Glossario:
Cao nĭ mā = "fottimadre" (parolaccia cinese).
Choo: unità di misura giapponese corrispondente a 105/110m a seconda delle zone.
Chŭn zhū = "stupido maiale" (parolaccia cinese).
Furisode = "maniche svolazzanti": kimono formale completamente decorato indossato dalle donne nubili.
Huaidan = "bastardo" (parolaccia cinese).
Jian: spada cinese dalla lama dritta a doppia affilatura.
Kappa: rane umanoidi che vivono nei fiumi, nei laghi e negli stagni e si divertono a fare scherzi, ma anche danni seri. In genere si nutrono di bambini, ma anche di adulti succhiando loro le interiora attraverso l'ano. Poiché temono solo il fuoco, i giapponesi organizzano annuali festival di fuochi d'artificio per tenerli lontani.
Lago Ōmi: antico nome del Lago Biwa, il più grande del Giappone con i suoi 670 kmq.
Lĭ: unità di misura nota come 'miglio cinese' compresa tra i 416 e i 576 metri a seconda dei periodi.
Nekomata: gatto con due code capace di camminare sulle sole zampe posteriori. La trasformazione di un gatto in nekomata avviene al raggiungimento di un'età avanzata (10 anni, secondo alcuni racconti): per questo fino al XVII secolo ai gatti spesso veniva mozzata la coda, convinti che ciò avrebbe impedito la trasformazione. Tale superstizione potrebbe aver contribuito all'allevamento del bobtail giapponese, una razza di gatti privi di coda.
Nekomusume: "donna gatto", ovvero un bakeneko (gatto mutaforma) femminile. Quelli malvagi arrivano a divorare le persone per sostituirsi a esse.
Nō: forma di teatro sorta in Giappone nel XIV secolo. I testi sono costruiti in modo da poter essere interpretati liberamente dallo spettatore. È caratterizzato dalla lentezza e dall'uso di maschere caratteristiche.
Onigiri: chiamata anche omosubi, è una polpetta di riso, in genere triangolare, con un lato avvolto in un'alga nori essiccata per poterla afferrare. È un tipico cibo di strada ripieno di salmone, tonno o prugne salate (umeboshi).
Shite: primo attore del teatro nō.
Tengu: uomini-uccello dotati di un lungo naso o di un becco, con ali sulla testa, capelli rossi, faccia rossa, verde o nera.
Tsukemono: sottaceti usati come contorno al riso (tra i più comuni: ravanello, cetriolo, melanzana, prugna, carota, cipolla, cavolo e zenzero).
Wa: armonia/pace/equilibrio interiore.
Xiangliu: mostruoso serpente con 9 teste.
XIX
RIVELAZIONI
Dentro un abbraccio puoi fare di tutto:
sorridere e piangere, rinascere e morire.
Oppure fermarti a tremarci dentro, come se fosse l'ultimo.
(Charles Bukowski)
"Sei sempre dietro di me, Akari, non è vero?", chiese Ryoga con una lieve apprensione che non si preoccupò di mascherare.
Da quando l'aveva invitata a uscire dalla sua stanza per una passeggiata in giardino con la scusa che Soetsu e Tokimasa non fossero in quel momento nel castello, lei aveva sempre camminato dietro di lui in perfetto silenzio e con un passo così felpato che avrebbe fatto invidia a un ninja. Perfino ora che erano usciti allo scoperto, mentre passeggiavano sotto il portico, aveva l'impressione di essere solo.
"Sì, Ryoga-sama", rispose una vocina a mala pena udibile.
Ryoga si fermò e si volse a guardarla e ciò che vide fu come un cappio attorno al cuore: Akari teneva lo sguardo ancorato alle assi di legno del pavimento, ma di tanto in tanto lo posava intorno a lei con occhiate rapide e nervose, il corpo scosso da un lieve tremolio non meno della voce, le mani nascoste sotto un variopinto furisode che strideva col volto teso e pallido.
"Akari, guardami: non hai nulla da temere. Gli hatamoto di mio padre non sono qui, non li vedremo per diversi giorni e in ogni caso ci sarò sempre io al tuo fianco".
E non appena quei bastardi faranno ritorno, le loro mogli diventeranno due inconsolabili vedove.
Lei sollevò a mala pena il viso e si sforzò di elargirgli un sorriso tirato, senza soffermare però gli occhi su di lui: continuò a tenerli bassi e a scrutare con circospezione ciò che la circondava.
"Akari, io…", tentò facendo un passo avanti, le braccia protese, ma lei si ritrasse spaventata, guardandolo neanche il suo volto si fosse di colpo deformato fino ad assumere le fattezze di un oni.
"Pe-perdonatemi, Ryoga-sama, non volevo…", si scusò con un inchino. "Non-non accadrà più, ve lo giuro!".
(Ve lo giuro, Ryoga-sama, non accadrà più, starò più attenta, perdonatemi!)
Ryoga lasciò cadere le braccia lungo i fianchi, i pugni sempre più stretti. Le stesse parole che aveva pronunciato la notte innanzi, mentre si prostrava in lacrime sul tatami chiedendo umilmente perdono per averlo svegliato con le sue urla raccapriccianti. Non una, ma tre volte. Quante altre ancora l'avrebbe sentita urlare disperata nel sonno? Quante ancora l'avrebbe vista svegliarsi di soprassalto col volto rigato dal pianto, i capelli sfatti? E infine inchinarsi, tremante e scossa dai singhiozzi, chiedendo venia per una colpa che non aveva. Se c'era una cosa che aveva imparato nei suoi viaggi in mezzo ai monti, era che nessuna paura sarebbe stata superata semplicemente restando in attesa che passasse da sola.
"Non sei tu che devi scusarti, Akari, ma io. Sono io che devo chiederti perdono per aver ingenuamente creduto di ritenerti al sicuro, che nessuno avrebbe osato varcare la soglia della mia stanza per alzare un dito su di te. So che non vorresti parlarne ma solo lasciartelo alle spalle, tuttavia non credo alle parole della tua dama di compagnia".
Lei gli lanciò un'occhiata furtiva.
"Cosa intendete dire?".
"Mi ha pregato di avere pazienza con te e di non fare mai accenno a ciò che sei stata costretta a subire, mi ha addirittura chiesto di far finta che non sia accaduto nulla, così col tempo il dolore si sarebbe attenuato e tu avresti dimenticato, ma io non lo credo possibile. Poco fa, mentre prendevamo il tè nella nostra nuova stanza, mi sono dovuto imporre di recitare una parte che ho in odio non meno degli hatamoto di mio padre: quella del perfetto samurai che finge di non sapere o minimizza per non turbare il wa del suo interlocutore, come se il tuo wa non fosse già stato distrutto. Anche tu, Akari, ti sei imposta di recitare una farsa, proprio tu, l'unica persona che non l'aveva mai fatto. E io non posso sopportare di vederti mentire a te stessa, prima ancora che a me".
La giovane fece un altro passo indietro, il capo chino, le labbra tremolanti.
"Vi scongiuro, Ryoga-sama, non dite altro! Seppellite nel vostro cuore ciò che è accaduto, come io mi sto sforzando di fare col mio. Non dovete preoccuparvi per un essere insignificante come me, io non sono niente, non conto niente".
"Conti per me! Neanche immagini quanto tu sia importante per me e non starò qui a sforzarmi di comprendere il tuo sacrificio perché non di sacrificio si è trattato, ma di abuso! E meriti giustizia".
"Tacete, vi supplico! Qualcuno potrebbe udirvi!".
"E che sentano! Ma tu non farai la fine di quella ragazza, o non mi chiamo più Hibiki Ryoga!".
Finalmente sul volto di Akari comparve un'espressione diversa dalla paura o dalla rassegnazione: increspò la fronte, forse nel tentativo di afferrare il significato delle sue parole.
"Di quale ragazza parlate?".
Lui sospirò, indeciso se confidarsi o meno.
"Anni fa ho soccorso, troppo tardi, una giovane aggredita da un gruppo di briganti. Anche se li uccisi tutti, lei non faceva che piangere disperata pensando solo al suo disonore. La ricondussi comunque dalla sua famiglia e me ne andai. Quando ripassai da quelle parti, qualche mese dopo, venni a sapere che si era gettata nel fiume e i suoi genitori non si davano pace perché non capivano il motivo del suo suicidio. Allora compresi che lei non aveva mai fatto parola con nessuno delle violenze subite e alla fine il peso di ciò che aveva dovuto sopportare l'aveva portata a compiere l'estremo gesto".
"Voi dunque temete che io…".
"Vuoi farmi credere che un simile pensiero non ti abbia sfiorata?". Lei esitò, prima che gli occhi tornassero a osservare il pavimento. "E che io non immagini che non ti sei ancora tolta la vita solo perché sei un ostaggio e la tua famiglia potrebbe subire delle ripercussioni? Ma poco a poco morirai lo stesso: ho già perso il tuo sorriso, Akari, anche se spero non per sempre. Non voglio perdere anche te".
"Oh, Ryoga-sama, non merito tanta considerazione, io…".
La vide di colpo impallidire, se possibile, ancora di più, mentre rimaneva senza fiato con l'orrore crescente negli occhi. Qualunque cosa avesse visto alle sue spalle, la terrorizzò e ammutolì al tempo stesso, eppure la indusse anche a chinare il busto in avanti in segno di ossequio.
Ryoga si voltò per capire chi fosse arrivato a pietrificarla, benché solo tre persone potevano avere quel potere. Non si stupì troppo, quindi, di trovarsi davanti Tokimasa. Si chiese piuttosto perché fosse tornato così presto e se fosse da solo, ma di Soetsu a quanto pareva nemmeno l'ombra.
L'hatamoto s'inchinò deferente a Ryoga senza degnare Akari di uno sguardo e Ryoga, compiendo un'autentica violenza su se stesso, s'impose un cenno di saluto col capo per non insospettirlo, mentre dentro di sé immaginava nei minimi particolari il momento in cui l'avrebbe scuoiato vivo una striscia di pelle alla volta.
"Akari, aspettami nella nostra stanza", le ordinò senza neppure voltarsi, mentre studiava il volto indifferente di Tokimasa: almeno in apparenza, l'uomo non sembrava interessato a lei, né immaginava che lui sapesse.
"Hai, Ryoga-sama!", la sentì pronunciare con sollievo. Solo quando i passi frettolosi della giovane smisero di giungere alle sue orecchie, Ryoga incitò il bastardo che aveva di fronte a parlare.
"Nobile Ryoga, vostro padre richiede con urgenza la vostra presenza a Toba".
"Il motivo?", chiese brusco, ma Tokimasa non diede a intendere di averlo notato.
"Riguarda la conduzione del villaggio, Ryoga-sama".
"E ha scomodato voi per riferirmi questo messaggio?".
"Ha ordinato che io resti qui a vegliare sull'Airone Bianco in vostra vece", riferì con un nuovo inchino.
Quello fu il momento in cui Ryoga si rese conto con rassegnazione che sarebbe stato condannato a mentire fino alla fine dei suoi giorni: nessun sipario sarebbe mai calato sulla recita della sua vita. E se con Akari poteva ancora evitarlo, fuori dalla loro stanza avrebbe dovuto indossare per sempre una maschera, come uno shite del teatro nō.
"Molto bene", rispose Ryoga col ghiaccio nel cuore. "Prima di partire, però, c'è una questione che vorrei sottoporre alla vostra attenzione, così che sia risolta al mio ritorno. Andiamo nelle scuderie".
"Nelle scuderie, Ryoga-sama?".
"Esatto, vorrei che vegliaste sulle cure prestate al mio cavallo: deve essere completamente guarito, per quando sarò tornato".
"Non dubitate, Ryoga-sama, me ne occuperò personalmente".
"Bene", disse incamminandosi, "seguitemi".
"Ehm… perdonate, ma le scuderie sono da questa parte, Ryoga-sama", gli fece osservare Tokimasa con un cenno della mano e un inchino cercando di non mostrare l'imbarazzo che di certo sentiva per lui.
Ryoga si guardò intorno volgendo spaesato la testa qua e là, prima di schiarirsi la voce.
"Sì, bene, precedetemi".
Satoru stava ammucchiando la biada, quando in lontananza vide Tokimasa-sama e Ryoga-sama che venivano proprio verso di lui. Non pensava avrebbe rivisto il suo salvatore per due giorni di fila e sorrise dentro di sé al pensiero che Ryoga-sama, tanto forte e coraggioso, potesse aver bisogno di qualcuno che gl'indicasse la strada o lo accompagnasse ovunque, eppure ai suoi occhi ciò non diminuiva il suo valore. E se finalmente aveva l'opportunità di sdebitarsi tanto meglio.
Appena furono abbastanza vicini, Satoru s'inchinò, come gli altri stallieri, sino ad avere davanti al naso null'altro che il pavimento della stalla.
"Come sta il mio cavallo?", gli chiese il suo 'padrone'.
"Un po' meglio, Ryoga-sama: ha mangiato un po' di fieno", mentì Satoru ancora chino.
"Bene, prendine dell'altro", gli ordinò.
Satoru tornò eretto e incontrò lo sguardo rigurgitante d'ira di Ryoga-sama: gli bastò l'occhiata obliqua che avevano concordato perché in un lampo avesse conferma di cosa dovesse fare. Depose a terra il mucchio di biada che ancora teneva fra le braccia e si diresse all'entrata della scuderia, facendo cenno a Jiro e Kiyoshi, che avevano ripreso a spazzare il pavimento, di uscire lesti.
"È nell'ultimo stallo in fondo, isolato dagli altri: si è accasciato improvvisamente, potrebbe essere malato, forse addirittura contagioso", spiegò Ryoga-sama all'hatamoto del padre. Era diventato bravo a inventare fandonie, constatò Satoru, ma a frequentare ambienti malsani come i castelli era inevitabile, forse.
"In fondo, avete detto?", domandò Tokimasa. Chissà perché gli umani avevano la fissazione di ripetere ciò che dicevano i loro interlocutori. Forse come forma di rispetto?
"Sì, l'ultimo a sinistra…", ripeté Ryoga mentre Satoru chiudeva le ante della stalla e ne bloccava l'accesso con una trave.
Da perfetto samurai, Tokimasa fissò impassibile l'alloggiamento indicatogli, anche quando il muso pezzato del cavallo di Ryoga-sama fece capolino con un nitrito. Nemmeno quando scalciò inquieto la sua espressione distaccata si scompose, benché ormai dovesse aver chiaro che da quel luogo non sarebbe mai uscito vivo.
"Come lo avete capito? Ve l'ha detto lei?", chiese l'hatamoto quando il cavallo perfettamente in salute protese il muso verso di lui.
"Ha importanza, ormai?".
"Vi prego di riflettere su ciò che state per fare, Ryoga-sama", disse fronteggiandolo senza ombra di timore. "Qualsiasi danno arrecherete a me, sarebbe una sfida aperta a vostro padre".
Nonostante la luce fioca che penetrava da fuori, Satoru vide le mani di Ryoga-sama chiudersi a pugno e tremare dal desiderio di colpirlo.
"Danno? Perché pensi che ritroveranno anche un solo pezzo, di te?".
Tokimasa spalancò gli occhi.
"Che intenzioni avete? Se è la mia morte che volete, non avete che da chiederla e io farò seppuku, ma vi prego di tenere a mente che ciò che ho fatto l'ho fatto per voi e per il casato, su preciso ordine di…".
"Come se m'importasse il fatto che hai obbedito a un ordine di mio padre: non avresti dovuto toccarla in ogni caso. Lei è mia", scandì Ryoga. Non fu tanto l'affermazione di possesso a stupirlo, quanto il tono che aveva usato: era il ruggito di una belva a cui avevano sottratto la preda da sotto gli artigli e ora pronta a riprendersela.
"Se con la mia fedeltà e obbedienza vi ho offeso, sono pronto a togliermi la vita, lasciatemi soltanto…".
"Troppo facile, Tokimasa. In ciò che hai fatto non c'è onore, quindi non meriti una morte onorevole".
L'hatamoto perse finalmente la sua compostezza: si poteva toccare tutto, a un samurai, tranne il diritto ad aprirsi il ventre in pubblico per mostrare quanto coraggio avesse a togliersi la vita con le sue stesse mani.
"Ryoga-sama, sono pur sempre un samurai!".
"Tu non sei niente. E soffrirai come ha sofferto lei, urlando come un maiale scannato mentre ti staccherò un arto alla volta. Niente pira funebre per te, solo la botola sotto i tuoi piedi".
Tokimasa abbassò lo sguardo e fece inorridito un passo indietro. Il chiusino di scarico significava una cosa sola: finire in un pozzo verticale che sfociava nella parete di roccia a picco sul mare. Qualsiasi cosa vi fosse stata gettata dentro, sarebbe finita dritta sugli scogli. Ma Tokimasa era troppo robusto per non rimanere incastrato, prima andava fatto a pezzi.
"Ryoga-sama, riflettete! Come pensate di giustificare un atto tanto ignominioso?!".
"Non me ne preoccuperei, fossi in te: qualcuno è già pronto a prendere il tuo posto accanto a mio padre, ma a eseguire solo i miei ordini", disse Ryoga avanzando come un felino che ha costretto il topo in un angolo. "Mi serve solo che la tua testa rimanga integra, non è così, Satoru?".
"Sì, Ryoga-sama", confermò il mutaforma con un sorrisetto complice. "La sua faccia è tutto ciò che mi occorre".
- § -
"Entra qui dentro, muoviti", le ordinò Mu-Xue spostando la punta della lama dal fianco alla gola. Akane si ritrovò spintonata in quello che doveva essere un magazzino, con un odore stantio che non riusciva a definire e poca luce che penetrava dalle grate dell'unica finestra sulla parte alta di una parete.
"Nessuno ci disturberà", sentenziò il cinese alle sue spalle, mentre chiudeva la porta e armeggiava con un chiavistello. Se solo non le avesse sottratto la wakizashi e non l'avesse lanciata lontano… sciocca era stata a non mantenere la dovuta distanza. Avrebbe potuto comunque tentare di disarmarlo, ma la rapidità che l'uomo aveva dimostrato la indusse a mantenersi cauta e ad aspettare che abbassasse la guardia o commettesse un passo falso. Aveva ragione Ranma: doveva assolutamente imparare a padroneggiare il qi.
"Non puoi immaginare quanto ho bramato il momento in cui mi sarei vendicato di quel bastardo, non riesco a credere che sia vero", le confessò. "Avrei preferito staccargli la testa di netto, ma uno scontro diretto al momento giocherebbe a mio sfavore, per cui per ora mi accontenterò di una piccola rivalsa. Togliti quel tengai, muoviti".
Fuori una cornacchia strillò quel disappunto che a stento Akane tratteneva, ma con estrema calma sollevò le mani per sciogliere il nodo che teneva fermo il copricapo. E quando si privò della sua maschera, il disgusto sul volto del cinese fu tale che il corpo arretrò, anche se non indietreggiò di un passo.
"E tu saresti una nobildonna? Con quella faccia?".
Akane chiuse una a una le dita a pugno, desiderosa più che mai di frantumargli la sua, di faccia.
"Non ho mentito, cinese, Ranma è davvero la mia guardia del corpo".
Mu-Xue si avvicinò un passo felpato alla volta, ritirando la lama nella manica e studiandola da sotto in su senza mai attenuare la smorfia di profonda avversione.
"Lo credo che vai in giro con un tengai: fai spavento. Sicura di essere una donna?".
Akane gli sferrò una testata che gli spezzò il setto nasale. Mu-Xue ululò di dolore barcollando all'indietro con una mano premuta sulla faccia e Akane ne approfittò per colpirlo allo stomaco con un calcio rovesciato che lo mandò a sbattere contro la parete. Incredibile, eppure non crollò a terra: il cinese si guardò la mano insanguinata, prima di alzare gli occhi inferociti su di lei.
"Volevo fotterti fino a farti perdere i sensi", sputò con un sorriso maligno. "Ma scommetto che nemmeno Ranma ha avuto lo stomaco. Forse con due manrovesci potrei renderti attraente".
Alla prima occasione avrebbe chiesto al ronin il significato della parola fot-te-re, anche se era piuttosto chiaro a cosa l'uomo stesse alludendo. Nel frattempo poteva concentrarsi sul come fargli ingoiare tutti i denti.
"Sicuro che qui nessuno ci sentirà?", domandò Akane nel togliersi il dotera, abbassare il kimono fino alla vita e mettersi in posizione di attacco senza smettere mai di convogliare aria nell'addome. "Perché non voglio essere disturbata mentre ti spezzo le ossa una a una".
L'uomo sgranò gli occhi ancora più inorridito, ma non aveva importanza: contava solo che gli avrebbe fatto rimpiangere di averla insultata.
"Chi ti ha insegnato quella postura, specie di donna?", la derise riassumendo la sua espressione spavalda e iniziando ad avanzare. "Non importa, in ogni caso non puoi…".
La sua testa che sbatteva contro il muro e ci restava incastrata: quello era l'unico suono che valesse la pena sentire. Ripiegò la gamba tesa con cui l'aveva colpito al collo e spiccò un secondo balzo in avanti, il pugno destro proteso pronto a sfondargli il cranio, ma all'ultimo istante Akane ampliò solo il buco già creato nella parete: Mu-Xue era svanito. Si volse di scatto e un ceffone la fece roteare fin quasi a sbattere contro la medesima parete, ma poi parò un affondo portato con dita ad artiglio e poi un altro e un altro ancora, sempre più rapidi, sempre più vicini al suo petto: il maledetto usava lo stile della tigre e doveva ammettere che i suoi attacchi non mancavano di potenza nonostante il fisico esile, doveva uscire subito da quella situazione prima che le perforasse il torace. Si acquattò e lo colpì alla milza con un pugno prima e con un calcio poi, ma anziché sputare sangue sulla terra battuta, Mu-Xue era di nuovo in piedi. E ora che ci faceva caso, la sua testa era illesa.
"Sembri sorpresa, deduco che Ranma non ti abbia detto niente…".
Mu-Xue partì all'attacco, stavolta mirando alla gola e arrivò quasi a strapparle la carotide: la sua velocità non faceva che aumentare, mentre a lei aveva sempre fatto difetto. Cercò di colpirlo con le gambe, ma lui riuscì a parare ogni attacco finché non le ghermì un braccio e lo torse, portandoglielo dietro la schiena, per poi costringerla sulle ginocchia.
"Te lo chiedo di nuovo: sei davvero una nobildonna? La pelle non è certo quella di una contadina, ma i tuoi lineamenti non sono quelli di un'aristocratica. Sei un mezzodemone?".
I denti stretti ancora di più, Akane fece scattare la gamba all'indietro per colpirgli una caviglia e il cinese la lasciò andare. Lei balzò in piedi, ma solo per ricevere un pugno in pieno stomaco che le strappò il fiato e la mandò a sbattere con la schiena contro un pilastro di legno.
Mu-Xue si lanciò contro di lei e Akane fece altrettanto, ma inarcando di colpo la schiena all'indietro per calciarlo in piena faccia col piede sinistro. Si sentì invece ghermire la caviglia destra e si ritrovò a volare fino a sbattere contro una parete, mentre lui annullava la distanza: stavolta la morsa delle sue dita si strinse attorno al collo finché Akane sentì i piedi perdere aderenza col terreno. Si ritrovò ad annaspare, con le mani aggrappate al suo polso e i piedi che scalciavano, a chiedersi come fosse possibile. Con la gamba sinistra gli sferrò un calcio sulle costole e avrebbe potuto giurare sugli déi di averle sentite spezzarsi. Eppure Mu-Xue non mollò la presa, non si accasciò nemmeno.
"Cagna maledetta", sputò soltanto a denti stretti, tornando poi a sorriderle come nulla fosse.
Non può essere! Sono sicura di avergliele rotte!
"Chi è stato il tuo maestro? Parla o continuo a stringere".
"Il… il venerabile… Happosai…".
"Cosa?", sbottò Mu-Xue. "Ora capisco… Se ti può consolare, avresti avuto la meglio su chiunque altro", le concesse allentando quel tanto la presa perché lei crollasse sulle ginocchia. Poggiò una mano a terra per non arrendersi del tutto, mentre tossiva fino alle lacrime premendo l'altra mano sulla bocca.
"Se è stato Happosai ad allenarti, allora forse hai detto il vero e non dovrei stupirmi che tu conosca Ranma, anche se non comprendo come possa portarsi appresso una come te".
"Ranma… è abituato a prendersi quello che vuole… vero?", insinuò ricordandosi improvvisamente le tattiche di Nabiki per indurre l'avversario a esporsi e guadagnare tempo.
"Proprio così. È come un uragano che spazza via ogni cosa ovunque vada, incurante del male che causa".
"Cos'è accaduto tra te e lui?", chiese cercando di riprendere fiato. "E cos'è che avrebbe dovuto dirmi? E com'è possibile che… Io ti ho colpito, ne sono sicura!".
"Ti riferisci al mio naso, che è tornato a posto? O alle costole, che si sono già risaldate? Tasta pure, se non mi credi", le disse allargando le braccia.
"Stai farneticando! È impossibile, kamisama, impossibile!", insistette scuotendo la testa. Ma per quanto tentasse di negarlo, non osò appurarlo con le sue stesse mani: sapeva che stava dicendo la verità, perché i suoi occhi e i suoi sensi non l'avevano ingannata. "Smettila di ridere! Cosa sei?".
Mu-Xue indietreggiò di alcuni passi osservandola compiaciuto.
"Oh no, la domanda giusta è: cosa siamo. Io, Ranma, Happosai… ce ne sono molti come noi".
Ad Akane si fermò il respiro.
Gero.
La locanda.
"Intendi… cacciatori di demoni?".
Ranma che la sovrastava al suo risveglio.
"Cacciare demoni? Io?", rise sprezzante Mu-Xue indicandosi. "Non sono così stupido".
Lei che gli spezzava il naso con una testata.
O così aveva creduto.
"Cosa… cosa siete, allora?", chiese ancora con la voce ridotta a un filo.
Aveva creduto anche di aver rotto un polso a Daisuke.
("Gli ho fratturato il polso, vero?".
"No, sta bene".
"Sul serio? Strano, mi sembrava di aver udito l'osso spezzarsi…")
Eppure la ricordava, lei, la piega innaturale della sua mano.
Ma era passata sopra a tutto. A tutto quanto. Anche al gigantesco atsuki che con un tentacolo aveva scaraventato Ranma contro un albero e lui, incredibilmente, si era rialzato in piedi. Non un osso rotto, nemmeno un graffio.
(Hai osservato tanto, ma non hai mai aperto gli occhi. Per tutto questo tempo, hai visto solo quello che volevi vedere)
"Che cosa siete?!", gridò frustrata.
Mu-Xue ampliò ancora di più il suo sorriso sardonico.
"Chiedilo a lui. Mi piacerebbe solo esserci quando lo metterai in difficoltà con l'ultima domanda che quelli come noi vogliono sentirsi rivolgere, cosa darei per vedere la sua faccia… Chissà che menzogne fantasiose allestirà per le tue orecchie, è bravo a versare miele nelle orecchie altrui, sai? Quasi quanto a combattere".
"Che vuoi dire? Cos'è accaduto fra di voi?".
"Ma come, non ti ha illustrato con dovizia di particolari il motivo per cui è venuto sin qui?".
"Ha solo accennato al fatto che ha sposato una donna che volevi tu. Ha detto che lei ti disprezzava, per cui ti avrebbe solo fatto un favore…".
La faccia di Mu-Xue si gonfiò fino a diventare paonazza.
"Lei era mia!", urlò indicando se stesso con un indice. "E lui me l'ha portata via!".
- § -
Impero di Mezzo, villaggio delle Donne di Polso, nono anno di regno dell'imperatore Kangxi
della dinastia Qing (1670)
Lo colpì con tale violenza alla bocca dello stomaco da svuotargli i polmoni. Wen-Li cadde ginocchia nella polvere, paralizzato dal dolore al punto da non riuscire nemmeno a respirare. Tentò di reggersi almeno con un braccio, perché se fosse caduto in avanti l'onta sarebbe stata tale che non si sarebbe più rialzato.
"In piedi. Hai diciassette anni, non tre. Se continuerai a ruzzolare per terra non solo non sposerai mai una Donna di Polso, ma non verrai considerato degno nemmeno di pattugliare i confini del villaggio: verrai bandito, lo comprendi o no? È la tua ultima possibilità", lo ammonì Mu-Xue.
"Io almeno ce l'ho una possibilità", lo canzonò Wen-Li alzandosi in piedi su gambe malferme senza smettere di tossire. "Tu, per quanto bravo sia diventato, non l'avrai mai: la nonna di Shan-Pu non ti permetterà di sfidare sua nipote".
Il nuovo attacco lo sorprese ai fianchi. Stavolta l'amico finì bocconi in una pozzanghera e si rovesciò sulla schiena maledicendolo.
"È inutile che te la prendi con me, non le ho fatte io le regole. La tua possibilità è sfumata anni fa, quando Shan-Pu ti ha atterrato con una facilità impressionante nel momento stesso in cui le hai dichiarato l'intenzione di sfidarla, un giorno. Che volo, hai fatto, me lo ricordo come fosse ieri!", ridacchiò.
"Sta' zitto! Finiscila! Sovvertirò le regole, vedrai: dimostrerò che sono diventato degno di lei battendola!".
"E come? Cogliendola di sorpresa come ha fatto lei con te?", ironizzò Wen-Li.
Mu-Xue sbuffò. Se all'epoca non fosse stato tanto stupido da esternare le sue intenzioni così presto, forse Shan-Pu non lo avrebbe attaccato senza preavviso. Soprattutto, non l'avrebbe sconfitto coprendolo di vergogna. Ma lei era la nipote della capovillaggio, altera e sprezzante verso chi, inferiore come lui, osava anche solo guardarla, figurarsi rivolgerle parola. E quel giorno lontano aveva messo in chiaro quale fosse il posto di Mu-Xue in seno alla comunità. Da allora le cose erano precipitate: non avrebbe avuto mai più alcuna possibilità con lei. Eppure, caparbio, aveva ingoiato ogni umiliazione sperando, prima o poi, di ribaltare la situazione senza accettare che fosse irreversibile. Come la perdita graduale della vista.
"Perché no? Vuoi sapere la verità? L'ho già battuta".
"Che cosa?!", gridò l'amico sollevandosi sui gomiti. "Ma che ti stai inventando? Se fosse vero…".
"È vero! Eravamo soli giù al fiume, lei è scivolata su una roccia bagnata, è caduta in acqua e io le ho puntato il bastone alla gola prima che ne uscisse. Praticamente ha perso, solo che non c'erano testimoni e quando sono corso da sua nonna a raccontarle della sua sconfitta, la vecchia ha preferito credere alle menzogne di sua nipote".
"Quindi ora vorresti…".
"Ho sentito che sua nonna sta valutando una lista di pretendenti così lunga che rischio davvero di perderla: uno di loro pare sia Zhen-Wu, ti rendi conto? Se fosse vero, la perderò di sicuro e non posso permetterlo, Wen-Li, non posso rinunciare a lei, ho sputato sangue per essere al suo livello, non posso arrendermi ora e lasciarla nelle mani di quell'huaidan! Ma dato che non sarò fra coloro che l'affronteranno in una sfida ufficiale, devo scontrarmi con lei prima di chiunque altro per poter dimostrare il mio valore. Lo scontro però deve avvenire davanti a testimoni, stavolta, ecco perché devi aiutarmi".
"Ascolta, Mu-Xue", iniziò l'amico rimettendosi in piedi. "Sei diventato un guerriero temibile, te lo concedo, ma anche se hai imparato a combattere usando l'udito, resta il fatto che stai diventando cieco. Sempre più spesso fai fatica a distinguere le persone a un palmo di naso, sua nonna ti ammazzerà, piuttosto che farti sposare Shan-Pu, anche se dovessi riuscire a batterla davanti a tutto il villaggio".
"È un rischio che devo correre".
"Ma perché? Sarà anche bellissima, ma ti ha sempre detestato! E se è vero che l'hai battuta, ti odierà più che mai perché proprio tu l'hai umiliata, per cui farà di tutto per impedirti di sposarla, lo capisci? Perché ti ostini a volerla come moglie?".
"Maestro Chen! Maestro Chen!".
Mu-Xue riconobbe la voce di Yong-Pi che arrivava trafelato alle sue spalle e si volse. A mala pena riuscì a distinguere i tratti del ragazzino impolverato che a pochi passi da lui riprendeva fiato con le mani poggiate sulle ginocchia: sbatté le ciglia, come se potesse recuperare quei contorni che avevano perso consistenza ormai da tempo.
"Respira piano, Yong", rispose il Maestro Chen mentre a gesti intimava agli altri allievi di cessare gli allenamenti.
"Maestro, il consiglio delle anziane vi ordina di raggiungere il Passo del Corvo: uno straniero si è presentato con l'intenzione di entrare nel villaggio e sta sbaragliando le nostre sentinelle! Si tratta dello sterminatore di demoni dagli occhi grigi che ha ucciso lo Xiangliu pochi giorni fa!".
Gli allievi si guardarono allibiti gli uni con gli altri, come a cercare conferma nel volto del compagno che avessero ben inteso le parole di Yong. Qualcuno sorrideva eccitato, forse all'idea di vedere di persona l'ormai celebre cacciatore di demoni.
"Bene, bene… hai sentito, Wen-Li? A quanto pare abbiamo trovato chi ti rimpiazzerà", rise il maestro lisciandosi la punta della barba e incamminandosi.
Mu-Xue fu tra i pochi a seguire a distanza il Maestro Chen e i guerrieri più valenti verso la gola d'accesso al territorio del villaggio, anche se proprio quel colosso di Zhen-Wu gli si affiancò fino a trovarsi i suoi pettorali davanti agli occhi. Potresti farti male, insinuò con un sorriso di scherno, meglio se resti a badare alle anatre. Dopodiché gli diede le spalle e con una risata si allontanò, la treccia lunga sino al fondoschiena che ondeggiava al ritmo delle sue falcate. Se quel forestiero era tanto formidabile quanto si vociferava, non voleva perdersi la sconfitta di quel gigantesco cao nĭ mā.
Dall'alto della rupe scoscesa il Passo del Corvo appariva gremito di teste che erano lì con l'unico scopo di fermare l'avanzata dello straniero: si presentavano uno dopo l'altro con un nome altisonante e un inchino con le mani giunte a pugno davanti alla fronte, saluto ogni volta ignorato dal cacciatore di demoni, che rimaneva immobile a braccia conserte a guardarli avanzare minacciosi, far sfoggio della loro indiscutibili abilità con armi di volta in volta diverse, per poi parare i loro colpi come se li prevedesse e farli volar via senza nemmeno prendersi il disturbo di utilizzare la propria, di arma.
Mu-Xue era senza parole. Per quell'uomo combattere era come respirare: abbatteva annoiato uno dopo l'altro tutti gli sfidanti, persino coloro che lui avrebbe definito invincibili. Persino quel chŭn zhū di Zhen-Wu. Tutti sconfitti. Mu-Xue era sbigottito e allo stesso tempo scoppiava dalla felicità, perché nessuno del villaggio a quel punto avrebbe potuto sfidare Shan-Pu per ottenere la sua mano. E tuttavia, per la prima volta, provò una leggera apprensione pur non avendone alcun motivo: adesso toccava alle donne ed era certo che sarebbero intervenute le anziane in persona, per cui non aveva di che preoccuparsi.
L'uomo fece alcuni passai avanti, prima di fermarsi guardandosi intorno e sollevare infine il volto nella sua direzione. Mu-Xue fu travolto da un violento formicolio dietro la nuca e si ritrasse con la testa fra le mani, proprio nel momento in cui riconobbe la chioma di Shan-Pu che fluttuava nell'aria: una jian per ogni mano, stava divorando la distanza che la separava dallo straniero. Da sola.
No!
Mu-Xue tese scioccamente una mano verso di lei, come se potesse impedirle di avanzare col pensiero, mentre il formicolio diminuiva d'intensità e lui riusciva ad alzarsi in piedi. Imboccò il sentiero che aggirava il passo e corse giù verso la gola a perdifiato, nelle orecchie gli strepiti delle anziane che ordinavano invano a Shan-Pu di fermarsi immediatamente e tornare indietro. Non poteva accadere una cosa del genere. Shan-Pu sposata a uno qualsiasi del villaggio era già insopportabile, ma sposata a uno straniero era inconcepibile. Non doveva permetterlo, fosse anche a costo della vita. Non doveva assolutamente accadere una cosa simile.
All'imboccatura della gola si ritrovò davanti al naso le schiene immobili di tutte le anziane schierate e un silenzio inquietante: una di loro stava combattendo contro il forestiero mentre le altre assistevano? Eppure al suo orecchio non giungevano i rumori di una lotta… Mu-Xue si fece largo fra le donne pur sapendo di rischiare la pelle solo per questo e si guadagnò una bastonata in testa. Finì carponi e quando rialzò gli occhi il mondo precipitò.
Nessuna anziana aveva arrischiato ad affrontare lo straniero, ormai era del tutto inutile: l'uomo costringeva Shan-Pu inginocchiata, tenendola per i polsi alti sopra la testa con una mano sola, una spada a terra, l'altra conficcata sbieca nel terreno.
No…
Aveva perso. La splendida donna di polso che popolava i suoi sogni e alimentava le sue fantasie, che seguiva ovunque andasse finché gli occhi glielo avrebbero permesso, che spiava da lontano seguendo il suo profilo sempre più rarefatto e immaginando le sue curve sotto gli abiti succinti. La guerriera di cui non perdeva mai un allenamento. L'abile combattente che affrontava a testa alta i migliori allievi del proprio e degli altri villaggi e mai ne era uscita scalfita.
Aveva perso.
Nooooo!
Shan-Pu sollevò lo sguardo e incontrò il suo. E sorrise di gioia maligna.
Mu-Xue cessò di vivere.
"Poiché hai sconfitto una Donna di Polso, in base alle leggi del villaggio sei obbligato a sposarla, straniero", annunciò la nonna di Shan-Pu che sembrava distante da lui molti lĭ. "Qual è il tuo nome?".
Cessò di vivere nell'istante in cui capì che la donna che desiderava più di ogni altra cosa al mondo aveva, in realtà, deciso di perdere.
"Saotome, Ranma", scandì il vincitore lasciando andare i polsi di Shan-Pu, che ne afferrò uno e se lo massaggiò. Mu-Xue non staccò mai gli occhi da quelli dell'amata, mentre lei si rialzava in piedi osservandolo sdegnosa dall'alto in basso e accostandosi trionfante al suo futuro marito. Fu quando al suo sguardo soddisfatto si unì quello indagatore dello straniero, che Mu-Xue capì di non poter tollerare nemmeno di vederli uno accanto all'altra.
La nonna di Shan-Pu stava accordandogli il permesso di entrare nel villaggio, quando Mu-Xue si lanciò in avanti con un grido bestiale contro colui che avrebbe messo le mani addosso alla sua Shan-Pu. Afferrò la jian conficcata nel terreno e spiccò un balzo per mozzargli via di netto quelle luride mani.
"Non la toccareeeee!".
Lo sterminatore di demoni sollevò con calma un braccio e fermò la lama tra pollice e indice. Mu-Xue restò ammutolito a guardare la spada spezzarsi in due il tempo di ritrovarsi il collo nella morsa dell'altra mano del vincitore, che lo sollevò di peso e se l'avvicinò al volto. Anche se respirava a malapena e non riusciva nemmeno a scalciare le gambe, non avrebbe mai dimenticato quegli occhi: erano grigi davvero, ma viravano verso il blu delle pozze più torbide. Un brivido percorse la schiena per tutta la sua lunghezza.
"Uccidilo pure, è solo un peso per il villaggio", dichiarò Shan-Pu.
Mu-Xue spostò lo sguardo esterrefatto su di lei.
Shan-Pu… mi odi fino a questo punto?
E anche se era indegno per un combattente, sentì le lacrime iniziare a bruciare agli angoli degli occhi fino a rendere tremolante quel poco di vista che gli restava.
Lasciò andare il polso dello straniero cui si era aggrappato con tenacia per non soffocare e per la prima volta nella sua vita smise di lottare.
"Così sei uguale a me", disse Ranma allentando la presa. "Forse dovrei ucciderti davvero. Ti farei solo un favore, credimi".
"Sì, ammazzalo", insistette Shan-Pu posandogli una mano sul braccio. "Tanto non vede quasi più, è un essere inutile".
Il forestiero si volse lentamente verso di lei col disgusto che grondava dallo sguardo.
"Sparisci", sibilò. Uno sputo sarebbe stato meno disonorevole.
Shan-Pu trasalì e ritirò la mano come scottata: nessun uomo era mai stato infastidito dalla sua presenza, ma lei obbedì e si allontanò, sparendo dalla sua precaria visuale che si andava riempiendo di puntini grossi come mosconi impazziti.
"Lascialo a noi, Saotome Ranma, gli infliggeremo la punizione che merita per aver osato intromettersi".
Il cacciatore di demoni parve soppesare le parole della nonna di Shan-Pu.
"Hai sentito, ragazzino?", gli chiese tornando a guardarlo. "Cosa preferisci, morire subito senza soffrire, o vivere subendo l'umiliazione di vedere quella ragazza sposata a me?".
"No… ti prego… non lei… non… lei!".
Il volto dell'uomo era il ritratto del ribrezzo.
"Sei invaghito di una mocciosa che ti vuole morto? Ce l'hai un cervello?".
"N-non… non mi importa!".
"Sei pazzo, allora, come tutti quelli che si ammalano d'amore. Pazzo e penoso".
Lo lasciò cadere a terra e, onta delle onte, lo scavalcò. E mentre Mu-Xue tossiva cercando di rimettersi in piedi, qualcuno lo afferrò per le braccia, gli legò le mani dietro la schiena e lo spintonò fino a un magazzino, dove fu rinchiuso.
Era ormai il crepuscolo, quando Wen-Li entrò di soppiatto: attraverso le grate della finestra il cielo andava incupendosi, ma nessuno aveva ancora acceso le lanterne.
"Ti ho portato qualcosa da mangiare", gli disse avvicinandosi con una ciotola e sedendosi di fronte a lui. Posò la scodella sulla stuoia, lo aiutò a mettersi seduto a sua volta e lo imboccò con le bacchette.
"Cos'hanno deciso? Avanti, Wen-Li, non farti supplicare! Che sta succedendo là fuori?", chiese divorando anche l'ultimo chicco di riso. L'amico sospirò affranto mettendosi a guardare la scodella ormai vuota.
"Si sposeranno domattina".
Mu-Xue iniziò a scuotere il capo.
"Ma c'è dell'altro…".
"No", affermò convinto. "Non è possibile, è troppo presto!".
"Subito dopo la cerimonia, tu verrai mandato via. Almeno così ho sentito".
"È troppo presto, c'è qualcosa sotto!".
"Hai capito cosa ho detto? Verrai cacciato dal villaggio subito dopo le nozze!".
"E tu hai capito o no che in tutto questo c'è qualcosa di strano!".
L'amico si mise a osservare uno a uno tutti gli attrezzi agricoli stipati nel deposito in evidente imbarazzo.
"Wen-Li, guardami. Che mi stai nascondendo? Parla!".
Lui abbassò di nuovo gli occhi sulla ciotola.
"Ho ascoltato di nascosto una conversazione tra Shan-Pu e Mei-Lan, che si è congratulata con lei per la riuscita del suo piano: pare sia stato tutto organizzato affinché Shan-Pu potesse sposare l'uomo di cui si è invaghita. È successo al torneo a cui ha partecipato una decina di giorni fa, quando all'improvviso è comparso lo Xiangliu: sarebbe rimasta uccisa, se non fosse stato per quel Ranma. Shan-Pu ha perso la testa per lui, ha detto alla nonna che non avrebbe sposato nessun altro, piuttosto la morte. Ma per sposare uno straniero, doveva essere sconfitta da lui davanti a testimoni e solo dopo che lui avesse dimostrato il suo valore battendo i suoi pretendenti".
Mu-Xue si sentì svuotato di ogni volontà.
Era stato tutto inutile.
Tutto inutile.
"Quindi… quindi la nonna di Shan-Pu si è messa segretamente d'accordo con questo Ranma…".
"Sì. E ti dirò di più: pare che quell'uomo fosse al torneo proprio per sfidare Shan-Pu: sposandola avrebbe potuto essere ammesso al nostro villaggio e in quanto marito della futura capovillaggio avere accesso a tutte le tecniche segrete delle anziane".
"Ti prego, Wen-Li, liberami. Me ne andrò stanotte stessa, non rimarrò qui a udire i festeggiamenti per le loro nozze".
"Non posso, amico mio", gli rivelò mesto. "Assistere al loro matrimonio fa parte della punizione che ti hanno inflitto".
- § -
Il vento faceva frusciare le foglie, che intessevano un fitto dialogo di ramo in ramo. Era da molto tempo, troppo probabilmente, che non ascoltava la loro voce e lui, occhi chiusi, si lasciò cullare da quel sottile bisbiglio.
Forse era stato un errore venire a Kaga, usare Mu-Xue come scusa per prolungare il viaggio. Perché alla fine di questo si trattava: restare insieme ad Akane il più a lungo possibile. Per insegnarle tutto ciò che poteva tornarle utile per fuggire di nuovo dal suo castello e da Happosai, certo, e tuttavia…
Non è solo per quello.
Rivide il suo volto estasiato, il sorriso emozionato all'idea di poter camminare per la prima volta nella sua vita su una spiaggia: quello l'aveva convinto a proseguire più di ogni altra cosa. Il sorriso genuino dei suoi occhi ancor più delle sue labbra.
Akane… anche il prenderla come allieva non aveva più il solo fine di aiutarla: diventare il suo maestro avrebbe dovuto garantire il mantenimento di una ragionevole distanza di rispetto fra loro, che invece non faceva che accorciarsi. Prova ne era la notte innanzi, quando aveva commesso una grossa sciocchezza. Non che non fosse vero che Akane avrebbe rischiato il congelamento, tuttavia anche quella era in parte una scusa: sapeva di irradiare abbastanza calore da scaldarla anche a breve distanza.
(Ah, ecco dov'eri! Ma certo, dove altro potevi aver dormito se non nella stanza di sua nobiltà?)
Per non parlare di quando lui si era risvegliato abbracciato a lei. La maledetta verità era che la voleva vicino a sé. Non gli era ancora ben chiaro il motivo, eppure non voleva che lei stesse troppo lontana da lui, pur sapendo perfettamente che non avrebbe più tentato di fuggire: ormai la teneva in pugno. E allora perché sentiva quel bisogno?
(Hai pronunciato il suo nome mentre 'aravi il campo' di un'altra donna)
Ranma riaprì gli occhi, respirando come un toro che scalcia il terreno.
Una spiegazione esisteva ed era del tutto plausibile: si era lasciato andare a confidenze con quelle cameriere, tutto qui, di sicuro convinto di parlare ancora con Daisuke.
(Non sa chi sei veramente, eppure ha sentito fin nel midollo la tua sofferenza)
Gli sembrava ancora di sentire la mano di Akane posata sulla propria, mentre scioglieva la neve per scovare il cadavere di quella donna. Non aveva avuto il coraggio di guardarla in volto perché sapeva cosa avrebbe visto: il dolore traboccare dai suoi occhi.
(E ha anche avuto compassione di te)
Gliel'aveva anche stretta, la mano, affinché lui sapesse di non essere solo, che era dispiaciuta per lui, che magari poteva persino capirlo.
(Tu ci tieni a lei. È questo che ti terrorizza)
Come poteva essere davvero terrorizzato? Lui? Da una… una…
"Siete quassù, venerabile youkaihanta, vi stavo cercando".
Ranma si volse al monaco che s'inchinò deferente: una cicatrice attraversava la faccia dal mento alla fronte passando per un occhio chiuso, ma sorrideva come se avesse raggiunto il Nirvana.
"Avevo bisogno di stare da solo per un momento. È tornato?".
"Sì, il nostro agopunturista ha fatto ritorno al tempio: l'ho visto intrattenersi con il komuso arrivato insieme a voi".
Ranma aggrottò la fronte e fece saettare lo sguardo verso il fondovalle.
"Con il… komuso?".
"Sì, ho visto Mu-Xue rivolgergli parola davanti ai bagni e poi li ho visti allontanarsi: credo si stessero dirigendo verso i magazzini, alle spalle del santuario".
Ranma fece qualche passo avanti per scrutare meglio gli edifici che componevano il complesso, pur sapendo che non avrebbe visto né Akane, né quella talpa rancorosa: non ne percepiva nemmeno la reminiscenza, da una tale distanza. Eppure non poté impedirsi di osservare il fluire della marea umana che percorreva il viale d'accesso al tempio nella speranza di vedere il cappello di Akane sbucare dalla folla.
"Grazie per avermi avvisato", disse con un cenno della testa prima di iniziare a scendere in fretta i gradini. Prima che una trave invisibile iniziasse a schiacciargli il petto. Prima che quel peso inspiegabile diventasse così opprimente da indurlo ad accelerare la discesa. Prima di ammettere con se stesso che Akane forse era in pericolo, che lui era stato un idiota ad averla lasciata sola e spiccare un balzo poderoso in direzione del santuario.
- § -
"Patetico".
Mu-Xue si volse a guardarla come se non potesse credere alle sue orecchie, con una calma che presagiva una reazione furiosa quanto devastante.
"Che. Cosa. Hai detto?", scandì.
"Hai sentito: sei patetico. Non vedevi prima ancora di perdere la vista e continui a non vedere ora che sei in grado di usare il 'terzo occhio'. Non vuoi vedere e per questo addossi a Ranma una colpa che non ha, pur di non ammettere che quella Shan-Pu non sarebbe mai stata tua, che tu la battessi oppure no".
"Ti sbagli! Non è così! Se solo avessi avuto uno scontro con lei davanti a tutti, io…".
"Patetico", confermò Akane cercando di alzarsi in piedi, prima che una fitta s'inerpicasse lungo la schiena dai lombi fino alle spalle, strappandole un gemito e paralizzandola contro la parete cui si era appoggiata.
Il manrovescio, stavolta, arrivò col dorso della mano, ma prima che potesse cadere Mu-Xue le ghermì di nuovo la gola e la sbatté contro il pavimento. La sua schiena urlò come mai prima di allora, ma Akane riuscì a impedire che il cinese le perforasse un occhio con la lama bloccandogli il polso, mentre con l'altra mano tentava di staccare quella di Mu-Xue dal proprio collo. Fu allora che il volto infuriato del cinese si congelò in un'espressione allarmata: la "guardava" ancora, ma era come se non la riconoscesse. Gli occhi inquieti si volsero in tutte le direzioni come se si aspettassero un attacco da un momento all'altro e benché impegnata a non farsi strozzare, Akane sentì comunque la temperatura che aumentava vertiginosamente. E dei sinistri scricchiolii provenire dal soffitto, come se…
Il boato annullò per un istante ogni percezione. Akane si portò le braccia a proteggere la testa e le gambe raccolte fino al torace, mentre Mu-Xue veniva sbalzato via da lei. In un attimo le caddero addosso pezzi e schegge di legno e si ritrovò coperta da una polvere sottile che la indusse a tossire con intensità sempre maggiore. Poggiò una mano a terra per rialzarsi almeno sulle ginocchia e nella polvere che lenta si depositava li vide: due occhi fiammeggianti che emergevano dal cumulo di travi spezzate, i pugni stretti che si aprivano in mani ad artiglio, le labbra piegate in una smorfia inferocita, lingue di fuoco che si irradiavano dal suo corpo incenerendo qualsiasi cosa lambissero.
Come contro l'atsuki…
Il sorriso con cui lo accolse subito morì: Ranma era l'ira personificata. Era come
(un demone)
se avesse eretto una barriera fra sé e la razionalità, mentre la squadrava dalla testa ai piedi. Akane non comprese tutta quella rabbia che ribolliva come lava, finché non abbassò lo sguardo su di sé: il kimono calato sino alla vita, le fasce che comprimevano il seno strappate in più punti, il sangue che colava da un braccio.
Il ronin non aveva bisogno d'altro.
Uno spostamento d'aria e a pochi passi da lei Mu-Xue urlava e scalciava i piedi tentando di non soffocare, stretto nella morsa della mano di Ranma che lo teneva sollevato da terra a un palmo dal suo naso, mentre la pelle del cinese iniziava ad arrossarsi come scottata e a coprirsi di vesciche.
"Ci incontriamo di nuovo, fottianatre… Avrei dovuto tagliarti la testa quando ne avevo l'opportunità. Tu non meritavi una seconda possibilità, non meriti niente!", ruggì lanciandolo talmente forte contro la parete opposta che Mu-Xue la sfondò da parte a parte.
Akane rimase pietrificata a fissare un Ranma sfigurato dalla collera, che ignorandola si lanciò nel varco appena creato. Sistemò alla meglio il kimono prima di precipitarsi fuori a sua volta passando attraverso il buco, solo per rimanere esterrefatta: di loro nessuna traccia.
"Pensavi davvero di sfuggirmi? Ti farò pentire di aver anche solo pensato di alzare quegli occhi inutili su di lei!".
Akane si voltò e sollevò lo sguardo: Ranma era in piedi sul tetto del magazzino, avvolto da un'aura infuocata. Teneva di nuovo per la gola con una mano sola un Mu-Xue che urlava come se lo stessero aprendo dal ventre al mento, ma stavolta una sfolgorante lama di energia si protendeva dall'altro braccio di Ranma e si allungava sempre più, mentre i vestiti del cinese prendevano fuoco, dalle bolle sul viso colava un siero giallastro, la pelle iniziava a staccarsi un lembo alla volta e ciocche di capelli si dibattevano inutilmente nell'aria mentre incenerivano.
Akane si portò le mani alle labbra in preda a un conato che faticò a ricacciare indietro.
"Onorevole Ranma! Fermatevi! Cosa fate! Vi prego, fermatevi!", gridò un monaco alla testa di un gruppo che correva disperato nella loro direzione.
"Ranma, ascoltali!", intervenne lei. "Sono ancora tutta intera, guardami, non mi ha fatto nulla, fermati!".
Non era per Mu-Xue, che meritava di essere bastonato, ma per lui: Ranma non l'aveva mai spaventata tanto, nemmeno quando aveva mutilato la kuchisake-onna e aveva spiccato le teste a quei bambini trasformati in demoni: allora si era mantenuto freddo, distaccato. Adesso invece era più cieco del cinese che stava carbonizzando.
"Mi hai sentito? Ho detto fermati! Sono illesa!".
"Onorevole Ranma, vi scongiuriamo!", implorò lo stesso monaco di prima ormai accanto a lei.
"Ti prego! Tu non sei così!".
Lo vide esitare, prima di volgersi a scrutarla affatto convinto, anzi, sul punto di cedere quasi con una gioia feroce a un lato di sé che non avrebbe immaginato potesse avere.
"Stai bene? Sul serio?".
La furia era ancora padrona del suo volto e delle sue parole, ma negli occhi le sembrò di scorgere sollievo.
"Sì!", confermò. "Sì, sto bene!".
La lama di luce si ritirò allora poco a poco sino a scomparire, le lingue di fuoco si ridussero fino a spegnersi, ma Mu-Xue era più morto che vivo: il corpo annerito e quasi denudato ciondolava esanime e un lezzo di carne bruciata e fluidi corporei appestava l'aria.
Ranma tornò a fissare sprezzante il suo avversario e poi lo lasciò semplicemente cadere giù come un sacco di riso che sbriciolò diverse tegole prima di schiantarsi a terra. I monaci accorsero per aiutarlo, ma Ranma li gelò con un ordine perentorio: restarsene dov'erano, o avrebbero fatto la stessa fine.
Planò al suolo con la leggerezza di una piuma e a braccia conserte calcò un piede sulla testa ustionata e quasi del tutto calva del cinese.
"È ancora vivo, non temete. Non morirà per così poco".
I monaci si guardarono increduli l'uno l'altro: nemmeno lei riusciva a dare un senso a simili parole.
"Venerabile Ranma", insistettero avvicinandosi e prostrandosi, "vi supplichiamo, permetteteci di…".
"Non ha bisogno di cure, tornerà presto come nuovo", sentenziò torvo, per poi guardare lei dritta negli occhi come se si fosse pentito di ciò che gli era uscito di bocca.
(Oh no, la domanda giusta è: cosa siamo. Io, Ranma, Happosai… ce ne sono molti come noi.
Che cosa siete?!
Chiedilo a lui. Mi piacerebbe solo esserci quando lo metterai in difficoltà con l'ultima domanda che quelli come noi vogliono sentirsi rivolgere)
Erano diversi da lei? Da tutti loro? Quanto diversi? Chi era Ranma veramente?
"Così pensavi di vendicarti di me facendo del male a lei, vigliacco schifoso? Dovresti ringraziare che siamo in un luogo consacrato, o ti avrei già fatto volar via la testa".
Incredibilmente, Mu-Xue mosse labbra che non c'erano più sui denti esposti.
"E perché… non lo fai davvero?", biascicò tossendo. "Mi hai… portato via Shan-Pu… e adesso che lei è morta… non ha più senso per me vivere…".
Eppure la sua pelle… oh, kamisama, croste di pelle carbonizzata cadevano un pezzo dopo l'altro e sotto poteva giurare di vederne della nuova…
"Ero venuto proprio per comunicarti la sua morte sperando di darti un po' di sollievo, invece sei rimasto un ottuso irrecuperabile. Non so se sei più da compatire o da eliminare solo per porre fine alle tue sofferenze. O alla tua stupidità. Ti risparmio soltanto perché siamo dove siamo e perché è stata Akane a chiedermelo", disse accennando a lei col mento. "Ma la prossima volta che ci vedremo, infilzerò la tua testa sulla mia spada".
Nonostante le palpebre incollate e il piede di Ranma calcato sulla testa, Mu-Xue tentò di sollevarla per guardare il nemico in faccia.
"Akane…?", chiese stupito.
I capelli stavano ricrescendo? Possibile?!
"Adiamocene", le ingiunse Ranma parandosi di colpo davanti a lei.
"Ma, lui… dèi del cielo, lui…", disse indicando Mu-Xue senza riuscire a staccare gli occhi da quello spettacolo impressionante.
Il ronin la sollevò fra le braccia e spiccò un salto che portò entrambi prima sul tetto dei bagni e poi del tempio e da lì, con un salto ancora più vigoroso, oltre il recinto del santuario, tra le esclamazioni dei pellegrini.
- § -
Seduta sul ramo di un albero con le gambe penzoloni, Kodachi si stiracchiò, protetta dalle ampie fronde.
Il bivio di Kano era gremito all'inverosimile e non c'era da stupirsene: la giornata era tersa, l'ideale per spostarsi nonostante il vento freddo. Ma quella massa di pezzenti sporchi e laceri la irritavano oltre misura. Certo, non doveva temere di lasciarsi sfuggire Ranma: avrebbe avvertito la sua reminiscenza prima ancora di vederlo svettare su tutti quei cappelli di paglia. Il problema, semmai, era che Happosai avrebbe raggiunto il bivio prima del suo adorato e rattrappito com'era si sarebbe facilmente confuso tra la folla. E se quel fungo ammuffito avesse avvertito la propria, di reminiscenza, Kodachi non avrebbe avuto scampo: le avrebbe fatto saltar via la testa prima ancora di vederselo piombare addosso, anche se dalla cima del promontorio aveva una visuale perfetta non solo dell'incrocio, ma anche della Tokaido in entrambe le direzioni per diversi choo. In ogni caso non doveva lasciare nulla di intentato e di alloggiare alla locanda del bivio non se ne parlava, doveva trovare un nascondiglio che non fosse troppo distante e al tempo stesso preparare la mistura di erbe per attenuare la sua reminiscenza. Cosa affatto facile, visto che le quantità dei singoli ingredienti andavano aumentate col passare del tempo e azzeccare tutte le dosi era quasi impossibile. Senza contare l'avvelenamento cui avrebbe sottoposto il proprio corpo, il sangue che avrebbe sputato e la debolezza che l'avrebbe prostrata. Le sarebbe occorso qualche giorno poi per riprendersi, pertanto era una soluzione rischiosa e poco efficacie, ma al momento era l'unica che avesse. Per il suo amato, del resto, questo e altro.
Kodachi fece finta che alle sue spalle, nel folto della foresta, non ci fossero i kage del clan Tendo appostati a spiare lo stesso bivio. Così come fece finta che altri uomini ombra non fossero travestiti da miserabili, contadini, bonzi o accattoni che gironzolavano attorno alla locanda. Ormai non aveva dubbi che fossero lì in attesa dell'arrivo di Ranma, per cui li avrebbe sistemati al calar delle tenebre, uno a uno, non appena tutta quella feccia che ora brulicava lungo la Tokaido si fosse levata dai piedi. E Ranma… oh, Ranma le sarebbe stato riconoscente, non aveva dubbi, per averlo liberato da una simile seccatura prima del suo arrivo. E poi cosa ne avrebbero fatto della giovane Tendo? Se ne sarebbero disfatti, ovvio, sarebbe stato inutile riportarla al suo castello: se il padre aveva ordinato ai suoi uomini ombra di aspettare che Ranma passasse di lì con quell'Akane, era unicamente per farlo fuori.
Kodachi scoppiò in una risata che divenne irrefrenabile. Ah, gli umani… esisteva qualcosa al mondo di più patetico? Non le sarebbe dispiaciuto, tuttavia, assistere alla scena: decine di omuncoli che urlando fuggivano arsi vivi senza che lui muovesse un dito… o volavano in tutte le direzioni contro la loro volontà… oppure i loro arti si disarticolavano e loro le ossa si spezzavano morendo in una lenta agonia, come ai bei vecchi tempi…
Te lo giuro, amore mio, tornerai a essere quello di una volta, è una promessa, non ti lascerò più solo. Sei solo confuso e disorientato, ma io ti farò superare ogni incertezza, ti farò ricordare chi sei veramente e insieme spazzeremo via gli altri immortali. E poi… poi domineremo su questi penosi esseri inferiori, all'inferno la 'ricompensa', non ne abbiamo bisogno.
Kodachi lasciò andare un lungo sospiro trasognato. Basta rivangare il passato, era ora di abbandonare il promontorio e mettersi a cercare le erbe che le occorrevano per la mistura.
Scese a terra con un salto, aprì la piccola sacca e ne tirò fuori un'onigiri, l'addentò e assaporando il gusto acre delle prugne salate si avviò per il sentiero.
- § -
"Mettimi giù! Dove stiamo andando? Lasciami!".
Ma Ranma la strinse a sé ancora più forte e alla paura che potesse incenerirla come aveva fatto con Mu-Xue, si unì il timore che le sue dita potessero penetrare attraverso il tessuto fin nella carne. Almeno non doveva temere il freddo, fintanto che rimaneva addossata a lui: non aveva fatto in tempo a recuperare il dotera, né il cappello. E i capelli ondeggiavano al vento perché la crocchia si era sciolta, sicché chiunque si sarebbe accorto, dabbasso, che lei era tutt'altro che un komuso.
"Fammi scendere! Lo stomaco è finito al posto dello sterno, sto per vomitare!".
"Quando saremo abbastanza lontani da quel dannato tempio", rispose Ranma continuando a saltare da un tetto all'altro incurante delle facce sbigottite o delle grida terrorizzate degli abitanti di Kaga, sotto di loro, che li additavano, o fuggivano, o chiamavano le guardie. Ovunque la stesse portando, poteva solo sperare che fosse lontano da lì, ma al tempo stesso che quella fuga finisse al più presto.
"No! Adesso! Tu mi devi parecchie spiegazioni, a cominciare da quello che ancora fatico a credere di aver visto con questi stessi occhi!".
"Qualsiasi cosa credi di aver visto, dimenticalo!".
"Non ci penso nemmeno! Che cosa siete? Cosa sei?!".
Ranma emise un ringhio frustrato.
"Qualunque cosa quella serpe ti ha sibilato, ha mentito! E non farmi mai più una domanda del genere!", la minacciò stringendola a sé così forte che temette di finire stritolata.
Akane trattenne a stento un lamento e si volse non senza fatica a guardare indietro, il viso solleticato dalle ciocche ribelli di Ranma.
"Il santuario non è più in vista, puoi anche rallentare! Sei talmente veloce che non riesco nemmeno a scorgere il promontorio, hai attraversato la città come un ful…".
(La strada per Gujo è ostruita da una valanga)
"Un fulmine…".
(Dobbiamo fare un ampio giro per tornare a Nagoya)
Il lampo di comprensione la trafisse lasciandola senza fiato e lei rimase così, a contemplare a bocca aperta non più la città che si allontanava, ma la verità che aveva tenuto a distanza per tutto quel tempo.
Tutte le volte… tutte le volte che Ranma aveva compiuto quei salti impossibili per evitare crepacci, superare fiumi o semplicemente per divertirsi a farsi inseguire da lei che arrancava nella neve.
Tutte le volte che si era librato nell'aria: per combattere l'atsuki, per raggiungerla nel castello di Uesugi, per piombare come una furia in quel magazzino.
(Dovresti provare, sai? A camminare, dico. Da quanto non cammini, invece di sfiorare appena la terra?)
Di colpo tutti i frammenti sparpagliati di quel vaso rotto erano combaciati. E Akane capì cosa c'era di stonato nelle parole di Ranma quando l'aveva catturata a Gero.
Si volse con le lacrime agli occhi a guardare il profilo concentrato del ronin, la sua treccia che frustava l'aria, mentre lei non sapeva se ridere o dare sfogo al pianto, perché ora aveva la certezza che volesse aiutarla davvero. Aveva sempre voluto aiutarla.
Ranma planò finalmente sulla sponda alberata di un fiume e poggiò al suolo un ginocchio tra una pioggia di foglie rosse e oro, ma anziché lasciarla andare continuò a tenerla stretta a sé, il respiro pesante neanche avesse corso col cuore in gola, lo sguardo fisso sui ciuffi d'erba e qualche ramo caduto. Aggrappata a lui a sua volta, quasi rannicchiata, chiuse gli occhi contro l'incavo del suo collo nel tentativo di raccogliere i pensieri e trovare le parole.
"Stai bene davvero?".
Akane lasciò andare la sua schiena e Ranma ne approfittò per farle poggiare i piedi a terra. Si alzarono insieme e lui l'afferrò per le spalle.
"Cos'è successo? Perché eri mezza nuda?".
"Io… mi sono liberata del dotera e del kimono per combattere, altrimenti mi avrebbero intralciata. Purtroppo mi aveva strappato di mano la wakizashi prima che potessi sfoderarla del tutto".
"Fammi vedere il braccio". Akane lo guardò interrogativa, prima di abbassare lo sguardo su di sé. Tirò su la manica imbrattata di sangue e Ranma esaminò il taglio. "Non è profondo, ma è meglio suturare. Hai altre ferite?", chiese strappandosi una striscia di tessuto dal proprio kimono per passarla più volte attorno alla lacerazione.
"Non credo, di certo comunque entro poche ore fioriranno lividi dappertutto".
"Dove ti fa male?".
"Ovunque, soprattutto la schiena".
Ranma strinse forte la fasciatura e fece un nodo.
"Ti ha toccata? Dimmi la verità", le chiese senza guardarla, la voce ridotta quasi a un sussurro, come se non volesse davvero che lei lo udisse e dargli così una risposta che non avrebbe voluto ricevere.
"No, ma solo perché ai suoi occhi sono apparsa rivoltante", confessò, la voce non meno bassa della sua.
Ranma la passò da parte a parte con lo sguardo, nelle iridi torve il desiderio di crederle con tutte le sue forze.
"Non badare alle sue parole: per lui è sempre esistita solo la donna che io gli avrei portato via, nessuna era paragonabile".
"Lo so, mi ha raccontato la sua versione", disse tastandosi il braccio. "È stato facile far leva sul suo risentimento per farlo sfogare e guadagnare tempo".
"Speravi che sarei arrivato da un momento all'altro?".
"Certo", annuì lei. "Quel cinese è oltre la mia portata e chissà quanti altri lo sono. Avevi ragione: devo imparare a usare il qi", ammise afflitta. "Dimmi la verità: quel Mu-Xue non è del tutto umano, vero?".
Ranma prese a massaggiarsi le tempie, gli occhi ben serrati.
"È meglio se lasciamo Kaga, abbiamo dato abbastanza nell'occhio. Seguendo il fiume Daishoji arriveremo in breve tempo alla foce e lì ci sarà sicuramente un villaggio di pescatori".
Akane puntò le mani sui fianchi per guardarlo da sotto in su attraverso le fessure degli occhi.
"Se pensi di eludere le mie domande ti sbagli".
"Adesso è meglio trovare un rifugio e curarti, poi si vedrà".
"No. Almeno una cosa va chiarita subito. Perché a Gero mi hai mentito?".
Ranma inarcò un sopracciglio.
"Di che stai parlando?".
"Del fatto che avresti potuto riportami a Nagoya in capo a due giorni al massimo, anzi, in un giorno solo vista la ricompensa che ti aspettava, invece con la scusa della valanga stiamo facendo un giro interminabile, siamo addirittura finiti sulla costa occidentale. Che questa valanga fosse vera o meno, potevi tranquillamente evitarla sorvolandola, ti bastava sfiorare ogni tanto la neve appena caduta, invece eccoci qui", disse tutto d'un fiato con voce sempre più malferma. Dovette chiudere gli occhi e mordersi il labbro per continuare. "Tu… tu mi hai messa alla prova fin dall'inizio, fin da quando abbiamo lasciato il ryokan andato a fuoco. Non volevi riportarmi subito indietro… perché? Dimmelo! Voglio sentirtelo dire!".
Lo guardò sorriderle, chiudere gli occhi e scuotere la testa.
"Ci hai messo più tempo del previsto, ma alla fine ci sei arrivata", constatò ironico.
"Non pensare nemmeno per un istante di ignorarmi, sviare l'argomento o farmi svenire, tanto ti darò il tormento".
Ranma poggiò a sua volta le mani sui fianchi e alzò lo sguardo alle fronde che frusciavano appena.
"Tu non hai idea. Non hai un'idea nemmeno vaga".
"Di cosa?", chiese rapita da quelle labbra finalmente libere dalla piega amara che avevano sempre avuto.
"Del tempo trascorso su questa terra vagando inutilmente alla ricerca di un essere umano. Per tutta la vita non ho fatto altro che imbattermi in esseri incatenati in una prigione senza sbarre, senza porte, senza finestre. Una prigione che era solo nella loro mente. Ricordi cosa mi hai detto a Gero a proposito delle migliaia di cadaveri che popolano questo mondo? Non sono migliaia, ma milioni... centinaia di milioni", disse guardando qualcosa che solo lui poteva vedere, distante chissà quanti anni e quanti regni. Akane intuì di aver aperto soltanto uno squarcio su una vita votata alla solitudine e non riusciva a immaginare quanto immane fosse il fardello che doveva sopportare un uomo che non si limitava a cacciare entità maligne, ma era in grado di vedere i trapassati arrivando a farsi carico del loro dolore. Per poi rendersi conto, un giorno, che anche i vivi in realtà erano morti che camminavano.
"Mi ero ormai rassegnato da tempo e anche su questo avevi ragione: sono morto molte volte. Dentro", le disse socchiudendo gli occhi e riaprendoli subito dopo. "Fino al giorno in cui Happosai mi ha detto che eri fuggita. La mocciosetta tutt'ossa era rimasta una ribelle che non si era piegata alla volontà altrui. Allora ho cominciato a credere che forse…".
Akane pianse e rise e pianse ancora, tutt'e due le mani premute sulla bocca.
"Allora tu… tutto quello che mi hai fatto passare è stato perché pensavi che…".
"Diciamo che finora ti sei dimostrata più umana tu dei tanti in cui mi sono imbattuto", concluse volgendosi verso di lei: la limpidezza dei suoi occhi la abbagliò come quella notte lontana sui tetti di Edo. "Ma non montarti la testa: sei giovane e come tanti giovani sei piena di nobili ideali. E come spesso accade gli ideali finiscono prima o poi per infrangersi fatalmente contro gli scogli della realtà. Per questo non sono ancora del tutto convinto. Hai molta strada da fare, la vita ti metterà davanti a molte prove da superare: non basta essere umani, bisogna anche restare umani, o poco alla volta si finisce per morire dentro".
Akane lasciò fluire le lacrime, senza più remore. Nemmeno Ranma aveva idea di quanto inutilmente avesse cercato anche lei un essere che fosse vivo davvero dopo il matrimonio di Kasumi… Si erano cercati a vicenda, senza saperlo, per anni.
"Perché stai piangendo?".
"Mentre tu speravi di trovare una persona come me, io speravo di incontrare una persona come te, perché tu… Tu sei come me!", disse un istante prima che il suo corpo infrangesse ogni regola.
Cinse il torace di Ranma con una forza che non pensava di avere, le dita aggrappate alla sua schiena, il volto premuto contro il suo kimono, i singhiozzi che la scuotevano, mentre lui risucchiava il respiro senza ricambiarla. Percepì la sorpresa e l'esitazione nella rigidezza con cui la lasciò fare tenendo le braccia ben lontane da lei, ma non le importò: udiva il cuore del ronin che batteva veloce e tanto bastava.
"Ti sembra di essere sprofondato in una voragine, vero? Ma anziché tirarti fuori non fanno che buttarti terra addosso e tu sei lì che annaspi e annaspi… È così, non è vero? Anche tu ti senti soffocare, ma ovunque ti volti ti manca sempre l'aria…".
Tirò su col naso e rise e strinse più forte, incurante del fatto che aveva osato l'inconcepibile, incurante di cosa potesse pensare di lei. Incurante perfino del fatto che potesse bruciare, anche lei, come Mu-Xue. Perché più nulla contava. Solo che tu possa sentire ciò che provo, avrebbe voluto dirgli. Lo senti, Ranma? Lo senti?
Sì, risposero le sue braccia quando si chiusero su di lei, mentre Akane tratteneva il respiro: la circondarono e la strinsero con la stessa decisione con cui l'avevano portata fin lì, ma stavolta non c'era preoccupazione nella loro morsa. Il suo intero corpo si chinò su di lei finché non sentì il viso di Ranma premere contro i suoi capelli e una mano posarsi dietro la nuca. Fu allora che arrivò a credere che il cuore si sarebbe fermato.
Ora sapeva cosa fosse un abbraccio. E si chiese come aveva potuto farne a meno.
Di tutto quel calore umano, di quello tsunami di emozioni capace di stordirla e arrivare a credere che il petto potesse esplodere.
Come avrebbe potuto fare a meno di lui, si sorprese a pensare, che avrebbe dovuto incuterle ribrezzo perché lei gli uomini li odiava, o almeno un tempo era così, e ora invece si ritrovava a chiedersi come avrebbe fatto a staccarsene, perché non lo avrebbe mai ammesso ma adesso desiderava che l'abbracciasse di più, ancora di più.
Kamisama… ma che mi sta succedendo?
"Non farti strane idee", le sussurrò lui.
Akane scoppiò in una risata nervosa, temendo le avesse letto nel pensiero.
"Sul fatto che tu non sei meno umano di me, anche se fai di tutto per non sembrarlo?".
Lo sentì irrigidirsi un istante prima che il proprio corpo rimanesse di colpo orfano del suo. Ranma l'aveva afferrata per le spalle e l'aveva respinta, staccandosi da lei con una velocità tale che Akane era rimasta a bocca aperta con le braccia a mezz'aria in equilibrio precario. L'unica cosa che aveva addosso, ora, era il suo sguardo implacabile.
"Io non sono come te. E vedi di non dimenticare che sono il tuo maestro".
Troppo frastornata per sapere cosa ribattere, Akane si limitò ad abbassare le braccia. Ma che fosse o meno il suo sensei, non gliel'avrebbe data vinta.
"Su questo anche Mu-Xue è stato chiaro", puntualizzò preparandosi a vederlo infuriarsi. "Chi sei davvero? Sia l'abate a Hida che Daisuke hanno detto che cacciare demoni non è il tuo vero mestiere, che la tua è solo una facciata. Anzi, l'abate disse che è ben altro il modo in cui 'ti mantieni in vita'. Cosa voleva dire?".
Ranma fece un altro passo indietro incrociando le braccia al petto, il cipiglio sempre più cupo e sfuggente. Akane non poté fare a meno di notare come Ranma non si sottraesse mai a uno scontro fisico, mentre era il primo a indietreggiare quando si trattava di affrontare una discussione scomoda.
"Significa che meno sai su di me, meglio è. Non ti coinvolgerò nella mia esistenza, per nessun motivo. E comunque non è cambiato nulla: io ti riporterò a Nagoya".
La sfrontatezza di Akane morì come un incendio sotto una pioggia torrenziale. Rimase basita mentre il freddo tutt'a un tratto aggrediva di nuovo il suo corpo. E Ranma appariva ora più distante che mai, nonostante fosse solo a pochi passi da lei.
"Non fare quella faccia, è per questo che ti sto addestrando, l'hai dimenticato? Ma devi metterci più impegno ad accumulare il qi, non abbiamo molto tempo".
Forse Ranma non aveva rivali nel campo delle arti marziali, ma di certo era il campione assoluto nello sviare i discorsi.
"Hai ragione", rispose mesta stringendo i pugni. "Ce la farò, non dubitare".
"Bene. Te la senti di camminare per raggiungere la foce del fiume? Se arriviamo sorvolando le cime degli alberi potremmo spaventare chi vive nei pressi".
"Nessun problema", esalò mentre incrociava a sua volta le braccia al petto, le mani sotto le ascelle.
"Appena troviamo ospitalità, vado a cercare qualcosa di pesante da farti indossare e una spada. Ora andiamo", le ordinò dandole la schiena. Se Ranma credeva sul serio che il discorso fosso chiuso, non aveva ancora capito con chi aveva a che fare.
"Aspetta!".
"Che altro c'è?", le chiese spazientito senza voltarsi.
Un momento prima la stringeva a sé come se non volesse mai più lasciarla andare, un istante dopo era freddo e irritato e scostante e non azzardava neppure a guardarla in faccia.
"Gli ho spezzato il naso. E le costole. Eppure era come se nemmeno lo avessi sfiorato. Poi arrivi tu e dopo averlo quasi bruciato vivo, hai detto che non sarebbe morto. E per gli dèi, io stessa ho visto la sua pelle iniziare a rigenerarsi".
Ranma volse lo sguardo verso il fiume, le fronde degli alberi, le foglie che si staccavano dai rami e fluttuavano fino a terra.
"E se rammento bene, a Gero ho rotto anche il tuo, di naso".
Il ronin chinò la testa, neanche fosse stato rapito dal prato rigoglioso.
"Tu, Mu-Xue, Happosai e sospetto perfino Daisuke… cosa siete?".
Da sopra la spalla, Ranma le lanciò uno sguardo che, se fosse stata una lama, l'avrebbe aperta in due.
"Per l'ultima volta: non farmi mai più questa domanda, Akane. Non te lo consiglio".
S'incamminò a grandi falcate sul tappeto di foglie morte lasciandola indietro, preda del freddo e di un profondo senso di inquietudine.
- § -
La stanza era grande e confortevole e calda. Ryoga-sama non le faceva mai mancare kimono sontuosi e cibo squisito in abbondanza. Sin da quando era giunta al castello si era sempre preoccupato per lei, assicurandosi che non le mancasse nulla, ma soprattutto che fosse sempre al sicuro. Non aveva mai capito perché l'avesse presa sotto la sua ala protettrice arrivando perfino a 'sfidare' suo padre, in ogni caso senza volerlo aveva messo Ryoga-sama in una situazione spinosa. Era giusto quindi che ricambiasse sacrificandosi per il suo bene, avrebbe dato anche la sua vita per lui, se necessario. Invece Ryoga-sama si sentiva assurdamente in colpa e ora più che mai era prodigo di attenzioni e cortesie nei suoi confronti, come se fosse un suo dovere ricomporre i frammenti di un vaso che altri avevano scagliato a terra e calpestato.
Rivide la faccia spigolosa di Tokimasa in giardino a due passi da lei – sopra di lei – e lo stomaco di nuovo si ribellò, costringendola a premere una mano sulle labbra per non rigettare quel poco che era riuscita a mangiare. Strinse forte gli occhi lasciando fluire le lacrime e li riaprì, rassegnata ormai all'evidenza: era sempre stata un fardello, per Ryoga-sama, e peggio ancora motivo di contrasto con il nobile Hibiki. Il giorno poi in cui Ryoga-sama sarebbe convolato a nozze, avrebbe perso il suo favore e la sua protezione, restando in balia di suo padre. Non aveva altra scelta che togliersi la vita: non riusciva neppure a tollerare di rivedere i volti di Souzen-sama e dei suoi hatamoto. Si chiese di nuovo perché non avesse ancora compiuto il suicidio rituale, la sua famiglia l'avrebbe preferito, ma la risposta era sempre la stessa: prima di andarsene avrebbe voluto che Ryoga-sama la stringesse a sé un'ultima volta, anche se non riusciva nemmeno a sopportare che la sfiorasse.
Quando l'oggetto dei suoi pensieri fece il suo ingresso nella stanza, Akari si affrettò a inchinarsi fin quasi a toccare il tatami con la fronte affinché non si accorgesse dei suoi occhi inumiditi dal pianto.
"Alzati, Akari, e mostrami il tuo volto senza timore", le disse inginocchiandosi di fronte a lei.
"Chiedo perdono, Ryoga-sama", disse asciugandosi una guancia, "non volevo che…".
"Tra poco non avrai più motivo di versare lacrime", le annunciò sorridente. "Ho una bella notizia per te".
Lei ebbe il coraggio di sollevare gli occhi e fissarlo apprensiva.
"Che intendete dire?", chiese cauta.
"Che non dovrai più temere Tokimasa e in breve tempo nemmeno Soetsu".
Poche parole che ebbero il potere di congelarla nella sua posizione. Non osò chiedergli il motivo di tanta sicurezza, ma in quel momento Akari ebbe più che mai la certezza che lei sarebbe stata la sua rovina.
"Oh, Ryoga-sama, cosa… cosa avete fatto?", riuscì ad articolare quando ritrovò il fiato.
"Diciamo che non sarai mai più costretta a vedere Tokimasa… quello vero, almeno. Per cui, se dovessi incontrare nel castello un uomo con le sue fattezze, non spaventarti: sappi solo che non è colui che ti ha fatto del male, perché quel bastardo ora è nel Grande Vuoto".
Che cosa?! Dèi del cielo, no! Com'è possibile?
"Perdonate la mia stupidità, Ryoga-sama, ma temo di non comprendere".
"Sappi solo che non devi più preoccuparti di nulla, Akari, farò in modo che nessuno si avvicini più a te e ti faccia del male. Nemmeno mio padre. Hai la mia parola".
"Vi prego, Ryoga-sama, non dovete compromettervi per me, vi supplico!".
Ma lui si alzò e le diede le spalle per dirigersi verso la porta.
"Devo assentarmi per qualche giorno, ma tu sta' tranquilla: ora sei perfettamente al sicuro".
Akari si alzò a sua volta di slancio e lo raggiunse di nuovo sull'orlo delle lacrime, osando afferrargli un braccio con ambo le mani.
"Ryoga-sama, vi scongiuro, avete già fatto tanto per un ostaggio che non merita niente! Non fate nulla che possa danneggiarvi agli occhi di vostro…".
Lui si volse e le posò con delicatezza una mano dietro la nuca a cui lei non si sottrasse.
"Non hai nulla da temere, Akari, e tra poco sarai libera", le disse cingendole le spalle col braccio per avvicinarla con delicatezza a sé e, sorprendendola oltre ogni dire, posare le labbra sulla sua fronte. Bruciavano più di un braciere incandescente, eppure quel contatto non era affatto spiacevole. Quasi senza rendersene conto, Akari poggiò le mani sul suo petto e strinse le dita sulla stoffa del suo kimono. Perché lei… lei non voleva lasciarlo andare.
Ma un istante dopo non c'era più e Akari rimase a occhi sgranati a fissare a lungo la fusuma, incapace di pensare ad altro che a quel gesto fugace quanto inconcepibile, che tuttavia in fondo al cuore avrebbe voluto non finisse mai.
- § -
Il Daishoji scintillava come argento liquido, scorrendo placido senza quasi increspature tra due ali di alberi che stavano perdendo il proprio fogliame.
(Tu sei come me!)
Strinse i pugni e li rilassò. La rivede, ancora una volta, lanciarsi verso di lui e stringergli il torace con una forza impressionante. E lui poteva dire di conoscerla bene quella forza: era quella della disperazione, di chi passa tutta la vita a cercare con ostinazione qualcosa che difficilmente troverà mai, ma nonostante tutto non vuole darsi per vinto. Era stata quella forza, non il suo slancio improvviso, a strappargli il respiro.
(Ti sembra di essere sprofondato in una voragine, vero?)
Aveva socchiuso gli occhi, sempre con quel fiato che non entrava e non usciva, e il buio aveva iniziato a vorticargli intorno. Allora aveva deglutito, in grado a mala pena di tenersi saldo sulle gambe.
(Anche tu ti senti soffocare, ma ovunque ti volti ti manca sempre l'aria)
E in un lampo aveva rivisto un se stesso più giovane e caparbio vagare a testa bassa da un paese all'altro, villaggio dopo villaggio, montagna dopo montagna, anno dopo anno, come se mettere quanta più distanza possibile tra sé e la terra natia fosse la soluzione. Nell'abbraccio di Akane aveva percepito di nuovo la propria, di disperazione, come se i secoli non fossero mai trascorsi.
Lei sapeva. Sapeva cosa volesse dire sentirsi soli.
Era stato allora che aveva lasciato che il suo corpo gli disubbidisse, permettendo alle proprie braccia di circondarla, stupito per la prima volta nella sua esistenza che un essere umano fosse tanto vicino a comprenderlo. Ma aveva commesso l'errore di rispondere al suo abbraccio con veemenza persino maggiore, stringendola a sé neanche volesse soffocarla. Perché non stava confortando soltanto lei, ma anche il se stesso di molti secoli prima: forse ce l'abbiamo fatta, avrebbe voluto dire al giovane immortale che era stato, forse ce l'abbiamo fatta. Dopo più di ottocento rognosi anni, l'abbiamo trovato. Forse continuare a vivere non è stato del tutto vano.
"Ranma?".
Al tempo stesso, però, aveva sentito Daisuke ridere a crepapelle dal baratro della stupidità in cui lui stava inesorabilmente scivolando, quando aveva riaperto gli occhi. Per fortuna non aveva ancora toccato il fondo, anche se di quel passo prima o poi sarebbe accaduto.
"Ranma, mi senti?".
Per questo era fondamentale, ora più che mai, mantenere una distanza di sicurezza fra loro, soprattutto alla luce del fatto che lei aveva visto ciò che non doveva e aveva iniziato a fiutare la verità. Chissà da quanto tempo stava congetturando sulla sua vera natura.
"Ranma?!".
E se invece di nascondergliela gliela rivelassi tu, la verità, una volta per tutte? Questo terrebbe di certo lei lontana da te e il problema si risolverebbe da solo.
No.
No, non doveva sapere, non avrebbe dovuto nemmeno essere sfiorata dal dubbio. Certo che sarebbe stato tutto più facile, ma non voleva che lei lo guardasse con occhi diversi, doveva continuare a crederlo un mortale come chiunque altro. E tuttavia doveva anche escogitare un modo perché lei per prima si tenesse alla larga da lui, non doveva permetterle di prendersi ulteriori libertà e confidenze. Basta abbracci, basta sfioramenti casuali che non lo erano davvero, basta contatti di qualsiasi genere che non fossero per correggere i suoi errori. Basta tutto. Akane era un'allieva, un'allieva dannazione, e come tale andava considerata e trattata.
Arrestò il suo incedere e abbassò finalmente gli occhi dalle fronde che la brezza faceva bisbigliare. Oltre i rami protesi, le capanne in lontananza nascondevano l'ansa del fiume e la sua foce, ma sembravano abbandonate: le assi deformate e corrose delle pareti, i tetti sbilenchi e rattoppati, i ciuffi d'erba battuti dal vento che crescevano qua e là sulle dune sabbiose. Ma se si concentrava abbastanza, poteva udire nella propria testa i battiti deboli e rapidi di chi si riparava al loro interno: qualcuno viveva in quei tuguri malandati, anche se forse era meglio dire che vi si nascondeva.
Uscì allo scoperto e si volse verso Akane per dirle di resistere ancora un po', ma rimase interdetto a guardare una chioma bluastra e un kimono ormai da buttare avviarsi a passo rapido in mezzo agli alberi in direzione del mare. Stava per lanciarsi al suo inseguimento, quando gli tornò in mente quella specie di promessa che le aveva fatto, prima che mettessero piede a Kaga. E difatti, giunta sulla duna più alta, la osservò togliersi uno dopo l'altro i tabi e affondare i piedi nella sabbia con gioia infantile, i capelli lasciati liberi di seguire il vento, braccia e palmi aperti per accoglierlo.
"Non provare nemmeno a rimproverarmi", lo ammonì senza voltarsi quando la raggiunse. "Ho tentato di attirare la tua attenzione, ma tu sembravi sordo a ogni mio richiamo".
Ranma incrociò le braccia al torace con un sospiro plateale.
"Allora, ti piace la sensazione della sabbia sotto i piedi?".
Lei si volse e gli elargì il sorriso di un bambino davanti a un giocattolo.
"È impareggiabile!", gridò mettendosi a correre fino al bagnasciuga, dove l'acqua gelida le lambì le dita inducendola ad arretrare fra gridolini di entusiastica sorpresa.
"Così rischi di ammalarti di nuovo, torna qui!", le ordinò mentre Akane, incurante, correva lungo la sabbia bagnata avanti e indietro con le braccia sollevate neanche stesse cercando di mantenersi in equilibrio su una fune, raccoglieva conchiglie che si gettava alle spalle e calciava le onde, felice come solo i bambini potevano essere. Ranma sorrise, ammaliato suo malgrado dalla spensieratezza di Akane, che si stagliava contro il riverbero del sole sul mare. Anche lui era stato così, quando era ancora un moccioso inconsapevole? Non lo ricordava più e forse era un bene, perché ricordarlo avrebbe fatto sanguinare di nuovo ferite mai del tutto rimarginate. Guardò ancora un po' quella gioia irrefrenabile, quei capelli senza più costrizioni, quella risata che sgorgava senza freni, prima di avvicinarsi con passi misurati.
"Avanti, asciugati i piedi e rimettiti sandali e calze, non mi va di starti a guardare mentre vomiti di nuovo in un secchio anche la bile".
Ma lei, rapita dalla sua stessa allegria, lo ignorò e allora Ranma l'afferrò per un braccio tirandola a sé. Dietro una cascata di capelli che celavano il viso, Akane non smetteva di ridere. L'aiutò a liberare la faccia dalle ciocche scomposte e quello che scorse avrebbe preferito non vederlo: lividi e graffi e labbra che si andavano gonfiando, tra occhi che splendevano e guance arrossate.
"Ti prego", lo supplicò, "solo un altro po'…".
E avrebbe ceduto, si sorprese a scoprire, avrebbe ceduto a qualsiasi richiesta se solo uno starnuto non l'avesse fatta trasalire. Il secondo raffreddò ogni entusiasmo.
"Lo sapevo. Sei riuscita a non avere una ricaduta da quando abbiamo lasciato Gero, non azzardarti ad ammalarti proprio adesso".
Akane tirò su col naso e si sedette sulla sabbia, cercando di togliersi i granelli dalle dita dei piedi.
"Se ammalarmi mi bloccherà qui", rispose infilandosi i tabi che lui le porse, "allora ne sarà valsa la pena".
"Non sperare che ti faccia da balia, stavolta".
"Sì, che lo farai. Ti prodigherai per veder guarire al più presto l'unica e sola allieva che abbia mai sopportato il tuo carattere scorbutico", affermò rialzandosi in piedi con un sorriso da schiaffi per poi incamminarsi. "Andiamo?".
Seduta su uno sgabello, la vecchietta se ne stava ingobbita ad appendere per la coda l'ultimo pesce sulla canna di bambù, la brezza marina che faceva ondeggiare file di tonnetti eviscerati che presto si sarebbero essiccati. Capelli candidi raccolti in una crocchia dietro la nuca, indossava un kimono marrone stinto e rattoppato.
"Toru, io ho finito", annunciò a voce alta a qualcuno che non potevano vedere mentre si alzava in piedi e iniziava a togliere dalle dita ritorte le scaglie rimaste attaccate alla pelle. Doveva avere sugli ottant'anni, forse di più, giudicò Ranma quando la donna si voltò e sollevando il viso si accorse di loro.
"Anch'io", rispose una voce maschile sbucando da dietro la griglia di bambù. "È stata davvero una buona pesca, devo solo accatastare altra legna per l'affumicatura e quest'inverno lo passeremo senza proble…".
L'anziano pescatore rimase imbambolato a fissarli, imitando lo sguardo sgomento della donna. Sgomento e terrorizzato. Non poteva biasimarli: Ranma aveva riconosciuto la vera natura della vecchia prima ancora che mostrasse il volto solcato da rughe che non avrebbe dovuto avere. Colui che doveva essere il marito si volse per lanciarle un'occhiata apprensiva, prima di tornare a scrutare lui con la disperazione nello sguardo. La 'donna', invece, rilassò le membra e lasciò andare un sospiro di rassegnazione, afferrò una mano del vecchio e accennò un sorriso malinconico. Incredibile come ci fosse solo serenità nei suoi occhi velati.
"Marito mio, sapevamo che questo giorno sarebbe arrivato, prima o poi. Coraggio, io non ho rimpianti, se non lasciarti da solo".
Il pescatore strinse le dita attorno a quelle della 'donna'.
"Ti prego, youkaihanta", lo supplicò gettandosi in ginocchio sulla sabbia e prostrandosi, "concedimi la grazia di uccidere me, prima della mia Yumiko: non potrei sopportare di assistere alla sua morte!".
Lei, colta di sorpresa, s'inginocchiò a sua volta abbracciando la schiena del marito come a proteggerlo col proprio corpo rattrappito.
"No, youkaihanta, non ascoltarlo: uccidi me soltanto, lui non ha colpa!", piagnucolò tramante.
"Ranma, ma che significa?", gli chiese Akane accostandosi.
Lui si passò una mano dietro il collo e sbuffò.
"Che lei è una kitsune e io, in teoria, dovrei ucciderla". Le onde del mare, in lontananza, si abbattevano con foga sulla battigia, mentre il vento spargeva ovunque l'odore della salsedine e i due vecchietti tremavano come foglie secche. "Ma non ho motivo di farlo, perché nessuno mi ha pagato per questo. E perché questa… volpe non ha fatto nulla di male. Su, alzatevi, magari sarà interessante ascoltare la vostra storia".
Con estrema cautela i due anziani sollevarono i volti sbigottiti, di certo chiedendosi se avessero inteso bene.
"Non ho intenzione di eliminare nessuno, non sono qui per questo, ci occorre solo vitto e alloggio per qualche giorno, lei sta poco bene. Naturalmente pagherò per il disturbo", disse cavando da una manica un sacchetto di monete.
I due si scambiarono un'occhiata ancora più incredula, incerti se credergli o meno, tuttavia si affrettarono ad alzarsi e a inchinarsi all'unisono.
"Grazie, onorevole youkaihanta, per la vostra generosità! Grazie, grazie!".
"Il mio nome è Saotome Ranma, il suo Tendo Akane", disse indicandola con un cenno del mento. "E ora indicateci una capanna dove possiamo riposare".
"Sì, sì, prego, da questa parte!", disse Toru accompagnando un nuovo inchino col palmo della mano.
Con la coda dell'occhio Ranma vide Akane sorridere e inchinarsi a sua volta alla coppia, ma non fece in tempo a sorprendersene che la sentì anche starnutire.
"Sarete stanchi e affamati, vi preparo subito qualcosa di caldo", annunciò la volpe sparendo in una catapecchia.
"Io intanto prendo stuoie e pagliericci: la capanna accanto alla nostra non è molto grande, ma è più riparata dal vento. Era del vecchio Yotaro, che però ci ha lasciato una settimana fa…".
"Andrà più che bene", tagliò corto Ranma. "Mi occorrono anche un dotera e un tengai per lei, ago e filo".
"Subito!", affermò Toru defilandosi.
A una prima occhiata, la capanna non sembrava disabitata, ma era fredda e umida. Toru tornò con stuoie, pagliericci e coperte, sparì di nuovo e ricomparve con alcuni ciocchi di legno che depose nell'incavo del pavimento sotto la pignatta, che spostò di lato per accendere il fuoco.
"Ci penso io", disse Ranma, mentre il vecchio s'inchinava e s'allontanava ancora una volta. Quando fece ritorno, rimase per un istante stupito davanti al falò che lui aveva creato con un briciolo del proprio qi.
"L'ago e il filo che avete chiesto", disse Toru posando sul pavimento un rozzo vassoio con una ciotola d'acqua e un panno. "Domani vi procurerò anche un kimono imbottito e un cappello".
"Bene, grazie, potete andare ora".
Il vecchio accennò un rapido inchino e sparì oltre la porta.
"Sfila il kimono", ordinò ad Akane inginocchiata davanti al fuoco con le mani protese per scaldare i palmi.
Lei obbedì raccogliendo la chioma sulla spalla opposta per svelare la fasciatura al braccio offeso. Ranma la sciolse e se la buttò alle spalle: la ferita aveva ripreso a sanguinare. Akane rimase immobile a fissare le fiamme intanto che lui iniziava a ricucire il taglio.
"Come hai capito che Yumiko in realtà è una kitsune?", gli chiese concentrata sulle lingue di fuoco.
"Dalla sua aura, naturalmente: è diversa da quella umana".
"Come la tua, non è così?".
Ranma rimase con l'ago a mezz'aria a fissare il profilo assorto di Akane.
"Ti ho già detto…".
"Sei stato proprio tu a spiegarmelo poche ore fa, quando stavamo attraversando Kaga in direzione del santuario e abbiamo incrociato il bonzo cieco: 'ho un'aura diversa da quella di tutti gli altri', hai affermato".
"E lo confermo, ma non sono un demone, neppure un mezzodemone, se è questo che pensi".
Le labbra di Akane si piegarono in una smorfia quando lui affondò di nuovo l'ago nella carne.
"Cos'è accaduto subito dopo il tuo matrimonio con Shan-Pu?".
Ranma sollevò ancora gli occhi su di lei, quindi tornò a concentrarsi sulla ferita.
"Mu-Xue venne bandito dal villaggio, ma non si arrese all'idea di aver perso quella che riteneva la sua donna".
Lei annuì, meditabonda.
"Vi ha reso la vita impossibile, non è vero?".
"A lei soltanto. Ronzava sempre attorno al villaggio spiandola ovunque andasse e non perdeva occasione per insidiarla mentre io ero impegnato ad apprendere le tecniche marziali segrete delle Donne di Polso. Di Shan-Pu non me ne importava nulla, in realtà, tuttavia agli occhi del villaggio era pur sempre mia moglie e il giorno che Mu-Xue arrivò ad aggredirla fui costretto a intervenire, anche se lui riuscì a scappare prima che potessi strappargli la colonna vertebrale. All'epoca però avevo appreso tutto ciò che desideravo, per cui non avevo più alcun motivo per restare: lei era bellissima sul serio, ma non aveva un briciolo di anima e io non sapevo cosa farmene di un involucro vuoto. Nonostante ciò, quando decisi di lasciare il villaggio Shan-Pu volle comunque seguirmi: preferiva restare con me al disonore di essere ripudiata, cosa che avrebbe comportato il suicidio. Mu-Xue ci seguì da lontano, finché riuscii a far perdere le nostre tracce".
"Strano che tu non l'abbia ucciso…".
"Mi faceva pena".
Ranma fece un nodo e tagliò il filo coi denti.
"Cosa ci fa nello Yamato, allora? Aspettava che tu tornassi per vendicarsi?".
"Probabile", rispose lui bagnando la pezza e lavando via il sangue colato sul braccio. "Avrà pensato che prima o poi avrei rimesso piede in questo paese. E forse nel frattempo si era anche rassegnato, ma oggi con la mia presenza…".
"Sciocchezze, è ancora ossessionato, lo sarà fino alla morte", concluse Akane mentre lui strappava una striscia di tessuto dal panno e la passava attorno alla ferita fino a fissarla con un nodo. Lei se la tastò e s'infilò di nuovo il kimono.
"Possiamo entrare?", chiese Yumiko oltre la porta. Quando varcò la soglia, poggiò sul pavimento un vassoio con due ciotole di riso su cui era adagiato del pesce fumante e altre due colme di vari tsukemono, quindi s'inchinò. Doveva essere costato loro non poco privarsi di quel cibo. Dietro di lei e Toru, fuori dalla capanna, Ranma intravide le facce curiose degli altri abitanti che si prostrarono svelti appena si accorsero che lui li stava fissando.
"Grazie per la vostra ospitalità", disse Akane voltandosi verso l'uscio e inchinandosi fin quasi al suolo. Era felice sul serio, non stava simulando cortesia, forse non era mai stata più felice di così, lontana da ogni obbligo e falsità, circondata dall'autenticità di una vita difficile, ma non vuota. Lo capiva da come le iridi scintillavano posandosi sui due vecchietti e su coloro rimasti fuori dalla porta, dal sorriso generoso che elargiva senza trattenersi.
"Restate a raccontarci la vostra storia", disse Ranma prendendo una ciotola e passandola ad Akane, cosa che stupì non poco la coppia. "Siamo curiosi", mentì.
"Oh sì, vi prego!", li incitò Akane affondando le bacchette nel riso. Ranma, dal canto suo, ascoltò con tiepido interesse il racconto, più intento a studiare le reazioni di Akane alle parole del pescatore.
"Voi ci onorate", disse Toru, narrando di come un giorno di tanti anni prima si fosse imbattuto in una volpe ferita così gravemente da non riuscire nemmeno a trascinarsi sulle zampe. Ne ebbe pietà e se ne prese cura, anziché ucciderla, sicché una volta ristabilita lei assunse le sembianze di una bellissima giovane e dimostrò la sua gratitudine prendendosi cura della sua casa e difendendola, se necessario, come avrebbe fatto una moglie. E sua moglie diventò, alla fine, pagando il prezzo di una vita da mortale, mentre la comunità – scoperta la vera identità della 'donna' – li bandì. Lui però non s'era mai pentito della decisione presa e preferì rinunciare alla protezione assicurata dal villaggio – ovvero Kaga – piuttosto che a lei, ammise Toru stringendole commosso una mano che lei strinse di rimando. E lì dove avevano deciso di stabilirsi s'erano aggiunti poco a poco altri reietti: demoni, mezzidemoni, intoccabili… rifiuti della società che ne avevano fondata una propria in cui, a suo dire, vivevano in perfetta armonia fra loro e nessun comune mortale, a quanto pareva, si azzardava a infrangerla.
Ranma era sbalordito. Sapeva per esperienza che non tutte le entità demoniache erano malvagie, mai però si era imbattuto prima d'allora in una comunità eterogenea e pacifica, non credeva nemmeno potessero esistere simili realtà, era perciò quantomeno assurdo che proprio lui fosse stato accolto da creature soprannaturali che avrebbe potuto – e dovuto – sterminare. Invece Toru, dopo aver faticosamente rassicurato i suoi vicini che lo youkaihanta non aveva cattive intenzioni e averli fatti uscire dai loro nascondigli, arrivò a presentarglieli uno a uno: un procione che fabbricava e riparava barche, un mezzo tasso che cuciva le reti da pesca, un tengu spelacchiato, un nekomata che fumava la pipa, una bellissima nekomusume col volto sfregiato… Ranma si sorprese del numero di yokai – poco più di una trentina, soprattutto mutaforma – che popolava quell'angolo sperduto dello Yamato. Soprattutto si stupì del fatto che, benché timorosi, non esitavano a farsi avanti e a inchinarsi, quando venivano chiamati. E tutti si rendevano disponibili, di qualsiasi cosa avessero avuto bisogno non dovevano far altro che chiedere. Lui sorrise dentro di sé: certo, meglio blandire un cacciatore di demoni immortale, che tentare il suicidio sfidandolo. Da come lo osservavano intimoriti, infatti, non aveva dubbi che avessero capito chi egli fosse in realtà e che, se avesse voluto, avrebbe potuto arrostirli con un semplice incremento della propria aura. Eppure apparivano sinceramente pronti a servire lui e Akane come a morire: rassegnati al loro karma, sembravano soltanto grati della possibilità che avevano avuto di vivere fino ad allora un'esistenza serena.
Per tutto il tempo Akane aveva ascoltato ammaliata la storia dei due anziani, vecchia più di lui, forse vecchia come il mondo: Ranma aveva intuito sin dall'inizio il motivo dietro l'unione insolita di un uomo e di una volpe, ne aveva sentite di storie simili, nel corso del tempo, gli Europei l'avrebbero definita 'romantica', ma Akane ne era digiuna e ne era perciò rimasta affascinata, così come era stata rapita dalle singole storie di quelle creature, per nulla spaventata dal loro aspetto a volte fuori dal comune, tra code biforcute, orecchie a punta, canini un po' troppi sviluppati o pupille verticali che si stagliavano su iridi cremisi. Aveva persino accettato una ruvida vestaglia da notte dalle loro mani. Sicché, anche dopo che tutti si erano accomiatati a sole ormai tramontato, lei continuava a rimuginarci su sorridendo fra sé e sé, la ciotola del riso ancora piena a metà.
"Ti sei imbambolata?", la derise. "Quale storia ti ha colpita di più? Quella di Toru e Yumiko, oppure quella del kappa che ha salvato il bambino anziché divorarlo?", le chiese afferrando un ravanello.
Lei parve destarsi dalle sue riflessioni e senza voltarsi a guardarlo prese a sua volta una prugna sotto sale.
"Non riflettevo su nessuna storia in particolare. Stavo pensando che queste persone, pur circondate da un mondo ostile, sono riuscite a crearsi una sorta di… di…".
Persone?! Le ha davvero chiamate così? Persone?
"…come potrei definirlo?".
"Oasi".
"O-a-si?", chiese lei facendosi venire una piccola ruga fra le sopracciglia.
"Sì, un luogo idilliaco, o comunque un luogo pacifico dove non ci sono lotte, guerre, rivalità… e non stento a credere sia vero, anzi, penso che sia proprio una tale concentrazione di creature soprannaturali a tenere gli umani alla larga, anche se è difficile dire quanto ancora durerà".
"Temi che…".
"Ne sono convinto: prima o poi gli umani si accorgeranno che le creature che vivono qui sono probabilmente tutte innocue, altrimenti questo posto sarebbe già stato esorcizzato da un pezzo. Domani indagherò meglio, comunque".
"Non spaventarli, Ranma, hanno già abbastanza paura così: non hai notato il terrore nei loro occhi? Temono di essere cacciati come animali. O peggio".
"Ma è ciò che sono, anche se molti di loro a noi si mostrano con un aspetto che risulti accettabile per la nostra mente".
"Restano comunque esseri viventi che tentano di sopravvivere, magari sperano addirittura di essere accettati, un giorno, da coloro che in realtà li vorrebbero solo annientare".
Ranma la fissò consapevole di avere assunto un'espressione da ebete, eppure non poté fare a meno di guardarla in altro modo. Solo concentrandosi sulla propria ciotola di sottaceti ritrovò la parola perduta e riuscì a replicare, ma non prima di essersi dato dell'imbecille: ancora si sorprendeva di quanto lei fosse diversa da tutti gli altri
(le altre)
ma forse perché lo era a tal punto da riuscire a sorprenderlo ogni volta di più.
"Non infervorarti, non ho intenzione di far loro del male, se non me ne daranno motivo. In ogni caso non rimarremo qui a lungo: voglio che riposi e riacquisti le forze, questo sì, ma anche che continui ad allenarti, quindi domattina ci alzeremo all'alba, ti consiglio di finire in fretta di mangiare".
Lei portò alla bocca qualche altro boccone, ma alla fine si arrese e gli porse il poco che era avanzato, scusandosi perché sentiva lo stomaco agitato. Starnutì di nuovo e gli diede le spalle.
"Posso chiederti di non guardare, o è troppo difficile per te?".
"Non hai nulla da temere da me, maschio mancato, lo sai", la irrise.
"Bene", rispose Akane stizzita, "ma evita lo stesso".
"Chi vuoi che ti…".
Quello che lui evitò fu di distogliere lo sguardo dalla massa di capelli che precipitò come una cascata lungo la schiena, quando lei si tolse il kimono. E più ancora dalla fascia logora che comprimeva il seno e che lei srotolò poco per volta fino a liberarlo e gettarla via.
"…guardi…".
Ranma si rese conto di aver smesso di masticare da un pezzo e riprese solo quando Akane afferrò la lunga vestaglia, la indossò e la strinse forte in vita, per poi sedersi sul pavimento e sfilare i pantaloni. Quando si voltò verso di lui, di nuovo inginocchiata e coi capelli raccolti a coprire un seno, Ranma fece finta di provare un profondo interesse per i sottaceti.
"Mentre venivamo qui, ho riflettuto su quello che mi hai detto a proposito di mia sorella".
Smise di rimestare le verdure con le bacchette e tornò a guardarla.
"Ebbene?".
"Avevi ragione, sono stata una sciocca a pensare di potermi intrufolare nel suo castello e portarla via. Forse il desiderio egoistico di rivederla mi ha portato a credere di riuscire nell'impossibile, senza tenere minimamente in conto il rischio che lei potrebbe correre". Socchiuse gli occhi e rilasciò un lungo sospiro. "Sono stata una tale stupida... Una stupida infantile e viziata", ammise scuotendo la testa e mordendosi il labbro e Ranma capì che stava tentando di non versare lacrime già sull'orlo delle ciglia.
"Quindi non vuoi più salvarla?", le chiese osservando con scarso interesse una fettina di zenzero.
"Certo che lo vorrei, kamisama se lo desidero! Vorrei saperla libera e… e al sicuro più di qualsiasi altra cosa, lontano da suo marito, da nostro padre, da tutto, ma mai, mai al prezzo della sua vita".
"Non vuoi nemmeno rivederla?".
Mani in grembo, Akane chinò il viso di modo che le ciocche di capelli lo nascondessero, ma la lacrima che scese lungo una gota la vide lo stesso.
"Meglio di no: non vorrei che venisse accusata dal marito di avermi dato ospitalità o aiutata nella fuga".
Ranma annuì, come assorto.
"Bene, finalmente inizi a mettere giudizio. Hai preso la decisione più saggia, anche nel caso tu riesca a fuggire una seconda volta da Nagoya. A proposito, immagino che lei non viva troppo lontana dalla tua città natale, altrimenti non sarebbe potuta venire al tuo matrimonio, salute a parte".
"Castello di Hikone", rispose lei a denti stretti.
"Sulle sponde del Lago Ōmi, quindi".
Lei lo scrutò perplessa.
"Vuoi dire Biwa… Nessuno lo chiama più Ōmi da tempo, ormai".
"Beh, fa lo stesso", glissò lui sollevando un'alga dalla ciotola.
"Ranma?".
"Cosa?", berciò.
"Quanti anni hai?".
Smise all'istante di masticare e le rivolse uno sguardo torvo e triste al tempo stesso.
"Troppi", rispose a mezza bocca.
"Ah sì? Non sembri un vecchietto, però… Oppure è questo il tuo segreto? In realtà quella che vedo è una seconda pelle che nasconde quella vera, flaccida e rugosa?".
"Quindi la notte, invece di dormire, pensi intensamente a me?", chiese sornione per sviare il discorso.
La faccia di Akane prese fuoco al punto da poter gareggiare col falò accanto a lei.
"Perché, ti piacerebbe che lo facessi?", rispose a labbra serrate.
Ma tu guarda che impertinente, pensò Ranma divertito.
"Quello che mi piacerebbe è che tu ascoltassi quel che ti dico, anziché fare spesso di testa tua, altrimenti non farai molti passi avanti prima di rimettere piede nel tuo castello e difficilmente riuscirai a fuggire di nuovo".
Lei tornò seria, ma dal modo in cui lo fissava, come i serpenti velenosi che saggiano l'aria con la loro lingua biforcuta, era chiaro che stava escogitando una domanda o un'affermazione per spiazzarlo.
"A proposito", buttò là quasi con noncuranza, "quando andrò in Cina, è probabile che incontrerò i Barbari del Sud, per cui voglio essere preparata: Happosai mi ha accennato cose assurde su di loro e io non voglio farmi cogliere di sorpresa".
"È probabile che ti abbia presa in giro", tagliò corto lui accompagnando le verdure con un po' del suo riso.
"Una cosa, in particolare, il nostro comune maestro si è lasciato sfuggire una volta, ma si è sempre rifiutato di darmi spiegazioni", continuò Akane imperterrita.
"E va bene, avanti, non metterci tutto il pasto".
Lei gli elargì un sorrisetto che non presagiva nulla di buono.
"Cos'è un 'ba-cio'? È vero che è qualcosa di disgustoso che i barbari fanno con la lingua?".
