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Capitolo XVIII
Occhi di luce
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La vita a volte blandisce ed altre volte graffia.
Come una bambina dispettosa cambia prospettive all'improvviso e raramente si lascia domare accomodante e benevola da chi pretende di forzarne il corso.
A volte vincitori e vinti alternano rocambolescamente i loro ruoli sul palcoscenico più importante e la storia si riscrive da sola beffarda mentre le pagine si sfogliano senza controllo sotto gli occhi di chi ha tentato di metterla in scena come un copione già ben studiato.
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Terence aveva passato dei giorni interminabili e drammatici chiuso nel suo appartamento.
Sbollite le prime reazioni a caldo, si era barricato in un silenzio inaccessibile rifiutandosi finanche di mangiare tra i vani tentativi di chi cercava di incitarlo a risollevarsi.
Dopo circa una settimana però la signora Garrett lo aveva visto uscire, perfettamente curato e sbarbato, con il copione di Otello tra le mani ed un'espressione che non le era sembrata più inconsolabile.
L'attore aveva raggiunto la sua compagnia e chiesto di cominciare quanto prima a recitare nel suo ruolo minore. Lo aveva già preparato nei dettagli e senza alcuna esitazione superò brillantemente la piccola audizione preliminare richiesta per l'assegnazione ufficiale.
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Robert era rimasto impressionato dal suo comportamento.
Terence appariva pacato e rassegnato ma non scoraggiato. Gli sembrò addirittura di averlo sentito scherzare con Karen nei corridoi sul suo 'declassamento'.
Così, il giorno dopo aveva deciso di mandarlo in scena. Tanto valeva prendere il toro per le corna…
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Nessuno dal pubblico lo derise stavolta. Il suo Montano era stato ineccepibile.
L'aura di sicurezza che aveva accompagnato le sue poche battute aveva affascinato tutti.
Quel giovane artista era un concentrato di contraddizioni ma nessuno poteva negare che avesse un'incredibile forza d'animo.
Qualche cauto applauso accompagnò anzi fuori tempo la sua ultima uscita di scena, interrompendo la recitazione dei colleghi.
Il nuovo Otello invece non esaltò le folle.
Mark Romney aveva ancora la fama di brillante promessa di Broadway ma la gioia prepotente per l'inattesa opportunità che gli era piombata addosso lo aveva spinto a strafare. La sua prova fu sempre sopra le righe e, sostanzialmente, deludente.
Come quella di Susanna.
La primadonna era apparsa un'ombra dell'irraggiungibile e perfetta Desdemona delle settimane iniziali.
Sembrava opaca, spenta, tesa, anche meno bella.
L'esibizione della Stratford fu accolta con una tiepida risposta. Solo la grande prova di Robert strappò applausi a scena aperta salvando complessivamente la serata.
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Terence appena finito lo spettacolo scappò subito via per un'uscita secondaria per non incontrare compagni e fan. Nei giorni successivi fece lo stesso. Rimaneva all'Astor solo per il tempo strettamente necessario.
La minore preparazione che richiedeva il suo nuovo personaggio gli permetteva comunque in quel tempo di indugiare su nuovi particolari che cominciavano ad attrarre sempre più il suo interesse. La regia, la scenografia, il modo in cui Robert aveva pensato e predisposto quella rappresentazione…
Si era sempre divertito a guardare al di là del testo quando andava a teatro da spettatore; nel lungo saggio che aveva scritto aveva provato a mettere nero su bianco le sue idee sul rapporto tra opera, palcoscenico, attori e pubblico. Una visione sicuramente d'avanguardia la sua, che teorizzava la supremazia del simbolico sul descrittivo.
Avrebbe voluto sconvolgere gli spazi della rappresentazione se avesse assunto un giorno la regia, creando un'unica grande architettura in cui la scenografia si sarebbe dovuta fare 'rappresentazione di uno stato d'animo' che ogni spettatore avrebbe potuto interiorizzare, arricchendola nella sua mente di propri significati.
Ecco, il palco doveva essere per lui la dilatazione della sensorialità dello spettatore… Poco importava che un monologo shakespeariano fosse recitato davanti alle mura di un imponente castello o davanti ad un opprimente schermo nero che rifletteva la sua coscienza. Quest'ultimo sarebbe stato probabilmente più comunicativo per chi si fosse immedesimato nel dramma.
Con una nuova curiosità per il suo lavoro, aveva parlato con Robert di come avrebbe immaginato alcune scene ed il regista gli aveva concesso una piccola modifica dell'ultimo atto che rendeva ancora più coinvolgente il suicidio del protagonista.
Nel momento dell'ultimo bacio di Otello morente alla sua vittima adorata ed innocente, lo sfondo sarebbe stato sostituito da uno scenario piatto senza spazio e prospettive ed un velo scuro avrebbe avvolto gli amanti, lugubre ed eterno come la dannazione del protagonista, mentre dal letto un rigolo di sangue sarebbe sceso a inorridire gli animi degli spettatori accentuando il realismo della scena tragica e la sua funzione catartica.
Robert gli aveva dato carta bianca su tutti i dettami organizzativi e lui aveva mostrato un notevole senso pratico in grado di valorizzare la sua fantasia. Il pubblico, dopo una prima prevedibile contrarietà, aveva dimostrato di apprezzare quell'originale finale.
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Il minore tempo che dedicava alle prove in teatro Terence lo aveva riversato tutto sulla sua attività in associazione.
Il suo gruppo di laboratorio teatrale ne aveva beneficiato mostrando sensibili progressi. Nonostante quello che gli era capitato, i suoi allievi lo trovavano più sereno, come se fosse animato da una nuova energia.
Ormai passava gran parte delle sue giornate alla Nuovo Sorriso.
Se non era impegnato come tutor era con Albert a chiacchierare o a cavalcare. Sempre più di frequente rimaneva insieme a lui a cena passando ore piacevoli tra discussioni animate, risate e duetti improvvisati.
Di tanto in tanto era passato anche da Herbert e dai suoi amici scrittori.
Non li aveva mai seguiti però nelle loro notti di follia.
Non aveva visto più Scottie, ma sapeva che lui era impegnato in una piacevole novità e ne era francamente felice.
E non era ancora riuscito ad incontrare Candy…
I giorni si erano susseguiti veloci, aspettando che questa nuova energia trovasse il suo sfogo, nella piacevole tortura di quell'attesa.
Candy ed Anthony erano dovuti infatti partire di gran fretta per Lakewood per supportare Stear e Patty nella loro scioccante rivelazione alla famiglia. Visto che quest'ultima sarebbe rimasta alla villa fino al 'fatidico giorno', l'amica non aveva voluto lasciarla sola in un momento tanto delicato. Si era organizzata perciò con Annie, decidendo di darsi il cambio dopo una decina di giorni per non assentarsi entrambe troppo da New York.
A dire il vero, lui era rimasto un po' deluso quando Annie glielo aveva raccontato anche se era perfettamente a conoscenza del caos che sicuramente regnava tra gli Andrew in quel momento perché Stear lo aveva costantemente aggiornato sugli sviluppi della situazione.
Costretto inevitabilmente a ritardare il loro incontro, ne aveva approfittato per rimanere un po' di più a parlare con la bella tutor del laboratorio musicale. Molto spesso si era attardato con lei dopo le lezioni di pianoforte.
Terence provava per Annie una tenera curiosità, simile a quella che gli aveva inizialmente ispirato Susanna. Leggeva però in lei qualcosa di più oscuro. Un senso di affannosa noia con cui si affacciava al mondo, unito ad un percepibile disincanto con cui era arrivata a vedere la vita che gli ricordava molto sé stesso a Londra. Non riusciva a capacitarsene ma aveva la netta sensazione che lei lo avesse per qualche motivo 'scelto' come unico depositario di quel suo sommesso e irrivelabile dolore segreto.
Non gli aveva raccontato nulla di sé e delle sue pene, ma lui era riuscito a capire che quelle mezze verità, strappatele tra caustiche battutine e lunghi inibiti silenzi, erano più di quanto avesse confidato ad altri, seppure molto vicini. Il suo timido pudore, che tanto sentiva anche proprio, gli aveva reso cara quell'abbozzata amicizia.
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In quel caldo pomeriggio di luglio inoltrato l'attore dopo le prove si era chiuso nel suo camerino per leggere i primi documenti che gli aveva fatto pervenire l'investigatore privato.
Nonostante gli accurati pedinamenti a cui era stato sottoposto, Mark Romney non aveva commesso leggerezze. Il detective aveva solo scoperto un suo legame stretto con un gruppo di giornalisti dalla deontologia professionale alquanto criticabile.
"Ancora niente… maledizione!".
Il giovane sbottò d'insofferenza mordendo rabbiosamente una Lucky Strike tra le labbra.
Sul piccolo tavolino della sua stanza, che Robert non gli aveva voluto sostituire, molti mazzi di fiori ed una pila impressionante di lettere gli testimoniavano l'affetto e la fiducia che stava ritrovando nel suo pubblico; eppure, non poteva capacitarsene, non era ancora riuscito a trovare un pretesto per dimostrare la sua estraneità ai fatti di quella sciagurata sera!
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Prese in mano un po' di corrispondenza e cominciò a sfogliarla distratto, quando sentì bussare.
"Terence! Sei qui? Sono Robert!".
"Robert… avanti!".
Hathaway entrò affannato richiudendo subito la porta.
"Sei già pronto?" gli chiese notando che aveva già smesso gli abiti di scena e sembrava sul punto di andar via.
Terence gli rispose con una vena di sarcasmo.
"Con questo nuovo ruolo, se non altro, posso permettermi il lusso di recitare con la mia faccia... Non ho bisogno di tanto tempo per liberarmi da quell'odioso trucco!".
Il regista comprese quanta sofferenza si nascondesse dietro quei toni ostentatamente ironici e se ne rammaricò profondamente.
"Terence…" gli disse con voce rotta facendo qualche passo verso di lui "io… ci tenevo a dirti che sono davvero orgoglioso di come stai affrontando questa situazione. Stai dando a tutti qui una lezione di umiltà e di dignità…".
"Umiltà… non è mai stata la mia caratteristica principale, fin da ragazzino…" commentò lui sorridendo malinconico.
"Ma ora non sei più un ragazzino, figliolo! Sono contento dell'uomo che stai diventando…".
"Robert…".
Questa volta la sua voce non riuscì ad essere altrettanto distaccata e tradì tutta la sua commozione.
Robert gli bloccò il braccio, come concordato in quel loro muto codice di scena, ricevendo la sua silenziosa risposta tranquillizzante.
"Hai avuto novità da James Doson?" gli chiese solamente.
"No… ora però abbiamo la certezza della sostanza che è stata usata e del suo dosaggio, considerati i tempi e gli effetti che mi ha provocato. È molto probabile che chi mi ha drogato abbia sciolto in quella bottiglia la quantità necessaria a procurarmi uno stato prima di eccitazione e poi allucinatorio e depressivo durante lo spettacolo. Avrà calcolato i tempi accuratamente… per fare in modo che il mio crollo avvenisse in scena nel modo più eclatante".
"Qualche fine conoscitore di teatro… e di Otello!".
"Già anche io lo penso e lo temo…" gli rispose Terence sbiancando.
"Terence, ascoltami. Con chi hai parlato della compagnia di questi risultati delle analisi?".
"Solo con Karen. Le ho accennato alla faccenda delle dosi".
Robert corrucciò la fronte in evidente stato di tensione.
"Bene… ma ora, mi raccomando… non riferire più a nessuno quello che verrai a sapere dalle indagini di qui in avanti. È molto importante per arrivare alla verità!".
"D'accordo!" acconsentì lui riconoscendo la gravità delle loro supposizioni.
"C'è un'altra cosa che devo dirti…".
Terence lo squadrò intuendone immediatamente l'argomento dal suo viso imbarazzato su cui si era disegnata una ruga marcata.
"Ho confessato ad Eleanor che la amo due giorni fa. Mi ha detto che per lei non è cambiato nulla in tutti questi anni. È ancora innamorata di Richard e continuerà a volere il suo bene, anche se non ha alcuna intenzione di ricontattarlo. Credevo che fosse giusto fartelo sapere…".
"Mi dispiace…" cercò di consolarlo lui.
"Non preoccuparti…".
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Il regista si avviò alla porta, deciso come era entrato, per non mostrargli la sua evidente amarezza. Non doveva essere stato facile parlargliene.
Nel silenzio del suo camerino Terence pensò ad Eleanor che si ostinava a rinunciare ad un futuro con una persona splendida per inseguire un ricordo lontano e irraggiungibile.
La sua ostinazione non lo stupì affatto.
"Mamma, noi due siamo uguali...".
D'un tratto gli venne in mente il modo in cui aveva allontanato da lei Richard due mesi prima.
"Forse non avrei dovuto intromettermi in quel modo tra voi…" sospirò grave.
La sigaretta lasciata in bilico sul posacenere cadde a quel soffio definitivamente sul pavimento.
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Nervosamente riprese in mano le lettere che aveva cominciato a sfogliare e rimase colpito da un'elegante busta di carta estremamente pregiata che si distingueva nettamente dalle altre.
Appena vide il mittente si affrettò ad aprirla ed iniziò a leggere in apnea.
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"Carissimo signor Graham, o dovrei dire Granchester perché non mi risulta che abbia ancora cambiato cognome all'anagrafe,
mi ricordo molto bene di Lei e dell'unica volta in cui ci siamo incontrati.
La buona impressione che mi lasciò allora mi è stata di recente confermata dal telegramma della mia acuta e dolce Barbara e dalla lettura del suo originale saggio.
Ho trovato le sue idee ed il suo modo di scrivere davvero interessanti, come del resto la sua persona.
Mi sono permessa di parlarne con un mio amico editore che si è mostrato ben disposto alla pubblicazione e con un brillante attore e sceneggiatore, inglese come Lei, Gordon Craig*.
Mi è sembrato davvero entusiasta e penso che la contatterà a breve per chiederle di collaborare con lui quando tornerà in Inghilterra.
Io sono sempre felice di potere dare una mano a chi lo merita, soprattutto se vive un momento di disagio.
Sarò franca, so delle sue attuali vicissitudini e vorrei farle sentire il mio supporto. Barbara mi ha molto caldamente perorato la sua causa, avvertendomi di non credere a quanto potessi leggere sui giornali. Mi fido molto del suo intuito e da quel poco che ho capito di Lei neanche io credo che la storiella dell'artista maledetto che si autodistrugge in scena sia vera. Le auguro di fare luce presto su questo evidente tentativo di screditarle la reputazione e rovinarle la carriera.
Si ricordi, Terence, l'arte è più forte di tutto! Io spero di tornare a leggere dei suoi successi, ovunque ritenga sia meglio per Lei indirizzare i suoi passi.
Con stima sincera,
Gertrude Stein".
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Stordito da un vortice di pulsioni contrastanti, Terence strinse in mano quel foglio.
"In Inghilterra… No… non voglio fuggire da Broadway a testa bassa…
e non voglio lasciare Candy… proprio ora che forse…".
Ringraziò nel suo intimo l'intellettuale, che si era tanto esposta per lui, e Barbara che si era così presa a cuore la sua sorte nonostante il rifiuto che alla fine le aveva dato l'ultima volta che si erano visti.
La prima volta in cui non era riuscito a lasciarsi andare dissociando il suo corpo dai suoi sentimenti.
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Richiuse la lettera nella busta e la ripose in un cassetto.
Si alzò quindi dalla sedia e si diresse velocemente verso l'esterno. Aveva avuto una strana sensazione e sentiva di dovere correre alla Nuovo Sorriso quanto prima.
Passando per il breve corridoio che gli addetti ai lavori usavano per scorciatoia verso il foyer, si fermò davanti all'archivio. Robert aveva fatto già aggiungere il manifesto di Otello in cui figurava il suo volto. Accanto a questo erano state attaccate al muro tante fotografie che ritraevano la loro trionfale prima ed il suo viso raggiante.
Scorgendole Terence avvertì dentro di sé un frastornante vuoto ed un senso di perdita che gli pervase le ossa fino al midollo, facendolo vacillare.
Gli occhi nuovamente a perdersi in quelle immagini in un attimo di privata debolezza.
Per quanto tempo avrebbe dovuto lottare per riavere la sua vita?
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"Cosa ho fatto…?".
A pochi passi da lui, Susanna continuava a fissarlo cerea e irrigidita da dietro un angolo, ben attenta a non farsi vedere.
Vendetta aveva desiderato e vendetta aveva avuto.
Ma a quale prezzo? Perché sentiva di aver perso anche sé stessa in quel suo gesto sconsiderato?
Lei avrebbe voluto solo amare Terence, non ucciderlo in quel modo! Come era potuta arrivare ad una simile nefandezza solo per consegnare una sterile vittoria al suo orgoglio?
Il suo dolce sguardo velato di tristezza la pugnalava con violenza ogni volta che riusciva ad intravederlo tra le pieghe del dignitoso ruolo che aveva scelto di interpretare davanti agli altri. Era lo stesso per cui lei aveva gioito su quel palco mentre Robert lo trascinava via tra gli insulti del pubblico. Ma ora era già tutto diverso… Ormai quello sguardo ossessionava le sue notti di delirio.
Era destino che non riuscisse più a liberarsi di lui!
Più volte era stata sul punto di crollare e confessargli la sua colpa ma aveva troppo paura delle sue possibili reazioni e di tutto ciò che avrebbe perso. Sarebbe stata di sicuro cacciata dalla compagnia e, se lui avesse voluto ripagarla con la stessa moneta, avrebbe dovuto difendersi in tribunale. No… la posta in gioco era troppo alta per scagionare la sua coscienza. Non aveva altra scelta.
Sarebbe rimasta zitta, schiacciata dai suoi ingombranti scheletri nell'armadio.
Prigioniera del suo stesso gioco.
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Quando lui si girò, sentendo un leggero rumore, si ritirò indietro giusto in tempo per non essere notata.
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Nascosta a sua volta nella penombra di un piccolo stanzino, Karen aveva osservato per puro caso tutta la scena.
L'incerta recita della collega scioccata e affranta di Susanna non l'aveva convinta fin dalla prima sera.
"Susanna… perché rimani in disparte? Cos'hai da nascondergli? Terence ti crede ancora una possessiva ma sincera ragazza innamorata da proteggere. Tutti loro non oserebbero mai sospettarti colpevole di un gesto simile. Tutti tranne me… Per tua malasorte i tuoi occhioni lucidi non mi hanno mai incantata… Riesco a vedere senza schermi il lato perverso delle tue insicurezze! E ti smaschererò… ho solo bisogno di tendere il mio amo… La tua teatralità ha messo una firma su questa crudele messinscena e sarà la tua teatralità a tradirti…".
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Candy si sedette sulla panchina con i giornali che era appena passata a comprare in edicola.
Li sfogliò trepidante, immergendosi nella lettura dopo avere trovato l'articolo che cercava. Nel frattempo tentava di sistemarsi i capelli con una forcina per ricomporsi dopo la corsa, in attesa di rientrare dai pazienti.
"No, non legarli subito… mi piaci di più così…".
Il tono inconfondibile della sua voce non la faceva più trasalire. Si era abituata a vederselo spuntare davanti nei momenti più impensati con qualche battutina delle sue.
"Oh… sei tu… ciao Terence!".
"Sono felice di incontrarti, Tarzan… Sentivo che ti avrei rivista oggi! Allora, come stanno Stear e Patty?".
"Loro benone, direi… È il resto della famiglia che è stato colto da un infarto collettivo…".
"Stear è un simpatico rivoluzionario!" ridacchiò Terence ammirato.
"Tu… lo sapevi? E non mi hai detto niente?".
"Sì… lo sapevo… e questo ti conferma che sono un buon ascoltatore. So mantenere anche io un segreto quando mi viene richiesto!".
La ragazza lo fissò. Aveva un viso disteso mentre parlava.
Il fresco venticello gli accarezzava i capelli leggermente ricresciuti.
"E tu come stai?" gli domandò con fare protettivo.
"L'imputato sta attendendo prove che lo scagionino… Spero che arrivino presto… Per ora recito, mi basta salire sul palco! Sto ricevendo tante lettere dai miei ammiratori… molte mi hanno davvero commosso.
È per chi mi apprezza e crede in me che non mi abbatto…".
Avvicinandosi le prese il giornale dalle mani e lo aprì alla pagina degli spettacoli sul titolo ad effetto dell'articolo che riempiva l'intero foglio:
"'C'è più cuore nel Montano di Terence Graham che nell'Otello di Mark Romney!'
Hai letto? Broadway aveva bisogno di un eccellente Montano! Le quattro battute meglio recitate della stagione!".
"Terry… mi sento sollevata nel vederti anche sorridere di questo incubo…".
Terence la guardò affettuosamente.
"Se si riesce a ridere della propria vita si può anche cambiarla! L'ho imparato da te…".
"Anche io sto imparando tanto da te…" gli rispose fievolmente lei.
"Vieni con me, Candy! Prenditi un permesso di qualche ora e fuggiamo via da qui. Ti mostrerò quello che troppi newyorkesi non hanno più il tempo di godersi!".
"Un permesso? Ma sono appena tornata… non...".
"Oh, andiamo… Il tuo nobile spirito da crocerossina non può negare un po' di conforto a questo povero cane bastonato dalla sorte…".
Era impossibile resistere al tono seducente di quell'ironica implorazione.
Ancora una volta Candy gli si arrese.
"Va bene, Terence, verrò. Noi due abbiamo bisogno di parlare…".
"Sì" disse lui palpitante" credo che sia arrivato il momento di farlo!".
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La Cadillac rosso fiammante costeggiò l'East River fino a raggiungere la florida ostentata opulenza delle ville sull'Upper Bay, tagliando il vivace caos del borough di Brooklyn in tutta la sua lunghezza in direzione delle campagne di Flatlands.
Il sole caldo che volgeva al tramonto illuminava i loro volti senza aggredirli, corteggiandoli con il suo tepore e sospingendoli a proseguire oltre senza una precisa meta.
Quando furono abbastanza lontani dai clamori della città, Terence frenò e scese dall'auto invitando Candy a dargli il cambio alla guida.
"Forza! Ora tocca a te! Ti avevo detto che te lo avrei insegnato!".
Lei tentennò indecisa, impreparata a quella proposta.
"Ma… sulla strada? Io non credo di esserne capace…".
"Qui non passa mai nessuno! E poi non credo ci sia qualcosa in cui tu non possa riuscire, mia cara… Guarda i miracoli che hai fatto con un caso disperato come me…".
Terence continuava a scherzare come faceva di solito ma le sue allusioni le sembravano più dirette stavolta.
Le emozioni avevano già cominciato a parlare nel silenzio delle parole.
Turbata senza un'apparente motivazione, Candy si sedette davanti al volante ed accettò di sottoporsi docilmente alla piccola lezione.
Dimostrandosi una valente apprendista cominciò a seguire i suoi meticolosi consigli riuscendo in breve tempo a raggiungere un'andatura regolare e stabile.
"Stai andando bene, brava!" si complimentò lui dopo un po', visibilmente soddisfatto.
"Adesso però prova ad accelerare!".
"Non ci provare neanche a chiedermelo!".
"Tu e la tua atavica paura della velocità… prova a pigiare un po' quel benedetto pedale, Candy! Osa! La strada è deserta e molto larga. Non c'è nessun pericolo!".
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Terence aveva intuito che lei si sentiva frenata. Era un freno psicologico sottile il suo.
Una parte di sé aveva smesso di correre da quando si era trovata ad assistere impotente a quello spaventoso incidente a cavallo. Aveva visto Anthony lottare tra la vita e la morte.
E nella sua mente si era legata ancora di più a quel ragazzo a cui voleva un bene dell'anima, sentendo di dovergli preservare quella serenità che meritava dopo tanti patimenti.
Se anche il suo cuore blindato fosse stato un giorno scardinato nelle sue certezze dal vento invitante di un nuovo sentimento, lei non avrebbe mai potuto abbandonarlo.
Era il suo Anthony… il ragazzo che le aveva fatto assaporare i suoi primi impacciati palpiti…
Probabilmente era vero che lo amava ancora ma Terence?
Che cosa significava ora per lei?
Il suo viso impallidito che fuggiva per le scale per non lasciargli parole che non avrebbe voluto pronunciare non poteva essere stato un abbaglio.
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Candy aveva un dubbio nel suo cuore ma… aveva paura di cercare risposte. Era ormai certo di questo.
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"Accelera, Candy!".
"C'e una misura nelle cose…Terence…" rispose lei ferma.
"Sì… ma le misure sono convenzioni non dogmi!" la incalzò lui con un sorriso sfrontatamente bello.
"Il senso della misura però è nelle leggi che regolano il mondo…".
"Tu dici? Il mondo è pieno di eccessi e di forze contrastanti! La misura è solo un compromesso obbligato tra queste. Non c'è equilibrio in natura che non possa essere sconvolto e ricomposto!".
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Proseguirono ancora per un breve tratto tra battibecchi accesi e scoppi di risate che alleggerivano brividi sotto pelle e doppi sensi sempre meno ambigui.
Giunti in prossimità di un piccolo casolare, si fermarono per comprare qualcosa da mangiare. Terence riempì il cestino che aveva portato con sé di pane appena sfornato e formaggio fresco di capra mentre i simpatici fattori, che lo avevano subito riconosciuto, si affrettarono a regalargli una cesta intera di ciliegie che non poté in alcun modo rifiutare.
Con questo piacevole carico arrivarono qualche miglio più a sud, in un'incantevole radura riparata da un frutteto. Da lontano si distingueva all'orizzonte il blu acceso di Gerritsen Beach fuso nel verde della lunga striscia pianeggiante che attendeva a minuti il calare del sole.
"Corriamo, Candy, vieni!".
Come gli piaceva fare, Terence la prese per mano e la condusse nel punto da cui si godeva della migliore vista sul tramonto appena cominciato. Entrambi si gettarono di slancio sull'erba inebriandosi della piacevole brezza.
"Hai visto? Anche New York ha il suo tramonto… Devi solo sforzarti un po' di più per trovarlo!
Se sposti lo sguardo oltre gli ostacoli riesci comunque ad intravedere la luce…".
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Riscaldati dal calore della loro ormai tangibile intesa, cominciarono a consumare la frugale cenetta. Terence raccolse dalla cesta di vimini una ciliegia e la lanciò in aria riprendendola con la bocca.
Fece lo stesso con una seconda mentre Candy continuava ad osservare il suo giochetto divertita.
"Sembra facile…" osservò cercando di imitarlo.
Il risultato però fu deludente: la ciliegia le ricadde sulla fronte prima di finire a terra tra le risate e le pronte prese in giro del suo attento spettatore.
La seconda e la terza fecero la stessa fine.
"Non ridere di me…" cercò di difendersi.
"Impossibile! Dovresti vedere che facce esilaranti stai facendo, mia bella scimmietta! Ecco..." le spiegò lui ripetendo lo stesso gesto.
"Devi lanciarle dritte in alto, senza tentennamenti… così…".
La ragazza riprovò ancora a seguirlo, questa volta con successo.
"Così! Sono dolcissime, vero?".
"Devo avere beccato l'unica ancora acerba!" borbottò un po' delusa.
"È perché non sai scegliere Candy… Non ti fidi abbastanza del tuo istinto…".
Terence selezionò con cura quella che gli sembrava più matura. Staccò il picciolo e gliela accostò alla bocca strofinandogliela lentamente sulle labbra.
"Questa è la migliore... Assaggiala e dimmi se non ho ragione!".
"Hai ragione, lo ammetto!".
"Presto ammetterai che io ho sempre ragione!".
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Sospirando rilassata Candy si stese sull'erba con le braccia piegate dietro la testa.
"Oh Terry, sei incorreggibile! Tu non cambierai mai! Ma non voglio che lo faccia… Per questo ho accettato di venire qui… Mi sento al sicuro quando sei con me…".
Il giovane le si stese accanto.
"E fai male… perché io, invece, sono venuto qui con le peggiori intenzioni" le ammise ansioso.
"Terence…".
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L'espressione di incertezza e aspettativa che si era dipinta sul suo volto lo convinse.
Il momento che entrambi si aspettavano tacitamente era arrivato.
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"Vuoi sincerità da me, Candy?".
"Sì…".
"Scottie aveva ragione… ti ho nascosto per anni quello che provo… Le mie poesie però ti hanno parlato per me… Ho cominciato a scriverle a Londra… mentre mi struggevo vedendoti insieme ad Anthony!".
Quelle parole mai pronunciate finalmente erano state timidamente svelate. La sua voce sempre sicura vibrava ora intimorita nell'aria.
"Tu… le hai scritte per me? Sono così importante per te, Terry?".
"Forse ti sembrerò un pazzo perché solo ora riesco a parlartene ma questa è la mia verità… Sei importante per me… lo sei sempre stata! Sei l'aria che respiro, la gioia nel cuore, la mia forza… la donna con cui vorrei condividere i miei sogni…
Lo sai bene, non sono mai riuscito a raccontarmi senza reticenze… ma con te è stato tutto naturale! Tu rompi gli argini e mi leggi dentro, con un'energia ed una profondità che continuano a sconcertarmi!
Mi hai insegnato a vivere, Candy! Grazie a te mi sono sforzato di chiedermi cosa potessi fare io per gli altri ed ho imparato a guardare oltre le mie solitudini.
Tu hai riempito di speranza queste mani vuote! Mi hai fatto alzare lo sguardo da terra e credere di potere aspirare al cielo. Io che mi sono sempre sentito solo fango!
E mi hai cambiato… più di quanto pensavo fosse possibile! Non l'ho mai permesso a nessuno!".
Candy voleva apparire calma ma il suo viso confessava un indescrivibile turbamento.
"Terence… io… pensavo che ti divertissi a prenderti gioco di me… come fai con tutte le altre…".
Terence non cercò più nascondigli.
"Non è mai stato così…" confessò finalmente in un'esplosione a lungo repressa.
"… Io ti amo disperatamente da quando sei entrata nella mia vita!".
"Perché non mi hai mai detto nulla?" gli gridò lei mentre il cuore le rimbombava in petto.
"Perché l'intensità di quello che sento mi fa paura! Sono cresciuto pensando di non riuscire a provare simili emozioni… Me lo sono ripetuto nella testa come un credo ossessivo per anni, arrivando a convincermi che non potesse esservi altra sorte per me. Fino a quando ho incontrato nel tuo sguardo quella luce che mi ha aperto gli occhi!
Avrei voluto già allora arrivare a questa sincerità, ma non ne ho avuto il coraggio.
Tu avevi la tua vita… io … non volevo farti del male…
Sono andato via da Londra per lasciarti vivere la tua felicità e non soccombere alla voglia di averti per me e doverti solo osservare da lontano.
Ho anche provato ad odiarti per allontanarti dai miei pensieri… ma non ci sono riuscito! Rivederti mi ha fatto capire che non potrò mai fuggirti. Tu sei una parte di me. La più bella…
Da oggi non voglio più scappare… Voglio essere un libro aperto per te, anche se finirò per aprire nuove ferite. Mi fa sentire il cuore meno pesante non doverti più nascondere tutto questo come un ladro…".
"Terence, io davvero non so cosa dire…".
"Non dire niente, ti prego… lascia parlare ciò che provi… Io voglio fare qualcosa per te adesso… Voglio liberarti dalle tue paure!".
"Non mi piace la piega che sta prendendo questa conversazione…" gli oppose Candy tra i brividi incontrollati che le impedivano di respirare.
Terence finse di non ascoltare.
"Io capisco che tu ti senta confusa… Anthony è stato il tuo primo amore. Eravate poco più che bambini quando vi siete conosciuti… ma crescendo a volte si scopre di avere intrapreso strade che allontanano o di essere diventate persone diverse da quello che si pensava. Oppure… semplicemente si incontrano persone che sono destinate davvero a noi!".
Mentre parlava si avvicinò prendendole il mento dolcemente e spingendola a voltarsi verso di lui.
Lei però ripiegò istintivamente lo sguardo in terra per non sostenere il suo.
"Io credo che… non sarei dovuta venire qui… Scusami, Terry, devo chiederti di riaccompagnarmi a casa!".
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Si alzò in piedi accennando a muoversi ma lui la trattenne per la mano.
"Aspetta! Abbi il coraggio tu adesso di guardarmi negli occhi! Che senso ha continuare a mentire?".
Il suo viso sempre più vicino. Ancora una volta.
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"Io non sto mentendo…".
"Certo che lo stai facendo… stai mentendo a te stessa… anche io ho imparato a conoscerti!
Pensi sempre al bene degli altri, alla loro felicità… Ma cerchi mai di capire a fondo che cosa vuole il tuo cuore?... cosa può rendere felice te? Io voglio solo farti comprendere che nella vita ci può essere sempre un'alternativa più giusta, una via di uscita, un'opportunità di salvezza!
Io ho sentito questo quando ti ho incontrata… Mi sono innamorato di te da quando ti ho vista avvicinarti sul ponte di quella nave… come una visione… come una redenzione! Non puoi negarti di vivere la tua confusione e di venirne fuori, costi quel che costi!
Se vuoi tu puoi… osare, Candy! E puoi… desiderare…".
Le sue labbra ad un centimetro dalla sua bocca…
La sua mano le sfiorò delicatamente il braccio, risalendo con un tocco leggero esattamente come aveva fatto qualche mese prima.
"… come io ti desidero in questo momento e da sempre!".
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Candy si sottrasse a quella carezza che aspettava solo un minimo cedimento.
"No, Terence" gli intimò spaventata "non puoi parlarmi così, sei scorretto… Portami via, ti prego! Anthony non si merita questo!".
"Anthony… sempre Anthony… ".
La voce di Terence si stava ora indurendo.
"Lui non si merita questo e tu? Cosa ti meriti tu? Puoi negare a te stessa che stia nascendo qualcosa di inquietante e meraviglioso tra noi?".
"Io devo andare! No… non sarei dovuta venire…".
"Fermati un attimo, ti prego, ed urlami che non provi nulla per me!".
"Terence, io amo Anthony!" gridò a lui ed a sé stessa con quanta più voce avesse in gola.
"Te l'ho già detto, le cose non cambieranno!".
Ma i suoi fari azzurri puntati impietosamente su quelle piccole impercettibili lacrime non volevano saperne di lasciarla andare.
"Non mi hai risposto, Candy! Dimmi che non ami me!".
"Portami a casa, ti prego!".
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Con uno scatto, si liberò dalla sua presa e cominciò a correre.
Terence la rincorse e la fermò spingendola ancora a voltarsi verso di lui.
Si guardarono persi l'uno nell'altra.
Candy tremava, mai così fragile, tra le sue dita.
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Baciarla! Era l'unica cosa che gli passasse per la mente!
Ma l'amava troppo… e la rispettava… Con lei non avrebbe potuto pretendere come era abituato a fare…
Sentì che doveva lasciarle il tempo di scegliere.
"Va bene, se vuoi, andiamo…".
Senza più dire una parola, tornarono in auto.
Nel tragitto di ritorno, che sembrò ad entrambi non avere mai fine, lottarono contro un mare di pensieri che non riuscivano e non volevano contrastare.
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Occhi negli occhi, si salutarono con una silenziosa promessa.
Non era importante cosa si fossero detti.
Entrambi adesso sapevano.
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* Edward Henry Gordon Craig, meglio conosciuto come Gordon Craig (Stevenage, 16 gennaio 1872 – Vence, 29 luglio 1966), è stato un famosissimo attore teatrale, scenografo, regista teatrale- nonché produttore - britannico. Si pensa che Kyoko Mizuki si sia ispirata a lui per creare il personaggio di Terence.
Craig, che prese questo soprannome a 21 anni con un atto pubblico (il suo nome di battesimo è Edward Henry Gordon), era figlio illegittimo dell'architetto Edward Godwin e della celebre attrice teatrale Ellen Terry.
