Capitolo XIX
Nottingham, 28 luglio 1194
Sia la sera prima che quella precedente, Guy era venuto nella camera di Violet; entrambe le volte, si erano seduti a bere insieme birra o sidro, parlando degli avvenimenti della giornata, di aneddoti della loro vita, o di ricordi della loro fanciullezza comune. Ogni volta, dopo un lasso di tempo adeguato, Guy si era congedato per recarsi a dormire in camera propria, visto che era prassi comune, per la nobiltà, che marito e moglie riposassero in stanze separate.
"Ti manca, Isabella?" gli domandò Violet quella sera, dopo che lui aveva rammentato un episodio molto dolce con la sorella e la madre Ghislaine.
"Sì, molto", ammise Guy con un sospiro.
"Perché non la fai cercare?" suggerì Violet.
"Non saprei da dove cominciare", si rammaricò lui, stringendo le labbra.
"Da dove veniva suo marito?"
"Da Stafford, nell'omonima contea."
"Comincia da lì, allora. Manda qualcuno di tua fiducia a indagare se hanno notizie recenti di Thornton. Magari vive ancora lì, chissà?"
Guy rifletté.
"Potrei mandare Gilbert", disse; era incline a fidarsi del suo capo delle guardie, che aveva sempre dimostrato la giusta misura tra obbedienza e intraprendenza e quindi non per nulla era giunto alla carica che ricopriva ormai da qualche anno.
Violet annuì:
"In base a quello che scopre, deciderai come procedere: mandare una missiva a Isabella, o andare a trovarla…"
Guy sospirò di nuovo:
"Non so cosa sia meglio, tra le due cose. Potrebbe non avermi perdonato il fatto d'averla praticamente venduta a Thornton, forse non vorrebbe aver niente a che fare con me."
"Può darsi", concesse Violet, "Tutto dipende da che tipo di matrimonio ha: se Thornton è stato gentile con lei, anche se non lo ama potrebbe aver una vita soddisfacente e quindi non essere adirata con te. L'unica cosa che puoi fare è chiederglielo."
Guy ponderò la cosa, poi annuì lentamente:
"Vedremo i risultati della ricerca, poi decideremo cosa fare."
Violet fu colpita dal fatto che lui avesse usato il plurale noi.
"Sarò onorata se vorrai chiedermi un parere", mormorò. Il marito la guardò, sorpreso dal suo tono esitante; e poi si sorprese una seconda volta nel considerare quanto gli era venuto spontaneo pensare di chiederle un parere.
"Siamo sposati", considerò, tanto per lei che per se stesso, "Penso che sia naturale cercare il consiglio del coniuge."
"Non a tutti i mariti importa dell'opinione della moglie", obiettò lei piano. Non ebbe bisogno di dirgli che si stava riferendo a Charles.
"A me sì", le assicurò Guy, sentendo un moto di tenerezza nel cuore. Per quanto forte e decisa, Violet aveva un animo sensibile e aveva sofferto molto col primo marito; lui lo odiava, per questo, e sperava che stesse bruciando all'inferno.
OOO
Il giorno dopo, Guy convocò Gilbert e gli diede istruzioni di cercare informazioni su Isabella; se l'avesse rintracciata, non doveva dirle nulla, ma tornare invece a riferirgli cos'aveva scoperto. Di comune accordo, decisero che il capitano delle guardie sarebbe partito il giorno dopo, portando con sé un paio di uomini, dato che che non era mai opportuno viaggiare da soli, con le strade infestate da fuorilegge e disperati.
Frattanto, Violet era passata a controllare come procedevano i lavori che aveva commissionato. I falegnami avevano sgombrato la cappella dei banchi, la maggior parte dei quali era al di là di ogni speranza di riparazione e sarebbero quindi stati usati come legna da ardere frattanto che ne venivano costruiti di nuovi, mentre i muratori avevano cominciato a scrostare l'intonaco troppo danneggiato per essere recuperato. Il vetraio sarebbe passato nel pomeriggio per verificare lo stato delle due finestre istoriate, una delle quali era stata spaccata e il buco rabberciato con un pezzo di pergamena di pessima qualità. I giardinieri avevano già tolto gran parte delle erbacce e avevano cominciato anche a potare gli alberi e gli arbusti; la sistemazione delle aiuole avrebbe richiesto del tempo, ma avrebbero potuto presto piantare gladioli tardivi, anemoni, fiordalisi, viole mammole e del pensiero, e operare talee di rose e gerani, mentre per quanto riguardava le piante prettamente medicinali, Violet progettava di trapiantare quelle del suo orto a Chetwood.
"Mia signora baronessa", la chiamò Fred. Sorpresa, Violet si girò:
"Sì?"
"C'è la moglie di Ralf che chiede udienza urgente. Dice che il suo bambino ha la febbre alta…"
Ralf era uno dei vice di Gilbert, un sergente; era un brav'uomo, sposato e con due figli. Violet raccolse la gonna e si avviò a rapidi passi; Fred s'interruppe e si affrettò ad affiancarla, proseguendo:
"Spero di non avervi disturbato, signora, ma mi avete detto di venire a cercarvi subito se chiedevano di voi per motivi medici."
"Precisamente, Fred, quindi hai fatto benissimo", lo rassicurò Violet. Aveva notato che tutti i servitori al castello si comportavano con estrema prudenza e formalità, di certo una conseguenza del modo spesso crudele in cui Vaisey li aveva trattati. Le mancava la tranquilla famigliarità di Chetwood, ma sperava che, col tempo, la servitù del castello si sarebbe resa conto che lei era una padrona molto diversa dal vecchio sceriffo.
Trovò la moglie di Ralf nel salone. La donna aveva gli occhi spiritati di chi è in preda all'angoscia e, non appena la vide, le si gettò ai piedi.
"Mia signora, vi supplico, salvate il mio bambino!" pianse.
"No, no, non fare così", la tranquillizzò Violet, chinandosi su di lei e afferrandola per le braccia per farla rialzare, "Calmati e dimmi cos'ha tuo figlio."
"Da un paio di giorni, Reggie ha la tosse", raccontò la giovane, "poi ieri gli è venuta la febbre. Stanotte ha cominciato a colargli il naso, e adesso la febbre è salita, scotta, scotta tantissimo…!"
"Gli hai dato da bere?"
"Sì, gli ho dato acqua, ha molta sete…"
"Hai fatto bene. Quanti anni ha Reggie?"
"Otto anni fatti a maggio."
Bene, pensò Violet, non era tanto piccolo: più giovani erano, più erano fragili.
"Vengo subito con te a visitarlo", decise, "Fred, mi serve un garzone, qualcuno con buone gambe."
"Vi mando Lance, è sveglio e corre come una lepre."
Violet annuì, poi tornò a rivolgersi alla donna:
"Come ti chiami?"
"Geva, signora… che Dio vi benedica!"
"Che Dio benedica il tuo bambino, così da aiutarlo a guarire", replicò Violet, "Ma adesso Reggie è a casa da solo?"
"No, no, c'è Ema con lui, la mia figlia più grande."
"Molto bene", approvò la neo baronessa, "Appena arriva Lance, andiamo da loro."
Pochi minuti dopo, sopraggiunse un ragazzino di circa dodici anni dai capelli color pel di carota e vivaci occhi verdi, che si presentò come Lance; Violet e Geva uscirono quindi dal castello, tallonate dal garzone, e si diressero verso Cornerstone, il quartiere dove abitava Geva. Ci volle circa un quarto d'ora a passo sostenuto prima che arrivassero; entrarono nella cucina, modesta quanto pulita, e salirono al piano superiore, dove si trovavano le camere. Reggie era sdraiato su un lettuccio, gli occhi chiusi e una pezzuola sulla fronte; seduta al suo fianco, c'era una bambina di forse dieci anni, molto somigliante a Geva, che quando vide entrare la nobildonna al seguito della madre balzò in piedi e si ritrasse, intimidita.
"Buongiorno, Ema", disse Violet in tono dolce, cercando di rassicurarla, "Come sta tuo fratello?"
"Brucia", mormorò la bambina, "Ho continuato a bagnarlo, ma brucia sempre di più!" aggiunse in tono spaventato.
Violet si sedette sul bordo del lettino – una semplice tavola di legno su cavalletti – e toccò le guance avvampate di Reggie, poi scostò la pezzuola e gli tastò la fronte. Scottava davvero molto.
"Mi serve più luce", disse.
"Ema, porta una candela", disse Geva. La bambina corse fuori, tornando poco dopo con una candela di sego accesa in una bugia di legno; Violet fece cenno a Lance, che la prese e l'avvicinò.
"Qui", disse Violet, posizionandolo in modo che illuminasse bene il viso di Reggie. Si chinò e gli aprì le palpebre, notando che gli occhi erano molto arrossati; gli schiuse quindi la bocca per esaminarne l'interno e vide delle piccole macchioline bianche.
Aveva già visto quei sintomi.
"Penso che sia morbillo", dichiarò, "Lo sapremo per sicuro domani o dopodomani, quando dovrebbe sviluppare macchie rosse sul viso e poi anche sul corpo. Intanto, cerchiamo di ridurre la febbre."
Per quello, aveva bisogno di erbe; fortunatamente, aveva provveduto a far portare al castello una parte delle sue scorte, in attesa di allestire un nuovo laboratorio nella sua attuale dimora.
"Lance, vai al castello", ordinò al garzone, "Fatti accompagnare in camera mia; sullo scaffale di fronte alla porta c'è una sacca di cuoio: portamela."
Il ragazzino annuì per indicare d'aver capito, le consegnò la candela e sfrecciò fuori della stanza. Violet porse la bugia a Ema, che dopo una breve esitazione la prese.
"Geva, tu hai avuto il morbillo?" indagò la baronessa.
"Sì, avevo più o meno l'età di Reggie. Mi ha curato Matilda."
"Bene, questo significa che tu sei immune. E tuo marito e Ema?"
"Ralf sì, Ema no."
Violet si sentì sollevata: il morbillo in età adulta è molto più pericoloso, ma se il padre di Reggie l'aveva avuto, anche lui era immune; quanto a Ema, facilmente si sarebbe ammalata anche lei, ma sapendolo in anticipo, poteva alleviare i sintomi fin dalla loro prima comparsa.
"E tu, Lance?" chiese poi.
"Ho avuto il morbillo e anche la varicella", rispose il garzone, indicandosi una tempia dove si vedevano delle piccole lesioni cutanee lasciate dalla seconda malattia.
"Molto bene, quindi anche tu non corri il rischio d'ammalarti", considerò Violet, soddisfatta, poi si rivolse a Geva, "Adesso mi serve un catino d'acqua fredda, e un paio di asciugamani."
La donna non perse tempo a chiedere il motivo e si affrettò a eseguire.
"Posa pure la candela", disse Violet a Ema, "e aiutami a togliere i vestiti a tuo fratello."
Quando Geva tornò, Violet immerse uno degli asciugamani nell'acqua fredda e con esso cominciò a detergere il corpo sudato e accaldato di Reggie, scambiando le salviette con l'aiuto di Ema che le immergeva e le strizzava prima di passargliele. Aveva appena finito e coperto nuovamente il bambino con un lenzuolo pulito, che Lance tornò con la sua sacca delle erbe medicinali. Il ragazzino aveva il fiatone ed era evidente che aveva corso per tutta la strada; Violet lo ringraziò sentitamente e gli ordinò di bere un bicchier d'acqua e riposarsi, preparandosi per altre eventuali commissioni. Poi frugò nella borsa; trovato quanto cercava, scese in cucina con Geva, gettò una manciata di corteccia di salice sminuzzata in un pentolino d'acqua fredda e lo mise sul fuoco; lasciò bollire il decotto per alcuni minuti, poi lo tolse dal fuoco, lo coprì e lo lasciò in infusione per il doppio del tempo. Infine, filtrò il rimedio con un colino in una tazza e lo portò di sopra. Conosceva il sistema per far bere le persone in stato d'incoscienza, massaggiando il pomo d'Adamo per attivare il riflesso della deglutizione, ma c'era sempre il rischio di soffocamento; fu quindi sollevata di trovare Reggie sveglio, sebbene gli occhi febbricitanti indicassero che non stava affatto meglio di prima.
Si sedette nuovamente sull'orlo del lettuccio.
"Salve, Reggie", lo salutò, "Io sono Violet e sono venuta a prendermi cura di te. Non hai niente di grave, devi solo riposare e bere molto. Tieni", concluse, porgendogli la bevanda. L'infuso era ancora caldo, ma avendolo passato da una tazza all'altra per alcune volte, non era più bollente e poteva esser bevuto senza scottarsi. Reggie la guardò con aria confusa, ma non si ritrasse; Violet lo aiutò a bere il rimedio febbrifugo, poi a tornare a sdraiarsi. Fece un cenno a Ema perché continuasse con le compresse fredde, bagnandole in un'acqua a cui aveva aggiunto foglioline di menta essiccata e polverizzata, che aumentava la sensazione di freschezza. In pochi minuti, il bambino si addormentò.
"È vero, signora?" domandò Geva, in tono speranzoso, "Non è niente di grave?"
Violet ponderò le parole da usare: non intendeva mentire, né dare false speranze, ma non voleva neppure allarmare troppo la famiglia.
"Se si tratta davvero di morbillo, le sue possibilità di riprendersi sono buone", rispose pertanto con precauzione, "ma questo lo sapremo solo entro i prossimi due giorni, quando la malattia progredirà. Frattanto, Ema non dovrebbe uscire perché rischia di contagiare altre persone. Una volta che avremo stabilito che è davvero morbillo, devi avvisare tutti quelli che sono venuti a contatto con Reggie negli ultimi quattro o cinque giorni perché è probabile che si ammaleranno anche loro, se non l'hanno già avuto."
"Oh cielo, e come faccio a sapere quanti sono?" si preoccupò Geva, torcendosi le mani, "Di solito gioca coi bambini del quartiere…"
"Comincerai da loro, e poi sentirai quanti altri potrebbero esserci, chiedendo a loro", suggerì Violet, già cominciando a preoccuparsi di come procurarsi abbastanza medicinali per un'eventuale epidemia. Oltre alla corteccia di salice, anche quella di faggio e di agrifoglio sono efficaci contro la febbre. Servivano poi anche alimenti specifici che nel tempo si era osservato essere una buona terapia di supporto per prevenire le complicazioni del morbillo, come la diarrea, l'otite e la polmonite, che in persone deboli o in bambini piccoli possono anche condurre alla morte: uova, burro, carote, aglio, lattuga e, in altre stagioni, spinaci, cavoli, broccoli, verze, tarassaco, zucca. Di colpo, si rese conto che essere baronessa di Nottingham poteva essere un notevole vantaggio: le sarebbe bastato dare ordini adeguati, e una schiera di personaggi avrebbe fatto i salti mortali pur di accontentarla.
"Mi ammalerò anch'io, signora?" domandò Ema in tono impaurito. Di nuovo, Violet scelse la verità, esternandola il più delicatamente possibile:
"È molto probabile, ma non temere: sapendolo in anticipo, posso ridurre i sintomi e quindi il disagio."
"Ma voi, signora?" la interrogò Geva a quel punto, "Non temete di ammalarvi?"
"Ho avuto il morbillo che ero più piccola di Reggie", le rivelò Violet, "Mi curò mia madre, lady Adèle, che era una guaritrice bravissima. Io ho imparato da lei."
"Anche Matilda parla sempre bene delle capacità di lady Adèle", commentò Geva.
"Matilda e mia madre si sono scambiate spesso informazioni, ricette e tecniche", raccontò Violet, cercando di distrarre madre e figlia dal pensiero della malattia, "Si rispettavano molto l'un l'altra."
Rimase nella casa di Geva fin quasi a mezzogiorno, somministrando a Reggie una seconda dose del decotto di corteccia di salice. Insegnò a Geva come prepararne ancora, istruendola di farne bere al malatino ogni due ore fino a notte inoltrata. Frattanto, mandò Lance nuovamente al castello – non di corsa, stavolta – per farsi dare una cesta con uova, carote, aglio e lattuga, nonché delle pagnotte di pane. Quando il garzone tornò, disse a Geva che, appena Reggie avesse manifestato appetito, poteva dargli un uovo, cucinato in padella o sbattuto con del miele; poteva inoltre far bollire le carote e la lattuga, eventualmente con l'aglio se piaceva al bambino, e servirle come zuppa con poco pane.
"Tornerò domani mattina", le disse nel congedarsi, "Se, invece di diminuire, la febbre dovesse salire, mandami subito a chiamare", le raccomandò prima di uscire.
Tornò al castello con la scorta di Lance, abbastanza soddisfatta di se stessa per aver provveduto alle necessità del bambino ammalato; prevedeva che Ema sviluppasse i primi sintomi entro una settimana, ma intervenendo tempestivamente come le aveva detto, essi sarebbero stati meno virulenti, e così per tutti coloro che erano stati a contatto con il piccolo nei giorni precedenti. Per contenere il contagio di quella malattia che, pur non essendo grave, era fastidiosa e poteva comunque comportare complicanze non indifferenti, era meglio isolare i potenziali contagiati, che Geva le avrebbe indicato.
A pranzo, parlò della situazione con Guy e Drastan. Guy rammentò un episodio spiacevole avvenuto l'anno prima, quando Vaisey aveva ordinato di sperimentare un veleno da usare come arma ed aveva finto che si trattasse di una pestilenza, rinchiudendo un intero quartiere dietro barricate. Fortunatamente Robin e Marian avevano smascherato lo sceriffo e il suo tirapiedi, e Djaq era riuscita a salvare la gran parte degli avvelenati.
Violet lo vide incupirsi e pensò che fosse impensierito alla prospettiva di un'epidemia.
"Non devi preoccuparti per il contagio", lo rassicurò, "basterà isolare chi è stato in contatto con Reggie negli ultimi giorni, e quelli a contatto con costoro, e riusciremo a contenerlo facilmente."
Lo sguardo fosco di Guy si schiarì subito:
"Meglio così, ma in realtà stavo ripensando a una brutta vicenda dello scorso anno", spiegò; le accennò al fatto, scoprendo che lei ne era a conoscenza. C'era da aspettarselo, vista la sua amicizia con Robin e Marian.
"Brutta faccenda davvero", commentò Drastan, che invece udiva la storia per la prima volta, "Meno male che è finita bene, o quasi."
"Stavolta non prevedo morti", disse Violet, "anche se non si può mai dire: se ci sono persone particolarmente fragili, come bambini molto piccoli o anziani, o persone fisicamente debilitate, è sempre possibile che non ce la facciano, nonostante le cure. Farò tutto quello che mi sarà possibile."
"Che ne dici di mandare a chiamare Matilda perché ti dia una mano?" suggerì Guy, non senza una certa esitazione: proprio poco dopo l'episodio dell'avvelenamento, lo sceriffo aveva accusato la guaritrice di essere una strega e lui aveva naturalmente dovuto assisterlo nell'esecuzione della pena a cui l'aveva conseguentemente condannata. Fortunatamente, ancora una volta Robin era intervenuto, salvando la donna.
"Sarebbe un grande aiuto", considerò Violet, "Dopo che si è saputo della morte di Vaisey, è tornata a vivere nella sua vecchia casa nella foresta, assieme a Rosa e Alice", aggiunse, riferendosi alla figlia e alla nipotina di Matilda.
"Me ne occuperò io", si offrì Drastan, "Basta che mi spieghiate dove trovarla. Poi, col vostro permesso, andrò a far visita a Rebelle."
"Ma certo", disse Guy, "Per oggi pomeriggio posso fare a meno di te."
Quando Drastan si fu congedato per recarsi prima da Matilda e poi a Chetwood, Violet osservò:
"Fortunatamente, Rivendale è molto vicina a Nottingham e, quando dopo il matrimonio si trasferirà a vivere là, Drastan non avrà troppa strada da fare avanti e indietro."
La data delle nozze era stata fissata per la metà di settembre, e la sistemazione della magione ancestrale di Rebelle era ormai quasi terminata.
"Meglio così", commentò Guy, annuendo, "ma gli terrò ugualmente la sua stanza qui al castello, così quando gli capiterà di dover far tardi Rebelle potrà raggiungerlo lei qui."
"Bell'idea", approvò Violet sorridendo; Guy pensò che vederla sorridere lo faceva stare davvero bene.
OOO
La paura del contagio era sempre grande, perfino quando si trattava di malattie relativamente innocue come il morbillo, e quindi c'era sempre la possibilità di disordini; per precauzione, quindi, Guy diede disposizioni affinché delle guardie pattugliassero le strade dove si sarebbero verificati i casi di morbillo, di modo da tenere la situazione sotto costante controllo e potessero intervenire prontamente, se fosse stato necessario. Poiché servivano quanti più uomini possibili, la missione di Gilbert per cercare Isabella o perlomeno sue notizie fu rimandata.
Matilda venne volentieri ad aiutare Violet a curare le persone che furono colpite dal morbillo; con le precauzioni adottate dalla baronessa, il contagio venne contenuto in una dozzina di casi, il più serio dei quali fu un uomo adulto che ebbe anche la complicazione della dissenteria, ma che fortunatamente, grazie alle cure delle due guaritrici e al proprio fisico robusto, si rimise in una quindicina di giorni.
Dopo che l'epidemia si fu risolta, Violet notò che il comportamento dei servitori del castello era cambiato: erano sempre molto rispettosi, ma non erano più timorosi come prima, quando sembravano camminare sulle uova in sua presenza. Ciò le fece molto piacere.
Anche quella sera, Guy si recò nella camera di Violet. Non aveva mancato una sola volta, neppure nei giorni in cui, poco dopo il matrimonio, lei aveva avuto il suo ciclo lunare e quindi, se lui avesse disertato il suo letto, nessuno se ne sarebbe meravigliato; ma gli piaceva troppo quel momento della giornata, quando poteva conversare con la moglie in tutta tranquillità. Era un momento molto intimo della loro insolita realtà coniugale, se non per i loro corpi, certamente per le loro anime, e lui non vi avrebbe rinunciato volontariamente per nessun motivo.
C ome al solito, bussò e, udendo la voce della moglie che lo invitava, entrò. Violet era seduta vicino alla finestra dove, sfruttando la luce del sole ormai al tramonto, stava cucendo una nuova camicia per lui, in fine tela di lino, naturalmente nera. Il nero era un colore difficile da ottenere e le stoffe così tinte si scolorivano presto con il lavaggio, perciò Guy era costretto ad un ricambio piuttosto frequente, con relativi costi; ma adesso che era diventato prima sceriffo e poi anche barone di Nottingham, questo non costituiva più un problema. Non appena lui entrò, Violet mise da parte l'indumento quasi finito e si alzò per accoglierlo.
Mentre Guy si accomodava, Violet versò da bere – quella sera aveva optato per del sidro dolce – e poi si sedette accanto a lui.
"Ora che la crisi epidemica è passata", esordì Guy, "dirò a Gilbert di andare a cercare Isabella."
"Ottimo", approvò Violet, sorseggiando il sidro, "Spero che la trovi, o che trovi perlomeno sue notizie."
"Lo spero anch'io", sospirò Guy, "Mi piacerebbe davvero tanto poterla rivedere, anche se non so proprio come reagirà, nel caso che io mi facessi vivo con lei."
L'incertezza nella voce e nell'atteggiamento del cavaliere nerovestito era estremamente insolita, se non inaudita, e Violet ne rimase colpita. Era palese che Guy ci teneva moltissimo alla sorella e che temeva un suo rifiuto, anche se era consapevole che poteva meritarlo. Sperò ardentemente che Thornton fosse un buon marito e che quindi Isabella non avesse motivi di rancore verso il fratello.
"Aspettiamo di apprendere qualcosa", lo esortò; lui annuì, prendendo un altro sorso dal calice, la fronte aggrondata.
Nel tentativo di distogliere il marito dalla sua evidente preoccupazione per la questione della sorella, Violet decise di provare a cambiar discorso, completandone uno di cui avevano parlato a cena:
"Riguardo al giardino…" cominciò; Guy la guardò, in attesa, e così proseguì, "Ormai hanno finito di sistemarlo, così pensavo che domani potrei andare a Chetwood a prendere le erbe che posso trapiantare qui. E giacché entro una settimana la cappella sarà di nuovo agibile, potrei anche andare fino a Thurgarton per chiedere degli arredi sacri e per ingaggiare un monaco che venga a dir messa qui al castello."
Guy fu grato alla moglie per avergli dato un altro argomento a cui pensare, quindi vi si dedicò prontamente. Gli sorse un'idea, ma prima di esternarla, centellinò il sidro, prendendosi qualche istante per pensarci meglio.
"Che ne diresti se ti accompagnassi?" le chiese. Sarebbe stato un modo per rimanere soli, se non altro durante i tragitti a cavallo tra un luogo e l'altro, senza la quasi costante presenza di servitori o collaboratori, e lui desiderava molto assaporare altri momenti a tu per tu con la moglie, oltre che alla sera in camera sua, dove avrebbe dovuto aver luogo ben altro che chiacchiere e lui doveva, di conseguenza, tener strettamente a bada quel pensiero insistente.
La sua inaspettata proposta fece piacere a Violet.
"Volentieri", accettò quindi prontamente.
"Però domani non posso", l'avvertì lui, "Ti spiace se andiamo dopodomani?"
"Va benissimo, non fa alcuna differenza."
"Ottimo, così organizzo le cose in mia assenza, in maniera che Drastan possa sostituirmi."
Continuarono la conversazione in maniera leggera, e Guy lentamente si rasserenò, respingendo il pensiero di Isabella in fondo alla mente. Sarebbe stato quel che doveva essere: lei poteva perdonarlo o no, in entrambi i casi lui avrebbe accettato la cosa come parte del processo di redenzione che aveva avviato assumendo la carica di sceriffo pro tempore e cominciando a riparare le proprie passate malefatte. Era stato incoraggiato dalla scoperta di non aver ucciso Marian, e poi dall'essere stato scelto da Violet come marito; adesso era ora che mettesse a posto le cose con un'altra donna della sua vita, comunque andasse.
Infine, Guy prese congedo; sfiorò la guancia della moglie con un bacio molto casto – evitava saggiamente di baciarla come la prima notte di nozze per non tentare la fortuna – ed uscì dalla sua camera, avendo cura di assumere un'espressione soddisfatta a beneficio degli inevitabili osservatori, anche se invece si sentiva frustrato; ma per nessun motivo al mondo intendeva lasciare che la frustrazione prendesse il sopravvento, inducendolo a forzare Violet. Lei non si sarebbe rifiutata, su questo era stata chiara, ma più passava il tempo, e più Guy voleva che la sua non fosse mera accettazione, ma desiderio e partecipazione…
