Capitolo XXII
Nottingham, 2 settembre 1194
Violet si svegliò, circondata da un gradevole calore che non era dovuto alle coperte, bensì ad un corpo steso accanto al suo, le braccia avvolte attorno a lei. Per un momento, rimase immobile, del tutto interdetta: mai in vita sua si era ridestata tra le braccia di qualcuno.
L'aveva svegliata la luce del sole che filtrava dalla finestra, le cui imposte avevano dimenticato aperte la sera prima. Dal chiarore, giudicò che potesse essere un'ora dopo l'alba.
Sollevando la testa dalla spalla a cui era appoggiata per guardare il volto dell'uomo che la cingeva, scoprì che era sveglio e la stava guardando con occhi colmi di tenerezza.
"Buongiorno, mio fiore", la salutò piano. Ancora una volta, quell'appellativo la riempì d'emozione.
"Buongiorno a te", ricambiò, anche lei sottovoce.
"Dormito bene?" le domandò Guy, accarezzandole dolcemente un braccio sotto il lenzuolo che li ricopriva.
"Sì… molto bene. E tu?"
"Anch'io."
Era vero. Per la prima volta dopo molto tempo – talmente tanto da non sapere quanto – Guy aveva dormito saporitamente, appagato e sereno. Ripensando all'evidente motivo per cui era accaduto, la sua virilità venne percorsa da un fremito e cominciò a irrigidirsi; ma prima che lui potesse fare una qualsiasi mossa, Violet annunciò:
"Sto morendo di fame! Penso che farò una colazione molto abbondante, stamattina."
Si scostò e fece per alzarsi, ma Guy le tese la mano e domandò, in tono scherzoso e seduttivo al tempo stesso:
"Ma come, moglie mia… non hai fame di me, stamattina?"
Violet arrossì a quell'evidente allusione alle gioie coniugali di cui, seppure in forma limitata, avevano goduto la sera prima.
Lo sguardo le cadde sull'avambraccio di Guy che, per la prima volta, vedeva chiaramente; sulla pelle spiccava una macchia raggrinzita e scura, come di bruciatura, attraversata da una lunga cicatrice. La sera prima era stata troppo presa e non aveva notato niente; ora, le sue guance arrossate sbiancarono di repente.
"Oh cielo… che cos'hanno fatto al tuo braccio?" domandò, inorridita.
Guy combatté il desiderio istintivo di nascondere lo sfregio e si sforzò invece di posare il braccio sul cuscino, lasciandolo in piena vista.
"Lì c'era il tatuaggio che provava la mia affiliazione ai Cavalieri Neri", ammise a voce molto bassa, tanto che Violet stentò a udirlo, "Te ne ho parlato, ricordi?", Violet annuì a conferma e Guy continuò, "Dopo che Robin ha scoperto che ero io quello che aveva attentato alla vita di re Riccardo, Vaisey l'ha cancellato usando un acido creato da Djaq."
Violet ansimò.
"Deve aver bruciato come l'inferno", commentò sottovoce.
"Da morire", ammise Guy, "Sono occorse settimane e unguenti a non finire, per far passare definitivamente il bruciore."
Lentamente, Violet allungò una mano e, con un dito, accarezzò lievemente la pelle increspata.
"Ti fa male?" domandò.
"No… ma ho perso un po' di sensibilità. Devi strofinare più forte, se vuoi che senta il tuo tocco", lei aumentò la frizione e Guy annuì, "Ecco, così."
"Chiunque ti abbia curato, ha fatto un buon lavoro", commentò Violet, "Non tutti sanno che una cicatrice va curata anche dopo che la pelle si è sanata, mantenendola idratata con oli e pomate per un lungo periodo."
"È stato Julius, il frate guaritore di Thurgarton", le rivelò Guy, "che è anche il fratello di Matilda."
Violet annuì: lo conosceva bene.
Poi i suoi pensieri si diressero altrove, esplorando una direzione che, per qualche tempo, aveva abbandonato: il problema del tentato regicidio da parte di Guy, istigato da Vaisey.
"Guy, dimmi… chi sa che sei stato tu ad attentare alla vita del re?" domandò piano, il viso serissimo.
Stupito da quella domanda, dapprima Guy corrugò la fronte; ma l'espressione grave di Violet lo persuase che aveva in mente qualcosa. Rifletté.
"Dopo la morte di Vaisey, solo Robin e la sua banda", rispose infine.
"Nessuno degli altri Cavalieri Neri?"
"No: è stata un'idea del vecchio sceriffo e non l'ha condivisa con nessuno, specie dopo che è fallita", prese un respiro, "Questo, per quanto riguarda il primo attentato, quando sono andato da solo; ma poi c'è stato il complotto che Vaisey ha ordito assieme ai Cavalieri Neri, a seguito del quale ha deciso di andare personalmente in Terrasanta a uccidere re Riccardo. È riuscito a ferirlo con una freccia e mi ha ordinato di finirlo con la spada, ed è stato quando Marian è intervenuta a fermarmi", si sforzò di rammentare esattamente quanto era accaduto nella piazza di quel villaggio nel deserto, cercando d'ignorare il consueto senso d'orrore che lo pervadeva a quel pensiero nonostante il perdono di Marian, "Forse re Riccardo ha udito Marian pronunciare il mio nome: eravamo abbastanza vicini a dov'era caduto… e poi, dopo che avevo trafitto Marian, Vaisey è arrivato e ha urlato il mio nome per chiamarmi e scappare insieme. Quindi è possibile che il re conosca il mio nome, se non mi ha addirittura visto in faccia durante il mio scontro con Marian. Oppure, potrebbero averglielo detto lei e Robin più tardi."
Violet rifletteva freneticamente.
"Dobbiamo chiederglielo", concluse, "Se il re non ha sentito il tuo nome e loro in seguito non gli hanno detto niente, c'è la possibilità che Riccardo non sappia di te. Ti sei riconciliato con Robin…" alla sua occhiata scettica, si corresse, "Tu e Robin avete dichiarato una tregua tra voi, e lui e i suoi uomini sono tornati a una vita normale perché hai sospeso il bando su di loro, quindi sono certa che manterranno il segreto, se glielo chiedi…"
Guy scosse la testa, dubbioso:
"Perché dovrebbero farmi questo favore? Non mi amano, né hanno motivo di farlo."
"Allora glielo chiederò io", s'infervorò Violet, "Robin mi accontenterà sicuramente, e i suoi uomini lo seguiranno come hanno sempre fatto: Much praticamente vive per lui, perfino ora che gli ha assegnato la tenuta di Bonchurch; Little John lo stima profondamente e non andrebbe mai contro di lui; Allan A Dale si sentirà sempre obbligato a dimostrare la propria lealtà dopo che ha tradito i suoi compagni e quindi a maggior ragione aderirà alla richiesta di segretezza; quanto a Will Scarlet e Djaq, dubito che avranno più l'opportunità di parlare col re, in Terrasanta, e comunque non avrebbero motivo di parlargli di te."
Era così entusiasta, che Guy si sentì dispiaciuto di dover temperare le sue speranze.
"È molto arrischiato", considerò, cercando di usare un tono gentile, "Basta un niente, come un incontro fortuito o una parola di troppo, e il re verrà a conoscenza della mia colpa."
Delusa, Violet tacque, riflettendo ancora.
"Allora vedremo il da farsi quando il re tornerà", concluse, "Robin e i suoi terranno la bocca chiusa, quindi se Riccardo sa di te, è perché ti ha visto o ha sentito il tuo nome durante lo scontro in Terrasanta, o perché l'ha appreso da Will e Djaq. In questo caso, chiederai la sua clemenza e denuncerai i pochi Cavalieri Neri rimasti in vita."
"Questo però implica denunciare anche suo fratello il principe Giovanni", obiettò Guy, "e lui naturalmente negherà. Pensi davvero che, senza prove, re Riccardo sarà disposto a credere a me, un traditore, anziché al fratello?" scosse la testa, "No, piuttosto conto sul fatto che Giovanni starà ben attento a non farsi scappare che ha complottato contro il legittimo re."
"Hai ragione", Violet annuì, pensierosa, "Il principe Giovanni sa del tuo coinvolgimento coi Cavalieri Neri?"
Guy rifletté prima di rispondere:
"Non mi risulta che Vaisey lo abbia mai informato in merito, ma penso che lo sospetti. Perché lo chiedi?"
"Se non sa, o comunque non sa per certo, che eri un loro affiliato, non ha appigli per ricattarti, quando esporrai a re Riccardo gli altri congiurati..."
Guy meditò sulle parole della moglie; Violet aveva una mente davvero brillante, pensò. Il suo primo marito era stato doppiamente idiota: non solo l'aveva maltrattata a letto, ma aveva pure insultato la sua intelligenza di cui lui, invece, era ben felice di avvalersi.
"Li esporrò solo se sarà necessario", ragionò lentamente, "Ossia nel caso che re Riccardo sappia del mio attentato alla sua vita e io debba quindi aver qualcosa per guadagnarmi la sua clemenza."
L'agile cervello di Violet continuava a lavorare alacremente.
"Sì", approvò, "Tieni la denuncia come ultima risorsa; ma nel frattempo, metti in guardia i personaggi coinvolti sul fatto che, se loro dovessero tradirti in qualche modo, tu non esiterai a tradirli a tua volta. Così ti assicurerai il loro silenzio."
Guy apprezzò una volta di più la sagacia della moglie. C'era però una piccola falla nel suo ragionamento.
"Potrebbero mandare dei sicari ad uccidermi", obiettò.
"E tu fai loro sapere che hai redatto un documento in cui li denunci, e di averlo messo in mani sicure", ribatté lei con prontezza, "e fallo per davvero", aggiunse.
Guy annuì, accettando il suo consiglio.
"Mi sorprende che Giovanni non sappia che eri un Cavaliere Nero", commentò poi Violet, "Pensavo che ti avesse nominato sceriffo pro tempore proprio in virtù di questo fatto."
"No, in realtà è solo convinto che, essendo stato il braccio destro di Vaisey, io sia un sostenitore della sua causa come lo era lui", spiegò Guy. Violet annuì: in effetti, aveva senso.
In quel momento, sentì qualcosa di caldo e bagnato scivolarle tra le cosce.
"Oh, no", bofonchiò.
"Che c'è?" s'informò subito Guy, un po' allarmato dal suo tono dolente.
"Il mio ciclo lunare", sospirò Violet, rotolando fuori dal letto, "Scusami, ho bisogno di prendermi cura di me stessa", mormorò. Era chiaro che lo stesse congedando.
Guy lo comprese; del resto, aveva vissuto per anni con donne, prima sua madre e poi sua sorella, per sapere che in questi frangenti avevano necessità di rimanere da sole.
"Certamente", rispose quindi, alzandosi. Certo gli dispiaceva che, a causa del sanguinamento, i loro giochi amorosi dovessero subire una pausa forzata, ma né lui né la moglie potevano farci niente.
Si rivestì in fretta, mentre Violet si dirigeva alla nicchia coperta da ante che fungeva da armadio, evidentemente in cerca del necessario per il suo stato.
"Mando a chiamare Sally perché ti aiuti?" le chiese, una mano già sulla maniglia della porta.
Violet apprezzò la sua premura e si girò con un lieve sorriso.
"No, sono abituata a fare da sola", rispose, "Però puoi dirle che da stamattina riprenderò a consumare i miei pasti nel salone."
"Va bene", acconsentì Guy, aprendo la porta per uscire, "Ti aspetto per la colazione, dunque", concluse; lo sguardo gli cadde sul tavolo dove avevano cenato, "Sarà però il caso che mandi i servitori per sparecchiare", aggiunse, indicando. Violet girò lo sguardo e vide dove stata puntando; nel rendersi conto del motivo per cui il tavolo era ancora ingombro dei resti del loro pasto serale, si sentì arroventare le guance, allo stesso tempo imbarazzata ed eccitata. Annuì in silenzio, ed allora Guy uscì.
Violet tornò a occuparsi della propria situazione; dall'armadio prese delle pezzuole di garza di lino, finissima e morbida, e del muschio palustre essiccato, nonché le cinghie che, agganciate ad una sottile cintura indossata sotto l'abito, avrebbero tenuto fermo il tampone creato col muschio avvolto nelle pezzuole di lino. Era un disagio, ogni volta che capitava, ma fortunatamente solo a livello pratico, perché le impediva, ad esempio, di andare agevolmente a cavallo senza rischiare di sporcarsi, mentre altre donne avevano anche altri tipi di disagi, come dolori o crampi al ventre, o uno stato di malessere generale, perfino nausea, disturbi che lei poteva alleviare con le proprie arti erboristiche ma che comunque creavano fastidi a volte non indifferenti. Rebelle, ad esempio, soffriva sporadicamente di dolori lancinanti, che passavano nel giro di poche ore con l'aiuto di una pietra calda posata sul ventre e una tisana di achillea, camomilla e melissa. Per fortuna le succedeva meno di una volta l'anno, specialmente col freddo, ma in quelle occasioni doveva rimanere a letto, incapacitata perfino di alzarsi a causa dei crampi.
Adèle aveva insegnato alla figlia l'importanza della pulizia personale in generale, e in questo caso in particolare; così, Violet si deterse accuratamente prima di posizionare il tampone e fermarlo con le cinghie, poi si rivestì ed infine scese nel salone, dove Guy l'attendeva per la colazione. Il primo pasto della giornata non aveva un orario fisso, perché c'era chi cominciava a lavorare prima dell'alba e chi invece più tardi, così solitamente c'era poca gente. Quella mattina non faceva eccezione, con solo mezza dozzina di persone intente a mangiare alle tavole basse e Guy, seduto alla tavola alta ma ancora senza cibo. Non appena la vide apparire, si alzò per accoglierla.
"Spero di non averti fatto aspettare troppo", disse Violet in tono di scusa, sedendosi al suo fianco, "Ho fatto il prima possibile."
"Sono stato io a dire che ti avrei aspettata", le rammentò Guy, spiaciuto che lei si scusasse quando non ce n'era alcun bisogno. Era certamente una conseguenza del trattamento subito dal primo marito, che la faceva sentire in soggezione anche nei suoi confronti. Sperava di tutto cuore che Roganton stesse bruciando all'inferno.
Violet annuì, riconoscendo che aveva ragione, poi venne distratta dall'arrivo dei servitori con la colazione.
Avevano quasi terminato di mangiare quando arrivò Drastan in compagnia di Gilbert che, evidentemente, era appena tornato da Stafford, dove si era recato per cercare Isabella.
"Buone notizie, Guy!" esordì Drastan con esuberanza prima che il capitano delle guardie cominciasse a parlare, "Forza, Gilbert, riferisci cos'hai scoperto!"
"Mio signore, ho trovato vostra sorella!" il soldato si affrettò a raccontare, "Vive appena fuori Stafford, in una magione ben tenuta, assieme al marito sir Stephan di Thornton e ai loro tre figli, due maschi e una femmina. Come da vostre istruzioni, non l'ho avvicinata e mi sono limitato a raccogliere informazioni. Sembra che sir Stephan sia discretamente benestante e che tratti bene la moglie e i figli, e che lei sia una donna fiera ma rispettosa. Il figlio maggiore, Marcus, ha quattordici anni e dimostra una spiccata predisposizione per le armi; Roland, di dodici anni, sembra invece portato per lo studio; e Gwen, che ha appena compiuto nove anni, è una bambina molto vivace."
Guy stava ascoltando avidamente le notizie sulla sorella; via via che Gilbert parlava, si sentiva sempre più sollevato. Il suo peggior timore era stato d'aver sbagliato a giudicare Thornton quando gli aveva concesso Isabella in moglie, in cambio di denaro sufficiente per equipaggiarsi da cavaliere e cominciare la riconquista della propria posizione sociale ed economica. A suo tempo, era stato spinto da necessità e ambizione, ma non avrebbe mai affidato la sorella a un uomo che l'avrebbe maltrattata; aveva accettato la proposta di Thornton perché gli aveva fatto un'impressione sufficientemente buona, ma non poteva essere sicuro d'aver indovinato. In tutti quegli anni, aveva seppellito i propri timori nell'angolo più nascosto del proprio animo, concentrandosi sul modo di tornare a riappropriarsi del proprio rango; adesso gli era di grande conforto scoprire che le cose erano andate bene, per Isabella. Sperava solo che fosse veramente così, e che non si trattasse soltanto di apparenza.
Gilbert aveva finito il proprio rapporto e ora taceva, in attesa che Guy replicasse. Percependo il turbamento del marito, Violet intervenne:
"Buone notizie davvero, direi!" esclamò, "Non sei d'accordo, Guy?"
Guy si girò a guardarla, distogliendosi dal turbine dei propri pensieri.
"Sì… almeno credo", rispose a bassa voce.
"Che ne dici di sincerarcene?" propose Drastan, "Stafford è a circa mezza giornata di cavallo da Nottingham: possiamo partire domani e essere di ritorno dopodomani."
"Eccellente idea", approvò Violet, incoraggiante: sapeva che Guy era combattuto tra il desiderio di ritrovare la sorella e di essere da lei respinto con disprezzo per quello che le aveva fatto, ma sembrava che Isabella avesse una vita serena e questo faceva sperare in un'accoglienza almeno amichevole, se non proprio calorosa.
"Si può fare", ammise Guy, senza sbilanciarsi, "Vediamo prima quali impegni abbiamo."
"Niente che non si possa anticipare a oggi o rimandare a lunedì", rispose prontamente Drastan che, nella sua veste di vice di Guy, era un formidabile organizzatore.
Avendo già ricevuto l'incoraggiamento della moglie, Guy prese la sua decisione:
"Va bene: partiamo domattina presto. Portiamoci un cambio di cavalli per non sfiancarli…"
Guy fu impegnato tutto il giorno nei suoi compiti di castellano che non erano rimandabili ai giorni seguenti, coadiuvato da Drastan. A pranzo, chiese a Violet un parere riguardo al modo di presentarsi da Isabella:
"Devo andare direttamente da lei, o mando prima Drastan a annunciarmi?"
Violet rifletté: se fosse stata lei, avrebbe gradito moltissimo un'improvvisata da parte di Jeffrey. Il pensiero del fratello morto le fece venire un momento di magone, ma si sforzò di superarlo per rispondere, ragionando che la situazione di Isabella e Guy era molto diversa.
"Se ti presenti senza alcun preavviso, rischi di farle venire un colpo", considerò, "Forse quindi è meglio che Drastan ti preceda e prepari il terreno, per così dire."
Guy annuì lentamente:
"Hai ragione, farò così."
"E un'altra cosa", aggiunse Violet, "Portale un regalo."
"Dici che le farebbe piacere?" domandò Guy, e quando la vide annuire, convinta, fece una smorfia, indeciso, "Cosa mi suggeriresti?"
Di nuovo, Violet rifletté prima di rispondere:
"Qualcosa che le piaceva molto da bambina, qualcosa che le ricordi la vostra infanzia insieme."
Lo sceriffo ripensò a quei tempi, spensierati almeno finché il loro padre non era partito per la crociata da cui era tornato sfigurato dalla lebbra.
"Andava pazza per il pain d'épices… il pan di spezie. Mia madre ce lo faceva spesso, ma non conosco la ricetta", si rammaricò.
Violet fece un ampio sorriso:
"La conosco io!" allo sguardo sorpreso del marito, spiegò, "Mia madre amava molto i dolci e aveva ricettari di specialità inglesi, italiane, francesi e tedesche. Non ricordo a memoria la ricetta del pan di spezie, ma la posso recuperare da quei ricettari e passarla a Joanna."
"Meraviglioso!" esclamò Guy, prendendole una mano e portandosela alle labbra, "Grazie, mia signora moglie, sei davvero preziosa."
Violet si sentì avvolgere dal calore del suo sincero apprezzamento; mai una sola volta Charles l'aveva fatta sentire così. Le venne un groppo in gola, ma lo deglutì a forza.
"Oh suvvia, per questa sciocchezza…" cercò di minimizzare.
"Per me non è affatto una sciocchezza", la contraddisse il marito, "Al contrario, è molto importante, perché spero mi aiuti a fare una buona impressione su mia sorella", tornò a dedicarsi al proprio tagliere, su cui campeggiava un pezzo di salmone affumicato, "La inviterò a venirci a trovare, assieme alla sua famiglia, così potrai conoscerla", concluse.
"Mi farà molto piacere", dichiarò Violet, prima di tornare anche lei a mangiare.
Ritrovata la ricetta del pan di spezie, Violet la portò subito a Joanna; ignorando le proteste della cuoca riguardanti il fatto che non era appropriato per una baronessa stare in cucina a lavorare, l'affiancò nell'esecuzione del dolce, facendone due con l'intenzione di servirne uno a cena affinché il marito le potesse dire se era abbastanza simile a quello che faceva Ghislaine.
Quando gli venne presentato, Guy assaggiò il pain d'épices con attenzione.
"Assolutamente delizioso", dichiarò poi.
"Grazie… ma è abbastanza simile a quello che faceva tua madre?" insistette Violet, un po' in ansia.
"Sono passati molti anni, ma direi che, se non è proprio identico, gli assomiglia tantissimo", la tranquillizzò lui.
"Spero che ne farai ancora!" interloquì Drastan, divorando l'ultimo boccone. Guardandolo ciucciarsi le dita con aria soddisfatta, Violet rise:
"Ho capito, passerò la ricetta al vostro cuoco a Rivendale!"
Rebelle detestava cucinare, anche se era capace di preparare le pietanze più semplici, pertanto il cuoco era stato il primo a venir assunto quando lei e Drastan avevano cominciato a sistemare la tenuta in vista del loro matrimonio.
"Ecco, brava", approvò il cavaliere biondo con un largo sorriso.
OOO
Il mattino seguente di buon'ora, Guy e Drastan lasciarono il castello di Nottingham in groppa ai loro cavalli, tenendone per la briglia un altro ciascuno per il cambio. In una delle bisacce, ben avvolto in un telo di lino, c'era il pain d'épices destinato a Isabella.
Raggiunsero Stafford nel primo pomeriggio, dopo una veloce sosta per il pranzo in una locanda lungo la strada. Seguendo le indicazioni ricevute da Gilbert, attraversarono la cittadina e si diressero verso il possedimento di Thornton. Come aveva detto Gilbert, la magione era ben tenuta, con un orto curato e un giardino rigoglioso; disposto ad angolo retto, c'era un piccolo edificio adibito a scuderie, e più in là una stalla, un porcile e un pollaio; in lontananza si vedevano campi coltivati e frutteti. La proprietà non era molto grande, all'incirca come Bonchurch o come era stata Gisborne, ma certamente sufficiente a mantenere la famiglia di Thornton, i mezzadri e i pochi artigiani di cui si potevano notare i laboratori.
L'ansia di Guy, cresciuta sempre più a mano a mano che si avvicinavano, raggiunse il culmine. Provò il desiderio di girare Darkshadow e di battere in ritirata, ma si dominò: non era mai stato un codardo e non aveva alcuna intenzione di cominciare adesso.
Si fermò davanti alla stalla dei cavalli, affiancato da Drastan. Smontarono e legarono le loro cavalcature agli appositi paletti, poi il cavaliere biondo si diresse all'ingresso della casa padronale. Non aveva fatto che pochi passi, quando da dietro l'angolo della magione spuntò una donna, alta e bruna, che recava un cesto oblungo e piatto colmo di fiori, evidentemente raccolti nel giardino. Scorgendo i due uomini, si fermò a osservarli con sguardo inquisitore.
Guy sentì il cuore accelerare i battiti: erano passati quasi diciassette anni, ma aveva riconosciuto Isabella all'istante. D'istinto, le si mosse incontro, dapprima con passi affrettati, poi più lentamente per non allarmarla.
Isabella non gli tolse gli occhi di dosso; via via che si avvicinava, la sua espressione si faceva sempre più sbigottita.
"Guy…" mormorò. Il cesto le cadde dalle mani improvvisamente prive di forza, ed i fiori si sparpagliarono per terra in un disordine multicolore.
"Isabella…" rispose Guy sottovoce, fermandosi di fronte a lei. Divorava il suo volto indimenticato, vedendo i mutamenti sopravvenuti con l'età, come le piccole rughe d'espressione attorno agli occhi, i lineamenti più fini, le curve del corpo più morbide.
Allo stesso modo, anche Isabella scrutava il viso del fratello, notandone i cambiamenti: l'espressione più serena fu quella che la colpì maggiormente.
Drastan si era fermato e li guardava, attendendo in discreto silenzio, il fiato sospeso, suo malgrado contagiato dal nervosismo che aveva percepito in Guy per tutto il tragitto da Nottingham. Dal comportamento dell'amico aveva compreso che quella donna era Isabella; apparendo all'improvviso, aveva vanificato lo scopo della sua presenza, ossia quello di preannunciarle l'arrivo del fratello in modo da evitarle la sorpresa, ma ormai era fatta, e ora non gli rimaneva che attendere gli eventi.
Con un singulto, Isabella fece un passo avanti e buttò le braccia al collo di Guy. Immensamente sollevato, il barone nerovestito la strinse a sé, un groppo a serrargli la gola per la commozione. Sentì la sorella scoppiare in lacrime e a ridere contemporaneamente, e anche i suoi occhi si inumidirono.
Drastan incrociò le braccia al petto, sorridendo contento per l'amico, e continuò ad attendere pazientemente.
Dopo che la tempesta emotiva si fu un po' calmata, Isabella si ritrasse dall'abbraccio e si asciugò le guance bagnate con le mani. Poi fece un passo indietro e, repentinamente, mollò un ceffone a Guy, così forte da fargli voltare la testa dall'altra parte. Sbalordito più che dolorante – la forza di Isabella non era nulla, comparata a certi colpi che aveva ricevuto in passato da Vaisey o da avversari – Guy si portò una mano alla guancia colpita e tornò a guardare la sorella, del tutto basito.
"Questo è per non esserti fatto vivo per ben diciassette anni!" esclamò Isabella a mo' di spiegazione, poi rise di gioia e tornò a gettargli le braccia al collo, "Come sono felice di rivederti, fratello mio!"
Dopo un attimo di comprensibile esitazione, Guy la strinse di nuovo.
"Me lo sono meritato", ammise sottovoce.
Drastan aveva involontariamente fatto un passo verso i due, temendo che Isabella si fosse improvvisamente trasformata in una gatta selvatica pronta a cavare gli occhi a Guy; ma poi la vide tornare ad abbracciarlo, e Guy ricambiarla, e quindi si fermò.
Dopo qualche altro istante, Isabella tornò a trarsi indietro e si ricompose meglio.
"Benvenuto a Thornton, Guy", disse, le parole formali temperate dal tono caloroso.
"Grazie, sorellina", rispose lui, sforzandosi di controllare la propria commozione, "Ti trovo bene, sei bellissima."
"Grazie… anche tu sembri stare molto meglio di diciassette anni fa", rispose la donna, piegando la testa di lato per osservarlo più attentamente: sì, i suoi lineamenti erano decisamente più distesi di allora, anche se non erano privi dei segni del passaggio del tempo, "Ma che ci fai qui? E cosa hai fatto in tutto questo tempo? Perché non mi hai mai cercata?" vedendolo aprir bocca per rispondere alla sfilza di domande, lo tacitò con un gesto, "No, una cosa per volta… Entriamo! Anche il tuo amico, ma prima me lo devi presentare."
Infilò un braccio sotto a quello del fratello e, dimentica dei fiori, si avviò verso Drastan; a Guy non rimase che imitarla.
"Questo è sir Drastan di Greenmere", disse una volta che ebbero raggiunto il cavaliere biondo, "mio amico e braccio destro a Nottingham. Drastan, ti presento mia sorella, lady Isabella di Thornton."
Drastan le rivolse un inchino.
"Molto onorato, lady Isabella", disse.
"L'onore è mio, sir Drastan", ricambiò lei vivacemente, "Prego, venite!"
Entrarono in casa e Isabella li fece accomodare nel piccolo salone, poi andò a chiamare la fantesca, ordinandole di portare del vino.
Quando tornò nel salone, si sedette sulla panca accanto al fratello. Drastan aveva scelto di rimanere in piedi vicino alla finestra, a una certa distanza per lasciar loro un po' di privatezza.
"Perché non sei venuto prima?" Isabella domandò, "Mi sei mancato tanto…"
"E tu sei mancata a me", confessò Guy, prendendole le mani, "Se sono qui oggi, è solo grazie a mia moglie…"
"Ti sei sposato?"
"Poco più di un mese fa", confermò Guy, "Con Violet di Chetwood."
"Violet? La ragazza delle mele?"
"Proprio lei; ed è stata lei a incoraggiarmi a cercarti. Io mi vergognavo troppo, perché sapevo che non eri felice di sposare Thornton e pensavo che tu potessi odiarmi…"
"All'inizio ti ho effettivamente detestato", ammise Isabella, "Mi avevi ceduta come una proprietà, un oggetto, e pensavo che il tuo fosse stato un comportamento esecrabile e imperdonabile; e naturalmente ero terrorizzata da quello che poteva succedermi nelle mani del perfetto sconosciuto a cui mi avevi data. Tuttavia, è andata bene, perché Stephan si è dimostrato gentile e corretto con me."
Guy non nascose il proprio sollievo alla sorella nell'udire conferma di quanto aveva sperato.
"Ho scelto Thornton come marito per te perché mi aveva fatto una bella impressione", le spiegò, "e non solo per il denaro che mi avrebbe dato in cambio – in fondo, quello avrei potuto ottenerlo anche da qualcun altro, o con altri mezzi", fece un sorriso amaro al ricordo delle parole di Violet, quando aveva osservato che avrebbe potuto far prostituire Isabella, invece di farla onorevolmente sposare, ma non lo disse ad alta voce, "Comunque è stato un rischio, in fondo non conoscevo bene il mio futuro cognato e potevo sbagliarmi", guardò Isabella negli occhi, le sue mani ancora strette nelle proprie, "Credimi, questo pensiero mi tormentava; ma ho scelto di nasconderlo in fondo al cuore e di perseguire la mia ambizione per tornare in possesso di Gisborne. Per anni ho finto con me stesso che non m'importasse di te o di nessun altro, pur di conseguire il mio scopo, e mi sono dannato l'anima per arrivarci."
"E… ci sei riuscito? Nel tuo scopo, intendo?" domandò piano Isabella.
"Non per mio merito."
In quel momento, entrò una donna di mezza età, e Guy s'interruppe. La fantesca portava un vassoio con una caraffa e tre bicchieri, che posò sul tavolo.
"Il nostro miglior vino, come ordinato, signora", annunciò.
"Ci penso io", decise Isabella, "Puoi andare, Berta; e manda Noah a cercare sir Stephan perché ci raggiunga qui."
La servitrice fece una riverenza ed uscì, mentre Isabella versava da bere ai suoi ospiti. In quel momento, a Guy sovvenne il dono che le aveva portato.
"Ho dimenticato una cosa nella mia bisaccia", disse pertanto, poi si rivolse a Drastan, "Puoi andarla a prendere tu, per favore?"
"Ma certo", annuì il cavaliere biondo, affrettandosi alla porta. Tornò pochi minuti dopo e porse l'involto a Guy, che a sua volta lo diede alla sorella.
"L'ha fatto Violet per te", annunciò. Incuriosita, Isabella aprì rapidamente il fagotto e, non appena scorse il contenuto, sorrise estasiata:
"Un pain d'épices! Ho provato tante volte a riprodurre quello che faceva nostra madre, ma non conoscendo la ricetta originale, non mi è mai riuscito… Questo gli somiglia?"
Lo guardò con aria interrogativa e lui scrollò le spalle:
"Moltissimo, per quanto ho potuto giudicare. Vuoi assaggiarlo?"
"Certo che sì! Ma serve un coltello…"
"Ci penso io", si offrì Drastan, traendo il suo pugnale da caccia dalla cintura. Isabella annuì e posò l'involto aperto sul tavolo, poi, mentre il cavaliere tagliava tre fette, prese due coppe e ne porse una a Guy e l'altra a Drastan. Quest'ultimo 'accettò con un cenno di ringraziamento; afferrato un pezzo di dolce, si allontanò con discrezione e tornò ad appostarsi vicino alla finestra.
Isabella morse la sua fetta e la gustò attentamente.
"Hai ragione, sembra quella di nostra madre", affermò, deliziata, "Grazie del pensiero, Guy…"
"Di nuovo, è merito di Violet: è stata lei a suggerirmelo."
"Che gentile! Mi è sempre piaciuta, e adesso mi piace anche di più", dichiarò Isabella. Bevve un sorso, imitata da Guy, poi entrambi posarono i calici e ripresero il discorso da dove l'avevano interrotto.
"Cosa vuoi dire, che hai raggiunto il tuo scopo ma non per merito tuo?" indagò la donna, poi corrugò la fronte, rammentando un'altra cosa che Guy aveva detto, "E cosa significa che ti sei dannato l'anima?"
"Mi sono posto al servizio di un uomo malvagio", raccontò Guy in tono pacato, "Vaisey di Nottingham che, con la promessa di aiutarmi a riavere Gisborne o di assegnarmi un'altra tenuta, mi ha fatto fare cose scellerate. Alla fine, lui è morto e io ho finito col prenderne il posto."
"Sei diventato sceriffo al posto suo?" fece Isabella, stupita.
"Sì, una carica pro tempore affidatami dal principe Giovanni; e non solo: sposando Violet, sono diventato il nuovo barone."
Isabella sgranò gli occhi per lo sbalordimento:
"Com'è possibile?"
Guy procedette a spiegarle le vicende dinastiche che avevano portato il titolo di barone di Nottingham nelle sue mani.
"Non avrei mai pensato che la dolce Violet avesse la sfrontatezza di chiedere a un uomo di sposarla", commentò Isabella alla fine, senza celare la propria perplessità.
"Violet è effettivamente una donna dolce", confermò Guy, "ma sa il fatto suo, e sotto la sua dolcezza c'è un carattere forte e deciso. Come ti dicevo, è stata lei a convincermi a cercarti e poi a venire da te", accennò all'amico, che sorseggiava il suo vino davanti alla finestra, "Mi aveva anche consigliato di farmi annunciare da Drastan, in modo da evitare di farti venire un colpo…"
"Ma vi ho rotto le uova nel paniere", ridacchiò Isabella, "In effetti, m'è preso un colpo, quando ti ho visto e riconosciuto… All'inizio non sapevo se abbracciarti o se prenderti a schiaffi, e ho finito col fare entrambe le cose!" gli accarezzò la guancia dove l'aveva colpito, "Scusami…"
Lui scosse il capo, posando la propria mano sulla sua.
"Come ho detto, me lo sono meritato. Dovevo venire a cercarti molto prima."
"Questo è sicuro, ma ormai quel che è fatto, è fatto."
Guy la scrutò negli occhi, di una sfumatura d'azzurro più scura dei suoi.
"Davvero non mi serbi rancore per averti costretta a sposarti?" indagò.
Isabella prese un respiro prima di rispondere.
" Nessun rancore, Guy. Ci ho messo un po' – anni, a dire il vero – ma ho capito che non potevi tenermi con te e proteggermi per sempre. In quanto fratello maggiore e mio tutore, la legge ti permetteva di disporre di me. Avevi due soluzioni: mettermi in un convento o farmi sposare. Hai scelto la seconda, procurandomi un marito onesto e abbiente che, in un colpo solo, sistemava entrambi noi. Io sono diventata lady Thornton, tu un cavaliere…" corrugò la fronte mentre un pensiero la colpiva, "In fondo, a ben pensarci è andata meglio a me che a te: io ho avuto un buon marito, dei bellissimi figli, una vita serena, tu invece sei finito nelle grinfie infernali di Vaisey di Nottingham…"
Anche Guy corrugò la fronte: Isabella aveva ragione, tra loro due, era lei quella che era stata più fortunata. Probabilmente, se avesse fatto scelte diverse, anche lui sarebbe stato più fortunato: al servizio di un altro signore, non avrebbe dovuto fare le cose che aveva fatto per Vaisey… ma nessun altro signore avrebbe potuto restituirgli Gisborne. Accecato dall'ambizione, ma anche dall'amarezza e dalla rabbia, si era macchiato perfino di tentato regicidio pur di raggiungere il suo scopo; e alla fine, per uno scherzo del destino che aveva decretato l'inaspettata fine di Vaisey, era diventato addirittura barone.
La porta si aprì e sulla soglia comparve un uomo di circa quarant'anni, i capelli bruni brizzolati e il volto dai lineamenti gradevoli adorno di una corta barba ben curata.
"Buongiorno, signori", esordì, poi si accigliò, "Gisborne?"
Guy si era alzato in segno di rispetto: anche se lui era adesso un barone e l'altro solo un piccolo nobile di campagna, era pur sempre il suo anfitrione.
"Buongiorno a te, cognato", disse in tono neutro, incerto sull'accoglienza che avrebbe ricevuto.
All'ingresso di Thornton, Drastan aveva posato il bicchiere e si era affrettato ad affiancare l'amico, la sinistra posata sull'elsa della spada come per tenerla ferma perché non gli desse fastidio camminando, ma in realtà per essere pronto a sguainarla. Non dimenticava mai che, tra i suoi compiti, c'era anche quello di fungere da guardia del corpo per il neobarone e, anche se non sembravano esserci minacce, non conosceva il padrone di casa e preferiva non correre rischi.
Guy gli lanciò un'occhiata obliqua, apprezzando il suo gesto, e ne approfittò per presentarlo:
"Sir Drastan di Greenmere, il mio vice. Drastan, questo è mio cognato, sir Stephan di Thornton."
Drastan e Thornton si scambiarono un lieve inchino, con fredda cortesia.
"Vedo che mia moglie ha già provveduto a offrirvi da bere", osservò il padrone di casa, andando a sedersi a capotavola e facendo cenno agli altri di sedere con lui, "Ebbene, questa si può senz'altro definire una visita inaspettata, Gisborne."
"Lord Nottingham", lo corresse Drastan in tono quieto, ma fermo. Thornton gli lanciò un'occhiata gelida prima di tornare a guardare il cognato con aria interrogativa.
"Lo sono diventato per matrimonio", spiegò Guy. L'altro si accigliò:
"Il barone di Nottingham aveva una figlia?"
"No, è la figlia di suo cugino, sua unica erede per decreto regio."
"Ah. Un bel colpo di fortuna per te, direi…"
L'osservazione, espressa con freddo cinismo, indispose Guy, ma si trattenne dal ribattere aspramente, sia perché era in casa di sua sorella, sia perché dopotutto Thornton non aveva idea di quali sentimenti lui nutrisse in realtà per la moglie.
"Raccontatemi di voi in questi anni, e dei vostri figli", li invitò invece, desideroso di saperne di più.
Venne così a sapere che Isabella e Thornton si erano insediati nella tenuta di quest'ultimo subito dopo il matrimonio e vi erano sempre rimasti, tranne occasionali viaggi d'affari di Thornton a Wolverhampton o Birmingham. Tre anni dopo le nozze era nato Marcus, il loro primogenito, poi erano venuti Roland e Gwen.
Per tutto il tempo, l'atteggiamento di Thornton fu ineccepibilmente garbato, ma freddo. Era evidente che non avesse molta simpatia per il cognato e ancor meno per il suo braccio destro, così quando Isabella invitò gli ospiti a cena e a trascorrere la notte da loro, Guy per poco non rifiutò, cambiando idea soltanto perché la sorella lo stava guardando con occhi imploranti.
Guy incontrò anche i nipoti; influenzati dal comportamento del padre, i due maschi trattarono lo zio in diffidenza, diversamente dalla più piccola che invece si dimostrò molto curiosa di lui e lo subissò di domande durante tutto il pasto.
Quando i tre figli furono mandati a letto, anche Thornton prese congedo.
"Vi lascio soli: avrete sicuramente ancora molto da raccontarvi", dichiarò, con inaspettato tatto pur mantenendo un atteggiamento distaccato, "Buonanotte."
Anche Drastan si alzò.
"Se per te va bene, Guy, mi ritirerei per la notte", disse, guardando l'amico in attesa del suo permesso. Guy annuì, alzandosi per rispetto a Thornton, che gli rivolse un cenno del capo.
"Vi mando un servitore per mostrarvi la vostra stanza", disse poi, rivolto a Drastan, che annuì per indicare d'aver capito. Neanche lui pareva aver molta simpatia per il padrone di casa.
Quando furono rimasti soli, Isabella e Guy si sedettero vicini su due sedie davanti al caminetto, in cui era stato acceso un piccolo fuoco, e parlarono fino a notte fonda. Isabella rassicurò ancora una volta il fratello che aveva una buona vita: Thornton si era rivelato un buon marito e padre, autoritario ma giusto, la lasciava condurre la casa come meglio credeva, non faceva mancare nulla né a lei né ai figli, non picchiava nessuno di loro né i servi, e andava regolarmente in chiesa. Non era innamorata del marito, ma provava affetto per lui, e molto pragmaticamente si rendeva conto che aveva più della maggior parte delle altre nobildonne.
Guy non aveva parole per esprimere il proprio sollievo e ringraziò mentalmente Violet per averlo incoraggiato a cercare la sorella e a incontrarla. La sua decisione di farla sposare, anche se in gran parte dettata da egoismo, si era fortunatamente rivelata azzeccata. A differenza di altre sue decisioni, pensò con amarezza, ma questo non lo avrebbe detto a Isabella.
Poi toccò a lui raccontarle di sé; non volendo turbarla troppo, sorvolò sui risvolti più oscuri della propria carriera come braccio destro di Vaisey, e naturalmente non menzionò i suoi viaggi in Terrasanta. Si dilungò invece a parlare di Violet e di come fosse iniziata la loro frequentazione, poi sfociata nel matrimonio, e concluse con un invito alla sorella di venire a trovarlo a Nottingham con tutta la famiglia. Isabella fu lieta di accettare, previo consenso del marito.
Infine, a tarda ora, fratello e sorella si diedero la buonanotte e andarono a dormire.
