Glossario:

Emakimono: rotolo di carta o seta, lungo fino a 12 m, in cui erano narrati sotto forma di dipinti eventi storici, mitologici, racconti soprannaturali, concetti religiosi, ecc.

Engawa: veranda delle case tradizionali giapponesi.

Ginkyo: nome giapponese del gingko biloba.

Haori: soprabito maschile che arriva fino all'anca o alla coscia, fu introdotto nel XVI secolo.

Hiyoku: sotto-kimono, quindi sorta di sottoveste.

Irori: focolare domestico che come indica il nome rappresenta il "cuore" della casa, perché anticamente ne era la principale fonte di riscaldamento e spesso veniva usato anche per cucinare.

Kono yarou: maledetto bastardo.

Minka: "case del popolo", abitazione tradizione giapponese fatta di legno e carta di riso.

Mino: mantello di paglia intrecciata.

Montsuki: kimono formale con stemma ricamato.

Natto: fagioli di soia fermentati.

Ri: distanza corrispondente a 4 km circa.

Shochu: alcolico (40-90%) prodotto dalla fermentazione delle patate o del frumento.

Tamagoyaki: frittata dolce o salata, farcita o meno.

Tengai: cappello di paglia o vimini intrecciati a forma di cesta rovesciata con grate frontali indossato dai komuso.

Tokutei meishoshu: "sakè per occasioni speciali", quindi pregiato.

Tema musicale per le ultime due scene: Terminator Love Scene

XVI

Tokutei Meishoshu

At first sight I felt the energy of sun rays
I saw the life inside your eyes
.

(Rihanna, Diamonds)


Stava andando tutto bene, dannazione. La serata era sembrata promettente come l'oroscopo aveva presagito: dopo nemmeno un'ora dall'apertura la pila di denaro era già alta quanto una gamba. Merito senza dubbio di suo nipote, capace di maneggiare i dadi truccati come nessuno, anche se doveva ricordargli di permettere ai polli di beccare le granaglie, di tanto in tanto: lasciarli del tutto senza piume non giovava agli affari. Avrebbe dovuto capire dall'atteggiamento di Hitaro, invece, che sarebbe andato tutto storto: dalla parte opposta della stanza il suo tirapiedi gli lanciava occhiate sbieche passandosi uno stuzzicadenti da un angolo all'altro della bocca. La posa rilassata, con la schiena addossata alla parete e le braccia incrociate al petto, non l'aveva tratto in inganno: Hitaro era nervoso. Ho un brutto presentimento, gli aveva confidato prima che arrivassero i polli da spennare. Gli altri al suo servizio, viceversa, avevano ridacchiato per tutto il tempo, pur senza perdere di vista i clienti.

Tra una boccata di fumo e l'altra, il vecchio Murai si era lasciato rapire dalle spirali che si spandevano sinuose fino al soffitto: l'esalazione azzurrina formava una cappa che scendeva fino al tavolo da gioco, stordendo tutte quelle api laboriose quanto stupide, mentre Naoki lanciava i dadi nella ciotola per poi rovesciarla sulla stuoia. Dal suono che avevano fatto al suo interno, aveva intuito che stavolta la somma avrebbe dato un pari.

"Sono aperte le scommesse!".

La maggior parte degli allocchi aveva puntato sul dispari e quando Naoki aveva sollevato la ciotola si era levato un coro di delusione, superato solo dagli starnazzi imbarazzanti di quell'alcolizzato di Daisuke, che a furia di scagliarsi contro la malasorte era caduto riverso, rovesciandosi addosso la zucca di sakè. Stava per sbattere il cannello della pipa sul tavolino per ordinare ai suoi di buttarlo fuori a calci, quando la porta che dava sulla cucina della taverna era stata spalancata da un tipo mai visto prima. E Murai aveva capito all'istante che ad andare in fumo, quella notte, sarebbero stati i suoi affari.

Tutti trasalirono nel guardarlo varcare la soglia, egli stesso si irrigidì e non per via della katana o dei capelli incolti, nemmeno per l'assurdo kimono estivo che lo straniero indossava, ma per la cappa di fumo: si era scansata dall'uomo, kamisama, e continuava a ritrarsi, come se il tipo la stesse respingendo col solo respiro. Bastò soltanto questo a renderlo allarmante. Come allarmante era il modo in cui fissava, tra l'incredulo e il furibondo, Daisuke l'alcolizzato, ignorando chiunque altro. Chiamò persino quell'imbecille, come se gli astanti, che lo fissavano attoniti o si guardavano l'un l'altro indecisi, non esistessero. Come se lui, Murai, non esistesse.

"Lo youkaihanta!", gli sussurrò Momoru in un orecchio prima che lui gli chiedesse chi cazzo fosse. "Quello che ha ucciso la kuchisake-onna!".

Merda.

Allarmante e pericoloso. Doveva agire in fretta, ma con cautela.

Puntò la pipa contro il soffitto lasciando intendere ai suoi scagnozzi di non muoversi, mentre Daisuke, semisdraiato sul tatami, aveva ridotto gli occhi acquosi a due fessure nel tentativo di riconoscere il ronin.

"Ranma…? Sei… davvero tu?", biascicò quasi divertito.

"In persona, pezzo di idiota!", gli sputò in faccia il nuovo venuto, afferrandolo con tutt'e due le mani per il kimono e sollevandolo di peso fino a portarselo davanti al naso. "Che accidenti ci fai in un posto del genere?!".

Alle spalle di Hitaro una crepa si aprì improvvisa lungo le venature dell'asse di legno ben oltre la sua testa. Quasi tutti sobbalzarono spaventati.

"Ah… lo so, fratello, sciho provato, ma…".

"Ma cosa?!", gli chiese il ronin agguantandolo per la gola per sollevarlo più in alto.

Daisuke spalancò la bocca nel tentativo di respirare e afferrò disperato le polsiere dell'uomo, ma il colorito virò di colpo dal porpora al viola. Era il momento di intervenire.

"Onorevole samurai, benvenuto nella mia umile bisca, è un vero onore poterla ospitare", disse Murai facendosi largo tra i suoi, che si erano avvicinati per circondarlo. "Prego, non vuole accomodarsi e tentare la sorte?", gli chiese sfoggiando il sorriso più conciliante che gli riuscisse.

Finalmente l'uomo parve rendersi conto di non essere solo e volse con smisurata calma lo sguardo torvo verso di lui. Gli cascassero le palle per terra se aveva mai visto prima due occhi del genere: altro che kuchisake-onna, il demone ce l'aveva davanti!

Il ronin si volse del tutto senza smettere di tenere sollevato da terra, con una mano sola, quel fesso di Daisuke che scalciava sempre più debolmente.

"Scommetto che sei tu il capovillaggio, quello vero, non quella specie di scherzo che ci ha accolti poche ore fa, non è così?", gli chiese l'uomo squadrandolo dalla testa ai piedi come se stesse studiando uno scarafaggio. A Murai costò una fatica immane ampliare il sorriso ancora di più.

"Scommessa vinta, onorevole samurai", ammise con un lieve inchino. "Posso rispettosamente offrirle del sakè?".

Nuove crepe si aprirono in altre assi di legno e schiocchi secchi sopra le loro teste provocarono qualche grido.

"Vi concedo dieci secondi, a te e ai tuoi leccapiedi, per uscire da questo buco schifoso".

"Siete ancora qui… culi mosci?", li canzonò Daisuke, che tendeva ormai al blu. "Che aspettate a… a scappare?".

I clienti arraffarono i soldi rimasti sul tavolo e balzarono in piedi fuggendo verso l'ingresso che dava sul vicolo, mentre Hitaro venne sollevato in aria da una forza invisibile e sbattuto contro una parete nello stesso istante in cui Murai lo vide aprire la bocca e fare un passo avanti per affrontare il ronin. Tutti i suoi sottoposti arretrarono come un sol uomo per l'orrore e qualcuno arrivò persino a svignarsela. Murai rimase impietrito, col sudore che colava copioso lungo il collo.

"Non ve lo ripeterò di nuovo, shoya", minacciò il ronin. "Fuori di qui".

"Quanto a te", riprese Ranma dopo che il branco di idioti si decise a sparire, "che accidenti ti è successo?!".

Daisuke provò a deglutire, ma dopo un paio di tentativi rinunciò.

"Anche io ti trovo bene, mezza sega…".

Ranma schiacciò la trachea fin quasi a penetrare la carne con le dita e la faccia dell'amico diventò cianotica.

"Piantala di fare il coglione e rispondimi".

"Come… posso farlo… se tu mi…".

"Vuoi per caso respirare?", chiese ironico.

"Non mi… dis.. piac…".

Lo scaraventò con tale forza contro la parete da fargliela sfondare con la schiena. Pezzi di legno volarono nell'aria, mentre quel baka con la segatura al posto del cervello lasciava una lunga e profonda scia sulla neve fresca. Ranma oltrepassò il varco appena aperto. Quello che boccheggiava senza nemmeno tentare di rimettersi in piedi non poteva essere sul serio Daisuke, non quel volto scavato, con quella barba malfatta e il kimono rattoppato e lercio. Si rifiutava di credere che potesse essere scivolato tanto in basso. Lo avrebbe maciullato, quant'era vero che entrambi erano immortali.

Lo raggiunse a grandi falcate e lo afferrò di nuovo per il collo, costringendolo a dimenare i piedi nel vuoto.

"Avanti, idiota, parla! Stupiscimi con le tue cazzate!".

"Non biasimarmi! Non… azzardarti a biasimarmi… non tu!".

Il fiato puzzava di denti marci e sakè scadente.

"Ti strappo la colonna vertebrale e te l'annodo attorno al collo se non mi dici…".

"Tagliami la testa!". Ranma sbatté le palpebre, mentre i fiocchi di neve si posavano lievi sui loro volti. "Ti prego…", piagnucolò.

Sentì dalla propria bocca uscire un fievole 'cosa…?', una domanda inutile, stupida, eppure l'aveva posta lo stesso.

"Speravo che tu o… chiunque altro mi… trovasse, finalmente…". Daisuke smise di opporre ogni risibile resistenza abbandonando le braccia lungo i fianchi. "Sono contento che… sia stato tu…".

Lacrime si posarono sulla propria pelle. Scivolavano da un viso consumato da un'attesa interminabile, per bagnare una mano che avrebbe potuto porre fine a quella stessa attesa.

"Che stai aspettando? Sono una vergogna, no? Fallo, allora!".

L'altra mano era serrata attorno al manico della katana. L'avrebbe fatto, kamisama. Era davvero sul punto di tagliare la testa a colui che un mare di anni prima gli aveva impedito di fare una colossale sciocchezza. Era lui, ora, ad avere il respiro incerto e la bocca riarsa, mentre Daisuke distendeva le labbra in un sorriso rassegnato. Avrebbe preferito che lo deridesse, così avrebbe potuto prenderlo a calci fino a consumarsi i tabi.

Chiuse gli occhi e mollò la presa, dando la schiena a un Daisuke che piombava giù come un sacco di riso. Aveva bisogno di calmarsi, anche solo pochi respiri, per vedere gli edifici tutt'attorno tornare a essere rischiarati dalle poche lanterne accese, la neve adagiarsi impassibile su altra neve, il cielo sembrare di nuovo un manto nero senza stelle.

"Che ti prende, fratello? Era la tua occasione… la mia occasione".

"Piantala", gli ordinò alterato tornando a guardarlo: Daisuke era sprofondato nel manto nevoso, con le braccia abbandonate tra le gambe e una smorfia di disgusto per se stesso.

"Avanti, l'avrai fatto centinaia di volte, liberami, dannazione", insisté scostando i lembi del kimono per offrirgli il collo. "Non sono come te, non combatto, io: sopravvivo".

"Ti ho detto di piantarla".

"Mi hai guardato bene? Sono una barca alla deriva, un relitto umano che vuole solo arenarsi".

"È il sakè che parla, non tu".

"Oh beh", ammise Daisuke allargando le braccia, "è uguale, sono così inzuppato che ormai l'alcool scorre al posto di questo maledetto sangue che mi ritrovo. Dèi fottuti, magari fosse così…".

Sembrava invecchiato, Daisuke, nonostante fosse molto più giovane di lui e fossero passati solo… quanto? Centocinquant'anni, forse meno, dall'ultima volta che si erano visti.

"Che ti è accaduto?", gli chiese ancora una volta, ma senza convinzione: non era più Daisuke che stava guardando. L'amico si grattò la testa e si passò una mano sulla faccia.

"Che è accaduto? Beh… è accaduto che avevi ragione tu, che il tempo passa per tutti ma non per noi e un torrente di merda mi ha travolto e io… io ero ancora troppo giovane per comprenderlo, poi tu sei andato via e io ho capito di essere solo un vigliacco, perché sono bravo solo a nascondermi e a ubriacarmi, perché non so combattere, sono un inetto e allora sono ricorso all'alcool per attenuare la mia reminiscenza abbastanza da impedire a un altro immortale di percepirla, così… così posso continuare a nascondermi e a ubriacarmi perché non ho il coraggio di farmi tagliare la testa, perché sono troppo codardo per vivere e troppo codardo per morire, lo capisci?". Aveva appoggiato la fronte contro i palmi delle mani, puntellando i gomiti sulle ginocchia. "La nostra non è una vera esistenza, siamo immortali ma non esistiamo davvero, non viviamo sul serio, noi sopravviviamo nell'attesa che arrivi qualcuno che metta fine a questa specie di condanna. E tu dovresti saperlo meglio di me…".

Vedere Daisuke ridotto a una specie di larva aveva lo stesso effetto dei pugni alla bocca dello stomaco che Happosai gli rifilava quando era solo un moccioso pieno di illusioni. Daisuke era stato suo amico, si erano salvati il culo a vicenda, ma non poteva fargli da balia per sempre e lui credeva di essersi assicurato che sarebbe riuscito a cavarsela da solo.

"Ti avevo affidato al vecchio Lakkyosai, come è possibile che…".

Daisuke scoppiò in una risata.

"Cosa credevi, Ranma?", lo fissò coi suoi occhi annacquati. "Che fossi diverso dagli altri, capace di fregarmene, di vivere giorno per giorno? Oh sì, ci riesco, certo, basta che mi imbeva come una spugna della mia dose quotidiana di shochu o di qualsiasi altro distillato che mi capiti a tiro finché non mi cola dalle orecchie e il mondo diventa una meravigliosa distesa di… di risaie verdi, vallate rigogliose e draghi variopinti che nuotano nel cielo e… Dèi fottuti, non mi stupisco più che immortali come Taro perdano il senno!".

Ranma chiuse gli occhi e scosse la testa.

"Non hai mai ucciso nessuno in tutto questo tempo, vero?".

L'amico scoppiò in un'altra risata che presto divenne isterica e poi solo una serie di singhiozzi strozzati.

"Ma mi stai ascoltando?! Non ho mai imparato nemmeno a tenere in mano una spada, sono negato per le armi e non sopportavo tutta quella disciplina, volevo solo divertirmi così sono scappato, ma poi… Poi ho iniziato a vedere le persone appassire intorno a me. Ho cercato di tenere duro, giuro, ma quando è morta anche lei…".

"Chi?", gli chiese mentre iniziava a sfogliare i suoi ricordi come se tenesse in mano un antico emakimono sul punto di sbriciolarsi.

"Suzue…", rispose Daisuke stringendosi nelle spalle. "Era così dolce… Con lei non pensavo alla mia diversità, mi sembrava di condurre una vita normale, sai? Serena, addirittura felice. Poi sempre più capelli candidi hanno iniziato ad apparire fra le ciocche corvine e io ho mentito per la prima volta a me stesso, convincendomi che era del tutto normale, perché saremmo invecchiati insieme, com'era naturale. Sono stato bravo, sai? Mi sono ingannato così bene da non accorgermi che tutti i suoi capelli erano diventati bianchi, nel frattempo. Finché un giorno l'ho trovata riversa al suolo, fredda e rigida".

Gli occhi di Daisuke erano tornati indietro nel tempo, quando viveva in una modesta minka con il tetto di paglia da rifare e l'engawa col pavimento scrostato. Si era tolto gli zoccoli ed era entrato, incerto, col sentore che qualcosa non andava: da lontano non aveva visto il solito filo di fumo fuoriuscire dal tetto, né lei si era affacciata ad attenderlo sotto la veranda. Un brivido gli aveva percorso la schiena quando gli occhi si erano adattati alla penombra e si era accorto che il focolare dell'irori era spento da chissà quanto, perché la ragazza con le guance paffute e le labbra di rosa che aveva sposato tanti anni prima era diventata improvvisamente una vecchia riversa sul tatami accanto a una ciotola rovesciata.

Ranma distolse sguardo e mente da quella dell'amico, allontanandosi dai suoi ricordi in punta di piedi.

"Da allora non ho mai smesso di scappare, frequentando in genere zone impervie e inospitali come queste: ho pensato che se un immortale aveva proprio voglia di spingersi fin quassù, beh, difficilmente si sarebbe accorto di me, mentre io sarei andato a nascondermi al tempio più vicino".

"Eppure la mia reminiscenza non l'hai percepita, o sbaglio?".

"A onor del vero, l'ho sentito il brivido dietro la nuca, però sai che ho fatto? Mi sono scolato la bottiglietta pensando: bene, è arrivata la mia ora! E ho continuato a scommettere", confessò ridendo, come se gli avesse raccontato una facezia.

Ranma tornò a osservarlo con più attenzione: sul volto logorato da ricordi che nessun distillato avrebbe potuto annebbiare, c'erano davvero solchi che non avrebbero dovuto esserci.

"Stai intessendo un bella ragnatela di rughe, finirai per ritrovarti pelle e ossa senza poter marcire sotto terra, se non assorbi almeno una reminiscenza decente".

Daisuke tirò sul col naso e si strinse nelle spalle.

"Allora aiutami tu".

"No".

"Ranma, andiamo…".

"No".

"Ho passato l'ultimo secolo e mezzo a nascondermi, maledizione! Mi sono fatto tutti i dannati templi e santuari e cimiteri dello Yamato, ho pisciato ubriaco più su tombe e tabernacoli che nei cespugli, conosco ogni bettola, bisca e puttanaio di questo paese, potrei vendere mappe dettagliate ai pellegrini! E non mi si rizza neanche più!".

Ranma chiuse disgustato gli occhi, sforzandosi di pensare a qualsiasi cosa non fosse Daisuke bocconi in un bordello, inzuppato di alcool e coi pantaloni calati.

"La vedo dura se pisci direttamente sakè".

Daisuke alzò di scatto il viso e inarcò un sopracciglio.

"La vedi… dura? Mi prendi anche per il deretano?".

"Se avessi imparato a incanalare il qi nel tuo corpo, il problema non ti avrebbe nemmeno sfiorato".

Daisuke alzò esasperato gli occhi al cielo e sbuffò scuotendo la testa.

"Te l'ho detto, sono un inetto su tutti i fronti. Avanti, fratello, fa' quel che devi", piagnucolò.

"No".

"Dannazione!", imprecò lanciandogli una manciata di neve. "Ricordi quando eri tu così depresso che sei quasi riuscito a farla finita? Mi hai frantumato i testicoli per settimane, ma alla fine…".

"…mi hai salvato".

"Esatto, quindi ora sei tu che devi salvare me, ma puoi sdebitarti in un modo solo".

"In realtà sei tu a esserti sdebitato, all'epoca, e comunque è inutile, non ti taglierò la testa".

L'ostilità con cui Daisuke lo fissò fece quasi sorridere Ranma: un topo di campagna stava cercando di intimidire una tigre.

"Bell'amico, che sei, dopo tutto quello che ho sopportato per te!".

"Io farò lo stesso, infatti: sopporterò le tue lagne anche quando avrò voglia di farti saltare i denti che ti sono rimasti".

"Fottiti".

Daisuke tentò di rimettersi in piedi, ma ricadde sulle natiche con un rutto.

"Aiutami, maledizione, mi sembra di avere il culo immerso in uno stagno ghiacciato", si lamentò tendendogli una mano. Ranma l'afferrò e con uno strattone lo rimise in piedi.

"Almeno offrimi da bere", tentò Daisuke malfermo sulle gambe.

"Vuoi sentire sempre la stessa risposta?".

"Me lo devi, visto che non vuoi ammazzarmi e sto pure congelando senza poter morire di freddo!".

"Il tè andrà più che bene", rispose Ranma rifilandogli una manata dietro la schiena per esortarlo a camminare.

"L'acqua te la bevi tu! Io ho bisogno di ben altro!", insisté Daisuke.

"No", rispose imperterrito Ranma dandogli un'altro spintone in direzione del ryokan.

"Scommettiamo?".

- §-

Ryoga non riusciva a muovere un muscolo.

Sapeva cos'avrebbe dovuto fare, cosa si aspettavano che lui facesse: aveva letto così tante volte il bigliettino che lei era riuscita a fargli pervenire, da averlo imparato a memoria. Ma proprio non riusciva a muovere muscolo. E a peggiorare le cose, la sua faccia era un rogo che divampava fino alla punta dei capelli e senza la sua bandana a detergergli la fronte, un rivo di sudore scivolò lungo una tempia. Indossava ancora il montsuki con cui si era presentato al padre, ma gli sembrava di essere completamente nudo davanti ad Akari, che non aveva neanche osato guardare in volto quando aveva rimesso piede nella propria stanza.

Inginocchiati l'uno di fronte all'altra, avrebbero potuto studiare i raffinati ricami delle rispettive vesti per tutta la notte senza levare gli occhi dal pavimento, se lui non avesse preso l'iniziativa. Ma ogni volta che lanciava un'occhiata fugace al materasso steso di fianco a loro, braccia e gambe mutavano in pietra. E dire che l'avevano anche condiviso, ma quelle poche volte se n'erano rimasti ognuno rigorosamente nella propria metà, anzi, estremità, dandosi beninteso la schiena.

Quelle poche volte, tuttavia, non c'erano stati occhi indiscreti a osservare ogni loro mossa. Ryoga immaginò se stesso sfondare pareti o soffitto, afferrare le spie del padre per la gola e scaraventarle fuori dalla torre, ma doveva convincere una volta per tutte il genitore che Akari era davvero la sua concubina. Come riuscirci, tuttavia, senza disonorarla?

Nello sforzo di trovare una via d'uscita che non esisteva, lasciò andare un sospiro troppo a lungo trattenuto.

"Vi sentite poco bene, mio signore?".

"Come?", chiese Ryoga alzando finalmente lo sguardo su di lei. E per un istante tutto ciò che la circondava apparve offuscato. Ryoga sbatté le ciglia, sicuro di aver accusato la stanchezza, ma il suo viso pulito da ogni traccia di trucco non smise di illuminare la stanza. Rimase interdetto a osservare le iridi che sembravano risplendere di luce propria e lo scrutavano apprensive, le gote arrossate, le labbra socchiuse e si chiese se l'avesse mai guardata davvero prima d'allora.

"Apparite pallido e sospirate", osservò Akari titubante. Ryoga deglutì e in qualche modo ritrovò la parola.

"In effetti il lungo stanco mi ha viaggiato molto…".

Akari lo fissò incerta da sotto in su.

"C-come dite?".

Ryoga sgranò gli occhi dandosi dell'imbecille e desiderando di sprofondare nel pavimento.

"Vo-vo-volevo dire che il lungo viaggio mi ha stancato molto!".

Idiota, idiota, idiota! Ma che accidenti ti prende?!

"Preferite dunque… riposare, mio signore?".

In un lampo di comprensione, Ryoga la ringraziò in cuor suo mille volte. Come aveva fatto a non pensarci prima? Era la soluzione più ovvia!

"S-sì, vorrei indossare la mia yukata".

Akari s'inchinò con deferenza.

"Come desiderate, mio signore".

Nell'alzarsi in piedi, Ryoga si chiese se il padre si sarebbe accontentato di saperli dormire l'uno accanto all'altra, magari abbracciati, ma nulla più e si rese conto che il problema era lungi dall'essere risolto: conosceva abbastanza il genitore, ormai, da sapere che avrebbe continuato a farli spiare finché non fosse stato assolutamente certo che il suo unico figlio non l'avesse ingannato.

Akari, che si era a sua volta alzata, si avvicinò con gli occhi inchiodati a terra, si portò alle sue spalle e gli sfilò via l'haori. Ryoga dovette combattere contro la tentazione di deglutire di nuovo, sforzandosi al tempo stesso di mantenere un respiro normale e un atteggiamento disinvolto quando Akari tornò a fronteggiarlo, così vicina da avvertire il calore che la sua pelle emanava. Pelle che profumava di gelsomino, dannazione. Si mise con impegno a studiare lo scarno arredo della propria camera, mentre lei iniziava a sciogliere il nodo della cintura e lui dovette lasciarla fare anche se stava trattenendo il respiro: Akari stava recitando la parte della perfetta concubina, quindi lui non poteva essere da meno nella parte del suo signore freddo e distaccato. Distanziò quindi le braccia dal corpo, in modo che lei potesse sfilare via la cinta, anche se il profumo di camelia dei suoi capelli gli rese per un istante le gambe cedevoli. Ryoga raddrizzò lesto la schiena, imponendosi di continuare a fissare il chiarore delle lampade, ma non era certo che, nel silenzio interrotto solo dai fruscii della propria veste, il suo cuore non riecheggiasse nella stanza. Tuttavia continuò a ripetersi che poteva farcela, era avvezzo ad affrontare situazioni più spinose di quella, più pericolose, più…

Sentì due mani che alle sue spalle afferravano i lembi del montsuki, lo aprivano e glielo sfilavano via in un unico, fluido movimento. Akari stava simulando davvero bene il ruolo della concubina abituata a spogliare il suo padrone, anche quando gli fece indossare la yukata, ma al momento di tener fermi i lembi, le dita esitanti indugiarono sul torace, il respiro mozzato nel tentativo di deglutire un imbarazzo che le infiammò il viso. Kami se era bella… non avrebbe dovuto abbassare lo sguardo su di lei, ma le piccole dita affusolate bruciavano sulla stoffa e lui non era riuscito a impedirsi di chinare gli occhi per guardarla. E poi lei sollevò i suoi e dèi del cielo non capì più niente, non gli importò più di niente, voleva solo toccare la sua pelle. Stava per posare la propria mano su quella esile di Akari e stringerla, ma neanche un istante dopo lei non c'era più: gli aveva annodato la cinta in vita e si era allontanata, inginocchiandosi di fianco al futon per sollevare la coperta.

"Prego, mio signore", annunciò con un tono di voce troppo acuto invitandolo sull'alcova. "Ho scaldato il letto col mio corpo nell'attesa del vostro arrivo".

La stanza sembrò invasa una seconda volta da una nebbia rarefatta, perché ogni cosa sfumò attorno a lei e a Ryoga non rimase che contemplarla senza fiato: dallo sguardo luminoso di Akari promanava un misto di ansia, speranza, timore. E... e qualcos'altro, che non coglieva appieno ma che intuiva nel petto che si abbassava e sollevava, nel corpo rigido e proteso verso di lui, nella mano poggiata sul ginocchio che artigliava la stoffa della yukata e la lasciava andare.

Kamisama, era mai possibile? Forse il suo era solo un abbaglio, ma da vera samurai Akari era forse pronta a sacrificarsi pur di trasformare in verità ciò che era solo una menzogna e non cadere nelle mani di un uomo che non l'avrebbe trattata con alcun riguardo, eppure…

No, non si stava ingannando. Il sorriso rassicurante che gli rivolse gli fece comprendere che se lui avesse cambiato idea, per lei non sarebbe stato affatto un sacrificio. E per la prima volta, Ryoga si chiese come sarebbe stato stringerla a sé. Come sarebbe stato avvicinare il viso al suo e aspirare il profumo di gelsomino direttamente dalle sue labbra. Come sarebbe stato…

Volse di scatto il viso altrove e strinse i pugni. Non poteva farle questo. Né a lei, né… ad Akane. Era fidanzato, kami, come aveva potuto dimenticarlo? E la sua promessa sposa giaceva oltretutto malata in un letto, pensieri simili non avrebbero nemmeno dovuto sfiorarlo! Chiuse gli occhi. Non avrebbe mai disonorato Akari, ma doveva mettere in chiaro una volta per tutte che nessuno doveva azzardarsi a sfiorarla. C'era solo una cosa, allora, che poteva fare e si diede dell'idiota per non averla fatta sin dall'inizio.

Osservò la nuda parete alla sua sinistra: dovevano essere almeno due, forse tre. Non aveva importanza, ne bastava uno. Fece un passo avanti, un altro e con tutto il qi concentrato nel pugno frantumò le assi di legno, mentre dietro di sé Akari lanciava un grido.

"Uscite fuori. Tutti", ordinò con tono rabbioso mentre ritirava il pugno. "O continuerò a sfondare la parete finché non vi trapasserò anche la testa".

Si spostò di un passo verso la fusuma e di nuovo fece scorrere il qi nel braccio, quando due assi di legno vennero spostate e da una fessura in prossimità della porta sbucò prima un kage e poi un altro, che a capo chino poggiarono un ginocchio a terra.

"Perdonate, mio signore, vostro padre ci ha incaricato di sorvegliarvi per la vostra sicurezza".

Ryoga incrociò le braccia al petto.

"Precauzione inutile, non ho bisogno di protezione. Ci sono altri uomini ombra nascosti dietro le pareti o il soffitto? Vi stanerò tutti, ma non avrò pietà per nessuno".

"No, mio signore".

"Allora fuori di qui".

I due ninja si inchinarono e indietreggiarono fino alla porta senza mai alzare il volto, fecero scorrere le ante e sparirono nel corridoio. Tuttavia, se c'era una cosa che aveva imparato da che viveva nel castello, era di conservare un briciolo di dubbio, quando le parole provenivano da una bocca dalla fiducia discutibile.

"Ryoga-sama, la vostra mano…".

"Sto bene, Akari, non mi sono fatto nulla", confermò osservando le nocche callose.

Passò i minuti successivi a tastare le pareti della stanza in cerca di altre intercapedini, ma non ne trovò. Avrebbe voluto arrampicarsi per controllare anche il soffitto, ma il volto preoccupato di Akari lo fece desistere: era ancora inginocchiata accanto al futon, pur stringendo a sé la coperta al punto da esserne ammantata dal collo in giù.

"Non temete, Akari, siamo soli, ora, potete tranquillizzarvi".

Lei sorrise grata e a lui le gambe tornarono molli come riso glutinoso.

"Venite a coricarvi, Ryoga-sama, so che la vostra stanchezza è sincera e avete bisogno di riposarvi".

La dolce e innocente Akari era tornata, eppure Ryoga non riusciva a dimenticare lo sguardo della giovane donna pronta a interpretare la parte della concubina fino in fondo. Perché per lei – ora lo sapeva – non era solo una parte.

Si stese sul letto, rigido come legno di ginkyo, senza staccare gli occhi dal soffitto che vorticava, mentre sentiva lei stendersi accanto a lui e sotto la coperta girarsi su un fianco.

"Non so come ringraziarvi, Ryoga-sama, ma col vostro gesto temo potreste esservi inimicato vostro padre".

Se lo era già inimicato, anche se era stupito che il nobile genitore non avesse approfittato della sua assenza per prendere Akari con la forza. Forse non era davvero interessato a lei, ma a mettere alla prova lui.

"Non datevi pena, con mio padre mi chiarirò domattina e chissà, forse ora rinuncerà per sempre all'idea di fare di voi la sua amante".

"E se ciò che avete fatto stanotte non bastasse a convincerlo?".

Ryoga sospirò. Era un'eventualità, ma preferiva pensare che suo padre avrebbe apprezzato la sua dimostrazione di forza, o la determinazione nel conservare ciò che considerava di sua proprietà, o qualsiasi altra sciocchezza consimile si addicesse nella sua testa a un vero samurai. Poteva però anche averne abbastanza e ordinargli di condividerla senza mezzi termini. Era lui il daimyo.

"Troveremo un'altra soluzione, Akari", disse dandole la schiena. "Dormite ora".

Ma lontano da me, per favore.

- §-

L'ennesimo incubo la fece svegliare di soprassalto.

Non era rimasta intrappolata in alcun rogo, questa volta, né era stata divorata da un atsuke gigantesco o aggredita da un branco di yokai affamati. Ma non per questo ciò che la sua mente aveva prodotto era stato meno cruento. Una volta Nabiki le aveva detto che i sogni hanno sempre un significato, a volte premonitore. Se era vero, forse avrebbe dovuto iniziare a preoccuparsi.

(Ti va di andare a caccia?)

Chiuse gli occhi e mentre cercava di acquietare il respiro, gli alberi innevati tornarono a circondarla, il silenzio irreale ad avvolgerla e l'aria diaccia a gelarle il petto.

(Fammi strada)

Ma nel sogno Ranma era sparito di colpo e lei si era guardata intorno spaesata: scomparse le impronte del bambino demonizzato, scomparse anche le proprie, non sapeva da dove fosse venuta, né dove stesse andando, finché la kuchisake-onna non era apparsa dal nulla, gli abiti laceri, gli artigli smisurati, la faccia celata dai capelli corvini.

(Mi stavi cercando?)

Akane si era ritrovata la wakizashi in mano, eppure aveva continuato a guardare il demone attonita, senza muovere muscolo.

(Credi sia il solo mostro, qui? Forse dovresti guardarti meglio attorno. Hai osservato tanto, ma non hai mai aperto gli occhi. Per tutto questo tempo, hai visto solo quello che volevi vedere)

(Che vuoi dire?)

(Che stai aspettando? Uccidila!)

Ranma era riapparso avanzando alle spalle del demone, completamente nudo e con un pugnale in mano, ma Akane non vi aveva badato finché lui non aveva afferrato la chioma arruffata della kuchisake-onna tirandole indietro la testa per poggiarle la lama sulla gola. Akane era rimasta a bocca aperta a fissare il proprio volto che, derisorio, la fissava di rimando.

(Chi è il vero demone, Akane?)

Ranma aveva di colpo affondato il tanto nella carne così in profondità da reciderle la testa. Il sangue era schizzato a ventaglio sulla neve, il corpo si era afflosciato come tessuto sgualcito, mentre la testa era rimasta appesa nella mano del ronin. Eppure il demone aveva continuato a fissarla beffandosi di lei.

(Non rispondi? Dovrebbe esserti chiaro, ormai. Ma forse preferisci far finta di non vedere)

(Che stai aspettando? Uccidila!)

Aveva spostato l'attenzione su Ranma, ignorando ancora la sua nudità così come lui sembrava ignorare il fatto di aver appena ucciso quell'essere. Ma quando era tornata a guardare la kuchisake-onna, al posto della sua testa c'erano quelle dei bambini. Aveva allora abbassato lo sguardo sui propri piedi e il tronco del demone era lì che si dimenava, la testa ancora attaccata al corpo, finché dalla bocca era spuntata una lingua smisurata e irta di aculei che le aveva circondato il collo e il proprio sangue aveva iniziato a colarle lungo il petto.

(Preferisci allora morire, Akane? È così?)

Ma lei le aveva troncato il suo, di collo, una volta, due, tre. Infinite. Non riusciva più a smettere di alzare e abbassare la wakizashi, nemmeno quando si era ritrovata lorda di liquido nero: doveva vendicare tutti quei bambini, tutti quanti.

(È morta, Akane)

Le aveva detto il ronin afferrandole un polso. E lei, che non aveva provato nulla di quel che si era aspettata di provare massacrando la kuchisake-onna – orrore, disgusto per se stessa, fallimento – avvampò nel trovarsi il corpo di Ranma troppo vicino e ancora una volta rimase impietrita, finché lui le lasciò andare il polso per sfiorarle il viso con la mano insanguinata.

Era stato allora che si era svegliata, insieme alla sensazione di avere lo stomaco sul punto di ribellarsi. Aveva privato della vita un mostro, non un essere umano. Un mostro. Aveva fatto la cosa più giusta. Ma non era quello il problema.

La tua non era una mera esecuzione. Godevi nel farlo.

No, lei non era così, non era così!

Si mise le mani tra i capelli, ma per quanto scuotesse la testa, le immagini rimanevano aggrappate dietro le palpebre a ricordarle che se Ranma non l'avesse chiamata, lei avrebbe continuato chissà ancora per quanto a maciullare quel corpo.

"Maledizione…".

Solo in quel momento, udendo la propria voce riecheggiare nella stanza, si rese conto di essere sola: il futon di piume approntato per Ranma era intatto. Ovunque avesse dormito era un bene, perché non ne avrebbe sopportato la vista, pur provando un vago senso di offesa: il ronin pensava evidentemente di potersi allontanare anche per tutta la notte senza temere che lei fuggisse. E aveva ragione.

Si alzò e indossò gli abiti da komuso per andare a espletare le sue necessità sul retro della locanda. Ranma, constatò, non aveva dormito nemmeno dietro la fusuma, nel corridoio, né lo trovò nel cortile interno. Si liberò lesta in uno dei secchi sotto la tettoia sperando che nessuno la vedesse, quindi rientrò nel ryokan nello stesso momento in cui udì due voci femminili appena dietro l'angolo del corridoio. Non capì di cosa stessero parlottando tra una risantina e l'altra che le urtarono i nervi, riuscì solo a distinguere la parola 'ronin', il proprio nome – possibile? – e altre mai sentite che riuscì a cogliere solo perché ripetute spesso: futomara e bobo.

Si ripromise di chiedere lumi a quel baka quando si fosse degnato di riapparire e svoltò l'angolo. Attraverso le grate del cappello vide le ragazze – di cui una col trucco sfatto, i capelli in disordine e una yukata variopinta addosso – trasalire alla sua vista e inchinarsi svelte per restare così, piegate in avanti, mentre lei incedeva oltre nel silenzio appena calato e ancora una volta si chiedeva dove accidenti fosse andato a cacciarsi quell'idiota.

Si bloccò nel mezzo del corridoio senza riuscire a crederci.

Lei, prigioniera, si stava preoccupando per il suo carceriere?! Doveva essere impazzita, non c'era altra spiegazione per una tale assurdità. Avrebbe dovuto sentirsi sollevata della sua sparizione, felice se non si fosse fatto più vivo e soprattutto libera, una volta sgattaiolata via con le provviste. L'alba era sorta da poco, ora che le sovveniva, era ancora in tempo. Sospirò. Per quanto il pensiero la tentasse, aveva scarse probabilità di sopravvivenza senza quel cencioso a guardarle le spalle. Ma se non fosse più riapparso? Era una possibilità, per quanto remota, ma lei non sapeva se sperare davvero in una cosa simile. Ecco, mancava solo che rimanesse chiusa nella sua stanza ad aspettare impaziente il ritorno del suo aguzzino per definire tutta quella circostanza assolutamente ridicola.

Un altro affronto che gli farò scontare a furia di intestini strappati, se mai riuscirà a riportarmi a Nagoya. È una promessa.

Il rumore di qualcosa che veniva fatto lentamente scorrere svegliò Daisuke, le cui tempie vennero trafitte da lampi di dolore così acuti che gli fecero spalancare gli occhi. Con il cranio sul punto di scoppiare per il mal di testa più colossale che riuscisse a ricordare, il palato fuso con la lingua, i ricordi che brancolavano in una nebbia fitta e zero idee su dove si trovasse, era certo solo di essere sdraiato su un futon, non su un misero pagliericcio, e quella cosa marrone che vorticava sopra il suo naso sembrava un soffitto, ma di quale stanza? Provò ad alzarsi a sedere con la sensazione che il cervello sarebbe colato dalle orecchie e nella penombra vide una fusuma che veniva chiusa da qualcuno inginocchiato dall'altra parte.

Poggiò le mani sul futon e richiuse gli occhi, cercando di mantenere l'equilibrio e di non vomitare. Quando tentò di riaprirli, uno rimase incollato, l'altro si sollevò a metà e guardandosi intorno nulla riconobbe finché non udì un mugugno.

Sdraiata accanto a lui giaceva una sagoma femminile che gli dava la schiena, lunghi capelli sparsi su un secondo materasso e la yukata aperta: riusciva a intravedere le gambe e un seno. Ma a cosa era abbracciata? Si passò una mano sugli occhi e guardò meglio, mentre la luce rischiarava la stanza attraverso le fessure delle imposte: un torace maschile? Si sporse in avanti e tutto quel che era accaduto – più o meno – la notte scorsa gli passò fulmineo davanti al naso, mentre riconosceva il compagno di sbronze memorabili: Ranma che entrava nella bisca, che quasi lo strozzava, che lo scaraventava all'esterno, che lo aiutava a rialzare il culo congelato dall'ammasso di neve caduta, che lo portava nel ryokan dove era alloggiato e poi… poi? Si grattò la testa pensoso. Oh sì, sorrise compiaciuto, poi era riuscito a fregare il grande Ranma Saotome, ancora una volta, a suon di bicchierini di ottimo sakè d'annata, perché nulla scalda meglio del sakè anche quando è freddo. E a riprova che la sbornia era stata grandiosa, non ricordava – caso incredibile – come fossero finiti in quella stanza con quella raga…

No, un momento, ma non erano due? Dov'era finita l'altra? Sotto il groviglio di vestiti? Era lei a essere uscita poco prima? E a guardarla bene, quella che dormiva abbarbicata all'amico non era quella che aveva scelto per sé? Sì, che era lei, somigliava un poco alla sua Suzue… perché allora stava avvinghiata a Ranma?

Perché ubriaco fradicio o no, lui non ha lo stesso problema che hai tu là sotto.

Daisuke indossava ancora il perizoma e il kimono, per quanto aperto, mentre l'amico dormiva beato senza un lembo di pelle coperta, segno che aveva soddisfatto anche la propria, di ragazza. Chi aveva fregato chi?, sorrise amaro. Bah, meno male che almeno non ricordava di aver perso la faccia davanti alle ragazze.

Sì alzò malfermo sulle gambe e barcollò fino alla porta, l'aprì e rimase sulla soglia: a pochi passi da lui, in mezzo al corridoio, un komuso se ne stava immobile a respirare quasi con affanno mentre distendeva le dita e le richiudeva a pugno, le distendeva e le richiudeva. Quando vide il tengai volgersi appena nella sua direzione, Daisuke capì che aveva notato la sua presenza e s'inchinò, restando piegato in avanti finché il komuso non lo superò. Aveva un passo leggero, pensò mentre si raddrizzava per guardarlo allontanarsi e fu allora che notò un incedere che di maschile aveva assai poco: teneva le gambe piuttosto accostate e sembrava… ondeggiare? Ora che ci faceva caso, aveva un bel fondoschiena, largo, rotondo…

Ma che diamine, è una donna travestita!

Qualcosa diede segni di vita, là in basso. Ma era passato tanto di quel tempo, dall'ultima volta che era stato con una ragazza, che Daisuke abbassò lo sguardo sull'accenno di erezione che premeva contro il perizoma per essere sicuro di non averlo sognato. Kamisama, che stava succedendo?! Sparito il martello contro le tempie, sparite le vertigini e rientrato nei ranghi anche lo stomaco, il sangue era precipitato a riesumare qualcosa che credeva morto, mentre la bocca era così piena di saliva, ora, che se non deglutiva in fretta sarebbe colata lungo il mento.

Che tu sia benedetta, ragazza! E benedetto chi stanotte ha richiesto un travestimento tanto particolare per essere intrattenuto!

Daisuke si leccò il labbro inferiore, mentre richiudeva piano la porta dietro di sé e si avvicinava silenzioso alle spalle della serva travestita da monaco errante: aveva persino una finta wakizashi e la cosa, chissà perché, gli scaldava i lombi ancora di più.

La giovane si fermò, forse in attesa che lui facesse la prima mossa.

Non voltarti proprio ora, ragazza, voglio saggiare quel tuo bel fondoschiena sodo!

Ranma si svegliò di soprassalto al grido femminile che lacerò l'aria: un grido rabbioso, non terrorizzato, e a lui fin troppo familiare, benché attutito dalla porta chiusa. Ma fu quando udì il secondo grido – maschile, stavolta – che balzò in piedi scaraventando via qualcosa che gravava sul proprio torace e sfondando la fusuma per piombare nel corridoio. Solo per restare ammutolito.

Ad appena tre passi da lui, Daisuke era inchiodato al muro e scalciava i piedi nell'aria, trattenuto per la gola con una mano sola da un'Akane così inferocita che il viso aveva virato verso un rosso cupo e lo stava sbranando con gli occhi.

"Allora, kono yarou, quale pezzo vuoi perdere?".

Qualunque cosa quell'imbecille avesse combinato, meritava di essere preso a calci a priori, ma l'angolo innaturale della mano sinistra gli fece capire che lei gli aveva spezzato un polso, prima di sfoderare la spada corta.

"Ra… Ra… Ranma… aiuta… mi!", implorò un Daisuke violaceo in volto, mentre se ne stava aggrappato inutilmente con la mano sana al braccio che Akane aveva sollevato per sbatterlo contro la parete neanche fosse uno strofinaccio.

Anche la piattola si voltò verso di lui, ma l'espressione mutò, nel volgere di pochi battiti confusi di ciglia, dalla rabbia all'incredulità e alla vergogna che se la stava mangiando viva. Perché stavolta non era riuscita a tenere gli occhi fissi nei suoi o, tutt'al più, all'altezza del petto. Stavolta lo aveva squadrato dalla testa ai piedi e le si leggeva in faccia che avrebbe voluto sprofondare nel pavimento.

Paonazza come mai era stata, il respiro a fior di labbra da temere che svenisse, Akane chiuse gli occhi volgendo la testa di lato in una sorta di diniego, finché una vocina strozzata indusse entrambi a voltarsi verso la stanza da cui lui era sbucato: una ragazza se ne stava mezza nuda sulla soglia con le mani giunte davanti alla bocca a fissare la scena, per poi scappare via un secondo dopo cercando di coprirsi alla meglio.

Per un istante Ranma si chiese chi accidenti fosse e cosa accidenti ci facesse nella stessa camera in cui lui si era svegliato – nudo – quindi tornò a guardare Akane, che fissava il punto dove era stata la ragazza fino a pochi istanti prima. Poi, con indicibile lentezza, spostò lo sguardo dilatato su di lui. Sparita ogni traccia di imbarazzo, negli occhi ambrati poteva leggere le stesse sue domande. E quando trovò da sola la risposta a cui lui era già giunto, l'espressione dubbiosa lasciò il posto non allo sgomento, ma a una sorta di brusco risveglio, una consapevolezza che sembrò schiantarla al suolo peggio di come avrebbe fatto con Daisuke di lì a poco. La luce nei suoi occhi cambiò. Tutto da quel momento cambiò: Ranma vide la ragazzina ch'era in lei morire e lasciare il posto alla donna.

Insieme a Daisuke, Akane lasciò cadere a terra lo sguardo perso nel vuoto. L'amico tossì accasciandosi contro la parete, mentre lei, spaesata come chi non riconosce il luogo in cui si trova, ignorava entrambi guardandosi intorno finché sembrò tornare in sé e dando loro le spalle, l'ira ormai svanita, si avviò in fondo al corridoio a passi incerti.

"Oh, fratello…", tentò Daisuke massaggiandosi la gola. "Meno male che sei arrivato, quella pazza…".

Ranma lo raggiunse, lo issò da terra come un peso morto agguantandolo per i lembi del kimono e lo sbatté lui pure contro la parete.

"Ma allora è una fissazione! Ma che vi prende a tutti?!".

"Che hai combinato, maledetto idiota?", gli sputò in faccia. "Che le hai fatto?!".

"Ma niente! Ho solo tentato di palpeggiarle il sedere, credevo…".

"Sfiorala un'altra volta e ti mando a conoscere gli dèi con un calcio in culo così forte che ti faccio vomitare la spina dorsale, ci siamo intesi?!".

"Intesi, intesi, d'accordo!", si affrettò a rispondere l'amico più bianco di un cencio. "Ora lasciami andare!".

Gli restituì la libertà solo per ghermirgli una spalla.

"Avanti, rivestiamoci", gli ordinò spintonandolo nella stanza in cui avevano… dormito, mentre lui raccoglieva il cappello di Akane e le cameriere li spiavano da dietro l'angolo del corridoio in terrorizzata attesa. Ora tutto il villaggio avrebbe saputo.

"Ma la ragazza travestita da komuso chi è?", buttò là Daisuke massaggiandosi il polso che poco alla volta si rinsaldava.

"Dopo ti spiego".

"È per questo che sei venuto fin qui, allora? Per lei?", insisté l'amico infilandosi i pantaloni. "Carina è carina, però…".

"Sta' zitto e muoviti".

"Va bene, va bene. Posso almeno assistere di nascosto alla vostra discussione?".

"Di che blateri?", gli chiese annodando il perizoma e infilandosi il kimono.

"Non hai notato come ti ha guardato quando la ragazza che ti ha intrattenuto stanotte è sbucata dalla stanza? Era bluastra dalla collera!".

"Sei ancora ubriaco?", domandò stringendo la cintura in vita. "E poi chi mi dice che quella non l'hai intrattenuta tu?".

"Non ero io quello completamente nudo quando mi sono precipitato in corridoio con il pesce spada ai quattro venti. Te le sei fatte tutt'e due, fratello, ed è inutile che ti dica quanto ti odio per questo".

"Tutt'e due?!".

"Manco te lo ricordi?!".

"No, dannato coglione, non ricordo niente!".

"Per tutti i kami, se gli dèi esistessero davvero, dovrebbero farti cascare l'uccello all'istante".

Quando rientrò nella sua stanza, i futon erano spariti, la finestra spalancata per far entrare luce e aria fresca, la colazione aspettava su un vassoio laccato fra due cuscini contrapposti. Akane si precipitò a chiudere la finestra e prese a vagare da un angolo a quello opposto, da una parete all'altra, avanti e indietro, come un animale in gabbia che tenta di trovare una via d'uscita, quando aveva invece un bisogno disperato di capire perché le sembrava di aver ricevuto un pugno alla bocca dello stomaco.

O forse no. Forse era meglio non saperlo.

S'inginocchiò davanti al tavolino, afferrò un po' tremante la ciotola di riso, impugnò le bacchette con forza perché non le scappassero di mano e rimase così, a fissare i piattini colmi di pietanze.

(Hai osservato tanto, ma non hai mai aperto gli occhi)

Ranma non si era mai allontanato, anzi, aveva dormito a pochi passi da lei. Anche se 'dormire' non era la definizione più appropriata.

Affondò le bacchette nel riso, le sollevò, ma non riuscì a portarle alle labbra.

Ranma era un uomo e aveva giaciuto con una donna. E lei si era pure preoccupata di dove fosse andato a cacciarsi.

Prese la salsa di soia e ne versò sul riso con tale slancio da farlo diventare completamente scuro. Pazienza, voleva sentire il sapore pungente sul palato, voleva sentire qualcosa che non fosse quel dolore sordo che risaliva dal ventre al petto.

Ranma era un uomo e lei – aveva ragione – solo una mocciosa. Ripensò alla ragazza col trucco sfatto e i capelli in disordine che aveva incrociato nel corridoio e lo stomaco ebbe una violenta contrazione. Era stato con lei? Oppure con quella che era scappata via? Ma aveva importanza, poi?

Ranma era un uomo ed era ora che crescesse anche lei.

Portò finalmente una porzione di riso in bocca e iniziò a masticare di malavoglia, mentre fissava la parete ma rivedeva il ronin che la guardava sbigottito. Lui, nudo dalla testa ai piedi. Ma era un uomo, lui, e poteva fare quello che voleva della sua vita, non doveva rendere conto a nessuno, men che mai a una ragazzina scappata dalla famiglia perché incapace di farsi carico dei doveri connessi al suo stato sociale. Che ne sapeva lei della vita? Niente.

Un bel niente.

Lei era quella che pretendeva di essere ubbidita pur non sapendo badare a se stessa, che pretendeva di cavarsela da sola senza avere idea di come funzionasse il mondo. Credeva che affrontare briganti ed esseri soprannaturali l'avesse aiutata almeno un poco a capirlo, ma la verità era che ne era stata toccata fino a un certo punto. Anche le miserie umane l'avevano sconvolta, era vero, ma si era aspettata di incappare in tutto ciò in cui si era imbattuta, lo aveva messo in conto, preparandosi in un certo senso all'inevitabile. Aveva desiderato affrontare ogni tipo di avversità per mettersi alla prova, per essere davvero utile per una volta, per sentirsi viva. Era lui che non aveva previsto di incontrare. Lui le aveva sbattuto in faccia una realtà che non aveva immaginato esistesse e che ancora si ostinava a non voler accettare.

(Per tutto questo tempo hai visto solo quello che volevi vedere)

Ranma era un uomo – non bastasse il fatto di essersi mostrato a lei ben due volte com'era venuto al mondo – e lei, ennesima femmina indesiderata, non era altro che la caricatura di una vera samurai. Kasumi… lei sì che apparteneva di diritto a questo rango: non era scappata da un matrimonio imposto, non aveva protestato per un marito crudele, aveva anzi ingoiato il boccone amaro e ogni umiliazione. Lei, in confronto, che aveva subìto? Cos'era? Una bimbetta piagnucolante che esigeva un rispetto immeritato.

Forse avrebbe dovuto perfino ringraziare Ranma, perché senza volerlo le aveva appena impartito la lezione più importante: Tendo Akane aveva ancora molta strada da fare. A dispetto del suo ceto, a dispetto degli anni trascorsi a sputare sangue nel dojo, non era che un infante al di fuori delle mura del castello. Lei non era migliore di tante altre, né meritava maggiore considerazione. Non era diversa.

Non era nessuno.

Per lui certamente. Ai suoi occhi sei rimasta la bambina di undici anni che una notte riportò a casa e non gli hai mai dato motivo di pensare il contrario.

Ecco perché non le avrebbe mai insegnato nulla di ciò che avrebbe voluto apprendere se non le basi per la sopravvivenza, perché badare a una poppante era l'ultima cosa che un uomo come lui, giustamente, avrebbe voluto fare. Ed ecco perché…

Ti tratta come si trattano i bambini cocciuti che vanno educati.

Bene e ora? Non era più una questione di come guadagnarsi la sua fiducia, bensì il suo rispetto. Doveva indurlo a vederla come una donna. Ma come, se nemmeno lei ne era in grado? Non si era mai sentita tanto sciocca e infantile come in quel momento, era arrivata a menomare un disgraziato solo perché l'aveva di certo scambiata per chissà chi.

(Ehi, bellezza, dove vai tanto di fretta?)

Sarebbe bastato un calcio ben assestato o un colpo dato con la mano di taglio tra collo e clavicola. Le sembrava di essere ancora in quella stalla dove, appena fuggita, aveva rubato un cavallo e aveva quasi ammazzato un uomo. Sapeva essere solo avventata e violenta, incapace di controllare la propria forza, ma capacissima di diventare cieca per una rabbia insensata. Dov'era l'onore di cui tanto si vantava? Se lo chiedeva da quando aveva iniziato quella fuga scriteriata e questa era solo l'ennesima dimostrazione, se ce ne fosse stato bisogno, che non era degna del rango cui apparteneva.

Mai come in quel momento il seme del dubbio penetrò tanto a fondo da farle riconsiderare la decisione che era già costata la vita alla sua dama di compagnia. Forse lei non era adatta per quel mondo che appariva solo ostile, ma arrendersi significava non rivedere più Kasumi e forse condannarla: non poteva capitolare proprio adesso, anche se il feudo di Daichi era ancora lontano. La distanza però poteva garantirle abbastanza tempo per convincere Ranma a compiere una piccola deviazione, se non fosse riuscita a liberarsi di lui lungo il tragitto.

E poi?

Il rumore di un'anta che scorreva la indusse a voltarsi quel tanto da indovinare con la coda dell'occhio che Ranma era entrato nella stanza in cui avrebbe dovuto dormire ed era rimasto immobile sull'uscio.

"L'idiota che ti ha messo le mani addosso si chiama Daisuke, è una mia vecchia conoscenza e in realtà è del tutto innocuo", la informò richiudendo la porta. "Appena sarà presentabile vuole porgerti le sue scuse, ti ha scambiata per una cameriera".

Akane prese una porzione di natto con le bacchette e la adagiò sul riso.

"Gli ho fratturato il polso, vero?".

"No, sta bene".

"Sul serio?", chiese con un sollievo tale che si sentì quasi fluttuare. "Strano, mi sembrava di aver udito l'osso spezzarsi… ma se mi sono sbagliata, meglio così. In ogni caso ho esagerato e gli porgerò le scuse a mia volta".

Prese un cubetto di tofu e lo portò alla bocca, mentre Ranma perseverava nella sua immobilità: il respiro lento e profondo era l'unico rumore che spezzava il silenzio, mentre lei piluccava il cibo. Percepiva il calore che il corpo del ronin emanava anche a due passi di distanza, percepiva gli occhi sulla propria pelle anche sotto i vestiti.

"Ho dato ordine di portarmi la colazione qui", la mise al corrente sedendosi a gambe incrociate dall'altra parte del tavolino e posando accanto a sé il tengai che lei aveva abbandonato in corridoio con i lacci strappati. Akane alzò appena lo sguardo per annuire.

E non riuscì più a distoglierlo.

Non deglutire. Non deglutire nemmeno se ne andasse della tua vita.

Perché – i kami lo fulminassero – la luce faceva dilagare increspature dorate sul mare agitato delle sue iridi e lei si ritrovò alla deriva nell'immensità dell'oceano. Non c'era traccia dello sguardo acuminato della sera prima, né di rimprovero o derisione. C'era il buio della profondità e la limpidezza del cielo racchiuso in uno specchio d'acqua e lei sapeva – sapeva – che avrebbe dovuto distogliere i propri occhi dai suoi prima che restassero abbagliati, ma era come se Ranma la vedesse per la prima volta. Ora lui…

Lui la guardava.

"Non-non mi ha messo le mani addosso, non ne ha avuto il tempo", riuscì ad articolare.

La guardava con l'intensità con cui l'aveva scrutata anni prima sui tetti di Edo, ma stavolta nelle iridi non c'era la neve, non c'era il ghiaccio.

"E non ci proverà più: ha paura di te, adesso, e ancora più di me".

C'erano onde calde, quasi roventi, che lambivano il suo corpo, lo carezzavano, lo cullavano. Lo inghiottivano.

"Davvero ti scuseresti con lui? Tu, una samurai?". Stava sprofondando poco per volta e il rischio di annegare non era mai stato così alto. "Daisuke è solo un misero bracciante, vive in un tempio fuori dal villaggio, tra i boschi, alle dipendenze di un monaco, sul serio ti umilieresti così?".

Akane riuscì con sforzo inaudito a concentrarsi sui sottaceti neanche fossero mucchi di monete d'oro e ne scelse infine uno con le hashi.

"La mia reazione è stata esagerata ed è tanto più grave perché, come samurai, dovrei essere da esempio. Quindi mi scuserò con lui".

Ranma annuì accennando un sorriso compiaciuto. Se quegli occhi avessero potuto toccarla, le avrebbero sfiorato il viso e le avrebbero sollevato il mento. Come quella notte.

"E come giudichi l'altra tua reazione? Sembravi sconvolta quando hai visto scappare via quella ragazza".

Solo per strapparle brandelli di anima.

Akane rimase con le bacchette a mezz'aria e il desiderio represso di spezzarle di netto.

"Ovvio: avrà di certo raccontato ciò che ha visto e ormai tutti sapranno che non sono un komuso, dunque che facciamo, adesso?", chiese stupendosi della propria voce ferma.

"Non male come scusa".

Lei non si scompose, continuando a mantenere le iridi ancorate alle sue.

"Che vuoi dire?".

"Che non sei abbastanza allenata da essere credibile quando racconti fandonie".

Se l'era aspettato che sarebbe stato più diretto di un dardo.

(Non era quello che volevi?)

Sì, lo era. Alla fine, era proprio ciò che voleva. Ma non poteva essere altrettanto franca.

Akane posò ciotola e bacchette sul vassoio: non aveva più fame.

"Ha importanza ai fini del nostro viaggio cosa possa avermi sconvolto?".

"Può darsi".

Che t'importa?, avrebbe voluto gridargli. Perché è così importante?

"Credi che una ragazzetta seminuda possa compromettere la mia capacità di affrontare situazioni pericolose?".

"Tutt'altro: credo che, messe una di fronte all'altra, sarebbe divertente ascoltare le vostre reciproche esperienze di vita".

Akane chiuse le dita a pugno sotto il tavolino e le conficcò nei palmi.

"Pensi che mi ritenga migliore di lei e che la disprezzi? Sbagli, tuttavia avresti potuto avvisarmi che non avevi intenzione di dormire nemmeno davanti alla porta di questa stanza".

"Vuoi dire che stamattina ti sei preoccupata, quando al risveglio hai visto che non ero accanto a te?".

"In realtà ho ponderato se aspettare o meno il tuo ritorno".

"Hai preso in considerazione l'idea di proseguire il viaggio da sola?".

"Mi ha solleticata", ammise sorseggiando il macha.

"Beh, fatti passare il solletico, perché non accadrà più che dormirò lontano da te".

Non riuscì a impedirsi di increspare la fronte: sapeva di non dover interpretare una simile affermazione in quel senso, eppure una strana agitazione s'impadronì del petto.

"Stanotte Daisuke mi ha fatto ubriacare, non ricordo quasi un accidente di quel che è successo dopo che siamo entrati nel ryokan, ma posso assicurarti che non accadrà di nuovo, né mi allontanerò più così tanto".

"Veramente eri a due passi".

"Non ha importanza".

Akane rimase con la tazza di tè tra le mani poggiate sulle gambe. Nulla sembrava più esistere per lui in quella stanza. E che gli dèi la aiutassero, nemmeno per lei.

"Allora, che facciamo adesso?", chiese di nuovo posando la tazza.

"Uscirai dal retro, dove Daisuke ti aspetta, e lo seguirai fino al tempio in cui vive, non è distante. Io me la vedrò con lo shoya e il goshi che sicuramente mi stanno già aspettando".

Con la coda dell'occhio, Akane vide l'anta della porta scorrere di nuovo e una cameriera fare il suo ingresso inginocchiata. Per un istante smise di sostenere lo sguardo di Ranma per posarlo brevemente sulla nuova venuta e riconobbe la ragazza col volto impiastricciato che aveva ridacchiato nel corridoio. Ora era vestita decentemente e ripulita dal trucco, i capelli raccolti in una crocchia e un sorriso discreto. S'inchinò come nulla fosse, ma il vassoio che recava lo adagiò sul basso tavolino davanti a Ranma e gli verso il tè, quindi restò al suo fianco a guardarlo con aria sognante, senza pensare minimamente a portare via ciò che restava della sua, di colazione.

Lui non sembrò nemmeno essersi accorto della sua presenza, per tutto il tempo non aveva mai smesso di osservare lei. Continuò a ignorare la serva anche quando afferrò la ciotola del riso finché, infastidito forse per il fatto che non se ne fosse ancora andata, senza neppure voltarsi le disse qualcosa con tono seccato e quella, portandosi una manina tesa davanti alla bocca, si lasciò sfuggire un risolino che, ancora una volta, le graffiò i nervi. Ranma smise di masticare e la trafisse con lo sguardo, prima ancora che con parole dal suono aspro che non ammettevano repliche. Il sorrisetto della ragazza agonizzò fin quasi alle lacrime, s'inchinò lesta e scappò via.

"Cercava ancora la tua compagnia?", chiese ironica.

Il ronin la guardò sorpreso.

"Non ricordo nemmeno di avergliela concessa", disse versando la salsa di soia sul riso.

"Ah no? Allora che significano futomara e bobo?".

Ranma sputò chicchi di riso ovunque e tossì quel che gli era andato di traverso sin quasi a strozzarsi, mentre si batteva il petto con un pugno. La ciotola cadde per terra e si rovesciò, ma lui era troppo preso a trangugiare il tè per preoccuparsene. Quando finalmente riprese a respirare quasi normalmente, ancora livido in volto come non l'aveva mai visto, lei era talmente sbalordita da una reazione così inconsueta e improvvisa che riuscì a trattenersi dal ridergli in faccia solo affondando i denti nel labbro inferiore: mai avrebbe immaginato di riuscire a sconvolgerlo a tal punto.

"Dove… dove accidenti hai sentito queste parole?!", le chiese tra un colpo di tosse e l'altro.

"La premurosa cameriera di poco fa le ha pronunciate stamattina all'alba parlando con un'altra serva. Sembrava uscita da un assalto, con i capelli in disordine e la vestaglia da notte scomposta…", lo schernì.

Ranma buttò la ciotola sul vassoio e con un sospiro si passò una mano sul viso.

"Sono riuscita anche a distinguere la parola 'ronin', quindi mi pare ovvio che si riferisse a te. E poi ho udito il mio nome", buttò là con finta noncuranza.

Ranma scostò la mano dal viso e la guardò stralunato.

"Il tuo nome? L'hai sentita pronunciare 'Akane'?".

"Credo di conoscere a sufficienza il mio nome da riuscire a distinguerlo in una conversazione e a meno che qui non abbia un significato ben preciso o lei non stesse parlando del fiore che sboccia in autunno, si stava riferendo a me. Cosa ti sei lasciato sfuggire mentre 'svuotavi le nespole'?", chiese con un sorrisetto a fior di labbra.

Per la prima volta da che aveva avuto la sfortuna di incrociarlo, il grande ronin tutto d'un pezzo, l'apparentemente invincibile Saotome Ranma, il terrore di demoni e fantasmi annaspò: la superficie del mare s'increspò, mentre cercava di articolare parole che non trovava. Akane si sorprese a godere della sua crescente difficoltà dopo i continui imbarazzi che l'aveva costretta a subire, lo trovava anzi così gratificante che si ripromise di non perdere occasione per fargli andare ancora il cibo di traverso, in futuro. Non fosse altro perché, finalmente, sembrava un essere umano.

Anche quando ride, però. È l'unica risata sincera che abbia mai…

"Te lo ripeto, non ricordo niente di quel che è successo la notte scorsa, non so cos'abbia detto a quelle due ragazze, forse volevo accennare di te a Daisuke, ma evidentemente era già crollato e allora mi sarò aperto con loro".

Loro? Ha giaciuto con tutt'e due?!

Akane si morse la lingua pur di non farsi uscire di bocca commenti sferzanti, guardò fuori dalla finestra l'edificio di fronte rischiarato dal riverbero del sole e stringendo i pugni rilasciò il respiro trattenuto.

Non era affar suo. Non era. Affar. Suo. Anche se un secondo, invisibile e quanto mai inspiegabile pugno si era incuneato nello stomaco. E faceva più male del primo.

"Direi che ormai non ha più importanza. In ogni caso non hai risposto alla prima domanda".

"E non lo farò", rispose Ranma prendendo una fetta di uovo sodo.

"Bene", ribatté lei alzandosi e afferrando il cappello. "Vorrà dire che lo chiederò al tuo amico".

"Non sperare che ti risponda: non parla la lingua dei nobili", la avvisò a mezza bocca senza più sollevare gli occhi dalle pietanze.

"Vedremo", lo sfidò mentre chiudeva il mantello di paglia, annodava i moncherini delle cordicelle del tengai sotto al mento e usciva dalla stanza.

Appena Akane si chiuse la porta alle spalle, Ranma gettò i piattini sul tavolino e abbandonandosi sul tatami prese a massaggiarsi le tempie: non aveva un mal di testa così feroce da anni.

Bene, bene, bene.

Una semplice servetta era riuscita là dove demoni e spiriti avevano fallito. Qualcosa nella piattola era cambiato e prima ancora che nella compostezza che non aveva necessitato di alcuno sforzo – tranne forse che in un paio di momenti – erano stati gli occhi a parlare per lei.

Se nel corridoio la luce che li animava era di colpo mutata in un lampo di comprensione che l'aveva tramortita fino a stordirla, in quella stanza invasa dal sole era letteralmente traboccata illuminando il suo viso come una dannata torcia. Rapito a guardare l'ambra che sfumava verso il miele liquido, aveva visto una donna fissarlo di rimando senza esitazione, né incertezze, con una calma quasi imperturbabile che non appariva né studiata, né rassegnata. Circonfusa dalla luce come se promanasse da lei stessa, lo aveva guardato come se non lo avesse mai visto, ma al tempo stesso sprigionando una serenità, un distacco di cui non la credeva capace. E se lo sguardo di colpo più maturo non fosse bastato, s'era messa di mezzo la lingua a confermargli che la mocciosa, se non era morta, era stata quanto meno ridotta a un mero sussulto.

(Cosa ti sei lasciato sfuggire mentre 'svuotavi le nespole'?)

Mai si sarebbe aspettato che potesse rivolgergli una domanda simile, ma era stata soprattutto la naturalezza con cui gliel'aveva posta a sconvolgerlo, con quel sorrisetto complice e il viso appena inclinato di lato, neanche sapesse di cosa stesse parlando. C'era mancato solo che gli facesse l'occhiolino.

Sì, la ragazzina che era in lei era stata messa in un angolo, ma l'importante era che non sparisse del tutto o Akane sarebbe diventata una delle tante donne morte dentro prima ancora di iniziare a vivere. E non era questo che voleva.

(E poi ho udito il mio nome)

Per tutti i maledetti kami, ma che aveva combinato la notte prima? Inutile domandarlo a Daisuke, tanto valeva chiedere a quelle due cameriere, almeno una di loro lo avrebbe illuminato, tuttavia aveva il sentore che la risposta non gli sarebbe piaciuta. Ma perché, poi? Si era lasciato scappare il nome di Akane raccontando alle ragazze anziché all'amico il viaggio che stavano intraprendendo, non c'era altra spiegazione.

Invece sì.

No. Non aveva alcun senso, era assurdo. E le serve glielo avrebbero confermato.

Si alzò a sedere massaggiandosi i 'Cancelli del Cielo' dietro le orecchie, ma l'emicrania non accennava a diminuire. Passò allora a premere i punti Zan Zhu ai lati del setto nasale, con pollice e indice, ma anziché concentrarsi sulla stimolazione, rivide Akane schiudere le labbra mentre alzava su di lui le iridi trafitte dalla luce.

Non avrebbe mai creduto di vedere, un giorno, l'oro negli occhi di qualcuno.

Né di vedere l'oro sorridere.

Si passò una mano sul viso e sbuffò. I kami fossero tutti dannati.

Afferrò di nuovo le bacchette e si mise a svuotare il contenuto dei vari piattini: tanto valeva finire di mangiare, il mal di testa sarebbe passato, prima o poi. Era più importante andare a stomaco pieno a riempire di frottole le orecchie del finto capovillaggio e del goshi: se fossero stati furbi abbastanza, avrebbero chiuso entrambi gli occhi di fronte ai soldi che offriva loro, altrimenti Shirakawa avrebbe dovuto trovarsi un nuovo falso shoya e un nuovo samurai di campagna. Sul secondo, comunque, non aveva quasi dubbi: l'orgoglio era spesso molto più forte della fame che i bushi di basso rango pativano.

Peggio per lui.

"Saburo! Saburo, non puoi immaginare! Indovina!".

Sayoko gli arrivò alle spalle proprio mentre stava preparando gli ingredienti per l'oden: dal passo trafelato con cui era entrata in cucina, capì di doversi preparare a un fiume di pettegolezzi.

Il cuoco dispose sul tagliere il daikon, il tofu da friggere, le uova da bollire e i funghi shiitake essiccati.

"Non ho tempo né per indovinare, né per immaginare, devo iniziare a mettere su il brodo".

Ma dove aveva messo il tonno secco e l'alga konbu? Erano già finiti?

"Oh, puoi anche lasciar perdere per qualche minuto, questo che sto per raccontarti è davvero incredibile!".

"Più incredibile delle teste mozzate di una kuchisake-onna e dei bambini scomparsi con le zanne al posto dei denti?", chiese spostando tegami e recipienti.

"Beh, forse no, ma… uno dei due ronin arrivati ieri notte, il komuso… non è un komuso!".

"Ah sì?", osservò tiepido aprendo un vaso.

"È una donna!".

Stavolta aveva tutta la sua attenzione. Saburo si raddrizzò e si voltò verso la serva che sprizzava eccitazione da ogni foruncolo: aveva sempre pensato che avesse un bel visino piatto e rotondo, peccato per la pelle butterata.

"Ne sei sicura?".

"Quella sciocca di Tsuya stanotte se l'è spassata col ronin e l'ha vista bene, non ha dubbi! Dice anche che ha una faccia da far spavento, forse per questo la nasconde dietro un tengai".

"È stato già riferito allo shoya?".

"Figurati se Kichibei perdeva tempo! A quest'ora lo saprà anche il goshi, cosa pensi le faranno per essersi spacciata per un monaco errante? Porta persino una wakizashi!".

"È quello il problema più grave, temo: ha fatto credere a tutti di essere di rango samurai, quindi immagino che la condanneranno a morte, a meno che…". Dietro la testa di Sayoko vide comparire qualcosa di giallo e alzò gli occhi. "…non sia una vera samurai che viaggia in incognito…".

"Saburo, cos'hai? Perché sei impallidito? Ti senti male?".

Anziché risponderle, piegò appena il busto, nemmeno lui seppe bene perché. Con la coda dell'occhio notò Sayoko voltarsi e restare lì per lì impietrita, per poi inchinarsi anche lei.

La donna dietro il cappello di paglia disse qualcosa e lui non capì una parola, ma comprese all'istante che la sua intuizione era giusta: davanti a loro c'era un'aristocratica.

Saburo tornò eretto e sudando freddo le chiese scandendo le parole come poteva esserle utile. Sayoko sembrava invece indecisa se farsela addosso o scappare e pregò perché rimanesse immobile: dal mantello che la donna indossava spuntava la spada corta.

Il tengai si mosse come se la donna volgesse lo sguardo su Sayoko e con un cenno le fece capire di andarsene. Quella non perse tempo, s'inchinò rapida e scomparve quasi acquattata per terra. Adesso erano soli e il falso monaco tornò a fissare lui, prima di guardarsi attorno e sondare la cucina: immaginava cosa stesse cercando tra pesci appesi a essiccare, armadi costellati di ante e cassetti, tegami che pendevano dalla rastrelliera, barili impilati e ripiani su cui facevano bella mostra diversi fiaschi di sakè, ma non osò aprir bocca: in presenza di un samurai, fosse pure di sesso femminile, non poteva emettere suono se non interrogato. Tuttavia, poteva almeno indicarle le provviste che aveva preparato per loro, visto che aspettavano chiuse in un fagotto, ma il finto komuso se ne avvide da solo: si avvicinò al tavolo, aprì i fazzoletti annodati ed esaminò il contenuto, quindi si volse verso di lui.

"Sakè?".

Stavolta la intese perfettamente. Le indicò i fiaschi sui ripiani specificando che contenevano del pregiato tokutei meishoshue lei, che parve aver compreso, ne prese un paio per i manici. Saburo imprecò dentro di sé, ma recuperò due cordicelle e quando la donna posò i fiaschi sul tavolo, si avvicinò con cautela mostrandole le piccole funi. Lei fece un cenno col capo e lui fece passare una corda attraverso ogni ansa, così che lei potesse mettersi a tracolla, sotto il mino, un fiasco per parte.

Mentre la donna richiudeva il mantello, apparentemente indifferente al peso che stava portando, Saburo le porse le provviste con un inchino. Lei fece un cenno col capo e disse qualcosa che somigliava a un 'grazie', quindi guadagnò la porta che dalla cucina permetteva di uscire sul retro della locanda.

I kami avrebbe fatto cascare l'uccello a lui, prima o poi, col maledetto freddo che faceva.

Daisuke batteva i piedi sulla neve strofinando le mani sulle braccia, mentre si chiedeva chi accidenti glielo faceva fare di aspettare ancora in quel viottolo schifoso con lo stomaco che brontolava, i calcagni che congelavano e i ghiaccioli che appesantivano le palle.

Chi glielo faceva fare? Ranma, ecco chi. Doveva rimanere lì anche a costo di vedere il naso staccarsi e cadere, era stato chiaro, su questo. Come era stato chiaro sul fatto che lui non capiva il linguaggio dei nobili, nossignore, per lui era e doveva rimanere incomprensibile. Tranquillo, gli aveva risposto, non ricordo quasi nulla, è passato troppo tempo. Ma Ranma, per essere sicuro che al momento opportuno non gli scappasse di bocca nemmeno una parola altolocata, lo aveva ammonito che, in caso contrario, avrebbe assaggiato il proprio scroto.

Doveva ammettere che le sue minacce gli facevano gelare il sangue. Anche perché, a differenza di tanti altri, Ranma le promesse le manteneva.

"Daisuke?".

Si volse verso la voce con un sussulto e si ritrovò davanti la ragazza travestita da komuso, con il capello ben calcato in testa e un mantello di paglia così lungo e spesso da rendere impossibile distinguerla da un uomo. Ecco come aveva fatto la sera prima a essere scambiata per un monaco errante! E aveva l'impressione che sotto indossasse pure un dotera, mentre lui riusciva a mala pena a percepire le estremità del proprio corpo.

S'inchinò quanto più profondamente poteva rispondendo "Hai!", si guardò attorno per essere certo che nessuno li stesse spiando, quindi indicò la direzione da prendere. Lei rispose con un cenno del capo e lo seguì.

S'incamminarono verso i limiti del villaggio e Daisuke ebbe ogni cura affinché, percorrendo sentieri marginali, non incontrassero anima viva: si fermò spesso per guardarsi alle spalle e per sondare che non ci fosse qualcuno dietro gli angoli. Non poteva dirsi del tutto certo che nessuno li avesse visti, soprattutto quando s'inerpicarono su per la salita verso il tempio, ma tutto sommato poteva ritenersi soddisfatto: era ancora troppo presto perché qualcuno facesse sporgere il naso fuori dalla porta o da una finestra. Si volse verso i tetti innevati di Shirakawa sparsi qua e là nel fondovalle: sembravano funghi che cercavano di emergere da una coltre bianca spessa e pesante, eppure qualche fesso che osava sfidare il gelo senza aspettare che il sole fosse più alto c'era sempre, oggi era il turno del capovillaggio e del goshi. Oltre le fronde degli abeti, Daisuke sbirciò un cielo che si andava guastando, in men che non si dica avrebbe ricominciato a nevicare, meglio sbrigarsi.

Akane teneva il fagotto delle provviste con tutt'e due le mani, ma quella salita faceva ondeggiare i fiaschi di sakè compromettendo il suo equilibrio. Se non altro, se fosse caduta, nulla si sarebbe rotto, visto che la neve era così alta che le gambe affondavano fin quasi al ginocchio: gli arti inferiori non li sentiva quasi più, sembravano monconi di carne congelata attaccati alla bell'e meglio al resto di lei che stava assiderando, nonostante le precauzioni che aveva preso per ripararsi dal gelo. Sperando che il tempio non fosse troppo lontano, doveva approfittare di quella scarpinata per parlare con qualcuno che conosceva il ronin abbastanza da strappargli informazioni, benché ci fosse davvero la possibilità che l'uomo davanti a lei non capisse una parola, oppure per fedeltà a Ranma avrebbe fatto finta di non capire. Nel primo caso, la soluzione forse esisteva e gliel'aveva fornita proprio Ranma quando aveva accennato al fatto che Daisuke viveva alle dipendenze di un monaco, l'unico che poteva avere la cultura necessaria per farle da interprete. Ma se Ranma aveva minacciato questo Daisuke di tenere la bocca chiusa, c'era un solo modo per scioglierli la lingua.

"Appena arriveremo al tempio, è mia intenzione porgerti le mie scuse", disse alla sua schiena.

L'uomo ebbe un sussulto e si volse appena, giusto il tempo per ribattere qualcosa nel dialetto locale, forse le aveva chiesto perdono perché non aveva capito cosa lei avesse detto.

"Spero solo di non aver causato danni permanenti al tuo polso", continuò come nulla fosse, ma osservando che non un osso della mano sinistra fosse fuori posto, non un livido segnasse la pelle. Molto strano. Di nuovo, Daisuke le mostrò a mala pena il suo profilo sorridente, ma non una parola uscì di bocca, anche se le era parso sorpreso.

"Sono certa, comunque, che mi farò perdonare: ho con me due fiaschi di tokutei meishoshu".

"Davvero?!", le chiese l'uomo voltandosi del tutto verso di lei. E afferrandosi la testa quasi nel medesimo istante, gli occhi serrati per non assistere alla propria, subitanea capitolazione. Daisuke si piegò sulle ginocchia lasciandosi sfuggire quelle che dovevano essere imprecazioni, in cui però Akane riuscì a distinguere il nome di Ranma. Come pensava: il ronin doveva averlo intimidito.

"Hai intenzione di rimanere qui a lamentarti ancora per molto? Portami a questo tempio, così potremmo scaldarci col sakè. E non preoccuparti per Ranma, non ne farò parola, se tu non ne farai".

Daisuke sollevò la testa, guardandola perplesso come per cercare conferma negli intrecci del suo cappello di paglia che avesse inteso bene.

"Hai capito ciò che ho detto?".

"Poco, Akane-dono", rispose lui alzandosi in piedi solo per fissarseli con ostinazione. "Poca parola".

Forse Ranma le aveva mentito solo in parte – e doveva scoprire perché – o forse era quel Daisuke che stava mentendo, in ogni caso il problema si sarebbe risolto di lì a poco: Akane gli fece cenno col capo di proseguire il cammino e lui, dopo un breve inchino, le diede di nuovo le spalle e si avviò.

Quando arrivarono al tempio, nascosto in parte dalle fronde degli abeti, un monaco canuto stava spazzando via la neve dal patio: la barba candida arrivava al petto, ciuffi di peli spuntavano dalle orecchie e nonostante le sopracciglia folte, Akane riuscì a distinguere gli occhi quando il vecchio alzò il volto per vedere chi stesse arrivando, sorrise a fior di labbra e s'inchinò, per quanto la schiena glielo permettesse. Daisuke gli si pose di fianco e, a voce alta, dovette presentarla al monaco, perché la indicò con un palmo della mano. Il vecchietto si sporse verso Daisuke ponendo una mano tremolante dietro l'orecchio e l'uomo, con un sospiro, stavolta scandì le parole con un tono di voce ancora più alto. Il monaco spalancò la faccia, guardando prima lei che si toglieva il cappello, poi Daisuke e poi di nuovo lei che s'inchinava, quindi borbottò qualcosa ed entrò nel tempio dopo un nuovo, doveroso inchino nei suoi riguardi.

"Tè scottante?", chiese Daisuke facendole strada, ma Akane non badò al suo modo di esprimersi, troppo delusa dal fatto che il monaco fosse tanto in là con gli anni da essere praticamente sordo e, cosa ancora peggiore, forse nemmeno capiva – o non ricordava – la lingua ricercata dei nobili. Come se non bastasse, appena mise piede nel piccolo tempio quasi rimpianse il freddo esterno: benché non fosse fatiscente, l'umidità impregnava a tal punto le pareti da essere palpabile. Se non si fosse scaldata in fretta, avrebbe rischiato di ammalarsi di nuovo.

Daisuke la face accomodare nell'irori, dove una pentola pendeva dal soffitto proprio sopra il focolare al centro del pavimento. Akane posò le provviste sul tatami, si tolse il mantello e si inginocchiò su uno dei cuscini davanti al focolare, sfilando dalle spalle le corde che reggevano i fiaschi di sakè. Si strofinò le mani, mettendole a coppa davanti alla bocca, mentre Daisuke cercava di riattizzare le braci, dopo aver sollevato più in alto il pentolone. Dal tono che usò, capì che si era lasciato sfuggire un'imprecazione, perché i legni carbonizzati non volevano saperne di tornare a bruciare, quindi si alzò e si allontanò, ma non rimase sola a lungo: il vecchio monaco arrivò a piccoli passi e si inginocchiò di fronte a lei quasi con un tonfo.

"Benvenuta, nobile Akane".

"Vi ringrazio", rispose con un inchino mentre il sollievo faceva affiorare un sorriso sulle labbra: forse poteva instaurare una conversazione!

"Prego?".

Akane tornò eretta.

"Vi ringrazio!".

"È uno strazio?".

Il sollievo si dissolse come la neve sotto i raggi primaverili.

"No, no, ho detto: 'grazie'!".

"Oh… vi chiedo perdono, purtroppo i suoni non giungono più limpidi alle mie orecchie come quando avevo ottant'anni".

Akane stentò a conservare il sorriso, che divenne più vacillante della debole voce dell'anziano.

"Non vi dovete scusare, piuttosto vorrei ringraziarvi per avermi accolto nel vostro tempio".

"Non c'è più molto tempo? Per cosa, mia cara?", le chiese il monaco sporgendosi verso di lei con un velo di preoccupazione nello sguardo.

Kamisama, sarà dura!

Daisuke tornò con nuova legna mentre lei tentava di spiegare al vecchietto perché si era messa in viaggio. Di tanto in tanto, Akane gettava un'occhiata al suo palpeggiatore tutto concentrato ad accendere un fuoco che non voleva saperne di scoppiettare, finché un'esclamazione di trionfo le annunciò che era riuscito nell'intento.

"Faccio tè, ora!", comunicò soddisfatto alzandosi in piedi.

"Aspetta!", ordinò alzando una mano. "Non ce n'è alcun bisogno, abbiamo il sakè", gli ricordò mostrando i fiaschi accanto a lei. "Vieni, accomodati", gli fece cenno con la stessa mano.

Daisuke si leccò le labbra e corse via lasciandola interdetta solo pochi istanti, il tempo di riapparire con tre bicchierini tra le mani. Appena prese posto di fianco a loro, s'inchinò fino a toccare il tatami con la fronte e dalla sua bocca uscì un fiume di parole senza quasi prendere fiato. Akane guardò interrogativa il monaco, che si era chinato a sua volta con una mano a coppa dietro l'orecchio in direzione di Daisuke.

"Dice che si compiace e chiede il vostro bel dono".

"Come?".

Daisuke ripeté lentamente all'orecchio del vecchio scandendo le parole.

"Dice che gli dispiace e chiede il vostro perdono".

Akane prese uno dei fiaschi, lo aprì e versò il sakè a entrambi, che si guardarono increduli.

"Gli dica che ha il mio perdono e gli chiedo di perdonarmi a sua volta".

Il monaco tradusse e lei accennò un inchino, mentre Daisuke non la smetteva di piegarsi in avanti e di balbettare le stesse parole: forse la stava ringraziando, in quel suo modo strano di esprimersi. Di nuovo provò sollievo all'idea di non aver fatto del male a quel poveretto.

"Kanpai!", disse il vecchio con un sorriso sdentato alzando il bicchiere.

Ora poteva iniziare a estorcere informazioni.

- §-

Il cielo si era coperto di nuovo e una cappa grigia e gelida si era posata sul villaggio. L'incontro con il finto shoya e il vero goshi – tracotante e imbecille come solo i samurai di basso rango riuscivano a essere – era andato meglio di quanto avesse sperato: come si era aspettato, non avevano creduto a una sola parola – del resto come avrebbero potuto credere sul serio che una nobildonna attraversasse le montagne in pieno inverno senza scorta e sotto al naso del loro daimyo? – ma aveva confidato nel potere dell'oro e non si era sbagliato. Non aveva avuto dubbi che il falso capovillaggio si sarebbe lasciato comprare, così come nessun dubbio sulla reticenza del samurai lo aveva sfiorato: quel morto di fame aveva fatto finta di indignarsi, ma alla fine aveva ceduto. Ora non restava che rimettere piede nel ryokan e parlare con quelle due serve, ammesso che fosse riuscito a riconoscerle.

Venne accolto di nuovo dal proprietario e chiese delle ragazze che gli avevano fatto compagnia la notte innanzi. Quell'idiota allargò ancora di più un sorriso già ipocrita, forse all'idea che lui si sarebbe trastullato di nuovo con quelle galline prima di andarsene: se non avesse avuto fretta di lasciare il prima possibile quel buco di mondo, lo avrebbe appeso alla parete dell'ingresso come meritava. Gli intimò di sbrigarsi e quello lo fece accomodare nella stessa stanza in cui Akane aveva dormito e che ora gli appariva quasi buia.

"Avete chiesto di noi, samurai-sama?", chiese una delle serve con gli occhietti che brillavano speranzosi, dopo che entrando si erano inchinate all'unisono. Avevano portato persino del tè.

"Siete le ragazze che mi hanno intrattenuto ieri notte?".

"Hai, samurai-sama!", rispose l'altra. "Io sono Tsuya, mentre lei è Tomoko, per servirvi!".

"Di cosa abbiamo parlato?", chiese con tono duro per uccidere ogni entusiasmo.

Le due si guardarono perplesse, i sorrisi agonizzanti.

"Noi non abbiamo parlato, samurai-sama…", rispose Tomoko portando una manica del kimono a coprire un risolino. L'altra non fu da meno.

"La donna travestita da komuso che io sto scortando mi ha riferito di aver udito pronunciare da te il suo nome, stamattina presto, mentre parlavi con un'altra serva". Di nuovo le due si guardarono, stavolta preoccupate. "Non dovete temere, non vi sarà fatto alcun male".

"Samurai-sama, perdonateci, ma noi ignoriamo chi sia la nobile che voi scortate, non sapevano neppure che in realtà fosse una donna, prima di questa mattina", rispose Tsuya titubante.

"Allora come hai scoperto il suo nome?", chiese Ranma rivolto all'altra.

"Intendete… Akane?", domandò Tomoko con cautela.

"Esatto".

"Ecco, in verità lo avete pronunciato voi stanotte, mentre noi…".

Di nuovo Tomoko lanciò un'occhiata apprensiva a Tsuya, prima di abbassare lo sguardo sul tatami, incapace di proseguire.

"Mentre… noi…?", la incalzò, affatto sicuro di volerlo sapere, un ronzio sempre più insistente nelle orecchie e un martellare fastidioso alle tempie.

"Mentre stavamo 'arando le nuvole'…".

Mentre lui stava…

No.

Non era vero.

"Kamisama…".

Non era possibile.

"Vi prego, non guardateci così, vi chiediamo perdono!", implorò Tsuya gettandosi prona sul pavimento, subito imitata da Tomoko.

Ma non le considerava nemmeno più, a mala pena udiva i loro singhiozzi. Si rese conto che aveva smesso di respirare da chissà quanto e afferrò la tazza di tè che gli avevano versato per specchiarvisi dentro.

La tazza tremò fra le mani, mentre guardava inorridito un uomo che non riconosceva, perché quell'uomo, per la prima volta nella sua vita, aveva la faccia sfigurata da un turbamento che non lo sfiorava da secoli.

Timore.

Non aveva idea di cosa gli stesse succedendo, ma come era accaduto il giorno innanzi, per un istante il mondo parve capovolgersi e lui…

Lui vacillò.

"Andate via, fuori!".

Le ragazze scapparono come se il fuoco stesse divorando le loro vesti, mentre Ranma lasciava cadere se stesso e la tazza sul tatami e la stanza vorticava e lui chiudeva gli occhi perché aveva bisogno di tempo.

Tempo per riprendere fiato, per mettere ordine nella propria mente, per ritrovare se stesso.

Ovunque si fosse cacciato.

- §-

"Allora, adesso me lo vuoi dire o no che… che significa futomara?", gli chiese Akane, seduta a gambe incrociate come un uomo, barcollando un poco mentre versava nel suo bicchierino le ultime gocce di sakè del primo fiasco. "Uh, nooo, è proprio finito", biascicò rischiando di cadere all'indietro.

"Nononono, sei stata previdente e ne hai portato un altro, ricordi?", osservò Daisuke scolando il proprio bicchiere.

"E dove… dove l'ho messo?", si chiese la ragazza guardandosi intorno.

"Il vecchio ci si è sdraiato sopra, lo usa come cuscino… ha la testa coriacea come il guscio di una tartaruga!", scoppiò a ridere Daisuke cadendo sulla schiena.

"Sssshhhh!", gli intimò lei con un dito malfermo sulla bocca. "Così lo svegli!".

"Ma se è più sordo di una campana sorda e fa più rumore di una sega!", gli urlò in un orecchio, mentre il monaco respirava a bocca aperta da cui un filo di bava colava sul tatami.

Akane si piegò in avanti tenendosi la pancia: ormai qualsiasi stupidaggine usciva dalla bocca di Daisuke la faceva ridere a crepapelle.

"Ho un'idea! Mettiamogli il f… il fiasco vuoto sotto la testa al posto di quello pieno!".

Daisuke spalancò gli occhi estasiato.

"Tu sei una donna da sposare!", rise eseguendo il delicato compito come se ne andasse della loro vita: posizionò il fiasco svuotato accanto all'altro, quindi solleticò il naso del vecchietto che lo arricciò spostando la testa da un lato all'altro. Daisuke ne approfittò per far scivolare il primo fiasco sotto alla sua nuca, mentre gli sottraeva il secondo.

"Vittoria!", disse stappandolo e versandone il contenuto nel bicchierino di Akane.

"Allora, vuoi rispondere o no?", insistette la ragazza.

"A cosa?", chiese Daisuke facendo il finto tonto, mentre versava sakè anche a se stesso. Certo che era resistente, per essere una nobile, e a questo punto tanto valeva risponderle: visto quanto era caparbia e forzuta, non era il caso di irritarla continuando a sviare le sue domande.

"Futomara… che vuol dire?".

Quasi sputò il sakè appena ingoiato all'idea che gli era balenata in testa.

"Oh, se vuoi te lo faccio vedere!", ghignò alzandosi in piedi e, seppur incerto sulle gambe, prese a sciogliere il nodo che teneva i pantaloni.

"Oh kami… aspetta, fermo, credo di aver capito", gli ordinò Akane con una mano tesa davanti a sé ma volgendo lo sguardo altrove. "Ho già visto quello di Ranma… due volte…", indicò con le dita mentre a fatica teneva gli occhi aperti.

Daisuke si bloccò proprio mentre stava per calarsi gli hakama.

"Ah beh, allora… non è il caso ti faccia vedere il mio, il paragone potrebbe ferirmi…".

"E bobo che vuol dire?", chiese Akane poggiando una guancia contro le dita chiuse a pugno, mentre con l'altra si versava altro sakè, che finì in parte sul vassoio laccato.

"Beh, se futomara indica il membro maschile… bello grosso", specificò con un ghigno, "allora bobo…".

"Ah, ho capito… è la membra femminile…", finì lei ridacchiando.

"Eeeh? La chiamate così voi nobili?".

"Per niente… adesso, una volta per tutte, vuoi dirmi come vi siete conosciuti? E che voleva dire quel… come si chiama… abate quando ha detto che… che il vero mestiere di Ranma non è cacciare i demoni?".

"Ma certo che lo è!", confermò Daisuke tornando seduto a gambe incrociate. "Ha sempre e solo ucciso demoni nella sua luuuunga, interminabile esistenza!".

"Ma… ma l'abate di Hida ha detto che si 'mantiene in vita' in un altro modo, che la sua è una facciata…".

"Ma che ne sa, quello, non conosce Ranma come lo conosco io!".

"E da quanto lo conosci?", gli chiese strofinandosi gli occhi.

"Da quanto? Beh, da quando mi ha salvato la vita e poi ha cercato di togliersi la sua…".

Akane tornò eretta e di colpo vigile, guardandolo con due occhi stralunati. Forse aveva parlato troppo? Bah…

"Di che… cosa stai parlando?".

"Eh? Aaahh… ma nulla, è successo tanto tempo fa, gli è passata… Tieni, bevi ancora".

"No", protestò Akane afferrando il bicchiere e mettendoci il palmo aperto dell'altra mano sopra. "Parla, accidenti! Da quanto vi… vi conoscete? Quanti anni ha?".

"Ooohhh", cominciò a ridere Daisuke, "tanti, ragazza mia, molti più di quanti tu possa immaginare… sai, noi siamo un po' particolari", buttò là tracannando sakè direttamente dal fiasco, che dopo neanche due sorsate si sentì strappar via dalle labbra.

Akane se lo strinse al petto guardandolo in cagnesco. Tentare di sottrarglielo sarebbe stato quanto meno suicida.

"Che vuoi dire? Spiegati".

"Beh, noi… noi cacciatori di demoni, intendo", improvvisò cercando di rimediare, quando l'immagine di Ranma che lo scorticava vivo si sovrappose per un attimo alla stanza che ondeggiava, "siamo maledetti dagli dèi, per punizione dobbiamo vivere più a lungo degli altri… sì, ecco…".

"Tu non sembri affatto un cacciatore…", osservò lei con un sopracciglio inarcato.

"Oh no, certo, non lo sono più da molto tempo, sai, la paura della contaminazione e via dicendo…".

"…e mi stai raccontando solo fandonie: una simile professione accorcia la vita, non la allunga di certo, per cui…".

"Siamo maledetti, te l'ho detto, siamo condannati a vivere più a lungo dei comuni esseri umani".

Lei lo fissò interrogativa e ansiosa.

"Più… a lungo? Qua-quanto più a lungo?".

Camminando a quattro zampe, Daisuke si avvicinò con cautela a un'Akane che stava impercettibilmente tremando.

"Facciamo per sempre?", ghignò sfilandole il fiasco dalle braccia.

Lei rimase a guardarlo con le braccia a stringere il nulla, neanche fosse diventata uno dei tanti jizo coperti di neve che costeggiavano tutto il sentiero fin lì. Adesso sì che si era lasciato scappare di bocca più del dovuto: Ranma lo avrebbe bollito e poi sbucciato una striscia di pelle alla volta.

"Mi prendi in giro!", scoppiò a ridere Akane cadendo su un fianco.

"Ma è ovvio!", si costrinse a ridere a sua volta ricominciando a tracannare sakè mentre pensava a come sviare il discorso.

"Di' un po', ragazza, ma davvero voi due non avete mai… come si dice… 'passato il ruscello'?", osò chiedere facendole l'occhiolino.

"Non abbiamo mai cosa?", ripeté Akane sdraiandosi sulla schiena e coprendosi gli occhi con un braccio.

"Viaggiate insieme da molti giorni, ormai, no? Sul serio Ranma ti sta solo riportando a Nagoya?".

Lei sospirò afflitta.

"Purtroppo, sì… vorrei che mi insegnasse almeno una tecnica marziale, una! Ma non vuole saperne…".

Stavolta fu Daisuke a diventare una statuetta di pietra.

"Veramente io intendevo… ecco…", sbuffò scuotendo la testa. "Lascia stare".

Futomara e babbeo, bell'accoppiata.

Akane sollevò il braccio e tornò a guardarlo perplessa.

"Cos'è che hai detto, prima? Ranma ha tentato di… uccidersi?".

Daisuke si grattò la testa maledicendo la sua linguaccia.

"Aaahmmsì… in effetti, se così si può dire…".

Rivedeva ancora nitidamente Ranma – sbronzo, nudo e delirante – gettarsi da una rupe a picco sul mare proprio mentre infuriava una tempesta. Solo i kami sapevano come avesse fatto a non sfracellarsi sulle rocce. In compenso le onde lo avevano sbattuto contro gli scogli: nemmeno un osso era rimasto integro, recuperarlo era stata un'impresa.

"Ma perché?", chiese Akane tentando invano di rimettersi seduta.

"Ha fatto un brutto incontro… un pessimo incontro, a dirla tutta, il peggiore della sua vita. Credeva di aver finalmente… invece…".

"N-non capisco, che vuoi dire?".

Daisuke versò altro sakè ad Akane aiutandola poi a sollevarsi a sedere.

"Voglio dire che non posso aprire bocca su questo, deve essere lui a raccontartelo. Kanpai, nobile Akane", disse tracannando sakè dal fiasco.

"Dannazione", si lagnò lei. "Non sono riuscita a scoprire niente…".

"Può darsi", ammise Daisuke con un sogghigno. "Però il racconto dei tuoi scontri con quel testone non me lo scordo finché campo. Sei fritta, ragazza, come la pastella del tempura".

"Che co… che vuoi dire?", farfugliò Akane.

"E ho una mezza idea che anche Ranma sia fritto a puntino…", mormorò sovrappensiero mentre avvicinava il fiasco alla bocca, ma non arrivò mai a inumidirsi le labbra: il violento formicolio che aggredì la nuca gli tolse il fiato, ma fu l'esplosione di energia alle sue spalle subito dopo a fargli cedere la vescica.

In un primo momento si sorprese che nessuno si fosse presentato sulla soglia ad accoglierlo, ma il tempio non era deserto: poteva percepire i battiti regolari di tre individui, uno molto lento, gli altri due più veloci. Che uno dei tre fosse Daisuke, poi, non aveva dubbi: un neonato possedeva più reminiscenza di lui.

Entrò nel piccolo santuario e udì una voce maschile e una femminile, ma si esprimevano talmente male che a mala pena coglieva qualche parola qua e là. Seguendo il suono delle risate che gli fecero aggrottare la fronte, entrò nell'irori dove le braci si stavano spegnendo e si ritrovò davanti agli occhi una scena assurda: Akane sdraiata sul tatami, dall'altra parte del focolare, che si stava lagnando della propria testa, una specie di mummia vestita da monaco che russava a bocca aperta alla sua sinistra e Daisuke che si portava un fiasco alla bocca seduto alla sua destra.

Si erano ubriacati. Tutti e tre.

"Uh? Benarrivato, futomara che non invecchia!", esordì Akane scoppiando in una risata fragorosa e tenendosi la pancia, mentre Daisuke si voltava verso di lui più cadaverico di una salma.

"Fra-fratello!", sorrise nervoso. "Posso spiegarti, sai?".

"Sul serio?!", ruggì Ranma schiacciandolo a terra con una mano premuta sulla trachea. Il fiasco cadde sul tatami e il contenuto si riversò sulla paglia intrecciata. "Puoi davvero spiegarmi perché la nobile piattola mi ha appena chiamato grosso pene?".

"Sì! Te… lo… giuro! Fammi solo… respirare!", lo implorò Daisuke afferrandogli il polso con tutt'e due le mani.

"Tre ore… te l'ho affidata per meno di tre ore!", sbraitò Ranma sovrastandolo con tutto il peso di una collera a stento trattenuta. "Ieri mi hai chiesto di farti fuori e ora ho una 'mezza idea' di farti contento!".

"Mi hai mentito, ronin…", si lamentò Akane. Ranma spostò lo sguardo su di lei che stava cercando di mettersi a sedere con scarsi risultati. "Lui la parla la nostra lingua…".

Ranma tornò a uccidere Daisuke con lo sguardo.

"Non più, dopo che gliel'avrò strappata".

"Ha… portato lei… il sakè!".

"Cosa?!", chiese aumentando la pressione sulla gola dell'amico.

"È vero…", confermò Akane mentre cercava a tentoni la crocchia sfatta dietro la nuca. "Ho portato uno… no, due fiaschi", confermò mostrandogli due dita e finendo distesa su un fianco. "Uno è sotto la testa del monaco!", ridacchiò.

Ranma allentò sbigottito la presa prestando di nuovo attenzione a Daisuke. L'amico tossì e si alzò a sedere.

"Voleva farmi ubriacare per cavare informazioni su di te… e devo dire che non ho mai parlato tanto bene quella loro lingua leziosa come adesso. Forse una qualità ce l'ho, dopotutto…".

"Informazioni? Solo questo voleva?".

"E che altro? Anzi, è strano che una nobile che ti avrebbe assoldato come guardia del corpo non l'abbia fatto… non sa neanche la verità su chi siamo, che stai combinando?".

Per questo poche ore prima era apparsa così tranquilla? Stava in realtà meditando di scoprire un suo punto debole per poterlo poi fregare? Era stata tutta una messinscena?

"Che le hai detto? Che ti sei fatto scappare di bocca?".

"Oh, ma niente… e poi l'hai vista? Anche se mi fossi lasciato sfuggire qualcosa, è talmente ciucca che quando si riprenderà non ricorderà nulla", concluse Daisuke compiaciuto con un rutto.

"Mi hai gabbato", lo rimproverò Akane poggiando una guancia contro il palmo della mano, un occhio chiuso e uno aperto, il labbro imbronciato.

"No, ragazza, ti sei fregata da sola", le rispose Daisuke voltandosi verso di lei. "Io sono abituato a bere, tu no".

"Ma sono bicchieri piccini piccini…", ribatté lei mimandone la forma con indice e pollice.

"Ma te ne sei scolati il doppio di me", rivelò Daisuke con un ghigno.

Ranma lo afferrò per i lembi del kimono cercando di ignorare il puzzo di urina.

"Non potevi limitarti a far finta di non capirla? Dovevamo ripartire questa mattina!".

"C'ho provato!", protestò Daisuke cercando di sottrarsi. "Ma avevo freddo, il fuoco era spento… volevo fare il tè, giuro, ma lei ha detto no, ho il sakè! Che potevo fare?", chiese con finta ingenuità alzando le spalle.

"Tenere chiuso quel secchio di feci che hai per bocca". Ranma lo lasciò andare e si alzò in piedi. "C'è una stanza non troppo fredda dove Akane può smaltire la sbornia?".

"Tutte quelle che vuoi…", ironizzò Daisuke.

"Allora prepara un futon, una coperta e una lanterna per lei e poi cambiati, stai appestando l'aria".

Daisuke si grattò la testa e si lasciò scappare un altro rutto.

"Agli ordini", obbedì alzandosi in piedi per nulla contento e uscendo barcollante dalla stanza.

Con un sospiro Ranma scavalcò la mummia e raggiunse Akane, mezza appisolata contro la sua stessa mano. Tatami e cuscino sotto di lei erano impregnati di sakè.

"Che vuoi?", gli chiese Akane volgendosi a guardarlo di traverso e mettendogli il broncio, ma si sbilanciò fino a ricadere sulla schiena: sbatté la testa contro il pavimento e maledì la crocchia.

"Avanti, alzati", le ordinò con durezza tendendole una mano. "Ti porto dove puoi fare una bella dormita".

La mocciosa si passò una mano sul viso prima di alzarsi a sedere ignorando il suo aiuto. Si massaggiò la testa e poi, china in avanti per non cadere, iniziò a sciogliere la crocchia in modo via via sempre più convulso.

"Ti strapperai i capelli, così".

"Meglio, non li sopporto…".

Una cascata di seta ricadde sul viso e sulla schiena. Akane chiuse gli occhi per il sollievo, ma quando tentò di alzarsi in piedi – ancora una volta ignorando la sua mano – ricadde supina sul tatami, i capelli sparsi a ciocche a incorniciare il viso arrossato e gli occhi lucidi.

"Non ce la faccio, resto qui…".

"Non dire idiozie, alzati", le comandò stringendo i pugni.

Per tutta risposta, Akane si girò sullo stesso fianco di prima dandogli le spalle.

"No".

"Ho detto. Alzati".

Lei si rannicchiò rivolta verso il focolare.

"Obbedirò quando… quando ti deciderai ahm… a dirmi che vuoi da me…".

Era per questo, allora? Aveva intuito qualcosa? Si aspettava che prima o poi accadesse, ma non così presto. Ancora una volta, l'aveva sottovalutata. Rilassò i muscoli e rimase a fissare per qualche istante la nuca ciondolante della ragazza. Alla fine, si piegò sulle ginocchia, le infilò una mano sotto le gambe, l'altra sotto il fianco sinistro e si issò in piedi tenendola fra le braccia.

"Ma che… stavo facendo un bel sogno, dove mi porti?", si lamentò la piaga umana poggiando la testa contro il suo petto. Quasi la preferiva quando si irrigidiva, ora era solo un peso morto.

Lungi dal risponderle, s'incamminò chiamando Daisuke, che da una stanza fece capolino nel corridoio con una lanterna accesa.

"Per di qua", disse sparendo di nuovo all'interno, mentre Akane sollevava una mano per posarla contro il suo torace.

"Sono contenta che tu… non ci sia riuscito…", mormorò.

"A fare che?", chiese senza badarle troppo.

"A ucciderti…".

Ranma non riuscì a oltrepassare la porta della stanza. Rimase impalato davanti alla soglia, gli occhi sbarrati su ricordi che aveva cercato di cancellare e la gola improvvisamente secca. Che diamine aveva detto? Abbassò lo sguardo incredulo su di lei, che si stava assopendo senza rendersi conto che la stava stringendo con forza eccessiva, che sentiva la sua mano bruciare contro la pelle, che era riuscita ad alterare il suo respiro.

"Daisuke!", sputò a mezza bocca. "Razza di scimmia senza cervello, appena ho finito con lei, io e te avremo uno 'scambio di opinioni', ora va' a cambiarti, muoviti!".

L'amico posò la lampada per terra dietro al futon e a testa bassa scappò via.

Ranma entrò nella piccola camera debolmente rischiarata dalla lanterna: gli sembrava meno fredda e umida della sala principale, con una coperta pesante Akane sarebbe stata più che bene. Magari sarebbe rimasto lì seduto per un po' a emanare calore per scaldare l'ambiente.

S'inginocchiò per adagiarla sul materasso e appena la nobile piantagrane posò la nuca sul poggiatesta, spalancò gli occhi come se si fosse ridestata da un sogno e ghermì il suo kimono. Ranma si ritrovò rovesciato sul futon, Akane seduta cavalcioni su di lui, i suoi capelli che gli ricadevano in faccia, i suoi occhi inchiodati nei propri.

"Smettila!", gli gridò mentre Ranma le afferrava le spalle e si sollevava a sedere per spingerla via, prima che gli cavasse un occhio o chissà cos'altro. Invece lei fece l'ultima cosa che si sarebbe mai aspettato.

Gli afferrò il viso con tutt'e due le mani.

Strano che Ranma non fosse nell'irori, era rimasto con Akane? Daisuke tornò sui propri passi e notando che la fusuma non era chiusa, si affacciò nella stanza che le aveva preparato. E lì rimase, in contemplazione di una scena a cui mai avrebbe creduto di assistere, nonostante sapesse benissimo che solo l'alcool poteva spingere una giapponese, per di più nobile, a una posa tanto sconveniente e, onta delle onte, a mettere le mani in faccia a un altro giapponese.

Seduta cavalcioni su di lui, Akane sovrastava Ranma stringendo il suo viso fra le dita, i lunghi capelli sciolti sulle spalle, le loro figure stagliate contro la luce della lanterna che evidenziava il respiro corto di entrambi, perché il profilo di lei quasi combaciava con quello di lui tanto il suo corpo era aderente a quello di Ranma. E l'amico, da cui si sarebbe aspettato una reazione qualsiasi, se ne stava invece immobile, come in attesa, limitandosi a tenerla per le spalle: la guardava con tale stupore che dubitava riuscisse a mettere insieme un pensiero sensato, mentre lo sguardo di lei gli era in parte precluso dalle ciocche che ricadevano morbide.

"Smettila di sopravvivere…", mormorò Akane aumentando la stretta sul volto di Ranma. A Daisuke si gelò il sangue, ma gli occhi sconvolti dell'amico gli fecero intuire che a lui si gelò l'anima: per la prima volta da che lo conosceva, ebbe l'impressione che un brivido lo avesse attraversato dalla testa ai piedi.

"Non so cosa tu stia cercando, ma non… credo di poterti aiutare… posso solo dirti di smetterla di trascinare la tua vita, tu… tu non vivi, sopravvivi… smettila e comincia a vivere, tu che puoi…".

Akane sembrava parlare a occhi chiusi, come a cercare le parole adatte, senza rendersi conto che stava sfiorando il naso di Ranma con il suo, mentre lui non smetteva di guardarla come si guarda qualcosa che non si è mai visto e che non si avrà mai più la fortuna di rivedere.

"I tuoi occhi… ti ricordi cosa mi dicesti tanti anni fa?".

Alla fine la fronte di Akane si appoggiò su quella di Ranma, il respiro contro le sue labbra, mentre Ranma la lasciava lentamente andare, le mani sospese nell'aria, paralizzate non meno di lui.

"Mi dicesti che… che se avessi visto i tuoi occhi alla luce del giorno, avrei pensato che hanno lo stesso colore delle pozzanghere nate dal fango e io… io ti ho detto… ti ho detto che le pozzanghere catturano il cielo e lo portano sulla terra e allora tu hai detto…".

"…non è il cielo che tocchi, quando affondi le mani nell'acqua putrida", deglutì Ranma come se fosse lontano da lì molti anni e parecchi ri.

"Te lo ricordi!", sorrise Akane riaprendo gli occhi e distanziandosi un poco da lui. "I tuoi occhi sono torbidi come le acque di uno stagno e… e gelidi come la neve, ma… ma allo stesso tempo sono morbidi, cedevoli, quando si sciolgono diventano mare, profondi, infiniti. Non maledirli… quando… quando ridi si increspano e… e risplendono come le onde … sono gli unici occhi che abbia visto ridere nella mia vita…", confessò poggiando di nuovo la fronte sulla sua mentre gli afferrava i capelli dietro la nuca e stringeva con forza. Daisuke vide una lacrima solcare il viso di Akane e cadere dal mento e a lui si spezzò il respiro: alla luce della lampada le sue iridi splendevano come il sole all'alba.

Ranma aveva chiuso quegli occhi che tante volte Daisuke aveva udito biasimare, senza accorgersi, forse, che le sue mani stavano sfiorando la schiena di Akane.

"Mi hai chiesto… di non avere esitazione, né pietà… ora sono io che ti chiedo invece di averne… io non voglio uccidere, non posso, perderei me stessa come hai fatto tu con te stesso… ma io lo so, lo so che dentro di te tu ci sei ancora, non sei perduto, l'ho visto ieri nei tuoi occhi quando abbiamo riso insieme, c'è ancora speranza per te, devi solo… solo…", deglutì Akane, "…smettere di vivere come se fossi già morto…".

Daisuke stava sudando e non osava immaginare Ranma, le cui mani erano dove non avrebbero dovuto essere: una che risaliva la schiena di Akane, l'altra che stringeva la sua vita. Se ne rendeva conto? Ne dubitava, mentre continuava a scrutarla come se non avesse mai visto nulla di simile e lei iniziava a vacillare, ormai sul punto di cedere: socchiuse infine quegli occhi accecanti e per un attimo le sue labbra sfiorarono quelle di Ranma, prima di accasciarsi su una sua spalla.

L'amico la sostenne prima che cadesse, fissando il vuoto come stordito, mentre Daisuke si ridestò come da un sogno riprendendo a respirare, il volto in fiamme, le viscere attorcigliate.

Era vero? O se l'era sognato? Non voleva rompere l'incanto, ma la domanda gli uscì spontanea.

"Ma dove l'hai trovata questa qui?", osò chiedergli con un filo di voce.

Ranma si volse di scatto verso di lui con la fronte aggrottata: non si era minimamente accorto della sua presenza, di sicuro non aveva nemmeno percepito la sua debole reminiscenza.

"Avanti, fratello, confessa, perché non credo alla balla della nobile che ti ha ingaggiato per scortarla dalla sorella".

L'amico sembrò riscuotersi e adagiò Akane sul materasso coprendola con la trapunta fino al mento, quindi si alzò e uscì svelto dalla stanza quasi urtandolo nel superarlo.

"Dove stai andando?!".

"Ho bisogno d'aria".

"Aspetta, rallenta!".

Sbucò all'aperto mentre fiocchi di neve cadevano copiosi in un silenzio che quasi feriva le orecchie. Per una volta avrebbe voluto percepire quel freddo sulla pelle che non sentiva più da troppo tempo e si guardò intorno, senza sapere che direzione prendere in quel mare di alberi innevati, cosa guardare oltre i rami scarnificati. Cosa pensare, di lei e di se stesso.

"Voltati, fratello", gli chiese Daisuke. "E confessa".

"Che vuoi sapere?", esalò Ranma mentre poggiava le mani sui fianchi e chiudeva gli occhi, le orecchie che erano tornate a ronzare e le tempie che sembravano di nuovo prese a martellate.

"Confessa che è diventato duro anche il tuo, perché il mio è d'acciaio: se lo sbatto contro una roccia fa scintille. Adesso voglio proprio vedere come farai a tenerlo nei pantaloni".

Ranma si girò verso l'amico con la voglia di afferrargli la nuca e grattugiargli la faccia contro la corteccia di un albero.

"È mai possibile che non pensi ad altro?! E poi non sei ubriaco?".

"Non abbastanza e non cambiare discorso! Negalo, avanti, ti ho visto mentre l'abbracciavi!".

(Lei lo sovrasta, lo guarda dritto negli occhi e a lui si liquefanno le viscere.

Perché lei gli scruta dentro con quelle iridi dorate che accecano il raziocino e bucano ogni difesa.

E tutto si ferma, il respiro, il tempo… lei stringe le dita attorno al suo viso e lui dimentica persino dove si trova.)

"Ti sbagli, volevo solo impedire che cadesse".

"Certo e io sono un abile spadaccino senza rivali! Guardati, stai ancora tremando e hai il respiro accelerato".

Stava tremando? Lui?! Ranma si guardò le mani, pervase da un tremolio appena percettibile. Come aveva fatto Daisuke a notarlo?

"Avanti, dimmi la verità, chi è veramente?", lo incalzò. "Perché faccio ancora fatica a credere che esista sul serio. Voglio dire, mi ero già accorto che era particolare, ma diamine, non fino a questo punto! Credevo che gli umani come lei fossero solo una leggenda messa in giro da qualche immortale, invece… kami, esistono davvero!".

"Te l'ho detto, è figlia di Tendo Soun e… ed è scappata per non doversi sposare. Quando l'ho acciuffata, mi ha paragonato a un cadavere su una pira funebre e mi ha chiesto quante volte sono morto".

("Smettila di sopravvivere…", gli dice mentre avverte il calore delle sue labbra sulla pelle, "…e comincia a vivere, tu che puoi…".

È troppo vicina, ma il pensiero di allontanarla non lo sfiora nemmeno per un istante.

"Smetti di vivere come se fossi già morto…".

Ma cos'è stato, finora, se non più cadavere di tanti altri?)

"Sul serio?! Ha detto proprio così? Per tutti i kami, lo sapevo!", esultò Daisuke battendo le mani. "Non riesco a crederci… un essere umano, uno vero! L'hai trovato, finalmente, e io che ti davo del pazzo!".

"Sì, può darsi… è ancora tutto da vedere, ne deve fare di strada e…".

"Ed è pure una bella ragazza! Certo, non è la classica bellezza giapponese, ma non si può negare che sia attraente, no?".

"È passabile…".

"Pass…?! Sei idiota o cieco? Ma hai visto che culo sodo che ha?", affermò l'amico mimando con le mani le forme di Akane. "Scommetto che ha pure due belle tette, quanto ti invidio! Che aspetti a darti da fare?".

(Dovrebbe allontanarla da sé, perché i suoi seni premono contro il suo torace e le sue cosce gli circondano i fianchi, perché le proprie mani stanno percorrendo la sua schiena mentre l'autocontrollo gli scivola via dalle dita, come le lacrime scivolano sul viso di Akane: l'oro è diventato liquido e trabocca da quegli occhi troppo grandi per essere di una giapponese.)

"Smettila di parlare di lei in quel modo, falla finita!".

"Va bene, va bene…", cercò di calmarlo Daisuke alzando le mani e facendo un passo indietro. "Ma che intenzioni hai?". L'espressione allegra precipitò di colpo nel burrone della comprensione. "Un momento… tu non la stai portando dalla sorella… Da chi sei stato ingaggiato? Dalla sua famiglia per riportarla indietro?".

Ranma distolse lo sguardo con un sospiro, cercando in quel cielo bianco come polvere di riso una via d'uscita che forse non esisteva.

("Non maledirli… sono gli unici occhi che abbia visto ridere nella mia vita…".

Anch'io, maschio mancato, vorrebbe dirle, anch'io ho pensato lo stesso dei tuoi, ma non trova la voce. La verità è che dopo tanti secoli gli sembra tutto talmente incredibile che ha timore di rompere l'incanto se proferisce parola o muove muscolo.)

"Il padre mi ha pagato per ricondurla a Nagoya".

Daisuke lo guardò con l'assoluta certezza che lo stesse prendendo per il didietro, perché non poteva credere che fosse tanto pazzo o tanto stupido.

"Tu…? Proprio tu che hai cercato per tutto questo tempo una persona come lei? È uno scherzo?".

"Magari lo fosse".

"Ma non puoi farlo, sarebbe come ucciderla! Tanto vale che le tagli la gola!".

"Credi che non lo sappia?!".

"E allora che accidenti ci fai quassù? Nagoya è da tutt'altra parte, come siete finiti in questo buco di posto?". Daisuke increspò la fronte e inclinò la testa di lato, l'espressione furibonda che lasciava il posto a quella perplessa. "Te lo chiedo di nuovo, fratello: che stai combinando?".

(Akane affonda le dita nei suoi capelli e li stringe e un brivido si dirama giù per la schiena, le braccia, le gambe. E come se le sue mani, i suoi seni, il suo grembo, i suoi capelli che solleticano il collo, le lacrime che gli hanno bagnato il kimono, il suo respiro contro la bocca non bastassero a disorientarlo, la vede di colpo rilassarsi e sfiorargli le labbra con le sue.

Le ha sentite. Non avrebbe dovuto, ma le ha sentite.

Carnose. Morbide.

Calde.)

"Non sono affari tuoi", rispose allontanandosi, ma le mani di Akane erano sempre lì, impresse sul suo volto, affondate nei suoi capelli.

"Ma dove vai?".

L'oro nei suoi occhi e nel sorriso.

"Non lo so, ma ho bisogno di starmene da solo".

E di respirare a pieni polmoni e di vagare senza meta per poter riflettere e di scacciare dalla mente immagini e pensieri che avrebbe fatto meglio ad annientare.

Forse Daisuke aveva ragione, forse aveva davvero trovato finalmente dopo secoli – secoli, kamisama – un essere umano degno di essere definito tale. Avrebbe voluto averne la certezza assoluta, ma c'erano pochi dubbi, ormai, e le conferme non gli sarebbero mancate. Avrebbe dovuto esserne felice, quindi, come l'amico.

Invece non lo era.

Non lo era per niente.

Si passò una mano sul viso, mentre affondava i piedi nella neve fresca senza avere la più pallida idea di dove stesse andando.

Non era affatto contento, ma non voleva ammettere di sapere il perché.