Glossario:

Irori: "cuore" (della casa) = focolare incassato nel pavimento di legno, al centro dell'ambiente più importante delle case tradizionali (minka = "case del popolo"). Sopra vi pendeva un pentolone, quindi era usato sia per riscaldare l'ambiente che per cucinare.

Ken: unità di misura corrispondente a 1,80m.

Nekomata: gatto con due code capace di camminare sulle sole zampe posteriori. La trasformazione di un gatto in nekomata avviene al raggiungimento di un'età avanzata (10 anni, secondo alcuni racconti): per questo fino al XVII secolo ai gatti spesso veniva mozzata la coda, convinti che ciò avrebbe impedito la trasformazione. Tale superstizione potrebbe aver contribuito all'allevamento del bobtail giapponese, una razza di gatti privi di coda.

Nekomusume: "donna gatto", ovvero un bakeneko (gatto mutaforma) femminile. Quelli malvagi arrivano a divorare le persone per sostituirsi a esse.

Ningyo: sirena giapponese: non vivrebbe solo in mare, ma anche nei corsi d'acqua montani.

Nodachi: "spada da campo", ovvero da battaglia, essendo stata utilizzata sui campi di battaglia dalla fanteria per contrastare la cavalleria. La lunghezza varia da 1,4 a 1,8m. Molte nodachi presentano quindi un'impugnatura più lunga rispetto alla katana e per questo appaiono esteticamente sproporzionate.

Shaku: unità di misura corrispondente a circa 30cm.

XX

CHIUDI GLI OCCHI

In un bacio saprai tutto ciò che è stato taciuto.

(Pablo Neruda)


"Cos'è un 'ba-cio'? È vero che è qualcosa di disgustoso che i barbari fanno con la lingua?".

Il riso che non sputò gli finì di traverso e rischiò di strozzarsi. Ranma iniziò a tossire così forte da doversi colpire il torace con un pugno, mentre le lacrime salivano agli occhi.

"Kamisama, allora è vero! È qualcosa di abominevole!", affermò Akane sconvolta. "Mi dispiace, non pensavo che…", disse contrita balzando in piedi e guardandosi attorno, ma non trovando ciò che cercava, si precipitò fuori dalla capanna. Tornò dopo pochi minuti con una ciotola tra le mani camminando a passi piccoli e svelti, s'inginocchiò dirimpetto a lui e gliela porse.

Ranma tracannò l'acqua e riuscì finalmente a deglutire e a riprendere a respirare, anche se con ampie boccate, ma sapeva di avere la faccia in fiamme fino alla punta delle orecchie. Per tutti i kami se una cosa del genere non gli capitava più da secoli. Anzi, forse da quando era un adolescente impacciato alle prime armi. Akane, invece, se ne stava immobile a guardarlo più concentrata che preoccupata.

"Tu stai pianificando di ammazzarmi fin dall'inizio e alla fine ci riuscirai nell'unico modo possibile, a quanto pare", la rimproverò appena recuperò la voce e sperando che dall'occhiata omicida che le lanciò capisse cosa stava rischiando.

"Ti chiedo perdono, non immaginavo fosse un'usanza così terrificante da scatenare una reazione simile".

Continuando a concentrarsi sul respiro, Ranma ritrovò un briciolo di calma, notando come Akane fosse tutt'altro che mortificata o in apprensione per un'eventuale ritorsione, sembrava anzi quasi divertita nella sua calma placida, se non fosse che non stava sorridendo: lo stava studiando.

"Io ho il sospetto di sì, invece. Ricordami di spellare vivo Happosai, prima di staccargli la testa", berciò con un ultimo colpo di tosse. "È stato lui, non è vero? Che ti ha detto esattamente?".

"In realtà poco e niente. Una sera lo trovai nel dojo completamente ubriaco. Quando mi vide parve non riconoscermi, perché mi chiamò con un altro nome".

"Ke Lun?".

"Sì, esatto! Mi disse: 'Sei tornata da me, Ke Lun, vieni qui, voglio darti un ba-cio'. Io cercai di farlo ragionare, ma lui continuava a chiamarmi in quel modo e a dire di volermi dare un 'ba-cio': 'Ricordi i giochini che facevamo con la lingua? Quanto ti piacevano!'. Io mi sono ritratta piena di ribrezzo e solo allora il maestro parve riconoscermi: si scusò con me, io chiesi spiegazioni e lui farfugliò di avermi scambiata per la donna che un tempo era stata sua moglie. Allora gli chiesi che cosa fosse un 'ba-cio' e lui dapprima divenne paonazzo, poi chiarì che era una cosa disgustosa che facevano solo i barbari e che dovevo dimenticare quello che avevo sentito. Non volle mai darmi spiegazioni. E data la tua reazione, a questo punto non sono più così sicura di voler sapere, ma non vorrei trovarmi di fronte a un 'ba-cio' e scappar via per il disgusto, devo riuscire ad affrontarlo a testa alta. Pensi di riuscire a superare l'imbarazzo e parlarmene?".

Ranma chiuse gli occhi e poggiando la schiena contro la parete prese a massaggiarsi le tempie.

"Non ci posso credere…", commentò scuotendo la testa. "Non mi hai fatto davvero questa domanda, non è possibile…".

"È un problema tanto insormontabile? Credevo che ormai potessimo parlare apertamente di qualunque cosa".

Ranma tornò a guardarla e si chiese, con rinnovato stupore, chi avesse davanti: Akane lo scrutava tutt'altro che pentita di aver fatto diventare lui paonazzo. Lei, una samurai che, in teoria, avrebbe dovuto difendere la propria dignità fino alla morte evitando, allo stesso tempo, di causare vergogna o provocare imbarazzo in chiunque altro, in un paese dove perdere o far perdere la faccia portava dritto al suicidio rituale. Invece lo fissava curiosa sbattendo di tanto in tanto le ciglia.

"Tu non ti rendi conto di cosa mi hai chiesto e solo per questo farò finta di nulla".

"Se non me lo spieghi, come posso rendermene conto?", gli fece notare stizzita.

E insisteva pure, ma il contrasto tra la rigida postura del samurai che studia il campo di battaglia con occhio critico e il candore del bambino che sta scoprendo un mondo nuovo lasciò Ranma basito al punto da risponderle, anziché metterla a tacere.

"Perché non c'è spiegazione che possa aiutarti a capire", ghignò per pentirsene subito dopo.

Akane accennò il sorriso di un maestro zen davanti a un discepolo un po' tardo.

"Bene, allora perché non me lo mostri?", gli chiese con la massima serenità sporgendosi verso di lui per cercare i suoi occhi, i pugni poggiati sul pavimento per sostenersi meglio, ma al tempo stesso come a non volergli lasciare vie di fuga, il seno che premeva contro la stoffa della vestaglia, le fiamme del focolare che accentuavano quelle che già ardevano nelle iridi dorate.

"Non ci penso nemmeno!", rispose minaccioso, ma deglutendo. Ci mancava anche il nodo in gola. "E adesso coricati, è ora di dormire".

"È davvero un'usanza rivoltante o mi nascondi qualcosa?", chiese dubbiosa. "Se ti imbarazza così tanto puoi stare tranquillo, non ne farò parola con nessuno, lo giuro", disse mordendosi il labbro inferiore per non ridere, pensando evidentemente di aver trovato il modo di vendicarsi per tutte le situazioni imbarazzanti in cui l'aveva messa lui.

Ranma poggiò anche la nuca contro la parete con un sospiro rassegnato: non sapeva se essere più incredulo, divertito, furibondo o ammirato. Che aspettava a farla svenire per togliersela dai piedi? Tornò a guardarla e la trovò a braccia conserte, che accentuavano ancora di più le tette da mucca che si ritrovava. Si mise allora a fissare con ostinazione il fuoco che scoppiettava e le intimò di nuovo di coricarsi o l'avrebbe costretta lui.

"Allora, avanti, costringimi: colpiscimi sul collo, oppure alzati ed esci dalla capanna, che aspetti? Scappare a quanto pare ti riesce altrettanto bene che combattere".

Maledetta. Nessun altro al suo posto l'avrebbe passata liscia per un insulto del genere, fosse anche la verità, eppure non replicò. La studiò invece per qualche attimo, alla luce danzante ma sempre più incerta dell'irori sotto la pentola sospesa. Inflessibile nella sua compostezza come solo le samurai d'alto rango riuscivano a essere, appariva quasi circonfusa dall'aura autoritaria dei daimyo implacabili che si aspettavano di essere obbediti quando davano un ordine. Non si sarebbe mai fatta schiacciare da ingiurie e umiliazioni pur di imparare, aveva visto coi suoi stessi occhi che era capace di rischiare la vita per salvare chi era in difficoltà, figurarsi se si lasciava fermare da un semplice diniego, anche se non era minimamente cosciente di ciò che gli stava chiedendo: come lui, prendeva tutto come una sfida da superare o morire. Per cui, gli avrebbe davvero dato il tormento finché non avesse ottenuto una risposta, tanto valeva abbozzare una spiegazione plausibile, si sarebbe quanto meno risparmiato domande sempre più scomode nei giorni a venire.

"Non è solo un'usanza dei barbari, va bene? Lo fanno anche i cinesi con le loro donne per… dimostrare affetto. Molto, molto affetto", buttò là sperando si accontentasse.

"Oh", commentò meditabonda facendo vagare lo sguardo sulle stuoie scortecciate e le coperte rattoppate, poi tornò a scrutarlo. "Quindi il cuore deve essere coinvolto?", chiese intrecciando le mani in grembo. Lo fissava sempre con determinazione, ma la posa più rilassata evitava per lo meno che la vestaglia evidenziasse troppo le sue forme. Se avesse saputo l'effetto che iniziava a fare su di lui, si sarebbe lanciata dal lato opposto di quella stamberga.

"Non necessariamente".

Invece le aveva fatto credere di essere tutto fuorché attraente e adesso Akane era convinta di potergli stare vicino, addirittura toccarlo, senza aver nulla da temere. Bell'idiota era stato.

"Capisco… ma fanno cosa?".

Ranma si passò una mano sugli occhi con un altro sospiro.

Vattene!

"Baciarsi".

"Ho capito, ma in cosa consiste esattamente?!".

Ora!

O la faceva svenire seduta stante, o la strozzava, non poteva più rimandare.

"Senti, Happosai non ti ha del tutto mentito, per un giapponese sarebbe veramente disgustoso, lascia perdere".

La delusione calò sul suo sguardo e non per averle negato la spiegazione bramata. Era il suo atteggiamento a deluderla, il fatto che non si mostrasse aperto e disponibile come si aspettava.

"Mettimi alla prova, tanto non hai fatto altro, no?", lo sfidò scostando la massa di capelli dietro la schiena come se scacciasse una mosca. Perfetto, adesso il seno era ancora più in evidenza sotto quel tessuto liso che si alzava e si abbassava. Ranma sbuffò di nuovo posando lo sguardo su qualunque cosa non fosse lei e cominciò a chiedersi per quanto ancora sarebbe riuscito a far finta di nulla. Ma non poteva nascondere a se stesso che in fondo se l'era cercata. E nemmeno gli dispiaceva più di tanto.

"I barbari non si fanno problemi a mettere le mani sul viso altrui, uomo o donna che sia, questo te l'ha detto Happosai?".

Akane non fece una piega.

"No, che usanze bizzarre hanno", commentò, poi parve illuminarsi. "Ecco perché tu…".

"Già, ho preso col tempo questa abitudine tutta barbara".

"Quindi ogni volta che mi hai afferrato il viso è stato per dimostrarmi affetto? Sarebbe quello un 'ba-cio'? E la lingua cosa c'entra?".

"Cosa? No! Ma come ti salta in mente? Quello che voglio dire è che, come qualunque giapponese, consideri maleducato e inconcepibile che qualcuno ti tocchi il viso, giusto? Non trovi forse insopportabile che io te lo afferri?".

Lei ci pensò su.

"All'inizio avrei voluto prenderti a calci, ma ormai ci ho fatto l'abitudine", ammise candidamente spiazzandolo ancora una volta. E dire che sin dal principio si era anche impegnato per risultare più sgradevole del solito agli occhi di quella che considerava, in fin dei conti, una ragazzina troppo cresciuta.

"Bene", replicò soprassedendo, "i barbari fanno più che toccarselo a vicenda".

Lei arricciò il naso come se avesse appena aspirato il lezzo di un cadavere.

"Se lo leccano?".

"Ma che… No!".

Stentava a credere che una simile conversazione stesse avvenendo. Akane, dal canto suo, inarcò un sopracciglio ormai spazientita.

"E allora cosa? Cos'è che fanno? Dimmelo senza girarci intorno!".

Se non l'avesse visto coi propri occhi, non ci avrebbe creduto: la curiosità era tale che a mala pena la pelle la conteneva. Tutta protesa in avanti, Ranma rimase abbagliato dalle fiamme che dibattendosi nelle iridi sembravano spargere scintille nell'aria, dalle labbra schiuse e umide, mentre la scollatura si ampliava perché un lembo di stoffa stava per cadere da una spalla. E lei non poteva sapere quanto tutto ciò la rendesse…

"Vedi, loro…".

(desiderabile)

Akane si protese ancora di più.

"Loro? Suvvia, non farti pregare".

Dannazione.

Il fuoco non c'entrava niente, le braci ce le aveva direttamente negli occhi e nemmeno lei si rendeva conto di quanto potessero bruciare chi le stava di fronte.

"Loro avvicinano i volti…".

Nonostante la stanchezza che pervadeva il viso, gli aloni scuri attorno agli occhi e l'angolo di un labbro tumefatto, Ranma non riuscì a non pensare a quanto Akane splendesse in quel momento. Perché poteva pure negarlo a lei fino alla morte, ma mentire a se stessi era da idioti: era luminosa e abbagliante come l'alba.

"…fino a premere le labbra di uno su quelle dell'altra…".

In qualche anfratto del suo cervello ancora abbastanza lucido si rese conto di essersi staccato dalla parete: si stava protendendo a sua volta verso di lei e il proprio respiro si era fatto troppo rapido.

"Loro fanno cosa?!", esclamò scandalizzata facendolo quasi trasalire. "Mi prendi in giro? Dèi del cielo, non riesco a crederci!", proferì scuotendo il capo senza sapere dove posare lo sguardo sconvolto. Era più rossa in faccia dei tizzoni che scoppiettavano a pochi passi da loro. "Ma… ma perché fare una cosa del genere? Cosa ne ricavano?".

Adesso era il suo turno di divertirsi col suo imbarazzo: Akane teneva tutt'e due le mani premute sulle labbra come a volerle proteggere da un assalto invisibile.

"Te l'avevo detto che l'avresti trovato disgustoso…", ghignò compiaciuto mentre ringraziava i kami per lo scampato pericolo.

Akane lo guardò di traverso, lasciando quella boccaccia libera di dar fiato alle sue elucubrazioni.

"Che ci trovano? Tu lo sai, non è vero?", gli chiese pur prendendo ulteriormente fuoco.

"Non si può spiegare, te l'ho detto. Dovrai tenerti la curiosità", la canzonò.

Stava friggendo dalla voglia di prenderlo a pugni, ora che la situazione si era ribaltata. Le pagliuzze dorate, fessure oltre le quali si agitavano i lampi di una fame che non sembrava rivolta solo alla mera conoscenza, non si staccavano da lui.

"Se è un'usanza cinese, oltre che barbara, scommetto che non c'è niente di veramente disgustoso. In effetti, a ben pensarci, da quel che Happosai ha accennato non credo affatto che sia ripugnante come voleva dare a intendere, anche se ha fatto di tutto perché io la credessi tale". Capì che stava per porgli una domanda scomoda da come abbassò lo sguardo, le gote di nuovo imporporate. "Cosa… cosa si prova?", mormorò Akane con un filo di fiato. Doveva costarle molto superare un imbarazzo bruciante pur di appagare la sua curiosità, eppure non si dava per vinta. Non si sarebbe mai data per vinta.

Improvvisamente, Ranma sentì qualcosa di estraneo annidarsi da qualche parte nel petto. Minuscolo, come il seme di un frutto rimasto incastrato in gola: una presenza costante eppure lontana dall'essere fastidiosa. E se era ciò che temeva, c'era il rischio che prima o poi avrebbe germogliato e sarebbe fiorito. E prima che se ne rendesse conto le radici avrebbero scavato tanto in profondità che sarebbe stato poi impossibile estirparle. Doveva sputare quel seme adesso, prima che fosse troppo tardi.

"Ora basta, è tardi, coricati sulla stuoia e copriti", le ordinò alzandosi in piedi e dandole le spalle. Si piegò su un ginocchio e ravvivò il fuoco con altri pezzi di legno, intenzionato a uscire subito dopo da quella catapecchia. Era lui a scappare, non lei, battendo vergognosamente in ritirata. Lui, che aveva affrontato oni mostruosi, valanghe, terremoti, inondazioni. Lui, che non temeva nemmeno la morte. Era inconcepibile, era ridicolo, ma non riusciva a guardarla senza che la corazza che aveva eretto iniziasse a creparsi. Anche adesso sentiva i suoi occhi sulla propria schiena, dardi uncinati che scavavano nella carne.

(Sei fottuto)

"Nemmeno questo puoi dirmi?".

Lui si girò a guardarla oltre la propria spalla: a testa bassa, si tormentava le dita in evidente agitazione: forse nemmeno lei sapeva dove avesse trovato il fegato per porgli una domanda simile.

"Sei diventata sorda? A dormire!", le intimò.

Lei non si mosse, ma la sentì inspirare dal naso ed espirare dalla bocca, come a prendere coraggio.

"Avevo ragione, allora: scappare ti riesce davvero bene, forse ancora meglio che combattere".

Lui si volse del tutto verso di lei, i pugni stretti.

"Un'altra parola e ti farò pentire sul serio di essere fuggita dal tuo castello".

"Ma ho l'impressione che tu, in realtà, stia fuggendo da te stesso".

Ranma la maledì. Lei e la sua lingua lunga. Lei e il fatto che non avesse il minimo timore di lui. Lei e il fatto che fosse ciò che lui aveva sempre cercato.

(Non era quello che volevi?)

Un essere umano, una persona

(una donna)

che gli dicesse in faccia tutto ciò che le passava per la mente senza paura delle conseguenze. Che lo sfidasse e magari vincesse. Che fosse in grado di guardargli dentro e lo capisse, meglio di quanto ci riuscisse lui stesso.

"Avanti, cosa ti spaventa tanto? Non è la domanda in sé, vero? No, perché mi avresti già risposto inventando chissà quali ridicoli particolari per prenderti gioco di me. No, c'è dell'altro".

Lui si buttò esausto sul pavimento a fissare il foro nel soffitto da cui il fumo fuoriusciva.

"Maledizione…", esalò chiudendo gli occhi e portando un braccio a coprirseli, mentre sentiva lei alzarsi in piedi e inginocchiarsi accanto a lui. Ranma si alzò a sedere esasperato.

"Vuoi sapere cosa si prova? Niente!", le gridò in faccia.

Akane trasalì, per poi gonfiarsi come un pesce palla.

"Stai mentendo! In ogni caso non preoccuparti, voglio solo sapere perché. Per quale motivo fuori dallo Yamato la gente si abbandona a queste… manifestazioni d'affetto?".

"Perché può diventare il preludio a qualcosa di più!".

"In che senso? Hai detto che il cuore non deve essere per forza coinvolto".

Lui raccolse le gambe, poggiò i gomiti sulle ginocchia e la fronte contro i palmi delle mani.

"È molto più che affetto e non starò certo qui a farti una lezione dimostrativa sull'unione fra un uomo e una donna!".

I kami tanto disprezzati fossero ringraziati: di colpo paonazza fino alla punta dei capelli, Akane vacillò fin quasi a cadere all'indietro.

"Oh… quindi loro si danno prima a vicenda un 'ba-cio' e poi…".

"Non per forza, ma può accadere".

E come un pesce ora Akane boccheggiava in cerca d'aria che non trovava, gli occhi ancorati al proprio grembo più che mai.

"Kamisama", mormorò tremando leggermente. "Io non immaginavo che…". Scosse la testa, come se tentasse di scacciare via delle immagini moleste, forse il ricordo di averlo sorpreso, nudo, con una cameriera. "Ti chiedo perdono per la mia insistenza che ti ha causato tanto imbarazzo. Forse è meglio se adesso…", prese un respiro profondo a ciglia socchiuse. "Sì, se adesso vado a coricarmi, buonanotte", disse tutto d'un fiato.

La sua mano che le afferrava un polso e lo stringeva per impedirle di alzarsi scattò prima che se ne rendesse conto.

"Tu non me la racconti giusta", le disse senza mezzi termini e senza distogliere gli occhi dai legni carbonizzati. "So che l'hai fatto apposta, altro che voler essere preparata per un ipotetico incontro con i barbari, tu immaginavi cosa Happosai volesse da te".

"Affatto!", protestò lei cercando di divincolarsi, ma Ranma strinse ancora più forte.

"Allora come sapevi che mi avrebbe causato imbarazzo parlartene?".

Lei si bloccò all'istante.

"Non lo sapevo, ci speravo, visto l'atteggiamento di Happosai: ero quasi certa che mi avesse mentito perché anche lui rischiava di strozzarsi con la sua stessa saliva, ogni volta che chiedevo spiegazioni, e più sviava il discorso, più io morivo di curiosità. Solo che, al contrario del maestro, pensavo che alla fine tu non saresti stato tanto reticente, non dopo la conversazione che abbiamo avuto lungo il fiume".

"Così hai pensato che io potessi illuminarti".

"E chi altri, se non l'unica persona che può capirmi come nessun altro e con cui pensavo di poter parlare apertamente, senza remore?", concluse contrita, per poi ritrovare un barlume di sorriso. "Comunque, posso benissimo vivere senza sapere cosa sia con esattezza e chissà: se mai mi imbatterò nei Barbari del Sud, di certo non avrò troppe difficoltà a riconoscere un 'ba-cio', dovessi vederne uno, devo solo evitare di farmi cogliere di sorpresa. Puoi lasciarmi il polso, ora?".

Sì, avrebbe potuto benissimo vivere senza sapere cosa fosse un bacio e sarebbe stato decisamente meglio per lei. Per tutti e due. Ma lui non poteva fare a meno di guardare la pienezza di quelle labbra e chiedersi se fossero davvero morbide e calde come le aveva percepite al tempio di Daisuke. Ma chi voleva prendere in giro? Certo che lo erano, solo che voleva sentirle a contatto con le proprie ancora una volta, fosse anche una sola. C'era soltanto un problema: lei non era una donna qualsiasi che non avrebbe mai più rivisto.

(tu ci tieni a lei, è questo che ti terrorizza!)

Sì, era terrorizzato.

Terrorizzato di non riuscire a fermarsi in tempo. Terrorizzato che lei potesse respingerlo e allo stesso tempo non respingerlo.

Terrorizzato, più ancora, che Akane fosse ormai diventata qualcosa di più di una missione da portare a termine, un'allieva da addestrare, una mocciosa a cui fare da balia e da far crescere in fretta.

Terrorizzato dal fatto che lei potesse diventare importante.

No, che lei fosse già importante. E potesse diventarlo ancora di più.

Terrorizzato che non potesse farne più a meno.

"Ranma?".

"Non sono mai stato molto bravo a gestire le relazioni umane. Sono sempre stato elusivo, sfuggente, per evitare di restarne coinvolto. E alla fine ciò che non sono in grado di affrontare semplicemente lo evito: mi dileguo, minaccio… e arrivo anche a mentire. Come ho fatto per tutto questo tempo".

"Di che stai parlando?".

Si volse a guardarla e l'attirò a sé nel medesimo istante, costringendola ritta sulle ginocchia a fronteggiarlo, ma ben attento a non sfiorarla con un dito. Lei s'irrigidì e istintivamente gli ghermì un bicipite con la mano libera, non seppe dire se per tenerlo a distanza o non perdere l'equilibrio. Ranma portò la mano che le aveva afferrato al centro del proprio petto e al tempo stesso prese l'altra perché fosse ben salda sulla spalla.

"Puoi respingermi", le disse, "sei ancora in tempo".

Lei deglutì e cercò di non dimenticare di respirare.

"Che intenzioni hai?!".

"Non mi hai detto tutta la verità, non è così?".

Il sorriso di Akane dapprima si affievolì, poi mutò in quello triste di chi non può più nascondersi dietro una scusa. Abbassò lo sguardo e annuì con vigore mordendosi il labbro.

"Hai ragione, ho una paura che mi attanaglia".

"Sputa il rospo, vedo una zampetta che fuoriesce da un angolo della bocca".

Lei scoppiò in una risatina nervosa, quindi si ricompose e prese un respiro profondo come a darsi coraggio.

"E se da Nagoya non riuscissi a fuggire una seconda volta?".

Eccolo, il vero motivo della sua domanda. Ora era tutto chiaro.

"Perché non dovresti? Puoi farcela".

"E se invece fallissi? Se mi costringessero a sposare Ryoga? Hai detto di volermi comunque riportare al mio castello, non so quanti giorni manchino ancora e io… io volevo solo apprendere più cose possibili, perfino provarle sulla mia pelle, se necessario, pur di imparare quanto posso sul mondo che mi circonda, anche se riprovevole. E questo significa anche superare le mie paure".

Ranma chiuse un istante gli occhi cercando di focalizzare l'attenzione sul proprio respiro che entrava e usciva dall'addome: era una sfida come un'altra, quella, né più, né meno. Poteva farcela.

"Kami, mi sento una tale stupida, adesso…".

Se invece avesse avuto idea di quanto fosse irresistibile, in quel momento, mentre si mordeva il labbro e tirava su col naso cercando di reprimere lacrime di mortificazione… Eppure, quando sollevò il volto imporporato, non distolse mai lo sguardo, rovente e risoluto, dal suo.

"Lasciami andare, non devi in alcun modo sentirti obbligato. So di non essere attraente e poco femminile e…".

"Adesso voglio che mi ascolti attentamente", le mormorò sfiorandole la fronte con le labbra, mentre la sentiva trattenere il fiato. "C'è uno tsubo proprio sullo sterno che se premuto induce lo svenimento", le indicò scostando i lembi del proprio kimono e portandole l'indice fra i pettorali, a diretto contatto con la pelle, là dove il cuore – il proprio cuore, kamisama – batteva così forte da sentirselo in gola. "Devi premerlo, se ti rendessi conto che mi sto spingendo oltre. Se non dovesse funzionare, premi invece questo tsubo tra la spalla e il petto, proprio qui, vedi? Bloccherà ogni mio movimento", le indicò.

"Spingerti oltre? Che intendi, esattamente?", chiese timorosa.

Ranma arrivò a sfiorarle la punta del naso col suo, il cuore che pulsava nelle orecchie. Era talmente inconsapevole da non rendersi conto di quanto fosse stata incauta.

"Chiudi gli occhi".

Akane risucchiò il respiro: scossa da un tremito, si aggrappò a lui con maggior forza, il petto che prese ad alzarsi e abbassarsi contro il suo come se le mancasse del tutto l'aria facendo vacillare il suo già precario autocontrollo. Stava per dirle di non agitarsi, ma poi la vide umettarsi il labbro inferiore e serrare le ciglia come a prepararsi ad affrontare un temibile avversario. Cercò di non pensare al profumo dei suoi capelli, alla pelle che ardeva e che avrebbe voluto accarezzare e più di ogni altra cosa al fatto che sotto quella stoffa ruvida e sottile fosse praticamente nuda e lui avrebbe potuto indovinare, al contatto, ogni curva del suo corpo.

Sei ancora in tempo, si disse mentre le lasciava andare il polso per sollevare la mano verso il suo mento, è l'occasione perfetta per colpirle il collo.

(Hai vissuto e sofferto molto più di me, saresti davvero un imbecille a sprecare una simile opportunità e lo sai)

Perfetta…

(Non incontrerai mai più una come lei nemmeno se vagassi altri mille anni!)

Le sfiorò il viso con la punta delle dita e Akane, inaspettatamente, si rilassò lasciando aderire la guancia al suo palmo, le ciglia ora mollemente socchiuse, il respiro mal trattenuto. A Ranma tremò la mano, mentre col pollice disegnava la curva delle sue labbra e lei le schiudeva.

No, questa non ci voleva. Non poteva essere, Akane non poteva desiderarlo, dannazione. Doveva fermarsi. Ora.

Ora che la mano era finita dietro la sua nuca e le ghermiva i capelli.

Ora che la mano di Akane scendeva dalla spalla ad artigliargli il braccio, come per attrarlo a sé.

Ora che…

…ora che sfiorava ciò a cui non avrebbe mai dovuto nemmeno accostarsi. E in quell'istante capì quanto Daisuke avesse ragione.

Era davvero.

Fottuto.

Perché il calore di quello che avrebbe dovuto essere solo un contatto fugace e nulla più lo stordì e la morbidezza lo devastò. Perché le sue labbra erano piene e cedevoli e profumavano di pesca. Doveva fermarsi, ora, o avrebbe perso la ragione, ma era ancora in tempo per evitare il disastro. Invece lei ebbe un sussulto e aprì le labbra ancora di più.

E lui se ne impossessò. Come le mani si impossessarono del suo corpo.

Perché voleva saggiarne la consistenza e farla sua. Perché lui era un dannato imbecille. Perché quando la sentì rispondere timidamente afferrandogli le labbra a sua volta con un ansito, il suo raziocinio vacillò, perché allora desiderò soltanto divorarle, quelle labbra che cercavano le sue con la stessa crescente avidità, con la frenesia dell'affamato che non tocca cibo da giorni e non riesce a saziarsi, perché il suo cibo lo stava divorando a sua volta, mentre ogni sua maledetta curva aderiva ai suoi muscoli premendosi contro il suo ventre a cercare un contatto più profondo, seno contro torace, i fianchi contro i suoi, gambe contro gambe, mentre lui le circondava la schiena e le mani di Akane si insinuavano sotto il kimono per graffiargli la pelle e affondavano poi nei suoi capelli per spingerlo di più verso quella bocca che catturava la sua con una bramosia che stava per gettarlo nel baratro della pazzia e non riusciva più a smettere e la desiderava al punto che avrebbe finito per bruciare lei e se stesso. Ma proprio quando tentò, con un'ultima stilla di lucidità, di richiamare a sé le dita che vagavano fameliche sul suo corpo alla ricerca della sua carne, sentì la punta della lingua di Akane lambire le sue labbra. Fu come se una folgore si abbattesse sui lombi e sul senno, annientandolo. E le mani che avrebbero dovuto afferrarle le spalle e staccarla da sé stavano invece per gettarla sul pavimento e strapparle via quell'inutile indumento che si frapponeva fra loro.

"Ranma…".

Il gemito lo uccise e lo risvegliò al tempo stesso. Trovò non seppe nemmeno lui dove la forza per afferrarle le spalle e allontanarla dalla sua bocca e restare così, occhi chiusi e fronte appoggiata alla sua, ad ansimare non meno di lei, le cui dita erano artigli sul proprio kimono.

"Co… cosa… kami, mi… mi dispiace… perdonami… n-non so cosa mi sia preso…".

Lei stava chiedendo perdono a lui.

Lei, che non era ancora fuori pericolo, che non poteva non essersi accorta del desiderio fisico che gli aveva provocato.

"Ti avevo detto di…", Ranma deglutì, cercando di ignorare le pulsioni al bassoventre, anche a costo di farsi scoppiare una vena. "Di premere lo tsubo sul mio sterno nel caso in cui…".

"Lo so", ansava ancora lei contro la sua bocca, "ma… ma è…", deglutì a sua volta, "…è questo un 'ba-cio'?", gli chiese a fior di labbra.

A lui scappò un sorriso.

"Un bacio vero non te l'ho ancora dato, eri tu che stavi per darlo a me, per questo ti ho fermata".

"Cosa?!", esalò incredula, le labbra tumide e il viso stravolto. "Ma allora…", realizzò avvampando più di quanto non fosse già. "Credo di aver capito… pe-perdonami se non ho…", lo implorò serrando di nuovo le ciglia sugli occhi. Lasciò la presa sul suo kimono per poggiare esitante le mani sul suo torace. "Ma vedi, mentre noi… mentre… io l'ho sentito…".

"Era un po' difficile che non lo sentissi, mi dis…".

"…qualcosa proprio qui, al centro del petto, dove tu hai detto che c'è lo tsubo per far svenire. Non so cosa fosse, ma mi ha come trafitto da parte a parte. Hai detto che il cuore non necessariamente è coinvolto, ma il tuo io l'ho sentito".

Ranma strabuzzò gli occhi.

"Che… co…?".

Lei invece sorrideva radiosa, come non aveva mai fatto, fin quasi alle lacrime.

"Finalmente ho sentito il Ranma che vuole vivere e non solo sopravvivere, proprio qui", disse poggiando una mano tra i seni. "Stai scappando da tutta la vita perché hai paura di vivere. Non pensi sia venuto il momento di fermarti?".

"Io non…".

Fu lui ad aggrapparsi alle sue spalle, adesso.

"Io…".

Per non cadere lui trafitto da quella verità che nemmeno se avesse avuto la forma di una naginata grossa come una trave gli avrebbe provocato un dolore tanto brutale.

"È meglio se ti allontani, ora", dichiarò tutt'altro che convinto.

Ma continuavano a guardarsi respirandosi addosso il desiderio reciproco, le mani di entrambi ancora sul corpo dell'altro. È così sbagliato quello che abbiamo fatto?, imploravano i suoi occhi. Perché mi hai fermata? Perché non mi hai dato un bacio vero?

Perché non ti avrei più lasciata andare, era la risposta a quelle accuse, ma le mani furono più rapide della lingua, perché scesero lentamente dalle sue spalle alla schiena, percorrendola con dita possessive fino ad avviluppare di nuovo la sua vita, mentre aspirava l'irresistibile aroma fruttato agli angoli di quella bocca che si schiudeva, di nuovo, per accogliere la sua, così come il suo corpo cercava, nuovamente, quello di lui. E Ranma, ancora una volta, catturò le sue labbra fra le proprie. Perché voleva assaporarle ancora, ma stavolta con lentezza, gustandole un morso alla volta come fossero susine mature. Perché la dannata verità era che voleva farlo da quando si era risvegliata nella locanda a Gero, dopo l'incendio, e gli aveva sorriso e accarezzato incredula il volto. E ora come allora, maledizione, Akane gli prese esitante il viso fra le mani e lo torturò con una dolcezza e una sensualità fino a spingerlo sul baratro: un passo falso e la sua ragione sarebbe precipitata dove non avrebbe più potuto recuperarla. Perché, ancora una volta, il suo corpo voleva diventare tutt'uno col proprio e ogni sua curva era un attentato al suo raziocinio. Perché sul suo cuore, forse, aveva ragione: lei non era più solo l'essere umano tanto cercato, ma la donna che lui avrebbe potuto…

Sentì la lingua di Akane carezzargli di nuovo il labbro e succhiarglielo e aderire al suo ventre con la stessa bruciante bramosia che stava corrodendo il suo senno.

E Ranma mandò all'inferno tutto – il casato dei Tendo, la promessa, Happosai – perché stavolta nemmeno un cataclisma l'avrebbe fermato, perché lei…

Lei…

(è mia)

…era nata per lui.

Affondò le dita in una coscia, appena sotto i glutei, per spingere il suo bacino contro il proprio, perché sentisse fino in fondo tutto il desiderio che aveva di lei, mentre con l'altra mano le afferrava i capelli dietro la nuca per darle infine ciò che aveva chiesto e che lui stesso agognava: un bacio vero. Ma ciò che lasciò la gola di Akane non fu il gemito sperato: la vide accasciarsi di colpo sulle ginocchia, aggrappandosi al suo kimono per non perdere l'equilibrio.

"Akane, ma che…?".

"Perdonami, mi-mi gira la testa…".

Ranma le sollevò preoccupato il mento e si diede del colossale imbecille. Il sudore che le imperlava il volto, il respiro affaticato, il tremore e gli occhi velati gli fecero immediatamente comprendere il perché la sua pelle scottasse tanto: aveva la febbre e pure alta. Quel che temeva era accaduto: se non la teneva lui, non era in grado nemmeno di reggersi in piedi, sembrava sul punto di svenire. E per tutto il tempo se n'era stata zitta, finché non aveva retto più.

"Perché non me l'hai detto, razza di baka!".

La sollevò di peso senza sapere se maledirla, l'adagiò sulla stuoia di fianco all'irori e la coprì con tutt'e due le trapunte che Toru aveva trovato per loro. E quando lei farfugliò che aveva sete, le fece bere un sorso d'acqua dalla stessa ciotola che Akane aveva portato per lui, sussurrandole piano, adagio o ti andrà di traverso e le tamponò la fronte con la pezza macchiata di sangue, per poi precipitarsi fuori dalla capanna a cercare altri pezzi di legno al buio per ravvivare il fuoco di nuovo languente.

Tornò che lei si agitava sotto le coperte, tremante e delirante. Lui diede altra linfa al focolare, quindi afferrò lo stesso ago con cui le aveva cucito il taglio sul braccio e le praticò un piccolo foro su un mignolo per tentare di abbassarle la febbre come la prima volta a Gero. Altro non poteva fare, a parte cercare Yumiko mentre Akane sussultava per il freddo. E lo chiamava, senza però che Ranma capisse una sola parola all'infuori del suo nome.

La guardò con apprensione qualche altro istante, prima di uscire in cerca della kitsune.

- § -

"Dobbiamo andarcene! E subito!", ammonì agitata Sayuri passandosi gli artigli sulle braccia, come se brividi di freddo percorressero il suo corpo sinuoso nonostante il fuoco acceso.

"Sono d'accordo, non è sicuro rimanere: anche se non sembra ostile, chi ci dice che non cambi idea?", insinuò la vocetta gracchiante del tengu.

"Come è venuto in mente a voi due di ospitarlo? Vi rendete conto che ci avete messo tutti in pericolo?", accusò Sayuri battendo nervosamente la coda sul pavimento.

"Cosa avremmo dovuto fare? Cosa avresti fatto tu al nostro posto? Lo avresti invitato gentilmente ad andarsene? Vuoi provarci ora?", le rispose Toru.

"Se avesse voluto ucciderci, lo avrebbe già fatto: l'abbiamo vista o percepita tutti la sua aura, giusto? Gli basterebbe uno schiocco delle dita per farci fuori", intervenne il mezzo-tasso. Come si chiamava? Stava proprio invecchiando se non ricordava nemmeno il nome dell'ultimo arrivato.

"Sì, è terrificante, fa davvero paura, non ho mai sentito niente di simile", confermò Eisuke.

"Sentito? Perché non l'hai vista! Sarebbe capace di incendiare il villaggio, se qualcuno gli facesse saltare la mosca al naso!", incalzò Sayuri cercando chiaramente di portare tutti dalla sua parte.

"A me vengono i brividi solo a guardarlo", s'intromise il kappa, forse per non essere da meno.

"Yumiko, sei proprio sicura che sia un immortale? Eh? Eh?", chiese quel nevrotico del mezzo-cane che non faceva che sbavare sul pavimento. Certe volte gli sorgeva il dubbio che fosse drogato.

"Assolutamente: ne ho già incontrato uno, da giovane, la loro aura è inconfondibile".

"Beh, allora si può dire che è come alcuni di noi…".

"No, non proprio: è umano, solo che non può morire", s'intromise il tengu.

"Appunto, è un demone!", disse convinto il cagnetto. Ancora non aveva capito di che razza fosse.

"Mezzo-demone, casomai", puntualizzò il tengu.

"Neanche: è umano, ma con caratteristiche demoniache", considerò Yumiko.

"Quelli come lui nascono da un essere umano e hanno l'aspetto di un essere umano, ma non sono umani", ribatté stizzita Sayuri.

"E allora perché non ci dici tu cosa accidenti è?", ironizzò Toru.

"Io posso solo dirti cosa non è: non è umano e non è un demone".

"Allora appartiene a una razza a parte?".

"Ma a noi cosa cambia?", chiese il procione annoiato.

"Cambia tutto: quasi certamente è più vecchio di tutti noi messi assieme. Questo significa che ha accumulato capacità e poteri per noi impensabili, impossibile ucciderlo", rifletté Sayuri.

"Perché, stavi pianificando di ammazzarlo?", le chiese Yumiko.

"Ho appena detto che è impossibile, non sono così stupida da provarci!", s'infervorò la gatta.

"E se invece fosse davvero di passaggio?", si chiese Toru assorto.

"Non dire sciocchezze! Non può essere un caso che proprio uno come lui sia capitato qui: di sicuro è venuto a spiarci, capire chi e quanti siamo per poi farci fuori!".

"Come se ne avesse bisogno… E poi perché si porterebbe dietro quella donna?".

Domanda interessante, chissà perché nessuno ci aveva pensato fino a quel momento, bravo Toru.

"Non divaghiamo: cosa facciamo, dunque? Lasciamo il villaggio? Siamo ancora in tempo".

Sayuri era tanto bella quanto impulsiva e scassarotule. Come tutti i gatti, del resto…

"No, no, è importante: gli yokaihanta sono come monaci erranti, viaggiano da soli, non hanno famiglia, una donna sarebbe solo un peso, per loro. Perché allora se la porta appresso? Non è nemmeno una del popolo, dalla faccia sembra di nobile lignaggio…".

"E si traveste da uomo, quindi non vuole essere riconosciuta", aggiunse Yumiko.

"Forse la sta scortando… magari è stato ingaggiato come guardia del corpo?", considerò Toru come se stesse ragionando solo con la moglie.

"Ma perché non prendere alloggio a Kaga? Perché venire sin qui a cercare un riparo e del cibo?", gli chiese lei.

"Forse cercavano solo un luogo appartato per non dare nell'occhio: stanno viaggiando in pieno inverno, dopotutto".

Giusta osservazione.

"È plausibile… quel che è certo è che è più interessato a lei che a noi: vi siete accorti di come la guarda? Come se non riuscisse a credere di averla al suo fianco. Quando lei non se ne accorge, è ovvio, altrimenti distoglie lo sguardo e fa finta di nulla", fece notare Yumiko.

"A proposito, quell'Akane saprà chi è lui veramente? Avrà un'idea del pericolo che corre?", domandò Sayuri pur sapendo che nessuno avrebbe potuto risponderle.

"Fossi in lei, mi preoccuperei di più di aver suscitato il suo interesse", disse Eisuke.

"Che vuoi dire, mezzo-procione?", chiese il tengu.

"Sono un mezzo-tasso, io! Il procione è lui!", indicò risentito Eisuke in direzione di Haru, che seguiva la conversazione con un occhio chiuso e uno aperto.

"È uguale, che volevi dire?".

"Che in quanto immortale, quel Ranma vive al di fuori delle regole persino più di noi, potrebbe quindi non farsi scrupoli…".

"Se lei è davvero di nobile nascita e comunque lo ha pagato, non credo la toccherà".

"E se lo ricambiasse?", si chiese Yumiko.

"Una samurai del suo rango? Ma cosa vai a pensare?", la redarguì il marito.

"Viaggiano da soli, lui è bello da togliere il fiato, quale donna resisterebbe?".

"Tu ragioni da essere libero, non da samurai: quelli hanno un codice d'onore tutto loro che gli complica la vita, non immagini nemmeno quanto, non vanno nemmeno di corpo senza seguire l'etichetta".

"Ma se ho ragione, se anche il suo cuore fosse coinvolto, allora per lei sarà una sciagura".

Nessuno osò ribattere. Per quanto poco se ne sapesse sugli immortali – a parte il fatto che erano più rari persino di loro, ma assai più potenti e soprattutto longevi – su una cosa erano tutti d'accodo: la loro esistenza era una condanna e solo uno sciocco avrebbe invidiato la loro eterna giovinezza.

"Torniamo alla questione iniziale, per favore? Dobbiamo decidere se restare o andarcene e dobbiamo farlo adesso! Vecchio Gatto, voi siete stato in silenzio per tutto il tempo, cosa ne pensate?", gli domandò Sayuri.

Lui sbadigliò di gusto, quindi tirò una lunga boccata dalla pipa e lasciò andare il fumo azzurrognolo con calma studiata, mentre gli astanti pendevano dalle sue vibrisse in nervosa attesa.

"Tutto considerato, non credo che sia pericoloso per noi, quantomeno non è venuto con l'intenzione di sterminarci, ma non si può mai dire che piega possano prendere gli eventi. Pertanto, chi vuole andarsene è libero di farlo, nessuno qui è trattenuto con la forza", concluse prendendo un'altra boccata.

Demoni e mezzi-demoni si guardarono gli uni con gli altri cercando nei volti o nei musi dei vicini o dei dirimpettai una conferma che la decisione di andarsene o restare fosse quella giusta, ma nessuno ottenne più di un'occhiata preoccupata o indecisa.

"Mentre voi state qui a ponderare se dileguarvi o meno approfittando del buio, io avrei bisogno dell'aiuto di Yumiko: Akane ha la febbre alta".

Lo yokahanta si stagliava contro la soglia buia della Grande Capanna senza che nessuno si fosse accorto del suo arrivo, facendo fare a tutti un salto all'indietro per lo spavento, tra gridolini strozzati e mormorii di sorpresa. Yumiko si prostrò immediatamente, seguita da Toru e da tutti gli altri, quindi si alzò lesta e seguì il ronin, inghiottita dalle tenebre. L'uomo – o quello che era – non aveva degnato nessuno di loro di uno sguardo, a parte una rapida occhiata all'ambiente: la sua attenzione era stata solo per la volpe, il volto teso e preoccupato per la sorte di quell'Akane. Per cui, a meno che non fingesse, non gliene fregava un beato nulla degli abitanti del villaggio, il suo unico interesse era quella giovane che lo accompagnava. Bene.

"Potete rialzarvi, ora, se n'è andato", annunciò ai suoi compagni alzandosi a sua volta sulle zampe posteriori, non senza qualche acciacco. Attraversò la capanna e uscì all'aperto, mentre gli altri si guardavano sbigottiti l'un l'altro col cuore in gola. Sarebbe stato interessante fare due chiacchiere a tu per tu con quel Ranma.

- § -

Il mare s'infrangeva sulla battigia con poca convinzione. Avrebbe potuto osservarlo incresparsi fino a formare delle piccole onde sulla riva usando il 'terzo occhio', ma preferì restare avvolto dall'oscurità a lasciarsi cullare dal loro rumore e a farsi carezzare, occhi chiusi, dalla brezza carica di salsedine. Ne aveva bisogno per calmarsi e riflettere.

L'aveva combinata grossa, stavolta. Ed era inutile stare a chiedersi come fosse arrivato a tanto, visto che l'aveva temuto sin dall'inizio: era stata solo questione di tempo, prima che accadesse, sarebbe stato stupido anche continuare a prendersi in giro, a chi voleva darla a bere? Da quando a Gero si era scontrato con lei, mezza nuda e più furibonda di un toro ferito, in un petto che credeva ormai di pietra si era accesa una fiammella. Così piccola, all'inizio, da essere insignificante. Ma poi era cresciuta, ogni giorno di più, alimentata dai suoi sorrisi, dai suoi occhi che lo trafiggevano, dalla sua lingua sferzante. Avrebbe potuto tenere quella fiamma a bada, circoscritta, senza troppi problemi, se non si fosse reso conto che Akane era, ormai senza alcun dubbio, ciò che aveva sempre cercato. Quando ne aveva avuto il primo sentore, si era sentito attratto da lei come una falena da una lampada e la fiamma aveva assunto, senza che se ne accorgesse, le dimensioni di un albero incendiato da un fulmine. Ma finché Akane restava ignara dell'interesse che suscitava in lui e non sembrava provarlo a sua volta, poteva ancora riuscire a domarlo. Invece era appena sfuggito al suo controllo e aveva attecchito ogni fibra del suo essere, portandolo a desiderare l'ultima donna al mondo su cui avrebbe dovuto posare lo sguardo.

Non poteva continuare così. Non potevano.

Ancora non riusciva a crederci, kamisama: aveva appena ammesso con se stesso di essere attratto da una ragazzina ignara di quel che aveva rischiato, poco femminile, per niente accomodante, violenta, cocciuta e nient'affatto incline all'ascolto.

(Sì, sono stata una stupida. Una stupida a credere di potermi conformare alla volontà altrui, di riuscire a plasmarmi come gli altri si aspettavano che fossi, ad annullarmi poco alla volta per diventare una marionetta di carta, una cosa senz'anima. Sono stata una stupida a credere che tu fossi l'unica persona in questo mondo di morti a essere viva. E doppiamente stupida a credere che potessi per questo capirmi. Sei come le centinaia di migliaia di cadaveri che popolano castelli, palazzi, strade, locande: sei morto dentro. Ma a differenza di tutti gli altri, a te non è accaduto una volta sola. Quante volte sei morto, Ranma?)

Che lo guardava dritto in faccia senza paura, con quell'oro liquido in grado di annientare il raziocinio. Che lo sfidava senza ritegno, che rideva apertamente fregandosene dell'etichetta.

(Kamisama! E io… io ti ho pure chiesto… di darmene una!

Per mangiartela!

Akane ride ancora più forte, al punto da rannicchiarsi in posizione fetale e scalciare le gambe.

Magari se la condisci con un po' di salsa di soia non è così male…

Stupido!, gli dice tirandogli un pugno di neve, mentre le prime lacrime le solcano il viso. Ranma lo scansa appena, troppo preso ad assecondare le risate convulse di Akane finché anche lui si abbandona sulla neve e unisce la sua risata a quella di lei.)

Una ragazzina che ragazzina non era affatto, perché si era dimostrata più adulta e umana di tanti uomini e donne in cui si era imbattuto per secoli.

(Mi hai costretto ad ascoltare la loro storia, mocciosa. Non ti bastavano i pianti disperati e le facce sfigurate? Dovevi per forza sentire dalle loro labbra cos'era successo?

Certo, per non perdere la mia umanità e affinché non perdessi un pezzo alla volta anche la tua. Siamo talmente abituati alle atrocità, da pensare che siano normali e commetterne alla fine noi stessi. Peggio di qualsiasi male è l'abitudine al male stesso. Una volta che ci siamo abituati, non facciamo più nulla per impedirlo.

Che t'importa della mia umanità?

Nulla, solo che ti affanni molto per non essere toccato da ciò che ti circonda, ma la verità è che non vuoi esserlo del tutto, vuoi ancora conservare un briciolo di umanità, così come io non voglio rassegnarmi alle atrocità che si compiono tutt'intorno a me.)

E a farla diventare donna sul serio c'era mancato dannatamente poco, era stato solo a un passo dalla catastrofe. Forse doveva ringraziare davvero che si fosse ammalata di nuovo, se lui non aveva toccato il fondo: non era certo che sarebbe riuscito a fermarsi, una volta che l'avrebbe avuta sotto di sé.

Riaprì gli occhi, stupendosi del chiarore abbacinante sulla superficie dell'acqua. Alzò il viso e vide la luna, quasi piena, uscire del tutto allo scoperto da una nuvola.

Peggio dell'incendio che non riusciva a spegnere c'era quel semino annidato nel petto. Lo sentiva muoversi nel tentativo di aprirsi e mettere radici. Non avrebbe potuto impedirglielo ancora a lungo, ma avrebbe cercato di ritardarne il germoglio il più possibile, almeno fino a Nagoya. Perché non poteva permettere che una cosa del genere accadesse proprio a lui, proprio adesso, dopo tutti quei dannati secoli. Non era ammissibile. Ma sopra ogni cosa, non avrebbe permesso a se stesso di rovinarle la vita.

"Vieni pure avanti, Vecchio Gatto, so che sei lì", disse alla luna.

Nessuno rispose, nessun rumore giunse alle sue orecchie, finché non udì il nekomata sedersi accanto a lui sulla sabbia, a fumare in silenzio.

"Grazie, yokaihanta. Avevo avuto l'impressione che tollerassi a fatica la mia presenza, quando Toru e Yumiko ci hanno presentati".

"Diciamo che i felini mi sono rassegnato ad accettarli. Mio padre mi sottopose a un allenamento inutile e traumatico, quand'ero bambino. Solo col tempo sono riuscito a buttarmelo alle spalle".

"Ma l'avversione per i felini è rimasta".

"Non siete proprio in cima alla lista delle mie creature preferite, almeno però riesco a sopportarvi".

"Ma non è questo che ti tormenta, ora come ora, non è vero? Non posso nasconderti che siamo tutti preoccupati per la tua presenza tra noi e non solo perché sei un cacciatore di demoni. Quasi tutti qui sono in grado di vedere o almeno percepire la tua aura e mi sembra superfluo specificare quanto ne siamo rimasti impressionati, per non dire intimoriti".

"Non avete nulla da temere da me, non sono qui per voi. E tra pochi giorni ce ne andremo, il tempo perché lei guarisca e recuperi le forze".

Il nekomata tirò una lunga boccata dalla pipa.

"Sei finito qui a causa sua, non è vero?".

"È tanto evidente?".

"Diciamo che non c'è altra spiegazione per la sua presenza accanto a te. E comunque è l'unica che potrebbe rassicurarci".

"Sono stato pagato dal padre per riportarla al suo castello: è una fuggitiva. Può bastarvi come rassicurazione?".

Il nekomata quasi si strozzò con la sua stessa pipa e prese a battersi il petto con una zampa.

"Non se non fossi tu in persona ad affermare una cosa del genere, non ci avrei mai creduto e non solo perché non mi sarei mai aspettato una cosa del genere da una samurai, ma perché non sembra tua prigioniera. Ti segue di sua spontanea volontà o sbaglio?".

Ranma raccolse una conchiglia rotta, se la rigirò fra le dita e la lanciò in mezzo alle onde.

"L'ho convinta a seguirmi promettendole di insegnarle qualche tecnica marziale, è una combattente notevole".

"E non temi che possa approfittarne per scappare da te?".

Ranma inspirò la brezza marina a occhi chiusi, tenendosi le dita di una mano con l'altra.

"Questa è bella… tu lo speri!".

Si grattò dietro la nuca e volse il viso verso Kaga. Aveva bisogno di un bagno. Lungo. E freddo.

"È così… tu speri che lei ne approfitti…".

"Non lo so, forse", ammise Ranma tornando a guardare il Mare Interno.

"Ne vuoi parlare? La tua angustia è non meno evidente del motivo per cui sei qui. E non vorrei che in un momento di, come dire, 'agitazione' potessi far del male a qualcuno. Se dai libero sfogo ora a quel che ti opprime, invece…".

"Cosa vuoi sentirti dire? Che preferirei non riportarla a Nagoya? È così, allora, ma ho dato la mia parola".

Il Vecchio Gatto buttò la cenere sulla sabbia e tenne assorto la pipa fra le zampe.

"Mi dispiace, cacciatore, dico sul serio. Non augurerei a nessuno quello che ti è capitato".

"Che intendi dire?", chiese cauto Ranma volgendosi a guardarlo.

Ma il nekomata era chino su se stesso, tutto preso da una approfondita toletta.

"Non è possibile, sto qui a parlare con un gatto che si lecca le palle", disse sostenendosi la fronte con una mano e schermandosi la vista al tempo stesso.

"Scusa, ma alcuni granelli di sabbia sono finiti nel…".

"Non voglio sapere i particolari!".

"In ogni caso sono sincero: la tua è una situazione spinosa, dev'essere terribile dover rinunciare a qualcuno a cui si tiene, non parliamo del doverlo riportare là dove non vorrebbe stare. Per un immortale, poi, è ancora peggio…".

"Non lo dire! Azzardati e ti ficco quella pipa dove non batte il sole!", lo minacciò puntandogli un dito contro. "E comunque sono attratto da lei semplicemente perché erano secoli che cercavo un essere simile, nient'altro!".

Il Vecchio Gatto smise di pulirsi per fissarlo con pupille tanto dilatate che l'iride era quasi sparita.

"Accidenti, è ancora peggio di quanto pensassi. Ecco perché sei un fascio di nervi".

"Sono un fascio di nervi perché sto qui a conversare con un felino che afferma delle assurdità".

"Ma io non ho detto nulla", osservò il felino trattenendo un ghigno.

"E sono un fascio di nervi perché lei si è ammalata, di nuovo, e io non me ne sono accorto. No, anzi, non ho voluto vederlo".

"E infine? Su, che il vero motivo non l'hai ancora detto".

Ranma lo squadrò dalla punta delle orecchie alla coda che batteva indolente sulla sabbia, l'espressione sorniona di chi la sa lunga.

"Sicuro di essere un gatto e non una volpe?".

"Ho quasi trent'anni, cacciatore: sono vecchio, non rincoglionito".

"E va bene", concesse lui buttandosi di schiena sulla rena. "Sono un fascio di nervi perché sono un coglione: stavo per commettere una sciocchezza in quella capanna".

"Bene, facciamo progressi. Cosa stavi per combinare esattamente?".

"Davvero non lo indovini?".

"Voglio sentirtelo dire, perché ti farebbe bene udirlo dalla tua stessa bocca".

"D'accordo: il cervello è precipitato nel bassoventre".

Il nekomata si lasciò scappare una risatina e si rimise la pipa in bocca.

"E quanto lei ha sentito il tuo cervello bussare contro il suo, di bassoventre, come ha reagito?".

"Stai scherzando col fuoco, spelacchiato di un gatto", lo avvisò, ma quello non riusciva a smettere di ridacchiare. "Lei non ha la più pallida idea di cosa significhi giacere con un uomo, secondo me, mi avrebbe lasciato fare, probabilmente, fin quando non sarebbe stato troppo tardi per tornare indietro".

"Quindi non disdegnava le tue attenzioni. Sai cosa vuol dire questo?".

"Che sono coglione due volte perché non ne ho approfittato? Dannazione, io volevo solo aiutarla insegnandole alcune tecniche che le permettessero di fuggire di nuovo dal suo castello, ma stavolta senza essere rintracciata, per questo ho allungato tanto il tragitto. E adesso mi ritrovo a doverla riportare al più presto dal padre. E che se la cavi da sola".

Il nekomata si alzò sulle zampe, rigirandosi la pipa fra gli artigli.

"Non vuoi vederla invecchiare e morire, vero?".

Ranma si passò una mano sul viso, prima di tornare a guardare il cielo stellato.

"Leggi nel pensiero?".

"Non ce n'è bisogno. Chi mai vorrebbe vedere le persone care intorno a sé deperire e infine andarsene senza poterle seguire?".

La luna fu inghiottita poco a poco da un'altra nuvola fino a scomparire.

"All'inizio era così. Ora però non voglio vederla soffrire a causa mia, la condannerei all'infelicità e nient'altro. Lei merita di vivere una vita piena e lunga, accanto a qualcuno che le dia dei figli, se li vorrà, e che con lei invecchi. Non un essere sterile e pieno di nemici accanto al quale sarebbe sempre in pericolo: la mia ultima moglie è rimasta paralizzata dalla vita in giù".

"Per gli dèi… Prima stavo per dire che dev'essere terribile per uno come te affezionarsi a un mortale, ma è chiaro che siamo ben oltre".

"Odio ripetere le minacce due volte", sibilò Ranma a denti stretti.

"Lei sa chi sei?", gli chiese infischiandosene del suo avvertimento.

"No. E non deve saperlo", lo ammonì.

"Bene, nessuno di noi ne farà parola, allora. Ora vado a tranquillizzare gli altri, ti lascio alle tue riflessioni. Comunque sia, 'quel che tu neghi con tutte le tue forze' è evidente da come la guardi. E dalla veemenza con cui lo neghi, sembra la prima volta che ti capita una cosa del genere. Sbaglio, forse?".

Ranma si prese qualche istante prima di rispondere, indeciso se dare una conferma che non voleva dare nemmeno a se stesso.

"No", rispose a occhi chiusi con un sospiro rassegnato.

"Come immaginavo. Non vorrei essere nei tuoi panni, cacciatore. Buonanotte".

In realtà non era la prima volta, non proprio, ma ciò che era accaduto secoli addietro non era nemmeno lontanamente paragonabile. All'epoca aveva cercato di convincersi, si era quasi sforzato, adesso invece cercava di negare un'evidenza che a quanto pare era sotto gli occhi di tutti: se persino gli yokai se n'era accorti, era più grave di quanto pensasse. Ma non era ancora troppo tardi per evitare il peggio, a costo di spaventarla.

O farsi odiare.

- § -

La sua bocca, sulla sua, che prima la sfiora esitante e poi la divora.

Le sue mani, che indugiano sul suo viso. E poi titubanti sulle labbra e fra i capelli.

Le sue mani, che non volevano toccarla e poi prendono possesso del suo corpo, come se volessero strapparle via la pelle insieme alla vestaglia. E lei, kamisama, lei lo lascia fare, perché vuole sentire quelle mani, ruvide e roventi, su di sé, come ha voluto quelle labbra sulle sue.

E poi c'è il proprio corpo, che non le ubbidisce più, che asseconda quello di lui e lo cerca, insinuando le mani sotto il suo kimono, nemmeno lei sa per cosa. Sa solo che lo vuole. Lo ha sempre voluto, da quando aveva undici anni, era pelle e ossa e lui l'aveva stretta fra le braccia per riportarla a casa. Perché non è vero che lei odia gli uomini, semplicemente da allora nessun altro aveva il diritto di toccarla, non l'avrebbe sopportato, non sa perché. Ma ora le è chiaro come mai tutti gli sforzi per accettare il fidanzamento con Ryoga erano stati vani, come mai il giorno che l'aveva afferrata per proteggerla dal terremoto si era divincolata disgustata. Nessuno avrebbe mai emanato il profumo selvatico della libertà con cui Ranma l'aveva inebriata stringendola a sé che era solo una bambina. In tutti quegli anni, era soltanto dalle sue braccia che aveva desiderato di essere ghermita ancora. E adesso è consapevole che anche lui la vuole: sente il suo desiderio a stento trattenuto nei muscoli che la cingono come una morsa, nelle mani che vorrebbero osare di più, nel respiro affannato. Nel bassoventre, che preme con urgenza contro il suo. E lei si sente liquefare, lì, in mezzo alle gambe, come se nelle vene le scorresse un fiume di lava. Non ha bene idea di cosa accada fra un uomo e una donna sotto le coperte, sa solo che lo vuole come lui vuole lei: disperatamente. E finalmente le è chiaro cosa lo tormenta: Ranma vuole vivere, ma si trascina dietro una gran paura di farlo e questo lo trattiene. Eppure lei non tornerebbe indietro nemmeno se un maremoto li investisse, a costo di essere bruciata non da lui, ma dalla febbre che sente avvamparle il viso più di quanto non lo sia già. Sta per svenire e tuttavia resiste, perché a sottrarsi ai suoi baci e alle sue mani non ci pensa nemmeno. Perché Ranma non vuole solo possederla, la vuole unicamente per sé, lo sente. Forse perché non è più la brama a guidare i suoi gesti, ora, bensì qualcosa di diverso che ancora non comprende.

Ma lei vorrebbe di più. Ancora di più.

Ora non ha più paura di finire come Mu-Xue. Ha paura di ciò che sta provando.

È allora che non sa dove trova il coraggio per fare ciò che fa. Ormai non è più padrona del proprio corpo, forse è l'istinto a guidarla, sa solo che i baci non le bastano più.

Accarezza con la lingua le sue labbra e in un istante tutto cambia. La passione è tornata a offuscare il raziocinio e a illanguidire il ventre, mentre Ranma le afferra una coscia e non solo perché senta il desiderio che ha di lei: vuole farsi strada fra le sue gambe. È allora che le schiude del tutto la bocca e…

Akane spalancò gli occhi respirando a grandi boccate, il corpo un bagno di sudore sotto le coperte.

Che razza di sogno era mai quello, per tutti i kami del cielo e della terra? E dove si trovava? Sbatté le ciglia guardandosi intorno spaesata: era sola in una sorta di capanna spoglia e malandata, il fuoco spento sotto il calderone, una luce fievole che filtrava dalla porta, probabilmente era l'alba.

Un momento, ma quella capanna…

Le agguanta un polso senza guardarla e a lei gira la testa, non sa se per via del contatto improvviso o perché inizia a sentire il proprio corpo indebolirsi. Le chiede spiegazioni ed è costretta a dirgli la verità, a disagio fino alla punta dei capelli a dispetto del tono che cerca di far apparire noncurante. Lui l'ascolta assorto in chissà quali riflessioni, ma lei vorrebbe solo che allentasse la presa per permetterle di crogiolarsi nella vergogna di aver avanzato una richiesta tanto imbarazzante, ora che inizia a capire la portata di quel che ha avuto l'ardire di pretendere: un contatto troppo intimo. Sa bene, oltretutto, di non essere l'ideale di donna giapponese, l'ha accettato da quando aveva dodici anni, per questo rimane scioccata quando l'attira a sé.

Oh no… no, no, no! Non era solo un sogno allora? Possibile?

E ritrovarsi nella morsa delle sue braccia la spaventa, lì per lì, perché non sa cosa aspettarsi. Non è la prima volta che la stringe a sé, eppure trattiene il respiro mentre il cuore percuote il petto, perché non è lo stesso abbraccio che lei ha dato a lui solo poche ore prima, questo ha un che di possessivo. Non hai nulla da temere, non fa che ripetersi, non ti farà del male, solo che non è davvero preparata a ciò che lei stessa gli ha chiesto con tanta insistenza, perché ora che sa cosa può implicare comprende che forse è stata una pessima idea. Eppure, adesso che si è resa conto che ha sempre voluto aiutarla, che è sempre stato dalla sua parte, non sa spiegarsi perché, ma ha più timore che mai di non riuscire a fuggire da Nagoya, una volta che vi avrà rimesso piede. No, non è solo questo.

Ha paura, più ancora, che non lo rivedrà mai più.

Era tutto vero? Era accaduto sul serio? O nel sogno aveva distorto la realtà?

Ma non glielo dice, a tanto non arriva, fa solo una sorta di mezza ammissione e subito se ne pente. Kami, che stupida! Come ha potuto esternare proprio a lui una cosa del genere?! Vorrebbe scappare via, lo prega almeno di lasciarla andare per potersi vergognare in un angolo, invece Ranma fa qualcosa che la sorprende e la paralizza al tempo stesso.

"Chiudi gli occhi".

Akane si portò le mani a coprire il viso sperando di morire lì, fulminata, o di sprofondare nelle assi del pavimento e finire sepolta viva, perché non avrebbe mai più avuto il coraggio di guardare Ranma in faccia. Cosa aveva fatto, per tutti i kami?! Cosa l'aveva indotto a fare? Poteva considerarsi fortunata se non la disprezzava, ma era certa di aver perso la sua stima. Chissà cosa pensava di lei, adesso… Ma cosa le era saltato in mente?

Portò un braccio a coprire gli occhi, affranta e disperata. I ricordi però non andavano oltre un certo punto: fin dove si erano spinti? Era svenuta? L'aveva addormentata? Con quale faccia glielo avrebbe chiesto?

"Buongiorno, Akane-dono", disse Yumiko sorridente appena varcata la soglia della capanna. "Come vi sentite?", chiese dopo essersi inchinata e inginocchiata di fianco a lei.

"Buongiorno a te", rispose Akane alzandosi su un gomito. "Ti prego, nessuna formalità fra noi, ti dispiace? Non sono una samurai, non più, almeno".

"Oh, va bene, come desideri".

"Grazie. Sono zuppa di sudore, avrei bisogno di fare un bagno e cambiarmi".

"Certo, ho già preparato l'acqua calda, un panno e una vestaglia pulita, ti aiuterò a lavarti qui, non puoi ancora uscire. Più tardi ti porterò della farinata di miglio. Che sciocca sono, prima devo riaccendere il fuoco, vado a prendere qualche ciocco di legno, torno subito".

"Ti ringrazio. Ehm… Ranma, dove…?".

Yumiko, già sulla soglia, si volse indietro.

"Non lo so, non lo vedo da ieri sera, quando mi ha chiamato perché mi prendessi cura di te".

"Ti è sembrato… arrabbiato?".

"Arrabbiato? No, tutt'altro: preoccupato, direi: mi ha detto che sei già caduta ammalata diversi giorni fa. A proposito: Toru ti procurerà dei vestiti nuovi e un dotera, così starai ben coperta. E anche un cappello".

"Non so come ringraziarvi, mi sdebiterò non appena mi sarò rimessa in forze".

"Non ti preoccupare: Ranma ha pagato per tutto".

Yumiko s'inchinò e uscì. Akane si ributtò sulla stuoia con un sospiro.

Come si sarebbe dovuta comportare, ora? Doveva scusarsi con lui al più presto, questo era fuor di dubbio. Ma Ranma si sarebbe fatto vivo? O avrebbe aspettato che lei guarisse? E se non avesse voluto perdonarla? Sentì le lacrime premere contro le ciglia e si morse il labbro. Ma che le aveva detto la testa? Fino a qualche giorno prima lo detestava e avrebbe desiderato disfarsi di lui, adesso si rendeva conto che c'era qualcosa di peggio perfino della vergogna che la stava consumando. Se il giorno innanzi si era chiesta come avesse potuto, fino a quel momento, fare a meno di un abbraccio, adesso si chiedeva come avrebbe potuto fare a meno delle sue labbra e delle sue carezze. Era questo, alla fine, che la straziava più di ogni altra cosa. E un bacio 'vero', a suo dire, non gliel'aveva nemmeno dato, né aveva permesso a lei di darlo. Cosa sarebbe accaduto se le forze non l'avessero abbandonata?

Non avrebbe mai dovuto fargli quella richiesta assurda. Senza pietà alcuna la sua mente rivangava ancora e ancora quanto era accaduto e sapere che con ogni probabilità lui ora l'aveva in spregio le dilaniava il petto ancora di più, come nemmeno una nodachi avrebbe potuto fare.

Fu quello il momento in cui si rese conto che almeno il suo, di cuore, era irreparabilmente coinvolto. Doveva essere così, altrimenti come spiegarsi il battito che accelerava ogni volta che pensava a lui? E lo strano calore al petto, come se una fiammella vi ardesse dentro? Ora più che mai l'idea che Ryoga o un altro uomo potesse toccarla allo stesso modo le provocava un tale ribrezzo da darle la nausea. La morte, piuttosto, o monaca in un convento.

Premette le mani sulla bocca e poi sul viso, ma ormai era incapace di trattenere le lacrime.

Aveva rovinato tutto.

- § -

Un colpo d'accetta e il ciocco di legno si spaccò in due metà che volarono nell'aria. Ranma ne prese un altro, lo posizionò verticalmente sul tronco, sollevò la scure e l'abbatté sul ceppo con più forza di quanta ne fosse necessaria. Altri due pezzi di legno volarono lontano.

(Hai detto che il cuore non necessariamente è coinvolto, ma il tuo io l'ho sentito)

Era ben altro quello che avrebbe dovuto sentire, a meno di non volerlo deliberatamente ignorare. Doveva essere per forza così: Akane aveva preferito far finta di nulla e concentrarsi su cose che erano solo nella sua mente. Non c'era proprio niente da sentire, a parte… quello. E ci avrebbe messo le mani sul fuoco che lo voleva anche lei, a meno di non essere del tutto a digiuno anche su quel fronte, cosa affatto improbabile.

Madido di sudore, si sfilò il kimono e lo gettò per terra. Si asciugò la fronte con il dorso della mano, prese un altro ciocco di legno, lo posò sul ceppo in equilibrio precario e afferrò l'accetta rigirandosela fra le mani.

(ho sentito il Ranma che vuole vivere e non solo sopravvivere)

La calò con tale violenza da incastrare la lama nel tronco, ma tirarla via non fu un problema. Il problema era scacciare il suo viso che gli compariva sempre davanti agli occhi, sia che li avesse aperti, sia che li avesse chiusi. Il suo viso che sorrideva come mai l'aveva vista fare mentre gli diceva quello che lui non ammetteva nemmeno a se stesso. Che per tutta la vita aveva trascinato un'esistenza priva di un vero scopo, perché non poteva permettersi di affezionarsi agli umani. Umani che poi erano forse poco meno cadaveri di lui, vista la tenacia con cui cercavano di rimanere ancorati a una vita di stenti, mentre lui avrebbe dato qualsiasi cosa per liberarsene. Solo che adesso…

(Stai scappando da tutta la vita perché hai paura di vivere. Non pensi sia venuto il momento di fermarti?)

Fermarsi? Non aveva idea, la mocciosa, di cosa volesse dire vedere i secoli scorrere, anno dopo anno dopo anno, senza potersi fermare perché fermarsi davvero significava cedere alla tentazione di vivere una vita normale, per poi soffrire come un condannato lasciato a bollire in un calderone perché quella che aveva vissuto era stata tutta una finzione, una menzogna.

Noi non viviamo, mocciosa, facciamo finta di vivere perché una vita vera a noi non è concessa.

E fermarsi, dopo tanti secoli, avrebbe reso l'illusione di vivere come un comune mortale una sofferenza ancora più atroce di quanto non fosse già, quando la farsa sarebbe finita. No, la sua non era paura di vivere, era terrore. Eppure, ora che aveva scoperto la sua esistenza, non era più così tentato di farla finita. Ma di vivere davvero non poteva comunque permetterselo. Né poteva permettere che lei ne restasse coinvolta, nel modo più assoluto.

"Hai sete, cacciatore? Vuoi che ti porti dell'acqua? Eh, eh?", chiese un guaito sovraeccitato che lo fece ripiombare nella radura dove stava cercando di distrarsi a ogni costo.

Ranma si guardò intorno, irritato per non essersi reso conto che qualcuno si fosse avvicinato tanto a lui senza che se ne accorgesse, ma in realtà c'erano più di un paio d'occhi che lo stavano osservando prudentemente da lontano e non senza apprensione. Solo un mezzo cagnetto lo scrutava da vicino sprizzando curiosità da tutti i peli: a giudicare dal muso, dalla folta pelliccia che lo faceva assomigliare a una palla arancione e dalla coda vaporosa che frustava l'aria, doveva essere un volpino. Di quelli isterici.

Ranma si deterse di nuovo la fronte con un avambraccio.

"Perché no? Sì, portami dell'acqua. Grazie".

Mentre il cagnetto correva via felice, lui scosse la testa e scoccò un'occhiata agli altri yokai e mezzi yokai che studiavano a distanza ogni sua mossa e non poté fare a meno di pensare alla situazione paradossale in cui si trovava: lui, sterminatore di demoni, che aveva trovato accoglienza in un villaggio di demoni. A raccontarlo non ci avrebbe creduto nessuno.

(È così sbagliato quello che abbiamo fatto? Perché mi hai fermata? Perché non mi hai dato un bacio vero?)

Riprese a spaccare legna con maggior lena, un ciocco dopo l'altro, senza più curarsi di posizionarli sul ceppo nel modo giusto, pur di scacciare via il suo sguardo deluso, la sensazione delle sue labbra carnose, delle sue curve sotto le dita, del suo bacino che premeva contro il proprio. Delle sue mani che s'infilavano sotto il kimono e graffiavano procurandogli dei brividi, perché lei era capace di toccarlo con il cuore, prima ancora che con le mani. Ma più di tutto…

Dannazione…

…della sua lingua sulle proprie labbra.

Merda.

Sì, era pentito. Pentito di non averle dato esattamente quel che aveva chiesto, perché adesso sarebbe rimasto lui col dubbio di come sarebbe stato.

Dannazione!

Spaccò il ceppo insieme al pezzo di legno e le due metà volarono così in alto che, quando ricaddero, una stava per colpire il volpino che tornava correndo verso di lui con una ciotola d'acqua fra le zampette: si bloccò impaurito e si rannicchiò, in attesa di essere colpito.

Senza pensarci, Ranma protese un braccio verso di lui.

- § -

Yumiko l'aiutò a lavarsi, a vestirsi e le tolse perfino i punti sul palmo della mano che le aveva messo il monaco Tofu. Lei, dal canto suo, si sforzò di mangiare, anche se non aveva un briciolo di fame e le girava la testa. Lo stomaco era in subbuglio, ma era riuscita a trattenere il poco cibo mandato giù, a differenza della volta precedente: poteva allora sperare che la sua fosse solo una freddata che sarebbe passata presto.

Per tutto il giorno se ne rimase chiusa nella capanna, a sonnecchiare, a piluccare qualcosa ogni tanto lasciato da Yumiko e ad aspettare. Ma a parte la volpe, nessun altro varcò la soglia fino a sera.

"È permesso?".

Akane, sdraiata su un fianco, si girò a guardare la nekomusume che aveva appena messo piede nella capanna. Se non ricordava male si chiamava Sayuri: un nome bellissimo per una donna bellissima con le movenze di una vera gatta.

"Prego, entra pure", rispose alzandosi a sedere, colta da una leggera vertigine.

"Yumiko mi ha detto che stai meglio, ma se stavi dormendo, tolgo il disturbo", disse inginocchiandosi a poca distanza da lei. Peccato per lo sfregio sulla guancia: aveva due meravigliosi occhi arancioni attraversati da pupille feline e una lunga chioma più nera della notte che lei lasciava libera sulle spalle, sembrava di guardare il manto setoso di un gatto.

"No, no, resta pure", la invitò Akane, anche se la febbre iniziava a salire di nuovo. "Mi fa piacere chiacchierare con qualcuno, mi aiuta a passare il tempo. Come avete imparato, piuttosto, la lingua dei nobili?".

Sayuri si avvicinò raggiante.

"Quando si vive abbastanza a lungo e si ha la possibilità di girovagare indisturbati, non è difficile venire a contatto con l'umanità più variegata. Yumiko comunque mi ha detto che possiamo mettere da parte le formalità, è così?".

"È così", la rassicurò.

"Oh bene!", si rallegrò Sayuri battendo le mani. "Qui non ci sono umani o yokai femminili giovani come te con cui posso chiacchierare, avrai notato che sono quasi tutti di sesso maschile o indefinito, troppo giovani o troppo vecchi".

"Perdonami, non ci avevo fatto caso".

"Non preoccuparti, non fa niente! Il Vecchio Gatto ha parlato con il cacciatore, ieri sera, e ci ha riferito il motivo per cui siete finiti qui: sei stata davvero coraggiosa a osare tanto!".

"A che… a cosa ti riferisci?", chiese Akane consapevole che il viso si andava imporporandosi e non certo per la febbre.

"Al fatto che sei fuggita dal tuo castello! È vero dunque?".

"Oh sì, certo, il castello!", confermò lei tirando un sospiro di sollievo mentale. "Sì, io, vedi… avrei dovuto sposarmi entro poche settimane, ma l'idea di un matrimonio combinato mi era intollerabile".

"Sei uno spirito libero, proprio come noi!", sorrise la gatta estasiata. "Sarebbe bello se potessi rimanere qui!", esclamò agitando la coda sotto il kimono. Stava… facendo le fusa?!

"Non mi dispiacerebbe, in effetti, ma Ranma è deciso a riportarmi indietro. Però sta anche cercando di aiutarmi, a modo suo: mi sta insegnando una tecnica marziale che mi permetterà di difendermi più efficacemente e spero anche di fuggire di nuovo".

"Davvero? È strabiliante! Forse si sente in colpa per averti catturata? Se è così vuol dire che ti ammira, come noi!".

"Lui… è un po' complicato, a dire il vero. A proposito, per caso l'hai visto, oggi?", chiese esitante guardandosi le mani.

"Sì, si è dato molto da fare in vari lavori e riparazioni, non si è fermato mai, quasi volesse a tutti i costi sdebitarsi con noi, oppure tenersi in ogni modo impegnato. Forse l'ho giudicato male".

"Che vuoi dire?", chiese Akane sentendo la delusione prendere possesso del suo petto.

"Beh, non è un semplice cacciatore, ha un'aura da far spavento: appena l'abbiamo visto abbiamo pensato che potesse annientarci tutti per un nonnulla".

Akane ripensò a come Ranma aveva ridotto Mu-Xue ed ebbe un brivido.

"Tu non sei in grado di percepire il suo reale potere, vero?", le chiese Sayuri. Lei si adombrò.

"Stai cercando di mettermi in guardia?".

"Voglio solo dire che sembra un vulcano pronto a esplodere. E credimi, non è tanto per dire: la potenza è quella".

Le credeva. Le credeva sulla parola, perché solo il giorno prima aveva avuto un assaggio di quel potere, quando Ranma sembrava aver perso il controllo di sé. Cosa sarebbe accaduto se Mu-Xue le avesse fatto del male?

"Mi consigli dunque di essere cauta?".

Sayuri studiò i propri artigli e poi guardò verso la porta, indecisa se parlare o meno.

"Molto cauta, Akane. Oggi, poco dopo l'alba, si è messo a spaccare la legna con foga, come se cercasse di distrarsi da pensieri molesti, quando uno grosso frammento è volato nell'aria e stava per colpire il volpino che correva verso di lui, allora Ranma ha proteso una mano e il pezzo di legno si è bloccato a mezz'aria!".

Che cosa?!

"Ma… ma ciò che dici è impossibile!".

Ma lo era davvero? Lo aveva visto 'volare', affrontare un atsuki gigantesco, irradiare fiamme dal proprio corpo, percepire presenze estranee… cosa non era in grado di fare, a quel punto?

"Capisco il tuo scetticismo, ma l'ho visto proprio coi miei occhi e anche altri lo hanno visto".

Akane scosse la testa, nonostante tutto incredula.

"Ciò che mi hai riferito è inconcepibile, come può avere simili poteri? A meno che…".

"No, Akane, non è uno di noi, te l'assicuro, ne abbiamo anche discusso".

"Ma non è neanche umano, vero? Non del tutto, per lo meno".

La gatta si volse di nuovo verso la porta, prima di risponderle.

"È così: sembra umano. E purtroppo è anche molto attraente, una pessima combinazione".

Già, ma era l'unica che lei riuscisse a vedere, a dispetto dell'immagine terrificante di un Mu-Xue carbonizzato vivo che gli si parò davanti agli occhi.

"Ecco dov'eri finita!", esclamò Yumiko alle spalle di Sayuri con una nota di rimprovero nella voce. "Su, vieni fuori ad aiutarmi con la cena".

"Subito!", rispose con forzata allegria la gatta, per poi rivolgersi ad Akane. "Perdonami, devo andare", bisbigliò mentre si alzava. "Spero di non averti spaventata troppo, volevo solo che tu comprendessi la nostra apprensione: a dispetto delle rassicurazioni del Vecchio Gatto, in tanti hanno paura di lui, me compresa".

Quella conversazione l'aveva lasciata ancora più confusa e angosciata di prima. Che Ranma non fosse un uomo qualsiasi l'aveva già capito da sola, ma non si era mai fermata a riflettere sul fatto che avesse poteri che andavano persino oltre quelli demoniaci. E ne aveva avuto solo una piccola dimostrazione.

Eppure… eppure la sua innegabile bellezza era solo la pelle che rivestiva la sincerità d'animo che lei aveva disperatamente cercato dal momento in cui Ranma l'aveva stretta fra le braccia la prima volta sotto il cielo di Edo. E che non aveva più trovato in nessun volto, nessun gesto, nessuna parola. E ora si rendeva conto che mai più avrebbe incontrato qualcuno capace di guardarla negli occhi senza il velo della doppiezza calato sullo sguardo.

Lui era umano, più di chiunque altro avesse mai conosciuto. Era una contraddizione da capogiro, non c'era che dire. Ma che d'ora in avanti dovesse essere più prudente non c'erano dubbi, almeno finché non avesse capito con chi – o cosa – lei avesse davvero a che fare.

- § -

Trascorse la notte e un altro giorno e un'altra notte senza che lui si facesse vivo, confortata solo dalle visite rare di Yumiko, che le portò cibo e un dotera per l'indomani, e da quelle più brevi ma più numerose di Sayuri, che veniva da lei appena poteva a spettegolare e a chiederle di raccontarle la vita nel suo castello. Al calar del sole Akane venne così a scoprire che nella rete dei pescatori era rimasta impigliata nientemeno che una ningyo enorme e mostruosa, che piangeva e strillava come una donna, ma era incapace di parlare. Sayuri cercò di descrivergliela meglio che poté in base ai racconti del tasso e del procione, ma si leccava le labbra in continuazione al pensiero di un pesce lungo addirittura un ken che aveva una bocca da scimmia, denti aguzzi, la coda ricoperta di scaglie dorate e la voce simile al suono di un flauto o al canto di una rondine. Akane le chiese come mai i pescatori non l'avessero portata a riva e Sayuri le spiegò che catturare una ningyo portava tempeste e sfortuna, per cui l'avevano subito rigettata in mare. Anche se si fosse arenata sulla spiaggia, avrebbe causato solo calamità al villaggio. Ed era un peccato, concluse, perché pare che le sue carni fossero prelibate e profumate e chi se ne nutriva beneficiava di una vita lunghissima, se non addirittura dell'immortalità.

Akane rimase fulminata da quell'affermazione.

"Sayuri, secondo te è possibile che Ranma se ne sia cibato?".

La nekomusume dapprima la fissò sconcertata, poi scoppiò a ridere.

"Uno yokaihanta che si nutre di uno yokai? Questa è bella!".

"Eppure, da quel che ho capito, lui ha attraversato più volte il Mare Interno e questo potrebbe spiegare la sua lunga vita".

Sayuri smise di ridere e la fissò pensierosa.

"Perché? Quanti anni ha?".

"Non ne ho idea, non vuole dirmelo, ma è impensabile che abbia l'età che dimostra: in base a come si esprime, al fatto che abbia vissuto nell'Impero di Mezzo e abbia già avuto una moglie, che conosca innumerevoli tecniche marziali, per non parlare delle sue tante abilità… insomma, non può avere trenta primavere o poco più, è impossibile".

"Io ne ho quarantasette, lo diresti mai?".

"No, ne dimostri una ventina… infatti non sei un comune mortale".

"Beh, allora forse il tuo ragionamento ha senso", l'assecondò Sayuri guardandola di sottecchi.

"Però… no", affermò Akane scuotendo la testa, "non ce l'ha, perché dovrei estenderlo anche a Mu-Xue, Daisuke…".

Sayuri si morse un labbro, come a impedirsi di farsi scappare di bocca più di quel che poteva dirle.

"Vedrai che al momento opportuno sarà lui a chiarirti ogni cosa, ne sono sicura", cercò di tranquillizzarla posandole una mano sulla sua.

"Non credo. Nemmeno oggi, tra l'altro, si è fatto vedere".

"È naturale: ieri abbiamo iniziato a ricostruire il tetto della Grande Capanna in cui ci riuniamo tutti insieme e il tuo cacciatore si è offerto di aiutarci, vista la sua capacità di spostare gli oggetti con la forza della mente. Ma ci pensi? Ci sta aiutando di sua spontanea volontà! Finiremo in poco tempo!".

"Certo, ora è tutto chiaro", tagliò corto Akane volgendo lo sguardo altrove con un sospiro. "Bene, sono molto contenta per voi".

"Non affliggerti: ormai ti sei ripresa e domani potrai uscire di qui".

"Giusto, così l'affronterò, non può continuare a ignorarmi dopo quello che è successo".

"Perché? Che è successo?", le chiese la gatta illuminandosi come un falò.

Akane sorrise e avvampò allo stesso tempo.

"Domani te lo racconterò, ora mi sento un po' stanca e vorrei riposare".

"Sì, certo, più tardi ti porto la cena, a dopo!".

La gatta la lasciò da sola con la mente infestata dal volto, dalle labbra, dalle braccia di Ranma, dal calore del suo corpo e dall'intensità del suo desiderio, circondata dal vento che al tramonto faceva scricchiolare le assi della capanna e dallo sciabordio lontano delle onde del mare, finché il buio calò, il fuoco si spense e la notte portò i tuoni e infine la pioggia, che si rovesciò senza sosta sulle fascine che coprivano il tetto. Akane rabbrividì fin nelle ossa, si abbozzolò nelle coperte e prese a sfregare i piedi l'uno contro l'altro nel vano tentativo di scaldarli, alternando la veglia al sonno. Sonno tormentato sempre dallo stesso, maledetto sogno: Ranma che rideva insieme a lei in mezzo alla neve, Ranma che la sorprendeva alle spalle nel castello di Uesugi, Ranma che ricambiava il suo abbraccio, Ranma che teneva Mu-Xue per la gola mentre lo bruciava vivo, Ranma che le si mostrava nudo sotto la cascata ghiacciata, Ranma che le porgeva un pezzo di carne essiccata al villaggio dei cacciatori, Ranma che la stringeva a sé nella capanna distrutta per scaldarla. Ranma che le sfiorava esitante le labbra col pollice come se temesse di guastare qualcosa di prezioso e poi posava le sue, di labbra, sulle proprie. E lei veniva divorata da un fuoco interiore che non voleva spegnere.

Alle prime luci dell'alba si svegliò col fiato corto e la sensazione che qualcuno avesse dormito lì con lei. Non fu tanto per il tepore che avvolgeva l'ambiente, quanto per l'aroma di cuoio e animale selvatico che le parve aleggiare nell'aria. Spalancò gli occhi e si alzò a sedere col cuore in gola, ma fu sopraffatta da un capogiro: era certamente colpa della fame, aveva mangiato poco negli ultimi due giorni, doveva recuperare le forze. L'impressione che l'aveva colta al risveglio, tuttavia, si dissolse insieme al calore e Akane si rassegnò ad alzarsi, il corpo tutto indolenzito: le sarebbe occorso del tempo per abituarsi a dormire sulla stuoia, ovvero direttamente sul pavimento: doveva ammettere che sentiva la mancanza di un materasso e di un poggiatesta imbottito.

In un angolo individuò, ripiegati, i vestiti che Yumiko aveva portato per lei al posto di quelli indossati fino al suo arrivo e un nastro con cui legò i capelli in una coda alta sulla nuca. Indossò pantaloni, calzini e sandali di paglia, nascose il seno sotto una lunga fasciatura e infilò il kimono. Gli indumenti erano fatti con un tessuto grezzo che pizzicava la pelle, forse canapa, ma erano puliti e presentavano pochi rammendi. Indossò il dotera e uscì dalla capanna: l'aria gelida era un misto di salsedine e terra bagnata, ma il cielo era terso e il mare si era tranquillizzato. Si strinse nel kimono imbottito e si guardò intorno, prima di dirigersi verso la capanna di Yumiko e Toru, che trovò sotto la tettoia con una ciotola in mano.

"Buongiorno", li salutò con un inchino.

"Ben svegliata, Akane! Porto subito una zuppa d'orzo anche a te", disse Yumiko inchinandosi a sua volta all'unisono col marito.

"Posso sedermi accanto a voi?".

"Ne saremo onorati", rispose Toru spostandosi.

"Cosa stavate osservando di tanto interessante?", chiese mentre la volpe le porgeva un mestolo e una scodella dove fette di rapa e scaglie di pesce secco galleggiavano su una brodaglia.

"Lo yokaihanta che sta eseguendo una strana danza in riva al mare", spiegò Toru.

"E le onde nemmeno lo lambiscono! S'infrangono sulla spiaggia, ma è come se lo evitassero", aggiunse Yumiko.

Akane seguì il loro sguardo e individuò Ranma che stava compiendo gli stessi kata lenti e armoniosi che aveva già eseguito al tempio dove alloggiava Daisuke. E come allora non riuscì a non rimanere ammaliata dalle sue movenze, dalla sua eleganza, dal fatto che i piedi quasi non toccavano la sabbia che sembrava sollevarsi un poco per aleggiargli intorno.

"Non è una danza", chiarì assaggiando la zuppa, "è Qi-Kung e serve ad accumulare e incanalare l'energia interiore".

"Oh, questo spiegherebbe perché non viene sfiorato dal mare…", commentò Toru.

Akane finì in fretta la colazione, smaniosa di raggiungere il ronin.

"Io non lo farei, se fossi in te", la frenò Yumiko senza guardarla.

Lei rimase in piedi con la ciotola in mano.

"Per quale motivo?".

"La sua aura ribolle, in questo momento: è come se stesse cercando di ritrovare la calma perduta, ti consiglio di non avvicinarti a lui, per ora".

Akane prese di nuovo posto accanto a Toru e aspettò, impaziente, che Ranma finisse. Voleva scusarsi con lui, innanzitutto, fargli sapere quanto fosse mortificata. Si sarebbe prostrata, se necessario, purché non la tenesse a distanza. Aveva trascorso due giorni e due notti senza di lui e le erano sembrati un'eternità mitigata appena dalle visite di Sayuri e Yumiko. Nemmeno quando era stata 'ospite' forzata di quel rospo di Uesugi aveva avvertito tanto acutamente la sua mancanza. Sì, era doloroso ammetterlo, ma le era mancato il suo sorriso da schiaffi, le sue minacce, i suoi insulti coloriti. Le sue iridi che catturavano il cielo. E più ancora…

(La sua bocca)

Premette con forza le ciglia sugli occhi, inspirò ed espirò. Doveva mantenere la calma ed evitare di farsi distrarre da simili ricordi. Sangue freddo.

"Ha terminato, credo che ora tu possa andare da lui", annunciò Toru.

Akane balzò in piedi, restituì la scodella a Yumiko e a passo svelto che man mano divenne misurato si avviò verso il ronin, ripetendo nella mente il discorso che si era preparata. Mi dispiace, sono stata una sciocca impulsiva, se potessi tornare indietro… No, non era vero, se fosse tornata indietro avrebbe rifatto tutto. Mi dispiace, sono stata una sciocca impulsiva che non si rendeva pienamente conto di quel che stava facendo: è vero, all'inizio volevo metterti in imbarazzo, ma non fino al punto di…

Si bloccò a pochi passi da lui, che a braccia incrociate guardava il mare dandole la schiena, la treccia che dondolava appena a ogni folata di vento: Ranma sapeva che lei era lì, alle sue spalle, eppure perseverava nell'ignorarla. Vederlo così rigido le fece comprendere che stava tollerando a mala pena la sua presenza e di colpo Akane si rese conto che l'errore che aveva commesso era forse imperdonabile. Non l'aveva solo messo in imbarazzo, quella sera l'aveva messo a nudo. L'aveva costretto a guardare in faccia una realtà dolorosa da sopportare, forse addirittura insostenibile, per un uomo che si era condannato alla solitudine. Pretendere che dimenticasse era semplicemente ridicolo.

Ranma volse dapprima il capo per osservarla con sguardo tagliente dall'alto in basso, quindi l'intero corpo. Non c'era luce nei suoi occhi: stava osservando due pezzi di pietra.

Tutto il discorso che si era preparata se ne andò in fumo davanti a tanto gelo. Akane rimase ammutolita e al colmo della vergogna davanti a lui, che immobile la scrutava come faceva Happosai quando escogitava una punizione esemplare: in lei non vedeva più una donna, ma un'allieva indisciplinata da rimettere in riga.

"Ti sei ripresa?".

Akane abbassò per un momento gli occhi, quindi prese coraggio e li rialzò.

"Sì", rispose senza molta convinzione.

"Bene, perché dobbiamo recuperare il tempo perduto, quindi ti alzerai tutti i giorni prima dell'alba per allenarti, mangerai solo quando te lo dirò io e andrai a dormire solo dopo che avrai sbrigato tutte le faccende: imparerai a cucire, cucinare, lavare e tutto quello che Yumiko ti ordinerà di fare, finché non ti verranno i calli sulle dita. Sono stato chiaro?".

Akane aprì la bocca, la richiuse e deglutì.

"Chiarissimo", rispose con voce malferma.

"Adesso raccogli quel ramo", le ordinò indicandoglielo col mento senza toglierle di dosso quei pezzi di vetro.

Akane si chinò e afferrò un ramoscello lungo circa due shaku. Non poteva essere lì per caso, rifletté. Ranma allungò una mano e lei glielo porse, quindi lo vide fare un passo indietro, distendere tutto il braccio e puntarle il rametto dritto contro il petto.

"Questa è la distanza che d'ora in poi terrai da me. Se ti azzardi a ridurla, scordati il mio aiuto: ti riporto seduta stante da tuo padre. Io mi avvicinerò a te in caso di necessità. Tu sei mia prigioniera e sei un'allieva, non scordarlo più. Domande?".

Akane lo fissò basita e afflitta, ma non osò replicare: quanto gli fosse costato arrivare a una simile decisione lo intuì dallo sguardo riluttante che per un istante prese il posto di quello rivestito di ghiaccio.

"No", rispose amareggiata.

"Bene", replicò lui abbassando il braccio. "Ora riprenderai a concentrare l'energia nell'addome e non lascerai questa spiaggia finché non vedrò una sfera di qi, anche minuscola, formarsi tra le tue mani. Resterai qui anche tutto il giorno, se necessario, ma quando ci sarai riuscita ti insegnerò il moko takabisha".