Glossario:
Ayu: pesce d'acqua dolce che raggiunge i 40 cm di lunghezza.
Fukāmigasa: cappello di paglia provvisto di grate a forma di cesto cilindrico.
Kage: uomini ombra.
Kanki-issoku: tipo di respirazione per sprofondare nella meditazione.
Kiai: emanazione dell'energia.
Koma-inu: statue di pietra a forma di cani che fanno la guardia all'ingresso dei santuari shintoisti.
Komuso: monaci erranti ex samurai.
Nighiri meshi: polpetta di riso triangolare avvolta in una foglia rettangolare di alga nori essiccata.
Nikuman: panino salato cotto al vapore ripieno di carne di maiale. È un piatto di strada consumato tra settembre e aprile.
Sumimasen: "spiacente/scusa/grazie", più educato rispetto a gomen nasai.
Tanden/Hara: "mare dell'energia" = (bari)centro vitale posto a 3/4 cm o dita sotto l'ombelico, dove l'energia vitale si accumula durante la respirazione per poi distribuirsi in tutto l'organismo, si attiva quindi con la respirazione addominale mantenendo il più a lungo possibile il respiro del cielo e della terra nella cavità dello stomaco. Per il Buddismo Zen è legato alle funzionalità dei primi 2 chakra inferiori.
Tengai: cappello di paglia o vimini intrecciati a forma di cesta rovesciata con grate frontali indossato dai komuso.
Yokai: nome generico con cui vengono indicati mostri, spiriti, demoni, orchi, mutaforma, fantasmi.
Yurei: anime che non riescono a trovare pace a causa di legami non ancora sciolti o questioni rimaste in sospeso. Al momento della morte, all'anima spettano i riti funebri. Se i riti si svolgono in maniera appropriata, lo spirito se ne andrà in pace e tornerà a far visita ai congiunti durante la festa dell'Obon. In caso di morti violente, di assenza di riti funebri o di questioni lasciate in sospeso, l'anima resta nel nostro mondo come fantasma e può infestare un luogo, un oggetto o una persona.
XVIII
AJNA
Non so esattamente cosa spinga due persone a legarsi.
Forse la sintonia, forse le risate, forse le parole.
Forse l'incominciare a condividere qualcosa di più, a parlare un po' più di sé,
a scoprire pian piano ciò che il cuore cela.
O forse accade perché doveva accadere.
Perché le anime, prima o poi, sono destinate a trovarsi.
(Paulo Coelho)
Ryoga si svegliò con la testa che minacciava di spaccarsi in due e la metà destra del corpo dolorante e infreddolita. Riaprì gli occhi con cautela, ma prima che potesse chiedersi cosa ci facesse disteso sul pavimento del dojo inondato di luce, il sorriso compiaciuto del padre e il volto senza vita di Akari lo fecero di nuovo precipitare nell'abisso.
Si mise a sedere rendendosi conto che il sole era sorto da un pezzo, eppure nessuno aveva osato disturbarlo. Ma lui si era sfogato a sufficienza, a giudicare dai pezzi di legno sparsi ovunque. Aveva distrutto anche i bokken e i sostegni per le spade. E da quel che poteva vedere persino i tonfa, i bo e le naginata.
Si alzò in piedi e per la prima volta nella sua vita si chiese se un luogo come quello, che aveva devastato fino a renderlo irriconoscibile, servisse davvero a qualcosa. A lui di certo non era servito a niente.
(Poco dopo l'alba, mentre tu eri impegnato con i tuoi allenamenti quotidiani, mi sono recato con i miei hatamoto nella tua stanza per scambiare due parole con la tua… concubina)
Mentre lui era lì, ad allenarsi non sapeva più nemmeno a che scopo. Lui era lì proprio mentre lei…
Lei stava…
Ryoga si passò una mano sul volto, gli occhi serrati, prima di abbandonare le mani incrostate di sangue lungo i fianchi.
(Dillo)
Strinse le dita a pugno, le allentò, le strinse di nuovo, incurante delle ferite che si era procurato, mentre rivedeva se stesso afferrare una lancia e calarla con tale violenza contro l'"uomo di legno" da spezzare il manico e far saltare uno dei pioli.
Avevo giurato a me stesso di proteggerla e invece…
(Dillo!)
Sfondò il pavimento penetrando nelle assi fino all'avambraccio.
Stava subendo la peggior ignominia concepibile per colpa mia!
Si accasciò sulle ginocchia, ciondolando in avanti.
A cosa era servito addestrarsi tanto, se poi non era in grado di soccorrere le persone che più ne avevano bisogno? A cosa, dannazione?!
(A vendicarla)
Ryoga guardò incerto la desolazione attorno a sé, come se non fosse stata la rabbia cieca a guidare le sue mani e a sibilare pensieri che non avrebbero dovuto nemmeno sfiorarlo. Eppure non era davvero sorpreso.
Tirò via il braccio dalla cavità che aveva aperto ai suoi piedi e a passo sempre più spedito si avviò verso la propria stanza da letto. Sì, dovevano pagare. Suo padre forse era intoccabile, ma i suoi hatamoto erano carne in putrefazione che camminava. Loro non lo sapevano ancora, ma lui sì. E quando avrebbe scoperto i nomi di coloro che avevano disonorato la su… Akari, avrebbe fatto in modo che tutti vedessero quale sorte toccava a chi credeva che obbedire agli ordini non avrebbe avuto delle conseguenze. Ma sopra ogni altra cosa, l'avrebbe visto suo padre. E in quel momento avrebbe capito che suo figlio non era quel ragazzino impacciato cui non risparmiava mai il suo sguardo sprezzante. Era appena diventato il nemico più prossimo e temibile e neppure il daimyo in persona sarebbe stato più al sicuro. L'avrebbe fatto vivere nel terrore che un giorno avrebbe potuto riservargli lo stesso trattamento dei suoi hatamoto. Gli avrebbe instillato il dubbio che, alla fine, nessuno fosse davvero intoccabile.
Nemmeno lui.
E mentre percorreva i corridoi del castello, non gli sfuggì come s'inchinassero tutti nonostante i vestiti in disordine e i capelli scarmigliati. Ma Ryoga non se ne curò, affrettando il passo alla consapevolezza che fosse un idiota e nient'altro: aveva lasciato Akari da sola proprio quando avrebbe avuto bisogno di conforto. Era stato un insensibile, un baka, chissà cos'aveva pensato di lui vedendolo fuggire in quel modo la sera prima. Doveva raggiungerla e stringerla a sé, farle sapere che non l'avrebbe mai più lasciata e che le avrebbe reso giustizia.
Spalancò le ante della fusuma ed entrò a perdifiato all'interno di una camera vuota e in perfetto ordine. Ryoga rimase interdetto a fissare un ambiente a lui caro
(da quando c'è lei)
e ripugnante al tempo stesso.
Dov'era Akari? Perché non era lì ad aspettarlo? Il padre l'aveva fatta portare via perché lui non aveva dormito con lei? Era nella stanza del genitore, costretta a soddisfarlo di nuovo?!
Le mani del padre su di lei. Bastò quell'immagine fugace per fargli perdere il raziocinio.
Lo ammazzo! È un uomo morto!
Si volse e quasi urtò una cameriera che portava della biancheria. La ragazza ebbe un sussulto e terrorizzata si prostrò a terra. Ryoga l'afferrò per le braccia e la sollevò di peso.
"Dov'è Akari-dono? Dove si trova?! Dimmelo!", ordinò scuotendola.
"N-nei bagni, mio signore! Vi è entrata appena sorta l'alba e lì si trova ancora!".
Ryoga la lasciò andare e si precipitò nell'ala del castello adibita alla cura del corpo. Un vapore denso saturava il lungo ambiente, quando vi mise piede, al punto da distinguere a fatica il corridoio che separava le stanze da bagno da quelle adibite ai massaggi. Si addentrò in quella sorta di nebbia soffocante e appiccicosa e quasi si scontrò con l'ancella di Akari, ferma davanti a una delle ultime stanze occupate dalle tinozze.
"Ryoga-sama!", esclamò Narumi inchinandosi lesta.
Benché l'agitazione fosse ancora padrona delle sue membra, cercò di riacquistare il dominio di sé, prendendo un respiro profondo prima di porre la domanda.
"Akari-dono è lì dentro?".
Narumi tornò eretta, ma gli occhi fissavano ostinati il pavimento.
"Sì, Ryoga-sama", rispose mesta.
Lui fissò indeciso le ante della porta.
"Da quanto è immersa nell'acqua?", chiese sottovoce.
"Dall'alba", confidò Narumi con un tono appena udibile. "Non è mai uscita. Anche ieri ha fatto il bagno più volte e ogni volta è rimasta nell'ofuro così a lungo che temevo si fosse addormentata".
"Invece?".
Narumi si morse il labbro.
"Non ha fatto altro che strofinarsi, non smetteva più".
"Dove ha dormito stanotte?".
"Dubito che abbia dormito: non si è mai mossa dalla vostra camera, ma non si è coricata e stamattina l'ho trovata nella stessa posizione in cui l'ho lasciata ieri sera, il futon era intatto".
"E ti ha chiesto di fare un altro bagno?", chiese sconcertato.
"Sì, appena sono entrata".
Ryoga prese Narumi per un braccio e la allontanò dalle ante di carta oleata.
"Tu sai cosa le è accaduto ieri mattina, non è vero?".
Narumi esitò, prima di annuire. Ryoga si aggrappò a quella speranza come mai aveva fatto nella sua vita.
"Cos'hai visto?".
Lei chinò il capo ancora di più, sull'orlo delle lacrime.
"Stavo portando la colazione ad Akari-dono, ero in cima alle scale e stavo per imboccare il corridoio, quando ho visto vostro padre e i suoi hatamoto uscire dalla vostra stanza, allora mi sono fatta da parte e mi sono prostrata, ho aspettato che scendessero al piano inferiore e mi sono diretta alla vostra camera. Akari-dono… lei… oh, kamisama!".
"Cosa? Parla!".
"Se avesse avuto un pugnale si sarebbe aperta la gola", concluse Narumi coprendosi il viso con le mani.
Ryoga dovette attingere all'ultima goccia del suo autocontrollo per non sfondare la parete di fronte con un pugno. Se il genitore aveva lasciato la cameriera di Akari in vita senza nemmeno proibirle di far parola di quanto aveva visto, voleva dire che non temeva una sua reazione.
"Va bene, Narumi, ora dimmi: hai riconosciuto gli hatamoto che erano con mio padre?".
Lei abbassò le mani, tremante, e nelle iridi lucide Ryoga lesse ciò che più bramava. Chiuse per un istante gli occhi, pregustando il momento in cui avrebbe avuto quei bastardi fra le mani, mentre Narumi avvicinava le labbra al suo orecchio e Ryoga ascoltava, disgustato, quei nomi che presto sarebbero stati incisi su lapidi di pietra.
Ringraziò la giovane e le ordinò di far uscire Akari dall'ofuro.
"Ho già tentato, mio signore, ma non vuole saperne. Forse se glielo chiedeste voi…".
Ryoga sospirò e annuì, si portò davanti alle ante accostate della stanza da bagno e si schiarì la voce.
"Akari, sono Ryoga, esci da lì, per favore".
Non un suono si levò, nemmeno una debole replica.
"Akari, puoi sentirmi?".
Ryoga accostò l'orecchio alla porta e guardò preoccupato Narumi, che lo fissò turbata di rimando.
"Akari, ora farò scorrere le ante ed entrerò".
Ma quando varcò la soglia, di Akari non c'era traccia, benché il telo messo a sua disposizione fosse ancora piegato sulla panca. Ryoga si avvicinò alla scala accanto alla gigantesca tinozza e salì i pochi gradini per gettarvi un'occhiata.
Akari se ne stava abbandonata contro il fondo, la testa reclinata da un lato a fissare il nulla, mentre passava con stanca insistenza il pugno chiuso sull'altro braccio, come se stringesse ancora un panno ruvido che invece galleggiava sulla superficie scura dell'acqua chiazzato di quello che sembrava sangue. Ryoga lo afferrò rendendosi conto che la giovane se ne stava immersa in un'acqua ormai gelida. La chiamò allarmato e quando lei persistette nella sua immobilità, allungò una mano, ma non arrivò neanche a sfiorarla: Akari di colpo si ritrasse con un grido andando ad aggrapparsi al bordo opposto dell'ofuro, più tremante di una foglia secca ancora attaccata al ramo.
E allora li vide. Sui polsi e sulle braccia, sulle spalle e lungo la schiena. I lividi che le avevano lasciato e le abrasioni che si era procurata a furia di strofinarsi.
"Akari, sono io", le disse con dolcezza. "Sono Ryoga. Esci dalla tinozza, per favore, o ti ammalerai".
Le tese una mano, sperando che l'accettasse.
Lei si ritrasse ancora di più, ma finalmente posò gli occhi su di lui, anche se ebbe l'impressione che stentasse a riconoscerlo.
"P-perdonatemi, Ryoga-sama, io… da-da quanto tempo sono qui?".
"Da un po', Akari, ti prego di uscire, ora", le sorrise.
"Po-potreste passarmi il telo?", gli chiese senza accennare a lasciar andare il bordo della tinozza.
Aveva terrore di lui. Un terrore tale di subire ancora violenza, da temere persino l'ultima persona che le avrebbe mai fatto del male.
Ryoga ritrasse la mano avvilito, ma costringendosi a sorridere ancora di più.
"Narumi te lo porgerà subito, io vado a dare disposizione perché ci trasferiscano in un'altra camera da letto, ti aspetto fuori dai bagni".
D'ora in avanti l'avrebbe scortata ovunque, si impose mentre si allontanava. Sarebbe rimasta sola il meno possibile, non avrebbe permesso a chicchessia di avvicinarsi a lei. E se qualcuno avesse provato anche solo a sfiorarla, gli avrebbe strappato un braccio e l'avrebbe usato per fracassargli il cranio.
- § -
Inspira.
Di più.
Il freddo non esiste. La neve non esiste.
Sono solo nella tua mente.
Senti il qi che si dirama nel torace e dilata l'addome.
Ora trattienilo.
L'ululato lacerò l'aria e Akane premette maggiormente le ciglia sugli occhi.
Trattienilo e concentralo nel tanden sino a formare una sfera di energia.
Un latrato, stavolta, piuttosto vicino. E vari guaiti. Akane strinse i pugni.
E poi espandi questa sfera, irradiala nelle braccia e nelle gambe.
Altri latrati rabbiosi e un nuovo, basso ululato.
(Li senti anche tu? Che cosa sono?)
No. Non c'era alcun suono, là fuori. Non c'era niente.
(Lupi? Allora sono presagio di sventura, Kasumi, non puoi sposarti!)
Perché quel ricordo all'improvviso? Doveva riportare la mente su mani, gambe, piedi…
(Li sento, sorellina, ma non devi preoccuparti)
Il suo sorriso, dolce e rassegnato al tempo stesso, non l'avrebbe mai dimenticato.
No, doveva mettere a tacere quelle parole false, farle svanire, estirparle dai ricordi.
(Andrà tutto bene)
Ma non era andato tutto bene. Non era andato affatto bene.
"Allora non mi ascolti!".
Akane trasalì nel riaprire gli occhi e ripiombò nello spiazzo. Il freddo ricominciò a pungere dopo averlo così faticosamente allontanato e lei rabbrividì, mentre Ranma avanzava col cipiglio duro del maestro spazientito dall'allievo cocciuto. Si avvicinava a passo pesante, i piedi che scioglievano il manto cedevole, la treccia che si alzava e si abbassava, il kimono che aderiva al torace, il sangue che imbrattava il volto, le braccia, la veste. E tutt'attorno la neve, che fioccava lieve e indifferente adagiandosi su una coltre già spessa.
"Ti-ti hanno ferito?", riuscì a proferire quando Ranma si piantò davanti a lei. Sentiva le dita che andavano ghiacciandosi, eppure non riuscì a portarle alla bocca per alitarci sopra.
"Ci hanno provato", rispose lui. Il sangue si era già incrostato sul tessuto e sulla pelle, ma dalla punta di un dito colava ancora. "Probabilmente la femmina dovrà cercarsi un nuovo compagno". Raccolse un po' di neve e la tenne qualche istante in mano prima di passare una poltiglia quasi sciolta sugli avambracci. Non un morso, nemmeno un graffio, constatò, mentre Ranma ripeteva l'operazione. "I branchi sono guidati da una coppia, se te lo stai chiedendo. E ora lei o forse lui ulula per radunare i superstiti".
"Quanti ne hai uccisi?", chiese abbracciandosi nel suo stesso dotera, le mani ormai intorpidite sotto le ascelle.
"Che importa? Comunque non lo so, non sono neanche sicuro che siano morti, forse solo malconci, non ho voluto infierire, basta che smettano di seguirci. Allora, per quale motivo ti ritrovo a respirare come se un macigno te lo impedisse? Non è questo che ti ho chiesto".
Abbassò lo sguardo, mortificata.
"Sumimasen".
Tutto ciò che vide, di sottecchi, fu Ranma che incrociava le braccia al petto con un sbuffo irritato. Alle narici arrivò forte come uno schiaffo il lezzo del sangue e l'aroma del cuoio delle polsiere.
"O non mi presti attenzione, o non sei in grado di capire. Quale delle due?".
Akane artigliò la stoffa. Era riuscita a convincerlo a insegnarle un briciolo delle sue conoscenze e già non mancava di deluderlo.
"In verità, non sono riuscita a concentrarmi".
"Dei lupi ormai non devi più preoccuparti, quindi adesso giù quelle palpebre e ricomincia".
"Non me ne preoccupo, infatti, è che…".
Lo sguardo di Ranma era una lama puntata alla gola. Akane si morse la lingua maledicendosi per aver replicato. Era davvero ottusa, per tutti i kami. Abbassò le ciglia senza ulteriori indugi e colmò i polmoni di aria ghiacciata, ma da qualche parte, in mezzo agli alberi ridotti a nudi rami protesi verso il cielo, un nuovo ululato – più lontano questa volta – si levò a spezzare il silenzio che avvolgeva il bosco.
(Kasumi… come puoi affermare una cosa simile? Ti burli di me?!)
No, maledizione, perché adesso? Non voleva ricordare, non voleva!
(Affatto, Akane. Ma non puoi davvero credere che dei lupi possano presagire un cattivo karma. Il karma è già stato stabilito per noi in base alle azioni compiute nelle vite passate, non è né buono, né cattivo, solo giusto)
Perché la sorella che tanto adorava le aveva fatto questo?
(Non a ciò mi riferivo, ma al fatto che tu stai mentendo. Stai mentendo a me! E stai perfino cercando di sviare il discorso! Tu!)
E allora lei sorrise col sorriso falso di Nabiki.
(Non so di cosa parli, sorellina)
La sentì scivolare lungo una guancia che era troppo tardi. La lacrima scese fino al mento e cadde giù, mentre lei riapriva gli occhi velati dal rimpianto e stringeva i pugni con cui avrebbe ammazzato Daichi.
Davanti a lei, le mani di Ranma appoggiate sui fianchi. Piuttosto che specchiarsi nella sua delusione preferì guardarsi i piedi, pur non vedendo altro che il volto della sorella che aveva mentito, per la prima volta nella sua vita, a lei e a se stessa.
Akane avvertì un calore intenso quanto improvviso investirla e comprese, prima ancora di udire i piedi del ronin che affondavano nella neve, finché Ranma non fu così vicino da non sentire più nemmeno i fiocchi che si posavano su di lei. Mai, tuttavia, si sarebbe aspettata il tocco delle sue dita sulla pelle, là dove le scie di dolore erano ancora umide.
"Cosa ti turba davvero?", le chiese mentre la induceva a sollevare il viso.
Era paralizzata, kamisama. Paralizzata da quella mano che non avrebbe dovuto nemmeno sfiorarla, la sua faccia, e che lei avrebbe dovuto scansare oltraggiata. Paralizzata perché stava per posare la propria, di mano, sulla sua per imprimerla sulla guancia. E paralizzata perché Ranma avrebbe dovuto rimproverarla, persino insultarla, qualsiasi cosa piuttosto che guardarla come se volesse denudare la sua anima. Ma a che serviva nascondere la verità? A lui, poi, non aveva più senso. E forse… forse, se si fosse confidata, il fardello sarebbe stato meno gravoso.
"Credevo che Kasumi fosse incapace di mentire. O almeno credevo che non l'avrebbe mai fatto con me. Invece quel giorno divenne come tutti gli altri. E io rimasi completamente sola".
Ranma inclinò un poco la testa di lato, come per indagare nei suoi lineamenti la sincerità delle sue parole.
"Quale giorno?".
Fece per scostare il volto, ma le dita di Ranma si serrarono.
"No. Guardami. Quale giorno?".
"C'erano i lupi, quel giorno, attorno a Nagoya. Nostro padre annunciò le nozze imminenti di Kasumi con un uomo che aveva il doppio dei suoi anni e io udii per la prima volta gli ululati. Non li ho più sentiti da allora. All'epoca tutto ciò che sapevamo con certezza del promesso sposo era che aveva seppellito due mogli, ma le dicerie sulla sua indole violenta viaggiavano come il vento. Ricordo fin troppo bene come tremava mia sorella, quando tornò nelle proprie stanze, dopo che le era stato presentato ufficialmente nel corso di una cerimonia del tè. Aveva capito di essere condannata, eppure… eppure mi mentì, capisci? Mi mentì col sorriso sulle labbra. E non ha più smesso. Non compresi allora cosa l'avesse sconvolta tanto, sapevo solo che era colpa del futuro consorte e decisi che non si sarebbe sposata. Arrivai anche ad affrontare il nostro… nobile genitore".
"Cosa avresti fatto?", le domandò Ranma. Sembrava più vicino e più lontano allo stesso tempo, la voce quasi una carezza.
Akane aveva chiesto udienza ed era stata accontentata. Il padre, tuttavia, l'aveva ricevuta di spalle e di spalle se n'era rimasto per tutto il tempo.
Tornò a guardare il ronin, che si era avvicinato ancora e la sovrastava, la mano quasi affondata fra i suoi capelli.
"Gli raccontai della paura che avevo visto negli occhi di Kasumi e dell'assurda ostinazione con cui aveva negato l'evidenza. Un comportamento incomprensibile, per me, che ero abituata a udire da lei nient'altro che la verità".
"E lui?".
Akane si lasciò sfuggire un sorriso amaro. Lui, il suo signore e padrone, le aveva concesso a mala pena il profilo.
(Dovresti prendere esempio da lei, figlia mia, è tempo che impari)
Serrò così tanto gli occhi che le lacrime fluirono via, trattenerle non le interessava più.
(molto presto toccherà anche a te)
Abbassò il capo e premette il dorso di una mano a pugno contro le labbra che tremavano. Quel giorno aveva capito che i lupi erano nel castello e lei ne era circondata.
"Non avevo mai odiato mio padre fino a quel momento. Lui e Daichi mi hanno portato via l'unico essere umano che vivesse in quel tenshu, l'unico che avessi mai conosciuto: Kasumi iniziò a morire quel giorno".
Le dita di Ranma si serrarono dietro la sua nuca e col pollice puntato contro il suo mento la costrinse a non distogliere più gli occhi dai suoi.
"Quindi udire questi ululati ti ha fatto tornare indietro nel tempo… Vuoi che porti qui quelle bestie così vi chiarite?".
Akane spalancò la bocca solo per rimanere senza parole: tutto quello che le uscì fu un esile "Cosa?".
"Se il problema della tua scarsa concentrazione sono dei lupi perché li associ a un ricordo infelice, ti lascio da sola con loro, così magari dopo esserti sfogata te li togli dalla testa. La tua mente deve essere sgombra da qualsiasi pensiero, eterea come una nuvola, non dovrei stare qui a spiegartelo, dovresti averlo appreso già da tempo. Invece scopro che basta un niente per distrarti e mandarti in confusione. E tu, che non sei più nel tuo castello ma è come se non lo avessi mai abbandonato, vorresti… cos'era che volevi fare? Uccidere il marito di tua sorella? Tu, così emotiva e compassionevole che non toglieresti la vita nemmeno a un insetto?".
"Tu non puoi comprendere quanto io mi senta in colpa nei suoi confronti!", urlò Akane scacciando via la mano di Ranma. "Non ho potuto fare nulla né allora, né in seguito, pur avendone le capacità! Lei sta morendo anche per colpa della mia inerzia, ma ora ho la possibilità di rimediare!".
"E come? Presentandoti una mattina al suo maniero bussando alla porta, oppure penetrandovi furtivamente di notte? Perché nel primo caso, potrebbero già essere stati allertati della tua fuga e ti imprigioneranno, nel secondo caso non sei una kunoichi, per cui verresti scoperta subito e imprigionata. In ogni caso sei spacciata. Pensavi davvero che avere la meglio su un manipolo di briganti fosse sufficiente a tener testa a centinaia di samurai, senza contare i kage? E se non riesci a uccidere suo marito, cosa pensi di fare? Rapire Kasumi? Dove pensi di portarla? Hai già in mente un nascondiglio? È impensabile che si muova velocemente come te, quanto a lungo pensi di sfuggire ai ninja che verranno sguinzagliati e a un ordine di cattura che verrà diramato in tutti i feudi confinanti? Metteresti la vita di tua sorella a repentaglio?".
Aveva bisogno d'aria.
"N-no! Non lo farei mai!", riuscì solo a ribattere. "Io volevo solo, io…".
Aveva un disperato bisogno d'aria.
"Avanti, qual era il tuo piano?".
Braccia conserte, Ranma fece saettare lo guardo tutt'attorno per alcuni istanti, prima di prestarle di nuovo attenzione.
"Quando ho progettato di fuggire, il mio unico pensiero è stato rifugiarmi nel castello di Kasumi approfittando dell'inverno e restare in attesa del ritorno di Daichi, suo marito, per… per farlo fuori".
Ranma scosse la testa elargendole uno dei suoi odiosi sorrisetti ironici.
"È così che pensavi di liberarla, allora? Facendola condannare a morte insieme a te?".
"No di certo! Subito dopo l'avrei portata via dal suo castello e…".
Si rese conto della sciocchezza che aveva proferito troppo tardi: a Ranma bastò ampliare il ghigno da schiaffi per rammentarle tutti i difetti del suo piano. Ancora una volta, si era dimostrata più ingenua di una bambina di tre anni. E dire che Nabiki aveva persino approvato la sua idea e ora le era chiaro il perché: voleva solo liberarsi più velocemente della scomoda sorella minore.
"Kasumi ha mai chiesto aiuto a te o ad altri, da quando si è sposata?".
"No".
"Ha cercato di far intendere a te o ad altri di essere in pericolo o di voler essere 'liberata', non importa come?".
"N-no".
"Mi pare quindi evidente che tua sorella abbia accettato il suo karma. Sposare quell'uomo è stata una sua scelta, avrebbe potuto evitarlo suicidandosi, invece ha obbedito a vostro padre. Non puoi sapere cosa l'abbia spinta a farlo, magari si è sacrificata per te".
Sacrificata? Lei si è…
Akane cercò di negare col capo ciò che in cuor suo aveva, in realtà, sempre temuto.
"Lei lo avrebbe fatto per…".
Aveva un bisogno d'aria così intenso, adesso, che non smetteva di boccheggiare.
"Sposandolo voleva forse evitare a te o all'altra tua sorella di finire nelle mani di quel bastardo al posto suo. Se per te lei era l'unico essere umano degno di questo nome, può darsi che per lei lo fossi anche tu e non ha esitato ad accettare il suo destino, pur di proteggerti. Comprendi quindi che non puoi salvare chi non vuole essere salvato. E di certo non salverai nessuno, se prima non salvi te stessa".
Le proprie membra si fecero di colpo più pesanti dell'ōburisode che era stata costretta a provare per le proprie nozze. Era esausta come se avesse sostenuto un combattimento durato dall'alba al tramonto. In tutti quegli anni non aveva fatto altro che sentirsi delusa e amareggiata da una sorella che aveva considerato quasi una madre e che invece aveva finito per biasimare. Kasumi succube della volontà paterna. Kasumi che aveva accettato quel matrimonio infelice unicamente per compiacere il suo signore. Kasumi, la marionetta di cui il padre muoveva i fili, una samurai fin nel midollo, ottusa fino all'annullamento di sé. Kasumi… forse la più forte delle tre: pur sapendo a cosa andasse incontro non si era tolta la vita, non era scappata, né aveva manipolato il genitore affinché sposasse l'uomo che più le aggradava come aveva fatto Nabiki. Era proprio da Kasumi anteporre il benessere altrui al proprio fino al sacrificio, dimostrando una forza d'animo che né lei, né Nabiki avrebbero mai eguagliato.
"La tua faccia mi dice che l'avevi già intuito, non è così? Tu sapevi, in fondo, come stavano le cose, per cui puoi anche ammetterlo, adesso: salvare tua sorella era la scusa perfetta che stavi aspettando per poter fuggire dal tuo, di matrimonio".
Il vento si alzò improvviso sollevando le sue ciocche e persino il tengai dietro la sua schiena, eppure il freddo era diventato così remoto da sfiorarla appena.
"No. Io voglio salvarla davvero".
"E pensi sul serio che lei verrebbe via con te, marito defunto o meno, solo perché glielo chiedi? Quanto vogliamo scommettere che sceglierà di restare dov'è, magari assumendosi la colpa dell'omicidio di Daichi per proteggerti ancora una volta?".
Akane fece un passo indietro. E poi un altro. Ma prendere le distanze dalla verità non sarebbe servito a tenerla lontana a lungo e lo sapeva.
"Fai pace coi tuoi ricordi e con te stessa, o non andrai lontano".
"Ma io non posso lasciarla nelle mani di quell'uomo, prima o poi la ucciderà!".
"Sarà morta comunque se tenterai di ammazzarlo. È in trappola, come tutte le donne di ogni classe sociale. Lo hai sempre saputo, ma non hai mai voluto accettarlo".
La testa iniziò a girare e le orecchie a ronzare e le gambe a farsi malferme.
"Cosa mi sono allenata a fare, allora? A cosa è servito?!".
Ranma si avvicinò di nuovo e la squadrò dalla testa ai piedi grattandosi il mento, come se stesse soppesando se la merce di fronte a lui valesse la spesa. Fu allora che si avvide che la luce che i suoi occhi avevano irradiato solo il giorno prima si era ridotta al tenue bagliore di un mucchietto di braci: per il ronin sembrava tornata a essere una mocciosa che non considerava degna di essere la sua allieva.
"Quindi se non salverai ogni dannato caso umano in difficoltà pensi di non valere niente? O comunque non più del maschio che tuo padre avrebbe voluto al posto tuo? Per questo eri pronta a immolarti nel rogo di quel ryokan a Gero…", considerò inarcando un sopracciglio. "Finché continuerai a credere di dover sempre dimostrare quanto vali, non otterrai mai nulla. Di sicuro, non da me".
Nel volgere di un solo giorno era tornata al punto di partenza: con i suoi sensi di colpa stava perdendo la fiducia che era riuscita a strappargli.
Ranma la esaminò ancora qualche istante prima di darle le spalle e incamminarsi. Akane rimase dov'era, a osservare la sua schiena che si allontanava, la sua treccia che ondeggiava, mentre la neve tornava a lambirla.
Era vero, anche se faceva male ammetterlo. La famiglia del mercante sulla strada per Gero, il bambino nel ryokan in fiamme... si sarebbe immolata, se necessario, ma non l'avrebbe fatto solo per salvare le loro vite. Si era lanciata a capofitto in ogni situazione rischiosa per dimostrare a se stessa e al mondo che lei non era da meno di un uomo. No, che lei era anche meglio di un uomo. Che la sua nascita non era stata un incidente, un errore, una maledizione. Lei era utile, non un peso, né una pedina. E la prova suprema sarebbe stata il salvataggio di una sorella che con ogni probabilità non voleva essere salvata, perché anche solo tentare di farlo avrebbe portato a una morte atroce. Kasumi lo sapeva sin dal principio, per questo aveva sempre mentito sulle sue condizioni: con un sorriso le diceva va tutto bene, oneechan, va tutto bene, perché non voleva che nessuno rischiasse la vita per salvarla. A Kasumi di morire non importava, purché nessun altro restasse coinvolto. Per questo il monaco Tofu non era mai corso da lei: doveva averglielo proibito. Di certo sua sorella preferiva saperlo lontano e al sicuro, piuttosto che impiccato, crocefisso o bollito vivo. E lei, stupida, l'aveva considerato un vile.
Ranma si era fermato un istante a guardare tra gli alberi per poi proseguire, apparentemente incurante di lei. A ogni passo avanti che compiva insieme a lui, il ronin non perdeva occasione per sbatterle in faccia la sua immaturità, la sua superficialità. La sua inconsistenza. Era talmente amareggiata che avrebbe voluto sprofondare nella neve, eppure, al tempo stesso, si sentiva sollevata. Stava iniziando a capire gli errori che aveva commesso nel valutare se stessa e gli altri e questo non poteva che essere un punto di partenza per migliorare. Ranma aveva ragione: doveva comprendere ciò che la circondava, se un giorno voleva davvero essere di qualche aiuto a chi ne aveva bisogno.
S'incamminò anche lei, ma senza fretta di raggiungerlo. Voleva prima annullare qualsiasi percezione per concentrarsi sul respiro.
- § -
Happosai si svegliò con la sensazione di avere la testa schiacciata in una pressa. Non riusciva a tollerare la luce che filtrava dalle imposte, né il più fievole fruscio. Ma ciò che più lo irritava era l'odore che impregnava la stanza: non gli era del tutto sconosciuto, ma per quanto vagamente familiare non tentò nemmeno di sforzarsi per capirne l'origine o perché gli suscitasse qualcosa di indefinito. Voleva soltanto che sparisse.
Si alzò barcollando e chiedendosi dove si trovasse. Solo quando riconobbe la propria stanza spalancò le ante della finestra. L'aria fresca entrò come una benedizione attenuando l'emicrania e scacciando via quell'esalazione dolciastra. Un'unica cosa gli rendeva sopportabile quel pessimo risveglio: l'aver sognato Colomba come non gli capitava da anni, giovane, bellissima e dannatamente reale.
Inspirò a pieni polmoni avvertendo la pressione alle tempie dissolversi come il fumo della sua pipa e a occhi chiusi rievocò la visione di lei appena trascorsa, sperando di trattenerla il più possibile.
Ogni particolare del sogno era ancora talmente nitido che avrebbe potuto giurare che non si fosse trattato solo di un parto della sua mente, se non fosse stato per le strane domande che lei gli aveva rivolto e a cui lui aveva risposto come incantato, senza lesinare sui particolari. Chissà come mai la sua amata gli aveva chiesto di Ranma: dove si fosse diretto, quando sarebbe tornato, dove avrebbero dovuto incontrarsi… Ma in realtà sapeva perfettamente che era stata la preoccupazione che lui nutriva per quel testone con il codino cinese a parlare per bocca di Colomba, soprattutto alla luce delle strane intenzioni di Soun Tendo nei loro riguardi. E tuttavia lo infastidiva che nel sogno Colomba definisse Ranma 'il mio adorato'. A pensarci bene il suo modo di parlare gli aveva ricordato…
(L'ho incontrata in un bosco fra Himeji e Kyoto. Ha la testa così dura che al confronto il marmo pare argilla e di mestiere fa la kunnoichi, ti ricorda qualcuno?)
…la Rosa Nera. Nel sogno Colomba parlava e si atteggiava come quella dissennata con il cranio pieno di vermi, ma forse anche quello aveva un senso, dal momento che Ranma si ostinava a non volerla eliminare e lui era certo che prima o poi se ne sarebbe pentito. E tuttavia un brivido corse dalle spalle al fondoschiena al pensiero del sorriso maligno che Colomba aveva sfoggiato, quando le aveva rivelato i piani di quel demente di Tendo. Bah, inutile perdere tempo a soffermarsi sui significati di quello strano sogno, meglio affrettarsi se voleva essere al bivio di Kano prima che facesse buio. Soun stava perdendo sin troppo tempo, da quando lui era tornato a Nagoya senza Akane: tra anticamera prima di essere di nuovo ricevuto e superflui preparativi per la nuova partenza, avevano perso sei dannati giorni. Come se non bastasse, Soun pretendeva che aspettasse ancora un altro giorno prima di far ritorno al bivio, ma non ne aveva la minima intenzione, soprattutto perché quell'idiota del ciambellano era partito per chissà dove in fretta e furia e al tempo stesso molti uomini-ombra si erano volatilizzati. Ormai non aveva dubbi che Soun stesse tramando qualcosa, ma scoprirlo era diventato impossibile: ovunque andasse si circondava di samurai e lui non era più riuscito nemmeno ad avvicinarlo. Qualunque cosa stesse complottando doveva in ogni modo sventarla.
- § -
Kodachi era al punto di partenza.
Appoggiata con una spalla contro un albero secolare, contemplava oltre le fronde i tetti bassi e grigi di Nagoya, che si estendeva ai piedi della stessa collina scoscesa da cui l'aveva ammirata appena giunta in città. Prese la lunga coda che ricadeva su una spalla e se la rigirò fra le dita.
Benché l'Incenso delle Illusioni usato sulla mummia rattrappita avesse funzionato, non sapeva ancora esattamente dove si trovasse Ranma e questo la frustrava oltre misura. Se dopo aver preso la strada per Kano, undici giorni addietro, il suo amato non era ancora tornato a Nagoya, era ormai fuor di dubbio che non vi avrebbe rimesso piede tanto presto: evidentemente aveva scovato le tracce della nobile rampolla fuggita e le stava seguendo, ma per qualche strano motivo non l'aveva ancora riportata nella sua prigione dorata. Impossibile che non l'avesse ancora stanata, ancor meno che la neve lo avesse bloccato. Era morta e non aveva il fegato di riportare al castello il suo cadavere? Rapita dai briganti e sparita nel nulla? Ranma di certo non sarebbe svanito dalla faccia della terra senza prima incontrarsi con Happosai al bivio di Kano, come avevano concordato: manteneva sempre la parola data e qui, oltretutto, era in gioco la vita di una samurai altolocata, per cui sarebbe tornato, prima o poi. Dove aspettarlo, dunque, ma dove: al bivio o a Nagoya?
Prese a rosicchiare l'unghia di un pollice, indecisa sul da farsi. Sarebbe stato più logico in città, dal momento che Ranma avrebbe dovuto riscuotere il resto della ricompensa promessa dal daimyo, tuttavia i kage che aveva visto lasciare nottetempo il castello diretti proprio al bivio l'avevano insospettita. C'era qualcosa di strano nell'aria e voleva vederci chiaro, quindi forse sarebbe stato meglio seguirli e attendere il suo adorato al bivio. Non che un'immortale come lui potesse aver bisogno d'aiuto, naturalmente, ma di certo avrebbe apprezzato il suo sostegno.
Sorrise, mordicchiandosi il labbro inferiore e passandoci sopra la lingua. Non vedeva l'ora di buttargli le braccia al collo e stringerlo a sé, aspirare il suo odore selvatico e insinuare le mani sotto il suo kimono… non gli avrebbe mai più permesso di stare lontano da lei e di tradirla ancora. Mai più.
Si staccò dal tronco e con una mano pulì la manica della divisa da minuti frammenti di corteccia, diede le spalle al castello dei Tendo e si inoltrò nel bosco, saltando di ramo in ramo.
- § -
Farle credere di averlo deluso a quanto pare aveva dato i suoi frutti.
Akane camminava a debita distanza da lui, silenziosa come un gatto che segue la preda, ma questa volta non percepiva alcuna esitazione nel suo respiro. Forse aveva preferito rimanersene in disparte per riflettere su ciò che le aveva detto, forse stava di nuovo tentando di mettere in pratica ciò che le aveva mostrato. Si fermò per voltarsi a guardarla e si sorprese nel vederla avanzare a occhi chiusi, senza incertezza alcuna: non fece che qualche passo ancora, prima di fermarsi un po' titubante e rimanere immobile, come in ascolto, mantello e cappello agitati appena dal vento. Non aprì mai gli occhi, né le labbra.
Ranma tornò sui propri, di passi, e fermandosi di fronte a lei la fissò qualche istante, prima di abbandonare la vista umana per lasciare il posto al 'terzo occhio'. Dal buio emerse la sagoma di Akane stagliata contro uno sfondo cupo. Ma in quel mare di oscurità, iniziò a emergere il suo cuore che batteva, lento e regolare. Percorse con la 'seconda vista' il sangue che scorreva sino a una piccola sfera d'energia che brillava quattro dita sotto l'ombelico. Akane stava poco a poco accumulando il qi nel tanden attraverso il kanki-issoku e come inizio non c'era male. Se ne avesse accumulato abbastanza, avrebbe potuto insegnarle come irradiarlo in tutto il corpo e poi fuori da esso attraverso il kiai.
Tornò, non senza sollievo, alla vista umana e si ritrovò due pezzi d'ambra che lo fissavano stupiti.
"I tuoi occhi… La pupilla era così dilatata che l'iride era quasi sparita, com'è possibile?".
"Ho escluso la vista fisica per adottare quella che va oltre l'illusione", le spiegò, ma Akane continuò a scrutarlo perplessa. "Ajna, il 'terzo occhio' che è nel mezzo della fronte, in corrispondenza del sesto chakra, mi ha permesso di controllare i tuoi progressi. Non smettere mai di respirare come ti ho insegnato, devi abituarti a farlo in qualsiasi circostanza in modo che ti venga naturale, così da accumulare energia vitale senza più nemmeno badarci. Avanti, riprendi".
Ma lo stomaco di Akane mandò una sonora e prolungata protesta e lei lo guardò non meno spiazzata di lui.
"Credo che il mio tanden voglia del nutrimento".
Ranma scoppiò a ridere e lei dietro a lui.
"Hai ragione, stiamo camminando da ore, devo ammettere di essere un po' affamato anch'io, dobbiamo cercare qualcosa di commestibile".
"Non ce n'è bisogno: mi sono avanzate delle provviste che ci ha dato Daisuke".
Ranma si sporse in avanti, mani sui fianchi, del tutto incredulo.
"Tu. Mi hai nascosto. Del cibo?".
"Ho dovuto, mangi con una tale foga che se ti avessi passato l'involucro ti saresti divorato anche quello".
"Devo rammentarti che ora sono il tuo maestro? Mi devi rispetto!", le impose puntandole contro un indice.
"E io devo rammentarti che siamo nel mezzo del nulla, è tutto coperto di neve e fino al prossimo villaggio le provviste di Daisuke sono tutto ciò che abbiamo? Dovresti ringraziarmi di aver fatto delle razioni!", ribatté la piaga scostando il suo indice col proprio.
Ranma aprì la bocca per protestare, ma la richiuse. Non gli avrebbe mai portato davvero rispetto, considerò: Happosai gli aveva confessato che Akane era stata un dannato grattacapo per anni, lui stesso si era reso conto di quanto fosse ribelle e cocciuta sin da bambina. Sentì un angolo della bocca che si stendeva in un ghigno compiaciuto e lo ricacciò al suo posto, ma quella specie di… approvazione che sentiva nei suoi confronti non se ne andò.
"Dove hai messo quel che è rimasto?".
"L'ho nascosto, mi pare ovvio".
"Dove?", le ingiunse squadrandola da capo a piedi.
"L'ho tenuto al caldo contro il mio corpo, così non è diventato un pezzo di ghiaccio".
Glielo disse con una tale spontaneità che non seppe se tirarle il collo o prenderla per una caviglia e strattonarla a testa in giù finché l'involucro non fosse caduto.
"E va bene, tira fuori quel che è avanzato adesso, non costringermi a intervenire".
Akane incrociò le braccia al petto e arricciò le labbra.
"Non posso farlo davanti a te, devi voltarti".
"Ma dove acc… no, non voglio saperlo", disse scuotendo la testa e dandole le spalle. Stava sul serio cedendo ai ricatti di una mocciosa per mangiare, non poteva crederci. Prese a massaggiarsi le tempie mentre sentiva Akane aprire il dotera e altri fruscii di cui cercò senza successo di non immaginarne la provenienza. Sicuro come il sole che sorgeva che si era infilata i nighiri meshi e chissà cos'altro tra il kimono e quelle tette da mucca che si ritrovava, così da schiacciarli per bene.
"Ecco a te", annunciò come se avesse la bocca piena.
Ranma tornò a guardarla sospettoso: una massa informe di riso e alghe era protesta verso di lui, un nikuman sporgeva invece dai suoi denti. E Akane sorrideva pure.
Fissò il coso molliccio che lei gli porgeva con ambo le mani tra il disgustato e il rassegnato, lo prese con cautela e se lo rigirò fra due dita.
"Almeno è tiepido, no? Di che ti lamenti? Mangialo prima che diventi duro e freddo", gli consigliò mentre masticava il pezzo di nikuman che aveva strappato e con la massima tranquillità si incamminava in mezzo agli alberi dandogli la schiena.
Che diamine gli era saltato in mente di prenderla come allieva? Non c'era riuscito Happosai a domarla, figurarsi lui. Ma lui aveva qualcosa da darle che Happosai le aveva sempre negato: anche solo per quello sarebbe riuscito, forse, dove il vecchio aveva fallito.
"Dimmi almeno che non hai qualcos'altro nascosto non voglio sapere dove".
"Chi lo sa…", rispose lei agitando nell'aria quel che rimaneva della pagnotta ripiena.
"Almeno mantieni la concentrazione sulla respirazione!".
"Anche mentre mangio?".
"Sempre!".
"Sei sicuro fosse questo il villaggio di cui ti ha parlato Daisuke?".
Lo spettacolo era desolante. Le sparute capanne che ancora si potevano definire tali erano in buona parte collassate sotto il peso della neve, abbandonate chissà da quanto tempo. E non era difficile capirne il motivo: quasi tutte erano andate in fumo, a giudicare dai legni anneriti che spuntavano sbiechi dalla distesa immacolata. Qualunque cosa fosse accaduta lì, non avrebbero trovato né rifugio, né cibo.
"No, perché non stiamo andato a Katsuyama. Ho deciso di fare una deviazione", rispose Ranma assorto.
"E dove siamo diretti, allora?", chiese stringendosi nel dotera. Aveva smesso di nevicare e non un ramo era scosso dal vento, ormai doveva essere il mezzodì, eppure lì il freddo era molto più intenso.
"A Kaga, sulla costa".
Akane si volse a guardare il profilo di Ranma. Fece un passo avanti per osservarlo meglio e rimase a bocca aperta: le pupille del ronin erano di nuovo tanto dilatate che l'iride era appena distinguibile. E doveva ammettere che non le piacevano affatto quegli occhi quasi neri, benché lo facessero somigliare di più a un giapponese: le davano l'impressione che una goccia d'inchiostro avesse contaminato il grigio che sfumava nel blu.
"Che cosa vedi?".
Lui sospirò, senza smettere di guardare un punto remoto avanti a sé.
"Mi sta indicando qualcosa".
Akane si girò di scatto, il cuore in gola e nelle orecchie, ma non vide null'altro all'infuori di un cumulo di macerie che la neve non aveva del tutto cancellato.
"Chi? Non c'è nessun altro qui a parte noi!".
"Quando imparerai a usare il 'terzo occhio', vedrai anche tu cose inimmaginabili. E poi ti renderai conto che sarebbe stato meglio non aprilo mai".
Di colpo le apparve stanco e avvilito, come se un peso invisibile gravasse su di lui e si chiese quante volte Ranma avesse assistito a ciò che gli si parava dinnanzi in quel momento. Troppe, forse. E per un istante Akane temette, chissà perché, di non rivedere mai più l'acqua nei suoi occhi.
"C'è uno yokai davanti a noi?".
"Uno yurei. Una donna. Fluttua a mezz'aria e ha i capelli scarmigliati che le coprono gran parte del viso. Sta indicando un capanno crollato".
Col volto incupito, Ranma si avviò verso un ammasso di travi carbonizzate e lei titubante lo seguì.
"È vestita di bianco? Dicono che gli yurei indossino i kimono da funerale quando…".
"No, è grigio, o almeno lo è quello che ne resta".
Akane si paralizzò mentre Ranma tendeva le mani per sciogliere la neve e spostare pezzi di legno bruciati. Si guardò intorno ancora una volta, angosciata e tremante, e poi si chinò accanto a lui per aiutarlo.
"Perché non la esorcizzi? Non sarebbe più semplice?".
"Il suo viso è triste e sofferente, non ha ancora fatto nulla di male, perché dovrei condannarla all'oblio? Vuole solo una degna sepoltura. Se riesco a trovare il suo cadavere avrà almeno il conforto di potersi reincarnare".
Di nuovo si sorprese a osservare quel profilo indurito che contrastava in modo stridente con la pietà che stava dimostrando.
"Io credevo che tu…".
"Cosa? Mi limitassi a spazzare via ogni essere soprannaturale dalla faccia della terra senza alcun riguardo? Tranquilla, non sei la sola, pochi sanno che il compito di uno yokaihanta è molto più di questo. Il più delle volte ciò che facciamo è aiutare le anime sospese tra due mondi a lasciare questo piano di esistenza".
D'un tratto capì e quella comprensione la piegò in due come un colpo di bokken allo stomaco.
"Ranma, tu… tu non sei solo in grado di vedere questi spiriti, puoi sentire anche il loro dolore, non è così?".
Lui chiuse le mani a pugno senza smettere di fissare il terreno che aveva portato allo scoperto. Lei fece allora quello che non si sarebbe mai immaginata di fare, un gesto inconcepibile nel mondo in cui era cresciuta: allungò una mano e la pose sulla sua. Sfiorò quella pelle che sentì dura e ruvida
(temprata)
sotto la propria e con cautela strinse poco a poco le dita, trattenendo il fiato. E lui la lasciò fare, lui che con quella stessa mano le aveva ghermito la faccia, strattonato un braccio, afferrato i capelli. E carezzato una guancia e sollevato il mento. Ora Akane la teneva nella propria, tanto più piccola e ancora poco avvezza a quella realtà, e sperò che il dispiacere che stava provando lui potesse sentirlo. E forse così fu, perché Ranma volse lo sguardo sulle loro mani e rilassò le dita. Non la guardò mai in faccia, nemmeno quando lei strinse più forte. Allontanò anzi la mano e riprese a irradiare calore là dove la neve aveva lasciato ormai il posto a uno strato di ghiaccio.
"Ranma?".
Lui estrasse un frammento gocciolante di ceramica che un tempo doveva essere appartenuto a una giara e lo buttò via.
"Quante volte hai dovuto fare una cosa simile?".
Ranma spaccò una lastra di ghiaccio, gettò alle spalle frammenti di vita e scagliò lontano quelli più ingombranti. Akane non arrischiò a porgli altre domande, iniziando piuttosto a chiedersi che razza di esistenza conducesse davvero un cacciatore errante di demoni, cosa potesse aver visto e cosa aveva dovuto affrontare per buona parte della sua vita. Quando l'aveva catturata a Gero gli aveva urlato in faccia che era morto dentro, che era un cadavere che camminava, senza sapere che i morti lui poteva vederli ovunque, non una volta sola com'era capitato a lei, e che doveva convivere col dolore di chi era trapassato. Credeva che le poche informazioni che Happosai le aveva fornito sugli youkaihanta fossero più che sufficienti a giudicare chi era considerato allo stesso tempo fondamentale e ripugnante. Solo adesso iniziava a prendere coscienza di aver invidiato una vita logorata da sofferenze e amarezza. Ma fino a che punto potesse aver sofferto non riusciva a immaginarlo.
"Le sue ossa", annunciò Ranma. Mantenersi distaccato di fronte a simili tragedie doveva costargli ogni volta più della precedente.
Akane guardò contrita gli stracci che avvolgevano lo scheletro tornato alla luce dalla vita in su, ma fu il grido disumano, rimasto intrappolato nella mascella spalancata, che la indusse a portare una mano alle labbra: la povera donna era rimasta schiacciata dal crollo di una trave ed era morta tentando di spostarla, mentre tutt'intorno il suo tugurio bruciava.
"Togliti", le disse Ranma alzandosi in piedi, passando le braccia sotto il tronco carbonizzato e afferrandolo saldamente, prima di sollevarlo poco per volta e scaraventarlo più in là.
"Dobbiamo renderle gli onori funebri, vero?".
"Sì, altrimenti il suo spirito rimarrà a infestare questo luogo finché non diventerà rancoroso e si trasformerà in un onryo vendicativo. Useremo una tavola come segnacolo e reciteremo una preghiera, spero basti, non ho incensi con me".
"Non ci saranno altri cadaveri?".
"No, avrei visto i loro spiriti. Chiunque vivesse qui è fuggito per non tornare più, solo lei non ce l'ha fatta".
"Cosa può essere accaduto?".
"Non è difficile immaginarlo: questo era probabilmente un villaggio di eta, come quello dei cacciatori assalito dai briganti che hanno risparmiato solo le donne, ricordi? Ma è stato distrutto da un incendio, quindi è probabile che gli autori fossero dei samurai che hanno voluto purificare il luogo, anche se non si può mai escludere l'opera di un demone".
Akane increspò la fronte.
"Un momento: questo era un villaggio di burakumin? E anche quello delle donne segregate in quella capanna giorni fa?".
Stavolta la guardò. E la trafisse.
"Davvero non l'avevi capito? E ora che lo sai, fa qualche differenza?".
No, non l'aveva capito. Eppure era logico, dal momento che nel primo villaggio c'erano delle pellicce stese al sole su intelaiature di legno. Ma di fronte al pericolo imminente aveva accantonato ciò che balzava all'occhio e aveva pensato solo alla propria vita e poi a quelle povere sventurate. Aveva visto solo ciò che contava vedere: la loro sofferenza, la loro disperazione, l'esistenza distrutta per mano di uomini rapaci. La condizione sociale di quelle donne a lei non importava, non si era nemmeno posta il problema.
"Nessuna. Diamole sepoltura".
Mani giunte davanti alle labbra, Akane pregava, mentre il fumo saliva sinuoso dai rametti conficcati davanti alla tavola di legno usata come pietra tombale. Di meglio non era riuscito a fare, eppure lo spirito si era rarefatto finché non era diventato una sfera di luce ed era salito verso il cielo.
"Puoi alzarti, ora, se n'è andata".
Akane riaprì gli occhi, ma rimase ancora qualche istante inginocchiata davanti a quella sepoltura improvvisata.
"A cosa pensi?".
Lei si alzò e lo fronteggiò, stringendo i lembi del mantello di paglia.
"Al karma. Non è che non ci creda, tutt'altro, sono convinta che tutti ci incarniamo per uno scopo, ma non credo che sia unicamente per espiare delle colpe commesse in una vita precedente. A volte dobbiamo imparare qualcosa o insegnare qualcosa con la nostra esistenza. Per questo non mi rassegno al ruolo che mi è stato imposto per nascita. Forse nella mia vita precedente ero come lei, una burakumin che stentava a sopravvivere, e lei magari era una nobile alla corte dell'imperatore. Suddividere gli esseri umani per categorie solo in base alla nascita attuale è insensato, per me, e uccidere un uomo o una donna solo perché sono nati nella categoria ritenuta sbagliata è una follia".
Ranma si chiese per un istante chi fosse la donna che si ergeva davanti a lui: era furibonda e incredula al tempo stesso, ma mai quanto lui. La vide chiudere le mani a pugno e mordersi il labbro, vittima senza ferite di un mondo che detestava. E che non l'avrebbe mai accettata.
"È tutta la vita che vedo la gente soffrire o morire in modo atroce senza mai alzare la testa, convinti di meritarselo. Lo so che se osano levare la voce vengono uccisi sommariamente insieme a tutta la famiglia, ma è vita questa? Essere calpestati, umiliati, uccisi solo perché pochi hanno fatto credere loro di non meritare altro che un'esistenza di afflizioni, così da tenerli avvinti alla propria volontà. Pregano per essere accolti in paradiso da Buddha, ma non fanno nulla per migliorare le proprie condizioni qui, ora. Si limitano a sopportare un'esistenza grama, per una ricompensa futura di cui nessuno è certo. So bene che è facile per me parlare perché la mia nascita è privilegiata, non ho mai dovuto sopportare fame e stenti, ma non riesco a rassegnarmi che l'essere umano possa essere solo questo. Ogni tanto rivedo nei sogni la bambina intrappolata nel ghiaccio, vorrei tenderle la mano ma non ci riesco, perché c'è una barriera fra noi e io mi sento così impotente… E sì, dentro di me lo sapevo che erano tutti 'intoccabili', ma non me ne importa nulla, non me n'è mai importato nulla, io vedo solo esseri umani e non posso fare a meno di avere compassione per loro!".
(Volevo solo aiutarlo, era un bambino...
No, era un demone e tu sei cascata nella classica trappola del moccioso piagnucolante.
E se fosse stato umano, invece?!
E se fosse stato un eta? Avresti accolto lo stesso della feccia fra le tue braccia?
Sì! Lo avrei aiutato ugualmente!
Non mentire!
Non mento affatto! Era un bambino, cosa vuoi che me ne importi della sua condizione sociale! Era un bambino in difficoltà, impaurito, sanguinante, disperato, solo questo contava! Mi dispiace di non essere fredda e insensibile come te e spero di non diventarlo mai!)
Era vero, dunque? Per Akane non contava il rango, vedeva solo esseri umani intorno a sé?
"Quindi tu non credi nella divisione in caste".
Lei si adombrò, guardandolo in tralice.
"Ho visto imbecilli diventare signori feudali, idioti ricoprire cariche che un contadino analfabeta avrebbe svolto meglio di loro, samurai tracotanti attribuirsi meriti altrui. Sarei una stupida se misurassi il valore di una persona basandomi solo sul suo rango".
Una persona. Chiunque lei avesse davanti era prima di tutto una persona e non un essere inferiore. Che Daisuke avesse ragione e lui fosse stato reso cieco dalla disillusione?
"Tu disprezzi questo mondo, non è vero? Vorresti essere libera, ma in un mondo che in fin dei conti detesti".
"Detesto ciò che gli uomini impongono ad altri uomini solo per soddisfare il loro egoismo. E ancora di più detesto la rassegnazione di chi si dà per vinto senza aver nemmeno lottato". Sospirò chinando la testa. "Ma alla fine so bene di essere solo una sciocca che si è nutrita di illusioni, io…".
"Non dirlo nemmeno per scherzo". Lei rialzò il capo, la faccia stralunata di chi è convinto di aver capito male. "Guai a te se ti arrendi, Akane. Non te lo perdonerei mai".
Lei accennò un sorriso meravigliato e grato al tempo stesso e maledizione l'oro nei suoi occhi risplendeva persino senza il sole. Distolse lo sguardo prima che potesse restarne abbagliato, prima che lei si accorgesse che era rimasto senza fiato, ma soprattutto prima che potesse replicare o peggio ancora avvicinarsi.
"Vado ad accedere un fuoco, ho visto una specie di riparo che potremmo usare stanotte, tu riprendi la respirazione addominale".
Fece un passo indietro e si allontanò coi pugni stretti, in cerca di legna da asciugare col proprio calore, ma non riuscì a non pensare che Akane stesse camminando sulla lama di una katana: era chiaro, ormai, che fosse nata nel posto sbagliato e forse anche nel momento sbagliato, ma il rischio che col tempo finisse per fare buon viso a cattivo gioco e smettesse di combattere era alto. Doveva impedirlo a ogni costo, far sì che lei trovasse un motivo per non cessare mai di lottare.
Ma mentre accatastava la legna, si rese conto che non vedeva altro che il sorriso sincero che le illuminava il volto. E si chiese se non fosse quello il vero motivo per cui se la stesse portando dietro.
Il Lago Tedori era una distesa di cenere lunga e frastagliata ancor più del cielo che rispecchiava. Cielo che sembrava deciso a invadere la terra, a giudicare dalla velocità con cui le nubi rigonfie inghiottivano le montagne tutt'intorno. Presto si sarebbero ritrovati immersi, di nuovo, in una sorta di fitta nebbia e non voleva ricordare cos'era successo l'ultima volta. E poi al freddo si era unita l'umidità che corrodeva le ossa.
Akane cercò di mantenere la concentrazione sul respiro, ma era sfinita: i piedi erano gonfi e doloranti, le gambe tremavano per la stanchezza. Il sonno minacciava di chiuderle gli occhi, ma al tempo stesso lo stomaco si contorceva per la fame. Le era rimasto un solo nikuman, ma l'avrebbe diviso con Ranma, appena fosse tornato.
L'oggetto dei suoi pensieri le precluse la vista del lago nel momento in cui varcò la soglia pericolante di quella che un tempo era stata una delle capanne del villaggio degli eta: poteva dirsi una fortuna che alcune travi del tetto, spezzandosi, fossero penetrate obliquamente nel pavimento formando una sorta di riparo con due pareti rimaste in piedi. Ed era anche una fortuna che non avesse più nevicato.
Ranma si fermò accanto al fuoco, si sedette non troppo distante da lei a gambe incrociate e conficcò davanti al falò un ramo su cui un pesce era infilzato per tutta la sua lunghezza.
"È un ayu, credo", spiegò Ranma senza che lei glielo chiedesse.
Akane continuò a osservare le lingue infuocate che, stagliate contro la porta della capanna, sembravano protendersi verso la cappa di nubi che ormai lambiva il lago. Infilò una mano nello scollo del proprio kimono, tirò fuori l'ultimo nikuman ormai informe e lo porse a Ranma. Il ronin lo prese e lo divise a metà. Mangiarono in attesa di mettere il pesce nello stomaco, in attesa delle tenebre che stavano scendendo e che presto li avrebbero avvolti, in attesa che l'altro dicesse qualcosa.
"Perché stiamo andando a Kaga?".
Ranma masticò a lungo l'ultimo boccone prima di ingoiarlo.
"Devo vedere una persona, sempre che viva ancora lì".
Sfilò il bastoncino dal pavimento, tastò il pesce e lo rimise al suo posto, girandolo dall'altro lato.
"Cos'hai combinato?".
Lui corrugò la fronte sorpreso e si volse a guardarla infastidito.
"È tutto il giorno che hai l'aria cupa di chi rimugina su qualcosa che non vorrebbe fare, ma si sente in obbligo di farla, quindi ho dedotto che il motivo potesse essere un torto a cui vuoi porre rimedio".
A lui, sorprendentemente, scappò un sorriso. Scosse la testa e poggiò la schiena contro la parete di assi, una gamba distesa, di nuovo rapito dalle fiamme, il ghigno che lasciava il posto a ricordi che forse avrebbe preferito evitare.
"Devo comunicargli che la donna che ho sposato è morta".
Akane soppesò le sue parole, stonate come uno shamisen a cui si rompe una corda.
"Era una sua parente?".
"Era la donna che lui amava".
Fu il turno di Akane di increspare la fronte: ecco un'altra parola del volgo a lei ignota, ma dal suono armonioso.
"A-ma-va? Che vuol dire?".
Ranma le lanciò uno sguardo sfuggente, prima di volgerlo verso il buio oltre la porta.
"Che la voleva per sé, ma io li ho separati. O meglio, ho separato lui da lei, dato che Shan-pu a stento tollerava la sua presenza. Per questo non credevo di fare nulla di sbagliato, ero convinto anzi di fare un favore a quel disgraziato, non immagini quanto lei lo disprezzasse. Forse sarebbe stato meglio se gli avessi tagl… non importa", concluse.
"E ora provi rimorso?".
Lui sbuffò, grattandosi dietro la nuca.
"Qualcosa del genere".
Akane prese un respiro più profondo dei precedenti per farsi coraggio.
"Ma tu hai sposato questa Shan-pu affinché l'uomo che la a-ma-va non la importunasse più? Oppure…".
Ranma chiuse gli occhi e chinando la testa in avanti iniziò a massaggiarsi dei punti dietro le orecchie.
"No, perché mi faceva comodo", rispose stizzito.
Era chiaro dal suo tono come certi ricordi fossero solo uno scomodo fardello di cui disfarsi il prima possibile. Akane quindi non insisté oltre, anche se moriva dalla curiosità: per quale motivo non aveva definito quella Shan-pu 'sua moglie'? E perché Happosai, dieci anni prima, le aveva detto che Ranma sarebbe tornato nello Yamato solo quando questa donna fosse morta? Era malata e sapevano che non sarebbe vissuta a lungo?
"Tieni", le disse Ranma porgendole un pezzo di pesce fumante cui aveva sfilato la pelle. Lei si rigirò quel boccone fra le dita prima di ustionarsi comunque la bocca. Aveva un sapore dolciastro, a metà tra il melone e il cetriolo, ma servì a placare un poco la fame e a scaldare lo stomaco.
Stava sciogliendo i capelli per proteggere meglio il collo dal freddo, quando qualcosa di gelido si posò su una mano e lei alzò la testa: aveva ricominciato a fioccare e quelle poche travi sbilenche non avrebbero dato alcun riparo. Senza contare che il fuoco si sarebbe spento.
"Vieni qui", le ordinò Ranma.
La guardava con un braccio penzoloni poggiato su un ginocchio e l'altro spalancato verso di lei.
"Non capisco, cosa vuoi che faccia?".
"Vieni qui", la incitò con la mano aperta.
"Ma… vuoi dire… accanto a te?", chiese incerta sperando che Ranma non avesse udito il suo cuore iniziare a battere con più veemenza.
"Vuoi morire congelata? Muoviti. Ma prima apri il dotera, o sentirai troppo caldo".
Akane deglutì, ma eseguì senza protestare: si alzò e si sedette, gambe raccolte al petto e circondate con le braccia, di fianco a Ranma. Posò il mento sulle ginocchia e rimase in attesa, il fiato che non voleva lasciare la gola. E dire che non contava le volte che l'aveva stretta a sé, presa tra le braccia, l'aveva visto nudo, lui aveva visto nuda lei, era finita cavalcioni su di lui e lui sopra di lei, ormai che aveva da temere?
La sua mano che le ghermiva la spalla e la attirava a sé, ecco cosa.
Akane risucchiò il respiro e si ritrovò stretta nella morsa del suo braccio che le circondava la schiena, il viso poggiato tra il petto e la spalla, un fianco del tutto aderente al suo, un seno schiacciato contro il suo torace.
E sentì tutto.
La compattezza e la solidità dei muscoli, il battito lento ma regolare del suo cuore e quell'odore ormai inconfondibile di cuoio, animale selvatico e sangue rappreso che la stordì, una volta ancora.
(gocce d'acqua che si incontravano e si separavano lungo il collo, le clavicole, i pettorali del ronin nudo e indifferente in mezzo alla neve)
Ranma rinsaldò la presa sul braccio facendola aderire ancora di più e lei, gli occhi ormai tanto spalancati da temere che schizzassero via insieme al cuore che occludeva la gola, si ritrovò col capo contro il suo collo e la fronte sotto il suo mento.
(Sentì la mano che le aveva lambito il mento posarsi sulla sua vita e stringerla, accostando il proprio corpo al suo)
In qualche anfratto della sua mente paralizzata si rese conto che non stava respirando più da un pezzo, eppure il petto rischiava di esplodere. No, non l'aveva mai stretta a sé in quel modo, senza pericolo imminente, senza trattenerla con la forza perché non scappasse o per farla cadere svenuta. Un reale motivo per volerla vicino a tal punto non c'era, se lo scopo era solo quello di impedire che morisse assiderata. Poteva benissimo…
"Va meglio?".
Il respiro caldo di lui le solleticò i capelli e scese sul volto e lei realizzò che le sue labbra le stavano sfiorando la fronte.
L'unica risposta che riuscì a dare fu raccogliere le gambe ancora di più, ormai sull'orlo dell'incapacità di un pensiero coerente.
"Mi sembra di sì, quindi puoi anche riprendere a respirare. Non ti sfiorerei nemmeno con una pianticella di riso, maschio mancato, quindi rilassati e cerca di dormire".
Pianticella di riso? Maschio mancato?!
Cercò di alzare lo sguardo inferocito su di lui, ma Ranma la strinse con tale forza che lei non riuscì neppure a staccarsi dal suo maledetto torace, ritrovandosi incastrata tra la clavicola e la gola. Solo allora si decise a mollare la presa sulle proprie gambe per cercare di tirarsi via premendo almeno una mano contro il suo petto. Lo fece d'impulso, senza pensare al fatto che Ranma potesse afferrargliela, quella mano, e farla sparire nella sua. E stringerla, come lei aveva fatto con lui.
"Smettila di dimenarti tanto, è inutile. Pensa a dormire, piuttosto".
Praticamente lo stava… 'ab-bracciando'. Non voleva, non l'avrebbe mai fatto di sua spontanea volontà, ma di fatto Ranma la tratteneva per una spalla da un lato e per una mano dall'altra, costringendola a tenere la propria premuta contro il suo torace.
E lei, col cuore che tamburellava nelle orecchie, le viscere annodate, la faccia in fiamme e il respiro corto, lei che gli uomini li invidiava e detestava, che aveva respinto Ryoga disgustata, che voleva diventare una monaca errante per aiutare i più deboli e mai un uomo l'avrebbe sfiorata…
Lei smise di opporsi.
Si arrese, in realtà, senza aver tentato nemmeno uno straccio di resistenza, perché – alla fine – non lo voleva davvero.
Chiuse gli occhi e assaporò il contatto delle dita sul suo petto anche se c'era la stoffa di mezzo, del proprio corpo che seguiva il profilo del suo ormai indelebile nella mente, di quel cuore che la cullava mentre abbandonava la testa contro il suo collo, del suo viso che le lambiva la fronte. Rilassò anche le gambe e le distese accanto alle sue. E alla deriva in cui stava andando, capì che se l'avesse di colpo lasciata andare, lei – per tutti i dannati kami – non si sarebbe mai scostata da lui. Avrebbe dovuto vergognarsi per certi pensieri, invece scoprì di essere impotente perfino in quello. Non sapeva spiegarselo, eppure era così. L'aveva avvinta poco per volta e ora, stordita e confusa, stava venendo meno a tutto ciò cui si era votata. E per questo non sapeva se essere più indignata con se stessa o più furiosa verso Ranma.
Kami, quanto lo odiava.
(Ti ho visto provare emozioni umane, fratello! Ti ho visto quasi perdere il controllo e vivere per la prima volta, mentre la stringevi a te, è questo che ti sconvolge!)
Qualcosa gravava su di lui, ma era un peso che non era scontento di sopportare, lo strinse anzi a sé ancora di più.
(Tu non ti rendi ancora conto di quanto sei maledettamente fortunato, vero? No, certo, tu stai qui a preoccuparti se il karma stia ancora cercando di fotterti… Piantala di farti le seghe immaginarie! Il Cielo ha finalmente messo fine alla tua ricerca, possibile che non te ne renda conto?)
Daisuke non poteva capire. Lui aveva bisogno della certezza assoluta, maledizione, al di là di ogni dubbio. Non poteva fallire di nuovo, non lo avrebbe tollerato: se si fosse sbagliato ancora sarebbe impazzito, questa volta.
(Quella donna è diventata per te qualcosa di più dell'essere umano che tanto hai cercato. Tu ci tieni a lei. È questo che ti terrorizza)
Spalancò gli occhi col fiato corto e sbatté più volte le ciglia cercando di riconoscere il posto in cui si trovava. La mente cominciò a snebbiarsi e lui abbassò lo sguardo con estrema cautela: cingeva ancora Akane a sé, ma la mano che le aveva afferrato la sera prima per impedirle di allontanarsi da lui era finita chissà come dietro il suo collo. Non era soltanto aggrappata a lui, era quasi sdraiata su di lui, aveva perfino insinuato una gamba fra le sue.
Si passò una mano sul viso cercando di calmarsi, ma nonostante non fosse una piuma e avesse una muscolatura di prim'ordine, Akane restava in tutto e per tutto una donna: se la sera prima era stanco abbastanza da poterlo ignorare, di prima mattina non poteva far finta che non avesse due seni e delle curve che aderivano al suo corpo.
Maschio mancato un accidenti.
Merda.
Aveva fatto un'altra bella cazzata e ora non sapeva come uscirne, ma il respiro pesante di lei gli dava la speranza di riuscire a scansarsi senza svegliarla. Le prese con delicatezza la mano ancorata al suo collo e Akane mugugnò risentita come un gatto cui tentano di portar via il cibo da sotto al naso, stringendosi a lui ancora di più, mentre la gamba finita in mezzo alle sue risaliva sino a sfiorargli l'inguine.
Merda secca.
Adesso premeva su di lui peggio di prima e nonostante gli sforzi per ricordare a se stesso che Akane era la sua allieva, la mente traditrice riportava a galla una dopo l'altra tutte le volte che se l'era ritrovata fra le braccia, svestita o quasi, a cominciare da quando l'aveva sorpresa nella vasca da bagno a Gero.
(Akane affonda le dita nei suoi capelli e li stringe e un brivido si dirama giù per la schiena, le braccia, le gambe. E come se le sue mani, i suoi seni, il suo grembo, i suoi capelli che solleticano il collo, le lacrime che gli hanno bagnato il kimono, il suo respiro contro la bocca non bastassero a disorientarlo, la vede di colpo rilassarsi e sfiorargli le labbra con le sue)
Il ricordo che più di tutti avrebbe voluto evitare lo costrinse a piantarsi le unghie nei palmi, serrare gli occhi e mordersi a sangue l'interno di una guancia. Doveva svegliarla immediatamente, magari mettendola in imbarazzo e facendola sprofondare nella vergogna, così da togliersi d'impaccio.
Tornò a scrutarla e aprì la bocca. Ma lei dormiva così placida, col sorriso sulle labbra, che a lui non uscì niente. In compenso constatò con orrore che una goccia di sudore gli stava scendendo lungo una tempia. Si costrinse allora a osservare il paesaggio silenzioso e indifferente oltre le travi crollate come se potesse davvero distogliere l'attenzione da certi particolari e trovare una soluzione. Forse doveva vederla come una sfida, perché le sfide lui non le perdeva mai: le avrebbe dato uno scrollone così da staccarsela di dosso.
Sollevò di nuovo la mano, la tenne a mezz'aria e la lasciò ricadere inerte sulle gambe, neanche fosse un panno flaccido. Perché in realtà lui…
Maledizione.
Reclinò la testa all'indietro e la poggiò contro la parete cercando di acquietare il respiro.
Lui non voleva svegliarla davvero.
Non posso essere arrivato a questo punto, non è possibile.
Perché nel momento in cui si fosse destata, si sarebbe ritratta come scottata.
Non sta accadendo, non a me, non adesso.
E lui avrebbe dovuto lasciarla andare.
(Akane schiude le labbra mentre alza su di lui le iridi trafitte dalla luce. Non avrebbe mai creduto di vedere, un giorno, l'oro negli occhi di qualcuno. Né di vedere l'oro sorridere)
(Sei fottuto)
Dannazione. Non lei. È solo una mocciosa!
Ma per quanto si sforzasse, doveva arrendersi all'evidenza che non riusciva più a vederla come tale.
Akane spostò il braccio dal suo collo per stringergli l'altro fianco – e per la miseria aveva una morsa che avrebbe fatto invidia alla mascella di una tigre – e Ranma capì che se non l'avesse scansata subito sarebbe finita male.
"Akane, svegliati", ordinò a denti stretti guardando con ostinazione il cielo terso sopra di loro.
Alle sue orecchie salì un borbottio e nient'altro.
Allontanala, idiota, ora!
Strinse i denti ancora di più, mollò finalmente la sua spalla e le afferrò senza riguardo il braccio con cui lo stava strizzando, dandole una spinta tale che la piaga ricadde distesa sull'altro fianco con un tonfo. Si svegliò di soprassalto chiedendosi agitata cosa stesse succedendo e guardandosi intorno con un'espressione stravolta, ma piuttosto che risponderle Ranma ne approfittò per alzarsi.
"Ma non siamo in pericolo…".
"Alzati, dobbiamo ripartire", le ordinò mentre si allontanava in fretta sentendola, al contempo, sbadigliare e stiracchiarsi.
"Non ho mai dormito tanto bene in vita mia, è paradossale considerando dove ci troviamo… ma dove stai andando?".
"A farmi un bagno".
"Nel lago? Adesso?!".
Alle loro spalle le montagne innevate, davanti a loro la cittadina di Kaga e, all'orizzonte, il mare che sembrava una distesa d'argento liquido. Akane se ne riempì gli occhi, talmente estasiata da non sapere se ridere o piangere e non solo perché finalmente avrebbe potuto fare un bagno caldo e mangiare qualcosa di decente, ma perché si sarebbero riposati più a lungo e magari per la prima volta nella sua vita avrebbe saggiato la consistenza della sabbia sotto i piedi.
"Da come lo guardi sembra che tu non l'abbia mai visto".
Akane avvampò: sapeva a cosa si stesse riferendo, ma la mente l'aveva riportata a poche ore prima, quando Ranma era uscito da lago incurante del fatto che lei fosse sulla riva a chiedersi dove fosse andato a cacciarsi. Invece era di colpo balzato fuori dall'acqua, tuttavia stavolta non aveva distolto lo sguardo: forse doveva ringraziare che Ranma fosse controluce, ma era riuscita comunque a tenere saldamente gli occhi fissi nei suoi senza mai abbassarli, nonostante lui avanzasse con una lentezza esasperante con quel sorriso a mezza bocca capace di scioglierle le viscere. Brava, stai imparando, finalmente, le aveva detto fermandosi davanti a lei per strizzare la treccia. Ma lei non c'era cascata, gli aveva sorriso a sua volta continuando a concentrasi sul punto fra le sopracciglia, perché se lo avesse davvero guardato negli occhi era certa che avrebbe vacillato. Ranma le aveva dato soddisfatto una pacca sulla spalla e l'aveva superata, lasciandola a respirare più velocemente di prima, ormai rassegnata al fatto che il suo rapitore-maestro-guardia del corpo fosse non solo avvenente e prestante – e già era un problema – ma non disdegnasse di andarsene in giro poco o per nulla vestito, causandole subbugli sempre più difficili da tenere a bada.
Come se non bastasse, continuava a sentire il suo corpo rovente contro il proprio e doveva reprimere la tentazione di aumentare la distanza fra loro: per tutto il tragitto fin lì aveva camminato diversi passi dietro di lui e non avevano quasi scambiato parola. Avrebbe preferito continuare così fino a che non si fosse rilassata fra i vapori di una vasca termale e avesse sbiadito i ricordi della sera prima e di quella mattina.
"Infatti non ho mai visto il Mare Interno, ma da quassù sembra meraviglioso. Com'è camminare su una spiaggia?", provò nel tentativo di sviare la mente.
"Lo scoprirai tu stessa. Ma prima devo sistemare quella faccenda di cui ti ho accennato, quindi per prima cosa chiederò in giro: non dovrebbe essere difficile scovare un cinese con gli occhi verdi, se vive ancora da queste parti".
Akane scrutò il suo profilo, certa di aver capito male.
"Hai detto verdi?".
"Sì", rispose Ranma incamminandosi. "Verdi. Neanche immagini quante combinazioni di colori esistano nel mondo, te ne stupiresti".
"Aspetta! Ti andrebbe di parlarmene?".
Mentre scendevano verso i margini di Kaga, Ranma iniziò a colmare quelle lacune che Akane aveva sin da quando aveva iniziato l'addestramento con Happosai. Il vecchio maestro le aveva raccontato innumerevoli aneddoti, ma taciuto troppi particolari sul mondo al di fuori dello Yamato e lei, in testa, aveva solo un'accozzaglia di informazioni eterogenee, tanto da rendersi presto conto di aver confuso popoli e luoghi e culture, se non addirittura aver preso per veri racconti inventati di sana pianta. Sopra ogni altra cosa, però, voleva saperne di più sulle Huang Shan.
"Ho visto dei dipinti su alcuni rotoli, ma non so quanto siano veritieri: esistono davvero montagne dalle pareti verticali che si innalzano come pinnacoli solitari sino al cielo?".
Ranma si rabbuiò e si fermò, come a ponderare la risposta da darle.
"Sì, spesso infatti sono avvolte dalle nuvole, o dalla bruma".
Aveva distrutto con una semplice domanda la distensione che era tornata fra loro. Ranma riprese accigliato a camminare senza più proferire parola e lei si maledì: le piaceva ascoltarlo raccontare al di là della sua insaziabile curiosità. Un sorriso alla volta, le aveva evocato paesaggi incantati fatti di foreste di altissimi bambù e deserti sterminati, laghi nel mezzo di colline di sabbia, palazzi estesi come città e città grandi come feudi, fuochi colorati che creavano disegni nel cielo e danze con draghi di cartapesta. Il variopinto mondo oltre il Mare Interno l'aspettava e lei non voleva oltrepassarlo impreparata.
"Ho detto qualcosa di sbagliato?".
"No, nulla", tagliò corto lui.
Le neve si fece sempre più rada finché non lasciò il posto a un'esplosione di rosso e oro punteggiati di verde sopra le loro teste. Kami, se le fronde erano meravigliose: si protendevano sul sentiero formando un intrico di rami che si stagliava contro il turchese del cielo. L'aria rimaneva pungente tanto da farle pulsare le tempie e darle l'impressione che le ghiacciasse il naso, prima ancora del viso, ma sapeva di terra umida, di foglie cadute che formavano un tatami multicolore steso davanti a loro, della resina che colava lungo i tronchi. E finalmente alle orecchie arrivavano rumori che nulla avevano a che fare con i loro sandali che affondavano nel manto nevoso: il fruscio delle chiome contro altre chiome, i cinguettii degli uccelli, il ronzare degli insetti. Chiuse gli occhi e si beò del mondo che era tornato a splendere e a far udire la sua voce.
"Quali altri paesi hai visitato?", tentò nella speranza che a Ranma fosse passato il malumore.
"Perché vuoi saperlo? Non detesti forse questo mondo?".
Stavolta fu lei a fermare il suo incedere.
"Ascoltami bene: a undici anni dissi a mio padre che non avrei sposato nessuno, che volevo diventare una monaca. Una monaca guerriera, s'intende. Lui mi rispose che sarei potuta diventare monaca solo quando avessi compiuto il mio dovere, quando avessi dato tanti figli a mio marito e ottenuto il suo permesso. Avrei dovuto chiedere il permesso di vivere la vita che volevo al termine, magari, della vita che mi è stata concessa di vivere. E sempre che non la perdessi prima. Credevo tuttavia che almeno nelle altre classi sociali esistesse qualcuno libero da simili costrizioni, invece ovunque rivedo la stessa prigione mentale, tutti piegati di fronte all'ineluttabilità della propria esistenza prestabilita dalla nascita, per questo…".
"Se stai pensando che fuori da questo paese esista gente padrona della propria vita, ti risparmio la fatica: è così ovunque".
"Non è vero e tu ne sei la prova".
Ranma la guardò come se avesse due teste.
"Sei la dimostrazione che non tutti si lasciano incatenare, per cui sono certa che ne esistano altri come noi, magari da qualche parte c'è un luogo in cui le persone sono libere di…".
"Lo credevo anch'io, un tempo", la interruppe. "Non immagini quanto abbia cercato, quanto abbia sperato. Non c'è niente di diverso là fuori. E nemmeno io sono diverso da quelli che consideri morti dentro, tu stessa te se ne sei resa conto".
"Forse mi sbagliavo su di te".
"No, invece, avevi ragione: sono morto molte volte. E alla fine mi sono arreso, come chiunque altro".
Riprese a camminare e lei provò una stretta al petto.
"Quanti paesi hai visitato?", gli chiese raggiungendolo nella speranza, ancora una volta, di distrarlo dai suoi pensieri foschi. Lui parve rifletterci su.
"Corea, India, il Tibet, la Mongolia, l'Impero Russo… e mi sono spinto ancora più in là, la Persia, l'Europa…".
"Non ho idea di quanto siano distanti, ma sei riuscito a vedere davvero tutti questi luoghi? In quanto tempo?".
Lui la guardò come se fosse pentito della confidenza che le aveva fatto.
"Non saprei dirti. Anni", glissò.
Pur avendo l'aspetto di un uomo sulle trenta primavere, era impensabile che avesse solo una decina d'anni più di lei e la tentazione di chiedergli quale fosse la sua età era forte, ma tirò le briglie alla lingua e se ne rimase zitta: non era ancora il momento.
"In base a ciò che mi ha raccontato Happosai, sono disposta anche a entrare in contatto con i Barbari del Sud pur di…".
"Buona fortuna, allora" le augurò. "Coloro che noi riteniamo inferiori, considerano inferiori noi e ci disprezzano, neanche immagini quanto: si credono i padroni dell'intera terra. Senza contare che hanno usanze stravaganti e non si lavano".
"Loro… cosa? Com'è possibile?!".
"È così: gli Europei, cioè i Barbari del Sud, sono convinti che lavarsi sia 'peccato' o che se fanno un bagno si ammalano. Sono pazzi".
Akane era raggelata al pensiero che gente simile potesse mettere piede nello Yamato, fosse anche solo in un isolotto commerciale come Dajima.
"Spero allora di non incontrarne mai uno, devono essere disgustosi… Che significa 'peccato'?".
"Commettere un atto impuro. E non si cambiano nemmeno la veste, indossano sempre la stessa per mesi. Puoi immaginare il fetore che emanano".
"Dèi del cielo, è veramente rivoltante!", commentò con una mano sulla bocca perché lo stomaco si stava ribellando. "A proposito, ora che mi sovviene: Happosai mi accennò una loro usanza, tempo fa, ma si è rifiutato di approfondire. Forse tu potresti spiegarmi di cosa si tratta".
"Più tardi, siamo arrivati".
In lontananza il cancello d'ingresso alla città era gremito di gente in attesa di superarlo. La fila era lunga e le guardie passavano in rassegna uomini e donne.
"Andiamo", le fece cenno Ranma cercando qualcosa in una delle sue maniche.
"Tu hai un lasciapassare?", chiese incredula. Lui le elargì un sorriso sornione.
"Non fare quella faccia: me l'ha dato quel rospo di Uesugi quando mi ha liquidato", confessò esibendo un foglio ripiegato davanti al suo naso. "Quello che mi aveva concesso tuo padre l'ho perso, così me se sono fatto fare un altro che permetterà a me, come cacciatore di demoni, di entrare e uscire da qualsiasi città. E a te di seguirmi in quanto mio allievo: sei pur sempre un monaco errante, no?".
"Ma allora potevi mostrarlo quando siamo arrivati a Shirakawa, perché non…".
"Perché tu avevi bisogno di sfogare la tua ira sulla kuchisake-onna, io di dimostrarti che non devi farti scrupoli e, insieme, ricevere un trattamento migliore al villaggio grazie alla testa sanguinolenta di un demone. Adesso copriti il volto col tengai e seguimi senza aprire quella boccaccia".
Ranma superò la fila di contadini, monaci, mercanti coi loro carretti, donne con fiori recisi, uomini con ceste di erbe sulle spalle e incurante degli inchini nei suoi confronti, andò a piazzarsi davanti al cancello. Dopo l'accenno di un inchino mostrò il lasciapassare a una delle guardie, che lo squadrò dalla testa ai piedi, aprì il foglio spiegazzato e lesse brevemente, quindi fece un passo indietro stupito e gettò un'occhiata anche a lei, che confidò nel travestimento da komuso. Il samurai si rivolse a Ranma berciando qualcosa e indicandola col mento, Ranma grugnì di rimando indicandola a sua volta con un cenno del capo. La guardia deglutì, fece un breve inchino e rivolgendosi agli altri samurai di basso rango gridò quello che doveva essere un ordine. Il cancello venne spalancato e loro lo oltrepassarono.
Non fu difficile scoprire dove vivesse la persona che stava cercando: appena in una taverna chiese di un cinese con gli occhi verdi, gli indicarono senza indugio il Tempio di Natadera.
Kaga non era molto diversa da Edo o da Nagoya. Stessi edifici bassi di legno coi tetti di tegole grigie, stesse botteghe, stesse insegne, la stessa umanità affaccendata a sopravvivere o ad accumulare denaro. Passarono davanti a tappezzieri, fabbricanti di stuoie, di ombrelli o di ventagli, falegnami, rivenditori di saké, scalpellini che vendevano lanterne e koma-inu, cambiavalute, sale da tè, banchi di pegni, commercianti di riso… Tutto quel via vai di gente che entrava, usciva, contrattava, gridava per attirare l'attenzione, litigava, rideva quasi la indusse a ritornare sulle proprie convinzioni. Ma sapeva di non doversi fare illusioni.
All'angolo di un produttore di bastoncini d'incenso scorse un bonzo che si reggeva a un bastone accompagnato dal suo probabile novizio. Ignorò il giovane per scrutare il cespuglio di sopracciglia canute che nascondeva gli occhi, così come i baffi e la lunga barba lasciavano intravedere soltanto uno spicchio grinzoso di labbro inferiore. Il vecchio parve accorgersi della sua curiosità, perché alzò il mento e sorridendo si volse nella sua direzione per mostrarle le sfere perlacee che aveva per iridi.
"Detesto i ciechi", sbottò Ranma.
"I ciechi?", gli chiese sovrappensiero.
"Sì, i ciechi. A volte vedono molto meglio di chi gli occhi li ha".
Akane gli lanciò un'occhiata interrogativa.
"Sto aspettando una spiegazione".
"Ricordi il 'terzo occhio'? Quel bonzo lo sta usando e si è accorto di me".
"E perché proprio di te?".
"Perché ho un'aura diversa da quella di tutti gli altri. Su, muoviti".
Il monaco continuò infatti a seguirli con lo 'sguardo' finché non scomparve dietro il fiume umano che gremiva la via, ma era sulle parole di Ranma che Akane stava riflettendo: aveva un'aura diversa? In che senso?
Stava ancora cercando di mettere insieme tutte le enigmatiche informazioni che aveva raccolto su di lui durante il viaggio, quando giunsero al Tempio di Natadera, incastonato in una natura lussureggiante a ridosso di una parete di roccia che lasciò Akane a bocca aperta. Dipinto di rosso, si stagliava in fondo a un viale alberato che virava dal giallo all'arancio e al cremisi. Era talmente incantata che non badò a Ranma che si mise a discutere con un monaco all'ingresso, finché non vide quello stesso monaco prostrarsi a terra: era agitato e, le sembrava, persino terrorizzato. Quando si alzò in piedi corse via come se Ranma avesse appiccato il fuoco alla sua veste. Ancora una volta il ronin era oggetto di ossequio da parte del clero e ciò era anche comprensibile, dal momento che faceva il lavoro sporco al posto loro, ma tutta quella considerazione sembrava comunque eccessiva.
(Vi prego di prestare attenzione allo youkaihanta che avete scelto quale guardia del corpo: cacciare i demoni non è il suo vero mestiere. Ci sono maschere così ben costruite che è meglio non tentare di sollevarle dal volto che celano, dietro potreste scorgervi orrori inimmaginabili)
Aveva dimenticato l'ammonimento dell'abate del monastero di Hida. C'era sul serio qualcosa di strano, dunque, nella deferenza che i religiosi gli tributavano.
Il giovane bonzo tornò trafelato e s'inchinò di nuovo a Ranma, quindi fece strada verso il tempio.
"Ha detto che la persona che sto cercando è effettivamente qui, ma stamattina è uscito per un'incombenza e non farà ritorno molto presto. Approfittiamone per sfamarci e farci un vero bagno. Siamo su terra consacrata, quindi spero non sia così stupido da ingaggiare qui un combattimento contro di me, quando tornerà".
"Cosa c'entra un eventuale scontro col fatto che siamo all'interno di un'area sacra?".
Ranma la fissò un istante di troppo.
"Nulla, non badare a quello che ho detto".
- § -
Dal giorno prima non era cambiato niente.
Akari sembrava la pallida imitazione di una giovane nel fiore degli anni, un'ombra malinconica che si aggirava nel castello come uno spettro che non trovava pace, quando riusciva a convincerla a uscire dalla nuova stanza che aveva fatto approntare per loro. Ma lei era restia persino a farsi avvicinare da lui, sussultando ogni qualvolta cercasse anche solo di rivolgerle parola. Gli sorrideva, certo, ma con tale sforzo da sembrare sempre sull'orlo delle lacrime. Nemmeno nel suo adorato porcellino nero sembrava trovare conforto. La sua cameriera gli aveva detto che sarebbe occorso del tempo prima che si riprendesse, ma una vocina gli diceva che Akari non sarebbe mai più tornata quella di prima.
Con sguardo vacuo lei gli versò il macha in una tazza, spingendola poi con ambo le mani verso di lui sul basso tavolino. Giunse le mani in grembo senza mai alzare gli occhi e divenne più immobile di un jizo. Ovunque fosse in quel momento, difficilmente l'avrebbe raggiunta, ma era quasi certo che rivivesse continuamente dentro di sé ciò che aveva subìto: quella notte, dormendo a una distanza notevole da lui, non aveva mai smesso di agitarsi nel sonno, svegliandosi addirittura di soprassalto con un grido. Si era precipitato da lei e lei, ritraendosi spaventata, si era affrettata a prostrasi sul materasso chiedendo perdono. Solo quando glielo aveva concesso, si era rintanata lesta sotto la coperta dandogli la schiena. Ma gli incubi erano ricominciati.
Non gli permetteva di confortarla. Non gli permetteva nemmeno di starle accanto. Non esisteva che un modo per darle un po' di pace.
Ryoga afferrò la tazza e sorseggiò il tè, rigido come mai lo era stato nella sua vita.
"Ieri Soetsu e Tokimasa hanno accompagnato mio padre a ispezionare il feudo, saranno di ritorno in capo a qualche giorno", la informò studiando di sottecchi la sua reazione. "Verresti a fare una passeggiata in giardino?".
Se non fosse stato per il fremito delle sue ciglia, avrebbe giurato che nulla potesse turbare la sua impassibilità: non sollevò lo sguardo, né aprì bocca. A parte il respiro, era in tutto e per tutto una statua di pietra.
"Con molto piacere, Ryoga-sama", rispose come se le avesse chiesto di gettarsi da una rupe.
"Quando torneranno, sarò lieto di avere uno scambio di opinioni con loro".
Finalmente Akari mostrò le sue iridi, benché sembrassero i grani opachi di un rosario. Eppure era più bella ora di quanto non lo fosse mai stata.
"Non macchiate il vostro onore per me, Ryoga-sama, non ne vale la pena".
Lui posò la tazza.
"Mia è la colpa, mia l'onere di porvi rimedio".
"Se affronterete gli hatamoto di vostro padre, il mio sacrificio sarà stato inutile".
"Come puoi dire questo?".
"Vi prego, Ryoga-sama, non fate nulla che possa arrecarvi discredito presso il nostro daimyo o il clan Tendo. Ciò che ho fatto, l'ho fatto per voi. E lo farei di nuovo".
"Akari, io...".
"Desiderate dell'altro tè?".
Aveva rinunciato al suo onore per lui, null'altro contava per lei. Ma finché quei due maledetti erano liberi di vagare per il castello, lei non sarebbe mai più uscita da quella stanza. E lui, più di tutto, rivoleva il suo sorriso, il rossore sulle sue gote, la luce nei suoi occhi. Rivoleva la sua Akari. Solo adesso si rendeva conto di cosa avesse perso e di quanto ne avesse bisogno. E pur di far sì che ritornasse, si sarebbe bagnato le mani di sangue.
"Grazie, Akari".
- § -
"Un cacciatore di demoni ha chiesto di me?", domandò mentre scioglieva il nodo del fukāmigasa. "E dove si trova adesso?".
"È salito in cima alla collina, il komuso che lo accompagna invece è ancora nei bagni. Ho pensato di avvisarti prima che mettessi piede nel santuario perché quello youkaihanta, pur non dimostrando intenzioni malevoli, cela qualcosa di inquietante".
"Spiegati meglio", disse sfilandosi il cappello.
"Innanzitutto, non ho mai visto un ronin con i capelli acconciati a quel modo: sono incolti, certo, ma sono anche legati in una treccia".
Mu-Xue strinse il copricapo con tale forza da deformarne un lato.
"Una… treccia?".
"Sì", rispose il giovane monaco. "Ma la cosa più allarmante sono i suoi occhi: sono…".
"Grigi?".
Il bonzo lo fissò stupito.
"Allora lo conosci!".
Mu-Xue lasciò cadere il cappello e guardò oltre il portale d'ingresso del tempio pur sapendo che quello sterco di maiale non poteva essere così vicino, o un formicolio dietro la nuca lo avrebbe avvertito della sua presenza.
Saotome.
Ranma.
A poca distanza da lui.
Stentava a crederci, ma a quanto pare gli dèi avevano ascoltato le sue preghiere. Tuttavia, nonostante fosse progredito nelle arti marziali, sapeva fin troppo bene quanto il suo rivale fosse formidabile. Si era ripromesso di affrontarlo, un giorno, ma doveva procedere con cautela e capire se fosse ancora presto per uno scontro. Forse doveva ringraziare Buddha di trovarsi su un terreno sacro.
"Ha spiegato il motivo della sua visita?".
"Non ne ha fatto parola".
Era venuto lì apposta a cercare lui, perché? Che altro voleva? Non gli era bastato portargli via Shan-pu? Un momento…
Sgranò gli occhi e un leggero sorriso si distese sul suo volto.
"Hai detto che è venuto qui con un komuso?", chiese pregando in cuor suo di non sbagliarsi, benché sapesse quanto fievoli fossero le possibilità, data l'età che ormai doveva aver raggiunto.
"Sì, credo si trovi ancora…".
Ma non lo ascoltava più. Mu-Xue iniziò a correre verso l'area del santuario adibita ai bagni col cuore che scoppiava nel petto per la felicità. Dopo tutti quegli anni l'avrebbe rivista, anche solo per dirle addio. Non poteva credere che fosse venuta nello Yamato per lui, ma non poteva essere diversamente: voleva dargli l'estremo saluto, magari chiedergli perdono e lui non si sarebbe di certo fatto aspettare.
Giunse trafelato nei bagni, ma fu accolto dal silenzio. Chiese a un monaco che stava spazzando per terra e lui gli indicò il giardino retrostante. Mu-Xue si precipitò di nuovo all'aperto e lo vide di schiena: sembrava davvero un komuso, ma il 'terzo occhio' gli permise di vedere oltre l'illusione per scorgere un'innegabile figura femminile sotto gli abiti pesanti che indossava.
Stava per gridare il suo nome, quando si rese conto che c'era qualcosa di sbagliato in quella sagoma.
Era quella di una giovane donna. Troppo giovane.
Il sorriso morì e una dolorosa fitta al costato gli fece quasi sperare che il cuore si fermasse.
Se Ranma era tornato nello Yamato ed era venuto lì con un'altra donna, solo una cosa poteva significare.
Mu-Xue serrò le ciglia su quegli occhi inutili, lasciando che le lacrime rigassero il viso.
La sua amata se n'era andata per sempre. La sua bellissima Shan-pu dai capelli di seta e dalle curve generose, dal sorriso ammaliante e dallo sguardo infuocato. Non aveva nemmeno potuto rivederla un'ultima volta e quel bastardo figlio di una scrofa l'aveva già rimpiazzata.
Riaprì gli occhi e asciugandosi con una manica osservò la ragazza che, ignara, guardava verso la collina in attesa che il secchio di feci tornasse. Un'altra vittima del ronin che gli aveva rovinato l'esistenza.
Ma ora aveva l'occasione di fargliela pagare.
I piedi erano ancora indolenziti e il taglio alla caviglia fastidioso, ma il bagno era stato rigenerante: le sembrava di essere rinata, dopo il viaggio estenuante cui Ranma l'aveva costretta. Non avrebbe retto ancora a lungo, se non si fossero fermati in quel luogo. Nella vasca si era persino addormentata dalla stanchezza accumulata e ora che si era cambiata il kimono e aveva messo lo stomaco a tacere, poteva aspettare il ritorno di Ranma contemplando quella natura meravigliosa. Osservò i gradini intagliati nella roccia che costeggiavano le grotte e poi quelli che scomparivano sotto i torii e le fronde degli alberi. Magari avrebbe potuto raggiungerlo, perché aspettarlo? E pensare che fino a una decina di giorni prima ne avrebbe approfittato per scappare. Ora invece attendeva quasi con trepidazione il ritorno del suo rapitore. Che, rammentò a se stessa, adesso era innanzitutto il suo maestro. Che tuttavia la stava riportando a Nagoya. E intanto ne approfittava per cacciare entità demoniache e seppellire cadaveri, perché prima di essere il suo maestro era uno youkaihanta. Che situazione assurda. Mai quanto lei, però, che seguiva spontaneamente un cacciatore di demoni pagato per riportarla fra le pareti del suo castello. Eppure Ranma era cambiato, rispetto al loro incontro-scontro a Gero: poco a poco aveva smesso di essere scostante e oltraggioso, le sue smorfie sprezzanti avevano lasciato il posto a sorrisi sempre più ampi, le sue occhiate gelide e taglienti a sguardi sempre più penetranti. Eppure una domanda non smetteva di assillarla: perché? Perché Ranma lo stava facendo? Per tenerla buona? O il suo aiuto era davvero disinteressato? Aveva sviato tutte le sue domande e ciò era sospetto.
"Una vista splendida, non è vero?".
La mano corse all'impugnatura della wakizashi: chiunque fosse riuscito ad arrivarle alle spalle, senza che ne avvertisse la presenza, non doveva essere da sottovalutare.
Akane si voltò con circospezione verso la voce, ma quando ne scorse il volto attraverso le grate del tengai, non poté impedirsi di trattenere il respiro. L'uomo davanti a lei, dai lunghi capelli raccolti in una coda alta sulla nuca, aveva lineamenti simili a quelli giapponesi, eppure era senza meno uno straniero. Ma furono le iridi a lasciarla senza fiato: mai nella sua vita aveva visto la giada negli occhi di qualcuno. E tuttavia c'era qualcosa di strano: un velo opaco era steso sulla pupilla, benché in apparenza la stesse guardando dritto in faccia.
Consapevole di non poter rispondere per via del suo travestimento, Akane si limitò a un lieve inchino. L'uomo che Ranma stava cercando fece a sua volta un cenno col capo.
"Io sono Mu-Xue, un umile agopunturista e massaggiatore. Mi hanno riferito che il cacciatore di demoni con cui viaggiate mi sta cercando. Mi chiedevo tuttavia come mai uno come Ranma si portasse dietro una donna: non è da lui", osservò con un sorriso appena accennato, fin troppo simile a quelli maligni di Nabiki.
Akane si tese come la corda di un arco. Quell'uomo era in grado di usare la 'seconda vista' e con ogni probabilità lei doveva stare in guardia.
"Mi avete scoperta", ammise sorridendo a sua volta. "Sono la nobile Tenkei Aika e sono qui in pellegrinaggio. Ho ingaggiato Ranma come guardia del corpo, si è allontanato un momento, ma presto sarà qui. Posso farvi i complimenti per il vostro eccellente giapponese?".
"Vi ringrazio, nobile Aika, è merito dei monaci presso i quali vivo ormai da molti anni: mi hanno insegnato anche a vedere con gli occhi della mente. E a discernere le menzogne dalla verità".
Il sorriso di Akane vacillò e sapeva che lui poteva vederlo.
Tentò un passo indietro per sguainare la spada, ma Mu-Xue si rivelò più rapido di quanto pensasse: una lama scattò fuori da una manica e gliela puntò alla gola, mentre con l'altra mano le afferrava il polso impedendole di estrarre la wakizashi dal fodero.
"Che ne dici di aspettare Ranma insieme?", le alitò a denti stretti contro le fessure del cappello. "Sono sicuro che troveremo un modo piacevole per passare il tempo in attesa del suo ritorno".
