Capitolo XX

Nottingham, 25 agosto 1194

Due giorni dopo - un giovedì – Guy e Violet lasciarono il castello in groppa ai loro cavalli, diretti verso Chetwood. Un messaggero aveva preavvisato sir William del loro arrivo e dello scopo della loro visita.

"Buongiorno!" li accolse William con un sorriso, andando loro incontro per abbracciarli. Adesso che era suo genero, anche Guy aveva diritto a tale trattamento; il neo barone, da troppo tempo disabituato a simili effusioni, lo ricambiò con un certo impaccio.

Si sedettero nel salone per scambiare qualche parola, presto raggiunti da Rebelle, che rimase delusa di non vedere Drastan; Guy le spiegò che non aveva potuto venire perché doveva occuparsi di alcune incombenze urgenti al posto suo, non essendo lui riuscito a sistemarle in previsione della propria assenza, poi la informò che il fidanzato progettava di venire a trovarla sabato e di rimanere fino a domenica sera, col permesso di sir William. Rebelle ne fu molto soddisfatta e celò accuratamente la propria eccitazione alla prospettiva di trascorrere una notte intera insieme a Drastan, naturalmente di nascosto da tutti, in camera sua: dal matrimonio di Violet e Guy, non avevano più potuto farlo ed era quindi qualcosa che desiderava intensamente, come di certo lo desiderava anche il suo promesso sposo. Di lì a tre settimane, le loro nozze sarebbero state celebrate e finalmente avrebbero potuto legittimamente dormire insieme.

Dopo una mezz'ora trascorsa a scambiarsi notizie circa l'andamento delle cose nelle rispettive dimore, Violet si alzò per andare nell'orto a occuparsi dell'espianto delle erbe che voleva portare a Nottingham; Rebelle si offrì d'aiutarla e la seguì fuori dal salone.

Rimasti soli, William chiese al genero:

"Allora, figliolo, sei un marito felice?"

Per un momento, Guy rimase di stucco nel sentirsi apostrofare figliolo, ma l'anziano cavaliere, in quanto suo suocero, ne aveva tutti i motivi.

"Sì, lo sono", rispose, sinceramente: era vero che lui e Violet non erano ancora marito e moglie nel senso completo dell'espressione, ma vederla ogni giorno, averla al suo fianco, parlarle e scambiare opinioni con lei lo faceva sentire bene; lo faceva sentire sereno.

"Violet quindi è una buona moglie", concluse William, contento.

"La migliore che potessi desiderare", asserì Guy; quello era forse un po' eccessivo, visto che gli mancava ancora un pezzo di vita coniugale per poter giudicare l'intero insieme, ma qualcosa nel profondo della sua anima era certo che, quando vi sarebbero giunti, sarebbe stato perfetto; quanto al resto, era davvero soddisfatto in tutto e per tutto.

"Sono lieto di sentirtelo dire", dichiarò William sorridendo.

Frattanto, Violet e Rebelle stavano dirigendosi verso l'orto.

"Come vanno le cose con Guy?" domandò la cugina più giovane.

"Se vuoi sapere se il matrimonio è stato consumato, ancora no", rispose Violet quietamente.

Sentendosi spiaciuta, Rebelle annuì.

"Ma non vi siete più baciati?" insistette. L'altra scosse la testa:

"No… non in quel modo, almeno. Baci della buonanotte, sulla guancia, niente più."

"Ma non vorresti che ce ne fossero ancora, come quello della prima volta?"

Violet non rispose subito, imbarazzata; ma non poteva mentire a Rebelle, non l'aveva mai fatto e non avrebbe cominciato adesso. Sapeva che lei glielo stava chiedendo non per impicciarsi dei suoi affari, ma per sincero interesse e perché desiderava per la cugina la stessa felicità che lei aveva trovato in Drastan.

"Veramente sì", ammise infine a bassa voce.

"E allora perché non glielo dici?"

"Io… non saprei come fargli una simile richiesta!" esclamò Violet, le guance in fiamme.

Rebelle ridacchiò.

"Se non riesci a dirglielo con le parole, diglielo coi fatti", le suggerì, "La prossima volta che ti bacia su una guancia, gira la testa e baciagli la bocca."

A quel pensiero, Violet si sentì palpitare il ventre – e anche più in basso. Che strano.

"Ci… penserò", disse.

Nel tragitto dal salone all'uscita, Violet aveva chiesto a Mary di mandarle un paio di persone per aiutarla con le piante che le servivano, riponendole in grandi ceste che sarebbero state caricate su un carro per essere portate a Nottingham, dove i giardinieri in attesa avrebbero provveduto a impiantarle nelle aiuole che erano state destinate a quello scopo.

Violet scelse le erbe medicinali che sapeva di poter trapiantare senza rischiare che morissero nel processo; si assicurò che ciascuna piantina avesse radici intatte in una zolla di terra ben umida e, dopo che furono riposte nelle ceste, le fece coprire con teli di juta bagnati. Infine, raccomandò a John, il conducente del carretto, di affrettarsi, in maniera da lasciare le piantine fuori terra il meno a lungo possibile; John, che aveva previsto quella richiesta data la natura del carico, aveva scelto apposta i due cavalli più robusti e veloci delle scuderie, così poté assicurarle che sarebbe stata esaudita.

William li invitò a rimanere per pranzo, ma i due ospiti declinarono, perché se si fossero fermati avrebbero fatto troppo tardi per recarsi anche a Thurgarton; infatti, in previsione di ciò, avevano portato un pranzo al sacco.

"Faremo un'altra volta", gli assicurò la figlia, dandogli un bacio di congedo sulla guancia barbuta, "e ci fermeremo tutto il giorno, va bene?"

"Ma certo", assentì l'anziano cavaliere, un poco deluso ma consapevole che il motivo del rifiuto era valido.

Guy e Violet rimontarono quindi sulle rispettive cavalcature e si diressero alla volta del monastero.

Lungo la strada, mentre caracollavano alternando un po' di trotto al passo, Violet continuò a rimuginare sulle parole di Rebelle. Desiderava essere baciata ancora da Guy in quel modo emozionante che aveva sperimentato la prima notte di nozze, ma non osava chiederglielo apertamente; tuttavia, anche l'idea di essere lei la prima a baciarlo, come suggeritole dalla cugina, la faceva arrossire per l'imbarazzo.

"Sei silenziosa", osservò Guy dopo un po', "Qualcosa non va?"

"No, niente", negò Violet, e all'occhiata scettica del marito, "Solo elucubrazioni su come sistemare il mio nuovo laboratorio a Nottingham", mentì.

"Sai che puoi usare qualsiasi risorsa del castello", le ricordò il marito, "o chiedere che ti procurino qualsiasi cosa tu ritenga necessaria."

"Sì, e ti ringrazio. In effetti, avrei in mente qualche miglioria rispetto al laboratorio di Chetwood, a cominciare dall'illuminazione. A volte mi serve molta luce."

"Tutto quello che ti occorre", ribadì Guy.

Rotto il silenzio, ripresero a discorrere così come avevano fatto nel tragitto da Nottingham a Chetwood, finché Violet, indicando il sole che s'intravedeva oltre il baldacchino delle chiome arboree, non suggerì che fosse arrivato il momento di rifocillarsi. Guy fu d'accordo – in effetti, il suo stomaco cominciava a sentire i morsi della fame – così arrestarono i cavalli e smontarono. Legarono i cavalli a un ramo basso, poi Guy stese una coperta a poca distanza dal sentiero, mentre Violet tirò fuori le vettovaglie dalle bisacce: pane, formaggio, manzo affumicato, frutta essiccata e una borraccia di vino rosso.

Si divisero le pietanze e mangiarono, continuando a discorrere.

"Conosci il priore di Thurgarton, Matthew?" Violet domandò al marito.

"No, non ci ho mai avuto a che fare", rispose lui.

"È stato in Terrasanta con mio padre e si è fatto monaco dopo il ritorno", gli raccontò, "Ha detto d'aver visto troppo sangue e troppa morte, e per questo ha deciso di ritirarsi a una vita di contemplazione; ma le sue capacità organizzative, apprese nell'esercito, lo hanno portato a esser eletto priore quando è mancato il precedente."

"Quindi è una tua buona conoscenza?" al cenno affermativo della moglie, Guy concluse, "Per questo hai preferito venire a chiedere un frate del suo monastero per la cappella del castello, piuttosto che domandare al vescovo Alderic."

"Precisamente", confermò lei, "Il priore Matthew sa bene che non mi piacciono i preti tutti peccato e rimproveri e quindi sceglierà un frate adeguato."

Dal cipiglio con cui lo disse, Guy intuì che in passato Violet aveva avuto a che fare con qualche chierico troppo rigido e non voleva ripetere l'esperienza. Per quanto riguardava lui, era abbastanza indifferente agli ecclesiastici, a meno che non volessero impicciarsi dei suoi affari, nel qual caso non li tollerava proprio. La sua fede era formale, non sentita, e da anni si recava a messa solo quando le circostanze lo rendevano necessario, come per le grandi ricorrenze religiose o per il proprio matrimonio un mese prima.

Prese la borraccia con il vino, dove ne era rimasto un poco; vedendo che il bicchiere di Violet era vuoto, gliene versò, dividendo quanto rimaneva della bevanda tra la moglie e sé. Lei lo ringraziò con un sorriso prima di bere, e Guy si ritrovò a desiderare ardentemente di essere quel bicchiere di semplice terracotta per godere del tocco delle sue labbra…

Si riscosse da quella fantasia assurda e distolse gli occhi; ma Violet si era accorta del suo sguardo e ora si sentiva improvvisamente accaldata. Leggermente inebriata dal vino e da quell'occhiata ardente, depose il bicchiere ormai vuoto e chiamò:

"Guy…"

Lui tornò a guardarla e, vedendola con le guance accese e gli occhi brillanti, si sentì percorrere da un caldo brivido.

Attratta da quelle iridi azzurro chiaro, in cui ardeva una fiamma dal significato per lei sconosciuto ma nondimeno terribilmente eccitante, Violet si sporse verso il marito e posò una mano sul suo petto.

"Guy…" ripeté a voce più bassa. Il suo tono leggermente arrochito suscitò uno sfarfallio nello stomaco dell'uomo che, incoraggiato dall'atteggiamento della moglie, si sporse verso di lei. Lo sguardo di Violet scese sulle sue labbra; notandolo, il cuore gli saltò in gola. Voleva che la baciasse! comprese frastornato. Dalla prima notte di nozze, era rimasto in attesa di un segnale spontaneo, non indotto da suoi eventuali tentativi di seduzione; via via che i giorni erano passati, si era sentito sempre più scoraggiato, ma ecco che adesso lei lo stava chiaramente invitando a baciarla.

O era solo frutto del suo desiderio che accadesse?

Nel dubbio, Guy decise di muoversi con estrema prudenza. Delicatamente, prese Violet per le spalle e l'attrasse a sé, adagio, lasciandole tutto il tempo e il modo di ritrarsi, se avesse cambiato idea.

Violet non lo fece e anzi, quando gli fu quasi addosso, sollevò la mano che gli aveva posato sul petto per sfiorargli la guancia, poi l'orecchio, facendolo rabbrividire.

"Violet…" mormorò, in tono d'intensa passione. Dalla sua mancanza di reazione, comprese che lei non era consapevole di quanto lui la desiderasse, di quanto bramasse di stenderla sulla coperta, sollevarle le gonne e tuffarsi dentro di lei fino a farla gridare di piacere… La sua innocenza, unita alla consapevolezza di quanto dolore, nel corpo e nell'anima, lei avesse patito in passato a causa di un marito indifferente, se non brutale, lo aiutò a calmare i bollenti spiriti.

Sollevò a sua volta una mano e le sfiorò le labbra con il pollice. Violet sollevò il viso verso il suo; le loro bocche erano adesso vicinissime, tanto da percepire l'uno il respiro dell'altra. Guy attese un altro attimo, per assicurarsi ancora una volta che quello era proprio ciò che lei voleva, poi abbassò la testa e posò le labbra su quelle di lei.

Il bacio iniziò in maniera casta; stavolta, Violet non attese che lui la sollecitasse e, dopo qualche istante, schiuse le labbra, desiderosa di sentire la sua lingua accarezzare la propria come la prima notte di nozze.

Guy si sentì mancare il fiato; rispose a quell'invito, approfondendo il bacio con tutta la dolcezza di cui fu capace, timoroso di spaventarla. Le loro lingue s'intrecciarono, vezzeggiandosi a vicenda, avanzando e ritirandosi, inseguendosi per unirsi nuovamente. Osò stringerla più forte contro di sé, e Violet sollevò anche l'altro braccio, allacciando entrambi dietro la sua nuca.

La posizione seduta era alquanto scomoda, con entrambi protesi l'uno verso l'altra, le gambe ripiegate in mezzo a loro a tenerli separati. Guy circondò Violet con le braccia, si sollevò sulle ginocchia e poi l'adagiò sulla schiena, sopra la coperta, sdraiandosi al suo fianco; ebbe cura di muoversi sempre molto lentamente, di modo che lei capisse che, se voleva, poteva sottrarsi e interrompere quel che stavano facendo.

Ancora una volta, Violet non lo fece.

Incoraggiato, Guy tolse brevemente le labbra da quelle di lei, solo per angolare il viso dall'altra parte e poterla baciare meglio. Emozionato, la sentì stringerlo maggiormente ed allora si permise di posarle una mano sul lato del seno. Violet sussultò leggermente, poi tornò a rilassarsi. A quel punto, Guy mosse la mano per sfiorare la soffice rotondità che stava toccando in una carezza lievissima. Sotto la fine seta del suo abito, incontrò il rigonfiamento del capezzolo inturgidito ed ebbe un attimo di vertigine per quella conferma dell'eccitazione di Violet. Lo desiderava, ma ne era consapevole? Ne dubitava. Doveva guidarla lungo i sentieri della bramosia con pazienza, passo dopo passo, fino a farle capire che lo voleva quanto lui voleva lei.

Violet si sentiva come in preda alla febbre, accaldata e col fiato corto. Voleva di più, ma che cosa, precisamente, non aveva idea. Tra le cosce percepiva un calore mai provato prima, mentre un formicolio interno la percorreva. Rebelle le aveva detto che erano i sintomi del desiderio e l'aveva esortata a lasciarsi andare ad esso. Lo sgradevole ricordo della sensazione della carne di Charles dentro la propria si affacciò alla sua mente, disturbando quel momento esaltante, e lei lo scacciò con forza. Tornò a concentrarsi sulle sensazioni presenti, sulla mano di Guy posata sul suo seno, sulle sue dita che ne stavano accarezzando la punta, suscitando in lei una sensazione strana che collegava quell'apice con le sue profondità femminili, facendole tremolare più forte. Sospirò di piacere.

Guy la udì; di nuovo incoraggiato, si staccò dalla bocca di lei e depose piccoli baci sulla sua mascella, sotto l'orecchio, sul lato del collo, sulla gola. Imbaldanzito da altri sospiri amorosi, scese sul petto, giù fino all'orlo della scollatura, laddove si gonfiava la morbida pienezza del suo seno.

Violet sentiva sempre più caldo. Il cuore le martellava nel petto, il respiro si faceva più affrettato. Il suo grembo era letteralmente in fiamme. Voleva… cielo, voleva che lui la toccasse proprio , dove si sentiva ardere! Il fiato le si strozzò in gola.

Vide Guy abbassare ancora di più la testa e sentì le sue labbra posarsi attorno ad un duro bocciolo. Finora, Violet li aveva avuti eretti solo per il freddo e non capiva come potessero essere diventati così adesso. Poi gemette: Guy le stava passando i denti sul capezzolo ritto e, se prima la sensazione delle dita era stata piacevole, adesso era addirittura travolgente.

Il suono del suo lamento rischiò di mandare Guy in deliquio. La propria durezza era quasi insopportabile, costretta dentro pantaloni diventati troppo stretti. Desiderò pazzamente di liberarsi, denudarla e farla sua; ancora una volta si richiamò all'ordine, facendo appello al proprio autocontrollo, ma sentendo che Violet gli stava infilando le dita tra i capelli e che cominciava a stringerlo maggiormente contro il suo seno quasi lo perse.

S'immobilizzò e, con uno sforzo immane, si ritrasse e si alzò a sedere.

"Devo… devo fermarmi adesso", gracchiò, "O sarà troppo tardi."

Violet lo guardò senza capire, lo sguardo annebbiato; si mise anche lei seduta e aprì bocca per dire che non voleva che lui si fermasse, poi vide il suo sguardo, quasi selvaggio, e improvvisamente si spaventò. Non più arginati dalla sua volontà, odiosi ricordi le invasero la mente e smorzarono brutalmente il suo desiderio.

Vedendo il terrore cominciare a far capolino nel suo sguardo, Guy si affrettò a farle una carezza tranquillizzante, sfiorandole una guancia.

"Non temere nulla", le disse sottovoce, "Non farò mai niente che tu non voglia."

Rassicurata, anche se ancora inquieta, Violet annuì.

"Lo so", rispose, anche lei sottovoce.

Ci fu un momento d'impacciato silenzio, in cui nessuno dei due sapeva cosa dire.

"Cosa…" cominciò la giovane donna, confusa, senza neanche sapere quello che voleva chiedere. Guy la guardò, attendendo pazientemente che si esprimesse, "Cosa stavamo facendo?" domandò lei infine.

Passato il momento cruciale, Guy si era calmato abbastanza da sentirsi, ora, intenerito da quell'interrogativo così ingenuo.

"Stavamo facendo l'amore", rispose, con semplicità. Violet sbatté le palpebre, chiaramente perplessa:

"Ma quello non è… l'atto coniugale?"

Lui annuì:

"Certo, ma anche questo lo è. Fa parte di ciò che precede la… diciamo… consumazione vera e propria."

"Oh."

Era lampante che Violet non aveva mai sperimentato nulla del genere, pensò Guy, provando ancora una volta una rabbia bruciante verso Roganton.

"Mi è sembrato che lo trovassi gradevole", aggiunse, nel modo più delicato che riuscì a pensare.

Lei arrossì vistosamente.

"Sì, era gradevole", confermò, "Molto", aggiunse, con maggior sicurezza. Che diamine, Guy era suo marito, aveva tutto il diritto di dirgli cosa le piaceva e cosa no.

"Non sai quanto questo mi renda felice", mormorò il cavaliere nerovestito, "Spero che lo rifaremo presto."

Violet si ritrovò a sorridere a quell'allettante prospettiva; poi si oscurò in volto:

"Ma non è troppo… difficile, per te? Intendo dire… non portare a termine?"

"Certo che è difficile", confermò Guy con sincerità, "ma stavolta sono stato colto di sorpresa; la prossima volta sarò preparato, e allora sarà meno difficile."

Non ne era sicurissimo; ma non poteva rinunciare all'opportunità di suscitare il desiderio di Violet e di spingerlo ancora un po' più in là, ogni volta di più, fino a farle bramare il completamento quanto lui.

Per ora, comunque, era meglio che si allontanasse definitivamente dalla tentazione.

"Si sta facendo tardi", osservò, lanciando uno sguardo alla posizione del sole che occhieggiava tra i rami, "Sarà meglio proseguire."

Si alzò ed aiutò la moglie a fare altrettanto; misero via i resti delle vettovaglie e la coperta, poi rimontarono in arcione e ripresero la strada verso Thurgarton.

Raggiunsero il monastero un'ora più tardi. Bussarono al portone, usando il semplice batacchio di ferro che spiccava al suo centro; poco dopo, si aprì lo spioncino, attraverso cui videro due occhi scuri dall'espressione bonaria.

"Chi è?" volle sapere il proprietario di quegli occhi.

"Sir… Lord Guy e lady Violet di Nottingham", dichiarò lo sceriffo, ancora poco avvezzo al nuovo titolo di entrambi. Un tempo, rifletté in un lampo, avrebbe letteralmente ucciso anche solo per riavere Gisborne; e adesso era un pari di Robin di Locksley, e lo era diventato senza colpo ferire, anzi aveva addirittura acquisito per moglie una donna stupenda come Violet.

"Ben arrivati", disse il frate portinaio, "Vi aspettavamo."

Violet aveva infatti mandato anche lì – così come a Chetwood – un messaggero per preannunciare la loro visita al priore. Pochi istanti dopo, il portone si aprì e comparve un monaco dal volto rubicondo e gioviale, vestito con un saio color grigio scuro.

"Prego, entrate", li invitò con un ampio gesto del braccio. Guy, che era smontato per bussare, condusse Darkshadow per le briglie, mentre Violet diede leggermente di tallone a Snowflake perché avanzasse; una volta dentro il chiostro, smontò anche lei.

Il portinaio chiese loro di attendere un momento e si allontanò, camminando in modo sorprendentemente veloce per la sua stazza; poco dopo era di ritorno con due confratelli.

"Fra Ruthan si occuperà dei vostri cavalli", disse, indicando il più giovane, un novizio a giudicare dal fatto che la sua tonaca era più chiara e bordata di bianco, "mentre fra Peter vi condurrà dal priore."

"Grazie", disse Violet, consegnando le briglie della sua cavalcatura al novizio. Guy l'imitò e poi seguirono fra Peter all'interno del monastero; poco dopo furono introdotti alla presenza del padre superiore, che si alzò per accogliere i suoi importanti ospiti.

"Mia cara Violet!" esclamò, andandole incontro con un ampio sorriso, "Ma forse dovrei dire lady Nottingham…"

"Per carità", si schermì Violet, che lo conosceva da quand'era bambina, "A meno che tu non voglia farti chiamare da me Reverendo Priore…"

L'anziano religioso rise di gusto e l'abbracciò, a dimostrazione che il loro era un rapporto molto informale; poi si girò verso Guy con aria interrogativa.

"Mio marito", Violet si affrettò a fare le presentazioni, "Lord Guy, barone di Nottingham. Guy, questo è il Reverendo Priore Matthew."

Guy si produsse in un rispettoso inchino, piegando la schiena nell'omaggio dovuto a un religioso di rango.

"Lieto di conoscervi, priore", disse.

"Piacere mio, signore", lo contraccambiò Matthew, scrutandolo con attenzione: non aveva mai avuto occasione d'incontrare Gisborne, il tirapiedi di Vaisey, ma era a conoscenza delle sue azioni al servizio di quest'ultimo, nonché delle circostanze che lo avevano portato, piuttosto sorprendentemente, prima a ricoprire la carica di sceriffo della contea, e poi addirittura a ricevere il titolo di barone. Era rimasto sorpreso che Violet avesse scelto un simile marito, ma non si permetteva di giudicare la sua decisione, sia perché non era informato delle motivazioni che l'avevano spinta, sia perché conosceva bene il suo spirito e la sua intelligenza.

"Prego, sedete", li invitò, indicando le sedie imbottite poste di fronte alla sua scrivania di noce massiccio, "Posso offrirvi qualcosa di fresco?"

"I frati producono un'eccellente birra scura", Violet informò Guy mentre prendevano posto, "Ti suggerisco un assaggio."

"Va bene", accettò lo sceriffo, "Grazie, priore."

Matthew fece un cenno a fra Peter, che era rimasto in attesa sulla soglia, e il monaco annuì prima di uscire.

"Sai già i motivi della nostra visita", disse Violet, tornando a rivolgersi al priore, "Hai qualcuno cui poter affidare il compito di cappellano del castello? E potete fornirci gli oggetti liturgici che ti ho elencato nel mio messaggio?"

"Sì a entrambe le cose", confermò Matthew, "Farò mandare al castello tutto quanto domani stesso, e tra poco manderò a chiamare il fratello che ho scelto, così lo potrete incontrare. Sono molto lieto che abbiate pensato al mio monastero per badare alla cappella del vostro castello", aggiunse, includendo Guy nella conversazione, "Il vecchio barone non era, come dire, molto propenso alle cose spirituali."

"Non lo era affatto", confermò Guy, "e vi confesso, priore, che neppure io sono molto portato; ma Violet è la signora del castello e ha espresso il desiderio di restaurare e rimettere in funzione la nostra cappella, e io sono felice di esaudirla."

Matthew guardò Guy con apprezzamento:

"Vi ringrazio della vostra sincerità, signore", disse, "Preferisco di gran lunga un uomo che si professa poco religioso ma si comporta onestamente a uno che va a messa ogni giorno ma poi commette azioni riprovevoli."

Guy sostenne lo sguardo, indagatore ma franco, dell'uomo più anziano.

"Mi sforzo di far parte della prima categoria da voi citata", dichiarò in tono fermo.

Matthew pensò che doveva essere veramente così, se nonostante la sua pessima fama passata Violet lo aveva sposato.

"Ne sono certo", annuì pertanto.

In quel momento tornò fra Peter con un vassoio, sopra al quale era posata una caraffa di semplice terracotta e tre coppe di legno. Il monastero di Thurgarton non era tra i più ricchi della contea, anche se i frati vivevano più che dignitosamente del loro lavoro e delle offerte dei villici e della piccola nobiltà locale, e comunque Matthew aveva adottato uno stile di vita molto semplice, nonostante le sue origini nobili.

Fra Peter posò il vassoio sulla scrivania e versò la birra nei bicchieri.

"Grazie, Peter", disse Matthew, "Ora fa venire Tuck, per favore."

Il monaco annuì e tornò ad uscire; Matthew prese una coppa e la sollevò in direzione dei suoi ospiti:

"Alla vostra salute."

"Grazie", rispose Guy, afferrando a sua volta un bicchiere, "Alla vostra, priore."

Violet annuì, unendosi al brindisi; prese il terzo calice e lo alzò in direzione del religioso.

Bevvero; dopo i primi due sorsi, Guy convenne che la birra era veramente eccellente e chiese al priore se fosse possibile acquistarne qualche botticella. Matthew ne fu molto compiaciuto e gli rispose positivamente; stavano accordandosi sul prezzo e la quantità, quando arrivò Tuck.

Vedendolo rispettosamente fermo sulla soglia, Matthew gli fece cenno di entrare.

"Signora, signore", disse in tono formale, "vi presento fra Tuck. Anche lui ha combattuto in Terrasanta, nella crociata del nostro buon re Riccardo; è rimasto ferito gravemente in una delle prime battaglie e quindi è stato congedato. Per gratitudine a Nostro Signore che l'ha miracolosamente salvato dalla morte, ha deciso di pronunciare i voti, che sono stati confermati sei mesi fa."

Tuck avanzò nella stanza; era alto e robusto come ci si poteva aspettare da un soldato, il volto bruno dall'espressione gentile ma decisa, del tipo che diceva sono una persona buona ma è meglio se non mi fai arrabbiare. Zoppicava vistosamente con la gamba sinistra, ma nonostante questo, camminava con sicurezza, aiutandosi con un robusto bastone. Guy sospettò che, all'occorrenza, lo sapesse usare come arma.

"Tuck, questi sono lady Violet e lord Guy, baroni di Nottingham", Matthew completò le presentazioni.

Tuck chinò il capo in segno d'omaggio.

"Sono felice d'incontrare le loro signorie", disse con voce profonda, in tono rispettoso ma per nulla ossequioso, "Il priore Matthew mi ha fatto l'onore di affidarmi l'incarico di cappellano per voi. Spero che i miei servigi saranno di vostro gradimento."

Il discorso e il tono in cui esso fu pronunciato piacquero a Violet.

"Piacere di fare la vostra conoscenza, fra Tuck", disse, "Se il mio buon amico il priore Matthew ha scelto voi per essere il nostro cappellano, sono sicura che incontrerete il nostro favore. Quando pensate di poter cominciare a venire?"

"Anche domani stesso, signora."

Violet si girò verso il marito:

"Per te va bene, Guy?"

"Qualsiasi cosa vada bene a te, mia signora moglie", dichiarò il barone. Non sorrise, ma il suo sguardo era carico di calore e, vedendolo, lei si sentì sfarfallare lo stomaco; senza rendersene conto, corrispose quello sguardo con uno di uguale calore.

Il priore notò quello scambio di occhiate e si sentì rasserenato riguardo alla situazione di Violet; gli parve infatti evidente che i due sposi condividessero un sentimento d'amore che non era affatto scontato, tra i nobili.

"Allora è deciso", intervenne, "C'è un'ora abbondante a cavallo da qui al castello di Nottingham", proseguì poi, rivolto a Guy e Violet, "In caso di maltempo, fra Tuck potrebbe non essere in grado di venire, oppure trovarsi bloccato presso di voi."

Violet annuì e si rivolse direttamente al monaco:

"Se aveste un impedimento, fra Tuck, non ne faremo una tragedia", gli assicurò, "e in caso foste sorpreso dal maltempo mentre vi trovate a Nottingham, potrete fermarvi per tutto il tempo necessario, anche per la notte."

" Grazie, signora."

"Vi avviso che ha un robusto appetito", ridacchiò Matthew; Tuck sogghignò, facendo balenare denti bianchissimi tra le labbra carnose, prima di ricomporsi frettolosamente. L'osservazione del priore e la reazione del frate suscitarono in Guy un inaspettato sentimento di simpatia per entrambi: era evidente che il loro passato da soldati li rendeva diversi dai normali uomini di chiesa, che lui vedeva in genere come fumo negli occhi. Rammentando come Violet la pensava riguardo ai religiosi, ritenne che Matthew avesse fatto una scelta avveduta.

Seguendo la consuetudine, Guy e Violet fecero una generosa donazione al convento, sotto forma di un sacchetto pieno di monete d'oro, in cambio dei servigi di fra Tuck.

Matthew li ringraziò, poi Tuck prese congedo e loro terminarono di bere. Conclusa la trattativa per la fornitura di un certo quantitativo di botticelle di birra del monastero, anche Guy e Violet si congedarono e si avviarono verso Nottingham.

Il pomeriggio cominciava a declinare verso la sera, ma c'erano ancora diverse ore di luce, così la presero con calma.

"Allora, che ne pensi di Matthew?" domandò Violet.

"Mi piace… per essere un uomo di chiesa", rispose Guy, "e anche Tuck", aggiunse, prevenendo la probabile seconda domanda della moglie.

"Ne sono contenta", dichiarò Violet, chiaramente sollevata. Lui le lanciò un'occhiata incuriosita:

"Se Tuck non avesse incontrato il mio favore, avresti chiesto un altro cappellano?" indagò.

"Certamente: so che non sei molto entusiasta dei religiosi, quindi avrei domandato a Matthew di scegliere qualcun altro più di tuo gradimento. Comunque, se Tuck non avesse incontrato il mio favore, avrei fatto lo stesso", concluse Violet con una scrollata di spalle e un sorrisetto feroce.

Guy sogghignò, rammentando quanto lei aveva dichiarato qualche ora prima:

"Davvero neppure tu hai un grande affetto per i religiosi?"

"Non ho nessun affetto per quelli che vedono unicamente le colpe e non anche i meriti delle persone", chiarì Violet con decisione, "Quelli che parlano solo di punizioni e mai di speranza, che credono che la vita debba essere solo sofferenza e mai gioia, che pensano che la bellezza sia un peccato e dimenticano che essa è dono di Dio quanto tutto il resto", scosse la testa, "Ho rispetto dell'abito talare, ma se un uomo o una donna di chiesa si comportassero così in casa nostra, gli mostrerei l'uscita. Gentilmente, ma fermamente. Col tuo permesso, s'intende…"

Guy fece il suo tipico sorriso sghembo, ma gli occhi luccicavano di divertimento:

"Oh, in un caso simile, avresti tutto il mio appoggio, non preoccuparti!" esclamò, poi si girò a guardarla, "Come ce l'hai per tutto il resto", aggiunse in tono serio.

Violet sentì un nodo formarsi in fondo alla gola: la stima di Guy la rendeva veramente molto felice.

"E per questo non ti ringrazierò mai abbastanza", affermò sottovoce. Guy comprese che stava pensando a com'era stata trattata dal primo marito, al quale aveva dovuto chiedere il permesso qualsiasi cosa facesse, tranne per le faccende prettamente muliebri. Ancora una volta, provò un terribile rancore verso il defunto barone di Roganton; quasi quasi avrebbe voluto che fosse ancora vivo per sbudellarlo in singolar tenzone.

Erano ormai nelle vicinanze di Nottingham e usciti dalla foresta quando, scorrendo lo sguardo sul terreno erboso davanti a loro, Violet scorse un ricco cespo di piantaggine, una pianta molto versatile, adatta sia al consumo in cucina – ad esempio aggiunta alle uova per farne delle frittate, oppure all'insalata – sia come erba medicinale per le sue proprietà antinfiammatorie e astringenti, eccellente ad esempio sotto forma d'infuso o di decotto per la cura della tosse e del catarro.

"Vorrei raccogliere un po' di quella pianta", disse, indicando.

"Ma certo", approvò Guy, tirando le redini di Darkshadow. Violet fece altrettanto, poi saltò agilmente giù dalla sella; ma non aveva visto un sasso nascosto tra l'erba ed il suo piede destro finì dritto sopra di esso. Sentì un dolore lancinante alla caviglia e cadde con un grido a metà tra dolore e sorpresa.

Guy balzò dall'arcione e in un lampo le fu accanto.

"Violet!" esclamò, "Cosa ti sei fatta?"

"La caviglia", rispose lei, stringendo i denti, "Me la sono storta. Accidenti!" ringhiò in modo ben poco da signora.

"Vediamo", disse Guy, spostandosi e sollevandole l'orlo della gonna; Violet indossava degli stivali per cavalcare, alti fino al ginocchio e chiusi da lacci di cuoio. Guy sciolse i lacci, poi sfilò delicatamente lo stivale dal piede e tastò la caviglia.

"Ti fa molto male?" domandò, senza riuscire a celare l'ansia nella voce.

"Abbastanza", confermò lei; tentò cautamente di muovere l'articolazione, ma una fitta di dolore la trafisse e fece una smorfia, "Slogatura", borbottò con un sospiro esasperato, "Ma quanto sono stata stupida…!"

Guy la guardò con aria di rimprovero:

"Nessuno può chiamare stupida mia moglie", disse in tono serio, "Neanche mia moglie."

Ottenne una risatina, cosa che lo rincuorò: distrarla era stato precisamente il suo intento.

"Cosa posso fare?" chiese a quel punto.

"Aiutami a rimettermi a cavallo", rispose Violet, "Non devo camminare, quindi una volta al castello, temo che dovrai portarmi di peso fino in camera."

"Non sarà un problema", le assicurò Guy. Ripose lo stivale che le aveva sfilato nella bisaccia di Snowflake, poi si chinò e aiutò Violet ad alzarsi. Una volta che fu in piedi, la prese in braccio e la trasportò fino al proprio cavallo.

"Non c'è bisogno", protestò Violet, "posso cavalcare…"

"Preferisco di no", dichiarò lui in tono che non ammetteva repliche, issandola in groppa allo stallone da guerra, "Darkshadow non sentirà neanche la differenza di peso", aggiunse più gentilmente, montando a sua volta dietro di lei. Per lasciarle spazio, si spostò il più indietro possibile sulla sella, ma per quanto abbastanza ampia, per due persone era sicuramente piccola, costringendoli a stare a stretto contatto.

Raccolse le briglie di Snowflake, poi segnalò al proprio destriero di mettersi in moto. Obbediente, Darkshadow si avviò al passo.

"Mi dispiace", disse Violet, a disagio per il disturbo che stava causando.

"Di che cosa?" trasecolò Guy, "Poteva succedere a chiunque, anche a me", fece il suo tipico sorrisetto storto, "Anzi mi è capitato, per due volte, una proprio saltando giù da cavallo. Chiedi a Drastan: era presente. Il mio cavallo è scappato, piantandomi in asso nel bel mezzo della strada; Drastan ha dovuto caricarmi sul suo e poi ha scarpinato per tutta la strada fino alla magione di lord Glenford. Vedi bene che è stata una disavventura peggiore di questa…"

Tranquillizzata, Violet si rilassò; era piacevole, pensò, sentire le braccia di Guy attorno a sé, il calore del suo corpo contro la schiena. Confortante. Rassicurante. Senza rendersene conto, s'inclinò all'indietro, accoccolandosi maggiormente nell'abbraccio del marito.

Guy si sentì intenerire da quel gesto, che esprimeva intimità e fiducia. Il suo senso protettivo nei confronti della moglie si acuì; ma, a causa della stretta vicinanza dei loro corpi, si accese il suo desiderio per lei. Corrugò la fronte: come poteva pensare a quello, quando lei era dolorante per una storta? Si vergognò di se stesso e represse ogni pensiero in quel senso.

Occorsero solo venti minuti prima che arrivassero alle porte di Nottingham, e altri dieci prima che raggiungessero il castello.

"Devo far chiamare il cerusico, o Matilda?" domandò Guy.

"No, posso cavarmela da sola", rispose Violet, "Mi basterà l'assistenza di Sally."

Sally era la figlia di Joanna, la cuoca, che gliel'aveva proposta come cameriera personale; aveva un paio d'anni meno di lei e, pur avendo un carattere più dolce di sua madre, era del pari efficiente e capace. A Violet era piaciuta e quindi l'aveva ingaggiata.

Guy si lasciò scivolar giù di sella e, mentre lo stalliere accorreva a prendere in consegna i loro cavalli, aiutò la moglie a scendere, afferrandola per la vita e poi prendendola in braccio. Alla guardia che si affrettò ad aprire il portone ordinò di mandare a chiamare Sally, poi salì lo scalone che conduceva al primo piano, dov'erano situate le loro stanze. Nell'androne incrociarono Lance, il garzone che aveva assistito Violet durante l'epidemia di morbillo, che abbandonò all'istante qualunque fosse il compito che stava eseguendo per precederli correndo ad aprire la porta della camera da letto. Violet gli lanciò un sorriso di gratitudine e, notandolo, anche Guy bofonchiò un ringraziamento. La sua non era né arroganza né indifferenza, solo l'abituale distacco che i nobili riservavano alla servitù, che Violet aveva visto anche al castello di Roganton, un atteggiamento molto diverso da quello famigliare di una magione assai più piccola com'era Chetwood Manor.

Guy depose la moglie delicatamente sul letto; vedendo che Lance era fermo sulla soglia, in attesa di eventuali richieste, Violet gli fece cenno, richiamando la sua attenzione.

"Lance, per favore vai alle scuderie a prendere le mie bisacce e portamele", lo istruì, "E già che ci sei, porta anche quelle del barone."

"Sì, signora", rispose il garzone, scattando subito di corsa.

Violet sollevò la gonna per controllare la caviglia slogata; come c'era da aspettarsi, si era gonfiata, ma meno di quanto aveva temuto potesse accadere: significava che la distorsione era leggera.

Fece per muovere la gamba e posarla sul letto; Guy intervenne prontamente ad aiutarla, ponendo una mano sotto il suo tallone e sollevando cautamente il piede. Poi s'inginocchiò e slacciò lo stivale che Violet ancora indossava, sfilandolo dal piede.

"Oh cielo, cos'è successo?" domandò una voce femminile dalla porta, rimasta aperta dopo l'uscita di Lance. Si voltarono entrambi a guardare: sulla soglia era comparsa Sally, i capelli biondi raccolti in una lunga treccia che le ricadeva su una spalla.

"Mi sono storta una caviglia", spiegò concisamente Violet, "Mi servono delle salviette e un catino d'acqua fredda."

"Subito."

La cameriera si volatilizzò; Guy guardò la moglie:

"Cos'altro posso fare per te?"

La sua perdurante premura toccava profondamente il cuore di Violet.

"Beh, ora c'è Sally…" osservò a bassa voce, quasi intimidita.

"In salute e in malattia", citò Guy, ricordandole una parte delle promesse nuziali, "Vale per entrambi gli sposi, tanto per la moglie quanto per il marito."

Il sorriso che lei gli rivolse, colmo di gratitudine e – forse – affetto, lo emozionò. I loro sguardi s'incrociarono e rimasero avvinti.

"Va bene", mormorò Violet, "Sulla scansia ci sono dei cofanetti di legno, mi puoi portare quella più a destra?"

Guy si affrettò ad andare a prendere quanto indicatogli; Violet aprì la scatola, piena di vasetti di terracotta accuratamente chiusi con tappi di sughero. Ne scelse uno e rese il contenitore al marito, che lo ripose al suo posto.

"Pomata all'arnica", spiegò Violet, sollevando il vasetto, "Allevierà il dolore; ma prima di applicarla devo ridurre il gonfiore con delle compresse fredde, per questo ho chiesto a Sally acqua e asciugamani. Meglio anche applicare un impiastro di argilla verde per accelerare il processo. E infuso di camomilla per curare l'infiammazione dei tendini e dei legamenti. Poi, dovrò tenere ferma la caviglia con un bendaggio; qualche giorno di riposo, forse una settimana, farà il resto."

Guy aveva già visto Violet all'opera come guaritrice, durante l'epidemia di morbillo, e anche se la sua fama gli era già stata nota, ne era rimasto impressionato ed ammirato; ora trovò ulteriore conferma della sua abilità e competenza.

Sopraggiunse Lance con le bisacce; Guy le prese in consegna e congedò il ragazzo, poi recuperò lo stivale che aveva tolto a Violet quando si era slogata la caviglia e lo posò accanto all'altro, per infine riporre la borsa sopra la cassapanca ai piedi del letto.

Poco dopo arrivò anche Sally con il catino d'acqua fredda e le salviette. Convincendosi infine che la stava lasciando in buone mani, Guy si ritirò in camera sua e ordinò un bagno. Mentre era in ammollo nell'acqua tiepida, ripensò a quel pomeriggio ricco di avvenimenti emozionanti: prima le effusioni con la moglie, che gli avevano incendiato il sangue nelle vene, e poi l'incidente che, per un attimo, gliel'aveva invece gelato. Emozioni opposte che non erano altro che le due facce di una stessa medaglia.

Quella che proclamava, ormai oltre ogni possibile dubbio, che era follemente innamorato di lei.