Capitolo 9

Damigelle, soldati e veleni.

Athos oscillò un braccio, nel vano tentativo di farle cenno di fermarsi.

Si sarebbe aspettato perlomeno una vaga risposta, emozionata, formale o assente a quella sua difficile affermazione: un'impresa che, visti i suoi trascorsi e le sue ferite sentimentali, ancora non del tutto rimarginate, sentiva ancora più ardua.

"Finalmente! Dicevo che quell'ossessa non se ne sarebbe mai andata!"- sbuffò Milady a braccia conserte, spuntando misteriosamente alle sue spalle.

"Noi due, abbiamo un conto in sospeso..."- disse facendo correre un dito sulla sua spalla, un gesto sensuale che in altri tempi e in altri momenti avrebbe destato in lui sensazioni completamente opposte.

Per quanto la furtività della donna non gli fosse nuova, il trovarla lì, in quel momento, lo aveva colto di sorpresa.

"Non avrete per caso ascoltato tutto quello che io e la donna, la Baronessa... Come avete... Perchè siete...?!"- balbettò.

"Sono ancora una donna libera, almeno fino a quando la situazione resta così com'è ed il vostro re non decida che il mio è un suo nemico... Ma lasciate perdere questi dettagli, mio caro! Venite con me, brindiamo insieme alla nostra ritrovata amicizia, la nostra rinata..."- Milady prese un lungo e caldo sospiro.

"Alleanza!"- disse poi sorridente, togliendo dalle pieghe delle gonne un leggero ventaglio.

"Milady, con permesso, il brindare con voi non è mai una cosa facile, se non del tutto impossibile! Ne va della mia salute, oltre che della reputazione."- Athos si scostò di un passo e allentò il collare dell'uniforme.

"Se non sbaglio, mi avete già avvelenato una volta e un'altra ho bevuto talmente tanto da dubitare se, nelle mie vene, si trovasse sangue oppure vino"- continuò lui determinato, piantando saldi i piedi per terra.

La donna agitò nel vuoto il ventaglio chiuso, in maniera quasi ipnotica.

"Lasciate perdere i nostri trascorsi, godete del vostro presente! Siete o non siete Capitano delle guardie reali? Bisogna festeggiare!"- poi sorrise senza mostrare i denti, trascinandolo elegantemente dall'altra parte del viale, verso la caserma e le scuderie.

Athos si lasciò trasportare solo per quei pochi passi, ma non dimenticò mai chi fosse per lui quella donna e di cosa fosse capace di fare. Decise di essere forte e di non cedere: questa volta gli occhi di smeraldo e la pelle di porcellana, non avrebbero più fatto presa su di lui.

"Appunto, Milady! Siamo a Corte! Brindando con voi in pubblico, la mia reputazione sarebbe compromessa, specialmente in servizio! Ho lasciato la caserma per andare a pregare. Se me lo concederete, adesso sarei di ritorno e, conoscendomi, nessuno crederebbe alla storia della comunione e del vin santo!"- a quelle frasi, la donna si bloccò rattristata.

"Non, non vorrete dire che..."- disse sbarrando gli occhi, nella vaga consapevolezza di non avere alcun potere su di lui, in quel momento.

"Milady: da qualche tempo non è cosa ben vista a corte familiarizzare in pubblico con persone d'oltre Manica. Non prendete la cosa sul personale!"- disse il moschettiere con un breve sospiro d'esasperazione, strattonando il braccio dalla sua presa.

I due si guardarono per un lungo momento, le parole incerte di Athos, che per la prima volta rifiutavano un suo invito, vennero confermate dal suo sguardo, ora più forte e determinato nel lasciarsi andare. Quello sguardo era del tutto privo della passione scaturita da un eccitante senso di pericolo che lei, in precedenza, aveva sempre notato.

Al rifiuto, Milady scagliò il ventaglio a terra, irritata e, guardandolo fisso negli occhi, disse:

"Mentite! Conosco il vostro gioco! É per via di quella baronessa che stavate inseguendo poco fa! Volete farvi bello ai suoi occhi! Però, sia io che voi, sappiamo come la domenica quella... Donna vada in chiesa a pregare per espiare i peccati e lussurie del sabato! Non facevo i vostri gusti per le donne così grossolani, non vi facevo così ingenuo!".

Athos sbottò una mezza risata.

L'ingenuità di non sapere chi avesse davvero davanti lo aveva portato da lei in primo luogo e allontanato da Aramis!

"Avete avvelenato me ed i miei uomini per poi fuggire con il Duca di Buckingham! Ricordate? Siete proprio l'ultima persona a dover criticare le mie azioni!"- disse tra i denti, avanzando oltre il ventaglio e la donna, in direzione della caserma.

"Non raccogliete neppure il ventaglio?"- disse lei abbassando lo sguardo.

In quel momento, si fece avanti nella mente di Milady l'idea di essergli per una volta sincera: di voltare veramente bandiera ed allearsi dalla parte della Francia, abbandonando l'alleanza con il Duca di Buckingham, che le dava l'impressione di distrarsi troppo dalla situazione politica e di voler passare all'attacco da un momento all'altro. Per non parlare di quel parlamentare che aveva lasciato a Londra, l'uomo così passivo e assente da darle l'opportunità di corteggiare chiunque altro completamente indisturbata.

Il Duca voleva vendicarsi di Athos, ma lei avrebbe altrettanto voluto vendicarsi del Duca e le sue fantasie: le passò per la mente di confidare ad Athos che il Duca era ancora vivo e che si trovasse ospite a palazzo di Richelieu, pronto per attuare su di lui la sua lontana vendetta.

Purtroppo, aveva mentito talmente tanto che, forse, questa volta, l'unica volta in cui fosse stata veramente sincera, lui non le avrebbe mai potuto credere.

A scapito di quell'idea tardiva, presto si ricordò che, nascosto nell'apertura a molla del ventaglio, sulla barra d'avorio che faceva parte del manico, decorata con strane cineserie di fiori e draghi, si trovava del veleno.

Un particolare a cui Milady aveva pensato diverso tempo prima, ma che aveva rinunciato ad utilizzare al momento opportuno: un altro tentativo disperato di ottenere comunque tutto ciò che desiderava.

Athos guardò l'oggetto per terra e lo girò con la punta dello stivale, sganciando la molla per aprirlo e rivelare il meccanismo esplosivo nascosto nel pezzetto di metallo avvelenato, che brillò in un piccolo botto.

Da questo, una nuvola di polvere si sprigionò e ricadde al suolo.

L'intenzione fallita di avvelenare Athos, abbassava di molto la sua credibilità.

Dopo quella scoperta, Milady era certa che Athos non avrebbe mai creduto ad una parola di quello che gli stava per confidare.

"Avrete avuto un buon motivo per gettarlo a terra, Milady. In fondo, rimarrete per sempre la stessa dama dorata del castello di Amboise e dei palazzi veneziani. La donna misteriosa, pronta a brindare veleno, nella taverna di Beaugency. Non è vero?"- disse lui, con sospetto, incrociando il suo sguardo. Lei lo distolse immediatamente.

"Non era mia intenzione farvi del male, solo che..."- sussurrò.

In quel lento parlare, la sua voce si fermò un solo istante, il respiro si fermò sulle labbra chiuse, mentre il lieve pensiero passò nei suoi ricordi.

"Non siete senza macchia, Athos. Anche voi mi avete ferita... A Beaugency, vi ho creduto davvero morto. Ho pianto per voi..."- continuò la donna, subito dopo.

Il suo mento tremò ed il suo lungo e disteso sospiro, tra le parole incerte, sembrò davvero onesto. Era suo un cuore davvero spezzato? Lo aveva mai veramente amato?

Il suo era un tono così indifeso e delicato, che solitamente faceva avvicinare i suoi astanti con pietà e fascino, inginocchiati dal peso della pietà e delle scuse. Lui che conosceva quel tono e quei modi fin troppo bene, aveva già visto utilizzarli su altri.

All'ennesima richiesta di pietà, solo il fastidio aveva preso lo spazio lasciato vuoto dalla mancanza di compassione.

Non si avvicinò a lei, neppure di un passo, consapevole che le pieghe delle sue gonne potessero contenere chissà quali altri sotterfugi.

"Se non avete nulla da riferirmi, mia cara, forse è meglio per noi concludere qui questo nostro colloquio"- aggiunse, aggiustando il bordo del farsetto e sporgendosi sui talloni con fare impaziente.

Forse, nel ricordo di quel funerale, Milady strinse i denti, incendiata di una rabbia presuntuosa: i tre moschettieri si erano fatti beffe di lei! Mentre Athos si era fatto credere morto, Aramis le aveva sottratto la collana senza che lei lo notasse, distratta com'era dalle lacrime di Porthos, così drammatiche da sembrare vere!

Intanto i passi di lui scricchiolavano lontani sui ciottoli del viale ed il gracchiare delle cicale aumentava la leggera caligine della tarda mattinata.

La donna sbuffò imbronciata, volgendo solo uno sguardo verso la sua figura ormai in lontananza.

La contessa de Winter era arrivata alla conclusione che, mettere sotto scacco il Duca tramite Athos, non era più il suo obiettivo: ora doveva puntare su di un'altra ben più ambita preda.

Aramis corse affannata verso l'ala del palazzo dove si trovavano le stanze della Regina e, tra queste, la stanza che le era stata di nuovo assegnata.

"Vi vedo turbata, Baronessa! È successo qualche cosa?"- chiese Constance, che la stava aspettando con alcuni vestiti ed ornamenti.

"Durante la messa, ho avuto un diverbio con un caro amico"- rispose Renée, cercando di non scendere nei particolari, anche se sapeva come la giovane dama fosse curiosa e scaltra in riguardo a questi dettagli, soprattutto i suoi personali.

"Però, dopo la messa, tutto si è chiarito!"- commentò la dama, come se sapesse già tutto.

"Come fate ad esserne così sicura, Constance?"- chiese lei aggrottata.

"È solo un accento della vostra voce, Baronessa. Non badate alle mie parole! Dovete prepararvi e dovete affrettarvi a raggiungere la carrozza che la regina sta preparando per voi alle scuderie!

Se il cardinale ha chiesto di voi, la cosa migliore da fare è presentarsi. Mi è stato chiesto di accompagnarvi per un tratto, ma alcune mansioni mi attendono qui a palazzo..."- sorrise lei ammiccante, facendo trapelare nella sua voce che sapesse molto di più di quello che le avesse affermato.

Renée annuì dubbiosa: il suo aiuto nel comportarsi in modo appropriato le era stato fondamentale nelle ultime settimane, ma Constance era una dama al servizio della Regina, non suo.

La ragazza scelse per lei un vestito particolarmente chiaro ed attillato, un busto molto rigido a grosse coste ed un'ampia scollatura che si poneva quasi all'estremo opposto dei suoi gusti nei vestiti scuri, ampi ed accollati.

La dama le ricordò di tenere dritta la schiena e chinare la testa in un atteggiamento più femminile ed elegante, mentre gli pose un paio di scarpe dai tacchi per lei altissimi e rientranti.

Non credeva di averne mai visti di tacchi così alti, ma si rallegrò del fatto che non fossero state scelte per lei le ciopine, nel tentativo di farla sembrare aristocraticamente più importante ed attrattiva al suo incontro con il prelato.

Anche se le risultava difficile avanzare veloce, in quel caso, le sarebbe stato del tutto impossibile camminare indipendentemente.

Raccolte le ultime cose in un piccolo sacchetto ricamato, le due si allontanarono presto dalla stanza assegnata alla baronessa. Constance la superò al passo, lungo il corridoio interno che portava verso l'ala opposta del palazzo dove si trovavano le stanze di ricevimento reale e più avanti le caserme ed il piazzale d'entrata.

La velocità della ragazza nello scendere la scala, nonostante fosse agghindata di tacchi abbastanza alti ed impedita da stretti busti e scomode sottogonne al suo stesso modo, fece sollevare alla giovane combattente un sopracciglio di stupore.

Chissà se, vestita da uomo o da monaca, sarebbe stata altrettanto agile.

Aramis si rese conto di quanto le dame di corte fossero altamente sottovalutate, tra i soldati e gli uomini comuni. Considerate deboli e delicate, dovevano in realtà patire costanti costrizioni in armature che non costituivano di freddo metallo pesante, ma che erano fatte di stretti pizzi e di vimini pungenti: come in battaglia, la bellezza richiedeva altrettanto sacrificio e allenamento.

Anche se le due non udirono alcun rumore particolare, una volta giunte in fondo all'ampia gradinata che portava verso l'uscita, trovarono un'anziana signora giacere per terra in una strana posizione.

Una macchia di un liquido rosso, simile al sangue, colava dalla tempia ed i capelli, stopposi e grigi, sull'ultimo gradino.

Constance che era qualche passo più' avanti e, in quel momento, più veloce di Aramis, accorse immediatamente verso la dama, ma una volta arrivata non proferì' parola e si accasciò a terra come svenuta.

A quella strana vista, Aramis sospettò che la giovane dama avesse avuto un mancamento nel vedere l'anziana signora in quelle condizioni, così, si affrettò nel raggiungerla.