Glossario:

Amakuchi: sakè leggero e dolce fabbricato in inverno e servito caldo.

Ano mono: "quella cosa", ovvero 'quello'. Dai, che avete capito.

Fundoshi: perizoma.

Furisode: "maniche svolazzanti" = kimono elegante indossato dalle donne non sposate. Di solito viene comprato o affittato (può essere molto costoso) dai genitori per farlo indossare alle figlie alla Seijin Shiki, la cerimonia del passaggio all'età adulta al compimento dei vent'anni. Se una donna indossa un furisode, significa che è sia adulta che nubile e quindi disponibile al matrimonio, in questo senso il furisode può essere paragonato agli abiti da sera indossati in Occidente per i balli delle debuttanti. Viene poi indossato in occasioni formali e sociali come le cerimonie del tè o i matrimoni di parenti stretti.

Hitoe: sottoveste di media pesantezza.

Marumage: chignon giapponese.

Mikan: piccoli agrumi simili ai mandarini.

Nekomusume: "donna gatto", ovvero un bakeneko (gatto mutaforma) femminile.

Nigori: sakè torbido di seconda scelta.

Ri: distanza di 4 km circa.

Tengai: cappello di paglia a forma di cesto rovesciato con grate per gli occhi perché copre completamente la testa.

XXI

FREAK OF NATURE

Dimmi e dimenticherò.

Mostrami e ricorderò.

Coinvolgimi e comprenderò.

(Confucio)


Faceva freddo quella mattina, più ancora di quelle precedenti. Per quanto alitasse sulle mani non riusciva a scaldarle, le dita erano ormai intorpidite.

Quanti giorni erano trascorsi dalla sua partenza? Tre? Quattro? Aveva perso il conto. Chiusa in quella stanza dal momento in cui Ryoga-sama le aveva annunciato che avrebbe lasciato l'Airone Bianco, le ore si erano avvicendate con la lentezza del miele che cola dal favo. Ma Akari ringraziava gli dèi mille volte per questo: non era mai stata più felice di starsene confinata a causa del tanto detestato "fiore rosso". Il pericolo di una gravidanza era almeno scongiurato e con la scusa della sua indisposizione poteva starsene tranquilla ad aspettare il suo ritorno. Ma pur cercando di distrarsi in ogni modo dedicandosi alla calligrafia, alla lettura, alla musica, persino agli origami, la mente la trasportava spesso e senza riguardo al commiato di Ryoga-sama, sollevato e triste al tempo stesso. Sollevato, perché convinto che lei non avesse nulla da temere dal finto Tokimasa che girava per il castello. Triste, perché le aveva dato l'impressione che non avrebbe voluto comunque lasciarla. Non poteva sapere che lei non avrebbe comunque messo piede fuori da quelle quattro mura perché, fasullo o meno, non avrebbe sopportato di vedere il volto di uno solo di coloro che l'avevano dilaniata, non senza avere Ryoga-sama accanto a sé a rassicurarla. Né poteva immaginare quanto inesorabile fosse il laccio che le stringeva il petto ogni giorno che passava lì dentro senza avere sue notizie.

Una goccia d'inchiostro cadde dalla punta del pennello imbrattando il foglio. Akari sospirò, dandosi della sciocca per averlo lasciato a mezz'aria mentre se ne stava persa nelle sue riflessioni. Si volse a guardare le finestre di carta oleata che lasciavano filtrare una luce pallida e si chiese, ancora una volta, dove fosse Ryoga-sama in quel momento, cosa stesse facendo e soprattutto se stesse bene. L'improvvisa convocazione da parte del padre le aveva fatto subito temere il peggio, ma non poteva far altro che aspettare cercando di reprimere l'ansia che cresceva inesorabile come la marea.

Mai le era mancato come in quei giorni. Mai aveva sentito così forte il bisogno di averlo davanti e udire la sua voce. Quasi non riusciva a respirare al pensiero di come l'avesse stretta a sé cingendole le spalle e poi posando le labbra sulla sua fronte, in un gesto tanto inconsueto da paralizzarla, persino in quel momento. Erano così calde e morbide… Per la prima volta da quando…

Quando…

Strinse con forza le ciglia sugli occhi e deglutì.

Per la prima volta da… allora, la vicinanza di Ryoga-sama e ancor di più il suo contatto non l'avevano spinta a scostarsi come se a toccarla fosse stato un demone putrescente. Forse, se l'oggetto dei suoi pensieri avesse aperto la fusuma in quell'istante, avrebbe anche osato allungare una mano verso di lui. O forse no, non ne avrebbe avuto il coraggio. Non ancora, per lo meno, ma un giorno…

Poggiò il pennello sul bordo della ciotola dell'inchiostro e guardò insoddisfatta il foglio macchiato, dove aveva tentato di vergare la parola "armonia". Si sentiva esattamente così, un essere il cui wa era stato infranto, un immacolato pezzo di carta deturpato per sempre. Quando sarebbero finiti gli incubi? Quanto ancora l'avrebbero perseguitata? Quanto ancora doveva strofinare affinché non sentisse più quelle luride mani? Per quanto ancora avrebbe sentito il loro fiato sulla pelle e il loro ansare nelle orecchie? Ora non aveva nemmeno il conforto di Ryoga-sama quando si svegliava di soprassalto nel buio col cuore che ostruiva la gola e il silenzio che le assordava le orecchie. Certo, c'era sempre Narumi con lei, non la lasciava mai, eppure non era una consolazione sufficiente.

Una lacrima scese solitaria fino al mento e lei se l'asciugò prima che potesse cadere nel vuoto, sollevò il foglio e lo fissò un istante prima di afferrarne i bordi e iniziare lentamente a strapparlo, riducendolo a frammenti sempre più piccoli che appallottolò con rabbia crescente e infine scagliò dall'altra parte della stanza, lasciando che le lacrime scorressero copiose lungo le guance.

E col respiro ormai convulso, alla fine lasciò che il grido esplodesse fuori di sé.

E gridò.

E gridò ancora. Certa che nessuno l'avrebbe udita o avrebbe fatto finta di non udirla.

Gridò tutto il dolore e la rabbia che aveva accumulato e che nulla avrebbe mai lenito. Gridò contro il karma che le era toccato in sorte, la ripugnanza che ancora l'assaliva e quell'odore schifoso che non sarebbe mai andato via. Gridò fino a perdere la voce e non le rimase che piangere a dirotto per qualcosa che non avrebbe mai riavuto indietro, afferrandosi le braccia e piegandosi su se stessa.

Perché, per tutti i kami?

Perché?

"Akari…".

Spalancò gli occhi e incredula si volse verso la fusuma.

Ryoga era lì, sulla soglia, che la guardava senza poter credere a ciò che vedeva. E a lei, che boccheggiava senza osare nemmeno respirare, la vista si sciolse per la gioia. Di slancio si alzò in piedi rovesciando il tavolino e un istante dopo era circondata dalle sue braccia. Viso affondato nel suo petto, lasciò che la stringesse a sé, che insinuasse una mano fra i suoi capelli e che la cullasse come una bambina, mentre riversava su di lui tutta la sua disperazione.

- § -

Akane rimase immobile a osservarlo, lui e quel dannato rametto che stringeva tra le dita e che prima o poi avrebbe spezzato. Ranma la fissava con la gelida compostezza del maestro che si aspetta di essere obbedito seduta stante, ma lei indugiò a pugni stretti, sperando da un momento all'altro di scorgere in lui un barlume del ronin che l'aveva baciata non una, ma due volte. Che l'aveva stretta a sé con tale desiderio da impedirle quasi di respirare. Che l'aveva quasi…

(divorata)

E adesso chi aveva davanti? Uno sguardo così sprezzante da farle sorgere il dubbio che si fosse davvero sognata tutto. Le sue mani, le sue braccia. Le sue labbra. Sparito lo guardo riluttante che per un istante aveva attraversato le sue iridi quando le aveva puntato contro il ramo, la scrutava quasi con disgusto. Decise allora di non chiedere cosa fosse il moko takabisha, anche se friggeva dalla curiosità. Si limitò a sollevare lentamente le braccia per stringere meglio la coda alta sulla nuca, senza mai distogliere la delusione nei propri occhi dalla spietatezza che emanavano quelli di Ranma, maestro che doveva forgiare l'allievo.

Distanziò i piedi cercando di porli in linea con le spalle, piegò appena le ginocchia, pose la mano destra sulla sinistra, poggiata poco sotto l'ombelico, e chiuse gli occhi. Inspirò immaginando una sfera di energia blu che si formava nell'addome, trattenne il respiro e lo rilasciò immaginando energia rossa uscire dalla bocca. Trattenne di nuovo il respiro e ricominciò. Non contò le volte che ripeté la respirazione per caricarsi di energia, ma non dovettero essere sufficienti se Ranma, che la studiava usando il 'terzo occhio', le ordinava di ricominciare da capo ogni volta che le correggeva la postura, che fosse della schiena, della testa che teneva troppo alta e che a suo dire non era in linea col bacino, delle gambe troppo piegate o dei piedi troppo o poco distanziati, raccomandandosi che la lingua fosse incollata al palato quando inspirava e che ne fosse distaccata quando espirava. Cercò di focalizzarsi sull'aria che entrava e usciva dall'addome, ma con lui che le girava attorno come un lupo che studia la preda era tutt'altro che facile, soprattutto perché percepiva sulla pelle il calore che il suo corpo emanava. E dietro le palpebre abbassate la bocca del ronin che si posava sulla propria prendeva sovente il posto della sfera d'energia che avrebbe dovuto creare, aspettandosi da un momento all'altro di sentire di nuovo le sue mani che esploravano fameliche il suo corpo.

Concentrati, maledizione. Qualsiasi cosa ha intenzione di insegnarti, potrebbe essere fondamentale per scappare di nuovo da Nagoya, non perderti dietro a fantasie inutili!

Si sforzò a ogni costo di immaginare l'aria diventare nel suo petto una colata di energia pulita di un blu scintillante e scendere fino all'addome, per andare a ingrandire così la sfera di qi che si stava formando. Immaginò pochi istanti dopo la stessa aria di un rosso infuocato risalire fino in gola per essere espulsa dalla bocca.

Inspira. Espira. Dentro qi pulito. Fuori qi sporco.

Se lo ripeteva come una nenia, estraniandosi poco a poco da tutto ciò che la circondava: le onde che s'infrangevano sulla spiaggia, il vento pungente carico di salsedine, lo strepitio dei gabbiani.

Dentro qi pulito. Fuori qi sporco.

Le nuvole che ogni tanto oscuravano il sole dietro le palpebre abbassate, le voci sempre più remote degli yokai.

Dentro qi pulito. Fuori qi sporco.

Lui, che voleva aiutarla nonostante tutto.

"Molto bene".

Akane quasi trasalì e con cautela sollevò le ciglia, ritrovandosi davanti le pupille dilatate di Ranma che tornavano a rimpicciolirsi: aveva usato ancora la 'seconda vista' per sondare i suoi progressi.

"Hai accumulato energia a sufficienza", disse lui assumendo la medesima posizione. "Ora guarda bene: le mani devono essere sempre sotto l'ombelico, ma le dita di una devono essere puntate contro quelle dell'altra, come se reggessi la sfera di qi che hai creato nel tuo addome: devi immaginarla fuori da te e sentirne il peso e il calore fra i palmi che guardano il cielo. Chiudi gli occhi e ricomincia a respirare".

Akane obbedì e riprese la nenia, ma stavolta nella sua mente prese forma una sfera di energia blu che pulsava fra le mani. Cercò di figurarsela grande e splendente e calda, ma nonostante ciò nulla si formò fra le dita, perché non avvertì alcun peso, né calore. Sapeva tuttavia che poteva occorrere molto tempo prima di ottenere dei risultati, per cui non si diede per vinta e ignorando sia i borbottii dello stomaco, sia l'indolenzimento alla schiena e alle gambe, perseverò nell'immaginare una sfera di luce al di fuori del proprio corpo che s'ingrandiva sempre di più.

Dentro qi pulito. Fuori qi sporco.

Il mondo, poco a poco, tornò a tacere e lei perse la cognizione del tempo.

Dentro qi pulito. Fuori qi sporco.

Non avvertì più nemmeno il calore emanato da Ranma. Forse si era allontanato. O forse era lei che l'aveva allontanato finalmente dalla propria mente.

Dentro qi pulito. Fuori qi sporco.

Le parvi quasi di farsi più leggera, di non possedere che un brandello di quel corpo che l'aveva condannata a essere una pedina negli interessi di suo padre. Ma che le aveva fatto anche provare sensazioni che nemmeno immaginava potessero…

Il borbottio prolungato del suo stomaco che si torceva la fece ripiombare nella realtà come le accadeva a volte la notte, quando si svegliava di soprassalto con l'impressione di essere precipitata nel proprio corpo da chissà dove. Sbatté le ciglia spaesata a una spiaggia deserta e nel tornare eretta avvertì tutto l'indolenzimento accumulato negli arti. Si guardò intorno e scorse Ranma afferrare qualcosa dalle mani di Yumiko, solo allora si rese conto che dall'inclinazione del sole doveva essere mezzodì. Lo stomaco protestò ancora e dopo un cenno della mano di Ranma che l'autorizzava a raggiungerlo per mettere a tacere le viscere, strinse i pugni e s'incamminò fino alla tettoia della capanna di Yumiko.

Non alzò nemmeno una volta il viso dalla ciotola, limitandosi a breve occhiate di sottecchi in direzione della schiena del ronin, che se ne stava appartato a conversare con il Vecchio Gatto mentre mangiava a sua volta. Non si nutrì a sufficienza per saziarsi, ma poco importava: non desiderava altro che ricominciare l'allenamento e quel che mandò giù in fretta se lo fece bastare. Non aspettò Ranma sulla spiaggia: lo precedette là dove le onde non potevano lambirla e ricominciò da sola. Non aveva idea di quanto tempo passò nella medesima, sfiancante posizione, non aveva importanza, contava solo la concentrazione. I rumori si attenuarono finché diventarono, ancora una volta, un'eco lontana nella sua mente. Il vento mutò in una carezza solitaria che alla fine desistette dal cercare di scuoterla. E il calore che all'inizio cercava nel sole lo trovò nel proprio ventre, ma non seppe dire se qualcosa si fosse manifestato al di fuori di sé, perché le mani formicolavano ed emanavano esse stesse calore. E così le braccia. E le gambe. Il freddo smise allora di esistere, come qualsiasi cosa la circondasse. Di nuovo quella sensazione di leggerezza, come se il corpo non avesse più peso…

"Apri gli occhi".

Fu solo un sussurro, eppure fu sufficiente a farle percepire di colpo tutti i sensi. Titubante, obbedì. Davanti a lei, Ranma sfoggiava un sorrisetto compiaciuto, invitandola con un cenno a guardarsi le mani. Akane abbassò allora lo sguardo e spalancò la bocca: fra i palmi, una minuscola sfera di energia emanava un debole bagliore azzurrognolo. Ce l'aveva fatta? Ruotò con cautela le mani tremanti portandole una di fronte all'altra, le avvicinò e le allontanò e la sfera parve allungare i suoi timidi lampi verso le sue dita divaricate. Ce l'aveva fatta… Ce l'aveva fatta davvero!

Akane scoppiò a ridere in modo inconsulto e lasciando che la sfera si dissolvesse alzò euforica i pugni verso il cielo, cominciando a correre su e giù per la spiaggia per gridare la sua gioia. E pazienza se Ranma l'aveva scrutata neanche avesse a che fare con una pazza, tutti quei giorni passati a mantenere la concentrazione sul respiro, anche quando era stata male, non erano stati vani! Ora aveva una speranza! Volteggiò, saltò, schivò le onde sulla battigia, mentre Ranma, mani sui fianchi, la osservava sconvolto e inebetito. E lei decise che era il momento di tornare indietro e gioire insieme a lui, che adesso forse l'avrebbe…

Ranma arretrò di un passo scuro in volto e incrociò le braccia al petto, ma non fu quello a gelare il suo impeto. Le pupille erano dilatate al punto da aver divorato le iridi e a lei sembrò di precipitare in due pozzi di cui era impossibile scorgere il fondo: Ranma stava usando la seconda vista per non doverla guardare in faccia. Akane sentì il cuore nella morsa di dita di ghiaccio che stringevano senza pietà: era certa, più che certa, che lui sapesse quanta inquietudine quello 'sguardo' così poco umano le incutesse, portando anche lei a fare d'istinto un passo indietro. Strinse i pugni e deglutì, trattenendo a stento le lacrime che già pungevano agli angoli delle ciglia, ma affatto pentita di essersi lasciata andare.

"Ti sei calmata?".

Ignorando il tono canzonatorio, Akane prese un respiro tale da colmare per bene i polmoni, prima di essere certa di rispondere senza esitazione.

"Sì".

"Seguimi".

Rimase qualche istante a guardare la sua schiena che si allontanava, prima di incamminarsi a sua volta con un sospiro verso la capanna di Yumiko e Toru, che seduto sotto la tettoia con una pipa in bocca si volse a chiamare la moglie. Yumiko uscì fuori asciugandosi le mani con uno strofinaccio.

"Te l'affido, volpe", annunciò aspro Ranma appena si fermò davanti a loro. "Insegnale il più possibile come concordato, voglio vederla crollare esausta entro stasera".

Yumiko s'inchinò, ma lui aveva già voltato le spalle e si era allontanato.

Più immobile di un jizo, Akane ingoiò il rospo e accennò un sorriso mesto, quando la volpe tornò eretta e la guardò.

"Come posso aiutarti, Yumiko?".

Lei la invitò a entrare nella capanna con un sorriso di incoraggiamento.

"Che ne dici di aiutarmi a preparare la cena, per cominciare?".

Suo marito ricomparve tremante sulla soglia della capanna appoggiandosi con una mano allo stipite della porta, piegato in due per le fitte lancinanti. A mala pena si reggeva in piedi, preda di conati che ancora lo scuotevano, come se non avesse già vomitato anche l'anima. Ancora un po' e avrebbe rigettato pure le viscere. Non che lei si sentisse molto meglio, doveva ammetterlo, nonostante la sua natura demoniaca. Per non parlare dello youkaihanta, che seduto di fronte a lei la stava guardando di traverso con un colorito ancora terreo in volto, la fronte imperlata e un dito che premeva con insistenza un punto sulla gamba, appena sotto il ginocchio. Per fortuna nessun altro era rimasto intossicato, a parte l'autrice di quel disastro, ovviamente, che madida di sudore si era girata e rigirata su un fianco, dopo aver rigettato, senza riuscire a trovare una posizione confortevole finché Ranma non l'aveva fatta svenire.

"Spero che tu abbia una spiegazione, Yumiko".

Lei abbassò lo sguardo sulle mani strette in grembo resistendo alla tentazione di torcersele e alla fine si prostrò sulla stuoia toccandola con la fronte, mani protese davanti a sé.

"Sono mortificata, cacciatore, avrei dovuto prestare maggiore attenzione a ciò che Akane-dono stava facendo. Le avevo chiesto soltanto di affettare le verdure, non immaginavo che pezzi di legno sarebbero finiti nella zuppa", piagnucolò, anche se la foga con cui Akane aveva affondato il coltello nel tagliere avrebbe dovuto insospettirla, ma si guardò dal dirlo.

"E tu che facevi, che non ti sei accorta di nulla? Guardami!".

"Ecco io…", iniziò riacquistando la posizione eretta. "Cercavo di rimediare a quel che aveva combinato prima: aveva mescolato pezzi di pere e mikan all'orzo che stavo facendo bollire!".

Lo youkaihanta socchiuse lentamente gli occhi al colmo dell'incredulità e si portò una mano davanti al viso per massaggiarsi le tempie col pollice e il medio. Nemmeno lui riusciva a capacitarsi di tanta inettitudine.

"Quindi hai dovuto ricominciare da capo...".

"È così. Mi dispiace davvero, ma da quel che ho potuto vedere Akane-dono non ha il minimo senso del gusto, mette in pentola tutto ciò che le piace, senza preoccuparsi se gli abbinamenti siano accettabili".

"Ma non le hai detto di assaggiare quello che preparava?".

"Certo che l'ho fatto e ha osato dire che quella brodaglia era deliziosa: mi sono fidata finché non l'ho vista di sfuggita coi miei stessi occhi sbucciare un mikan e…".

"Non continuare o mi salgono i conati".

"Per fortuna non siete del tutto umano, altrimenti ades…". Yumiko si morse la lingua appena lo sguardo omicida del cacciatore la trapassò. "Vi chiedo umilmente perdono, Ranma-sama!", disse prostrandosi di nuovo e trattenendo il fiato.

"Lascia stare", lo sentì sbuffare. "Adesso che sto meglio, pensiamo a tuo marito e poi quell'impiastro in cucina che non è altro".

Per la seconda volta Yumiko tornò eretta, grata allo youkaihanta per non averla punita e ancor di più per le cure che prestò a Toru.

Un'ultima cosa", annunciò Ranma alzandosi e premendo una mano su un fianco, una smorfia di fastidio sul volto. "Per ora non far più avvicinare Akane a un alimento, le assegnerai altre faccende. Sperando non sia negata per qualsiasi cosa non siano le arti marziali".

L'uomo si chinò per issare fra le braccia la giovane che giaceva inerte e sparire nella notte.

- § -

Happosai stava scolando la seconda bottiglietta di nigori, quando un gruppo di samurai varcò la soglia della locanda. Se già a sera inoltrata una simile apparizione era insolita, il fatto che ognuno di loro indossasse sulla fronte una fascia annodata dietro la nuca rendeva la scena ancora più singolare. Non si trattava di guardie di pattuglia, i loro kimono tutti uguali erano più raffinati, quindi erano samurai che viaggiavano con uno scopo preciso, il problema era che non riusciva a distinguere bene lo stemma sui loro abiti.

I pochi avventori s'inchinarono deferenti, mentre il proprietario della locanda corse loro incontro e si prostrò a terra. Il samurai a capo del drappello ordinò a tutti i presenti di lasciare la locanda e al proprietario di buttare fuori, col buio che avanzava, chiunque vi alloggiasse per riservare l'intera stamberga a Kakesuji Chojiro, ciambellano del nobile Uesugi Hiroda. Bastardi. Certe volte aveva l'impressione che la lunghezza della spada per taluni samurai fosse una compensazione.

Happosai si rilassò sulla panca e tirò dalla pipa una lunga boccata, sorridendo tra sé mentre aspettava che si avvicinassero per mandarlo via. Al suo diniego rivolto al proprietario della locanda, i samurai s'infuriarono e uno di quelli di rango più basso lo raggiunse imperioso ordinandogli senza mezzi termini di sloggiare.

Happosai si alzò con la massima calma, una mano stretta a pugno dietro la schiena, l'altra che reggeva indolente la pipa da cui tirò un'altra boccata, prima di usarla come arma per far volare via l'imbecille contro un muro.

Gli altri samurai si disposero attorno al ciambellano e sguainarono le spade chiedendogli chi fosse. Happosai rilasciò il fumo e senza scomporsi si presentò, affermando che avrebbero fatto tutti la fine del loro compagno, se avessero osato minacciare un inviato del nobile Tendo Soun.

Immediatamente Kakesuji Chojiro si portò allora alla testa dei samurai ordinando loro di rinfoderare le katane.

"Maestro Happosai, vi porgo i miei omaggi", dichiarò con un lieve inchino. "Ho sentito molto parlare di voi e ritengo che il nostro incontro non sia casuale: abbiamo affrontato le montagne proprio per essere ricevuti dal nobile Tendo: porto notizie di sua figlia Akane".

Happosai sfilò incredulo la pipa di bocca.

"Akane? L'avete incontrata?".

"Di più, maestro: il nobile Uesugi l'ha ospitata nel suo castello".

"Parlate al passato: non è più presso il vostro signore?".

Il ciambellano ampliò il sorriso con un sospiro e Happosai capì di doversi aspettare il peggio.

"Temo di no, maestro, già da diversi giorni".

"Accomodatevi, prego, e raccontatemi ogni cosa".

Mentre il locandiere portava da bere e preparava di nuovo da mangiare in una locanda senza più orecchie a origliare, Happosai ascoltò basito e indignato senza mai darlo a vedere, ma rischiando più volte di frantumare la pipa tra le dita: quel dannatissimo, maledetto coglione del suo ex allievo l'aveva combinata talmente grossa che non esisteva termine di paragone. Adesso capiva perché ci stava mettendo un'eternità a tornare indietro, perché non stava affatto tornando indietro: stava accompagnando Akane da Kasumi, solo che non capiva che razza di tragitto stessero seguendo quei due e perché. In ogni caso, se quel che Akane aveva raccontato a Uesugi era vero e se poi da Takayama erano fuggiti verso Hida, allora dovevano per forza compiere un giro notevole attraverso lo Yamato centrale per arrivare al castello della maggiore delle Tendo. E poi? Ranma avrebbe davvero ricondotto Akane a Nagoya? Era già assurdo che non se la fosse caricata sulle spalle e non l'avesse riportata dal padre in capo a un giorno al massimo, allungare addirittura il ritorno in quel modo poteva significare una cosa soltanto: che lui aveva avuto ragione fin dall'inizio a temere che quei due si incontrassero. Si assomigliavano fin troppo. Com'era riuscita Akane a convincere uno come Ranma? Ma ciò che lui più paventava era il fatto che quel monumentale idiota, lungo il tragitto, potesse cambiare idea e non riportarla affatto a Nagoya. In ogni caso, se la loro meta era il castello di Hikone, significava che per arrivare al bivio di Kano dovevano passare per Ogaki. Era un azzardo, ma non aveva altro cui aggrapparsi.

Happosai ringraziò il ciambellano e gli offrì la propria scorta nel tratto di strada che restava verso Nagoya: lui aveva intenzione di rimanere lì ad aspettare quei due sciagurati, anche se stranamente degli uomini-ombra che Soun aveva sguinzagliato non v'era traccia nei paraggi. Eppure se lo sentiva che quell'imbecille stava tramando qualcosa e il fatto che Ranma fosse addirittura l'artefice della distruzione di un castello lo rendeva, ora come ora, un ospite quanto mai indesiderato.

- § -

Alti e bassi. Conquiste e sconfitte. Così trascorse i giorni al villaggio degli yokai, dove scoprì senza troppa sorpresa che demoni e mezzidemoni conducevano una vita del tutto simile a quella umana. A stupirla fu invece scoprire che tipo di vita fosse.

La mattina dopo il suo mortificante esordio come cuoca, in cui aveva intossicato – per fortuna – solo Yumiko, Toru e Ranma, Akane si era svegliata col sapore acre della bile in bocca, lo stomaco sottosopra e il desiderio bruciante di scavare una fossa per buttarcisi dentro e seppellirsi viva. Non seppe con quale coraggio, prima degli allenamenti mattutini, aveva osato presentarsi alla capanna di Toru e Yumiko per prostrarsi mortificata sulla terra battuta sporcandosi mani e pantaloni per implorare il loro perdono, ma suscitando solo incredulità e imbarazzo. E se loro glielo avevano concesso senza esitazione pur non meritandoselo – ma giurando che avrebbe fatto in ogni caso qualsiasi cosa le avessero chiesto pur di rimediare – Ranma, come aveva temuto, non era stato indulgente. Senza nemmeno darle il tempo di prendere fiato per scusarsi, le aveva proibito di maneggiare ancora qualsiasi cibo non fosse già stato cucinato da altri. Lei non aveva osato replicare. In realtà, non aveva osato nemmeno alzare lo sguardo, restandosene per tutto il tempo con gli occhi incollati sulla sabbia dorata in riva al mare. Solo quando lui ne aveva avuto abbastanza di minacciarla, aveva potuto riprendere a esercitarsi sul respiro e la materializzazione del qi, ma tenere lontana la mente da quel che aveva combinato – e peggio da quel che sarebbe potuto succedere – era stato impossibile. Ranma, allora, l'aveva rimproverata ancora di più, lasciandola infine da sola sulla spiaggia a riflettere sull'attaccamento della mente ai pensieri nocivi che le impedivano di progredire, anziché concentrarsi su quanto di positivo aveva ottenuto sino a quel momento. Ma lasciarsi alle spalle l'idea che avrebbe potuto anche uccidere Toru e Yumiko non era stato facile: le era occorsa l'intera mattinata passata a camminare su e giù lungo la riva per convincersi a non rimanere ancorata a una possibilità che non si era concretizzata e andare avanti. Se loro l'avevano perdonata, doveva farlo anche lei. Solo allora si era di nuovo consegnata nelle mani di Yumiko, pronta a eseguire qualsiasi richiesta le avesse avanzato con il massimo dell'umiltà. La volpe le aveva sorriso come faceva un tempo Kasumi davanti alle sue marachelle, l'aveva invitata a cambiarsi nella sua capanna porgendole un grigio kimono di canapa con un obi blu scuro e lei l'aveva indossato senza fiatare, anche se la stoffa non faceva che irritarle la pelle procurandole prurito dappertutto.

"Vieni, accomodati, ti ho messo da parte qualcosa da mangiare".

Si era inginocchiata e aveva bevuto la zuppa bollente che le aveva offerto anche se non aveva fame, mentre Yumiko sorseggiava del tè.

"Ho assistito alla vostra discussione sulla spiaggia e perdonami se il vento mi ha riferito le vostre parole. Vorrei innanzitutto tranquillizzarsi sulla nostra salute: noi stiamo bene, non devi preoccuparti, alla fine si è tratto solo di un mal di pancia. E per quanto riguarda Ranma, a me ha detto che per ora non devo farti più cucinare. Forse vuole solo lasciar passare un po' di tempo per permetterti di riflettere sulle tue azioni fatte… un po' alla leggera. In ogni caso, se con te si è comportato in modo tanto brusco, stamattina, è perché ieri sera si è preoccupato oltre ogni dire. Forse non ricordi, ma tu e Toru siete stati i primi a sentirvi male: ai primi sintomi Ranma si è precipitato da te, vomitavi ma sembravi anche sul punto di strozzarti, eri violacea e lui temeva che stessi per morire soffocata, non avrei mai immaginato di vedere uno come lui sull'orlo del panico, sembrava… disperato. Per cui è normale che dopo tanta angoscia oggi ti abbia redarguita con durezza".

"Lui… lui temeva di perdermi?".

"Credo proprio di sì. Ora però devi concentrarti sulle mansioni che a turno tutti noi ti faremo svolgere, purtroppo non abbiamo molto tempo, dovrai imparare in fretta: Ranma ha intenzione di ripartire presto".

"Non vi deluderò!", aveva dichiarato prostrandosi.

"Pensa a imparare ciò che ti insegneremo affinché ti torni utile, non al fatto che se dovessi fallire potresti deluderci, perché è segno sicuro che fallirai. Devi apprendere per te stessa, non per noi", aveva concluso Yumiko posando la tazza di tè. "Ora ascolta: non so cosa tu sappia o abbia appreso sul mondo dei contadini e degli artigiani, ma qui lo toccherai con mano. Conduciamo una vita molto semplice, certamente povera per te, e corriamo sempre il rischio di essere colpiti da carestie, epidemie o tifoni, ma tutto ciò che produciamo lo dividiamo fra di noi, non usiamo moneta, solo baratto. Come tutti coltiviamo il riso, ma soprattutto frumento, orzo, miglio, cotone, canapa, tabacco, patate dolci e tè. Non mancano gli alberi da frutto e una foresta di bambù non lontano da qui. Per concimare usiamo i nostri stessi escrementi, per questo ogni capanna ha un foro nel pavimento: ciò che finisce nel secchio sottostante non va sprecato. Se ti trovi in giro e hai urgenza di evacuare, puoi farlo in uno dei tanti secchi che lasciamo lungo i sentieri: se il secchio è abbastanza pieno, diluisci il contenuto con acqua e usa il mestolo per spargerlo attorno alle piante. Se ti capita di vedere insetti che mangiano le foglie delle piante coltivate, staccali a mano o avvisa qualcuno, così ti insegnerà a fumigare o a spruzzarci sopra aceto e olio di balena. In ogni caso, da domani aiuterai Sayuri a strappare dal terreno rape e radici di loto e a cogliere frutta, funghi commestibili, germogli di selce e foglie cadute: sì, mangiamo anche quelle in caso di carestia. Non produciamo la seta, per cui indossiamo solo abiti di canapa o cotone. Domattina ti alzerai prima dell'alba e prima di fare colazione strapperai via l'erba infestante dai campi, da stasera invece inizierai a confezionare corde e borse di paglia. Nel tempo che passerai qui, infine, ti insegneremo un po' del dialetto locale. Domande?".

Akane aveva scosso la testa, frastornata dal fiume di informazioni.

"Bene, uno dei doveri di noi donne è confezionare le singole parti di un kimono e cucirle insieme. Non smettiamo praticamente mai, perché occorre tempo per approntarne uno e nel frattempo quelli indossati si logorano. Io ti insegnerò a tesserlo, Sayuri ti insegnerà invece a smontarlo, lavarlo e asciugarlo. Vieni con me".

Yumiko l'aveva fatta accomodare davanti a un telaio, le aveva spiegato come azionarlo e l'aveva lasciata a confezionare un kimono di cotone, facendosi viva spesso per vedere come se la cavava e correggendola ove sbagliava. Era rimasta inginocchiata per così tante ore che quando la volpe aveva fatto capolino per avvisarla che la cena era pronta, era ormai buio fitto, le dita le dolevano, aveva una fame tale che avrebbe divorato anche la ciotola e non vedeva altro che fili che scorrevano e si intrecciavano persino quando chiudeva gli occhi. Aveva di nuovo combinato un mezzo disastro nonostante l'impegno perché a differenza della meditazione il volto di Ranma le si parava in continuazione davanti agli occhi aperti, ma Yumiko le aveva sorriso paziente e l'aveva incitata a non arrendersi, prima di metterle in mano un cesto di vimini appena iniziato e spiegarle come intrecciare i sottili rami essiccati. Gli occhi si erano chiusi spesso per la stanchezza, eppure non cedette al sonno finché la volpe non le disse che poteva coricarsi. Le mani le tremavano ancora quando crollò esausta sulla stuoia.

Ma persino dormire fu difficile, perché ogni notte quel maledetto s'insinuava nei suoi sogni, anche se ormai lo incontrava solo all'alba, quando la precedeva sulla spiaggia, controllava i suoi progressi e correggeva la sua postura. Sempre a debita distanza. Sempre con quel maledetto, inquietante sguardo che di umano non aveva nulla, ma che proteggeva entrambi: lui dal vederla per la donna che era, lei dal considerarlo alla stregua degli altri esseri umani. Ranma voleva che lo temesse, per tenerlo a distanza almeno quanto lui cercava di tenere a distanza lei. E forse dopotutto era un bene o almeno cercava di convincersene, perché più lui si mostrava gelido e distaccato, più allontanava il ricordo di ciò che era accaduto fra loro e più lei riusciva a concentrarsi sul compito che le aveva assegnato. E la sfera di qi poco a poco s'ingrandiva. E pazienza se nel resto di quelle giornate confezionava malamente mantelli o stuoie di paglia, se si scheggiava le dita nel tentativo di sezionare il bambù o finiva col rompere sandali che avrebbe dovuto riparare, perché a forza di tentare un giorno ci sarebbe riuscita, come era riuscita seppur a fatica ad accendere un fuoco, a spaccare la legna senza frantumarla, a pescare un pesce e a squamarlo, anche se le scaglie si erano conficcate nei polpastrelli. Perché tutti i demoni e mezzidemoni chiamati a insegnarle qualcosa lo avevano fatto senza mai farla sentire inadeguata o una causa persa. E a tutti loro era stata infinitamente grata, non solo perché le avevano instillato fiducia, ma soprattutto perché non la consideravano un'estranea o un ospite indesiderato, ma qualcuno con cui conversare e ridere e scherzare in totale libertà. La consideravano una di loro. Un essere umano anomalo, l'unico da che avevano memoria che avesse aperto gli occhi sulla follia collettiva in cui il mondo versava e non li aveva richiusi per quieto vivere. I più le dicevano che era stata fortunata a "svegliarsi" dal sonno in cui gli umani erano immersi. Il Vecchio Gatto e il tengu invece temevano che avrebbe sofferto tutta la vita, perché non avrebbe mai trovato un posto nel mondo in cui sentirsi a suo agio. Lei, tuttavia, era certa del contrario e qualcuno doveva essere del suo stesso avviso, se arrivò a chiederle per quale motivo lei e Ranma avrebbero dovuto andarsene: non stavano forse bene in quel villaggio? E se proprio erano costretti a lasciarli, poi sarebbero tornati, non è vero?

Akane sospirò. Non riusciva a togliersi dalla mente gli occhietti speranzosi del volpino scodinzolante, lo sguardo ammirato del procione che la fissava sognante mentre le insegnava a realizzare un ombrello di carta oleata, il sorriso incoraggiante del mezzo tasso per i suoi scarsi progressi nel montare una canna da pesca o il piglio severo del tengu che la istruiva sulle più comuni erbe medicinali a suon di beccate sulle mani quando le confondeva. E a forza di vedere le loro facce

(e la sua)

finì per pungersi un dito con l'ago che avrebbe dovuto usare per ricucire una manica strappata. Si portò l'indice alla bocca per succhiare il sangue, alzò gli occhi stanchi dal tessuto e si guardò intorno. Ancora una volta aveva la sensazione di essere osservata, forse qualche mezzodemone era ancora curioso di vederla all'opera, dopotutto era lei la creatura fuori luogo lì. Aveva smesso di contare le volte che veniva avvicinata da uno yokai, quando era intenta in lavori simili, che le chiedeva di raccontarle la sua vita al castello o il suo viaggio con Ranma e finiva poi per essere attorniata da tanti occhi bramosi di novità che la distraevano impedendole di concludere quel che aveva iniziato. Ma è vero che le nobildonne si tingono i denti di nero e si depilano le sopracciglia? Sì, è vero, ma solo le donne sposate. E quanto erano sfarzosi i tuoi kimono? Erano pesanti, faticavo a camminarci. Potevi uscire dal tuo castello? No, mai. Certe usanze samurai li scandalizzavano o erano per loro comunque incomprensibili. La guardavano con tanto d'occhi o ridevano discretamente scuotendo la testa. Ma quel che preferivano erano i particolari delle avventure che aveva vissuto durante la sua fuga, chiedendole in continuazione di raccontare come Ranma avesse affrontato l'enorme atsuki dell'onsen abbandonato, mentre lei cercava di tenere testa alle orde di fantasmi. Erano spaventati e affascinati al tempo stesso da quella storia, consci che l'eroe di quell'impresa era proprio lì, tra loro, che li aiutava nei lavori più faticosi. E poi si esaltavano per la loro fuga dal castello di Uesugi, per l'uccisione della kuchisake-onna e per il suo combattimento contro i briganti, applaudendo come se fosse una raccontastorie da strada.

Si stiracchiò osservando il cielo limpido, sorridendo all'aria che pungeva il naso e alla luce calda del primo pomeriggio. Le doleva la schiena a forza di stare china ogni mattina a strappare erbacce e le dita iniziavano a mostrare i primi calli, ma non le importava. Era felice lì. Felice come mai lo era stata nella sua vita: mai si era sentita così libera come in quel villaggio, lei che in teoria era prigioniera. Libera dai falsi sorrisi, dalle finte cortesie, dalle menzogne nascoste dietro parole ricercate. Eppure stava iniziando anche a capire che la libertà era dentro di sé, non qualcosa all'altro capo del mondo da afferrare con le unghie e coi denti.

Sollevò le mani dietro la nuca per stringere la coda che si era allentata e tra un riverbero di sole e una palizzata fresca di taglio lo vide. Rimase con le braccia sollevate, incredula. La stava scrutando all'ombra di una capanna a braccia conserte, nelle iridi la limpidezza che aveva temuto di non rivedere più. La stava studiando, si rese conto, con le difese abbassate a prudente distanza, nei muscoli fasciati dal tessuto leggero del kimono una tensione che avrebbe potuto far temere, a chiunque altro, un attacco improvviso. Da quanto se ne stava lì? Quante altre volte l'aveva osservata di nascosto?

Akane abbassò lentamente le mani e fissò Ranma di rimando vedendolo esitare, come indeciso se restare o andarsene. Lei, al contrario, rimase salda nei suoi occhi, sperando di trafiggerli con i propri. È questo che fai? Mi tieni a distanza per poi guardarmi da lontano? Nemmeno tu sei riuscito a dimenticare, non è così?, avrebbe voluto chiedergli. Perché io ci ho provato, Ranma, con tutte le mie forze. Ho cercato di cancellare le tue labbra, le tue mani, il tuo respiro. Ho creduto che buttarmi a capofitto nei lavori domestici mi avrebbe aiutato a non pensare alle tue braccia, che mi stringevano per non lasciarmi andare più, e al tuo cuore, che batteva all'unisono col mio. Ma tutta la buona volontà che ci ho messo mi ha ripagato con dei mezzi disastri, perché troppo spesso vedevo a mala pena cosa stavo facendo: davanti agli occhi avevo te, maledetto, sempre te. E adesso che distendi quelle stesse braccia lungo i fianchi e ti stacchi dalla parete di canne e fango pronto ad andartene, mi chiedo se per te sia stato lo stesso. Sono la sola a cui manca il fiato quando posi gli occhi su di me, quella con le viscere divorate da un fuoco che con il qi non ha niente a che vedere? Quella che credeva di poter seppellire ogni ricordo sotto una studiata indifferenza e che invece sta qui con le lacrime a inumidire le ciglia, perché basta la tua vicinanza per farle avvertire la tua mancanza? Kami, quanto sono stupida. Ma anche tu, Ranma, perché stai facendo questo, se fa soffrire te quanto me?, chiese schiudendo le labbra senza che un filo di voce uscisse. Perché non vuoi capire?, sembravano ribattere gli occhi del ronin che stringeva i pugni. Perché sei così ostinata? Perché non riesco a rassegnarmi, fu la tacita risposta di Akane mentre la visione del ronin iniziava a tremolare e a liquefarsi.

Sbatté le ciglia e si asciugò gli occhi col dorso di una mano e temendo per un istante che se ne fosse andato si alzò di slancio, lasciando che la manica su cui avrebbe dovuto cucire una toppa scivolasse a terra insieme all'ago. Ma quando riuscì di nuovo a distinguerlo, le tenebre avevano inghiottito la luce: due antri neri la osservavano ora da un volto di pietra.

"Eccoti, finalmente, ti stavo cercando!".

Akane lasciò andare frustrata il respiro che aveva trattenuto fino a quel momento, ma non si volse verso Sayuri.

"Cos'hai? Ti senti male? Che stai guardando?", le chiese posandole una mano su una spalla per indurla a voltarsi.

"Niente", rispose distogliendo lo sguardo dalla schiena di Ranma che si allontanava. "Non è niente".

"Kamisama, che sguardo orribile aveva", commentò la gatta. "Credo sia venuto il momento di raccontarmi cos'è accaduto fra voi".

"Ho superato il limite", tagliò corto lei nel raccogliere ciò che le era caduto.

"No, no, no, non pensare di cavartela! Ora tu vieni con me al fiume a lavare i kimono e mi racconti tutto come avevi promesso! Avanti, andiamo!", la spronò tirandola per un braccio.

"Ma devo finire di rattoppare la…".

"Lo farai dopo!".

"Ma perché andare al fiume? Abbiamo le tinozze!".

"Te lo spiego dopo, seguimi e basta".

"E perché hai una corda legata al tuo obi?".

Sayuri la trascinò sino al canneto per un polso, rischiando di ferirla con i suoi artigli e di farla inciampare negli zoccoli, mentre Akane tentava di non inzuppare di fango l'orlo del kimono tenendo sollevato almeno un lembo. Sul greto del fiume la nekomusume le spiegò come scucire le imbastiture che tenevano le maniche unite alla veste e poi, fianco a fianco, lavarono ognuna un pezzo di stoffa su un'asse di legno inclinata tra le ginocchia e la sponda.

"Questa posizione è davvero scomoda, non capisco perché non hai voluto usare le…".

"Perché ti sta evitando ed è così brusco con te? Se ne sono accorti tutti. Avanti, non fare la reticente, me l'avevi promesso!".

Akane continuò a strofinare senza alzare lo sguardo. Non avrebbe voluto rievocare quel che era accaduto la sera del loro arrivo al villaggio, perché il respiro si mozzava al pensiero che non si sarebbe ripetuto mai più, ma le parole fluirono dalla bocca man mano che riviveva con gli occhi ogni particolare. Solo il silenzio di Sayuri la indusse alla fine a voltarsi verso di lei: la gatta la guardava sbalordita, quasi sul punto di erompere in un grido di gioia che a stento trattenne.

"Non ci posso credere… Non ci posso credere! Non ci posso credere!", trillò battendo le mani e facendo ondeggiare senza sosta la coda che sbucava dal kimono. "Stava per farti sua, accidenti alla febbre! E non sapevi nemmeno cosa fosse un bacio, incredibile! La figlia di un daimyo e un cacciatore di demoni, che storia!".

Akane increspò la fronte.

"Aspetta, Ranma stava per fare cosa?".

"Massì, stavate per… non sai nemmeno questo?!". La sua faccia perplessa indusse un'incredula Sayuri ad alzare al cielo gli occhi vermigli. "Kamisama, passi che tu non sappia cosa sia un bacio, ma come si accoppiano un uomo e una donna dovresti saperlo!".

Al colmo dell'imbarazzo, Akane riprese a strofinare il cotone con forza eccessiva.

"Ecco… sì, insomma, p-più o meno credo di aver…".

"No, no, no, non prendermi in giro, tu non sai niente! Ah, non importa, te lo spiegherò io cosa stava per accaderti. Sai come sono fatti gli uomini davanti, vero? Ti prego, dimmi che almeno questo lo sai!", quasi la implorò riprendendo a sfregare e a battere il tessuto ripiegato sul legno.

Akane sentì la faccia prendere fuoco al ricordo di Ranma che faceva il bagno sotto la cascata gelata o quando era comparso all'improvviso nel corridoio di quella locanda a Shirakawa mentre lei teneva Daisuke per la gola, ma anche se cercò di rispondere senza boccheggiare, dalla bocca uscì uno stridulo 'sì'. Sayuri si protese verso di lei guardandola di sottecchi con quegli inquietanti tagli verticali che aveva per pupille.

"Non me la racconti giusta: a che stavi pensando?".

"No, niente, al… al…".

"Ano mono?".

"Che?".

"Il suo 'coso'!".

"E va bene", sospirò senza davvero aver compreso, "l'ho visto nudo, contenta? Tre volte", ammise in un soffio cercando di concentrarsi sulla manica che invece di lavare stava consumando. A Sayuri scappò una risatina di giubilo.

"Oh, oh, oh, benone! E com'è? È ben fornito?".

Tornò a guardarla con un sopracciglio inarcato.

"Ben fornito? Che intendi?".

"Massì, là sotto! Immagino che sia ben dotato, vista la sua prestanza, no?". Ma davanti alla sua faccia perplessa Sayuri scosse la testa esasperata. "Akane, la sua anguilla! L'hai vista o no?".

"Quale angui…? Sayuri!", strepitò lei realizzando finalmente cosa intendesse e coprendosi il viso con le mani per la vergogna.

Non è possibile! Sto parlando sul serio di cose simili! Io! Non ci credo!

"Dai com'è? Così?", le chiese distanziando gli indici davanti alla faccia. "Di più? Sì, immagino di sì…".

A bocca aperta davanti a tanta spudoratezza, Akane chiuse di nuovo forte gli occhi per non rievocare quelle scene e si voltò dall'altra parte. Buttarsi nel fiume e annegare stava diventando un'idea allettante.

"Ma perché ci tieni a saperlo?", sbottò.

"Beh, è semplice: quando un uomo e una donna 'arano le nuvole', l'anguilla dell'uomo entra nella grotta della donna – il buco da dove esce il sangue ogni mese, per capirci – ed entrambi ne traggono grande piacere, ma solo se lui ci sa fare e se poi è ben dotato, ancora meglio!".

"Aspetta… e-entra dentro?".

"Ssssììì!".

"Tutto?!".

"Ma certo!", confermò la gatta sprizzando un'assurda, incontenibile gioia. "Ohhh, dalla tua espressione sconvolta deve avere un futomara da far paura!", esclamò mordendosi deliziata il labbro inferiore.

Occhi sgranati, Akane rivisse invece il momento in cui sentì il… il… – ecco cosa significava! – di Ranma premere contro il suo bassoventre e si portò, senza respiro, le mani a tappare la bocca. Era lei, adesso, a non poter credere che ci fossero andati tanto vicini.

"Per tutti i kami…".

Lei stava per… no, loro stavano per…

"È davvero un peccato che tu ti sia sentita male, è senza dubbio un uomo di grande esperienza, sono certa che ti avrebbe fatto spiccare il volo come un'anatra mandarina. E non una volta sola…".

E giù risatine. Ma Akane era troppo sconvolta per afferrare il senso delle sue parole.

"Che… co… che…".

"È un modo di dire cinese: significa che ne avresti tratto grande godimento. Ma perché stai annaspando?".

"Pe-perché? E me lo chiedi?! Stavo per essere disonorata!".

"Credi a me, avresti partecipato con gioia a cotanto disonore!", scoppiò a ridere Sayuri.

"Ma cosa dici? Io non posso assolutamente!".

"E perché?", le chiese la gatta tornando seria. "Non sei forse scappata dal tuo castello per non dover più sottostare alle rigide regole del tuo ceto? Non desideravi essere libera di fare ciò che volevi? Chi te lo impedisce, allora? Ma se pensi di doverti preservare pura fino al matrimonio, allora vuol dire che dal tuo castello non sei mai scappata veramente: te lo stai portando dietro".

Akane rimase interdetta a guardarla senza riuscire a ribattere mentre il vento scuoteva il canneto, quindi riprese a strofinare con più lena di prima mordendosi le labbra per lo sdegno.

"Può darsi che ancora non mi sia scrollata di dosso del tutto la mentalità da samurai, ma non credo che nelle altre classi sociali…".

"Sì, invece, soprattutto tra i contadini. Non è raro che una giovane perda la verginità prima del matrimonio, in tutto il paese sono diffusi manuali erotici che le ragazze devono sfogliare prima di sposarsi per essere in grado di soddisfare il futuro marito".

"Manuali erotici?", domandò Akane e subito se ne pentì.

"Libri con tutte le posizioni che una coppia può assumere durante l'amplesso… sì, insomma, quando giace insieme: non immagini quante varianti esistano per godere appieno!".

Occhi al cielo, la nekomusume iniziò a elencare su un dito dopo l'altro, deliziata e concentrata, le varie 'posture', dalle più semplici alle più complicate, arrivando in alcuni casi perfino a mimargliele, incurante del fatto che lei doveva avere ormai la faccia che virava verso il porpora paonazzo, eppure non replicò: anche se non l'avrebbe mai ammesso, Akane stava invidiando questa parte della vita contadina a lei completamente sconosciuta, pur apparendole sconcertanti pratiche che invece erano del tutto naturali e vissute perfino con gioia. Non solo era stata privata della conoscenza teorica dell'atto sessuale, ma la sua famiglia aveva fatto sì che ne restasse terrorizzata. Sentì montare dentro una rabbia tale che le faceva prudere le mani dalla voglia di spezzare di netto una a una tutte le dannate canne che le si paravano davanti.

"Molti padri poi arrivano a vendere per fame le proprie figlie ai bordelli, dove possono restare per anni, prima di essere riscattate dai genitori o da un cliente che si è invaghito di loro, ma in ogni caso trovano facilmente marito una volta tornate libere, perché l''esperienza' maturata con gli uomini è molto apprezzata. Quel che per te è disonorevole, non lo è affatto al di fuori delle quattro mura dove sei cresciuta".

Era allibita e scioccata e confusa. Le era difficile concepire di potersi concedere a un uomo che non fosse suo marito, ma si rendeva conto che ciò era dovuto ancora una volta all'educazione con cui l'avevano condizionata sin dall'infanzia: preservarsi incontaminata fino al matrimonio, pena la morte. O la clausura in un monastero.

"Ma se ancora non te la senti di giacere con un uomo, posso capirlo: sei fuggita solo da pochi giorni, dopotutto, troppo pochi perché tu possa esserti già liberata del giogo che la tua classe ti ha imposto fin dalla nascita. Ma anche se occorrerà del tempo, sono certa che alla fine ci riuscirai, soprattutto se continuerai a stare accanto a uno come Ranma, che mi sembra di capire non ti risparmi nulla. A proposito, deve tenere davvero molto a te, per rispettarti così tanto: avrebbe potuto approfittare della situazione, invece non l'ha fatto. E pur di non mancarti di rispetto, dorme in un capanno degli attrezzi, lo sapevi?".

"No, non lo sapevo! Mi dispiace", sospirò afflitta, "non immaginavo fosse arrivato a tanto e la colpa è soltanto mia: l'ho provocato, capisci?".

"Non dartene troppo pensiero, non credo sia arrabbiato con te, ma con se stesso".

"Per aver assecondato un mio capriccio e aver quasi perso il controllo?".

"No, perché ho la sensazione che il suo cuore sia coinvolto e questa è una cosa che uno come lui non può o non vuole permettersi".

(Hai detto che il cuore non necessariamente è coinvolto, ma il tuo io l'ho sentito)

Qualcosa sbocciò nel petto e si diramò come fuoco incendiandole il viso. Era assurdo lasciarsi anche solo sfiorare da quella possibilità, eppure Akane si permise di sperare.

"Tu… tu credi?".

"Perché no? Sbaglio o ne saresti felice?", sorrise sorniona Sayuri. Posò il panno sull'asse di legno e la scrutò inclinando il volto di lato.

"No, non può essere", rispose Akane scuotendo la testa. "Se così fosse, non sarebbe tanto deciso a riportarmi a Nagoya. Sta cercando di aiutarmi, è vero, ma al termine di questo viaggio io finirò di nuovo rinchiusa nel mio castello e sarà proprio lui a condurmici!". Ecco le lacrime che tornavano a inumidire le ciglia, maledizione. "No, ti sbagli, purtroppo ti sbagli", concluse asciugandosi con due dita l'angolo di un occhio.

Si sentì esaminata anche più di prima, ma non si volse verso la gatta, allontanò anzi il viso ancora di più.

"Un momento: sei affranta al pensiero di essere ricondotta da tuo padre o al pensiero che il cuore di Ranma non sia coinvolto?".

Akane aprì la bocca, ma non ne uscì alcun suono. Mai si era posta una domanda simile, perché fino a quel momento fuggire lontano era stato il suo unico obiettivo, ma adesso… adesso cosa sarebbe stato peggio? Davanti a quale delle due eventualità il suo cuore si sarebbe spezzato?

"Oh, kami… è il tuo di cuore a essere coinvolto! Non dirmelo, non dirmelo! Tu lo ami!", concluse trionfante portandosi le mani a coprire la bocca.

Akane spalancò gli occhi, perplessa.

"Io che cosa?".

Sayuri sorrise compiaciuta e indulgente.

"Provi 'amore' per lui! Ah, dovevo immaginarlo che non conoscessi questa parola. Bene, 'amore' significa che una persona si strugge per un'altra e che il suo cuore e la sua anima le appartengono".

(Era la donna che lui amava.

A-ma-va? Che vuol dire?

Che la voleva per sé)

"Avevo sentito un termine simile da Ranma, ma non avevo ben capito il significato, pensavo fosse una forma di morboso possesso".

"Beh, può diventarlo, in effetti, ma quello non è vero amore".

"E allora qual è?".

"In realtà non lo so bene nemmeno io perché non l'ho sperimentato, ma si dice che l'amore sia una forza irresistibile che ti attrae verso l'oggetto dei tuoi sogni ignorando qualsiasi richiamo alla ragione, ti toglie il sonno e l'appetito perché non pensi ad altro che alla persona amata, perché per te esiste solo lei e desideri solo lei".

Purtroppo le sue parole non le suonavano nuove. Sayuri stava dipingendo il suo ritratto e Akane non sapeva se essere più impaurita o lieta, finalmente, di aver trovato una parola che riassumesse quel miscuglio assurdo e contrastante di emozioni.

"Quindi è più che semplice affetto?".

"Oh sì, molto di più! Non ha nulla a che vedere con ciò che si prova per i genitori o i fratelli! Si dice infatti che amare significhi a volte perdere il senno e diventare completamente folli pur di avere accanto a sé la persona amata".

Folli. Come Mu-Xue. Sì, adesso le parole di Ranma avevano un senso, tuttavia il cinese non voleva solo che Shan-Pu diventasse sua moglie, la desiderava fino all'ossessione, al punto da arrivare ad aggredirla.

"Quindi l'a-mo-re può portare alla pazzia?".

"Così dicono, ma pare sia raro, il più delle volte porta a compiere solo sciocchezze. Infatti si dice anche che l'amore sia una malattia che spinge la persona che ne è affetta a dilapidare la sua fortuna per conquistare l'oggetto del suo amore, oppure a donare tutta se stessa fin'anche al sacrificio, ma non come fanno i samurai, per dovere, ma perché il cuore detta legge al posto del cervello".

"Il cuore? Il cuore che batte come se volesse uscire dal torace?".

"Non lo so, può darsi", rispose la gatta alzando le spalle.

(Ranma la vuole unicamente per sé, lo sente)

"E viene meno il respiro ogni volta che gli occhi si posano su di lui?".

"Può essere…", rispose ancora, sospettosa.

(Forse perché non è più la brama a guidare i suoi gesti, bensì qualcosa di diverso che ancora non comprende)

"E quando lo vedi hai la certezza che non permetteresti mai a chiunque altro di toccarti?", chiese con un filo di voce.

(Ora non ha più paura di finire come Mu-Xue. Ha paura di ciò che sta provando)

"Avevo ragione, allora! Tu lo ami!", si rallegrò la gatta. "Lo ami!".

Il cuore saltò un battito e lei si ritrovò per un istante infinito a boccheggiare. E poi riprese, così forte da sentirlo percuotere direttamente le orecchie. Si accasciò su se stessa, di colpo senza forze. Era 'a-mo-re' che aveva provato, dunque, per tutto questo tempo?

"Oh kami…", esalò cercando di quietare il respiro convulso e il battito accelerato. Il suo cuore era coinvolto fino a tal punto? E se così era, rischiava di uscire di senno come Mu-Xue? "Sayuri, da chi hai sentito tutte quelle cose?".

"Dai Barbari del Sud. Li ho frequentati, sai? Da loro ho appreso questa parola… e anche a baciare!", rise. "Non tutti hanno i denti marci e l'alito fetido".

"E credi che anche Ranma…".

"Non ne sono sicura, non oso avvicinarlo perché mi incute timore, ma secondo me ricambia i tuoi sentimenti!", affermò eccitata. "Basta vedere come ti divora con gli occhi e come sia protettivo nei tuoi confronti e tuttavia ha timore a starti vicino, è chiaro che non vuole farti soffrire e non posso dargli torto".

"Invece mi sta facendo soffrire, eccome! Lo vedo raramente, ormai, e mi ha proibito di avvicinarmi a lui, devo stargli ad almeno tre passi di distanza, è frustrante!".

"E cos'è che vorresti fare, eeeh?", insinuò la gatta tornando a mordersi il labbro inferiore.

"Vorrei demolirgli la faccia a suon di pugni, ecco cosa! Ma poi mi sorride con gli occhi ed è come se il cielo mi inondasse di luce e sento le viscere che si… si annodano", disse artigliandosi il ventre, "e non riesco nemmeno a respirare! No, ma quale amore, io lo detesto!".

Si accorse che Sayuri la osservava incantata e si pentì di quello che si era lasciata sfuggire. Ma la verità era che da giorni era divisa tra il desiderio di prendere Ranma a calci e quello opposto di toccarlo, abbracciarlo, baciarlo allo stesso tempo. E di desiderare che lui facesse lo stesso con lei. Scosse la testa, confusa e amareggiata.

"Oh sì, lo ami davvero, è meraviglioso!", miagolò la nekomusume battendo di nuovo le mani come una bambina, le pupille dilatate al massimo.

"Ma quale meraviglioso?! Ti sembra meraviglioso che quell'idiota mi tratti come un'appestata?", urlò sbattendo così forte la manica appallottolata sull'asse da rovesciarla in acqua. Recuperò con uno sbuffo tavola e panno e ricominciò a strofinare. "Non è meraviglioso, sto soffrendo come un condannato".

"Beh, soffrire pene indicibili è l'immancabile prezzo da pagare in ogni vera storia d'amore, non li leggi i romanzi?".

"Ma quali romanzi? Io sono cresciuta leggendo i classici cinesi!".

Sayuri si afflosciò frustrata.

"Oh, povera te, che infanzia terribile hai avuto!".

"Non è stata così terribile!", la ammonì con un dito alzato. "È stata dura, sì, e limitante, ma non così terribile", concluse seccata.

"Se fosse vero non saresti fuggita".

"E va bene, mi sentivo soffocare, mi consideravo una prigioniera che per di più era costretta a un matrimonio combinato, ma posso considerarmi fortunata sotto molti aspetti. Comunque sono certa che ti sbagli, Ranma non prova per me quel che tu credi perché è deciso a volermi riportare da mio padre e per farlo devo rimanere intatta, ecco perché mi evita: l'ho provocato e adesso non vuole cadere in tentazione, tutto qui".

La nekomusume smise di strizzare il panno e rimase con il fagotto gocciolante a mezz'aria a fissare un punto lontano.

"È vero, non l'avevo considerato… eppure sento che non è solo per questo. Basta strofinare o finirai per fare un buco, sciacqualo adesso".

Legarono i kimono alle canne lasciando che galleggiassero sulla superficie dell'acqua, così che la corrente del fiume portasse via le impurità.

"Sayuri, posso chiederti cosa ti è accaduto?".

"Intendi questa?", domandò la gatta sfiorandosi la cicatrice che deturpava una guancia. "Qualche anno fa lavoravo in una casa da tè e hanno scoperto la mia vera natura: all'epoca tenevo nascosto ogni aspetto animale di me, non come ora, era davvero sfiancante, sai?".

"Vuoi dire che apparivi del tutto umana o che potevi cambiare aspetto a tuo piacimento?".

"Oh no, non sono un mutaforma puro, non posso assumere le fattezze di un altro. Comunque una notte, dopo essere evasa per cacciare, mi hanno sorpresa mentre rientravo nella locanda e da gatta riassumevo le sembianze umane. Mi hanno afferrata per i capelli e buttata per strada, mi sono divincolata e mi hanno sfregiata col pugnale con cui volevano aprirmi la gola. Mi avrebbero uccisa, se non fosse intervenuto un ragazzo. Non ricordo il nome, ma era davvero attraente, mi piacevano soprattutto i suoi canini sporgenti: vagava da solo per i boschi per allenarsi, mi raccontò poi, e non si risparmiava nel difendere i più deboli. Ricordo che stranamente non parlava bene la lingua del volgo, più un misto tra il dialetto locale e la lingua dei nobili. Io desideravo sdebitarmi, ma lui mi fece capire che non voleva nulla in cambio del suo aiuto, assurdo! Non potevo lasciarlo andare così facilmente, mi sentivo in debito e nessuno mi aveva mai rifiutata, per cui ho seguito il suo peregrinare a casaccio finché una sera…".

Sayuri si passò maliziosa la lingua sul labbro superiore, lasciandola a bollire nella curiosità.

"Una sera? Dai, racconta!".

"Sicura di volerlo sapere? Non è che poi arrossisci, chiudi gli occhi e ti volti dall'altra parte?".

Scoppiarono a ridere e Akane le assicurò che non l'avrebbe fatto, stavolta.

"Bene, allora: aveva preso alloggio in un ryokan di terz'ordine, così nottetempo mi sono introdotta nella sua stanza, mi sono denudata e infilata nel suo futon. Lui ha tentato di nuovo di respingermi, balbettava sconvolto, arretrava al colmo dell'imbarazzo, avresti dovuto vederlo! Ma io mi sono avvinghiata e strusciata su di lui, pelle contro pelle, baciandolo dappertutto… anche !".

"Lì…? Vuoi dire…?", azzardò Akane scandalizzata e ormai, ne era certa, blu fino alla punta delle orecchie.

"Sìììì! E alla fine ovviamente ha ceduto, sapevo che non avrebbe resistito! Era così impacciato, povero! Non credevo fosse la prima volta per lui, allora ne ho approfittato per insegnarli tutto quello che potevo, anche a baciare con la lingua, ovviamente, così non sarebbe stato impreparato per la sua futura moglie. Chissà se si è sposato poi, aveva solo sedici anni… Ma come accidenti si chiamava? Ah, non ricordo proprio, comunque un nome non dissimile da quello di Ranma".

"E… e poi?".

Non era possibile: la stava incitando a continuare.

"E poi, poco prima dell'alba, ho 'arato le nuvole' con lui una seconda volta… tanto per essere sicura che avesse capito la lezione!", rise e Akane non poté fare a meno di ridacchiare appresso a lei. "Dopo di che mi sono dileguata e non l'ho più rivisto. Ma non dimenticherò la sua espressione sognante e appagata, quella mattina: posso dire che sua moglie deve ringraziare me, se ora lui sa come soddisfare una donna".

"Ed era… ben fornito?", chiese con la faccia che andava a fuoco.

Sayuri spalancò la bocca fintamente inorridita davanti al suo sorrisetto a stento trattenuto e poi scoppiarono a ridere insieme tenendosi la pancia.

"Sì, era ben fornito! Brava, Akane, stai imparando!".

"Devo recuperare, a quanto pare sono rimasta indietro", scherzò mentre uno stormo di uccelli passava sopra le loro teste.

"Allora adesso me lo dici com'è? Cosìììììì?", insistette Sayuri distanziando tanto gli indici che Akane ricominciò a ridere fino alle lacrime e si ritrovò distesa su un fianco senza fiato.

"Esagerata! Ma la vuoi smettere? Di questo passo oggi non combineremo nulla!".

"Va bene, va bene, mi terrò la curiosità, accidenti! Dai, strizziamo i panni e stendiamoli al sole", la esortò la gatta asciugandosi le sue, di lacrime. Quando risalirono l'argine, Sayuri sciolse la corda legata all'obi e Akane l'aiutò a tenderla tra due tronchi. Vi stesero sopra i kimono e lasciarono che il vento li scuotesse.

"Già che siamo qui, che ne dici di imparare a nuotare?".

Si voltò a guardare sorpresa la nekomusume che, mani sui fianchi, si gustava il tiepido sole autunnale osservando qualcosa in lontananza, le orecchie a punta rivolte all'indietro, un accenno di sorriso compiaciuto sulle labbra.

"Come sai che non sono capace a nuotare? E com'è possibile che un gatto lo sia? Non odiate l'acqua voi felini?".

"Sappiamo nuotare benissimo, se lo vogliamo, è a voi nobili che mancano le basi! Su, vieni!", la esortò afferrandola di nuovo per un polso per trascinarla ancora nel canneto. Lì Akane rimase a guardarla inebetita sfilare via il kimono e l'hitoe.

"Beh, che aspetti? Temi l'acqua fredda? Dopo faremo un bel bagno bollente!", le promise raccogliendo la chioma già legata in una coda in un marumage alla buona per non bagnarsi i capelli. Esitante, Akane fece altrettanto con la sua, ma quando si trattò di spogliarsi si bloccò.

"Non ti vergognerai di me, vero? Su, avanti, di cosa hai paura?".

Akane incrociò le braccia al petto per nascondere istintivamente le sue forme troppo pronunciate e abbassò gli occhi sulla riva del fiume.

"Ecco, vedi… tu sei così bella e slanciata e femminile, mentre io sono tozza e sgraziata e muscolosa…".

"Ma certo, per questo Ranma ti ha quasi fatta sua, vero? Su, smettila di dire assurdità e levati quel kimono!".

Titubante Akane si denudò e rimase per un istante col solo perizoma, le braccia a circondare il petto e non solo per il freddo che pungeva la pelle.

"Devo togliere anche questo?".

Sayuri si volse a guardarla mentre entrava in acqua.

"Ma come, non indossi un gonnellino come noi?".

Akane negò con un lieve cenno del capo.

"Quasi mai, perché sotto il ji sarebbe impossibile, così ho sempre portato il fundoshi, anche sotto i kimono, ormai ci sono abituata".

"Sì, eh?", commentò meditabonda. La luce maliziosa che attraversò come un lampo i suoi occhi taglienti non le piacque affatto. Si guardò per un istante intorno sempre con quello strano sorrisetto e poi tornò a concentrarsi su di lei. "Beh, finché resterai qui indosserai il gonnellino, d'ora in poi. Anche perché il tetto della Grande Capanna ormai è sistemato, per cui domani sera festeggeremo con fiumi di amakuchi", sorrise ammiccante.

Akane aggrottò la fronte, spiazzata.

"Cosa c'entra il gonnellino con…?".

"Tu non preoccuparti, sfila via il perizoma e seguimi".

Akane obbedì, riluttante e più imbarazzata che mai. E se già all'aria aperta il freddo mordeva la carne, man mano che si addentrava nell'acqua rimpianse sempre più il kimono: altro che gelido, il fiume era poco meno che ghiaccio.

Il vento aveva portato qualche scampolo di frase, troppo poco per capire di cosa avessero parlato, ma le risate che erano giunte cristalline alle sue orecchie gli facevano ben sperare. Akane aveva bisogno di una figura che nella sua vita era stata del tutto assente: un'amica. Probabilmente non sapeva nemmeno cosa fosse, ma ora più che mai le era necessaria. Sayuri che la rimproverava di inghiottire acqua anziché trattenere il fiato e di agitare troppo le braccia per restare a galla gli strappò un mezzo sorriso. Akane era negata per parecchie cose, ma non poteva non ammettere che ce la mettesse tutta con grande umiltà e senza risparmiarsi, prima o poi avrebbe imparato. E in ogni caso era bello vederle ridere, scherzare e schizzarsi l'acqua a vicenda. Era bello e faceva male al cuore. Perché lui poteva goderne solo da lontano e perché probabilmente ciò a cui stava assistendo non si sarebbe ripetuto mai più. Cercò di imprimersi nelle mente ogni sorriso che le illuminava il volto, ogni volta che tentava di togliersi le ciocche dal viso che scappavano dall'acconciatura e s'incollavano alla pelle, ogni salto e ogni caduta. Ogni curva del suo corpo. Non avrebbe dovuto seguirla. Non avrebbe dovuto essere lì. Ma non poteva farne a meno: ancora qualche settimana e poi avrebbe dovuto separarsi da lei. Ed era così che voleva ricordarla. Raggiante. Libera. Spensierata.

Sicuro di volerla riportare a Nagoya? Non vuoi tenerla con te, ma non vuoi nemmeno riportarla dal padre. Perché non lasciarla qui?

Strappò un filo d'erba e se lo rigirò fra le dita, mentre uno dei kimono che Akane e Sayuri avevano steso di tanto in tanto gli sfiorava la nuca.

L'idea lo stava accarezzando, doveva ammetterlo. Forse per una volta poteva anche venir meno alla parola data e fare la cosa giusta. In quel villaggio Akane aveva fatto amicizia con tutti, era benvoluta, libera da costrizioni e avrebbe imparato molto. Era felice, sopra ogni cosa. Non aveva senso riportarla dal padre. Sì, forse poteva considerare l'idea di rimanere lì finché la nobile piaga non avesse appreso il moko takabisha, poi sarebbe ripartito da solo per Nagoya e avrebbe riferito a Tendo Soun che l'aveva rintracciata, alla fine, ma era ormai morta. E al diavolo il resto della ricompensa. Nascondere la verità ad Happosai, questo sarebbe stato difficile, ma non impossibile.

Sospirò e decise che era venuto il momento di togliersi dai piedi, era già caduto abbastanza in basso, ci mancava solo che diventasse un guardone. Si alzò pulendosi le mani dalla terra nel momento stesso in cui fu raggiunto dal giovane procione barcaiolo, che tutto trafelato s'inchinò, poggiò le mani sulle ginocchia e in quella posizione rimase ad ansare. Si chiamava Haru, se non ricordava male.

"Ti chiedo perdono, cacciatore… ma ti saremmo davvero grati se… volessi aiutarci una volta ancora… abbiamo quasi finito il… il tetto, ci occorre solo…".

"Alzati e riprendi fiato, piuttosto".

Il procione tornò eretto prendendo ampie boccate d'aria, ma non appena si decise a vuotare il sacco, perse di colpo l'uso della parola.

"Che. Stai. Guardando?", sibilò avvicinando il volto al suo.

"So-sono Sayuri e Akane quelle che fanno il bagno laggiù?", gli indicò con tanto d'occhi incurante del suo tono minaccioso. "Per tutti i kami che visione celest…".

Ranma si portò davanti a lui, mani sui fianchi, per impedirgli la visuale.

"Allora? Che sei venuto a dirmi?", sbraitò.

"Ah sì, ecco, io…", balbettò cercando senza ritegno di sbirciare oltre le sue braccia. "Non me lo ricordo più!".

Ranma l'afferrò senza riguardo per il collo con una mano e lo sollevò da terra. Haru cominciò ad annaspare e a dibattere le gambe.

"Vedi meglio da quassù senza aria nei polmoni?".

"Sì! Benissimo! Grazie!", sputò violaceo, ma poi parve paralizzarsi. "Voltati, cacciatore!", urlò disperato puntando un dito verso il fiume. "Subito!".

Ranma increspò la fronte, ma eseguì. Un istante dopo mollò la presa.

Stavano uscendo dal fiume e un tonfo nell'acqua alle loro spalle le fece sobbalzare. Poi un altro, più vicino e più forte, che le infradiciò. E un altro ancora, accanto a lei, che le fece immediatamente comprendere cosa stavano rischiando.

"Ma chi è che ci sta lanciando dei sassi?!", gridò voltandosi.

"Lo so io chi, corri!", le ordinò rabbiosa Sayuri facendo altrettanto, ma acquattandosi dietro le canne.

"Vieni fuori, demone! Così possiamo spaccarti quella lurida testa!", urlò una voce che sembrava appartenere a un ragazzo, mentre i lanci di pietre aumentavano.

"Ma prima ce la dai a turno, vero? Voi gatti siete insaziabili!", gridò un altro ridendo sguaiatamente.

In fretta la nekomusume raccolse a sua volta dei sassi dal letto del fiume, enormi e levigati, si alzò in piedi e iniziò a scagliarli, ma con una mira e una forza assai maggiori rispetto agli assalitori: mentre indossava il perizoma, Akane intravide alcuni giovani colpiti chi alle gambe, chi alle braccia e chi perfino alla testa che arretravano in mezzo al canneto sull'altra riva, mentre Sayuri avanzava nell'acqua sempre più alta.

"Ne volete ancora?! Ne ho abbastanza per seppellirvi tutti! Su venite, adesso abbiamo anche uno youkaihanta che ci protegge, che aspettate, cagasotto?!".

Ma quelli di loro che non erano stai colpiti, anziché darsi alla fuga, si sparpagliarono iniziando a circondarla. Akane lasciò perdere il proprio kimono e si ributtò in acqua per raggiungerla: Sayuri aveva finito i sassi e stava arretrando, soffiava mostrando zanne e artigli e minacciando di starle alla larga o avrebbe dilaniato tutti, ma quelli continuavano ad avanzare, chi leccandosi le labbra, chi facendo in spregio il verso del gatto, chi invitandola a succhiarglielo.

Akane sbucò da dietro le canne, afferrò il primo che le capitò a tiro per una spalla, lo fece voltare e lo colpì fulminea alla gola usando l'incavo tra pollice e indice. Quello emise un suono strozzato e stramazzò in acqua, afferrandosi il collo con tutt'e due le mani senza riuscire a respirare. Lei proseguì incurante ad ampie falcate verso il prossimo bastardo, ma più andava avanti, più sprofondava nel fiume e più faticoso era avanzare, mentre quelli si erano voltati verso di lei, dapprima increduli, poi più eccitati di prima.

"Ecco un altro mostro che vuole divertirsi con noi, ragazzi!".

L'idiota allungò una mano verso di lei e Akane gli afferrò il polso dal lato esterno, glielo torse insieme a tutto il braccio costringendolo a piegarsi in due e con l'altra mano stretta a pugno lo colpì alle costole così forte da spezzargliele. L'imbecille urlò e finì ginocchia in acqua a tenersi il fianco mentre lei avanzava più inferocita che mai.

"Qui a divertirmi sarò solo io".

I tre che rimanevano iniziarono a guardarla preoccupati, ignorando Sayuri che spiccò un balzò verso il più vicino e atterrò sul suo torace dilaniandolo con gli artigli, mentre quello cadeva in acqua di schiena urlando. I due ancora in piedi si separarono: quello che ancora teneva in mano dei sassi li lanciò contro la gatta, che colpita alla testa fu costretta a mollare la presa, mentre l'altro, una montagna di lardo con gli occhi cisposi, avanzò verso di lei digrignando i denti gialli e neri. Per sua fortuna era lento. Akane schivò il tuo tentativo di afferrarla, gli girò attorno e lo colpì dietro il collo taurino col taglio della mano. Quello si piegò in avanti, ma non cadde e lei fu costretta a colpirlo con ambo i pugni alla schiena all'altezza dei reni. Il maiale grugnì di dolore e crollò in acqua e lei poté finalmente dedicarsi a Sayuri. Si volse in tempo per vedere una Sayuri dolorante con una mano premuta su una tempia e i due aggressori rimasti che si allontanavano, quello col petto squarciato sostenuto dall'altro, prima che un braccio enorme l'agguantasse per la gola da dietro e una mano le afferrasse la sommità della testa.

"T'ammazzo, cagna!".

Il suo primo istinto fu quello di ghermire quel braccio per allentare la presa, ma il maiale stava per spezzarle il collo e fece allora l'unica cosa sensata: sollevò all'indietro il proprio, di braccio, e gli ficcò il pollice in un occhio. Avvertì qualcosa spappolarsi e liquido caldo inondarle la mano, ma almeno si ritrovò libera. Sfilò il pollice reprimendo il disgusto e si voltò, pronta a sfondargli la trachea con le dita tese. Invece risucchiò il respiro e indietreggiò: qualcosa teneva la montagna di lardo sollevata sopra il pelo dell'acqua, ma lo schifoso stranamente non gridava, né tentava di divincolarsi, era anzi inerte, a parte lo scatto involontario di un braccio e di una gamba. E poi quello che ormai doveva essere un cadavere descrisse un quarto di cerchio nell'aria e alle sue spalle il qualcosa divenne qualcuno, che teneva sollevato quel maiale con tre dita affondate nel collo e nella schiena fin quasi alle nocche.

"Niente male, ma è evidente che Happosai non ti ha insegnato a combattere senza poter usare le gambe. Dobbiamo rimediare quanto prima… a questa lacuna…", scandì Ranma mentre i suoi occhi percorrevano il suo corpo dalla testa alle gambe e ritorno con una lentezza esasperante. I suoi veri occhi, di un blu ardesia così violento da abbagliarla. E di colpo Ranma lasciò cadere il suo assalitore nel fiume, che piombò giù come un sacco di riso, mentre sentiva in lontananza gli altri bastardi battere in ritirata.

"Akane, stai bene? Sei ferita?".

Sayuri la raggiunse e le posò una mano viscida su una spalla. Solo allora si rese conto di indossare soltanto il fundoshi. Istintivamente si coprì il seno con le braccia sporcandosi di sangue una spalla con la mano insanguinata e iniziò a rabbrividire.

"Forse è il caso che usciamo dall'acqua e ci vestiamo... Grazie, cacciatore, per essere intervenuto in nostra difesa. Vieni, Akane".

Si sentì trascinata via per un braccio ma non proferì parola, né lo fece lui, che rimase immobile a fissare il punto dove lei era fino a pochi istanti prima.

- § -

Satoru camminava accanto a Ryoga-sama avvertendo su di sé più occhi di quanti avrebbe voluto. Non si trattava solo delle guardie che pattugliavano le mura e il giardino, ma soprattutto delle spie che certamente seguivano ogni loro movimento per ordine del daimyo tornato a dominare il suo castello. Non si sentiva affatto a suo agio, benché non avesse di che preoccuparsi, ma un conto era prendere le sembianze di uno stalliere, tutt'altra faccenda era assumere le sembianze di un hatamoto.

"Siete certo di voler parlare con il finto Tokimasa in pubblico? Non mi risulta che abbiate mai scambiato più di qualche parola, voi due", esordì guardandosi intorno con aria distratta.

"Sarebbe più sospetto, amico mio, se chiedessi al finto Tokimasa di parlare in privato o peggio di nascosto, soprattutto alla luce di ciò che dovrai fare entro breve, non credi? E poi così possiamo conversare senza timore di essere ascoltati: siamo all'aperto, i samurai a noi più vicini dovrebbero fare almeno trenta passi per raggiungerci, impensabile che ci sentano da così lontano".

"Siete sempre deciso, dunque?".

"Più che mai. Il viaggio a Toba mi ha fornito l'idea che mi occorreva per liberarmi anche di Soetsu: mio padre mi ha accusato di male amministrarlo, quando sospendendo i pagamenti ho evitato che quei contadini si indebitassero ancora di più nei suoi confronti e alla fine scappassero o morissero di fame".

"Pessimo raccolto?".

"Sì, non avevano abbastanza per pagare le tasse, è il secondo anno di fila, ma lui non intende ragione, è convinto che mentano e nascondano chissà dove il riso che gli spetta".

"Forse ho capito cos'avete in mente…".

Ryoga elargì un ghigno sbieco fino a scoprire il canino sporgente.

"Faremo in modo che lui trovi quel riso, ma dove non si aspetterebbe mai che possa essere finito".

Satoru sorrise a sua volta, mentre ammirava gli ultimi bagliori rossastri di un sole morente.

"Volete fare in modo che Soetsu sia accusato di furto e a quel punto…".

"A quel punto avremo un altro hatamoto di meno di cui Akari debba avere paura. E una volta che ci saremo liberati di lui, arriverà il turno di mio padre".

"Volete sul serio…?", azzardò Satoru spalancando gli occhi senza però osare guardarlo.

"Ovviamente no, cosa vai a pensare? Se morisse ucciso interverrebbe lo shogun con un'inchiesta, no, ho in mente una fine ben peggiore, per il mio signore, che mi permetterà di prendere il suo posto nel volgere di poco tempo senza torcergli un capello e tu sarai cruciale. Sei pronto a interpretare nuovi ruoli?".

"Naturalmente, Ryoga-sama", rispose Satoru senza esitazione.

Com'era cambiato da quando lo aveva conosciuto nei boschi! Il giovane altruista che correva in soccorso dei più deboli, e che ancora si perdeva nel suo stesso maniero, stava diventando uno spietato signore feudale che con fredda efficienza pianificava l'eliminazione di nemici che in realtà nemmeno lo erano, anzi, all'occorrenza sarebbero stati dei fidati alleati. E questo solo perché avevano obbedito a un ordine. Ah, l'amore, che idiozie faceva compiere, certe volte…

"Posso chiedervi come sta Akari-dono? Non ha mai lasciato la vostra stanza da quando siete partito".

Lo sentì rilasciare un sospiro profondo, il che non era un buon segno.

"Purtroppo si sveglia ancora ogni notte in preda agli incubi, madida di sudore. Di positivo c'è che mentre ero via ha avuto il suo 'fiore rosso'. E adesso non trasale più se mi avvicino, mi ha perfino abbracciato quando sono tornato, te l'avevo detto, vero? Tuttavia non si lascia sfiorare: se allungo una mano si ritrae tremante".

"Datele tempo e vedrete che sarà lei a venire da voi".

"Hai ragione, non devo affrettare le cose, ma mi manca da impazzire, la rivoglio, Satoru: dormiamo nella stessa stanza ma è come se fosse lontana molti ri e non smette di urlare nel sonno. Quando accade vorrei poterla prendere fra le braccia e stringerla e confortarla, ma se tento lei si ritrae spaventata".

"È normale, Ryoga-sama, ma abbiate fiducia: il tempo e la vostra vicinanza saneranno ogni ferita, vedrete".

- § -

"Che fai ancora qui? Il sole è tramontato, dobbiamo prepararci per stasera!", esordì Sayuri entrando nella sua capanna.

"Devo finire questo cesto, l'ho promesso a Yumiko", rispose senza staccare gli occhi dai vimini che stava intrecciando. Sayuri si lasciò scappare una risatina incredula.

"Non essere sciocca, dai, alzati, potrai farlo domani!".

"Domani partiamo. All'alba".

Un silenzio opprimente calò nella capanna e a parte il rumore che lei stessa stava facendo non udiva null'altro, non un lamento, né un fruscio. E allora si decise finalmente ad alzare lo sguardo stanco: Sayuri era rimasta gelata sul posto, a fissarla senza sapere cosa replicare. Solo dopo un tempo che le parve infinito si inginocchiò di fronte a lei, ma forse sarebbe stato più giusto dire che si accasciò sul pavimento.

"Ma… ma perché? È troppo presto! Non hai finito gli allentamenti e nemmeno… è per quello che è accaduto ieri? È già accaduto altre volte e abbiamo sempre respinto quegli imbecilli di Kaga!".

Akane ricominciò il suo paziente lavoro, cercando invano di concentrarsi.

"Proprio per questo. Stamattina, alla fine degli allenamenti, Ranma mi ha comunicato di aver parlato col Vecchio Gatto, ieri sera, e lo yokai gli ha confermato quel che temeva: non è la prima volta che quelli di Kaga tentano di attaccarvi, per cui Ranma non ritiene più sicuro questo villaggio. Ha aggiunto che se ci tratteniamo ancora per un giorno è soltanto per la festa di questa sera, così che possa salutarvi tutti, altrimenti saremmo ripartiti oggi stesso: a lui di festeggiare non importa nulla".

A ripensarci era costretta a mordersi l'interno di una guancia per non inveire. Non l'aveva nemmeno guardata mentre le diceva senza mezzi termini che doveva prepararsi a partire: se n'era stato per tutto il tempo a braccia conserte a fissare il mare, mentre le esponeva le difficoltà che avrebbero incontrato durante il viaggio di ritorno verso le montagne. E di' a Yumiko di preparare molte provviste, non credo incontreremo anima viva per giorni, sarà già tanto trovare un riparo. Ti hanno già procurato una wakizashi, vero? Non dimenticare il cappello, il dotera e i tabi pesanti, ti serviranno. Ma finché ci sarai tu non oseranno altre sortite!, aveva obiettato lei. Ti prego… Ranma, guardami… Guardami! Ti sto pregando!

Spezzò di netto il giunco rendendosi conto di averlo quasi sbriciolato. Era arrivata a supplicare la sua schiena. La sua schiena, maledizione! Tutto avrebbe pensato tranne di cadere così in basso.

"Ma noi ce la siamo sempre cavata benissimo!", si alterò Sayuri coi pugni stretti in grembo.

"È la stessa cosa che ho opposto io, ma l'unica risposta che ho ottenuto è stato un ringhio: 'si fa come dico io e se insisti ti porto via oggi stesso'. Vuoi provare a parlarci tu?".

La gatta si ritrasse inorridita.

"Non ci penso nemmeno! Maledizione…", imprecò. "E va bene, ma che almeno tu possa divertirti, prima di lasciarci. E comunque quando fuggirai di nuovo tornerai qui, non è vero? Promettimelo!".

Glielo chiese stringendole le mani fra le proprie, con una veemenza che non le aveva mai visto e lei si ritrovò indecisa se dire la verità alla nekomusume, che la guardava con un misto di speranza e afflizione, o qualcosa che della verità avesse la parvenza. Certo che la sua intenzione era tornare, ma che ci riuscisse era tutt'altra faccenda: non era affatto sicura che sarebbe riuscita a scappare una seconda volta o che comunque non l'avrebbero riacciuffata prima che potesse far perdere le proprie tracce. Forse l'avrebbero tenuta rinchiusa fino al matrimonio, magari stordita o sorvegliata a vista. O forse nel frattempo suo padre aveva cambiato idea e aveva deciso di disfarsene, costringendola al suicidio o a chiudersi in un monastero. L'ultima possibilità non era da scartare: sarebbe stato più facile fuggire, ma anche il suo nobile genitore doveva averci pensato, quindi le alternative rimaste erano solo due: le nozze o la morte.

"Ma certo che tornerò qui", le sorrise. "Puoi contarci".

Sayuri parve scoppiare di felicità e di slancio la strinse a sé. Dapprima titubante, Akane ricambiò infine con trasporto. Mai avrebbe creduto che un giorno avrebbe ricambiato l'abbraccio di un demone e in cuor suo sperò davvero di rivederla.

"Ora vieni con me, ho una sorpresa per te!".

La seguì fino alla sua, di capanna, e lì la gatta tirò fuori da un baule uno splendido furisode verde acqua decorato con ventagli rosa e arancio, alcuni dei quali dal bordo dorato e ricamati con foglie e fiori rossi.

"E questo dove l'hai presto?", domandò sfiorandolo con la punta delle dita.

"Noi gatti siamo predatori notturni, te l'avevo detto. Quando la luna è appena uno spicchio o si nasconde dietro le nubi, esco per rubacchiare qualcosa a Kaga e ho finito per collezionarne diversi!", rise. "Su, spogliati e mettilo".

Akane sorrise un po' imbarazzata.

"Forse non ci crederai, ma poche volte ho indossato un kimono così bello".

"Infatti non ci credo! Fai in fretta, così posso truccarti e acconciarti i capelli", le ordinò appendendolo a una gruccia di fortuna che penzolava da una trave e voltandosi per prendere un altro furisode dal baule. Nel mentre, Akane obbediva sfilando via l'obi.

"Ti confesso che non mi piace truccarmi e nemmeno raccogliere i capelli in elaborate pettinature, mi sento ridicola, quindi preferirei evitare, se non ti dispiace".

"Non se ne parla. Ma dov'è finito? Ah, eccolo! Io invece indosserò ques… che cosa?!".

Akane trasalì e rimase immobile col kimono di cotone ancora tra le mani.

"Che succede?".

"Tu porti il perizoma! No, no, no, toglilo e indossa un gonnellino!".

"Sayuri, ti prego, ho tentato ma non riesco ad abituarmici, mi sento nuda e vulnerabile e…".

"Non me importa un cachi secco! Domani tornerai a essere un finto komuso, ma stasera ti vestirai come si deve!".

Non riusciva a togliersi dalla testa che stava per cascarci un'altra volta.

No, non era esatto. Era passato un giorno intero e non riusciva a togliersi. Lei. Dalla. Testa. L'immagine di lei, che respirava a stento fissandolo sbigottita. Che si ergeva davanti a lui incurante di essere quasi nuda. Avrebbe dovuto essere contento: Akane aveva combattuto senza preoccuparsi di non indossare null'altro all'infuori del perizoma, con freddezza e decisione. Era lui ad aver commesso l'errore di intervenire: non ce n'era motivo, Akane era stata in grado di far fronte alla situazione, si era sbarazzata facilmente degli avversari, avrebbe sistemato anche il grassone. Invece era piombato alle sue spalle prima ancora di rendersene conto. E adesso davanti agli occhi aveva quelle dannate gocce d'acqua che percorrevano la sua pelle, dalle labbra dischiuse fino ai seni, all'ombelico, al fundoshi che maledetti i kami era diventato trasparente per via dell'acqua. Doveva ringraziare la nekomusume – sì, una gatta – se era riuscito a mantenere l'autocontrollo. Per fortuna l'indomani Akane avrebbe indossato di nuovo abiti maschili, un dotera e un tengai che le avrebbe coperto completamente la faccia, ma stavolta avrebbe camminato tre passi dietro di lui, vicina non la voleva più.

"Non ti unisci alla festa, cacciatore?", gli chiese il volpino scodinzolando a prudente distanza, la lingua di fuori mentre ansimava felice.

Ranma lo degnò appena di un'occhiata, quindi tornò a guardare l'enorme falò che ardeva sulla spiaggia: talmente alto era il fuoco che sprigionava, che non dubitava lo avrebbero visto persino da Kaga. E alcuni yokai ci ballavano intorno senza freni al ritmo dei tamburi, già mezzi ubriachi, mentre altri osservavano scolando sakè scandente, ridendo sguaiatamente o giocando a dadi. Solo lui se ne rimaneva in disparte seduto su un tronco a tracannare lo stesso amakuchi. E il Vecchio Gatto. E il tengu.

"Non ne ho voglia. E adesso lasciami solo".

A mala pena si accorse quando il cagnetto si defilò scusandosi, troppo preso a bere. E a bere ancora, mentre la luna piena lo fissava indifferente ogni volta che sollevava la zucca per ingoiare sakè. Non avrebbe dovuto bere così tanto o il mattino dopo si sarebbe svegliato a sole già alto con un'emicrania colossale, ma non poteva farne a meno. Akane sarebbe apparsa da un momento all'altro e non ci teneva a vederla. Non era riuscito a dirle dritto in faccia che se ne sarebbero andati l'indomani, perché se l'avesse fatto era certo che avrebbe ceduto alle sue suppliche. Scosse la testa. Roba da non credere, avrebbe preferito affrontare un oni alto come dieci uomini, piuttosto che vedere il suo volto

(deluso)

avvilito. E non voleva vederla neppure ora, perché se fosse rimasto a guardarla divertirsi insieme a quelle creature forse non avrebbe più avuto il fegato di portarla via da lì.

"Ehilà, cacciatore! Non ti unisci a noi?".

E due.

"No", rispose seccato al mezzo procione.

Ne aveva abbastanza. Il prossimo che gli avesse posto la stessa domanda sarebbe finito in acqua.

Si alzò e diede le spalle a quello spettacolo indecoroso che sapeva fin troppo bene in cosa sarebbe sfociato, ma si accorse che Haru non gli aveva prestato ascolto, estasiato com'era a guardare qualcosa che aveva appena fatto la sua apparizione. E lui temeva di sapere cosa.

"E-ehi! Non vorrai andartene proprio ora!", gli disse il procione osando poggiargli una mano sulla spalla come per convincerlo a desistere, ma senza neppure voltarsi: gli occhi erano rapiti da ben altro. "Guarda! Guarda chi sono arrivate!".

"Lo immagino: Akane e 'come si chiama'. E allora?".

"So-sono bellissime! Devi vederle!".

Lui buttò giù un altro lungo sorso di amakuchi dalla fiasca.

"Non ci tengo a rimirare due maschere al posto delle loro facce".

"Ma quali maschere, non sai che ti perdi!".

Haru fece per lanciarsi nella loro direzione, ma la presa fulminea della propria mano sulla sua, di spalla, fu assai più salda.

"Avvicinati ad Akane e ti annodo la colonna vertebrale intorno al collo", sibilò al suo orecchio peloso stringendo al contempo tanto le dita da fargli scricchiolare le ossa. "E lo stesso vale per gli altri, che rammentino bene cosa li aspetta. Ci siamo intesi?".

"A-ai tuoi ordini!", mormorò il procione dolorante e impaurito, prima di defilarsi.

Lo seguì con lo sguardo finché dovette decidere: voltarsi del tutto o andarsene. Ma lui non voleva fare né una cosa, né l'altra. Non voleva vedere ancora una volta la delusione nei suoi occhi, né l'amarezza offuscarne il sorriso. Non ci teneva affatto, per tutti i kami, non ci teneva per niente, continuava a ripetersi, mentre con cautela si voltava del tutto.

E non la vide. Accanto al falò scorse solo la gatta, che ridendo civettuola faceva la giravolta per mostrare quanto sfarzoso fosse il suo furisode a chiunque si avvicinasse per ammirarla con occhi sognanti, come Haru, che non perse tempo a chiederle di danzare contendendola a Eisuke il tasso, non meno abbagliato dalla sua avvenenza. Sayuri era la classica femmina capace di scoparsi chiunque cadesse ai suoi piedi senza mai concedersi veramente a nessuno.

Anziché rilassarsi, Ranma si guardò intorno circospetto, ma di Akane nemmeno l'ombra: possibile che Haru fosse più ubriaco di lui? Ma poi Sayuri iniziò a danzare con il tasso e il procione, togliendosi di mezzo. E lei apparve, appena dietro le lingue di fuoco del falò, avvolta in un furisode delicato, le mani strette in grembo che si torcevano l'un l'altra, guardandosi attorno quasi con timore, mentre gli yokai anziani si avvicinavano per farle di certo dei complimenti e invitarla a unirsi alle danze. Lei si inchinava a tutti per ringraziare, un sorriso imbarazzato a illuminarle le gote arrossate, e si accorse che i capelli ricadevano dietro la schiena trattenuti appena all'estremità da un nastro giallo. Nessuna maschera a rendere grotteschi i suoi lineamenti. Si muoveva tuttavia in modo strano, un po' impacciata, eppure doveva essere abituata a indossare simili kimono. E avrebbe giurato che non si sarebbe fatta pregare per danzare, invece cercava di rifiutare educatamente scuotendo piano la testa, ma alla fine dovette cedere: si lasciò prendere per le mani da Eisuke e dal kappa di cui non ricordava il nome e fu trascinata nel vortice.

Ranma si volse a guardare il tengu e il Vecchio Gatto, rammentando loro con uno sguardo omicida che dovevano tenerla d'occhio affinché non bevesse troppo e nessuno la importunasse, dopodiché le lanciò un'ultima occhiata, tracannò il resto dell'amakuchi senza staccarle gli occhi di dosso e si allontanò.

Grazie agli déi non lo vide per tutta la sera, altrimenti sarebbe bastata la sua faccia cupa e inflessibile a rovinarle il divertimento. Non che si aspettasse davvero che uno come lui si unisse ai festeggiamenti, dopo quel che le aveva riferito quella mattina, ma aveva temuto inizialmente di vederlo spuntare all'improvviso per afferrarle un braccio e costringerla ad andare a coricarsi presto. Invece non era accaduto e lei si era goduta le danze, la musica e perfino i giochi, anche se la mancanza del perizoma l'aveva fatta sentire un po' a disagio: gonnellino o no, non riusciva a non pensare di essere nuda là sotto. Ma alla fine si era lasciata andare come mai le era capitato prima d'allora e mai come prima d'allora si era sentita libera dalle sue inibizioni. Aveva danzato, chiacchierato, riso, giocato d'azzardo, suonato un tamburo e tutto senza eccedere troppo col sakè. Aveva volteggiato attorno al fuoco finché il fuoco se l'era sentito dentro. Finché accaldata e madida di sudore si era dovuta fermare a riprendere fiato.

La testa cominciò a girare quando si sedette su un vecchio tronco accanto a una Yumiko in preda al singhiozzo e a un Toru che tracannava sakè rischiando di cadere all'indietro. Davanti a loro il Vecchio Gatto e il tengu stavano schiena contro schiena zampe all'aria a cantare canzoni incomprensibili.

"Ma dove sono tutti? Dov'è Sayuri?", chiese senza sperare davvero che qualcuno le rispondesse.

"Oh, mia cara, ma è ovvio: si è appartata con Haru!", rispose invece la volpe ridacchiando.

"Davvero? Credevo di averla vista allontanarsi con Eisuke…", intervenne Toru non meno alticcio.

"Allora forse si sta divertendo con entrambi!", rise Yumiko coprendosi la bocca con una mano.

"Credo di aver capito…", commentò Akane in imbarazzo cercando di rimanere eretta. "Ma gli altri?".

"Anche loro! Queste feste degenerano sempre nello stesso modo: sesso sfrenato per tutti!", rise stavolta Toru. "Ma tu puoi stare tranquilla, nessuno verrà a molestarti, Ranma è stato chiaro: non uno di noi deve provarci con te, capisci cosa voglio dire? Altrimenti… cosa ha detto che farà, cara?".

"Aspetta, mi pare… ah, sì: un mantello con la pelle di colui che prova a metterti le mani addosso!".

Il sorriso già stentato morì e lasciò il posto a una piega furibonda.

"Ranma… cosa?! Vi ha minacciato? Dopo che ci avete accolti e ospitati e… Maledetto! Come se poi non sapessi difendermi da sola!".

Si alzò in piedi di slancio e un po' barcollante afferrò un tizzone ancora ardente dal falò.

"Che intenzioni hai?", le chiese preoccupata Yumiko.

"Dov'è che dorme quell'idiota?".

"Hai bevuto un po' troppo anche tu, o sbaglio? Non è il caso che…".

"Ditemi dov'è!".

Toru allungò un indice in direzione del tratto di spiaggia opposto a Kaga.

"L'ho visto allontanarsi da quella parte quando la festa è iniziata, ma sembrava già bello che… ehi, aspetta! ".

Li ringraziò mentre si incamminava poco salda sulle gambe, ripensando al rametto che quel ronin pulcioso le aveva puntato contro giorni addietro su quella stessa spiaggia, affinché avesse chiaro quale fosse la distanza minima da tenere da lui.

Te lo do io, il ramo, ma in testa, te lo do!

Immaginò di svegliarlo a suon di bastonate e dirgliene quattro. Ma perché sprecare il fiato, poi? Cocciuto com'era solo le legnate avrebbe capito. Tenne alta la torcia, nonostante la luna gettasse un chiarore tale sulla sabbia da renderle impossibile non riconoscere una figura sdraiata in modo scomposto non lontano dal bagnasciuga. Rallentò il suo incedere finché non ebbe la certezza che fosse proprio lui: Ranma giaceva sulla spiaggia, il viso rivolto verso il buio, una zucca ancora trattenuta tra le dita di una mano, l'altra abbandonata sul torace. Akane impugnò il tizzone con ambedue le mani, lo sollevò di slancio sopra la testa e barcollò all'indietro, cadendo sul proprio fondoschiena con un tonfo e un lamento di disappunto.

Ranma si volse repentino verso di lei, gli occhi spalancati, alzandosi contemporaneamente a sedere, ma disorientato la squadrò un istante, prima che la sua espressione confusa mutasse in furiosa.

"Cosa ci fai tu qui?", ruggì poggiando una mano sulla sabbia per non cadere in avanti: aveva bevuto non meno degli altri.

Akane si sedette malamente sui talloni cercando di mantenersi eretta, quindi gli puntò contro un indice.

"Tu! Come hai potuto!".

"Di che accidenti parli?".

"Sei spregevole! Come hai potuto minacciare chi ci ha sfamato e… e… dato un riparo!".

Se non si fosse sostenuta con quella stessa mano con cui lo stava accusando, sarebbe finita faccia nella sabbia. Ranma parve invece rilassarsi un poco, ma non rinunciò allo sguardo truce.

"Hai bevuto, vero? Scuoierò quel gatto malefico e spiumerò quel tengu ossuto per non averti tenuta d'occhio!".

"Non ho bisogno di una balia! E smettila di terrorizzare quei poveri yokai! E… e smettila soprattutto di ronzarmi attorno e di spiarmi perfino mentre faccio il bagno!".

"Mi stai accusando di starti alle calcagna? Hai il cervello inzuppato nel sakè, allora!", le urlò in faccia sbattendo le ciglia più e più volte, forse nello sforzo di usare la seconda vista su di lei senza tuttavia riuscirvi e questo lo mandò in bestia. "E sei tu comunque che sei venuta da me, ora, quando ti avevo avvertito di non avvicinarti!", le urlò puntandole contro l'indice a sua volta. "Vattene subito!".

Akane raccolse tutto il suo coraggio e rimase immobile sperando che il suo sguardo lo trapassasse da parte a parte.

"No".

Le iridi di Ranma si assottigliarono fino a ridursi lo stesso a due crepacci bui.

"Eviterò di punirti domattina solo perché sei mezza ubriaca, ma a patto che ti levi immediatamente di torno!".

"Perché hai minacciato i demoni, stasera? Perché non hai voluto che danzassero con me?".

Il lampo di sorpresa che passò nei suoi occhi non se lo sarebbe scordato finché campava.

"Perché sapevo che si sarebbero ubriacati e avrebbero provato a molestarti!".

"Menzogne. Hai visto da te che so difendermi. Perché, allora?".

E nemmeno l'espressione infuriata con cui minacciava rappresaglie sanguinolente.

"Perché avresti potuto far loro del male come hai fatto a Daisuke!".

"Dì la verità, per una volta!".

Ranma le agguantò il polso, talmente rapido da non averlo nemmeno visto muoversi.

"Smettila", sibilò a denti stretti.

"Dilla!".

"Smettila. Subito!", insistette attirandola a sé. Era abbastanza vicino ora da sentire il puzzo di sakè.

"Non volevi che nessun altro mi toccasse, vero?!", lo incalzò alzando il tono.

Ranma le afferrò anche l'altro polso.

"Ti ho detto. Di. Smetterla!".

"Non ho paura di te!", urlò cercando allo stesso tempo di divincolarsi.

"Dovresti averne, invece!".

Akane balzò in piedi e riuscì a liberare un braccio pronta a colpirlo, ma con la stessa mano che l'aveva lasciata andare Ranma le ghermì una caviglia e con uno strattone la tirò a sé, facendola cadere di schiena sulla sabbia. Akane tentò di scalciare le gambe, ma venne trascinata all'indietro anche per l'altra caviglia, furisode, hitoe e gonnellino che si sollevavano fino alle cosce senza poterlo impedire.

"Lasciami! Lasciamiiiii!".

Invece se lo ritrovò addosso, a gravare con tutto il suo peso su di lei, una gamba infilata tra le sue, i polsi imprigionati sopra la testa, il viso a meno di una spanna dal proprio. Di nuovo la investì l'odore pungente dell'amakuchi e quello più tenue del cuoio delle polsiere.

"Cosa devo fare per farti capire che devi starmi lontano? Spaventarti? Arrivare a far sì che tu abbia davvero paura di me?! Vuoi sapere cosa sono? Sono uno scherzo della natura, ecco cosa! Sono maledetto!".

Istintivamente Akane iniziò a scalciare, ma così facendo ottenne solo che Ranma si insinuasse fra le sue gambe e spingesse il suo bacino contro il proprio costringendola ad allargarle. E stavolta non aveva una wakizashi, come a Gero, per tenerlo a distanza. Non aveva nemmeno il perizoma, dannazione.

"Non mi toccare, non osare!".

Non aveva niente e sentiva ogni cosa, kamisama, perché fra loro adesso c'erano solo i pantaloni di lui, che non si preoccupava di schiacciarla sotto di sé pur di tenerla bloccata.

"In questo caso, Akane, avresti dovuto darmi ascolto e rimanere il più lontano possibile da me".

Tentò ancora di respingerlo puntando i piedi contro le sue anche, ma i sandali di paglia scivolavano e Ranma allargò le proprie gambe affinché lei si ritrovasse le cosce del tutto divaricate ai lati dei suoi lombi. E qualcosa di duro premere con urgenza contro i Cancelli di Giada.

(Akane, la sua anguilla! L'hai vista o no?)

Si bloccò e il fiato le mancò per istanti interminabili.

"Che vuoi fare?!", annaspò.

"Darti una lezione. Vuoi sapere cosa accade se infastidisci un uomo? Vuoi saperlo?!".

Akane sentì l'ondata di panico salire su dalla sede dell'anima, travolgerla e soffocarla fin quasi alle lacrime, spingendola a convogliare qi nelle braccia per divincolarsi pur sapendo quanto inutile sarebbe stato.

"Non disturbarti, Sayuri me l'ha già spiegato!", disse cercando di ostentare una sicurezza che non aveva.

"Ma non te l'ha mostrato…", insinuò lui sorridendo maligno e tenendole bloccati i polsi con una mano, mentre con l'altra risaliva con lentezza esasperante dalla coscia fino a infilarla sotto l'hitoe e carezzare i suoi fianchi.

"Noooo! Lasciami andare!".

Ma Ranma la scrutava incredulo, una mano callosa che cercava a tentoni qualcosa all'altezza dell'anca senza trovarla.

"Dov'è il tuo fundoshi?".

Akane si morse un labbro per la vergogna.

"Non ce l'ho! Sayuri mi ha ordinato di indossare il gonnellino! Togli quella mano da lì, adesso!".

Ranma tornò a stringere ambo le dita attorno ai suoi polsi e a ergersi sopra di lei.

"Quella dannata gatta… Tu devi avere sempre indosso il perizoma, anche sotto il kimono! Perché in una situazione come questa potresti finirci, un giorno! E poi come pensi di uscirne?".

"Facilmente, se solo tu fossi umano, ma non lo sei!".

"Credi di cavartela così? Avanti, liberati! Adesso! Perché io non mi fermerò, stavolta!".

Invece Akane si pietrificò davanti a quegli occhi che mandavano lampi di collera.

"Davvero mi faresti questo?".

La lacrima fuggì lungo la tempia e s'infranse sui capelli, ma non singhiozzò, né distolse lo sguardo, benché nelle sue iridi non vedesse altro che il riflesso della torcia. Eppure lui esitò. Aprì la bocca ma non ne uscì suono, mentre l'espressione torva lasciava il posto a qualcosa rimasto a lungo imprigionato nel petto, che urlava per uscire fuori. Finché non si accorse che Ranma la stava guardando. Come aveva fatto il giorno prima al fiume. Come aveva fatto la sera del bacio. La guardava come se non esistesse nient'altro per lui. Come se non potesse credere a ciò che aveva sotto di sé.

Come se il mondo potesse crollare, se avesse anche solo allentato la presa su di lei.

"No".

Fu solo un mormorio che s'infranse contro la pelle del viso, ma il brivido che le provocò corse dalla nuca giù fino all'inguine e le parve di prendere fuoco, come se non bastasse il calore che lui sprigionava.

"Allora lasciami".

La treccia scivolò lungo il collo, cadde giù e le solleticò la pelle.

"No".

Akane socchiuse le ciglia mentre il cuore iniziava a batterle in gola. Non riusciva a guardarlo, dannazione, senza desiderare di nuovo la sua bocca e all'inferno se maleodorava di alcool.

"Non ci riesco", lo udì esalare.

Le sembrò di avvertire il peso di una sconfitta in quella confessione. Raccolse allora il coraggio, deglutì e riaprì gli occhi per ritrovarsi a bruciare nei suoi.

"Che intenzioni hai?".

"Liberati, ora, so che sei in grado di farlo", le sussurrò avvicinando le labbra, come se il torace che premeva contro il suo seno, l'odore della sua pelle che sapeva di animale selvatico, terra umida e sangue rappreso e… ano mono che sentiva pulsare contro la sua intimità non bastassero a frastornarla. "Che stai aspettando?", la incalzò facendo aderire il torace al suo seno e sentire il suo cuore che batteva con forza inaudita. Spingendosi ancora di più fra le sue gambe.

Akane chiuse di nuovo gli occhi e con un ansito si inarcò senza riuscire a impedirselo, la testa che si rovesciava all'indietro, mentre il suo ventre iniziava a liquefarsi. Quando il suo corpo aveva smesso di opporsi, per tutti gli dèi? Che stava succedendo? Doveva ringraziare i kami se le sue mani erano ancora prigioniere, altrimenti non avrebbe resistito alla tentazione di afferrare i suoi glutei per spingerlo lei contro di sé. Stava impazzendo, ikamisama/i? Come poteva desiderare sulle gambe, sui fianchi, ovunque, quelle stesse mani che fino a un momento prima voleva lontano da sé?

Sentì la bocca di Ranma, morbida e calda, sfiorarle il viso e tentò almeno di evitare che la baciasse scostando il volto di lato.

"Ti prego, non farlo…".

"Liberati, allora".

"Non posso".

"Non puoi o non vuoi?", insinuò al suo collo.

"Non-non… Lasciami andare!".

Con sua sorpresa la stretta attorno a un polso scomparve e con quelle stesse dita ora esitanti le carezzò una guancia per indurla a voltarsi.

"Devi saperti difendere, soprattutto da me, perché ormai non posso più assicurarti di riuscire a fermarmi".

Akane poggiò la mano libera sul suo torace, ma non seppe se per impedirgli di avvicinarsi ancora o perché non resisteva dal toccarlo. Sotto la mano, la solidità della roccia e il calore bruciante di una sorgente termale. Sentire il suo corpo che aderiva completamente al proprio, i suoi muscoli che si contraevano al suo tocco, il desiderio che aveva di lei tra le gambe la stava spingendo sull'orlo del baratro.

"Ranma… ti prego…".

"Ti farei cose innominabili, se non mi respingessi", le confessò disegnandole le labbra col pollice. "Liberati, prima che sia troppo tardi, perché io non mi staccherò da te".

Le lasciò anche l'altro polso e poggiò la fronte sulla sua, gli occhi chiusi, ansante. La bramava più ancora di quando l'aveva baciata eppure non voleva costringerla a fare qualcosa che non desiderava, ma se lei non l'avesse allontanato da sé, sarebbe andato sino in fondo. Era il momento perfetto per colpirlo, schiaffeggiarlo, prenderlo a calci, qualsiasi cosa.

Qualsiasi cosa.

Tranne percorrere il suo viso con dita tremanti e vederlo stringere con disperazione gli occhi e sbattere un pugno sulla sabbia accanto a lei.

"Che diamine stai facendo…".

Insinuare le mani sotto il kimono per accarezzargli la pelle che scottava e graffiarla, risalire fino alle spalle e scendere lungo i bicipiti, duri e scolpiti come una statua.

"Fermati, dannazione…".

Inarcarsi di nuovo, reclinare la testa all'indietro ancora di più e poi affondare una mano nei suoi capelli e raggiungere le sue labbra e afferrarle e succhiarle. Sentirlo gemere di sorpresa. E lasciarsi divorare fino a privarsi del respiro, quando le schiuse le labbra per accarezzarle la lingua con la sua.

Oh… kami

Era questo allora…

Il desiderio le pugnalò il ventre, al punto da intrecciare le gambe alle sue e spingersi contro di lui senza più riuscire a controllare il proprio corpo: ora era lei a cercare il suo futomara, tanto da provare dolore fisico là dove lui chiedeva con insistenza di entrare.

"È davvero questo quello che vuoi…? Dimmelo, perché sono ubriaco e non capisco più niente".

Era sua quella voce? Stentava a riconoscerla, tanto era roca. E le mani, che fino a un momento prima sfioravano il suo viso, di colpo aprirono senza riguardo il furisode all'altezza del seno e strapparono via la fascia che lo copriva.

Akane spalancò gli occhi con la sensazione di essersi destata da un sogno per precipitare in un incubo.

"Che… che stai facendo? Aspetta!".

(Ranma non sente per me quel che tu credi)

Ma lui soffocò qualsiasi protesta mordendole le labbra con le sue e i kami la perdonassero se la sua lingua che iniziò a danzare con la propria la mandò in estasi. Fu con disappunto che lo sentì staccarsi di nuovo dalla sua bocca per scendere lungo il collo come un gatto che affonda i denti nella gola del topo, mentre con una mano scostava la fasciatura lacerata per afferrarle senza riguardo un seno e con l'altra le ghermiva una coscia fin quasi a piantarle le dita nella carne, affinché gli circondasse i fianchi con le gambe.

"Non era quello che volevi? Rispondi!".

Nella domanda che era più un ruggito colse una sfumatura di minaccia che le procurò un brivido e non di piacere.

(è deciso a volermi riportare da mio padre)

Sì, avrebbe voluto gridare. Prendimi, su questa spiaggia, non m'importa, prendimi, perché non permetterò mai a nessun altro di farlo.

Prendimi.

Ma non così, con rabbia.

Non stordito dal sakè che offusca la ragione.

Non pentito di nuovo di averla avuta fra le braccia il mattino dopo.

Né con la sensazione strisciante che il cuore di Ranma non ricambiasse ciò che albergava nel suo.

No, non così.

"Fermati, ti prego!".

Gli afferrò i capelli con tutt'e due le mani per costringerlo a guardarla, invece lui risalì dall'incavo fra i seni fino alla sua bocca e s'impossessò ancora delle sue labbra con una foga tale che la mandò in deliquio e la spaventò al tempo stesso, mentre le mani vagavano voraci sul suo corpo cercando di spogliarla del tutto, di...

(possedermi)

Questo voleva, nient'altro. Non c'era il cuore nei suoi gesti.

E ormai era troppo tardi perché l'ascoltasse.

Akane sollevò poco a poco le gambe, come se volesse incrociarle dietro la sua schiena, mentre lui le allentava l'obi. L'istante successivo le chiuse in una morsa d'acciaio attorno alla sua vita costringendolo a staccarsi da lei con un singulto strozzato. Ranma la guardò stupefatto il tempo di realizzare che l'aveva anche bloccato: abbassò lo sguardo sul proprio torace, là dove l'indice di Akane premeva lo tsubo tra petto e spalla che gli avrebbe impedito qualsiasi movimento, come le aveva insegnato. Sfoggiò un mezzo sorriso compiaciuto, prima di cadere di fianco a lei, rovesciato sulla schiena.

Akane si alzò a sedere di slancio affrettandosi a raccogliere le gambe sotto di sé e poggiò un istante le mani sulla sabbia per non vacillare, il cuore in gola che rimbombava nelle orecchie, il mondo che vorticava e sembrava non volersi fermare, i capelli che ricadevano scompigliati sul petto. Chiuse alla meglio il furisode stringendo l'obi con mani tremanti e tentò di rialzarsi, ma fu costretta a sostenersi di nuovo per non cadere in avanti: dinnanzi agli occhi una miriade di puntini, dietro di lei non un movimento, né una parola.

Non aveva il coraggio di voltarsi, ma lo fece lo stesso, con cautela, per guardare oltre la propria spalla. Il viso bagnato per metà di luce lunare e per l'altra metà incendiato dal fuoco del tizzone che ancora ardeva di fianco a loro, il petto che si alzava e si abbassava non meno rapido del suo, vide Ranma chiudere un momento gli occhi e deglutire, come a tentare di riacquistare un minimo di lucidità e insieme a essa il respiro perduto.

"Adesso sai cosa ti aspetta", proferì fissando con ostinazione il cielo stellato, la mascella che si contraeva nello sforzo di recuperare il controllo. "Se ti avvicini un'altra volta senza il mio permesso, non ci andrò così leggero. Non avrai il tempo nemmeno per protestare".

Akane si sedette sui talloni stringendo le braccia al petto: brividi percorrevano la schiena in tutta la sua lunghezza e non solo per il vento freddo che si stava alzando, eppure non riusciva ad andarsene e non per via delle gambe malferme. Avrebbe voluto dire qualcosa, ma non sapeva cosa avrebbe mai potuto…

"Sei ancora qui?!", urlò Ranma voltando la testa verso di lei per folgorarla con uno sguardo omicida. "Vattene!".

Akane balzò in piedi, afferrò il tizzone e corse via. Non aveva mai avvertito il buio intorno a sé come nel tragitto fino alla sua capanna, che le sembrava lontana, troppo lontana. E quando infine la raggiunse, si chiuse dentro, scivolò lungo la porta fino a cadere seduta sul pavimento, circondò le gambe e tremando nascose la testa fra le ginocchia.

(Cos'è un 'ba-cio'? È vero che è qualcosa di disgustoso che i barbari fanno con la lingua?)

Serrò le ciglia sugli occhi, lasciando che la lacrime scorressero.

Adesso sapeva che era vero, anche se era lontano dall'essere disgustoso. Era stato anzi passionale, possessivo. Quasi violento. Non sapeva fino a che punto fosse colpa dell'amakuchi che lui aveva bevuto anche più di lei, ma sapeva che sarebbe stato il primo e l'ultimo. Ranma le aveva impartito una lezione che non avrebbe scordato facilmente, togliendole ogni tentazione di avvicinarlo ancora.

Ma non avrebbe saputo dire se esserne sollevata o infuriata.

Ranma sollevò il braccio destro, colpì uno tsubo dietro la spalla sinistra e poi adagiò l'incavo del braccio sugli occhi. Akane era stata brava a premere il punto che le aveva indicato giorni addietro, ma non aveva impresso abbastanza energia per bloccare del tutto i suoi movimenti. Avrebbe potuto alzarsi, adesso, eppure non ne aveva voglia. Lo sciabordio delle onde lo aiutava a rilassarsi e a calmarsi e dopo quanto accaduto ne aveva più che mai bisogno. Si sentiva un verme per quel che aveva fatto, ma esagerare le sue intenzioni fingendo di essere più ubriaco di quel che era gli era parsa l'unica possibilità affinché lei lo respingesse. E soprattutto evitasse, in futuro, di ripetere una sciocchezza simile.

Dannazione

Si riprometteva di tenerla a distanza e immancabilmente accedeva l'esatto opposto e ogni volta era peggio della precedente, non sapeva più cosa inventarsi, poteva solo sperare di averla spaventata a sufficienza. Il problema era che lui aveva finto fino a un certo punto: stava sul serio perdendo il controllo, ecco la verità, ed era già la seconda volta. Dubitava si sarebbe ubriacata ancora, anche lui sarebbe stato più attento, per quanto ci sarebbero volute altre quattro zucche come quella per sbronzarsi davvero, tuttavia mancava ancora molto a Nagoya e mantenere le distanze sarebbe stato sempre più difficile. Doveva riportarla da suo padre il prima possibile, non aveva altra scelta, anche se questo significava abbreviare il tragitto che si era prefissato.

Stese il braccio accanto a sé e si mise a fissare quella luna lontana e indifferente e ben presto si accorse che in realtà stava guardando lei che faceva la sua apparizione alla festa, timida e impacciata e ora sapeva perché, accidenti a Sayuri. Ma forse avrebbe dovuto anche ringraziarla, quella gatta disgraziata, perché gli aveva donato la visione di Akane in quel furisode primaverile coi capelli raccolti e il viso arrossato che sorrideva felice. E lui che aveva fatto? Gliel'aveva quasi strappato di dosso.

Volevo che avesse paura e ci sono riuscito.

Già, bella vittoria. Peccato che lei era pronta a donarglisi, ancora non si capacitava di come avesse fatto a resisterle.

Perché sono un coglione. Che ha sviluppato nei secoli un autocontrollo invidiabile, ma pur sempre un coglione.

Se avesse 'arato le nuvole' con lei su quella distesa sabbiosa non avrebbe più dovuto riportarla dal padre, ma il problema non si sarebbe risolto, perché poi non sarebbe riuscito a lasciarla da sola in quel villaggio costantemente preso di mira dagli umani e di tenerla con sé non se ne parlava nel modo più assoluto. Non se teneva alla sua incolumità. Se ripensava a come era stata ridotta Shan-Pu da quel figlio di una scrofa sifilitica di Taro gli si torcevano le budella. Eppure…

…eppure continuava a sentirla fremere e gemere sotto di sé, le gambe che circondavano i suoi fianchi e stringevano, il suo bacino che si inarcava contro il proprio facendogli perdere la ragione una spinta alla volta al pensiero che sotto non avesse niente di niente, il seno costretto nella benda che era stato felice di liberare solo per sentire tra le mani quella pelle morbida e profumata e le sue, di mani, maledizione, che lo esploravano e graffiavano procurandogli brividi in punti che neanche immaginava potessero essere raggiunti. L'oro liquido nei suoi occhi, che lo implorava di prenderla. Ma era la stata la sua bocca, quella boccaccia senza filtri che non aveva timore di usare per insultarlo e dar fiato a tutto quello che le passava per la testa, sì, era stata quella a cominciare tutto. Se non fosse stato per quelle stramaledette labbra carnose e fruttate che avevano catturato le sue facendogli perdere – di nuovo – la testa, magari non avrebbe esagerato.

Gli scappò una smorfia e scosse adagio la testa.

Ma chi voleva prendere in giro? Lei lo aveva anticipato, lui ne aveva solo approfittato per fare ciò che non aveva fatto giorni addietro, ma non era stato affatto delicato e questo, sì, poteva imputarlo al sakè ingerito: le aveva strappato via il fiato con un bacio più violento di quello che avrebbe voluto. Non si sarebbe mai aspettato tuttavia che lei rispondesse, era convinto si sarebbe voltata di lato, nauseata. Invece aveva ricambiato con un trasporto tale da mandarlo in visibilio. Sentiva ancora la sua lingua a contatto con la propria che lo cercava e lo accarezzava, annebbiandogli i sensi e inducendolo a spingersi sempre di più contro di lei.

Forse aveva finto di essere più sbronzo del dovuto, ma non poteva mentire a se stesso su quello che avrebbe voluto e che stava per farle.

(Confessa che è diventato duro anche il tuo, perché il mio è d'acciaio: se lo sbatto contro una roccia fa scintille. Adesso voglio proprio vedere come farai a tenerlo nei pantaloni)

Accidenti anche a Daisuke. Che si fottesse. Ma aveva ragione, stava per aprire gli hakama quando Akane gli aveva stritolato la vita con le sue gambe, se l'era cavata davvero per un soffio e lui non aveva nemmeno la scusante di essere ubriaco sul serio. E adesso si ritrovava seduto su una spiaggia a fissare il mare e desiderare intensamente un bagno gelido.

Non ce la posso fare.

Si alzò in piedi, sfilò il kimono e i pantaloni gettandosi tutto alle spalle per dirigersi a passo spedito verso quella massa scura che gli veniva incontro, riflettendo sul fatto che era già la seconda volta che ricorreva a un'immersione per raffreddarsi.

E finora non era servito a niente.