Glossario:
Doozo: "prego".
Doshin: samurai di basso rango alle dipendenze degli yoriki (vedi sotto). Formava la classe più bassa degli addetti all'ordine pubblico, in quanto pattugliava le strade, per questo portava una sola spada e pantaloni al ginocchio. Ogni magistrato cittadino (machibugyō) ne aveva 120 alle sue dipendenze.
Jitte: bastone d'acciaio munito di uncino singolo o doppio e a volte di lunga catena per afferrare la lama di una spada. Era lo strumento del doshin e simbolo del suo incarico.
Jizo: statuetta di pietra.
Kabocha: zucca giapponese che cresce tutto l'anno, in particolare tra la tarda estate e il principio dell'autunno, e ha un peso medio di 1-1,5 kg.
Kaiken: pugnale dalla lama e dell'impugnatura leggermente curve.
Koicha: tè verde in polvere ottenuto dalle foglie di un albero di camelia di età superiore ai 30 anni.
Saikeirei: inchino a 45 gradi che oggi si usa di fronte a personalità come l'imperatore o per farsi perdonare di una grave mancanza.
Tan: unità di misura corrispondente a 10m.
Tantō: pugnale dalla lama lunga 30 cm.
Tenshu: torre principale di un castello.
Wa: armonia.
Yoriki: samurai assistente di un magistrato cittadino (machibugyō). Ogni magistrato ne aveva 25 alle sue dipendenze.
Yukata: vestaglia.
Colonna sonora: Nuvole Bianche, di Ludovico Einaudi
XVII
FIORI E SALICI
Siamo così abituati a nasconderci dinanzi agli altri,
che finiamo per nasconderci dinanzi a noi stessi.
(François de La Rochefoucauld)
Era ormai pomeriggio quando fece ritorno al tempio.
I raggi del sole filtravano tra i tronchi e i rami più bassi, gettando un chiarore dorato sulla radura immacolata. Aveva vagato per ore senza che lo stomaco protestasse per il prolungato digiuno, ma l'aria fresca l'aveva aiutato almeno un po' a calmarsi.
Daisuke lo stava aspettando seduto sui gradini della veranda, a sostenersi il mento con una mano, come se non si fosse mai mosso di lì. Appena si accorse della sua presenza, volse indolente il capo nella sua direzione e accennò un mezzo sorrisetto compiaciuto.
Ranma lo ignorò, si sedette accanto a lui, abbandonò le braccia sulle ginocchia e si mise a fissare le impronte che deturpavano la neve. Impronte profonde, per il bisogno di sentire il gelo penetrare nella carne.
(Da quanto non cammini, invece di sfiorare appena la terra?)
"Dorme ancora?", chiese dopo quella che parve un'eternità.
Daisuke sospirò e cambiò posizione. Un ululato riecheggiò da qualche parte, forse alle loro spalle. Era parecchio che non ne udiva uno.
"Sì. Tu ti sei schiarito le idee?".
(Akane affonda le dita nei suoi capelli e li stringe e un brivido si dirama giù per la schiena, le braccia, le gambe)
Serrò i pugni, la mascella, le ciglia. Ma come una mosca che si scaccia via, i lampi di ricordi tornavano indietro più molesti di prima.
Un mare di anni addietro si era quasi ucciso pur di rimuovere dalla mente un incubo sotto mentite spoglie. Assurdo che adesso cercasse di tenere lontano una specie di sogno a occhi aperti, ma non poteva fare altrimenti.
(Dovrebbe allontanarla da sé, perché i seni premono contro il suo torace e le cosce gli circondano i fianchi, perché le proprie mani stanno percorrendo la sua schiena mentre l'autocontrollo gli scivola via dalle dita)
Forse temeva di rimanere ancora scottato. Forse non era ancora del tutto sicuro che lei fosse davvero ciò che sembrava. O forse… forse temeva proprio che lo fosse.
("Smetti di vivere come se fossi già morto!")
Aveva incontrato sul serio un 'essere umano'? Era mai possibile? Proprio quando ormai non ci credeva più e aveva smesso di illudersi? Avrebbe dovuto esserne felice, allora, perché ciò significava che in quel mondo schifoso c'era ancora speranza e lui non era vissuto tanto a lungo invano. Avrebbe potuto essere utile, finalmente. E tuttavia…
(Le ha sentite. Non avrebbe dovuto, ma le ha sentite. Carnose. Morbide. Calde)
Si alzò in piedi di slancio e iniziò a camminare a grandi falcate avanti e indietro davanti alla veranda aprendo e stringendo i pugni.
"Direi di no", concluse Daisuke. "Ti va di parlarne?".
"Non c'è niente da dire", replicò con la voglia di convogliare qi nel braccio per spaccare in due il tronco più vicino.
"Stai respirando come un toro pronto a incornare qualsiasi cosa gli capiti a tiro, altroché se c'è da dire! Adesso basta, fratello, siediti e parliamo, perché sono sicuro che sono secoli che non ti apri con qualcuno, di certo da quando ci siamo visti l'ultima volta, quindi seduto!".
Ranma si fermò sorpreso: Daisuke lo osservava accigliato e puntava un dito sui gradini della veranda. Era ora che tirasse fuori le palle. Riprese posto controvoglia accanto a lui: non gli andava affatto di conversare, perché sapeva dove avrebbero portato certi discorsi: a far venire a galla ciò che era meglio restasse seppellito sul fondo paludoso dell'anima.
"Quanti anni hai, fratello? Esattamente, intendo".
La domanda gli parve singolare, ma lo assecondò.
"Ottocentosessantatre".
Daisuke trasecolò e si girò a guardarlo con tanto d'occhi.
"Diamine, mi ero scordato che fossi così vecchio… Da quanto ci conosciamo?".
Ranma ci pensò su.
"Un paio di secoli?".
"Più o meno. Quante volte hai tentato di ammazzarti?".
"Una. Ma il pensiero mi ha sfiorato diverse volte anche prima".
"Quando hai iniziato a far finta di vivere, te lo ricordi?".
Ranma sospirò seccato.
"Dalla morte di Ukyo".
"La tua prima moglie, vero? Quanti anni sono passati?".
"Ottocento, credo, si può sapere dove vuoi andare a parare?".
"Ottocento anni che trascini una non esistenza sempre uguale a se stessa: combattimenti contro altri immortali, combattimenti contro demoni e spiriti, bettole, sbronze, viaggi infiniti, altri combattimenti, altre bettole, altre sbronze, qualche scopata ogni tanto. Già centocinquant'anni fa – più o meno – non ne potevi più, sembravi un cadavere che camminava, immagino che le cose non siano migliorate nel frattempo...".
"Nemmeno un po'".
"Bene, adesso dimmi: da quanto siete in viaggio, tu e sua nobiltà?".
"Una decina di giorni".
"Dieci giorni…", ripeté Daisuke annuendo. "Dieci giorni soltanto, per gli dèi, è veramente incredibile".
"Cosa ci sarebbe di tanto…".
"L'invincibile Saotome Ranma ha paura".
Per la terza volta in una manciata di ore il mondo iniziò a roteare, si capovolse, tornò al suo posto e si capovolse di nuovo, mentre i contorni si sfilacciavano, si riannodavano e si disgregavano ancora e ancora. Se non fosse stato seduto, avrebbe barcollato cercando un appiglio, perché ciò che non voleva affrontare gli aveva appena assestato un pugno in pieno stomaco.
"E mi si seccassero le palle in questo istante, ma io non ti ho mai visto provare paura per nulla e nessuno".
Paura.
Quella che aveva visto riflessa nella tazza da tè al ryokan solo il giorno prima, interrogando le due sguattere. E che poi aveva cancellato con un colpo di spugna dalla mente.
Paura.
Lui.
Era talmente inverosimile che nonostante tutto si rifiutò anche solo di prendere in considerazione un'ipotesi del genere. Avrebbe dovuto sbudellare Daisuke lì, su due piedi, e impiccarlo al primo ramo abbastanza robusto con i suoi stessi intestini. Invece rimase col fiato corto a scrutare un volto meditabondo che faticava a riconoscere.
"Ti sbagli", lo corresse mentre la realtà tornava al proprio posto. "Sono semplicemente sconvolto dal fatto che…".
"Io ti ho visto sconvolto una volta soltanto e per un motivo ben diverso, quindi non prendermi per il culo, ma soprattutto, fratello, non fare questo a te stesso: tu te la stai facendo sotto perché quella donna", gli disse a muso duro puntando stavolta il dito verso l'ingresso del tempio, "quella donna, kamisama, ti ha guardato dentro come nessuno a questo mondo aveva mai fatto prima e ha avuto gli zebedei di sbatterti in faccia ciò che tu ti sei sempre rifiutato di vedere: che stai morendo ogni giorno di più. Hai giaciuto con lei?".
La propria faccia si dilatò per lo stupore.
"Certo che no!", proruppe sdegnato. "Come ti salta in mente che possa approfittarne? È una nobile, oltretutto!".
"Come se le condizioni sociali avessero mai contato qualcosa per te! Devo ricordarti di quella volta che…".
"È un maschio mancato! L'hai vista, bene? Fa quasi spavento!".
"Ti sei scopato ragazze che sembravano criceti, raccontala a un altro!".
"Che stai cercando di dirmi? Parla chiaro!".
Daisuke sbuffò spazientito, negli occhi un misto di compassione e desiderio di prenderlo a schiaffi, quando posò una mano sulla sua spalla.
"Sei fottuto".
Ranma scansò via il palmo infastidito.
"Ma di che diamine parli?".
"Ti ho visto provare emozioni umane, fratello! Ti ho visto quasi perdere il controllo e vivere per la prima volta, mentre la stringevi a te, è questo che ti sconvolge!".
L'aria divenne tutt'a un tratto più pungente nel petto, i rari cinguettii più amplificati, i rami degli alberi più nitidi.
"Ma non è ciò che ti spaventa".
Come se una coltre nebbiosa si stesse poco a poco dissolvendo e lui si stesse destando da una specie di torpore.
"E cosa, allora?", arrischiò a chiedere, pentendosene subito dopo e sperando che Daisuke tenesse imbrigliata quella lingua malefica.
Non dirlo, Daisuke, non lo dire, mi scoppia la testa, non peggiorare le cose.
"Quella donna è diventata per te qualcosa di più dell'essere umano che tanto hai cercato. Tu ci tieni a lei. È questo che ti terrorizza".
L'amico tornò a far vagare lo sguardo sulle nuvole che si andavano addensando. Anche se rimaneva un gran cazzone, non aveva mai avuto timore di rischiare la pelle: Daisuke riusciva con le parole là dove falliva con le armi, nei loro scontri verbali era l'invincibile Saotome a uscirne quasi sempre sconfitto. Per questo erano come fratelli.
Ranma chiuse gli occhi, poggiò i gomiti sulle gambe e la fronte sui palmi delle mani, l'emicrania svanita insieme al ronzio che non gli aveva dato tregua fino a quel momento. In compenso una stanchezza mai provata prima si abbatté al pari di una valanga sulle sue membra. Era stanco, sì. Stanco di continuare a mentire a se stesso.
E sì, aveva paura.
Paura di ciò che gli tormentava le viscere, perché nulla del genere l'aveva mai toccato, perché stava accadendo tutto troppo in fretta e non sapeva come affrontarlo.
Perché aveva il terrore di restare scottato da un'altra delusione. E se si fosse sbagliato di nuovo, se avesse fallito, c'era il rischio concreto che sarebbe impazzito sul serio, stavolta.
"Avanti, fratello", lo esortò Daisuke. "Comincia dall'inizio".
- § -
Kodachi osservò il foglio attaccato alla parete il tempo necessario per realizzare che quello vergato era proprio il suo ritratto, per quanto semplificato. La dettagliata descrizione che ne seguiva su ben cinque colonne la identificava come una pericolosa prostituta. Che seccatura.
Strappò via il pezzo di carta e le gocce di pioggia che già avevano iniziato a bagnarlo lo inzupparono del tutto, sciogliendo l'inchiostro nero che colò fino ai bordi. Lo gettò via e aprì l'ombrello prima di proseguire il suo cammino. Manifesti come quello dovevano essere ormai ovunque nel quartiere, forse in tutta la città, avrebbe dovuto lasciare il ryokan e trovare una nuova sistemazione, possibilmente defilata ma dalla quale poter osservare comunque il castello.
Happosai era tornato a Nagoya cinque giorni prima. Da solo. E di Ranma ancora nessuna traccia. Non riusciva a capire cosa stesse succedendo, sapeva solo che il suo adorato era lontano da undici giorni: era un segugio ineguagliabile, impossibile ci mettesse tanto a riportare una ragazzina nel suo castello. Si era ripromessa di aspettarlo, ma iniziava a temere che non l'avrebbe rivisto tanto presto: qualcosa doveva essere andato storto nella ricerca di quella Akane. Doveva scoprire dove si era diretto e ormai l'unico modo era interrogare quel vecchio fungo ammuffito di Happosai. L'incenso che si era fatta preparare dall'erborista doveva essere pronto a ogni costo.
Stava per varcare la soglia del negozio quando vide un doshin conversare proprio con il cinese. Rimase per un attimo immobile, indecisa se entrare o meno, finché con un sorrisetto chiuse l'ombrello proprio quando iniziò a diluviare e fece il suo ingresso. Al suo apparire l'omuncolo con la lunga treccia impallidì e iniziò a balbettare, spingendo il samurai a voltarsi verso di lei: teneva in mano uno dei manifesti che la ritraevano.
"Stavi cercando me?", chiese sfoggiando un ampio sorriso, la testa inclinata di lato.
Il doshin lasciò cadere il foglio e afferrò il jitte, ma prima che potesse circondarle un polso con la catena, Kodachi stava respirando sulle labbra tremolanti dell'uomo.
"Ti conviene chiudere il negozio, erborista", gli suggerì mentre ritraeva il tantō dall'addome del samurai. L'uomo tenne la mano premuta sulla ferita qualche istante, prima di cadere riverso con gli occhi sbarrati. "E di disfarti del corpo in fretta", raccomandò, mentre si inginocchiava per pulire la lama sulla stoffa dei suoi pantaloni.
Una mano schiacciata sulle labbra e l'altra sul petto, l'ometto corse a sbarrare l'uscio del negozio con le ante, prima che qualcuno potesse gettare un'occhiata all'interno.
"E mi raccomando, pulisci bene, non credo tu voglia che rimanga traccia del suo passaggio", ridacchiò civettuola alla vista del sangue che iniziava a macchiare il pavimento.
Schiena aderente alla porta, quasi volesse sprofondarvi, l'erborista non riusciva a staccare gli occhi dal cadavere, finché deglutì e urlò un paio di nomi. Nella concitazione che seguì, gli assistenti tamponarono il sangue con la carta di riso, portarono via il corpo avvolto in un telo e si misero a lavare le assi di legno, mentre Kodachi sbadigliava annoiata.
"Allora, è pronto il mio incenso?".
"Mia… mia signora… sono rovinato… rovinato… lo scopriranno… perché lo avete…", piagnucolò l'omuncolo tremando come una foglia ancora per poco attaccata all'albero.
"Non senti quanto piove? Volevi che rimanessi ad aspettare fuori, sotto quello scroscio d'acqua?".
"N-n-no, ma…".
"È pronto. Il mio. Incenso?", scandì lei spazientita. Le sembrava di parlare con un idiota. Lo afferrò per la casacca e lo avvicinò a sé. "Ti conviene rispondermi, se non vuoi fare la medesima fine".
"Sì-sì-sì! È pronto, è pronto!".
"E allora perché sono ancora qui ad aspettare che mi sia portato? Muoviti!", ordinò con uno spintone. L'erborista incespicò prima di darsela a gambe nel retrobottega. Kodachi si stava osservando le unghie, quando il cinese tornò con un sacchetto tra le mani.
"Tutto qui?", chiese delusa.
"Mi-mia signora, sapete bene che uno degli ingredienti è estremamente raro e n-non sarà possibile per me procurarmene altro sino alla prossima p-primavera!".
Kodachi afferrò l'involucro, grande quanto una kabocha ancora acerba.
"Lo sperimenterò questa notte, erborista, spera che non debba tornare a farti visita".
- § -
"È tutto?", chiese Daisuke senza smettere di fissare i rami appesantiti dalla neve. Era talmente assorto che sembrava si fosse dimenticato di respirare.
"Sì, non ho tralasciato quasi nulla", rispose Ranma osservando quanto le ombre si fossero allungate dacché aveva finito di raccontare ciò che era accaduto negli ultimi giorni: il tramonto non era lontano.
Un nuovo ululato, stavolta più vicino, spezzò il silenzio.
"Sei veramente un coglione", concluse l'amico. "Forte, agile, dotato, ma un gran coglione".
Ranma si volse poco per volta a fissarlo sbieco, non sapendo se essere più stupito o infuriato.
"Ci tieni a tenerti la colonna vertebrale al suo posto, o vuoi che te l'annodi attorno al collo?".
"Tu non ti rendi ancora conto di quanto sei maledettamente fortunato, vero?", replicò Daisuke ignorando la sua minaccia. "No, certo, tu stai qui a preoccuparti se la donna che sta dormendo a pochi passi da noi sia vera o un'illusione, se il karma stia ancora cercando di fotterti… Piantala di farti le seghe immaginarie! Il Cielo ha finalmente messo fine alla tua ricerca, possibile che non te ne renda conto? E piantala pure con tutti i tuoi scrupoli, con la rivalsa su Happosai e le ridicole promesse che fai! Hai la possibilità di vivere un'esistenza vera, non buttarla! Prendi quella donna e vattene da questo piscio di paese!".
"Sai perfettamente che non posso farlo".
"Perché hai dato la tua parola? Perché ti hanno pagato? Dammi retta, per una volta: quello che hai in mente è ammirevole, ma non riportarla a Nagoya, è una follia!".
"Devo darle la possibilità di scegliere".
"Lo vedi che sei un coglione? L'unica possibilità che è stata concessa a te e ad Akane la stai gettando al vento. Hai vissuto e sofferto molto più di me, saresti davvero un imbecille a sprecare una simile opportunità e lo sai". Daisuke sospirò. "Hai pronunciato il suo nome mentre 'aravi il campo' di un'altra donna, me l'hai detto tu stesso".
"Non ricordarmelo", sbuffò Ranma massaggiandosi le tempie.
"Non sa chi sei veramente, eppure ha sentito fin nel midollo la tua sofferenza".
"Smettila".
"E ha anche avuto compassione di te".
"Smettila!".
"Ma cosa ti serve ancora per convincerti?! Non incontrerai mai più una come lei nemmeno se vagassi altri mille anni!".
"Un mortale non potrà mai capire fino in fondo il peso della nostra esistenza!".
Naso contro naso, nessuno dei due abbassava lo sguardo, ma alla fine l'amico chiuse gli occhi con un sospiro e si grattò la testa rassegnato.
"Kami, quanto sei cocciuto. E insisto: sei fottuto, comunque vada. Anche se fosse nata immortale, saresti fottuto comunque".
"Falla finita una volta per tutte".
Daisuke si alzò in piedi e si stiracchiò.
"Vado a controllare se si è svegliata".
Ranma grugnì un assenso.
"Se così fosse, portala qui".
Sua nobiltà vomitò di nuovo nel secchio e Daisuke dovette trattenere il respiro per non vomitare appresso a lei: l'odore di bile era nauseante, doveva aver mangiato assai poco prima di inciuccarsi. Uno come lui non avrebbe mai dovuto posare gli occhi su una del suo rango, men che mai assistere a un simile momento di debolezza, ma teneva tra le mani il vassoio del tè e non poteva tirarsi indietro proprio quando la ragazza aveva più bisogno di aiuto.
Akane si pulì la bocca con una pezza e ricadde ansimante sul futon, un braccio a coprire gli occhi: anche quel poco di luce che la lanterna emanava doveva contribuire a un mal di testa di certo feroce. E lui doveva decidersi: far finta di non capirla sperando che lei non ricordasse nulla, oppure raccontarle la verità pregandola di non riferire nulla a quel testone dell'amico.
Akane cercò di mettersi a sedere e Daisuke si morse un labbro.
"Per voi, nobile Akane", disse avvicinandosi e posando il vassoio accanto a lei con un inchino. "Il sencha vi calmerà lo stomaco e le foglie di tè vi rinfrescheranno la bocca".
Lei lo guardò senza nascondere lo sconcerto.
"Ma tu… parli la lingua dei nobili", constatò con voce impastata, per poi acuire lo sguardo come a voler penetrare le tenebre attorno a loro. "Ma certo, ora ricordo…".
"Porto via il secchio, torno subito", disse mentre lei afferrava la tazza di tè. Quando fece ritorno, lo stava sorseggiando meditabonda. "Come vi sentite, mia signora?", domandò inginocchiato a debita distanza.
"Come se la testa si aprisse in due", rispose lei fissando un punto imprecisato della coperta. "E a parte i mosconi nelle orecchie e un sapore disgustoso in bocca, direi meglio. Grazie, Daisuke".
Lui si schiarì la gola, imbarazzato: non si aspettava una risposta tanto franca, ancora meno la sua riconoscenza.
"Perdonate il mio ardire, ma devo chiedervelo: cosa ricordate?", azzardò stringendo le dita aperte sulle ginocchia.
Akane lo scrutò a lungo, prima di concedergli una risposta: forse stava valutando se far finta di ricordare per indurlo a tradirsi.
"Che ho portato via dal ryokan due fiaschi di sakè per farti sciogliere la lingua", confessò candidamente con un sorriso sofferente lasciandolo senza parole. Sincerità per sincerità. Sua nobiltà sapeva che lui avrebbe potuto continuare la commedia del finto tonto, invece le aveva palesato la sua capacità di comprenderla, così lei aveva ricambiato con un'ammissione spiazzante. "Avanti, parla: cos'è successo?".
Daisuke abbassò lo guardo, chiedendosi fin dove avrebbe dovuto spingersi.
"Non farti pregare, so che vuoi raccontarmi ogni cosa, altrimenti avresti continuato a farmi credere di non capire una parola di quel che dico".
Daisuke deglutì, cercando di scegliere con cura le parole.
"Ho poco tempo, mia signora: Ranma vi sta aspettando fuori dal tempio, ma non per ripartire. Non so cosa voglia, credo parlare con voi: sotto l'effetto del sakè gli avete confessato di aver cercato di estorcermi informazioni su di lui".
Akane lo fissò con la tazza fumante fra le mani e un'espressione orripilata in volto. Era quasi certo che si stesse dando mentalmente della stupida. Se le avesse raccontato cosa aveva combinato subito dopo, avrebbe desiderato sotterrarsi viva con tutte le sue forze. Di certo, una volta lasciato il tempio, Akane si sarebbe tenuta il più possibile alla larga da Ranma, molto alla larga, neanche l'amico avesse una malattia infettiva, meglio quindi tenere la bocca cucita, se voleva che quei due si avvicinassero.
"È… arrabbiato?".
Daisuke abbassò il capo.
"Non per il motivo che credete: è confuso e ce l'ha con se stesso".
"Cosa vuoi dire? Daisuke? Daisuke, guardami, per favore".
Lui rialzò gli occhi sulla faccia ansiosa e preoccupata di Akane: doveva ammettere di non aveva mai visto un viso tanto espressivo, il che non era affatto un bene, in un paese come quello, soprattutto per una nobile.
"Dovete avere pazienza con Ranma, le sofferenze cui è passato sono qualcosa di inimmaginabile, per chiunque, è già notevole che la sua mente non sia preda della pazzia. E per rispondere alla domanda che mi avete fatto sotto l'effetto dell'alcool, l'abate con cui avete parlato ha detto il vero: fare il cacciatore di demoni non è la sua occupazione principale, quella è… solo una facciata".
Akane rimase a fissarlo così a lungo che sembrò diventata la tristezza stessa scolpita nella pietra, eppure lo sforzo che stava compiendo per tentare di comprendere era commovente e sorprendente insieme. Solo quando posò la tazza sul vassoio, Daisuke rilasciò finalmente il respiro trattenuto e si affrettò a versarle dell'altro tè.
"E immagino tu non possa rivelarmi chi sia in realtà, vero?".
Daisuke si prostrò di slancio sul tatami, le mani buttate davanti al capo.
"Perdonatemi, mia signora, su questo le mie labbra devono rimanere sigillate, ma non avete nulla da temere, credetemi, con lui siete al sicuro, abbiate solo pazienza: a tempo debito tutto vi sarà chiaro".
Si rialzò con cautela a sedersi e rimase a osservarla masticare sovrappensiero le foglie di tè.
"Su cosa è confuso? Puoi dirmi almeno questo?".
"Su di voi", le rispose esitante. "Non sa bene cosa pensare di voi".
"Né io di lui: anch'io sono molto confusa, Daisuke".
"È normale, Akane-dono: Ranma vorrebbe comportarsi con voi come si comporta normalmente con chiunque, non importa il suo rango, ma voi… voi avete aperto una breccia nella sua corazza e lui ora non sa come chiuderla. Non sa neppure se vuole chiuderla".
"Una breccia… io? Ma cosa gli è successo?".
"Posso solo dirvi che è precipitato in un baratro ed è risalito, ma da quel momento non è stato più lo stesso. Per questo non si fida più di niente e nessuno. E detesta quasi ogni forma di vita. Se per caso vi ha trattato come l'ultima delle serve, sappiate che non l'ha fatto per umiliarvi: lui tratta tutti alla stessa maniera".
"In effetti all'inizio è accaduto, ora però sembra diverso, anche se non saprei bene dire come. A volte ho l'impressione che… ecco… tu credi mi stia mettendo alla prova?".
Se non l'ha ancora fatto, lo farà presto, avrebbe voluto risponderle. E non sarà contento finché non ti avrà sfiancato, ragazza, finché non si ficcherà in quella testaccia dura che tu sei degna di lui. Il bello è che lo sei già, ma lui si porta addosso troppe cicatrici per rendersene conto e ha bisogno di inutili prove per convincersene. E probabilmente finirà col distruggerti.
"È possibile, mia signora".
Lei accennò un sorriso ironico.
"Puoi essere sincero con me e dirmi pure che non mi risparmierà orrori di ogni tipo, non ha fatto altro da quando mi ha fatta sua prigioniera".
Daisuke si morse il labbro e preferì lasciare al silenzio la risposta.
"Non so di quali risposte Ranma abbia bisogno, ma sono pronta ad affrontare qualsiasi avversità e questo gliel'ho già ampiamente dimostrato. Cos'è che vuole davvero da me?", gli chiese guardandolo fino a ridurre gli occhi a due tagli sul viso. "So che lo sai, Daisuke. Cosa vuole davvero?".
"Dolente di deludervi, Akane-dono, purtroppo su questo non si è confidato con me", mentì tormentandosi le mani prima di avere il coraggio di porle la domanda che lo assillava. "Vi chiedo perdono di nuovo se oso rivolgermi a voi in questo modo, ma… siete davvero sua prigioniera, mia signora? O lo state seguendo di vostra sponte?".
Le gote che avvamparono furono la risposta migliore che potesse dargli. Akane boccheggiò qualche istante prima di mostrargli il profilo indurito e le labbra strette.
"Purtroppo ho bisogno di lui per superare le montagne, non ho altra scelta che seguirlo", deglutì. "Ma ammetto che lo faccio anche nella speranza che possa insegnarmi qualche tecnica marziale di cui il mio maestro mi ha solo accennato".
E allora perché arrossisci, ragazza, e non hai il coraggio di guardare in faccia me, un povero pezzente? Sei proprio sicura di non riuscire a cavartela da sola? O non vuoi? Avevo ragione: sei fritta. E lui è fottuto.
"Capisco. Scusate ancora se mi sono permesso di importunarvi con le mie domande", ribadì a capo chino. "Ma Ranma non ha mai avuto allievi. Se volete che vi insegni qualcosa, dovrete conquistarvi la sua fiducia. Non arrendetevi mai, siate combattiva, ma anche umile. Sopra ogni cosa, non mentitegli: Ranma ha in odio le menzogne e ancora di più gli inganni".
Finalmente Akane tornò a guardarlo, non seppe dire se con speranza o ammirazione e Daisuke capì che anche lei detestava la ragnatela di falsità in cui era cresciuta. Erano l'uno lo specchio dell'altra.
"Lui conosce perfettamente le mie intenzioni, sono sempre stata sincera su questo".
"Ecco perché ha considerazione di voi: continuate a essere voi stessa, spontanea e… vera e vi tratterà da pari a pari, da essere umano, anziché considerarvi solo un fardello".
Lei avrebbe potuto rispondergli che la stima di un sudicio ronin che cacciava demoni era l'ultima cosa al mondo cui una del suo rango avrebbe potuto ambire. Avrebbe dovuto. Invece le iridi iniziarono a splendere e Daisuke, a disagio, dovette abbassare per un attimo lo guardo. La giovane dovette rendersene conto perché distolse il suo.
"Grazie, Daisuke, per tutto. Ora, per favore, informa Ranma che lo raggiungo appena riesco a stare in piedi sulle mie gambe senza rigettare nel secchio".
Daisuke non poté impedirsi di ridacchiare insieme a lei, prima di alzarsi in piedi.
Quando tornò all'aria aperta, Ranma stava eseguendo a occhi chiusi, al centro dello spiazzo, quelli che sembravano kata troppo lenti e armoniosi per esserlo davvero. Stava per informarlo sulle condizioni di Akane, ma rimase a bocca aperta a osservare i fiocchi di neve che dalla coltre caduta si sollevavano per avvilupparsi, i più vicini, in una lenta spirale attorno a lui fino a dissolversi, i più lontani per restare sospesi a mezz'aria, come la sua treccia. Sotto i suoi piedi la nuda terra: la neve si scioglieva a ogni passo di quella danza che danza non era, eppure ne aveva la stessa grazia e bellezza. Non si sarebbe stupito se, prima o poi, i piedi si fossero staccati dal suolo e Ranma avesse iniziato a volteggiare.
"Cosa sta facendo?", mormorò Akane al suo fianco.
Daisuke trasalì ripiombando nel portico, prima di bisbigliarle col cuore in gola che non ne aveva idea: Ranma conosceva una moltitudine di arti marziali, molte delle quali cinesi e quindi dai nomi per lui impronunciabili.
"Comunque ce lo rivelerà: sa che siamo qui, percepisce la nostra presenza", le sussurrò.
E per quanto riguarda me, può sentire anche i miei pensieri…
"Ma come ci riesce? Anche nel castello del nobile Uesugi Ranma ha percepito la presenza di persone che io non ho visto né udito finché non si sono palesate".
"Sono solo il tuttofare di un monaco, mia signora, molte cose per me rimarranno un mistero", glissò Daisuke.
"Sembra che danzi, eppure allo stesso tempo è come se stesse per spiccare il volo".
Anche lei aveva avuto la stessa impressione. Daisuke si volse a guardare Akane e sconcertato osservò il respiro quasi affannato della giovane che divorava avidamente con gli occhi ogni movenza di Ranma. Forse neppure si rese conto che stava sorridendo ammaliata e che le iridi brillavano di una luce famelica. Che fece un passo avanti all'altro fino a raggiungere l'amico e quasi gli si affiancò iniziando a imitarne ogni gesto. Con sua grande sorpresa, Ranma non smise di eseguire i kata o quello che erano, né riaprì gli occhi: doveva sentire che lei era lì, accanto a lui, forse la lasciò fare per vedere come se la cavasse. E Akane, dopo i primi, incerti tentativi di esecuzione, acquisì poco per volta sicurezza e infine socchiuse gli occhi anche lei. Non aveva la scioltezza, né l'eleganza di Ranma, eppure i suoi movimenti divennero sempre più fluidi, abbastanza comunque da riuscire a seguire quelli dell'amico quasi in sincronia. E a un certo punto, semplicemente, Daisuke smise di considerarli due esseri distinti: anche i capelli sciolti di Akane iniziarono come a perdere consistenza e a venir risucchiati dal vortice di energia prodotto da Ranma, o magari da lei stessa.
Erano una cosa sola.
Erano una cosa sola ed era così maledettamente evidente che avrebbe voluto afferrare Ranma per i lembi di quell'assurdo kimono estivo che indossava e scuoterlo fino a farlo rinsavire, se solo non se la fosse fatta addosso ogni volta che lo minacciava.
Invece si sedette sui gradini a osservarli incantato. La punta acuminata dell'invidia pungolò il petto, ma nella sua mente la estirpò gettandola via: la sua occasione l'aveva avuta, anche se non era stata travolgente, ora avrebbe voluto soltanto che anche Ranma cogliesse la propria.
Un violento attacco di tosse fece saltare il cuore in gola a Daisuke per la seconda volta e interruppe la 'danza' di Akane. Anche Ranma si fermò seccato voltandosi nella sua direzione, mentre i fiocchi di neve si adagiavano al suolo: alla spalle di Daisuke il vecchio monaco, ritto sulla soglia, teneva una mano a pugno davanti alle labbra senza riuscire a fermarsi. Doveva essersi messo anche lui a osservarli, prima che il catarro avesse il sopravvento.
Daisuke si alzò e lo accompagnò all'interno, lo convinse a sdraiarsi di nuovo sul futon dopo avergli fatto bere una tazza di tè, quindi tornò a precipizio all'ingresso.
Non poteva crederci.
Ranma e Akane erano rimasti per tutto il tempo nella medesima posizione in cui li aveva lasciati: l'amico di profilo, Akane a fronteggiare il tempio ma voltata verso Ranma, alla distanza di forse un braccio da lui. Senza mai distogliere lo sguardo concentrato dell'uno da quello rapito dell'altra, sembrava si stessero soltanto studiando, ma nella loro immobilità Daisuke vide la tensione che pervadeva i muscoli di Ranma e alterava il respiro di Akane, come se fossero pervasi dal desiderio di allungare una mano e sfiorarsi per assicurarsi che sì, chi avevano di fronte era reale e non il frutto dell'immaginazione. Si guardavano come se non si fossero mai visti e come se si conoscessero da sempre.
Come se si fossero ritrovati, dopo essersi persi.
Daisuke si appoggiò allo stipite con una mano, sperando che uno dei due si lanciasse verso l'altro perché mancava poco, dannatamente poco al crollo delle reciproche difese.
Akane non osava muoversi, a mala pena respirava.
Non riusciva a capire bene cosa fosse accaduto, era appena cosciente di essere stata come risucchiata in una specie di vortice di energia. E di energia si sentiva ancora pervasa, poteva avvertirla scorrere come un fiume in piena lungo gli arti, risalire la colonna vertebrale fino alla nuca così intensamente da temere di rimanere stordita, eppure allo stesso tempo si era sentita così leggera, le era parso quasi di…
Volare.
Sì, volare, librarsi, diventare una piuma ed essere trascinata via dal vento. E adesso che la neve aggrediva di nuovo i piedi, le sembrava di avere la consistenza di un macigno, le gambe paralizzate, le braccia pesanti.
E poi c'era lui, che la scrutava coi pugni serrati. Sapeva di meritare il suo biasimo, non avrebbe dovuto nemmeno avvicinarsi, ma allora perché gliel'aveva permesso? Perché aveva lasciato che gli si affiancasse? Cercò di scrutarlo a sua volta e non ravvisò rimprovero nei suoi occhi, tuttavia aveva l'impressione che si stesse trattenendo dal lanciarsi verso di lei, che stesse compiendo uno sforzo immane anche solo per non tendere un braccio e afferrarla.
"Qi Kung", proferì Ranma.
"Co-cosa?", chiese Akane sbattendo le ciglia. Davvero non la stava toccando? No, non si era mosso, eppure avrebbe giurato che qualcosa la stesse sfiorando.
"Qi Kung", ribadì lui. "Quello che hai cercato di imitare fino a poco fa".
Qualcosa che non poteva vedere, ma che le carezzava la pelle.
"E cosa sarebbe esattamente?", deglutì.
Che lambiva il suo corpo con delicatezza, come un gatto che protende cauto una zampa verso un oggetto sconosciuto per cercare di capire di cosa si tratti.
"Serve ad accumulare e incanalare l'energia".
Lei assentì ricacciando indietro una lacrima. Sono vera, se te lo stai chiedendo. Sono vera, maledizione, non ho mai finto e non lo farò mai, con te. Invece stai usando la tua energia per esserne certo, perché non osi toccarmi per appurarlo. Non ti sei fatto scrupolo, finora, e adesso non osi nemmeno avvicinarti. È questo ciò che sento, vero? Il tuo qi che si espande tutt'intorno a te. Ne sei cosciente?
"Come ti senti?". Il tono voleva essere distaccato, quasi infastidito, ma lei era troppo avvezza alle finzioni di palazzo per non riconoscerne una: le iridi a cui era incatenata parlavano per le labbra e non potevano mentire.
"Meglio, molto meglio". Akane abbassò per un istante lo sguardo come per prendere coraggio. "Per quanto riguarda…".
"Attaccami".
L'energia che fino a quel momento l'aveva quasi avvolta come una morbida coltre si era precipitosamente ritirata, lasciandola indecisa tra l'aver compreso cosa Ranma le avesse intimato e l'esaudire quell'assurda richiesta. Si volse disorientata verso Daisuke, negli occhi la stessa domanda che gli aveva posto nella piccola stanza che le aveva riservato.
(Credi mi stia mettendo alla prova?)
Direi che non ci sono più dubbi, le rispose da lontano un mezzo sorriso di compassione.
"Perché guardi Daisuke? Avete conversato? Cerchi la sua approvazione, o non hai capito cosa ti ho ordinato?". Il tono di Ranma adesso era a un passo dall'essere alterato.
"Ho compreso perfettamente", rispose lei con tono altrettanto gelido. "Ma non…".
"Attaccami, allora. Non è quello che hai cercato inutilmente di fare da quando ti ho catturata a Gero? Perché esiti, adesso? Sei ancora indebolita dalla sbornia, per caso?".
Akane chiuse le dita a pugno e inchiodò lo sguardo al suolo sperando che Ranma non si accorgesse del rossore che si era impadronito della sua faccia.
"Andiamo, a Gero eri in condizioni anche più umilianti, senza nulla indosso nella vasca da bagno in cui ti ho sorpresa, ho dovuto passarti un telo perché coprissi quel corpo da maschio mancato che ti ritrovi".
Il petto faceva su e giù per la rabbia. Solo i kami sapevano come, ma riuscì a impedirsi dallo sferrare un attacco.
"Avanti, non importa se ti reggi a mala pena sulle gambe, attaccami come hai fatto allora, senza risparmiare forza e ferocia. O è stato solo un caso, che sei riuscita a tenermi testa?".
La mano scattò da sola, ma sapeva già che ogni tentativo di perforargli la carotide sarebbe stato vano: Ranma evitò l'affondo semplicemente spostando la testa di lato. E allora capì che voleva umiliarla prima ancora di portare il secondo assalto. Quel che Akane non si aspettava, era che a differenza del loro primo scontro questa volta il ronin non compì il minimo sforzo per impegnarsi: tutto ciò cui si limitò fu schivare i suoi affondi, senza nemmeno guardarla mentre, braccia incrociate al petto, evitava un calcio alle costole e subito dopo un altro calcio rovesciato al volto, un pugno allo sterno e un colpo di taglio alla base del collo. Akane poteva attaccarlo con avvitamenti, torsioni, persino con un salto all'indietro degno di un ninja, Ranma si scansava sempre annoiato o deviando appena il colpo come se scacciasse un insetto, oltretutto con una rapidità tale da non darle modo di capire come avesse fatto, un attimo prima, a essere davanti a lei e un istante dopo alle sue spalle a scrutare il cielo che imbruniva, mentre Akane spiazzata lo tallonava col fiato grosso ritrovandosi a fendere l'aria, gli attacchi sempre più fiacchi e incoerenti.
"Dove stai guardando? Sono qui", la canzonò a un soffio dalla sua nuca.
Akane si voltò furibonda, i capelli incollati al viso sudato e sfigurato da un'onta bruciante, le nocche che stavano per centrare Ranma in pieno volto. Prima di essere bloccate con un dito.
"Cosa te ne fai di tanta forza, se non riesci nemmeno a colpire l'avversario?", la derise in un sussurro, chino sui suoi occhi. Un istante dopo, i propri capelli erano sparpagliati nell'aria e il respiro tramutato in un risucchio strozzato: Akane volò all'indietro per almeno un tan, prima di affondare con la schiena nella coltre di neve al punto che solo braccia e gambe spuntavano da tutto quel candore.
Non seppe quanto rimase a fissare a occhi sgranati il cielo che virava dall'oro all'arancio, se pochi battiti di ciglia o un'eternità, sapeva solo che aveva volato ma non di sua volontà: Ranma l'aveva scagliarla lontano da sé senza muovere neppure un muscolo.
Fece capolino dall'ammasso di neve, stravolta come se fosse stata tramortita da una bastonata in testa, mentre Ranma si avvicinava con la massima calma osservandosi distratto le unghie di una mano.
"Ora immagina di trovarti nelle stesse condizioni di prostrazione fisica, ma attorniata da un branco di malviventi, magari armati, come quelli che hai affrontato prima che ci incontrassimo. Dimmi, come pensi di evitare i loro assalti congiunti, se sei affaticata, malata… o ubriaca? Saltando via? Convogliando l'energia nelle braccia come hai fatto finora per aumentarne la potenza? Può andar bene contro un avversario per volta, forse due – sempre che siano più deboli di te – non contro un gruppo numeroso che ti attacca da ogni lato. E attacca solo te, non è impegnato ad affrontare anche delle guardie del corpo".
Tutt'a un tratto non le importava di congelare in una distesa innevata, non le importava che il ronin l'avesse umiliata, non le importava di nulla all'infuori del fatto che voleva assolutamente capire cosa fosse successo. E voleva replicarlo. Per la prima volta osservò Ranma con una bramosia che agli occhi altrui sarebbe parsa indecente, forse persino agli occhi del ronin, ma a lei importò quanto di una zanzara invischiata nella resina.
"Come sei riuscito a…?".
"Con il qi che anche tu hai accumulato poco fa senza rendertene conto, ma che non sai usare nel modo più corretto: ho rilasciato di colpo un po' di energia, tutto qui".
L'incredulità lasciò il posto al desiderio bruciante di sapere, di apprendere, anche a costo di essere scaraventata in aria altre cento volte come una bambola di pezza: nulla contava più di ciò che aveva appena sperimentato. Ma come convincere Ranma a insegnarglielo? Come?
Akane si rialzò in piedi barcollando un poco all'indietro e anche se non stava per perdere l'equilibrio, Ranma le afferrò un polso attirandola di slancio a sé e lei gli finì quasi addosso.
Daisuke trattenne il respiro, tutto proteso in avanti a rosicchiarsi un'unghia: ma che stava combinando l'amico? Prima la provocava sfidandola a colpirlo col fine di mortificarla e adesso, dopo averla lanciata a debita distanza, se l'attirava al petto? Ormai non c'erano dubbi: Ranma la voleva lontano e allo stesso tempo vicino a sé. E toccarla, sentirne il calore, magari stringerla e aspirare il profumo dei suoi capelli. Un giorno non troppo lontano, quanto meno. E quel giorno avrebbe dovuto decidere se assecondare i suoi desideri o impazzire. Per ora si limitavano a fronteggiarsi, entrambi sul punto di dire qualcosa, entrambi persi a guardare qualcosa che solo loro vedevano nell'altro, ma stavolta erano così prossimi che Ranma sovrastava Akane tanto da sfiorarle la fronte con le labbra e Daisuke si sporse ancora di più, cominciando a rosicchiare anche le unghie dell'altra mano.
"Vorresti imparare ad accumulare e a usare quel poco di qi che hai nel modo giusto?".
Con quella voce roca avrebbe sciolto un ghiacciaio e Akane parve come scossa da un brivido, tuttavia non cercò di indietreggiare, né di sottrarsi alla presa. Il viso si aprì anzi nel sorriso più estasiato che avesse mai visto: probabilmente, in quel momento, non esisteva mortale al mondo più felice di lei. E nemmeno essere umano con la lingua improvvisamente paralizzata: apriva e chiudeva la bocca come se non riuscisse a respirare, ma non era azzardato dire che si stava mangiando Ranma con gli occhi e non per 'arare le nuvole' insieme a lui.
Per ora, almeno.
"Mi insegneresti? Sul serio?", chiese infine esitante neanche la sua vita fosse appesa a un filo.
Lui rinsaldò la presa su quel polso che spariva nella sua mano e Akane si ritrovò quasi pelle a pelle con Ranma.
"Solo se tu sei disposta a obbedire e ad abbandonare ogni idea di fuga".
Un altro ululato, unico suono in un mondo che altrimenti aveva cessato ogni rumore: se non fosse stato per il cuore che batteva nelle orecchie, era certo di essere diventato sordo.
Con uno strattone Akane si liberò e il cuore di Daisuke saltò un battito.
Non farlo, ragazza, non buttare via l'unica opportunità che ti si presenta, anche se tu sei altolocata e lui si fa passare per un samurai senza padrone!
La nobile Tendo Akane indietreggiò di un passo.
Metti da parte l'orgoglio, anche questa è una prova! Ammettere la propria inferiorità non è una sconfitta, ma il primo passo per…
E le ginocchia giunte affondarono nella neve.
Per…
E lei si prostrò, mani unite, di fronte a Ranma.
Ma che cosa…?
Una nobildonna aveva appena chinato il capo davanti a un ronin.
Daisuke aveva appena assistito a qualcosa di così straordinario che a raccontarlo nessuno, mai, ci avrebbe creduto. Non ci credeva lui per primo, unico testimone di una scena sconvolgente e irripetibile nella storia giapponese. Alzò gli occhi su Ranma, talmente rigido a dispetto della treccia agitata da una folata di vento, che sembrava appena ripescato da un lago ghiacciato: stupore e incredulità si rincorrevano sul viso, rivelando senza ombra di dubbio che nemmeno lui si era aspettato un simile atto di sottomissione. Ma lo sbigottimento durò il tempo dell'ennesimo ululato: la faccia di Ranma si accartocciò in un'espressione ancora più cupa.
"Sarebbe questa la tua risposta? Credi di ingannarmi?".
Perplessa, Akane tornò seduta e con un movimento fluido si alzò in piedi.
"Volevo solo ringraziarti, perché tu stesso mi hai rivelato che non hai mai avuto allievi. L'onore che quindi mi fai è davvero grande".
"Ma non hai ancora acconsentito alla mia richiesta. Ti abbasseresti a prendere ordini da me?".
Quello che Akane abbassò fu lo sguardo al suolo, ma con un sospiro lo rialzò risoluta e con un cenno del capo rispose sì.
Daisuke stentava ancora a capacitarsene. Ranma, invece, non si disturbava a celare i suoi dubbi attraverso lo sguardo affilato come la lama di un kaiken.
"E abbandonerai l'idea di fuggire?".
Questa volta Akane non piegò né capo, né ginocchia, pur sapendo che la decisione che doveva prendere era cruciale: imparare una tecnica che poteva renderla invincibile fra i mortali, oppure rinunciarvi per tentare di essere libera e liberare anche la sorella maggiore, se quello che gli aveva raccontato Ranma era vero. Se era furba, avrebbe finto di acconsentire e poi, appresa la tecnica del rilascio del qi e chissà cos'altro, avrebbe cercato di scappare. Era la mossa più logica e l'indecisione che leggeva nei suoi lineamenti lasciava intendere che ne fosse tentata.
"Allora?", la incalzò.
Il buio calò sul volto di Akane.
"No".
Daisuke sgranò le pupille.
No?! Aveva risposto sul serio no?! Quella donna aveva le palle quadrate.
E poi vide qualcosa di non meno incredibile: gli occhi di Ranma si accesero, come se gli ultimi raggi del sole fossero penetrati nelle sue iridi.
"Non baratterò mai la libertà, che fosse la mia, di mia sorella o di chiunque altro, con una tecnica marziale, nemmeno la più temibile. Quindi non farò una promessa del genere, mai. E se hai dato per scontato che avrei finto di acconsentire per poi approfittarne o hai pensato che sia la più sciocca delle donne a rivelare le mie intenzioni, allora sono felice di averti deluso".
Pugni chiusi, Akane tremava. Il sottomettersi prima e il manifestare senza timore poi i propri propositi aveva richiesto un coraggio fuori dal comune, consapevole che avrebbe potuto perdere tutto. Eppure Ranma aveva accennato un ghigno di compiacimento.
"Lo penserebbe chiunque: sei sciocca a non approfittarne e sei ancora più sciocca a svelare piani che ti intestardisci a voler perseguire nonostante tutto".
Akane incrociò le braccia al petto, la risolutezza scolpita su un viso che avrebbe voluto gridare al vento la delusione che lei stava provando.
"Bene, visto che le cose stanno così, inizieremo domattina".
Se a Daisuke non cascò la mascella per terra, poco ci mancò, ma ad Akane furono gli occhi a rovesciarsi quasi fuori dalle orbite.
"Co… che… co…?".
"E non c'era bisogno che arrivassi a inchinarti, detesto simili formalità, ormai dovresti saperlo. Comunque non montarti la testa, per ora ti insegnerò solo qualcosa di utile, sempre che tu sia capace di apprenderlo", concluse Ranma dandole le spalle per tornarsene al tempio.
Akane era troppo sbalordita per rispondere a tono, anche se da quel momento in poi non avrebbe più potuto lasciar correre la lingua, non ora che Ranma era il suo maestro. Non pensava che avrebbe mai visto il giorno in cui l'amico sarebbe capitolato.
"Perché?", esalò la ragazza mentre lui si allontanava. "Credevo che…".
Ranma si bloccò e nei pochi istanti in cui fissò Daisuke, in realtà era come se stesse guardando lei.
"Accetta semplicemente quello che ti offro e non fare domande, se non vuoi che cambi idea".
Riprese a camminare ad ampie falcate finché Daisuke non se lo ritrovò davanti e venne investito da un calore a stento sopportabile.
"Per quanto riguarda te", lo minacciò Ranma afferrandolo per la gola e sollevandolo da terra, "ora fili in cucina e prepari la cena e se apri di nuovo quella bocca con lei, userò la tua stessa lingua per strozzarti".
- § -
Il nobile Hibiki scrutava l'orizzonte placido dell'oceano. Il vento si era fatto pungente, ma aveva quanto meno spazzato via le nubi. L'unico rumore che udiva, in quell'angolo remoto di giardino, era il frusciare rilassante delle fronde del salice sopra la sua testa. Nei fugaci momenti come quello non era raro che fosse solleticato dall'idea di rinunciare a essere il signore del feudo, se avesse potuto godere di tranquillità e solitudine per più di una manciata di minuti. Ma era un pensiero che si dissolveva rapido come il filo di fumo che saliva dalla sua pipa: per nulla al mondo avrebbe ceduto il suo passatempo preferito, soprattutto se pensava a chi avrebbe dovuto lasciare il feudo in eredità.
Si volse verso la mole del tenshu e sospirò non appena posò gli occhi sulla figura che sbucò all'aria aperta cercandolo con sguardo apprensivo. Scosse la testa. Nel caso di Ryoga non era solleticato, ma proprio tentato dall'idea di cercare un più degno successore, ogni volta che il pensiero si soffermava su quel figlio che nulla aveva preso da lui, nemmeno un briciolo di aspetto esteriore. Certe volte nutriva qualche dubbio sull'irreprensibilità della sua defunta moglie: quel ragazzo le somigliava purtroppo in tutto e per tutto e ormai la situazione era diventata allarmante. Era stato un errore, un grosso errore, tenerlo tanti anni lontano dal castello.
Di nuovo sospirò nel vedere Ryoga soffermare lo sguardo spaesato su di lui e finalmente – congedate le guardie del corpo – avvicinarsi a passo misurato, sebbene fosse fin troppo evidente quanto il pesante kimono di broccato gli rendesse impacciati i movimenti: non riusciva proprio ad abituarsi agli abiti formali, ma era ben altro che doveva rimproverargli.
Ad appena due passi da lui Ryoga si fermò e s'inchinò con la dovuta deferenza. Il nobile Hibiki arricciò le labbra.
"La tua faccia è un rotolo di carta svolto dall'inizio alla fine, figlio mio, impossibile non leggervi cosa ti angustia. Ma dal momento che siamo soli, non avere remore e avanza pure le tue perplessità".
Ryoga rimase interdetto e per un attimo si mise a fissare i propri piedi.
"Vi ringrazio, padre, per avermi concesso udienza così presto, ma allo stesso tempo me ne stavo chiedendo il motivo. E mentre attraversavo il ponte sul laghetto, ho trovato alquanto strano che abbiate deciso di ricevermi qui e senza i vostri consiglieri più stretti, per giunta".
"Non è abbastanza ovvio il perché?".
Ryoga indugiò qualche istante.
"Affinché non una delle parole che ci scambieremo possa essere udita da orecchie indiscrete".
Souzen sorrise sotto i baffi, annuendo in modo appena percettibile.
"Così pensavi davvero di ingannarmi", disse tirando un'altra boccata dalla pipa.
Stava ancora sorridendo mentre il figlio impallidiva. Ryoga s'irrigidì al punto da sembrare un ciocco di legno che guarda con orrore l'accetta pronta a spaccarlo in due.
"P-perdonate?".
Mani dietro la schiena, il nobile Hibiki si volse a osservare svogliato i tetti delle casupole abbarbicate alle mura del castello.
"Mi hai chiesto udienza per parlarmi di Akari-dono, non è così? Bene, parliamone, allora. So perfettamente che finora non hai toccato la nostra ospite, mai, nemmeno con un dito, da quando hai dichiarato che ella è la tua concubina. L'ho sempre saputo".
Lasciò passare un ragionevole lasso di tempo prima di tornare a guardare Ryoga in faccia, ma la sua espressione pietrificata era sempre là e non lasciava dubbi: si stava maledicendo, ne era certo. Perché era soltanto un idiota che non riusciva nemmeno a ribattere con un flebile suono, probabilmente si stava strozzando con la sua stessa saliva nel tentativo.
"E sai come faccio a saperlo? Perché ci sono più spie che abitanti, in questo castello, come quelle che ieri notte vi hanno osservato dormire, schiena contro schiena, dal soffitto della tua stanza. Ma soprattutto, hanno origliato la vostra conversazione".
Gettarsi ginocchia sul prato e inchinarsi con le mani giunte davanti a sé fu tutto ciò che il figlio riuscì a compiere. Senza meno stava esecrando se stesso, mentre lui malediva invece il karma per avergli riservato una progenie tanto deludente: Ryoga era solo un ragazzo nel corpo di un uomo e tale sarebbe rimasto anche a cinquant'anni, se non gli avesse dato una sferzata tale da costringerlo a crescere in fretta.
"Alzati", ordinò annoiato Souzen osservandolo con un misto di disgusto e risentimento. "Allora, cosa credevi di ottenere mentendomi? A cosa miravi? Quando mi hai comunicato che Akari era la tua concubina, io ne sono stato felice, benché avessi delle mire su di lei. E sai perché ne ero felice? Perché credevo che tu fossi maturato anche come uomo, oltre che come samurai. Senza contare che questa esperienza ti sarebbe stata utile con la tua futura sposa: un matrimonio consumato senza esitazioni è un matrimonio che darà presto i suoi frutti. Invece cosa scopro? Che sei ancora un ragazzino impacciato che ha messo a rischio l'alleanza con Tendo Soun. E per cosa? Rispondi", intimò volgendosi a fronteggiarlo.
Ryoga si rialzò in piedi, ma non osò sollevare gli occhi.
"Volevo evitarvi un'umiliazione", asserì il moccioso con tono sottomesso.
"Volevi… cosa?", sibilò il nobile Hibiki. "Temevi che lei osasse rifiutarmi? E che io potessi ritenermi insultato dal suo inconcepibile rifiuto?".
"La-la giovane Akari, ecco, lei…".
"Sì è invaghita di te? Lo so bene, per quanto lo ritenga risibile. E con ciò?".
Ryoga alzò lo sguardo di slancio. Alla sua espressione sorpresa Souzen rispose con un sorriso beffardo: sul serio non se n'era accorto? Possibile che fosse ingenuo fino a quel punto? Che aveva fatto di male per meritare un figlio simile?
"Non c'è quasi pietra di questo castello che non sappia che la notte con lei fai ben altro che possederla. Sono stato paziente, finora, sperando che superassi la tua timidezza e ti dimostrassi un uomo, finalmente. Ma ormai hai perso la faccia e così facendo hai messo in ridicolo tutto il casato, ovvero me. Cosa accadrebbe se alle orecchie di Tendo Soun qualcuno bisbigliasse che il futuro genero non è in grado di giacere con una donna? O se il matrimonio non venisse consumato? Non posso permetterti di rovinare tutto".
"Quali sono le vostre intenzioni?", gli chiese Ryoga con un filo di voce, gli occhi di nuovo sui fili d'erba.
"Non essere sciocco, ho già rimediato alla tua mancanza. Personalmente".
Il figlio sollevò le iridi con estrema cautela, sul volto inorridito la certezza di aver mal afferrato le sue parole e al tempo stesso il timore di averle intese alla perfezione.
Il vento, che si era acquietato, si alzò di nuovo facendo ondeggiare i lunghi rami del salice.
"Poco dopo l'alba, mentre tu eri impegnato con i tuoi allenamenti quotidiani, mi sono recato con i miei hatamoto nella tua stanza per scambiare due parole con la tua… concubina".
Nessuno sorveglia la porta. I suoi hatamoto fanno scorrere i pannelli per permettergli di entrare e la trova profondamente addormentata sotto le coperte. Si siede davanti al materasso, mentre Soetsu e Tokimasa si pongono ai suoi lati. Il secondo allunga una mano e scuote con vigore una spalla della ragazza, che balza a sedere spaventata e sbianca alla sua vista neanche avesse di fronte uno yokai.
Timore, imbarazzo, senso di colpa. Era riuscito a spazzare via tutto ciò di cui Ryoga era stato preda fino a quel momento, benché nello sguardo conservasse l'assurda speranza di essere confortato da una spiegazione che avrebbe risollevato il cuore dal precipizio in cui l'aveva gettato.
"Si è immediatamente prostrata in un inchino e a differenza di te, lei ha compreso l'importanza vitale della riuscita della nostra alleanza con i Tendo. L'ha compreso così bene, che non ho nemmeno dovuto costringerla".
Le parla con calma, scandendo bene le parole, affinché abbia il tempo di accettarle e prepararsi all'inevitabile. Deve essere arrendevole, le spiega, non tentare in alcun modo di opporsi, i domestici non devono sospettare una violenza.
Lei resta immobile, una bambola di squisita porcellana col volto cristallizzato in un muto orrore e una lacrima che scende lungo una guancia.
Souzen restò in attesa, ma un pezzo di pietra sarebbe stato più reattivo di suo figlio: tutto ciò che Ryoga fece fu chiudere una a una le dita a pugno e respirare come se gli costasse una fatica immensa. E tuttavia, se lo sguardo avesse potuto uccidere, Souzen sarebbe morto mille volte e non rapidamente.
Quello non era più suo figlio.
Finalmente.
Non singhiozza, non geme, a mala pena respira. Trema un poco quando si asciuga la lacrima col dorso di una mano, ma infine si stende sul materasso, gli occhi fissi sul soffitto mentre allenta la yukata e apre le gambe.
Si morde quasi a sangue il labbro inferiore, quando la penetra con un vigore di cui non credeva di beneficiare ancora. Da quel momento, non un gemito, non un sussulto: la bambola di porcellana diventa di panno, solo negli occhi colmi di lacrime la silenziosa preghiera che tutto finisca al più presto. Ma ha bramato troppo possederla per concederle questo sollievo.
E poi deve vendicarsi.
Lei alla fine serra le ciglia lasciando che le lacrime bagnino il materasso, ma non un lamento si lascia sfuggire, nemmeno quando aumenta le spinte fino a spiccare il volo.
"Avrei preferito fosse più partecipe, ma soprattutto che perdendo la sua illibatezza macchiasse il futon, invece così non è stato. È raro, ma può capitare. È anche possibile, tuttavia, che io stato troppo gentile con lei, per cui ho dovuto chiedere a due dei miei hatamoto di… proseguire ciò che avevo iniziato finché non avesse perso del tutto la verginità".
Quando si ritrae da lei, tuttavia, la sorpresa è amara. Forse lui non ha più il vigore di un tempo o forse il karma è dalla sua parte, perché ha la scusa perfetta per la punizione esemplare: ordina ai suoi hatamoto di continuare finché non sanguina. Lei scoppia in un pianto dirotto e cerca di alzarsi implorando pietà, ma Soetsu la ributta sul materasso e le blocca i polsi dietro la testa, mentre Tokimasa la costringe a tenere le gambe divaricate.
Vedere i suoi samurai che violentano a turno una mocciosa che ha osato negarglisi è appagante quanto averla deflorata.
"Non ti sembra una ben misera punizione, per colei che dopotutto si è resa complice di una messinscena ordita alle mie spalle? Avrei dovuto condannarla a morte per tradimento, invece nella mia magnanimità l'ho risparmiata affinché si rendesse comunque utile".
Ma era evidente che Ryoga non lo ascoltasse più. Si guardava intorno disgustato, a mala pena capace di reggersi sulle gambe e se avesse continuato a tener serrata la mascella a quel modo si sarebbe spezzato un dente. Poi chiuse gli occhi così forte che le vene sulle tempie si gonfiarono e quando li riaprì, lo fissò col desiderio bruciante di squartargli il ventre e spargere i suoi intestini per tutto il giardino. Apriva e chiudeva la mano sinistra attorno alla tsuba della katana, tentato di dar seguito al suo proposito e forse l'avrebbe sguainata, se Tokimasa, Soetsu e altri samurai non fossero sbucati dai cespugli alle proprie spalle per circondare il loro signore. Erano stati bravi a rimanere a una distanza adeguata da poter sorvegliare ogni mossa di Ryoga senza che lui si accorgesse della loro presenza.
"A proposito di utilità: una volta che ti sarai sposato, la farò maritare con uno dei nostri samurai di alto rango. Il vecchio Hitomaro ad esempio sarebbe perfetto, è diventato vedovo da poco. Così te la toglierai dalla testa".
Suo figlio, se possibile, lo detestò ancora di più e lui ne gioì: il moccioso era morto per sempre e un uomo era nato dalle sue ceneri.
"Ora puoi raggiungerla, se vuoi, ti sta aspettando nella tua stanza".
Tremava, Ryoga, dalla smania di farlo a pezzi e buttarli in pasto ai cani. Fu quindi con sforzo sovrumano che chinò appena il capo, ma senza posare gli occhi al suolo, bensì guardandolo dritto in faccia. Solo allora arretrò di un passo e senza alcun riguardo gli volse la schiena.
"Vostro figlio è appena diventato il vostro peggior nemico", gli sussurrò Soetsu.
"E tu lo servirai come hai servito me, quando io non sarò più", rispose Souzen guardando Ryoga allontanarsi a passo svelto.
Spalancò di slancio le ante della fusuma e rimase così, le mani aggrappate ai bordi a guardare una figura inginocchiata davanti a un basso tavolino: più immobile di un jizo, Akari attendeva il suo ritorno per servirgli il tè. Eppure, nonostante fosse a pochi passi da lei, la giovane neppure sembrava essersi accorta della sua presenza: fissava assorta la teiera fumante socchiudendo di tanto in tanto le ciglia e a Ryoga sembrò di guardare solo un involucro con le sembianze di Akari.
La chiamò con un filo di voce. Lei alzò incerta lo sguardo, come se stesse cercando di capire in che luogo si trovasse. E Ryoga pensò che non esisteva trucco pesante abbastanza per celare il nulla che vide nei suoi occhi un istante prima che si prostrasse fino a terra.
"Bentornato, Ryoga-sama".
Quella non era la voce di Akari. Non era il viso di Akari. E non erano gli occhi di Akari. Non c'era nulla di Akari nella giovane improvvisamente invecchiata che avrebbe messo in atto con gioia unicamente il suicidio rituale, se solo le fosse stato concesso.
Tornò eretta, le mani incrociate in grembo, mentre lui non riusciva a muoversi dalla soglia della stanza, dove tutto sembrava in perfetto ordine e dove invece era avvenuto un abominio che lei era costretta a rivivere senza sosta, perché obbligata a stare lì, con lui, come sua concubina.
"Prego, Ryoga-sama, entrate, il vostro koicha è pronto", lo invitò col sorriso più mesto su cui avesse mai posato gli occhi. Non c'era gaiezza in quelle labbra appena distese, solo rassegnazione e una disperazione infinita. Il padre l'aveva spezzata, anche se Akari aveva obbedito senza fiatare. Semplicemente per il gusto di farlo.
Ed era soltanto colpa sua. Non sarebbe riuscito a perdonarselo, mai, per il resto della vita.
Fece qualche passo avanti, ma oltre non andò: quella stanza gli dava il voltastomaco.
"Chi erano gli hatamoto di mio padre che… che hanno…".
"Prego, Ryoga-sama, sedetevi, dovete essere molto stanco".
"Dimmelo, Akari. Ti prego, devi dirmelo".
Ma tutto ciò che lei fece fu versare il tè per entrambi, prima la tazza riservata a lui, poi la propria.
"Dimenticate ciò che è accaduto qui, Ryoga-sama: avete riacquistato l'onore, è l'unica cosa che conta".
Ma lui rimase dov'era, il sangue che pulsava nelle tempie fino a offuscargli la vista e il raziocinio al pensiero di lei che piangendo disperata tentava inutilmente di divincolarsi. Lei, che continuava a fissare il pavimento in attesa di un suo ordine o di un suo gesto, nella totale sottomissione al suo ruolo di samurai. Lei che era lì eppure non c'era e non ci sarebbe stata mai più. E ovunque fosse probabilmente non sarebbe mai riuscito a raggiungerla. Ryoga capì in quel momento che Akari non avrebbe mai proferito parola su ciò che aveva dovuto subire per lui: avrebbe portato quel fardello da sola, soltanto per non turbare il suo wa.
"Non volete sedervi, Ryoga-sama? Il tè si fredda".
Il bisogno di spaccare la prima cosa gli fosse capitata a tiro divenne irrefrenabile. Fece un passo indietro, poi un altro e un altro ancora, finché si ritrovò nel corridoio e poi giù per le scale e infine nel dojo a frantumare tronchi fino a far sanguinare le mani.
- § -
Nonostante i crampi allo stomaco e la farinata di miglio tra le mani, Akane non era riuscita ad affondare le bacchette nella ciotola, perché davanti al naso la medesima scena si ripeteva sempre uguale, anche in quel momento: il sole imprigionato nei suoi occhi, la smorfia compiaciuta che si faceva strada sul suo volto, la boccaccia che si muoveva per insultarla. E poi comunicarle l'ultima cosa che si sarebbe mai aspettata.
Si girò su un fianco, il gomito piegato sotto la testa.
In quell'attimo avrebbe voluto… non sapeva cosa, a parte gettarsi verso di lui, ma per fare cosa non aveva idea, troppa la felicità che a stento era riuscita a contenere. Ranma aveva fatto di lei la sua allieva. La sua allieva! Non riusciva ancora a capacitarsene e non se lo spiegava, dato che aveva ribadito che fuggire sarebbe stato sempre il suo obiettivo. Non aveva senso: perché insegnare una tecnica simile proprio a lei, che avrebbe tentato appena possibile di mettere quanta più distanza fra loro? A cosa mirava?
Raccolse le gambe al petto e afferrò le ginocchia con l'altra mano.
Aveva ritenuto, a torto, che Daisuke avesse esagerato: che Ranma avesse in odio le falsità l'aveva intuito già da sola, ma al punto da arrivare ad apprezzare una sfacciata confessione, quello lo aveva ritenuto impossibile, eppure…
(Ecco perché ha considerazione di voi: continuate a essere voi stessa, spontanea e vera e vi tratterà da pari a pari, da essere umano, anziché considerarvi solo un fardello)
Era questo che Ranma cercava? Una persona avulsa dall'ipocrisia e non la solita menzogna vivente? Non vedeva altra spiegazione, per questo aveva voluto rischiare, quando l'aveva messa alla prova: inutile nascondersi dietro un dito, Ranma aveva ormai capito di che fibra era fatta, ingannarlo sarebbe stato ridicolo, al di là del fatto che Daisuke le aveva sconsigliato di provarci, perché il ronin avrebbe fiutato subito la doppiezza nelle sue parole.
Voleva davvero conquistarsi la sua fiducia, come mai aveva desiderato qualcosa nella sua vita, a parte liberarsi del giogo del suo rango e salvare Kasumi. Lei, nobile di altissimo lignaggio, che desiderava la stima di un sudicio ronin… e pur di ottenerla si sarebbe abbassata a eseguire ogni suo ordine: era il suo maestro, ora, doveva sempre tenerlo a mente. Sorrise al buio, al pensiero di quanto fossero cambiate le cose nel volgere di pochi giorni, ma soprattutto al pensiero che obbedire a Ranma non sarebbe mai stato troppo umiliante, se davvero ne avrebbe ricavato qualcosa di utile.
Si girò sull'altro fianco cercando un calore che a stento trovava, sotto quella trapunta logora.
Mangia, anche se non ti va, o stanotte sentirai più freddo del dovuto, aveva berciato Ranma a cena senza sollevare gli occhi dalla propria ciotola. Lei aveva eseguito e controvoglia aveva mandato giù quasi tutta la brodaglia, lanciando di tanto intanto un'occhiata fuggevole al suo nuovo maestro, che aveva percepito ancora una volta distante da lei intere vallate.
Non c'era niente da fare: tra brividi e dubbi assillanti non riusciva a prendere sonno. Se uno come lui non aveva mai voluto allievi, perché aveva improvvisamente deciso di prendere proprio lei come discepola? L'avrebbe comunque ricondotta in seno alla sua famiglia, quindi perché prendersi questo disturbo? Forse voleva solo distrarla dal suo intento, mentre poco a poco la riportava a Nagoya? Forse era lui che stava ingannando lei, tenendola avvinta con una promessa affinché non tentasse più di fuggire.
Si mise supina portando un braccio sotto la testa, mentre con l'altra mano tormentava il labbro inferiore. Il sospetto che aveva appena preso corpo si rafforzò al pensiero che, a ben vedere, non c'era il tempo di insegnarle nulla, poiché nel volgere di qualche settimana si sarebbe di nuovo ritrovata in quel castello ammuffito. Era impossibile, dunque, che lei potesse apprendere alcunché, per cui l'unica conclusione era che Ranma la stava abbindolando.
I suoi occhi non mentivano. Non l'hanno mai fatto.
Davvero? Non ne era più così sicura. Un ronin vagabondo che cacciava demoni doveva essere così avvezzo a raggirare il prossimo da poter fare l'attore in un teatro nō. Dèi del cielo, possibile che fosse stata tanto stupida? Era piuttosto ovvio!
E nemmeno la sua bocca.
Si alzò a sedere e cercò a tentoni la lanterna vicino al futon facendola cadere.
"Cos'è questo baccano?".
La voce di Ranma che bucava il buio insieme al rumore di un'anta fatta scorrere con violenza la fece trasalire.
"Ma… eri fuori dalla porta? Di che baccano parli? Una lanterna che cade non può fare tanto rumore".
"Non è quella, infatti. Sei tu", precisò lui mentre si avvicinava e raccoglieva qualcosa che un istante dopo rischiarò di luce giallognola la stanza. "Sono uscito a evacuare e al ritorno i battiti del tuo cuore mi rimbombavano in testa".
Ranma posò accanto a lei la lanterna per poi sedersi a gambe incrociate ai piedi del futon.
"Tu hai sentito cosa?!", chiese consapevole di come la mascella cascante dovesse farla apparire ridicola, ma troppo incredula perché gliene importasse qualcosa.
"Abbassa la voce! Sì, ho percepito i battiti fin troppi rapidi del tuo cuore e ho capito che stavi tutt'altro che dormendo. Allora, cos'è che ti agita tanto? I soliti incubi? All'alba voglio ripartire, quindi è meglio che ti acquieti, perché non voglio ritrovarmi con un peso morto, tra poche ore".
Akane distolse lo sguardo mettendosi a fissare le estremità della coperta.
"Non è nulla", mentì, "mi chiedevo solo se avrò davvero il tempo di apprendere anche solo una tecnica marziale: non so quanto ancora ci voglia per raggiungere Nagoya, ma non credo che impiegherai molto per riportarmi da…".
"Dipende da te. Non penso ti occorrerà troppo tempo, avendo già sulle spalle l'addestramento di Happosai: potresti riuscire a padroneggiare il rilascio del qi in capo a poche settimane, ma anche se ti occorresse di più, l'importante è che tu ne comprenda l'esecuzione, in modo da poterlo mettere in pratica una volta tornata al tuo castello".
Lo osservò con rinnovata speranza.
"Perché dovrei fare una cosa del ge…", ma la risposta le sovvenne da sola, mentre scrutava il volto sornione di Ranma.
"Non vuoi tentare di scappare una seconda volta? Sono certo che l'idea ti ha sfiorata sin dal momento che hai capito che non puoi sfuggirmi".
L'entusiasmo di Akane raggiunse l'apice e poi scemò rapido come un fulmine.
"A te cosa importa di quel che mi accadrà una volta rimesso piede al castello o di ciò che ho intenzione di fare? E poi non è detto che ci riesca, se fra quelle quattro mura mio padre metterà il maestro Happosai a 'vegliare sulla mia incolumità'".
"Ti stai già arrendendo? Peccato", concluse Ranma massaggiandosi il collo e fingendo di studiare le pareti di fianco a lui, "perché apprendere quella tecnica può aiutarti a impararne rapidamente altre…".
Akane stava per lanciarsi fuori dal futon, ma si costrinse a rimanere dov'era a furia di premere le unghie contro i palmi, tuttavia avrebbe assecondato il desiderio di mettersi a ballare per la stanza appena lui se ne fosse andato: era così estasiata all'idea che Ranma potesse insegnarle più di quanto promesso, che mise a tacere il buon senso e ogni dubbio sulle sue reali intenzioni. Sapeva che quasi certamente se ne sarebbe pentita, ma del resto non aveva mai promesso alcunché all'infuori dell'obbedienza.
"Mai! Non arretrerò mai davanti a nessun ostacolo, ronin. E lo sai".
È proprio ciò che voglio appurare, avrebbe voluto ribattere, ma si limitò a un'occhiata in tralice.
Akane faticava a stare nella propria pelle, tanta era la contentezza per il boccone che le aveva lanciato e che lei aveva afferrato al volo come un cane affamato. Non sarebbe venuto meno all'accordo, anzi, ma la ragazza doveva dimostrare di meritarselo, l'addestramento a tecniche ancora più avanzate. E se ci teneva davvero a imparare, come il tremolio che la pervadeva lasciava supporre, avrebbe rimandato la fuga fino a che non fossero stati in vista di Nagoya. Una cosa era certa: mai avrebbe tenuto la lingua a freno, maestro o non maestro. Ma se doveva essere sincero, ne era contento: vederla fumare rabbia o avvampare per l'imbarazzo per poi battibeccare era fin troppo spassoso.
"Allora per prima cosa coricati e dormi, non voglio doverti trascinare di peso fuori di qui appena spunta il sole", le intimò alzandosi in piedi.
"Vorrei, te l'assicuro, ma ora sono così eccitata che ormai non riuscirò a chiudere occhio. E poi il freddo non mi aiuta".
Ranma si irrigidì.
"E allora? Cosa vorresti?".
Akane si mise in ginocchio sul materasso, i vestiti da komuso ancora tutti indosso, per fortuna.
"Potresti toccarmi sul collo per farmi addormentare?", gli chiese spostando la massa di capelli sul seno destro e indicandogli un punto a caso col dito. "È l'ultima volta che te lo chiedo, è una promessa".
Ranma distolse lo sguardo per fissarlo sulla fusuma che era tentato di aprire, tornò titubante a scrutare di traverso la nobile piaga, quindi incatenò di nuovo gli occhi sulle ante della porta.
(Le dita stringono le ciocche dei suoi capelli e un brivido corre giù per la schiena)
"No".
Il vento che soffiava da ore aumentò d'intensità al punto che le raffiche sembravano ululati.
"N-no?".
"Ti ho già spiegato che non è il caso di continuare a stimolare ancora quello tsubo".
Una trave del soffitto scricchiolò.
"Capisco", la sentì dire sommessa. "Cercherò lo stesso di dormire, se non altro senza volerlo hai scaldato un poco la stanza con la tua presenza, per cui ti ringrazio".
(Ogni curva del suo corpo aderisce al proprio e gli sfiora le labbra con le sue)
Sollevò un braccio per scostare un'anta senza intenzione di replicare, ma con un sospiro lasciò ricadere lentamente la mano.
"Davvero la trovi abbastanza confortevole, ora?".
"Meglio di quando sei entrato".
Peccato che appena fuori di lì, la temperatura sarebbe precipitata di nuovo. E lui si diede dell'imbecille, perché sapeva che l'idea che gli era appena balenata in testa era pessima.
"Se vuoi resto ancora un po' per scaldarla di più", disse poco convinto senza muoversi.
"Non credo ce ne sia bisogno".
Ma lui si sedette di nuovo a debita distanza dal futon, mentre lei si coricava sul fianco destro e tirava la coperta sino all'orecchio.
"Dico sul serio, non c'è necessità che tu rimanga".
"Sta' zitta e chiudi gli occhi. Spegnerò io la lanterna prima di andarmene".
Akane si girò sul fianco sinistro e si rannicchiò, salvo poi stendersi supina e ritornare poco dopo sul fianco destro, i piedi che si strofinavano l'uno contro l'altro sotto la trapunta. Una trapunta così sottile e consunta che si stupiva che Akane non tremasse come una foglia.
Ranma cercò di concentrarsi sulla fiammella che ardeva stanca, sulle assi delle pareti, sul vento che aumentava di intensità e sulle travi contorte che di tanto in tanto si lamentavano, finché non vide Akane rotolare ancora sul fianco sinistro e poi rimettersi supina con un sospiro seccato.
Lo sapeva che era stata una pessima idea, del resto sedeva troppo lontano da lei.
"E va bene", sbuffò.
Si alzò in piedi e la raggiunse poggiando un ginocchio a terra. Akane scattò come una molla a sedere, il lato sinistro del collo già scoperto, i capelli ammucchiati sulla spalla destra e un sorrisetto a stento trattenuto.
"L'hai fatto apposta", la rimproverò fingendo irritazione.
"Può darsi…", confermò lei con un marcato tono noncurante. "Su, fa' quel che devi, voglio svegliarmi riposata così da evitare di darti noie".
Ranma allungò di slancio la destra, ma la arrestò a mezz'aria, mentre lei lo guardava interrogativa. Allungò l'altra mano e le sfiorò il viso con la reverenza che si riserva solo alla porcellana più fragile. E Akane non si ritrasse. Avrebbe dovuto, ma non lo fece. Lo osservava invece in attesa, perplessa, studiando rapita il suo volto come aveva fatto quando le aveva afferrato il polso e l'aveva attratta a sé. Perché non si tirava indietro disgustata dal suo contatto? Perché si ostinava a sondare i suoi lineamenti per penetrare recessi in cui non le avrebbe mai permesso di mettere piede? Poi schiuse la bocca e prima che lui commettesse l'enorme sciocchezza di disegnare la curva delle sue labbra col pollice, le afferrò con delicatezza il mento affinché voltasse la testa.
Eppure non si decideva a premerle lo tsubo. Lei restava in attesa col respiro sempre più affannato e lui si dava dell'idiota perché rimaneva paralizzato davanti al suo profilo.
"Qualcosa non va?", gli chiese esitante e solo allora Ranma si ridestò.
Un istante dopo la stava sorreggendo dietro la nuca con la stessa mano con cui le aveva carezzato il volto, inorridito da se stesso. La adagiò sul futon, la coprì con la trapunta fino alle spalle e andò a sedersi all'angolo opposto della stanza, schiena contro parete, a massaggiarsi le tempie e a maledirsi fino allo sfinimento.
Sì destò con la strana percezione di dormire premuto contro qualcosa.
Era steso su un fianco, indolenzito, la bocca incollata, un braccio piegato sotto la testa e l'altro… su cosa poggiava l'altro? Qualcosa di morbido, questo era certo, non era male. Qualunque cosa fosse, lo strinse a sé ancora di più lasciando andare uno sbadiglio, ma un lieve odore come di oli profumati invase le narici.
Aprì a stento un occhio e dalla fievole luce che filtrava dall'esterno comprese che l'alba non era lontana. Sostituì la vista umana con il 'terzo occhio' e davanti al naso si ritrovò una nuca che sporgeva da una sagoma infagottata. Aveva giaciuto con un'altra sconosciuta? Eppure era vestito e disteso sopra una coperta, dove accidenti si trovava? Gettò un'occhiata intorno a sé ma non riconobbe la stanza di Daisuke, somigliava piuttosto a quella di…
Un brivido lo percorse dalla sua, di nuca, sino alle natiche. Il secondo in soli due giorni.
Si sollevò su un gomito e si rese conto che l'altro braccio era adagiato sul fianco di una figura femminile che gli dava la schiena.
Ma che diam... No!
I ricordi della notte appena trascorsa lo fecero scattare in piedi neanche il pavimento stesse andando a fuoco e indietreggiare di alcuni passi. Altro che brividi su e giù per la spina dorsale, ora era il sangue a essersi ghiacciato. Ma che accidenti stava succedendo? L'ultima cosa che rammentava era di essersi seduto contro una parete con la testa fra le mani: quando, per tutti i kami, aveva azzerato la distanza che lo separava da Akane? E perché aveva fatto una cosa simile? E per quale stramaledetto motivo le aveva pure cinto un fianco?!
La udì mugugnare e tirare fuori dalla coperta una mano per grattarsi una guancia.
Doveva andarsene di lì e alla svelta.
Aggirò il futon, fece scorrere un'anta il più silenziosamente possibile e sgattaiolò nel corridoio. Richiuse la fusuma e vi appoggiò contro le braccia tese con tutto il suo peso, la testa penzoloni.
Va bene, calma, non era impazzito, semplicemente ora aveva la prova che l'intuizione di Daisuke era giusta: lui teneva a quella ragazza. Il suo io interiore la voleva vicino, sotto stretto controllo, perché era tanto così da avere la conferma che lei era proprio ciò che sembrava e non voleva lasciarsela scappare, per quanto ridicolo fosse un timore del genere. Se anche fosse riuscita a sfuggirgli approfittando di una sua distrazione, l'avrebbe riacciuffata in men che non si dica, quindi di cosa aveva paura?
"Ah, ecco dov'eri! Ma certo, dove altro potevi aver… dormito se non nella stanza di sua nobiltà?", ironizzò Daisuke alle sue spalle. Grandioso, ci mancava solo lui. "Avete 'arato le nuvole' e 'spiccato il volo come due anatre mandarine', vero? Fammi contento e dimmi di sì!".
Ranma strinse tanto i denti che quasi sputò le parole.
"Tappa quella fogna o ci infilo un braccio e ti strappo la trachea".
Per tutta risposta Daisuke appoggiò un gomito su una sua spalla.
"Diventi sempre più pittoresco, fratello, ma è inutile, tanto lo so che non mi torceresti mai un capello, mi vuoi troppo bene", concluse rifilandogli una pacca sulla schiena. "Dai, vieni in cucina e racconta tutto senza azzardarti a lesinare sui particolari più spinti, così ho materiale per il 'fai da te' per i prossimi mesi, intanto vi preparo la colazione".
Ranma non ebbe nemmeno la forza di controbattere. Scosse il capo e seguì quel monumentale idiota, ovunque stesse andando.
"E io che mi ero illuso, accidenti a te", lo insultò uscendo all'aria aperta. Il sentiero che dal retro del tempio si inoltrava tra gli alberi era a mala pena distinguibile. "A lei hai detto di imparare a usare correttamente il qi, io dico a te di darti da fare di più con quell'arnese che ciondola fra le gambe. E prima che mi rovesci addosso la solita sequela di fantasiose minacce cui non credo, sappi che anche se ogni volta mi cago sotto, non smetterò mai di dirti in faccia quello che penso".
Dietro di lui, Ranma si arrestò, mani sui fianchi e un ghigno che a fatica tratteneva dal farlo diventare un mezzo sorriso.
"Ci rinuncio, scemo di un baka, tanto con te è tempo perso. E comunque non voglio che smetti di dirmi in faccia quello che pensi. Se avessi paura di farlo, ti avrei già separato la testa dal corpo da un pezzo".
"Quindi quello che mi ha tenuto in vita finora è la mia lingua lunga?".
"Potresti usarla in modo proficuo per fare da interprete, o hai paura di rimanere sobrio a lungo?".
"Uhm, non è una cattiva idea…", ci pensò su Daisuke grattandosi il mento. "Anche perché quando ve ne sarete andati, qui tornerà a essere una noia letale, devo inventarmi qualcosa per passare il tempo. Certo, potrei sempre seguirvi con la scusa di cucinare per voi, ma in realtà per istigarvi a scopare, sarebbe più divertente".
Stavolta Ranma scosse la testa senza trattenere le risate, cui Daisuke si unì fino a piegarsi in avanti e trattenersi la pancia. Era da tanto che non ridevano insieme senza freni ed era dispiaciuto che il fratello se ne andasse così presto: gli piaceva sfotterlo.
"Almeno promettimi che ti toglierai quell'espressione scontrosa dalla faccia e sorriderai un po' di più, hai visto mai che alla fine gli dèi ti mostrino la via e mi dai ascolto".
"Non ci sperare".
Ma Daisuke non avrebbe mai smesso di farlo per l'amico. Naso all'insù, scrutò la coltre uniforme che aveva preso il posto della volta celeste. Faceva meno freddo rispetto al giorno prima, ma quel cielo candido gli instillava chissà perché un senso di inquietudine.
"Il vento di stanotte ha accumulato le nubi invece di spazzarle via, aspettatevi una bufera entro qualche ora, faresti meglio a cercare un riparo al più presto".
"Ho intenzione di prendermela comoda, da qui in avanti", disse Ranma stringendo meglio i lacci di una polsiera. "Non voglio arrivare a Katsuyama troppo in fretta, le montagne sono perfette per allenarsi, soprattutto in questa stagione: la piattola umana uscirà da questo viaggio fortificata come si deve".
"O morta. Comunque, se dovesse servire, dovrebbe esserci un villaggio a metà strada tra qui a Katsuyama, o almeno una volta c'era. Ah, un'altra cosa… ricordi quando al ryokan mi hai raccontato del tuo ultimo matrimonio con quella Donna di Polso? Come si chiamava?".
L'amico lo squadrò da sotto in su, mentre fissava meglio la katana alla cintura.
"Shan-pu. Dai, sputa, Akane sarà qui da un momento all'altro".
"Ecco, mi è tornato alla mente quando qualche anno fa ho sentito parlare di un cinese che vive in un monastero a Kaga, sulla costa. Ricordi dov'è, vero?".
"Sì e allora?", chiese Ranma controllando di aver sistemato bene qualcosa nell'incavo di una manica.
"Dicevano fosse un combattente formidabile nell'uso di qualsiasi arma e che avesse appreso l'arte del combattimento da un popolo di donne guerriere nell'Impero di Mezzo".
"Impossibile", sentenziò l'amico senza nemmeno guardarlo. "Nessun membro può lasciare quel villaggio a meno di non perseguire una vendetta".
"Mmmm… Allora forse sono solo dicerie. Del resto, dicevano anche che avesse gli occhi verdi, non è assurdo?", rise Daisuke. Ma l'amico stavolta non lo assecondò.
Ranma alzò le iridi accigliate su di lui e Daisuke temette che stesse per saltargli addosso e strangolarlo. Invece incrociò le braccia al petto, assorto a fissare il nulla, mentre i primi, leggeri fiocchi di neve si adagiavano indifferenti su di loro.
"A che stai pensando? Non dirmi che lo conosci…".
Ranma si volse a scrutare la direzione che avrebbe dovuto prendere con Akane.
"Conoscevo un cinese con gli occhi verdi nato nel villaggio delle Donne di Polso. Avrà avuto, non so, una ventina d'anni, forse meno. Era immortale senza sapere di esserlo. Ed era un reietto, naturalmente, come lo sono stato io, così l'ho risparmiato".
"Non credo esistano tanti cinesi con gli occhi verdi in circolazione, vero?".
"Direi proprio di no".
"Eccola che arriva", annunciò Daisuke mentre Akane avanzava travestita da komuso col fagotto delle provviste del giorno prima fra le mani, i capelli raccolti in una crocchia e il cappello abbassato sulle spalle.
"Scusate l'attesa, sono passata ad accomiatarmi dal venerabile monaco. Mi fa piacere che stia un po' meglio, mi sento così in colpa nei suoi riguardi, dopo ieri".
"Non dovete preoccuparvi per lui, nobile Akane, mi assicurerò che si riprenda", le disse Daisuke con un inchino. "Piuttosto spero che la colazione che ho preparato sia stata di vostro gradimento".
"Non darti pensiero, Daisuke: avevo così tanta fame che avrei mangiato una rana bollita!".
Il tuttofare lanciò un'occhiata ammirata verso Ranma, che lo adocchiò di rimando con un sopracciglio inarcato, in una muta conversazione da cui lei fu esclusa.
"E ditemi, come avete dormito stanotte? Bene?", le chiese con un sorriso così ampio che Akane si insospettì, soprattutto perché Ranma parve tutt'a un tratto volerlo spellare vivo.
"Sì, devo dire: inizialmente ho sentito un po' di freddo e non riuscivo a prendere sonno, ma poi Ranma ha provveduto a scaldare la stanza".
"Col suo corpo, immagino…".
"Basta coi convenevoli, è ora di salutarci", s'intromise Ranma brusco.
"Vi auguro buon viaggio, nobile Akane", acconsentì Daisuke con un sorriso stavolta sincero e un inchino saikeirei, cui lei rispose con un cenno del capo. Ma quando toccò ai due uomini dirsi addio, mai si sarebbe aspettata di assistere a un 'saluto' del genere: si afferrarono i rispettivi avambracci con forza, per poi lanciarsi l'uno nelle braccia dell'altro dandosi delle vigorose pacche a vicenda sulle spalle, accompagnate da parole che avevano un bel suono. Peccato non potesse comprenderle.
"Abbi cura di te ma soprattutto di lei, coglione, sai cosa intendo", disse Daisuke.
"E tu smettila di ammazzarti di seghe e alcool e inizia a maneggiare una spada", ribatté Ranma.
Si lasciarono andare trattenendosi ancora per le spalle, Daisuke con gli occhi lucidi, Ranma con un sorriso triste e un po' tremolante.
"Andiamo, allieva", la incitò il ronin incamminandosi.
"Cos'era quello?", azzardò a chiedergli mentre si stavano allontanando. Si volse indietro e vide Daisuke che alzava un braccio in segno di saluto e lei ricambiò.
"Quello cosa?", chiese Ranma.
"Quella specie di saluto che vi siete dati: non avevo mai visto tanto trasporto nel dare l'addio a qualcuno".
"Si chiama 'abbraccio'".
"Ab-braccio… È questo che fa la gente comune? Si ab-braccia? Credevo che…".
"No, in questo paese tutti si inchinano ossequiosi a prudente distanza, dal più miserabile al più elevato dei samurai, ciò che hai visto non si ripeterà più davanti ai tuoi occhi: è un'usanza straniera, dei Barbari del Sud in particolare".
"E loro quando ne fanno uso?".
"Abbracciano solo una persona che conoscono da molto tempo e a cui tengono in modo particolare, non chicchessia: Daisuke per me è come un fratello, fra di noi le vostre formalità sono ridicole".
Ridicola. Una forma di rispetto era ridicola. Forse perché la familiarità e la fiducia che avevano l'uno nell'altro erano tali che non avevano bisogno di mantenere distanze che non avevano senso: slegati da ogni vincolo sociale, potevano permettersi confidenze e libertà per lei impensabili. E ora che iniziava a comprendere perché a Ranma infastidissero tanto gli inchini, si chiese se anche lei avrebbe mai sperimentato un abbraccio e cosa avrebbe provato.
Sorrise fra sé. Fino a una decina di giorni prima un simile pensiero non l'avrebbe nemmeno sfiorata, né a pensarci bene avrebbe mai permesso a chicchessia di toccarle il viso e ancora meno a un uomo di dormire nella stessa stanza in cui dormiva lei. Ora invece le sembrava normale che Ranma lo facesse e questo quasi la spaventò. La sua esistenza da nobile reclusa continuava a seguirla, ma era rimasta così indietro da sembrare la vita di qualcun altro che ogni tanto le veniva raccontata. E a ogni passo avanti che compiva, la vecchia se stessa si attardava sempre più e assumeva contorni sempre più sfocati.
Si volse ancora una volta a guardare dietro di sé, ma Daisuke e il tempio non c'erano più.
Daisuke abbassò il braccio e poco dopo li perse di vista.
Ci sono tante cose su Ranma da cui avrei dovuto metterti in guardia, giovane Akane, ma sarebbe stato inutile: tutto ti sarà chiaro solo quando ti avrà già lasciato profonde cicatrici. Ci sono cose, però, che vanno al di là di ciò che i mortali possono tollerare. Un giorno scoprirai che Ranma ha vissuto troppo a lungo e per quel che ne so non ha mai amato, ma se dovesse accadere, se dovesse perdere la testa per te, gli dèi ci aiutino. Perché se dovessero portarti via da lui, i secoli di rabbia e frustrazione che si porta addosso gli farebbero radere al suolo questo paese, pur di riaverti.
Lasciò che la neve si posasse su di lui ancora un po', prima di rientrare nel tempio.
Buona fortuna, fratello.
