Glossario:

Ahou: idiota.

Ashigaru: samurai del rango più basso (fante).

Botsuden: sala del Buddha nei templi buddisti (custodisce una sua immagine).

Daiho-jo: residenza dell'abate nei templi buddisti.

Eta: "pieno di sporcizia", termine con cui erano definiti i reietti che svolgevano i lavori più umili o connessi col sangue (un tabù per lo shintoismo). La divisione in classi sociali (shinōkōshō) nel periodo Edo (1603-1867) era dominata dai militari (bushi), cui seguivano i contadini (nōmin), gli artigiani (kōgyō), i commercianti (shōnin) e infine, ai margini della società ed esclusi dalla stessa, gli eta o burakumin ("abitanti dei villaggi", perché vivevano confinati in appositi villaggi: macellai, conciatori, boia e becchini) e gli hinin ("non umani", feccia intoccabile: criminali e mendicanti). I secondi, a differenza dei primi, potevano però reinserirsi nella società. La divisione in classi fu eliminata nel 1871.

Fuden: lasciapassare scolpito su un pezzo di legno.

Gorin-to: pietre commemorative (fino a cinque una sull'altra) nei cimiteri dei templi buddisti.

Goshi: samurai di campagna o di un villaggio, che risiedeva quindi fuori dal castello.

Hatto: sala delle lettura nei templi buddisti.

Hondo: sala principale dei templi buddisti per la preghiera e la meditazione.

Kage: uomini ombra (ninja).

Kobakama: pantaloni che arrivano al ginocchio.

Komuso: monaci erranti ex samurai.

Matsuri: festa.

Mokugyo: pesce di legno colpito ripetutamente per tenere il ritmo durante i canti dei sutra.

Ofuro: tinozza.

Okuwara: mantello di paglia.

Omusubi: palle di riso avvolte in alghe essiccate.

Oyakodon: piatto a base di pollo, cipolla e uovo bolliti e serviti su una ciotola di riso.

Saikeirei: inchino a 45 gradi che si usa di fronte a personalità di alto rango o per farsi perdonare di una grave mancanza.

Sanmon: porta principale dei templi buddisti, orientata a sud.

Shakuhachi: flauto lungo e svasato suonato dai komuso.

Shoya: capo villaggio.

Tengai: cappello di paglia o vimini intrecciati a forma di cesta rovesciata con grate frontali indossato dai komuso (monaci erranti ex samurai).

Tenshu: torre principale dei castelli giapponesi.

Umeboshi: prugne salate.

Umeboshi ochazuke: prugne sott'aceto e riso avanzato inzuppato di tè bollente.

Watakushi: freccia a tre punte.

Yuba: "pelle" di tofu (fogli di latte di soia).

XV

UNO SOLTANTO

Le strade più accidentate non si trovano in montagna,

ma nei cuori della gente.

(Bay Juyi)


Il castello è avvolto dalle fiamme e illumina come una torcia la notte senza luna e senza stelle. Anche da lontano, può sentire le urla di disperazione che fagocitano gli ordini gridati, come il rogo fagocita vite e annienta il futuro.

Cos'hai fatto, Ranma?, gli chiede con un filo di voce stringendosi al suo collo ancora di più. Il tengai le è scivolato sulla schiena e i capelli incolti del ronin le solleticano il viso. Alle narici le arriva l'odore della sua pelle che sa di cuoio, animale selvatico e sangue rappreso.

Sente i suoi muscoli serrarsi come una tenaglia attorno a gambe e torace, mentre le dita sembrano affondare nella carne.

Li ho uccisi tutti, risponde atono continuando a saltare dalla cima di un albero a un altro. Eppure il castello di Uesugi, anziché rimpicciolire, sembra farsi più vicino e i lamenti più forti.

Dove stiamo andando?, gli chiede mentre si rende conto che i gemiti provengono anche dalla foresta sotto di loro.

Lo sai dove stiamo andando, risponde inespressivo mentre la stringe di più a sé finché le dita penetrano attraverso il tessuto e bruciano la pelle.

No, non ne ho idea…, ribatte lei accorgendosi con orrore che dai fitti rami degli alberi spuntano braccia che si protendono verso di loro e poi facce straziate i cui occhi precipitano nelle orbite, i capelli cadono a ciocche e la pelle si essicca fino a lasciare scoperte le ossa. E rimangono solo teschi e infine solo ombre che una volta erano esseri umani.

Risucchia l'aria ghiacciata per gridare a sua volta, ma la voce non esce. Si volta verso il profilo di Ranma illuminato da un chiarore gelido ed è allora che, volgendosi del tutto, capisce dove lui la sta portando.

Davanti a loro si staglia la mole del castello di Nagoya.

Si svegliò di soprassalto, ritrovandosi seduta con tutt'e due le mani premute sulla bocca e un urlo che graffiava la gola. Schegge di sogno erano ancora conficcate negli occhi sbarrati e le peggiori paure inquinavano la realtà.

Poggiò la fronte sulle ginocchia raccolte al petto e solo dopo ampi respiri l'incubo sembrò essersi dissolto. Attraverso le fessure della porta, lame di luce filtravano nella stanza piccola e gelida del monastero: la luna era ancora alta. Si coricò di nuovo sul futon raccogliendo la coperta sino al mento, il dorso di una mano posato sulla fronte, la fuga dal castello di Takayama davanti ai suoi occhi.

"Cos'hai fatto, Ranma? Sta bruciando tutto! Prima il ryokan, poi l'onsen e ora questo! Ci sono delle persone là dentro!", urla mentre il rogo si allontana sempre più.

"Adesso te ne preoccupi? Non mi sembravi turbata quando ti ho portata via!".

"Non mi ero resa conto dell'entità del disastro! Dobbiamo aiutarli!", afferma risoluta aggrappandosi maggiormente al suo collo per osservare la distruzione dietro di loro. Sente i muscoli compatti del torace e delle spalle, sente le braccia chiudersi maggiormente su di lei, sente il calore del suo viso e quei dannati capelli scomposti che le finiscono in faccia perché è vicino, troppo vicino.

"Non dire sciocchezze!", ribatte lui rinsaldando la presa per stringerla a sé ancora di più. "E poi si sono già messi tutti in salvo, non temere".

Sperò che fosse davvero così. Doveva essere così.

Sospirò e spostò la mano dalla fronte portandola davanti alle labbra. Cuoio, animale selvatico e sangue rappreso. Ce l'aveva ancora addosso e non si era attenuato nemmeno un po', non vedeva l'ora di farsi un bagno e strofinare forte.

(le dita penetrano attraverso il tessuto e bruciano la pelle)

Eppure continuò a respirare l'odore del ronin dalle nocche, dal palmo, perfino dal braccio. Sapeva di belva presa in trappola e fango incrostato, di vento che sferza la faccia e lunghe notti trascorse a fissare le stelle.

"Ma dove stiamo andando?", gli chiede voltandosi verso di lui.

Ranma fa un cenno col capo senza guardarla.

"Laggiù, ai margini di Hida, c'è un monastero buddista, siamo quasi arrivati".

Davanti a loro, fin dove la luce della luna lo permetteva e l'occhio poteva arrivare, solo una foresta ammantata di bianco così fitta da sembrare una distesa compatta di neve.

"E pensi davvero che i monaci ci daranno ospitalità?".

"Ho preso accordi un paio di giorni fa, ci stanno aspettando".

"Ma appena sapranno che…".

"Credimi, non hanno scelta".

Cosa aveva voluto dire? Li aveva minacciati? Possibile che i monaci potessero temere un ronin più di un daimyo? No, inverosimile. Ma col castello andato distrutto, Uesugi sarebbe stato troppo impegnato a salvare il salvabile e a prestare i primi soccorsi, piuttosto che a far cercare due fuggitivi… E tuttavia, degli uomini ombra avrebbe anche potuto mandarli nei dintorni per scovarla. No, non potevano rimanere in quel monastero a lungo.

Tornò a sedersi. Dubitava che sarebbe riuscita a riaddormentarsi, soprattutto col gelo che avviluppava la stanza, tanto valeva alzarsi e fare un bagno caldo. Accese la lanterna, indossò una pesante yukata e un paio di tabi, uscì in corridoio e venne investita da un'aria ancora più gelida di quella che l'aveva abbracciata alzandosi dal materasso. Attraverso i pannelli di carta oleata, la luce lunare gettava un chiarore quasi soprannaturale sulle assi di legno del pavimento. Si strinse nelle spalle e si avviò verso i bagni, sperando di aver compreso dove fossero ubicati, ma si fermò quasi subito per fissare la porta della stanza di Ranma. Solo poche ore prima le aveva detto che avrebbe dormito accanto a lei, non aveva capito che intendeva la stanza di fianco alla sua e una vampata le aveva bruciato la faccia. Non riusciva proprio a capire cosa le stesse succedendo.

Scosse la testa e percorse il corridoio fino in fondo per ritrovarsi all'aperto: come temeva, i bagni erano in un edificio a parte. Osservò per un attimo il morbido manto nevoso risplendere più delle stelle, prima di affondarvi gli zoccoli per raggiungere lesta l'edificio di fronte, ma i calzini si inzupparono lo stesso.

Fece scorrere un'anta e subito se la richiuse alle spalle facendo sobbalzare un giovane monaco che stava spazzando il pavimento.

"Perdonatemi, non intendevo spaventarvi", gli disse con un lieve inchino, "non pensavo che avrei incontrato qualcuno ai bagni degli ospiti, la luna è ancora alta".

Il giovane col cranio rasato, magro più del manico di scopa che reggeva, deglutì e nascose l'imbarazzo dietro un inchino più profondo del suo.

"Non dovete preoccuparvi, Akane-dono, vi stavo aspettando: fra non molto albeggerà, così ho già provveduto ad accendere il fuoco per l'ofuro".

Lei non nascose la propria sorpresa.

"Voi capite ciò che dico?".

"Oh sì, Akane-dono, tutti al monastero comprendono la lingua dei nobili".

Era così sollevata che sorrise di slancio. Finalmente qualcuno con cui parlare che non fosse il ronin o la gente del suo rango.

"L'abate vi ha ordinato di restare qui tutta la notte, al freddo, ad aspettare me?".

"Oh no, solo di alzarmi prima degli altri per preparare il vostro bagno, così potrete partecipare alle preghiere".

Akane si sentì sollevata.

"Vi ringrazio. Per caso anche la mia… ehm… guardia del corpo è qui?".

"La vostra…?". Lo sguardo stupefatto che il monaco le rivolse la stupì di rimando. "N-no, Akane-dono, il venerabile youkaihanta non è ancora arrivato", rispose a capo chino cercando di nascondere il nervosismo. "Ma la tinozza per voi è pronta: è l'ultima in fondo". E con un nuovo, rapido inchino il giovane si dileguò lasciandola esterrefatta.

Ma che gli era preso? E poi… venerabile? Quel… quel… Come potevano i monaci tenere in così alta considerazione un ronin che si era abbassato a…? Certo, pochissimi avevano il coraggio di rischiare la vita e la preparazione per farlo, ma dare la caccia ai demoni significava soprattutto esporsi alla contaminazione. Tanto ossequio era incomprensibile, pensò mentre si sfilava la yukata e sfasciava le bende attorno alla caviglia. Il taglio era ancora gonfio, rosso e dolorante, ma ormai si era rimarginato. Afferrò il secchio accanto alla tinozza e si rovesciò addosso l'acqua bollente, prese il panno ruvido piegato sulla panca e lo sfregò con forza su schiena e spalle. Quando si immerse poco alla volta fino al collo nell'ofuro, ogni tensione si dissolse come il vapore che saliva verso il soffitto. Reclinò la testa all'indietro e rimase in ascolto del silenzio.

Era da Gero che non si abbandonava a un bagno rilassante, senza timore di essere spiata o sorpresa. Non era più prigioniera, eppure lo era. Poteva girare liberamente per il monastero, ma non era libera. Per la prima volta si chiese se lo sarebbe stata davvero, se sarebbe mai riuscita a tornare a Kano, un giorno, per ammirare le famose lanterne di carta, il celebre Buddha laccato e la pesca con il cormorano. Quante cose non aveva potuto assaporare nella sua fuga precipitosa… Non avrebbe mai ammirato il matsuri del raccolto di Takayama, con le maschere leonine e i carri decorati, non avrebbe mai più messo piede in nessuno dei villaggi che aveva attraversato. Aveva desiderato tanto avere anche solo un assaggio del mondo esterno, invece era lei a essere stata morsa. Ed era fin troppo consapevole di quanto persino la quiete in quell'eremo fosse una mera illusione. Solo pochi giorni prima

(un'eternità)

aveva creduto di essere al sicuro: aveva controllato la ferita – ormai cicatrizzata – sul palmo della mano e si era abbandonata al tepore dell'acqua. Invece, dal nulla, era apparso lui. La delusione e la vergogna bruciavano ancora e anche se Ranma ora non era lì, nei bagni, la sensazione che potesse varcare la soglia della stanza da un momento all'altro aleggiava nella cappa soffocante di calore. Fece un sorriso amaro. Nel volgere di pochi giorni, il ronin aveva smesso di sorvegliarla e minacciarla, non ne aveva più bisogno, ormai: la teneva in pugno. Teneva in pugno tutti, a quanto sembrava.

Sollevò una mano dall'acqua e la scrutò a lungo, prima di avvicinarla alle labbra. Quel dannato odore era ancora lì.

– § –

"Nobile Uesugi, l'incendio è stato finalmente domato", annunciò Chojiro con un inchino.

Il suo signore continuò a fissare i resti carbonizzati del tenshu, che ardevano ancora qua e là con bagliori rossastri sempre più deboli. Il sole era lungi dal sorgere e la luna era velata dal fumo denso che si era levato dal castello, eppure la luce delle torce era sufficiente perché la devastazione apparisse in tutta la sua gravità: la torre era collassata neanche fosse fatta di carta e sebbene i servi lavorassero alacremente da ore per soffocare le fiamme e sgombrare le macerie, grida e lamenti non cessavano di squarciare il buio. Per tacere dell'odore nauseabondo della carne bruciata. Non osava immaginare cosa sarebbe accaduto quando i feudi vicini ne sarebbero venuti a conoscenza, di lì a poche ore.

"Morti? Feriti?", chiese il nobile Uesugi senza voltarsi.

"Il numero dei feriti è salito a sessantatre, mio signore, i morti a trentaquattro", rispose il ciambellano. "E non solo per mano del fuoco", aggiunse esitante.

Il daimyo serrò le dita che teneva unite dietro la schiena.

"È stato lui, non è vero? Quel sudicio ronin".

"Così pare, mio signore", confermò il ciambellano chinando la testa. "Alcuni sopravvissuti affermano di averlo scorto tra le fiamme. E abbiamo trovato teste staccate dai corpi e… altri pezzi sotto i soffitti crollati".

Il nobile padrone rimase immobile a tormentarsi le dita, in apparente contemplazione di un disastro senza precedenti. Alla fine lasciò andare solo un sospiro irritato.

"Ma di lui non c'è traccia, non è così? È svanito nel nulla".

"Insieme alla nobile Akane, sì".

"L'ha rapita? O lei l'ha seguito di sua volontà?".

Chojiro deglutì, non osando levare il volto su quello del suo signore.

"Due guardie sono sicure di aver visto il ronin saltare da una finestra portando fra le braccia un giovane con un tengai che ne celava il volto: temo fosse la nobile Akane travestita da komuso".

Il nobile Uesugi mantenne saldamente lo sguardo sui moncherini fumanti, indifferente al via vai di servi che spalavano detriti, portavano via secoli di tradizioni ridotti in cenere, prestavano soccorso a chi non avrebbe mai avuto dal karma un'altra possibilità.

"Qualcuno ha visto che direzione hanno preso?".

"Il ronin è saltato dalla finestra di fronte alla stanza che avevate assegnato alla nobile Akane e da lì al muro di cinta".

"Mmmmm… è possibile dunque che si siano diretti verso nord, al villaggio Hida?".

"Potrebbero, mio signore, ma di certo avranno cercato innanzitutto un riparo per la notte".

"Quindi non possono essere andati molto lontani. Tuttavia, dubito che abbiano chiesto ospitalità in un qualsiasi ryokan, sapendo che io ne sarei stato subito informato".

"Più che giusto, mio signore", s'inchinò il ciambellano.

"Manda ugualmente gli ashigaru a setacciare la città, voglio che vadano di porta in porta ma soprattutto che controllino magazzini, fienili, stalle, qualsiasi tugurio".

"Sì, mio signore".

"E manda i kage in ogni tempio e monastero dei dintorni".

"Sì, mio signore".

"Se scovano quei due, che uccidano lui e mi riportino lei, anche per i capelli, se serve. Questa volta la nobile Akane non riceverà alcun trattamento di riguardo".

"Sì, mio signore".

"E provvedi a una scorta adeguata per te".

"Perdonate?", chiese Chojiro sollevando un poco il busto.

"Qualcuno deve pagare per questo. E pagherà, a costo di chiedere vendetta ufficiale allo shogun. E la otterrei, perché io sono un fudai daimyo, a differenza del padre di quella specie di donna".

"Senza dubbio, mio signore".

"Bene, partirai all'alba per recapitare personalmente al nobile Tendo una missiva, quindi fai preparare cavalli, provviste e una scorta numerosa".

"Mio signore, le strade…".

"Ora sono sgombre dall'influsso malefico del demone dell'onsen: se davvero la scorta di quella sgualdrina ha purificato il monte Gozen dalla sua presenza, il pericolo di essere deviati e attirati lì non sussiste più".

"Sì, mio signore…", assentì il ciambellano affatto convinto.

"Tranquillizzati, Chojiro: sarai a Nagoya in capo a dieci giorni".

– § –

Quando Akane uscì per la seconda volta dalla stanza a lei riservata con indosso gli stessi indumenti con cui era arrivata la sera prima, un pallido sole filtrava attraverso la spessa carta delle ante che chiudevano il corridoio. Ne fece scorrere una e si affacciò su un piccolo giardino interno, in cui a mala pena la neve permetteva di distinguere i cespugli ai lati di una scala di rocce che sovrastava un laghetto ghiacciato, sul quale si specchiavano ossuti alberelli. Le fronde si protendevano sotto il peso della neve, formando un candido intrico di rami che sembrava tentare di raggiungere le falde del tetto che circondava la visione. D'estate doveva essere una veduta incantevole. Respirò di nuovo a fondo, assaporando il meraviglioso silenzio che sembrava aver cristallizzato il tempo stringendola a sé in un abbraccio confortante. Non le sarebbe dispiaciuto fermarsi in quel monastero buddista per un po', ma dubitava di potersi trattenere oltre le preghiere, di certo il nobile Uesugi stava già facendo perlustrare il paese.

Il suono del gong che annunciava l'inizio delle preghiere mattutine la indusse ad avviarsi verso l'hondo per partecipare alla recitazione dei sutra. Uscita dagli alloggi riservati agli ospiti, col sorgere del sole poté scorgere in lontananza la sanmon – che svettava come un tempio a due piani – e risalendo poco per volta con lo sguardo verso nord individuò, allineati uno dopo l'altro, la pagoda a cinque piani, il botsuden, lo hatto e quello che doveva essere il daiho-jo, perché ne vide uscire l'abate seguito da alcuni monaci. Avrebbe voluto passeggiare tra i giardini e scoprire la funzione degli altri edifici, ma raggiunta ed esortata dallo stesso monaco che l'aveva accolta all'ingresso dei bagni, seguì il fiume color arancio dei religiosi che si avviavano a mani giunte verso la sala principale del complesso.

Fece finta di non notare le occhiate sfuggenti di cui era oggetto da parte di alcuni monaci, né di come altri parlottavano nervosi fra di loro, e prese posto sul tatami in un angolo dell'immensa sala. Si mise quindi in contemplazione del soffitto, le cui travi si incastravano ad arte formando uno splendido motivo ornamentale che le ricordava gli sbuffi vaporosi delle nuvole, mentre sulla parete di fondo pannelli rifulgenti d'oro sovrastavano il bruciatore per le offerte di incenso e, nascosto alla vista, il tabernacolo. Appena la lettura dei sutra iniziò e il mokugyo venne colpito con cadenza regolare, si rese conto che Ranma non c'era, né si presentò nel corso delle preghiere. La mancanza era davvero grave, ma era certa che ci fosse una spiegazione.

"Ho dispensato io il venerabile youkaihanta dal partecipare alla recitazione dei sutra quando ha accettato di liberare il torrente che scorre più a valle dalla minaccia di una salamandra gigante", la informò l'abate mentre salivano a passo sostenuto il sentiero che costeggiava il cimitero: tra gli alberi Akane poteva intravedere numerose gorin-to, che svettavano talmente vicine le une alle altre da formare quasi un basso muro.

"Perdonate, avete detto… salamandra?", chiese stringendosi nel mantello di paglia. Il tempo si stava guastando, presto il cielo sarebbe scomparso dietro una spessa coltre di nubi pronta a seminare neve fresca.

"Sì, nobile Akane. Normalmente sono innocue: animali notturni che vivono nei torrenti freddi e pur cibandosi solo di rane e pesci, possono raggiungere una lunghezza pari all'altezza di un uomo. Ma questa, a detta di alcuni testimoni, la supera di gran lunga: deve aver raggiunto il secolo d'età e circa due mesi fa sono iniziate le sparizioni".

"Intendete dire…?".

"Sì, nobile Akane, sono scomparse delle persone, per lo più bambini e temiamo che sia stata la salamandra: sapete bene anche voi che quando un oggetto o un animale diventa vetusto, è assai probabile che si tramuti in uno spirito demoniaco. Per questo ho chiesto al venerabile youkaihanta di… porre rimedio", concluse l'anziano abate sotto un paio di sopracciglia così folte che nemmeno riusciva a vedergli gli occhi. Lui doveva vederci benissimo, invece, perché procedeva spedito nonostante l'età e la schiena ingobbita.

"Dunque stanotte Ranma è andato in cerca di questo animale…". Un modo perfetto per ricambiare il vitto e l'alloggio senza dover pagare, considerò Akane resistendo alla tentazione di scuotere la testa. "Mi chiedo come mai, tuttavia, non sia ancora tornato".

"La salamandra è un animale sfuggente, è difficile stanarla e col buio lo è ancora di più. Tuttavia, poco fa il monaco che stanotte ha accompagnato il venerabile Ranma al torrente è tornato informandoci che lo youkaihanta ha concluso positivamente la caccia. Ora non abbiamo più nulla da temere, quindi se volete raggiungerlo non dovete far altro che continuare a seguire questo sentiero, io devo tornare al tempio: mi è stato appena riferito che il nobile Uesugi, come temevamo, ha inviato i suoi ashigaru a cercarvi in tutta Takayama, presto saranno anche qui, vi invito quindi ad affrettarvi", concluse mentre un monaco del seguito le porgeva un contenitore avvolto in un panno bianco. Provviste per il viaggio, le spiegò.

"Vi prego di accettare anche questo", le disse un altro monaco mostrandole uno shakuhachi avviluppato in un pezzo di stoffa. "Il venerabile youkaihanta ci ha detto di procurarvelo".

Un flauto che non sapeva suonare, per un travestimento a cui ben pochi forse avrebbero creduto.

Akane prese entrambi con un lieve inchino e infilò il flauto in una manica, rendendosi conto solo in quel momento del pericolo che il monastero stava correndo.

"Un'ultima cosa, nobile Akane", disse l'abate. "Comprendo la vostra ansia nel voler raggiungere vostra sorella nel più breve tempo possibile…".

Akane cercò di non alterare nemmeno un lineamento, ma era certa di aver tradito ugualmente la propria sorpresa: Ranma doveva aver raccontato ai monaci la storiella che lei aveva rifilato a Uesugi.

"…ma vi prego di prestare molta attenzione allo youkaihanta che avete scelto quale guardia del corpo. Quel… ronin, vedete, è ben altro il modo in cui egli si… mantiene in vita".

Stavolta Akane guardò l'abate e i monaci – sul volto dei quali era adagiato un velo di preoccupazione – senza nemmeno provare a nascondere il proprio sconcerto.

"Vi devo pregare di essere più chiaro".

"Posso solo dirvi che cacciare i demoni non è il suo vero mestiere".

Improvvisamente la lingua le parve incollata al palato e non riusciva più a deglutire.

"È una… facciata?".

L'abate si schiarì la gola.

"Ci sono maschere così ben costruite, nobile Akane, che è meglio non tentare di sollevarle dal volto che celano, dietro potreste scorgervi orrori inimmaginabili. Vi raccomando dunque estrema cautela".

"Vi ha minacciati?".

I monaci che li seguivano si guardarono di sottecchi, lanciandosi occhiate apprensive.

"Oh no, nobile Akane, non ce n'è stato bisogno".

Cosa?!

"Andate, ora".

Akane porse all'abate l'inchino saikeirei come se si trovasse davanti a un daimyo, ringraziandolo per la squisita ospitalità e le sue premure, nonostante fosse apparso più che ansioso di liberarsi della loro scomoda presenza. Non poteva biasimarlo, rifletté mentre si allontanava affondando i sandali nel sentiero ora in discesa, ripido e tortuoso, che sembrava stretto nella morsa di alberi secolari che a stento lasciavano filtrare una luce sempre più smorta. Soprattutto perché Ranma li aveva spaventati tutti a morte e non riusciva a concepire come potesse esserci riuscito. Se non temevano lo youkaihanta, allora chi temevano? O cosa? Che stava nascondendo il ronin?

Si arrestò, con l'involto stretto al petto e la consapevolezza di essere sola in mezzo alla foresta.

Libera.

Fece un passo indietro e si guardò attorno.

Non sapeva quanto lontano fosse il fiumiciattolo, ma se voleva fuggire dall'uomo su cui iniziava a nutrire dei dubbi, quello era il momento per farlo.

Un altro passo indietro.

Fuggire dove? Non sapeva neanche dove fosse con esattezza, né poteva intuirlo dalla posizione del sole, perché il sole era oscurato dalle nubi.

Guardò il fagotto, che emanava un debole calore fra le braccia.

Che direzione prendere, senza correre il rischio di imbattersi in un'entità maligna? Più si addentrava nei boschi, più grande era la probabilità di incontrarne una.

(Il mostro la stritola fra i suoi tentacoli spezzandole tutte le ossa, le afferra la testa e gliela strappa via di netto)

Sospirò e riprese a camminare con maggior lena, finché non udì uno scrosciare d'acqua e sbucò in una piccola radura. Davanti a lei, su un ammasso di rocce che costeggiavano il torrente appena gorgogliante, un essere – non avrebbe saputo dire di che specie, ma con zampe simili a mani artigliate – giaceva riverso sul dorso, squartato per tutta la sua lunghezza, lasciando che sangue e fluidi colassero viscidi anche dal muso insozzando la neve. Dallo squarcio fuoriuscivano quelli che sembravano intestini e qualcosa di familiare che la distanza non le permetteva di distinguere. Si avvicinò un passo alla volta guardandosi intorno, ma a parte lo scorrere di una cascata in parte celata da una parete rocciosa, null'altro si udiva. Si fermò solo quando le narici vennero aggredite dal fetore rivoltante delle viscere misto a escrementi e… zenzero? Una sostanza lattiginosa colava dalle fauci insieme al sangue, ma non osò levare lo sguardo sull'addome aperto. Era quella la salamandra gigante uccisa da Ranma? E lui dov'era? Con una mano premuta su bocca e naso si approssimò ancora un poco, perché la roccia di fianco non era coperta di neve, bensì di indumenti. Tenendosi a debita distanza dalla creatura, cercò di capire meglio che abiti fossero e riconobbe un paio di pantaloni e un kimono da viaggio, fradici e stesi sulle pietre come per farli asciugare. Tra i massi, spuntavano una katana e una wakizashi.

Akane fece qualche passo indietro e si raddrizzò, di nuovo guardandosi attorno senza azzardare a posare ancora gli occhi sulla bestia, per volgersi infine verso la cascata, alta come due uomini: l'acqua scorreva solo al centro, tramutata ai lati in stalattiti di ghiaccio.

La mano le cascò dalla bocca aperta e il fagotto nella neve.

Non emerse poco per volta, ma in modo subitaneo e totale, sollevando le braccia per affondare le dita nei capelli mentre reclinava indietro la testa. Eppure, quel movimento che avrebbe dovuto essere rapido si svolse così lentamente davanti ai suoi occhi, che Akane poté osservare le stille d'acqua infrangersi sul viso, sulle labbra che si schiudevano, sui muscoli che si contraevano e il torace che si alzava, lavando via gli ultimi residui di sangue e non voleva sapere cos'altro, mentre Ranma accennava un sorriso a occhi chiusi e passava le mani sul petto e sulle spalle e le gocce scivolavano via in rivoli contorti su quello stesso torace, carezzando le curve degli addominali e quelle dei fianchi, fino a raccogliersi nell'ombelico e perdersi fra…

Serrò così tanto le palpebre, quando di colpo gli diede le spalle, che una fitta di dolore le attraversò gli occhi, ma non li riaprì, cercando invece di recuperare quel raziocinio che aveva perso in modo tanto repentino quanto ridicolo. Le labbra tremavano e se le morse, il respiro andava e veniva e lo trattenne, ma non servì a farle riacquistare l'equilibrio, non servì a niente: il pensiero era rimasto congelato a quelle maledette gocce d'acqua che cadevano dal mento per gettarsi nel vuoto e raggiungere le altre che correvano giù fino a…

Si conficcò le unghie nei palmi, la pelle del viso che ormai bruciava tanto da scacciare ogni residuo di freddo. Come aveva potuto lasciarsi impressionare in quel modo? Era ridicola, ridicola, ridicola!

L'aspetto esteriore è solo un'illusione, proprio come il mondo che ci circonda! Una maledetta illusione! Eppure ci sono cascata lo stesso! Tutto avvizzisce, Akane, tutto appassisce, prima o poi! È un'illusione, solo questo, un'illusione!

Le sue braccia

(I suoi muscoli si serrano come una tenaglia attorno a gambe e torace, mentre le dita affondano nella carne)

se le sente ancora addosso. Ne sente il peso, la solidità, la forza.

Anche Ryoga è prestante e mi ha stretta a sé, quando c'è stato il terremoto a Nagoya, eppure non mi ha fatto alcun effetto se non quello di respingerlo per il ribrezzo! Io detesto gli uomini! Soprattutto se mi hanno causato una delusione cocente! Allora che mi sta succedendo?!

Le braccia di Ryoga non erano quelle di Ranma.

(Sente i muscoli compatti del torace e delle spalle, sente le braccia chiudersi maggiormente su di lei, sente il calore del suo viso e quei dannati capelli scomposti che le finiscono in faccia perché è vicino, troppo vicino)

"Maledizione!", urlò pestando un piede per terra.

Illusione un accidenti, ho premuto le mani su quel torace, kamisama! Ben due volte!

(Sentì la mano che le aveva lambito il mento posarsi sulla sua vita e stringerla, accostando il proprio corpo al suo)

Spalancò gli occhi, ormai in affanno. Dinanzi a lei, la gigantesca salamandra eviscerata come una trota. Il tanfo nauseante la schiaffeggiò di nuovo, ma fu quando si accorse della mano che spuntava in mezzo agli intestini simili a tentacoli che rischiò di cadere in avanti per il violento sussulto che ebbe lo stomaco.

Si portò il dorso di una mano sotto al naso, fece un passo indietro e si voltò, andando a sbattere contro qualcosa ben più alto di lei.

Rimase per istanti troppo lunghi a contemplare gocce d'acqua che si incontravano e si separavano lungo il collo, le clavicole, i pettorali del ronin, che se ne stava completamente nudo e indifferente in mezzo alla neve ad appena un respiro da lei, investendola con un'ondata inconcepibile di calore. Il suo, di respiro, era rimasto a raffermarsi nei polmoni, ma stavolta non riuscì a chiudere gli occhi, né ad alzarli per incontrare quelli di Ranma. Non riuscì a muovere un muscolo fino a quando, provando una vergogna che disarmò ogni difesa, udì la sua voce.

Bassa e calda.

"Lo spettacolo era di tuo gradimento?".

Il pugno scattò da solo ma non raggiunse mai la sua faccia: Ranma lo imprigionò fra le dita e lo trattenne senza alcuno sforzo, finché con uno strattone Akane non lo divincolò. E, stupida, quasi si strozzò nel tentativo di deglutire il grumo di panico incastrato in gola.

"Se osi sfiorarmi, ti strapperò l'unica parte del corpo che dimostra che sei un uomo".

"Lo dici senza il coraggio di guardarmi in faccia, avvampando come un falò, e ci dovrei anche credere?".

Parò un secondo pugno con un sogghigno e glielo torse strappandole un gemito, quindi la lasciò andare con un gesto annoiato.

"Allora, Akane, non mi hai risposto: sei soddisfatta?".

"Se ti riferisci a quell'essere schifoso, lo hai aperto dalla testa alla coda solo per mostrarmi il suo contenuto?", chiese con la massima noncuranza di cui riuscì a far sfoggio, ma le uscì solo una voce incrinata dal tamburellare del cuore contro il petto.

"Il monaco che mi ha accompagnato voleva essere certo che avessi ammazzato la salamandra giusta", rispose sollevando un poco le braccia ai lati: doveva aver posato le mani sui fianchi.

"Che, immagino, avrà insudiciato i tuoi vestiti", riuscì a commentare lei senza far tremolare troppo la voce.

"Rimarranno macchiati, ma non importa".

Da qualche parte udì una cornacchia o forse un corvo, mentre lui continuava a starsene di fronte a lei come nulla fosse e lei a restare paralizzata seguendo ogni impercettibile movimento di Ranma, che con una calma esasperante si prese la treccia tra le mani e la strizzò, lasciando poi che si incollasse alla pelle mentre l'acqua caracollava lungo il torace. Era davvero, davvero interessante quella treccia.

"Ora siamo pari. Io ho visto te e tu hai visto me", scandì contro la sua fronte. "Dunque, hai intenzione di restartene qui impalata tutta la mattina?".

Non tremare, maledizione, non tremare!

Si permise di prendere un bel respiro e l'odore di cuoio e fiera la pugnalò a tradimento.

"Dipende da te", trovò il coraggio di ribattere con un crescente ronzio nelle orecchie. "Hai intenzione di rivestirti o vuoi continuare a mettere alla prova il mio autocontrollo? Hai già una lunga lista di affronti da scontare".

"Io posso restare così, non devo temere il freddo, né il tuo pudore offeso. Sei tu quella che teme ciò che la imbarazza. E questo può esserti fatale".

"Che vuoi dire?", chiese incredula sollevando finalmente le iridi nelle sue, la fronte corrucciata.

Il mio cuore brucia come il fuoco, ma i miei occhi sono freddi come ceneri morte, una massima zen perfetta per Ranma, che la fissava dall'alto della sua malcelata superiorità con piglio seccato.

"Hai affrontato demoni, fantasmi e briganti con una dissennatezza che raramente ho visto nella mia vita, eppure non riesci a guardare un uomo nudo. Immaginavo non ne avessi mai visto uno, essendo vissuta in un castello, ma che non riuscissi nemmeno a posarci gli occhi sopra e diventassi come gelatina konnyaku, beh… questo davvero non me l'aspettavo. E può essere pericoloso".

"Continuo a non…".

"Se ti blocchi e distogli lo sguardo quando un uomo nudo ti attacca, come pensi di uscirne indenne?".

"Ma ormai è inverno, chi andrebbe mai in giro…?".

"Più uomini di quanti tu possa immaginare. Ubriachi, mendicanti, chiunque scopra il tuo punto debole".

Akane stava per abbassare lo sguardo, sgradevolmente consapevole di quanto Ranma avesse ragione, ma ci ripensò avvampando fino alla nuca. Stava sudando, ormai, e non solo per il calore che lui sprigionava: l'imbarazzo aveva raggiunto vette tali che non era sicura di riuscire a rimanere salda sulle gambe ancora per molto. Ancora un po' e per la prima volta nella sua vita sarebbe fuggita davanti al nemico cercando il crepaccio più profondo da cui gettarsi per non morire di vergogna.

Invece fu il nemico ad arretrare.

Ranma fece qualche passo indietro, così che lei potesse ammirarlo dai bicipiti di pietra, mentre incrociava le braccia al petto, fino alla punta dei piedi sprofondati nel manto nevoso. Fu come se una lama le avesse reciso il respiro un attimo prima che riuscisse a chiudere gli occhi e chinasse il viso, mordendosi l'interno di una guancia. I palmi delle mani erano diventati insensibili da quanto vi aveva affondato le unghie e la faccia ormai ardeva più di una pira funebre.

Ranma lasciò andare un lungo sospiro.

"Non penso proprio di poterti insegnare alcunché, se basta così poco per sconvolgerti e farti perdere la concentrazione. Devi diventare insensibile, mocciosa, o non sopravvivrai".

Maledetto. Mille e mille volte. Maledetto, dannato, spregevole, odioso di un ronin, pensò mentre poco a poco sollevava titubante le ciglia. Ma Ranma ormai le dava la schiena: aveva raccolto gli abiti e se li era buttati su una spalla. Solo in quel momento, mentre lo guardava afferrare le due spade con una mano e i sandali con l'altra, Akane si avvide che là dove lui aveva camminato, la neve si era dissolta riportando la terra allo scoperto. Guardò le impronte allibita, guardò Ranma che si allontanava – facendo finta che non avesse un fondoschiena – e poi di nuovo le impronte.

"Aspetta!", gridò recuperando il fagotto e raggiungendolo, mantenendosi però a debita distanza.

Ranma si volse e Akane d'istinto girò la testa per mettersi a fissare con ostinazione quel poco di torrente che scorreva.

"L'abate mi ha dato delle provviste", disse allungandogli il contenitore.

"Bene, mangia qualcosa, allora, se non hai fatto colazione", rispose ricominciando a camminare.

"Non hai intenzione di rivestirti, vero?", sospirò lei soffermandosi su ogni avvallamento della sua schiena nuda.

"Te l'ho già detto: non ne ho bisogno", replicò asciutto Ranma compiendo un balzo che lo portò dall'altra parte del fiumiciattolo.

"Perché? Come fai a emanare tanto calore da sciogliere addirittura la neve?", gli urlò saltando sulle rocce che affioravano come isolotti in mezzo al ghiaccio.

"Perché non cammini più accanto a me?".

"Indossa almeno i kobakama!".

"Concentrati, piattola, concentrati…".

"Ahou!", imprecò Akane affiancandolo. "Dove stiamo andando?", chiese mentre scioglieva il nodo che teneva fermo il panno e apriva la scatola.

"Verso Shirakawa tagliando per i boschi. Passami un omusubi", le ordinò.

Akane prese una polpetta di riso e gliela porse senza smettere di contare gli alberi che sfilavano davanti a loro, quindi prese un omusubi anche per sé e lo addentò. Il sapore aspro dell'umeboshi l'aiutò a non pensare che stava camminando accanto a un uomo con gli attributi al vento che avrebbe strozzato, impiccato, impalato e crocefisso, in quest'ordine esatto, con le sue stesse mani.

"Allora? Come fai a non percepire il freddo?".

"Attraverso una tecnica di respirazione messa in atto durante la meditazione tummo".

Akane smise di masticare.

"In cosa consiste?", domandò, di colpo dimentica di dove si trovasse e con chi si trovasse, mentre finiva il riso e prendeva una yuba fissando il profilo di Ranma con nuovo interesse.

"Nel visualizzare una fonte di calore, una sfera di energia all'altezza dell'ombelico e irradiarla poco a poco, attraverso il respiro, in tutto il corpo, risvegliando i sette chakra. È una tecnica che i monaci buddisti devono apprendere per affrontare le rigide temperature dell'Himalaya".

"Hi-ma-la-ya? Cos'è?".

"Una catena montuosa molto elevata", disse Ranma porgendole le spade, che lei infilò distrattamente nella cintura dei pantaloni mentre lui afferrava qualcosa di bianco dalla spalla.

"Quindi è grazie al tummo che riesci a sprigionare tutto quel calore?", chiese Akane rosicchiando tofu secco. Ormai gli alberi nemmeno li vedeva più. "Ma se è sufficiente un po' di meditazione e una respirazione appropriata, come mai il maestro Happosai non mi ha mai…".

"Perché occorrono anni per arrivare a scaldare il corpo attraverso la respirazione senza bisogno di assumere la posizione del loto e starsene ore seduti a gambe incrociate a concentrarsi sull'aria che entra ed esce dai polmoni", la anticipò il ronin prendendo un altro indumento che pendeva tra schiena e torace. "Anni, per arrivare a emanare un calore tale da far evaporare la pioggia e sciogliere la neve. E ancora di più per resistere sotto una cascata ghiacciata. E senza alcuna necessità di meditare".

"È come accendere un fuoco dentro di sé, che arde ma senza bruciare…", rifletté Akane. "Il maestro pensava che non ce l'avrei fatta?".

Ranma indossò il kimono sopra i pantaloni che Akane non si era accorta avesse infilato, perché… concentrata sulle nuove informazioni, sorrise fra sé. Doveva aver fatto lo stesso con il perizoma, i tabi e i sandali senza che lei nemmeno ci facesse caso.

"Forse il vecchiaccio ha pensato che non ne avessi bisogno", considerò lui mentre le sfilava la katana di dosso e riprendeva il cammino, lasciandole inaspettatamente la wakizashi: doveva far parte anch'essa del suo travestimento. E di certo, se gliela lasciava tenere, voleva dire che non la temeva.

"Del resto, si fa pratica al freddo, all'aria aperta, meglio ancora in inverno, con la neve. Dammi un altro omusubi". Akane eseguì e prese per sé un'altra foglia di yuba. "Queste polpette sono più ghiacciate dell'acqua del fiume", si lamentò lui.

"La scatola mi è caduta quando mi sono trovata faccia a faccia con lo scempio che hai lasciato a marcire sulle rocce. Ancora non riesco a crederci che dentro quella creatura ci fosse un essere umano".

E per fortuna non aveva visto altro all'infuori della mano, né voleva sapere chi fosse, se un vecchio o un giovane, se uomo o donna. Ranma non commentò, continuando a masticare come se non l'avesse udita. Ciò che per lei era inverosimile, per lui era riso quotidiano e non valeva la pena sprecarci il fiato.

"Cos'era comunque quell'odore pungente che ho sentito in mezzo al fetore? Sembrava…".

"Zenzero? Non è per questo che si chiama ōsanshōuo?Se minacciata la salamandra secerne una sostanza simile al latte che odora di zenzero. Nel caso di una salamandra demoniaca, quella schifezza è corrosiva".

"Ma non ti ha colpito, non ho visto segni sul tuo corp…".

Si morse la lingua, ma fu troppo tardi: Ranma si era voltato a guardarla con un sorriso sornione.

"Complimenti per la vista acuta, hai guardato dappertutto?".

"No, baka di un baka, non ci tengo affatto!", si alterò sgranocchiando dell'altro tofu secco con furia. "Io… vi detesto tutti".

"Ah giusto, tu sei quella che non vuole sposarsi per non chiudersi fra quattro pareti a sfornare una decina di figli, non è così?".

"Rammenti bene, ronin. Io non mi sposerò mai, nessun uomo deciderà più per me o mi darà ordini".

"Intanto li stai prendendo da me, un sudicio ronin, perché non sai badare a te stessa".

"Meno male che ci sei tu, allora, a farmi da balia, mai pensato di fare la nutrice a tempo pieno?".

"No, vi detesto tutti".

Le prese l'ultimo omusubi dalla scatola e lo addentò.

"Quello è mio!", protestò Akane.

"No, ne hai già mangiati due".

"Tu ne hai mangiati due!".

"Ah sì?", chiese Ranma iniziando a sogghignare e ad allungare il passo.

"Dammelo!", gli intimò Akane cercando di afferrare il poco rimasto. "Dammelooo!". Ma Ranma saltellava qua e là come una cavalletta e lei poté solo sguainare la wakizashi e rincorrerlo affettando l'aria.

"Fermati, brutto idiota ingordo, fermatiiii!".

– § –

"Rincorri la pallina, P-chan, rincorri la pallina!".

Akari seguì con un misto di gioia e malinconia il ticchettare delle zampette del porcellino sul tatami, il suo grugnito felice e la sua codina riccioluta, chiedendosi ancora una volta se il suo adorato Katsunishiki stesse bene e provando a immaginare quanto fosse cresciuto. Era stata davvero grata a Ryoga-sama per averle regalato il delizioso maialino nero prima di partire, ma non poteva fare a meno di provare nostalgia per l'amato porcello pezzato che era stato il suo inseparabile compagno di giochi da che aveva memoria. Distrarsi con P-chan l'aiutava, se non altro, a tarpare per un po' le ali ai pensieri, che cercavano di fuggire verso il castello natio e il suo amato nonno. Sospirò, cercando di scacciare dalla mente la sua ultima lettera, ma senza successo: la sensazione che le stesse nascondendo una salute sempre più precaria si faceva ogni giorno più opprimente. Lei era l'unica erede del clan Unryu, cosa sarebbe accaduto alla morte dell'ultimo parente in vita? Senza meno l'avrebbero costretta a unirsi in matrimonio con un vassallo fedele agli Hibiki per controllare un feudo ormai perduto. Del resto, aveva ormai sedici anni.

P-chan spinse col muso la pallina che gli aveva lanciato fino a riportargliela, lei la prese e la lanciò di nuovo all'angolo opposto della stanza.

Era certa, purtroppo, che nessuno aveva creduto sul serio che Ryoga-sama avesse fatto di lei la sua concubina e anche se questo stratagemma aveva impedito al nobile Hibiki Souzen di costringerla a giacere con lui, non l'avrebbe salvata da un'unione forzata con un samurai della sua cerchia, dopo le nozze di Ryoga-sama con la nobile Tendo Akane.

Chinò il capo affranta, mentre il dolore si raccoglieva dietro le ciglia e minacciava di traboccare.

Ryoga-sama si sarebbe sposato presto. E la cosa peggiore era che non aveva fatto altro che decantare le lodi della sua futura sposa, nei pochi giorni in cui aveva finto di dormire con lui. Ryoga-sama era felice di sposarsi. Di sposarla. E lei aveva dovuto inghiottire il magone che aveva sentito crescere nel petto fin quasi a soffocarla e nascondere la disperazione dietro un sorriso di circostanza a cui non avrebbe creduto nemmeno un bambino. Ma Ryoga-sama non se ne era mai accorto, perché non aveva pensieri che per lei. Era buono, gentile e sensibile, non l'avrebbe mai fatta soffrire volutamente, il suo intelletto era solo offuscato dall'immagine di lei, sicché non riusciva a vedere oltre il suo naso. Il che era deprecabile per l'erede di un daimyo, ma Akari trovava che la sua ingenuità e spontaneità fossero qualità uniche che sperò non perdesse mai. Anche se a beneficiarne sarebbe stata un'altra donna.

P-chan la guardava col nasino all'insù e due occhioni che le sciolsero il cuore. Lo prese in braccio e lo strinse a sé, cercando di non versare più quelle lacrime che per giorni, dopo la partenza di Ryoga-sama, erano scese copiose a bagnare il futon: era andato a incontrare colei che sarebbe stata così fortunata da poter vivere per sempre al suo fianco, tracciando un solco ancora più profondo fra di loro.

"Nobile Akari, il nobile Ryoga è tornato", annunciò la sua cameriera personale dall'altra parte della fusuma chiusa. "Il nobile Souzen vi chiede di vestirvi in modo appropriato per accoglierlo degnamente".

P-chan le cadde dalle braccia, mentre a bocca aperta fissava incredula le ante dorate della porta.

È tornato… è tornato!

Solo con una fatica immensa riuscì a deglutire e a trovare in fondo alla gola le parole per rispondere, anche se traballanti per la felicità.

"Entra pure, Narumi".

La serva fece il suo ingresso e s'inchinò, porgendole un involucro di carta nel quale era racchiuso un kimono di fine broccato. La osservò, mentre l'aiutava a vestirsi sistemandole anche l'acconciatura e il trucco in tempo per l'arrivo di Ryoga-sama e si chiese ancora una volta cosa avrebbe fatto, in tutti quei mesi, senza il suo prezioso aiuto.

Quando le ante della fusuma furono distanziate di nuovo, Narumi si era appena dileguata con P-chan fra le braccia e Akari era già china in avanti, i palmi delle mani aderenti alla stuoia intrecciata, le punte delle dita che si toccavano, la fronte che quasi sfiorava il tatami. Nelle orecchie il pulsare del cuore, sulle labbra il respiro che non entrava e non usciva.

"Bentornato, Ryoga-sama!".

Era entrato, si era inginocchiato davanti a lei e lei non sapeva se sarebbe mai riuscita a guardarlo in viso senza scoppiare in un pianto dirotto.

"Akari, per favore, alzatevi, non c'è alcun bisogno che…".

Perché aveva avuto paura, tanta paura.

"…siate così formale, siamo soli, potete tranquillizzarvi".

Per lui, perché le strade non erano mai sicure, ma anche per se stessa. Perché non avrebbe saputo dire cosa avrebbe fatto, se lui non fosse ricomparso. Impazzire, forse, perché senza di lui…

"Perdonatemi, Ryoga-sama, è solo che…".

"Cosa? Cos'è accaduto in mia assenza?", le chiese con l'urgenza nella voce. Una mano si appoggiò sotto il suo mento e glielo sollevò. "Perché non mi guardate? È successo qualcosa? Mio padre ha forse…".

"Oh no, Ryoga-sama!", avvampò Akari alzandosi a sedere e stringendo i pugni sulle ginocchia. "Non dovete preoccuparvi, non è accaduto nulla!", lo rassicurò con un sorriso.

Ryoga-sama si rilassò e sorrise a sua volta, lasciando andare il sospiro che aveva trattenuto.

"Mi togliete un peso, Akari, ero molto preoccupato per voi, sapendovi sola".

Lei abbassò di nuovo lo sguardo, affatto certa di riuscire a celare abbastanza i suoi sentimenti da non insospettirlo. Non è accaduto nulla, avrebbe voluto dirgli, perché mi sono rinchiusa in questa stanza, subito dopo la vostra partenza. Perché appena siete partito, vostro padre non mi ha tolto gli occhi di dosso. Ho dovuto fingere di avere il "fiore rosso" e poi la febbre alta, per tenerlo lontano da qui.

"Come… com'è andato il vostro viaggio?", gli chiese guardando con ostinazione le proprie nocche.

"Bene! Ho finalmente rivisto Akane!", rispose con una gioia che la pugnalò al petto. "È ancora più bella di quanto ricordassi, ma è caduta ammalata e suo padre ha ritenuto opportuno allontanarmi per scongiurare un eventuale contagio".

"Oh… sono davvero dispiaciuta, speriamo non sia nulla di grave e guarisca presto".

"Sì, lo speriamo tutti, Akari, grazie".

Anche lui prese a osservare con grande interesse il tatami, il basso tavolino laccato, la lanterna in un angolo della stanza. Akari si morse il labbro, cercando disperatamente qualcosa da dire, finché non lo sentì schiarirsi la voce.

"Ora… ora devo prepararmi per l'incontro con mio padre".

"Certo! Certo, Ryoga-sama!", rispose lieta alzandosi in piedi insieme a lui. Di nuovo, rimasero immobili l'uno di fronte all'altra, mentre Akari trovava davvero interessanti i propri piedi.

"Io dovrei, ecco, togliermi questi indumenti da viaggio...".

"Oh!", arrossì lei distogliendo lo sguardo che aveva appena portato su di lui. "Vado… ahm… a ordinare alle cameriere di prepararvi il bagno!".

"Già chiesto, Akari, grazie…".

"A-allora do ordine che vi preparino gli abiti per…".

"Già… predisposto", rispose Ryoga-sama non meno imbarazzato di lei. "E ho anche richiesto del tè e qualcosa da mangiare per quando ritornerò dal bagno".

Si era preoccupato di raggiungerla appena aveva messo piede nel castello, ma i doveri lo chiamavano. Tuttavia, Akari non avrebbe potuto lasciare la stanza senza un suo ordine dettato da una scusa plausibile e poiché le scuse erano terminate, in quanto sua concubina era tenuta a servirlo al pari di una moglie. Quindi anche aiutarlo a svestirsi. Lei, che non riusciva nemmeno a guardare più in alto delle sue ginocchia.

"N-non sentitevi obbligata, posso fare da solo", le disse voltandosi, neanche le avesse letto nel pensiero. Avrebbe potuto dargli la schiena a sua volta per non dover vedere la sua, invece rimase a fissarlo inebetita mentre si sfilava con gesti frettolosi il kimono da viaggio.

"Aspettate, Ryoga-sama, vi aiuto!", disse afferrando la veste prima che cadesse a terra. Sempre meglio che starsene impietrita a far finta di essere sola in una stanza in cui il fruscio del tessuto che scivolava sulla sua pelle sembrava echeggiare lasciando galoppare l'immaginazione. Ma l'immaginazione galoppò ugualmente, perché si ritrovò con il kimono tra le mani e il viso a un soffio dalla sua schiena nuda. E i kami la perdonassero, perché indugiò anziché scostarsi e si riscosse solo quando si rese conto che Ryoga-sama aveva voltato appena il viso per guardarla.

Akari rifuggì le sue iridi come scottata e raccolse un indumento dietro l'altro, stando ben attenta a tenere sempre gli occhi fissi sul tatami.

"Grazie, Akari, io… vado", lo sentì pronunciare esitante mentre lei deglutiva al pavimento.

"Buon bagno, Ryoga-sama", gli augurò con un inchino un istante prima che lui uscisse dalla stanza.

Abbandonò le braccia lungo i fianchi e i vestiti caddero sulla stuoia di vimini.

Non poteva andare avanti così. L'imbarazzo che provava non si era attenuato nemmeno un po' durante l'assenza di Ryoga-sama, anzi, si era addirittura accentuato, non si stupiva che il nobile Hibiki avesse sospettato fin dall'inizio – come tutti, del resto – che fra loro non fosse mai accaduto nulla. Prima o poi li avrebbero scoperti.

Per fortuna Ryoga-sama fra poco si sposa, così finirà questa farsa assurda!

Solo che non avrebbe voluto fosse solo una farsa. Se non poteva essere sua moglie, se tanto sarebbe finita comunque nelle mani del padre o maritata a un suo vassallo o costretta al suicidio, allora…

Perché non diventare la sua concubina davvero? Meglio pochi giorni di felicità, che una vita a rimpiangere di non essere mai stata sua.

"Nobile Akari, ho portato gli abiti per il nobile Ryoga", annunciò Narumi dall'altra parte della fusuma.

Le diede il permesso di entrare, ma subito dopo aver deposto gli indumenti, con la scusa di sistemarle una ciocca di capelli sfuggita all'acconciatura, la serva si avvicinò e le sussurrò all'orecchio l'ultima cosa che avrebbe voluto sentire.

Il nobile Hibiki quella notte li avrebbe fatti spiare.

– § –

Kodachi percorreva senza fretta i sudici vicoli di Nagoya incrociando ogni sorta di miseria umana: bambini cenciosi pelle e ossa, prostitute corrose dalla stessa malattia, miserabili col ventre scavato – anche se ufficialmente i mendicanti non esistevano – spazzini, ubriachi annegati nel loro stesso piscio. Passava in mezzo al lerciume con l'altezzosa certezza che lei non sarebbe mai stata toccata da quella sorte sciagurata, conservando in eterno grazia e bellezza. E salute, ovviamente. Sorrideva, guardandosi intorno come se camminasse lungo la via più rinomata della città e non in una sordida e maleodorante viuzza. Perché non esisteva lezzo né abiezione che potessero intaccare le sue granitiche certezze. Ma non poteva dare nell'occhio dopo l'omicidio compiuto al Loto Profumato, soprattutto perché a rimetterci la pelle era stato un samurai del nobile Tendo, per quanto di basso rango. E ora che la descrizione dell'assassina si era diffusa per tutta la città saltando di bocca in bocca, doveva stare attenta a non mostrare in giro i propri occhi.

Svoltò in un angusto passaggio per sbucare in una via commerciale che a quell'ora del mattino – e con quel freddo – era semideserta. Ancora pochi passi e fece il suo ingresso nell'erboristeria che aveva adocchiato il giorno innanzi. L'aroma penetrante delle erbe aromatiche, dei fiori rari e delle spezie esotiche la portò quasi all'istante in luoghi così remoti che alcuni forse nemmeno esistevano più. Non mancavano nemmeno i tè, dal semplice gelsomino ai dischi di pu-erh essiccato, ma riusciva a distinguere anche la fragranza dolce del pi lo chun e quella delicata del mao feng.

"Buongiorno, onorevole cliente, come posso aiutarla?", chiese un omuncolo dai lunghi baffi e dall'accento familiare emergendo da dietro il bancone. Non avrebbe dovuto, eppure Kodachi si stupì ugualmente di trovarsi di fronte un vero erborista cinese con tanto di tunica che arrivava alle caviglie e capelli raccolti in una treccia smisurata. Del resto, solo a loro e agli agopunturisti, se ricordava bene, era concesso varcare i confini dello Yamato.

Kodachi gettò una rapida occhiata attorno a sé: la mole di cianfrusaglie in mezzo alla mercanzia più o meno valida era non meno impressionante dell'effluvio che l'aveva estasiata. Non sapeva se essere più divertita davanti alle "scaglie di drago" o alla "bile di oni", finché non adocchiò degli autentici "escrementi di kitsune".

"Dov'è la vera merce?", scandì con un sorriso compiaciuto, mentre incedeva verso l'omino col passo felpato del predatore pronto ad azzannare alla gola.

Il sorrisetto idiota del mercante morì. Doveva aver capito di non trovarsi di fronte la solita donnetta che richiedeva facili rimedi dagli effetti discutibili e, di conseguenza, che non gli conveniva far finta di non capire.

"Cosa state cercando di preciso, mia signora?".

"Alcune erbe, mio caro, con le quali creerai per me un incenso", spiegò arrivando a sovrastarlo e percorrendo con la punta dell'indice la guancia dell'erborista fino al mento. "E io ti pagherò bene, per questo e per il tuo silenzio", affermò sollevando quel tanto il viso perché lui potesse vedere sotto il cappello a cono. Il sorriso di Kodachi si ampliò, quando sentì il respiro mozzarsi nella gola dell'omuncolo.

"Ti piace il colore dei miei occhi?".

"È m-molto bello, m-mia signora…".

"È l'ultima cosa che vedrai mentre ti annoderò le viscere attorno al collo, se proverai a ingannarmi o a tradirmi".

"S-sono a v-vostra completa d-disposizione, m-m…".

"Bene, allora chiama qualcuno a sostituirti qui in bottega, abbiamo molto da fare, oggi".

"S-s-subito, m-mia signora…", disse chiamando un servitore a gran voce.

Kodachi si permise di esalare un sospiro soddisfatto. Aveva finalmente trovato il modo di avvicinare quel tubero ammuffito di Happosai senza rimetterci la pelle.

– § –

"Che fiume è questo?", gli chiese Akane osservando l'acqua che scorreva placida, trascinando con sé una distesa di lastre di ghiaccio che si staccavano dalle sponde.

Ranma si guardò intorno cercando di orientarsi, ma dall'altra parte del torrente la distesa infinta di alberi innevati ricominciava dove si era interrotta.

"Non ricordo, forse lo Shimokotori".

Anche se cercava di non darlo a vedere, la piattola era stanca e affamata: l'aveva sfiancata costringendola a camminare per ore, ma se non altro non sentiva freddo. Presto tuttavia l'avrebbe percepito di nuovo, se restavano ancora lì.

"Cerchiamo un guado?".

"Sì, ma non subito, prima devo svuotare le nespole".

Lei lo scrutò con un'espressione così sconcertata che sembrava stesse guardando due teste.

"Hai della frutta con te? In questa stagione?! Dove la tenevi nascosta? Potevi anche darmene una, sto morendo di fame!", si lamentò incrociando le braccia al petto.

Ranma fissò allibito le labbra imbronciate e un sopracciglio inarcato per alcuni istanti, prima di scoppiare in una risata che riecheggiò inusuale persino alle proprie orecchie.

"Vuoi… vuoi una nespola?", le chiese quasi strozzandosi. "Accomodati pure…".

E si ritrovò piegato in due a tenersi lo stomaco che doleva per gli spasmi.

"Cos'hai da ridere?!", gli domandò rifilandogli uno spintone con un piede che lo fece cadere di schiena sulla neve. "Cosa c'è di tanto divertente?".

Non riusciva nemmeno a prendere fiato, continuava a sghignazzare con le lacrime agli occhi e lei, contrariata oltre misura, lo prese a calci sui fianchi.

"Piantala, maledetto, e parla chiaro!".

Ranma le afferrò una caviglia e la spinse all'indietro facendola sbilanciare in avanti. Akane gli cadde addosso e finì faccia in giù nella neve, ma si rialzò lesta sulle ginocchia e sarebbe riuscita a strozzarlo, se non si fosse sollevato a sedere e le avesse ghermito i polsi.

"Devo svuotare la vescica!", le urlò mentre ancora sussultava per l'ilarità.

Lei smise di tentare di afferrargli la gola e lo esaminò perplessa.

"E cosa c'entrano le nespole?".

Ranma, recuperata la calma, si morse l'interno di una guancia.

"È solo un modo volgare di dire, noi uomini lo usiamo, a volte, quando vogliamo… come posso spiegarti… andare con una donna, ma io lo uso anche per dire che…".

"Aspetta… ma cosa intendi con 'nespole'?", chiese lei guardinga.

Ranma le lasciò andare i polsi, raccolse le ginocchia e vi poggiò gli avambracci con un sorrisetto sbieco, senza smettere di osservare quel viso sul quale il seme del dubbio germogliò rapidamente in una pianticella di sbalordita consapevolezza: la faccia crucciata di Akane si aprì in un'espressione paonazza così sgomenta che la mocciosa si mise a risucchiare l'aria e lui temette che arrivasse a soffocare. Invece esplose in una risata così fragorosa, che fu lui a restare inebetito a guardarla ricadere nella neve e rotolare su un fianco.

"Kamisama! E io… io ti ho pure chiesto… di darmene una!".

La sua risata irrefrenabile stava diventando contagiosa.

"Per mangiartela!".

Akane rise ancora più forte, al punto da rannicchiarsi in posizione fetale e scalciare le gambe.

"Magari se la condisci con un po' di salsa di soia non è così male…".

"Stupido!", gli disse tirandogli un pugno di neve, mentre le prime lacrime le solcavano il viso. Ranma lo scansò appena, troppo preso ad assecondare le risate convulse di Akane finché anche lui si abbandonò sulla neve e unì la sua risata a quella di lei.

"Mi fa male dappertutto, accidenti a te!", la sentì dire quando ritrovò un po' di fiato.

Ranma si sollevò sui gomiti e si rese conto che l'impiastro era ancora sdraiata, ma con il collo inarcato a guardarlo alla rovescia e il sorriso di un bambino a illuminare il viso.

E gli occhi che….

Distolse lo sguardo, mentre il suo, di sorriso, moriva.

"Beh, devo sempre svuotare la vescica, ora più che mai", annunciò alzandosi in piedi e scrollandosi la neve di dosso.

"Anch'io e in fretta, o rischio di farla qui", ammise Akane facendo altrettanto.

La guardò con una punta di compiacimento, mentre la piattola cercava di ridare forma al cappello che si era schiacciato.

"Mi allontano io, tu non muoverti di qui, intesi?".

"Agli ordini, balia", sospirò Akane mentre legava il tengai sotto al mento.

Ranma scosse la testa e si diresse dietro alcuni alberi, non troppo lontano. E mentre se ne stava lì a liberarsi, si rese conto che non stava fissando la corteccia, ma l'ambra che riluceva nelle sue iridi. Ambra liquida che allo stesso tempo ardeva. E non c'era nemmeno il sole.

(Ma non ti ha colpito, non ho visto segni sul tuo corp…)

Un ghigno affiorò sulla sua faccia. Scosse la testa e chiuse gli occhi con un sospiro, ma dietro le palpebre abbassate la nobile piaga rideva come solo una persona libera da ogni pregiudizio poteva fare, senza ritegno, in barba a ogni convenzione. Spontanea.

(Fermati, brutto idiota ingordo, fermati!)

Forse non si era nemmeno resa conto di quanto si fosse allontanata dal suo castello negli due ultimi giorni, nessuna distanza avrebbe potuto eguagliare quella che lei stava mettendo fra sé e le costrizioni mentali con cui era stata costretta a convivere.

(Cosa c'entrano le nespole?)

Anche a lui doleva l'addome e non gli dispiaceva affatto quella sensazione. Se si sforzava di ricordare l'ultima volta che aveva riso in modo tanto schietto da sobrio, doveva andare talmente indietro con la memoria da arrivare quasi all'infanzia. Doveva ammettere che era stato liberatorio.

(E io ti ho pure chiesto di darmene una!)

E per un istante, uno soltanto, si era buttato tutto alle spalle. L'immortalità, la mummia rinsecchita, l'adunanza. Lui aveva…

Spalancò gli occhi.

Lui…

Deglutì.

Non è possibile.

Perse aderenza con la realtà e vacillò, allungando una mano per cercare la solidità di un tronco che si sdoppiava davanti al suo naso.

Ma che mi sta...

"Ranmaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaa!".

I contorni tornarono nitidi, la foresta al suo posto e il terreno sotto i piedi.

Stava già correndo giù per il pendio, mentre malediceva quella sciagura su due gambe che non poteva lasciare da sola nemmeno un attimo.

Akane stava osservando i propri polsi tormentandosi un labbro, quando con la coda dell'occhio lo vide arrancare verso di lei: un mucchietto d'ossa barcollante, coi vestiti ridotti a brandelli e il sangue che incrostava il naso.

"Ma-mamma?".

Non doveva avere più di tre o quattro anni, lo sguardo vacuo e i capelli arruffati, mentre protendeva le piccole mani.

"Kamisama!", esalò Akane coi muscoli diventati di pietra. Il bimbo appariva in stato confusionale, oltre che annerito dalla testa ai piedi, doveva essere sopravvissuto a un incendio.

"Mamma?", chiamò ancora il bambino trascinando i piedi nudi e iniziando a piagnucolare.

"Piccolo, dèi del cielo, che ti è successo?", riuscì a chiedere piegandosi sulle ginocchia e protendendo le mani a sua volta. Ma il bimbo non rispose, continuando ad avanzare come alla cieca, eppure non sembrava…

"Mammaaaaaaa!", singhiozzò.

"Sono qui, piccolo!", disse Akane di slancio con le lacrime agli occhi: si precipitò ad accoglierlo fra le sue braccia e lo strinse a sé, carezzandogli i capelli ispidi mentre cercava di confortarlo. Kami, non pesava niente, da quanto non mangiava? E l'odore acre di fumo che emanava rischiò di farla tossire.

"Va tutto bene, piccolino, va tutto bene", gli sussurrò mentre il bambino si aggrappava alla sue spalle piangendo più forte. "Ora andiamo a cercare la tua mamma", gli promise cercando di guardalo in viso.

Ma i lineamenti che si trovò davanti non avevano più nulla di umano.

Cacciò un urlo nell'esatto momento in cui il bambino mostrò un sorriso di zanne che tagliavano il volto a metà e affondò gli artigli nell'okuwara arrivando al kimono. Akane si sbilanciò all'indietro mentre ghermiva il collo del bambino con una mano per impedirgli di azzannarla alla gola e con l'altra tentava di respingerlo. Finì con l'affondare di schiena nella neve e con quanto fiato riuscì a racimolare urlò il nome del ronin, ma gli artigli stavano lacerando la pelle e ormai avvertiva il fiato maleodorante dell'essere, Ranma non avrebbe mai fatto in tempo a…

Uno schizzo di liquido caldo le inondò la faccia facendole cacciare un altro urlo, finché non si rese conto che l'essere non stava più tentando di raggiungere la sua carne. Tremante, osò tentare di guardarlo, ma non riuscì ad articolare un suono: la punta di una lama fuoriusciva dalla bocca spalancata del bambino insieme a una lingua biforcuta e a fiotti di sangue nerastro. Akane boccheggiò in cerca del raziocinio che stava per abbandonarla, quando l'essere le venne strappato di dosso, infilzato su una katana. E nonostante la spada gli fosse penetrata dalla nuca per fuoriuscire dal lato opposto, il mostro si dimenava e scalciava.

Era ancora vivo e lei avrebbe voluto gridare, vomitare e scappare. Invece le gambe erano più molli del riso e rimase a fissare il ronin squadrare il bambino per alcuni attimi, prima di conficcare la lama nella neve, premergli un piede sulla testa facendola scivolare lungo l'acciaio e schiacciarla contro il terreno. Akane non avrebbe dimenticato il suono di poltiglia e ossa che si spezzavano per il resto della sua vita.

Si voltò dall'altra parte e rigettò saliva e orrore, come se potesse davvero scacciare dalla propria mente il viso del bimbo in lacrime che all'improvviso si tramutava in un demone famelico.

Ranma l'afferrò per le spalle e le chiese qualcosa, ma lei respirava con tale affanno e aveva tanti di quei mosconi nelle orecchie, che non aveva capito una parola e allora la scosse con vigore.

"Mi hai sentito? Ti ha morso?".

Akane sbatté più volte le ciglia e i lineamenti di Ranma si sovrapposero a quelli del bambino.

"No! No… mi ha… aveva gli artigli e…".

"Va bene, chiudi gli occhi e respira… brava, così…", le disse lasciandola andare. Per un po' Akane udì solo il suono dell'aria che entrava e usciva dai propri polmoni e quello, lontano, di tessuto che veniva strappato.

"Tieni, pulisciti la faccia", le disse Ranma porgendole una striscia bianca inzuppata di neve e Akane riconobbe un brandello del panno che aveva avvolto il bento offerto loro dall'abate.

"Fammi vedere il collo".

"Ti ho detto che non…", provò a protestare.

"Fammelo vedere lo stesso", le ordinò slacciandole il nodo del cappello e afferrandole il mento per esaminarle un lato e l'altro della gola.

"Mi ha ferito le spalle…", lo informò come stordita.

Ranma sospirò e le sciolse anche il nodo del mantello.

"Finché non vieni morsa non c'è pericolo di contagio, quello non era uno spirito maligno, ma un demone. Comunque mostrami ugualmente dove ti ha ferita".

"Non è niente…", mormorò mentre rivedeva il bambino che chiamava la sua mamma e il mostro che diventava subito dopo.

Ranma si alzò in piedi per inginocchiarsi alle sue spalle, le scansò i capelli, afferrò il bordo del kimono dietro il collo e lo calò con forza lasciandole scoperta la schiena. Akane si ridestò dal suo torpore come se fosse stata gettata in una tinozza d'acqua gelida.

"Ma cosa stai facendo?!", sbraitò cercando di voltarsi.

"Sta' ferma! Non sono tagli profondi, ma stanno sanguinando, meglio cauterizzare".

"Cosa vuoi fare?!".

Ranma poggiò i polpastrelli arroventati sui segni lasciati dagli artigli anche se Akane tentò di sottrarsi e poi di resistere al dolore reprimendo le grida. Le rimise a posto il kimono e il mantello sulle spalle, ma la piattola non accennò a muoversi, raccolse invece le ginocchia al petto e iniziò a sussultare: stava tentando di trattenere le lacrime. Stupida. Si alzò e posò un ginocchio a terra di fronte a lei.

"Bene, hai appena preso coscienza del tuo secondo punto debole: l'ingenuità".

Akane sollevò il viso e un paio d'occhi avviliti lo scrutò con un miscuglio di sdegno e delusione.

"Sei troppo propensa a fidarti del prossimo e a lanciarti in aiuto di chiunque. Di questo passo durerai molto poco e non soltanto fra le montagne".

"Volevo… volevo solo aiutarlo, era un bambino…".

"No, era un demone e tu sei cascata nella classica trappola del moccioso piagnucolante".

"E se fosse stato umano, invece?!", si alterò.

"E se fosse stato un eta? Avresti accolto lo stesso della feccia fra le tue braccia?".

"Sì!", ruggì lei. "Lo avrei aiutato ugualmente!".

"Non mentire!".

"Non mento affatto! Era un bambino, cosa vuoi che me ne importi della sua condizione sociale! Era un bambino in difficoltà, impaurito, sanguinante, disperato, solo questo contava! Mi dispiace di non essere fredda e… e… e… insensibile come te e… e… spero di non diventarlo mai!".

Gli argini si erano finalmente rotti e le lacrime fluivano libere sul viso. Akane puntò i gomiti sulle ginocchia sostenendo la fronte con i palmi delle mani. Non smetteva di ripetere fra i singhiozzi che era solo un bambino, che solo quello per lei importava e che non avrebbe mai smesso di cercare di aiutare chi era in difficoltà. Non sapeva dire se fosse più incosciente, folle… o ciò che lui non era più.

"Tanto tempo fa sono corso in aiuto di un neonato".

Akane smise di gemere e restò in ascolto.

"Piangeva disperato fra le macerie di una casa e mi lanciai senza pensarci. Quello tirò fuori una lingua così lunga da circondarmi la gola. Una lingua irta di aculei, non potevo neanche afferrarla per fargli allentare la presa e dovetti lasciare che mi strozzasse il tempo sufficiente per estrarre la spada e tagliarla. Sarebbe riuscito a strapparmi la testa dal collo, se non fossi stato abbastanza rapido. Dunque, vuoi sopravvivere o continuare a fidarti di chi capita, solo perché frigna più di te?".

Nonostante gli occhi gonfi e rossi, sconforto e disperazione trapelarono lo stesso.

"Mi stai chiedendo di rinunciare alla mia umanità? E quale sarebbe allora la differenza con un demone?".

"Non ti sto chiedendo nulla, voglio solo che tu prenda coscienza del fatto di essere impreparata e ciononostante avventata in un mondo in cui non puoi fidarti di nessuno, dall'infante al vecchio zoppo, a volte nemmeno dell'aria che respiri, specie qui, nel bel mezzo del niente, dove spiriti e demoni pullulano più che altrove. Questo non significa che non devi più prestare soccorso, ma spero che la prossima volta ci andrai cauta e non correrai alla cieca se qualcuno ti sembrerà in pericolo, soprattutto se compare dal nulla e ha un aspetto fin troppo innocuo. O innocente".

Akane abbassò il viso, mortificata.

"Mi sono lasciata commuovere, l'ho visto malridotto, sembrava ferito e chiamava la madre…".

"È proprio sulla pietà umana che contano i demoni come quello". Le prese il mento con due dita e lo sollevò. "Per questo non smetterò mai di ripeterti: non fidarti di nessuno. E non avere pietà".

Akane lo stava studiando con la medesima intensità con cui meditava un attacco, anche se stava semplicemente soppesando le sue parole: non aveva ribattuto, quindi aveva compreso quanto lui avesse ragione, anche se al tempo stesso friggeva dal desiderio di smentirlo. Almeno la fiamma della determinazione bruciava ancora nei pezzi d'ambra delle sue iridi senza accennare ad affievolirsi.

"Quindi c'è stato un tempo in cui anche tu eri altruista e imprudente".

Si accorse che stava sfiorando i lineamenti del suo viso, bagnandosi la punta delle dita con le lacrime. Ritrasse la mano e distolse lo sguardo.

"Hai detto bene: ero", ribatté alzandosi in piedi. "Da dove è arrivato il demone?", chiese pur distinguendo senza difficoltà le impronte che l'essere aveva lasciato.

Anche Akane si alzò, chiudendo il mantello e sistemando ancora una volta il cappello alla meglio. Gliene avrebbe preso un altro una volta arrivati a Shirakawa-go.

"Da quella parte, costeggiando il fiume", gli indicò. "Che intenzioni hai?".

"Avevi ragione: era solo un bambino", le rivelò dirigendosi verso la riva.

Udì un verso strozzato alle sue spalle, un "cosa?" esalato di riflesso, forse, ma non si voltò.

"Un bambino che un'entità demoniaca vera ha infettato, quindi ce ne saranno sicuramente altri".

"Ma è abominevole! Credevo fosse un tanuki o un kitsune che aveva assunto fattezze umane, invece…".

"È molto peggio. Ma se ammazziamo il demone che lo ha trasformato, evitiamo che rapisca altri bambini riempiendoli di zanne".

"Ammazziamo?".

"Ti va di andare a caccia?", la tentò con un sorrisetto complice. "La testa mozzata di un oni è il miglior lasciapassare che potremmo esibire da queste parti".

Akane sorrise incredula, con le labbra e con gli occhi. Le fiamme erano diventate un rogo.

"Fammi strada".

– § –

Quando lo shoya li raggiunse in mezzo alla via tra due ali di folla, a notte avanzata e col freddo che penetrava anche fin dentro lo sfintere, stentò a credere ai propri occhi.

Alla luce delle torce che qualcuno aveva acceso, l'uomo – a torso nudo, ma con una katana bene in vista – teneva con una mano un sacco inzuppato di sangue. Quello che invece sembrava solo un ragazzo aveva il volto coperto da un tengai malconcio, ma teneva anch'esso un sacco, benché più piccolo. Da entrambi colava una stilla vischiosa e scura: la scia che si erano lasciati alle spalle si perdeva nelle tenebre.

"Sono Akihiro, il capo villaggio", si presentò senza sapere se essere più terrorizzato da ciò che i sacchi potevano contenere o da chi li portava, del tutto indifferente al gelo. "Mi hanno detto che voi… è vero?".

Il komuso lanciò il sacco lasciando che rotolasse sulla neve fino ad aprirsi ai suoi piedi.

Lo shoya indietreggiò inorridito e così tutti coloro che erano accorsi a guardare, mentre alcune donne lanciarono gridolini. Due pupille annegate nel sangue lo fissavano da una testa che avrebbe potuto definire femminile, se non fosse stato per la bocca enorme che andava da un orecchio all'altro coronata di denti aguzzi e la lingua biforcuta che ricadeva fuori. E kami se appestava l'aria!

"È vero, allora… avete ucciso una kuchisake-onna!".

"Una cosa del genere…", disse l'uomo lanciando a sua volta il fagotto che teneva, ma la reazione della gente stavolta fu ben diversa: alla vista delle teste mozzate di quattro bambini con le bocche piene di zanne, si levarono grida agghiacciate cui si aggiunsero quelle disperate di un paio di madri, che si gettarono ginocchia nella neve a recuperare ciò che restava dei loro figli.

"Dunque ora possiamo guadare lo Shimokotori senza timore?", chiese agli stranieri.

"L'area è del tutto sicura, adesso", confermò l'uomo. E ciò significava che avevano camminato per ore all'aria diaccia trascinandosi dietro quelle teste. Nessuno, denudandosi a quel modo, poteva resistere a un freddo così intenso senza essere un mostro esso stesso. Akihiro fu scosso dai brividi e cercò di coprirsi più che poté con il mantello di paglia, indeciso sul da farsi.

"Grazie per averci liberato da questo grande…".

"Qual è la vostra migliore locanda? Vogliamo un bagno caldo e mettere addosso qualcosa", ironizzò l'uomo.

Lo shoya si diede dell'idiota.

"Oh, certo, certo!", disse Akihiro scavalcando la testa dell'oni. "Potete alloggiare alla 'Camelia Screziata', prego, da questa parte, è proprio a due passi! Jurobei?".

"Hai, onorevole shoya!", rispose il braccio destro avvicinandosi lesto e inchinandosi.

"Corri ad avvisare Hitomaro", gli sussurrò. "E poi anche Eisuke e manda qualcuno a chiamare il venerabile Kazu perché purifichi i resti di quei demoni, così gli eta possono rimuoverli, sbrigati!".

"Hai!", assentì il giovane con un nuovo inchino prima di correre via.

"Chi sono Hitomaro ed Eisuke?".

Lo shoya trasalì: il ronin l'aveva udito?

"Oh, Hitomaro è il proprietario del miglior ryokan di Shirakawa", li informò. "Sarà onorato di ospitarvi! Vi farà preparare subito un bagno e abiti nuovi, soprattutto per voi, nobile samurai, che avete dovuto sacrificare il vostro kimono per portarci quelle teste. E quando desidererete rifocillarvi, vi condurrò da Eisuke, che possiede la migliore taverna della città", specificò Akihiro voltandosi di tanto intanto indietro.

"Vogliamo anche delle provviste per quando ripartiremo", berciò il ronin.

"Naturalmente, tutto ciò che vi occorre! Spero vi tratterrete almeno fino a domani per raccontare al goshi la vostra impresa, vorrà esserne informato sin nei minimi dettagli per riferire al nostro daimyo".

"Forse", tagliò corto quello.

Akihiro trasalì, mentre l'ansia iniziava a mordergli le chiappe.

Forse?! Nessun forse! Domani farete rapporto, ne va della mia testa!

"Ecco, siamo arrivati", annunciò davanti alla soglia della locanda. La porta venne aperta e all'interno ben due cameriere li accolsero con un inchino.

Akihiro si fece da parte inchinandosi a sua volta per lasciarli entrare e appellandosi alle divinità affinché tutto fosse di loro gradimento: i ronin non erano famosi per le buone maniere e la pazienza e questo era addirittura un autentico youkaihanta! Una vera benedizione, per il villaggio, che poteva tuttavia ritorcersi contro come una maledizione, doveva vigilare affinché ogni cosa fosse perfetta, ogni loro desiderio esaudito, ogni loro richiesta soddisfatta e che nessuno si azzardasse a contrariarli: un cacciatore di demoni scontento poteva rivelarsi peggiore del male che aveva estirpato.

Quando varcarono l'ingresso della taverna, i pochi avventori ancora presenti ammutolirono. Dietro le grate del nuovo cappello, Akane li vide dapprima sbiancare, quindi balzare in piedi e con rapidi inchini dileguarsi uno dopo l'altro lasciandoli soli.

L'oste venne loro incontro inchinandosi senza smettere più di ringraziarli per il grande onore. Li fece accomodare al tavolo più pulito che avesse e si dileguò in cucina. Ranma prese posto senza dire una parola. Non le era sfuggito come per tutto il tempo si era limitato a incedere come se fosse il daimyo locale e a risparmiare il fiato, aspettandosi di essere servito senza dover aprire bocca.

Akane si accomodò di fronte a lui mentre una cameriera dalla scollatura generosa e le labbra truccate si affrettava verso di loro con un vassoio tra le mani. Posò con lentezza inverosimile sul tavolo una bottiglietta fumante e due bicchierini senza smettere di squadrare Ranma dai pettorali che si scorgevano attraverso il kimono fino alle gambe e ritorno, ignorando completamente lei. Almeno finché Akane non sfilò il flauto dalla manica e lo sbatté sul tavolo: la serva trasalì risucchiando l'aria e scappò via.

"L'hai spaventata", osservò Ranma con un ghigno. "E senza toglierti il cappello…".

Rimase un attimo interdetta, prima di afferrare il significato delle sue parole.

"Ci tieni proprio a essere torturato a lungo, prima di farti sbudellare, vero?".

"Tieni sempre il tengai in testa, comunque, tutti devono credere che sei un komuso, te lo sei scordato? Anche se qui ti sentirai chiamare boronji".

"Che significa?".

"Nulla, è solo l'equivalente spregiativo, non farci caso. Comunque meglio quello della tua faccia".

Mise mano all'elsa della wakizashi e quasi sputò le parole.

"Ne ho abbastanza, ronin, bada a te!".

"Siamo ancora nel feudo di Uesugi", la informò versando il sakè caldo per sé e per lei. "Chi credi sia il daimyo che il goshi informerà della nostra presenza qui? Anche se, quando ciò avverrà, noi saremo lontani: dopodomani ripartiamo. Ma fino ad allora, tieni il viso coperto".

Akane lasciò andare l'impugnatura e si rilassò sulla panca, prese il bicchierino di fronte a lei e lo portò davanti alle labbra.

"Kanpai!", brindò mandando giù il liquido in un sorso solo. Tossì subito dopo fino a farsi venire le lacrime agli occhi per il bruciore, ma se ne versò ancora e di nuovo lo scolò.

"Hai intenzione di ubriacarti?".

"Servirebbe a dimenticare quello che ho fatto?".

"No", rispose Ramna osservando il suo sakè.

Akane rimase col terzo bicchierino in mano e dopo un attimo di esitazione bevve comunque il contenuto.

"Pentita?".

Il demone si trascina sulla neve immacolata con quello che resta degli arti. Ranma glieli ha tranciati via – senza fretta, senza foga – uno dopo l'altro, mentre la neve fiocca leggera, impalpabile. Indifferente. Il silenzio lì sarebbe meraviglioso, se non fosse per i latrati e i gorgoglii che emette quell'immonda creatura: le resta ancora la lingua, che all'improvviso allunga a dismisura per cercare un appiglio. Un albero. Un ramo. Qualunque cosa. Ranma la segue con calma, sembra stia passeggiando godendosi una vista meravigliosa. E in un certo senso è così. E lo stesso – i kami la perdonino – vale per lei.

"No".

"Non si direbbe guardandoti ora".

"Ti ho detto di no! Non sono pentita, è solo che…". Posò il minuscolo bicchiere fissando il fondo della ceramica.

"Ne sei rimasta scossa. Così tanto che non hai quasi proferito parola per tutta la sfacchinata fino a qui".

Il ronin non aveva ancora toccato il suo sakè e lei non riusciva a guardarlo nemmeno attraverso le fessure del cappello.

"È così".

Ranma taglia di netto anche quella lingua schifosa, che vola via tracciando nell'aria un ventaglio di sangue nero. Ora il demone non dovrebbe essere più in grado di muoversi, eppure continua a dimenare il tronco e a strillare come un condannato bollito vivo. È uno spettacolo ripugnante ma non riesce a distogliere lo sguardo. Se lo merita, pensa mentre si avvicina a un cenno del ronin. Se lo merita.

"Ora è inoffensiva, puoi finirla tu, se vuoi, credo che tu ne abbia bisogno. Io vado a stanare i marmocchi".

Akane supera le braccia con gli artigli più lunghi che abbia mai visto, supera le gambe che sembrano zampe ferine e intanto sfodera la wakizashi. Il demone si agita sempre più, le sue grida animalesche sono come chiodi arrugginiti conficcati nelle pieghe del cervello, ma lei… è vero, ne ha bisogno. Ha bisogno di vendicare quel povero bambino innocente e tutti gli altri a cui quel mostro ha negato il futuro.

"Ecco a voi, nobili samurai!", annunciò con un sorriso tirato la cameriera di prima posando due scodelle di umeboshi ochazuke sul tavolo. Ancora prugne. "Fra poco vi porterò delle pietanze speciali che il cuoco sta preparando apposta per voi!". Era un'impressione o quella gallina aveva accostato i lembi del suo kimono? Ranma non la guardava neanche. Non guardava nemmeno il cibo, stranamente, i suoi occhi erano fissi nei propri e Akane iniziò a sentirsi a disagio. Prese le bacchette e le affondò nel riso annegato nel tè.

"Mangia piano o ti andrà tutto di traverso".

"Ho fame".

"Ho fame anch'io, ma uso la cena per mettere a tacere il mio stomaco, non i sensi di colpa".

"Che vorresti dire?".

"Hai fatto quello che dovevi. Smettila di tormentarti".

Il demone tenta di sputarle addosso, ma Akane si scansa in tempo per vedere la saliva prendere fuoco a contatto con la neve. Un tentativo disperato. L'ultimo. Akane fende l'aria con la spada e le taglia il collo.

(Mamma?)

La solleva di nuovo e di nuovo l'affonda.

(Sono qui, piccolo!)

E ancora.

(Va tutto bene)

E ancora. Anche quando la testa rotola via qualche passo più in là, il collo ridotto a un ammasso informe di vertebre, carne e tendini, il sangue denso e scuro che si espande attorno al tronco come un fiume che ha straripato. Perché non deve accadere mai più.

"È morta, Akane".

Lei si ridesta col fiato corto e sbatte le ciglia ripiombando nel bosco. Ranma la osserva da sotto in su, la fronte increspata, tenendo per i capelli le teste mozzate dei bambini tramutati in esseri nauseanti. E lì, tra i radi fiocchi di neve che cadono, comprende che non ha soltanto ucciso per la prima volta nella sua vita, lei

Una lacrima scende giù fino al mento. Niente singhiozzi, niente gemiti.

Ha gioito nel farlo.

"Kamisama, io…".

E non sarà più la stessa.

Il tavolo venne riempito con ciotole e piatti con ogni prelibatezza possibile a quell'ora tarda: tofu fritto con verdure, zuppa di miso, calamari essiccati, pesce arrosto con salsa di soia e un oyakodon a testa. Akane seguì ogni movimento della cameriera – senza più labbra rosse, né sorriso finto – finché non si tolse dai piedi.

"Certo che non sarai più la stessa, non devi esserlo, altrimenti a cosa ti è servito fuggire?", le chiese Ranma masticando un calamaro.

Akane rimase con le bacchette a mezz'aria fra lei e la ciotola di riso col pollo.

"Per questo hai lasciato uccidere il demone a me, volevi vedere come avrei reagito…".

"Esattamente", confessò lui. "E ti sei comportata più o meno come mi aspettavo, ma senza piagnistei".

"Mi hai messa alla prova… perché?".

Non era furibonda, non ancora, almeno: dopo gli avrebbe demolito con calma la faccia, prima doveva sapere cosa passasse per la testaccia bacata di Ranma.

"Non si esce indenni da un viaggio del genere. Puoi solo soccombere o fortificarti. E io non ho intenzione di farti da balia a lungo, devi imparare a camminare in fretta sulle tue gambe. Devi crescere, Akane".

Avrebbe voluto conficcargli le bacchette negli occhi, perché aveva ragione. Proseguendo avrebbe visto sul suo cammino orrori sempre peggiori, doveva essere preparata ad affrontarli. Ma un conto era uccidere un demone, un altro…

"E se non l'avessi uccisa? Se l'avessi lasciata lì a morire lentamente?".

Ranma si tolse una spina di pesce dalla bocca.

"Era una possibilità, ma ero sicuro non l'avresti fatto, perché avevi bisogno di… come dire… impedire a quell'abominio di continuare a infettare innocenti creature anche se ridotta all'impotenza, non è così? Non immaginavo che avessi tanta rabbia in corpo… Comunque, l'importante è che tu non abbia avuto esitazione".

"Era un demone, dopotutto, non un uomo o una donna. Ma ho provato esultanza, capisci? Avrei dovuto rimanere distaccata e invece…".

"Distaccata? Tu non riusciresti a restare impassibile nemmeno se dovessi tagliare il collo a una gallina, anzi, ora come ora sono certo ti rifiuteresti. Il distacco si acquisisce dopo talmente tante di quelle uccisioni che conficcare una katana in un corpo o in un albero non fa per te più alcuna differenza. Tieniti stretta questa tua umanità, Akane, è l'unica cosa che non sfiorisce mai".

"Che stai cercando di dirmi?".

"Il vero problema non è che tu hai ucciso, ma non sopportare di averne tratto soddisfazione anche se la vittima è un demone. E temi che accada di nuovo, magari con un essere umano, e di non poterci convivere".

"Proprio per questo voglio evitare di uccidere gli esseri umani, io…".

"Ci sei riuscita ben due volte, è più di quanto potessi aspettarmi, ma d'ora in avanti evita di farti tanti scrupoli o potresti pentirtene. È facile stabilire cosa sia giusto o sbagliato quando sei arroccata in una torre, al sicuro. Ma nel mondo reale il più delle volte non puoi permetterti il lusso di fermarti a riflettere se sia giusto o sbagliato togliere la vita. So cosa ti ha insegnato Happosai, perché è ciò che ha provato a insegnare a me: mutila, lesiona, ma non uccidere, così tu non macchierai il tuo karma e chi meritava di morire sconterà un karma peggiore. Bene, imparerai che non è sempre così e che rovinerai davvero il tuo karma solo se ti arrenderai o ti farai sopraffare da inutili sensi di colpa. O lascerai che il fuoco che arde nei tuoi occhi si spenga".

Il fuoco nei miei occhi?

"Uccidere un demone è il primo passo per sopravvivere, da qui in poi sarà più facile per te capire cosa sia più opportuno fare. E bada bene, ho detto 'opportuno', non 'giusto', perché non devi più farti influenzare da ciò ti hanno spinto a credere dentro quelle quattro mura dove sei cresciuta, altrimenti il prossimo combattimento ti sarà fatale".

"Ma se posso evitarlo…".

"Se puoi evitarlo tanto meglio, non devi diventare come quei samurai che tagliano le persone in due solo perché gli hanno sfiorato la manica del kimono, ma se ti vedi costretta per una buona causa non esitare. Soprattutto, quando accadrà – perché accadrà – buttati alle spalle ogni remora: hai fatto solo ciò che dovevi per sopravvivere. O per permettere a un innocente di vivere".

"Non ho alcuna intenzione di perdere la mia umanità, anche se oggi ho scoperto una parte di me che non sospettavo e che non mi è piaciuta affatto. E so che, andando avanti, ne scoprirò senza dubbio altre che non gradirò per niente, ma non mi arrenderò. Mai. Non posso e non voglio".

Ranma gustava il vino di riso senza smettere di scavarle dentro, come se riuscisse a vedere oltre le grate: quei maledetti occhi avevano la capacità di conficcarsi nei suoi come frecce watakushi che non potevano essere estirpate senza procurarsi un danno peggiore. E più la scrutava, più a fondo le punte acuminate delle frecce penetravano.

"Bene, allora, kanpai", disse infine il ronin sollevando il suo bicchiere di sakè. Ma Akane non lo assecondò.

"Perché fai tutto questo? E non dirmi che è solo per non dovermi fare da balia da mattina a sera".

Era assurdo, eppure era tentata di distogliere i suoi, di occhi. Ridicolo. Anzi, l'avrebbe sfidato apertamene togliendosi il tengai, perché voleva delle risposte, a quella e ad altre domande che iniziavano a tormentarla.

"Spero sia stato tutto di vostro gradimento!", disse il capovillaggio avvicinandosi cauto e profondendosi in un inchino. Da dove era sbucato?

"Ottimo", confermò Ranma scolando il sakè. "Ora tuttavia vorremmo coricarci".

"Oh, certo, certo! Alla 'Camelia Screziata' è stata preparata per voi la stanza migliore del ryokan".

Una stanza sola?

Stava per replicare, ma Ranma la anticipò lanciandole un'occhiataccia.

"Molto bene, perché siamo davvero stanchi", fu il suo commento.

Ma appena si alzarono dal tavolo, Ranma si bloccò, come in ascolto di qualcosa, e si volse per guardare dietro le proprie spalle, poi di fronte a lui, poi di nuovo alle proprie spalle, ma non s'udiva niente. Avrebbe voluto chiedergli cosa lo avesse messo in allarme, ma non poteva parlare senza tradirsi.

"Qualcosa vi turba, nobile samurai?", chiese lo shoya dando voce anche ai suoi pensieri.

"Cosa c'è dietro la taverna?".

"Oh, ecco, ma nulla…".

Non dovette muovere un muscolo, gli bastò un'occhiata da far gelare il sangue e la mano che si posava indolente sul manico della katana.

"…a parte una piccola sala dove è possibile giocare a dadi", deglutì il capovillaggio.

"È in comunicazione con questo locale?".

"Sì, ma ha anche un ingresso indipendente sul retro, nel vicolo".

Ranma lanciò un'ultima occhiata alla cucina.

"Riportate il mio compagno di viaggio alla locanda, io vi raggiungerò appena possibile".

Akane lo guardò sparire nel retro del locale, lasciandola sola con l'ometto paffuto, non meno smarrito di lei.

"Oh, bene, allora", iniziò lo shoya schiarendosi la voce intanto che sudava copiosamente. "Se volete seguirmi…".

Il formicolio dietro la nuca era così tenue che sembrava impossibile che la reminiscenza che percepiva potesse appartenere a un adulto: forse un bambino o addirittura un poppante, ma non era verosimile che l'uno o l'altro frequentassero una bettola dove si facevano scommesse.

Attraverso un foro praticato nella carta oleata, Ranma scorse un branco di idioti – sia col chonmage che senza, ma senza dubbio tutti popolani – inginocchiato attorno a un tavolino basso e lungo, dietro al quale sedevano tre uomini vestiti dei loro tatuaggi di draghi o peonie e poco altro. Quello al centro teneva due dadi tra indice, medio e anulare di una mano e una tazza con l'altra. I due ai lati invece accettavano le scommesse. Agli angoli della bisca, seduti o appoggiati contro le pareti, se ne stavano altri scarti umani a vigilare che non scoppiassero risse. Non riconosceva nessuno di quelli che riusciva a vedere in faccia, eppure quella debole reminiscenza gli pareva familiare.

Il tatuato al centro sollevò le braccia ben dritte di fronte a sé mostrando i dadi e la tazza vuota agli astanti e chiedendo se c'erano obiezioni. Nessuno fiatò e lui con un movimento rapido lanciò i dadi nella tazza per poi rovesciarla su una piccola stuoia di paglia, quindi la spinse in avanti e indietro.

"Sono aperte le scommesse!".

I clienti puntarono sul banco il proprio denaro scommettendo sul pari o sul dispari, quindi la tazza venne sollevata. Si levò un coro di disappunto, perché quasi tutti avevano puntato su un risultato dispari. Un idiota in particolare, coi capelli disordinati e un kimono scuro logoro, quasi cadde riverso sulla schiena biascicando improperi contro la sfortuna che lo perseguitava.

Non poteva crederci.

Ranma fece scorrere l'anta ed entrò nella bisca tra gli sguardi curiosi degli scommettitori e quelli guardinghi degli scarti che si misero sull'attenti. Il suo, di sguardo, era il solo attonito.

"Daisuke?!".