai suoi lati – seduti con le ginocchia divaricate, la schiena eretta e le mani poggiate sulle gambe – s'inchinarono deferenti nello stesso momento in cui s'inchinava anche lei con le mani giunte a toccare il tatami con la punta delle dita. Un momento prima rideva e discuteva con Ranma neanche esistessero solo loro, un momento dopo era di nuovo invischiata nel mondo reale che tentava in ogni modo di trascinarla giù con sé nel suo baratro di menzogne.

Come se avesse altra scelta che sprofondarvi.

Akane dovette mordersi l'interno di una guancia per non ridere al pensiero di come Ranma aveva definito il ciambellano mentre questi si alzava, oltrepassava la soglia e si sedeva di nuovo.

"Come state questa mattina, nobile Akane?".

"Molto bene, vi ringrazio".

"Vi siete ripresa completamente?".

Come se quell'uomo non lo sapesse già, o non avrebbe mai messo piede in quella stanza. Ipocrita.

"Sì, grazie alle premure del nobile Uesugi".

"Il nobile Uesugi se ne rallegra e avrebbe piacere di passeggiare con voi nei giardini per discutere in merito alla vostra permanenza qui. Vogliate avere la compiacenza di seguirmi".

"Certamente, Chojiro-sama", rispose lei con un nuovo inchino. Avrebbe forse dovuto replicare 'con vero onore' o un'altra sciocchezza simile, ma la risposta appropriata le sorgeva sempre dopo che la lingua aveva lasciato trapelare ciò che in cuor suo pensava davvero. A dispetto di quel che aveva detto a Ranma, ora sapeva che non sarebbe mai riuscita a resistere un intero inverno fra quelle mura. Non dopo aver abbandonato ogni ritegno ridendo come mai aveva fatto nella sua vita. Era paradossale, a pensarci, eppure si era lasciata andare proprio grazie a colui che più di chiunque l'aveva delusa.

"Prego, nobile Akane", disse il ciambellano scostandosi per lasciarle varcare la fusuma.

- § -

Quattro giorni rinchiusa le avevano fatto dimenticare quanto freddo facesse. O forse la temperatura si era abbassata ulteriormente con l'ultima nevicata. In ogni caso, le risultava difficile concentrarsi sulle parole del daimyo mentre tentava di scacciare il gelo dalla mente. Camminare tre passi dietro di lui, poi, non facilitava la comprensione: la leggera brezza portava via con sé le parole emesse come se gli costasse una fatica immensa farsele uscire di bocca, col risultato che lei era costretta ad aguzzare l'udito per seguire un monologo che altro non era che una lunga lista di giustificazioni più o meno credibili. Dopotutto l'aveva invitata a passeggiare in un giardino innevato proprio per dare forza alle proprie parole.

"Dunque comprenderete come in questo momento, nobile Akane, sia impossibile scortarvi fino al feudo di vostra sorella. Quando il tempo migliorerà e le strade saranno percorribili, sarà mia cura organizzare il viaggio con una scorta adeguata, per ora rimarrete nostra gradita ospite. Ho già dato disposizione affinché entro stasera vi sia approntata una stanza più ampia e confortevole di quella in cui avete soggiornato finora, non tornerete all'ultimo piano".

Akane sollevò allarmata gli occhi dalle rocce disposte in apparente disordine per fissare la nuca del daimyo e poi, senza riuscire a impedirselo, spostare lo sguardo verso il piano più alto del tenshu.

"Vi ringrazio, nobile Uesugi, non merito tanta considerazione".

"Sciocchezze. Siete la figlia del nobile Tendo, avrò cura di voi come se fossi vostro padre".

"Ve ne sono grata, nobile Uesugi. Anche mio padre ve ne sarà riconoscente".

"Naturalmente una volta che sarà informato della vostra permanenza qui, se dovesse chiedermi di ricondurvi a lui, non potrò esimermi dal soddisfare la sua richiesta, voi mi capite, non è vero?".

Strinse i pugni scacciando l'immagine delle sue nocche che gli demolivano la faccia.

"Naturalmente".

Che riuscisse a scappare o meno, Uesugi avrebbe prima o poi avvisato suo padre e lei non avrebbe potuto impedirlo. A quel punto il genitore avrebbe capito dove era diretta e avrebbe informato Daichi affinché impartisse ordini per trattenere la figlia reietta nel suo castello. Doveva arrivare a Kasumi prima che il messaggero di Uesugi arrivasse a Nagoya. Tuttavia il problema più immediato era un altro: come avrebbe fatto ad avvertire Ranma che le avevano cambiato stanza?

- § -

Ormai era chiaro che Akane non sarebbe tornata. Il sole era tramontato da un pezzo, nessuna cameriera era venuta ad approntare il futon per la notte nella stanza arieggiata, nessun samurai era stato messo di guardia alle estremità del corridoio. Avevano preparato per la cimice una nuova camera senza dubbio non lontano da quella di Uesugi, così da poterla sorvegliare più strettamente.

O approfittare di lei più facilmente.

E dire che questa volta avrebbe voluto davvero evitare una strage. Peccato.

Ranma si calò nella stanza buia, spalancò le ante e si affacciò sul corridoio deserto. Dalle finestre filtrava una luce crepuscolare che presto avrebbe lasciato il posto a un pallido chiarore lunare. Si diresse verso le scale dietro l'angolo senza preoccuparsi di far udire i propri passi.

Che importava, si disse mentre sentiva sotto i piedi il piacevole scricchiolio delle assi di legno.

Che importava, ormai, mentre udiva una spada che veniva sguainata al piano inferiore e una voce imperiosa chiedeva chi stesse camminando al piano di sopra. Non aspettò che il samurai di guardia salisse la scala e sollevasse la botola: distrusse lui stesso la botola sfondandola con un calcio e scaraventandogliela addosso. Il samurai precipitò in fondo alla scala, lasciandosi sfuggire di mano la katana e la lanterna in carta di riso, mentre lui gli afferrava la testa con una mano e gliela torceva fino a udire il rumore secco del collo che si spezzava.

Che importanza poteva avere, mentre il fuoco iniziava a divorare il corrimano della scala che Ranma si lasciò alle spalle, mentre voci e passi concitati gli venivano incontro.

Nessuna, continuò a ripetersi mentre passava attraverso i samurai che accorrevano con altre lanterne come una folata di vento che faceva saltar via arti e teste.

Nessuna, mentre chiamava Akane incedendo a passo pesante lungo i corridoi come se a frapporsi fra lui e la mocciosa ci fossero solo insetti molesti. Avevano fatto finta di non vederlo, nella sala delle udienze, la sera che aveva messo piede in quel maniero. Non avevano compreso che non era lui lo scarafaggio.

La chiamò ancora, mentre il fumo si propagava sopra la sua testa, il fuoco alle sue spalle inceneriva scale e pareti e pavimenti e finestre e i samurai non accorrevano più da ogni dove per affrontare lui, ma per scongiurare un pericolo assai maggiore. E alla fine divenne invisibile agli occhi di chi un incendio da spegnere era più importante di una sagoma come le altre da fermare nel mezzo di una nube densa che faceva lacrimare gli occhi e tossire anche l'anima. Lui stesso usò il 'terzo occhio' per distinguere samurai che lanciavano ordini con un fazzoletto premuto sulla bocca dai servi che portavano secchi d'acqua. Ma i movimenti sembravano lenti, quasi pesanti, le voci ridotte a un brusio indistinto.

Ed eccola, con indosso una vestaglia da notte, uscire da una stanza scortata da due bushi, mentre il nobile rospo cercava scampo affannandosi a raggiungere la porta in fondo al corridoio. Era ovvio dopotutto che un essere simile dormisse al piano più basso della torre: con la mole che si ritrovava doveva essere impossibile per lui salire le scale.

Chiamò Akane un'ultima volta.

Lei si voltò, neanche troppo stupita, mentre i due samurai di scorta sguainavano le spade e sputavano minacce che non udì. Lui guardava soltanto Akane, mentre avanzava verso di lei. Akane dal sorriso appena accennato che non ebbe esitazione quando con la mano tesa colpì alla nuca prima un bushi, poi l'altro, facendoli accasciare sul pavimento. Akane che rimase ad aspettarlo sulla soglia della stanza a braccia conserte e a cui lanciò il fagotto che teneva sulla schiena, facendole cenno col capo di tornare dentro.

Lei lo afferrò per poi scomparire nella stanza da letto, mentre lui rimaneva sulla soglia ad affrontare idioti che non si fecero vedere: a giudicare dal fragore con cui i soffitti dei piani superiori stavano collassando, i servi dovevano aver smesso di tentare di spegnere l'incendio per precipitarsi a evacuare la torre. Avevano pochi minuti, che Ranma usò per aprire le finestre, sollevare gli imbecilli svenuti e gettarli sul tetto coperto di neve del piano terra. Non gli andava di sentire le lagne della piattola che lo accusava di lasciar crepare due mortali che lei aveva risparmiato.

Lo chiamò e lui si voltò: alla luce delle lanterne gli bastò uno sguardo per giudicare soddisfacente il travestimento, mancavano solo la katana e il flauto, ma tra kosode, hakama e okuwara, Akane sembrava davvero un komuso, soprattutto col tengai a coprirle del tutto il viso.

Le travi di legno del piano superiore iniziarono a scricchiolare e il fumo a riempire anche il corridoio, nel momento in cui Ranma le mise un braccio dietro la schiena e l'altro nell'incavo delle ginocchia. Il soffitto della camera collassò, mentre la sollevava da terra per stringerla al petto. E quando lei gli cinse il collo con ambo le braccia, Ranma si affacciò alla finestra spalancata e spiccò il salto nel buio della notte.