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Capitolo XX

Rivelazioni.

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Archie rientrò nel suo appartamento di Princeton con il suo voluminoso bagaglio e cominciò entusiasta a chiamare il cugino.

"Anthony! Sei in casa?".

Dopo una breve ricerca che sembrava infruttuosa, uscì nel giardino e lo trovò disteso sulla piccola striscia di prato vicino all'area da cui aveva prelevato tutte le sue rose per trasferirle alla Nuovo Sorriso.

"Ah, ti sei degnato di tornare finalmente… Come è andata a Long Island*?".

"Magnificamente!" gli rispose soddisfatto. "Freddy mi ha portato sul suo yacht in giro per la baia. Abbiamo fatto immersione insieme a West Egg, sotto il promontorio di Capo dell'Uovo. Che esperienza! E ha dato delle favolose feste a bordo piscina della sua enorme villa, con tanta gente davvero divertente. Sono stati cinque giorni memorabili!".

"Ovviamente Annie non sa niente di quest'altro invito" ventilò Anthony.

"Glielo dirò, mia puritana coscienza, glielo dirò… quando deciderà di smettere quel nuovo broncio che dura inspiegabilmente dal matrimonio di Stear!".

"Inspiegabilmente? Archie, se non sbaglio dopo la mia proposta di matrimonio a Candy tu hai alzato le mani verso gli anziani rassicurandoli che non si trattava di un virus contagioso! Come credi che debba essersi sentita lei ascoltando quella battutaccia?".

"Anthony, Anthony…".

"Archie, io non ti capisco…".

"Non preoccuparti" lo calmò Archie assumendo un tono più serio "sono sempre lo stesso, te l'ho detto, mi sto solo prendendo una pausa di evasione per affrontare con maggiore slancio i progetti futuri!".

"A me sembra che questo periodo di pausa ti stia coinvolgendo un po' troppo" gli rintuzzò il giovane biondo "spero che nessuno debba pagarne le conseguenze!".

"Su, non essere il solito pessimista! Tu, piuttosto, che cosa stai combinando? I ragazzi mi hanno detto che non ti si vede più in giro al campus! Non frequenti più neanche la squadra di baseball! Qualcosa non va?".

Anthony si levò su con aria fiacca.

"Sto cercando di correre a New York appena ho una tregua dai corsi. Voglio passare più tempo possibile con Candy ed ho dei nodi che stanno venendo al pettine su una questione legale delicata".

"Scusami se te lo dico, ma il tuo sguardo non è quello trasognato di un promesso sposo! Non mi sembri molto felice; vuoi per caso confermare le mie 'scandalose' teorie sulla posticipazione del matrimonio?".

"Stupida zucca vuota, no!" gli obiettò convinto lui. "E' solo che… è vero… ho ottenuto quello che volevo, un suo sì esplicito, però... sono giorni che cerco di ritagliare dei momenti solo per noi, per potercene stare un po' tranquilli, ma lei mi coinvolge sempre in migliaia di attività e stiamo costantemente insieme ad altra gente. Sembra quasi che stia sfuggendo qualunque forma di intimità fra noi. Mi sta mandando sui nervi questo atteggiamento!".

Il cugino a quel punto sbuffò seccato.

"Ancora con i tuoi dubbi? Ma cosa deve fare di più quella povera ragazza? Ti ha dato il suo impegno!".

"A parole…" sottolineò Anthony.

"E allora chiediglielo con i fatti se questo può mettere definitivamente pace alle tue insanie!".

"Cosa?".

"Sì, chiedile una prova d'amore se vuoi convincerti di essere l'unico detentore del suo cuore! In fondo è solo questo che ti stai aspettando da lei anche se non vuoi ammetterlo! Chiedile di fare l'amore con te! Ormai la famiglia vi ha dato il consenso alle nozze. Se lei ti ama sul serio non credo che una richiesta del genere possa apparirle disdicevole. Sa che può fidarsi ciecamente di te!".

"Io non vorrei… forzarla!".

"Allora tieniti i tuoi dubbi!" sbottò ancora Archie senza giri di parole per scuoterlo. "Ci vediamo tardi stasera; io mi faccio un bagno e poi passo in confraternita!".

Un attimo dopo sparì dietro la veranda, lasciandolo solo a meditare su quanto gli aveva detto.

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In quello stesso attimo, Susanna varcò la soglia d'ingresso dell'Astor Theatre cercando con gli occhi il grande orologio del foyer per capire che ora fosse.

Con stizza constatò che era arrivata ancora una volta tardi alle prove. Una consuetudine che ormai si ripeteva spesso nelle ultime settimane.

Si mosse apatica verso il suo camerino aprendone la porta a fatica. Subito un dolce profumo inebriò le sue narici.

Sul tavolo faceva la sua bella figura un incantevole mazzo di rose rosse.

La ragazza emise un sospiro.

"Meno male che i miei ammiratori non si sono ancora stancati di me!".

Per la verità il pubblico della Stratford aveva cominciato a diradarsi nelle ultime settimane e la critica aveva pesantemente infierito sulle performance della compagnia. Irvin Brother era stato addirittura sollecitato ad interrompere le rappresentazioni. E, per la prima volta nella sua carriera, i giornalisti si erano mostrati impietosi anche con lei, che avevano sempre acclamato.

Ma questo era un accidenti inevitabile purtroppo, ne era lei stessa consapevole. La sua recitazione aveva perso il suo smalto, come se la sua tempra si fosse affievolita.

Era una maledizione! Per quanto si sforzasse con caparbietà, non riusciva più a ritrovarsi quando saliva su quel palco.

Avvicinandosi l'attrice notò che accanto ai fiori era stato lasciato un libro. Sembrava uno dei copioni di scena stampati a decine per il cast. Il titolo era stato rettificato con una matita rossa.

"Otello in Otello" recava una scritta ben in vista.

Attratta da quel particolare, prese a sfogliarne attentamente le pagine. In molte parti erano sottolineati i dialoghi di Otello e Desdemona mentre al lato del testo erano stati aggiunti a mano degli appunti sintetici, riferiti con parentesi e frecce a passi precisi.

"Ahhhh!".

Susanna lanciò un grido soffocato di disperazione proseguendo nella lettura.

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"Composizione officinale di oppiacei nelle seguenti percentuali…

diluita in mezzo litro d'acqua per somministrazione orale a rilascio prolungato nel tempo…".

Nella parte bianca della pagina che precedeva il secondo atto, esattamente nel punto in cui lei aveva drogato Terence, erano riportate alla virgola le dosi del cocktail di stupefacenti che si era fatta consigliare da un farmacista suo parente, di cui aveva a caro prezzo pagato il silenzio.

"Non è possibile!" esclamò nauseata continuando a leggere.

Aveva creduto di essere riuscita a dirottare i sospetti di tutti su Mark ma ora…

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"'Prima mezz'ora dall'assunzione: euforia incontrollata, stato di eccitazione, aumento delle capacità sensoriali, alterazione della percezione'.

Atto II. Scena prima: Il bacio di passione.

- L'ADDIO: Susanna dà a Terence il suo ultimo saluto" era scritto con un tratto elegante in rosso.

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In preda ad una colpevole agitazione, corse al commento successivo.

"'Seconda mezz'ora dall'assunzione: senso di dissociazione dalla realtà, difficoltà motorie ed intorpidimento degli arti inferiori, vertigini, allucinazioni, in alcuni casi reazioni di ipertensione e scatti di aggressività'.

Atto III: Otello, convinto da Iago, ordisce la sua trama assassina contro la donna che gli si è sempre dimostrata fedele e devota.

- IL TRACOLLO: Terence espia la sua colpa annientandosi sul palco.

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'Entro una-due ore dall'assunzione: irrigidimento muscolare e spasmi nervosi incontrollati, probabile perdita di memoria, stato allucinatorio depressivo, crisi di pianto, vomito'.

Fine atto III: Otello dovrebbe rinfacciare a Desdemona il suo odio per quanto crede abbia compiuto ai suoi danni.

- LA VENDETTA: il sipario si chiude sulla carriera di Terence. Susanna lo guarda celando la sua gioia dietro una magistrale maschera di sconcerto.

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'A due ore dall'assunzione: perdita di coscienza, tremore diffuso, possibile alterazione della temperatura'.

Atto V. Scena seconda: Otello avrebbe dovuto compiere il suo uxoricidio, ormai folle dalla gelosia.

- LA VITTORIA: questa scena non verrà mai più recitata. Terence non ucciderà più Susanna.

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FINE

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I fiori sono per te, Desdemona, e per la tua ottima prova di regia occulta. È stata una messa in scena praticamente perfetta! Ma io credo che l'attore protagonista debba essere messo al corrente della sua brillante esibizione, non trovi?".

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Susanna si sentì un nodo che le opprimeva la gola.

Atterrita, cominciò a guardarsi attorno.

"Chi sei, infame? Cosa vuoi da me?".

Le pareti sembravano deformarsi ricadendole addosso al suono distorto della sua voce.

Si girò verso la porta. Sentiva sghignazzare. Era il destino che si prendeva subdolamente gioco di lei.

Sotto il peso dell'inevitabile crollo nervoso, scoppiò a piangere a dirotto.

"I tranquillanti…".

Freneticamente allungò una mano nella borsa e prese la sua boccetta di panacea. Ormai non ne riusciva più a fare a meno.

La sua borsa… Non era quella che si portava sempre dietro, come anomalo amuleto, quando andava in scena. Questa era misteriosamente scomparsa dal suo camerino qualche settimana prima e non era più riuscita a ritrovarla. Un'altra spina nel fianco che la stava tormentando.

L'aveva fatta ripulire a dovere da quella maledetta sera ma non si sentiva tranquilla a non trovarsela più con sé. Magari qualche goccia dei flaconcini che vi aveva nascosto quando era stata sorpresa da Karen poteva essersi impregnata nel tessuto… e allora lei sarebbe stata completamente in balia della persona che la stava minacciando.

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"Desdemona in scena!".

Il timbro potente di Greta anticipò il suo ingresso nella stanza avvisandola che lo spettacolo stava avendo inizio.

Trovandosela davanti Susanna sbiancò, indietreggiando con un balzo sulla sedia.

Gli occhi persi. Le labbra tremanti e livide.

"Cosa… vuoi da me? Cosa volete da me? Greta…".

"Per l'amore del cielo, Susanna, hai bisogno d'aiuto? Stai delirando, hai la febbre?".

La donna le si accostò ansiosa vedendola in condizioni preoccupanti ma lei, con un'ultima prova di autocontrollo, la rassicurò che si era addormentata per la stanchezza ed era stata svegliata di soprassalto dal suo richiamo.

Compitamente, si alzò quindi dalla sedia e seguì la collega sul palco, dove l'aspettava la sua peggiore interpretazione di sempre.

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Terence era arrivato invece in leggero anticipo alla Nuovo Sorriso.

I suoi allievi lo avevano visto entrare in laboratorio carico come un mulo di strani oggetti che aveva prelevato dal magazzino.

Non avrebbe recitato quella sera. Robert sapeva ormai da due mesi che si sarebbe assentato qualche giorno dalla compagnia per presenziare al matrimonio di un suo caro amico e trovare in poco tempo un sostituto di Montano doveva essere stato un compito di gran lunga più semplice per lui che rimpiazzare Otello.

"Venite con me, oggi ho intenzione di proporvi una cosa che non abbiamo mai fatto" aveva detto loro leggermente in sovrappensiero.

Senza porsi troppe domande, tutti avevano preso il loro libro e lo avevano accompagnato in giardino fiduciosi. Ultimamente le sue lezioni erano divenute ancora più trascinanti ed il suo carisma aveva avuto la meglio sulle loro ormai marginali resistenze.

Così si erano disposti in circolo intorno a lui come facevano di solito.

"Eccoci qui…" cominciò Terence assorto in qualche sua personale meditazione di cui non partecipò gli altri.

"Oggi faremo una lezione di pura improvvisazione!".

Interdetti i pazienti si scrutarono l'un l'altro. Spesso il loro tutor li aveva fatti leggere testi che non si erano preparati ma questa volta non avevano la minima idea di quello che stesse per chiedere.

"In questa scatola ci sono accessori di ogni genere ed oggetti non propriamente usuali per una rappresentazione. Vorrei che sceglieste quello che più vi colpisce e provaste ad esprimere tutto ciò che vi passa per la testa in questo momento, senza alcun tipo di freno inibitorio… di nessun genere, sono stato chiaro?" specificò con decisione guardando Isabelle.

"Potete usare parole vostre o frasi che vi sono rimaste impresse! Voglio che sia proprio tu a cominciare, Isabelle!".

D'impulso la graziosa giovane dai capelli rosso rame sospinse la carrozzella accanto alla scatola e continuò ad osservarla, incapace di fare di più. Terence notò che fissava con insistenza un megafono e comprese subito cosa probabilmente stesse rimuginando.

Contento dell'occasione che si stava creando, la anticipò prendendole il grosso oggetto e riponendoglielo sulle gambe.

"Ho visto che eri interessata a questo. È un ottimo strumento per dare voce ai propri pensieri, soprattutto quando sembra che questi ci rimangano intrappolati in corpo per l'emozione e la paura!".

Isabelle lo fissò dubbiosa.

"Ma cosa devo dire ora?".

"Non hai nulla da dovere dire! Qui non c'è nessuno ad obbligarti o giudicarti! Concedi una tregua ai tuoi sensi di colpa e lascia le tue parole libere di camminare da sole…".

"È difficile Terence… troppo difficile…".

"Sì ma non impossibile!".

L'attore comprese che non l'avrebbe mai aiutata se non le avesse dato il suo esempio. Afferrò lui stesso il megafono ed in mezzo a tutti cominciò ad urlare con voce calda e forte:

"Sono innocente! Non mi sono drogato su quel palco! Rivoglio la mia vita!".

Si fermò. Doveva mettersi a nudo ancora più profondamente se voleva veramente sbloccarla.

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Passò in rassegna gli sguardi curiosi degli altri pazienti e riprese sorprendentemente a gridare.

"Amo perdutamente una donna che non sarà mai mia!

Lo posso urlare al mondo senza rabbrividire ormai! Tu vivrai in me per tutta la vita, Candice White Andrew!

E la mia vita sarà un tutt'uno con questo amore che mi pulsa prepotente in petto perché da questo amore essa dipende e di questo amore si nutre!".

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Appena ebbe terminato, inspirò una lunga boccata d'aria cercando di calmarsi. Aveva il fiato corto e le mani sudate. Non avrebbe mai pensato di arrivare ad esporsi con loro con un tale coinvolgimento. John non lo aveva mai richiesto al suo ruolo.

Meccanicamente guardò Charlie che lo approvò in silenzio.

Si avvicinò quindi alla sedia a rotelle di Isabelle e le restituì il megafono, incoraggiandola a sfogarsi come aveva fatto lui.

"Io sono Ilary ora! Parlami! Trova il coraggio di non soffocare più ciò che provi!" la spronò fermamente.

"Ilary… oh mia cara!".

L'allieva allungò le mani per afferrare le sue, ma lui le si sottrasse arretrando di qualche passo e continuando a chiamarla.

"Sono qui, Isabelle, dillo, cosa è successo quel giorno?".

"Oh Ilary, quel giorno… tu non saresti dovuta morire quel giorno! Eri nel fiore dei tuoi anni!".

"Era inevitabile, sorella mia, nessuno può cambiare la propria sorte…" le recitò Terence in risposta indietreggiando ancora.

Lei in quel momento cominciò a seguirlo.

"No! No, Ilary, IO avrei potuto evitarlo! Ero IO che stavo guidando! IO che ho perso il controllo di quell'auto!" confessò gridando attraverso il megafono.

"Hai già pagato abbastanza per tutto questo…! Io non avrei mai voluto essere la tua tortura!".

"Ed io non avrei voluto essere la tua assassina…" proseguì lei avanzando inconsapevolmente ancora di un passo.

"Lo so, lo so… io posso leggere i tuoi pensieri anche se tu li tieni nascosti!

Chiedimi quello che vuoi… sto ascoltando la tua voce!".

"Perdonami, ti scongiuro, perdonami!" urlò Isabelle più forte, nascondendosi dietro l'ingombrante oggetto.

"Io ti perdono, per l'amor del cielo, ora perdonati anche tu! Lascia che il sangue delle tue ferite sia libero di coagularsi. È ora di guarire… per potere continuare a vivere!

È questo che voglio IO da TE, Isabelle!".

Le loro mani si sfiorarono ancora. Ma lui indietreggiò di nuovo.

"Vivere…?".

E lei continuò ad avanzare.

"Sì… vivere! Anche per me!".

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Terence si fece solo allora raggiungere ed abbracciare.

Poi, con la massima delicatezza, la prese per le spalle e la fece girare indietro, immensamente emozionato.

"Guarda Isabelle, guarda cosa hai lasciato dietro di te…".

La ragazza si nascose la bocca tra le mani esterrefatta.

La sua carrozzella risplendeva sotto i raggi del sole ad una decina di metri da lei. Tra le braccia robuste di Terence le sue gambe ormai la reggevano stabilmente in piedi.

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"Scricciolo… corri subito qui!".

"Cosa c'è, Pam?" chiese Candy notando che l'amica se ne stava con il volto impallidito incollata alla finestra con vista sul piccolo cortile.

Ma quando si affacciò anche lei trovò da sola la sua risposta.

"Isabelle! Mio Dio, ci è riuscito! Lo sapevo che ci sarebbe riuscito!".

I suoi occhi si riempirono di lacrime di gioia.

"Corro ad avvertire il dottor Davidson e John! Tu chiama Albert!".

In pochi minuti riuscirono ad allertare tutta la Nuovo Sorriso. Terence ed Isabelle si trovarono circondati da mille esplosioni di viva commozione.

Il tempo che seguì fu solo una grande festa.

In un caos allegro ed assordante, Bryan stappò una grossa bottiglia del migliore champagne per brindare come faceva in occasione di ogni 'risveglio'.

"Forse questa sarà l'ultima guarigione della Nuovo Sorriso prima di un'interruzione che speriamo sia più breve possibile… ma adesso è giusto solo festeggiare la tua meravigliosa rinascita, cara Isabelle!" esclamò con voce intenerita accanto ad un Albert radioso.

Subito dopo si avvicinò a Terence e gli strinse calorosamente la mano.

"Io non ho mai avuto dubbi su di te!" gli rivelò al colmo della felicità.

Mentre ringraziava ancora stordito, Terence si voltò verso Candy che lo accolse da lontano con una mirata luminosa di soddisfazione.

Girò poi nuovamente lo sguardo nell'ampia sala come cercando qualcuno.

"Non c'era lezione di pianoforte oggi? Mi aspettavo di vedere anche Annie…" bisbigliò nel vociare assordante a John.

Il ricercatore gli rispose che aveva terminato da circa mezz'ora la sua lezione. Di solito si tratteneva un po' in associazione ma nessuno l'aveva vista in giro. E d'altra parte era impossibile che non si fosse accorta dell'accaduto visto l'enorme baccano che stavano facendo.

"Terence… a proposito di Annie…" intervenne Pamela sentendo i loro discorsi "qualche giorno prima che ti assentassi per il matrimonio di quel tuo amico mi ha dato un libro da consegnarti. L'ho trovata molto scossa, mi ha detto di non aprirlo per nessuna ragione e di consegnarlo solo a te… Credo che avesse pianto perché aveva gli occhi gonfi. Oggi me lo ha richiesto indietro dicendomi che aveva cambiato idea. Forse avrebbe voluto consegnartelo lei stessa… bah quella ragazza è strana negli ultimi tempi. Io le ho risposto che credevo di averlo dimenticato a casa ma poi casualmente mi è passato sotto gli occhi quando ho aperto il mio armadietto. Lo do a te se vuoi…".

"Va bene".

"Eccolo".

Terence lo riconobbe subito, anche se lei ne aveva fatto rilegare la copertina per non rovinarlo.

Era la raccolta di poesie di Emily Dickinson che le aveva di recente prestato dal laboratorio teatrale. Il modo anomalo in cui gliela aveva voluta restituire gli lasciò un senso di inquietudine.

Approfittando della confusione, si defilò dal gruppo e si fermò nella stanza adiacente per dargli uno sguardo. Una pagina dalla punta piegata attirò subito la sua attenzione. Riportava una poesia punteggiata di sottolineature.

"Annie ma cosa mi vuoi dire con questo?".

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"Se io potrò impedire

a un cuore di spezzarsi

non avrò vissuto invano.

Se allevierò il dolore di una vita

o guarirò una pena

o aiuterò un pettirosso caduto

a rientrare nel nido

non avrò vissuto invano".**

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Terence rilesse più volte quelle poche righe pensando al viso afflitto di Annie che avrebbe voluto raccontarsi ma che non ne trovava la forza.

"Impedire ad un cuore di spezzarsi… il dolore di una vita… una pena…".

Man mano che ripeteva quelle parole cercandone il senso si sentiva avvolgere da una morsa di ansia.

"Un pettirosso caduto… rientrare nel nido… Annie… mi stai chiedendo aiuto… ma perché? Perché cerchi aiuto proprio da me?".

Poi, all'improvviso, ripensò a quell'eco indistinta che aveva ascoltato qualche sera prima.

"Terence… chiudi gli occhi... e avanza…".

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"… Un pettirosso caduto…

aiuterò un pettirosso caduto a rientrare nel nido…".

Un funesto presentimento cominciò a farsi strada nella sua mente.

"Annie… tu hai sempre pensato che io potessi capire il tuo strazio al di là delle parole, per questo ti sei avvicinata a me… Mi volevi fare arrivare questa richiesta di soccorso ma oggi ci hai ripensato… Annie non fare pazzie, ti prego!".

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Come un ciclone rientrò nella stanza dove erano ancora in corso i brindisi e raggiunse Candy trascinandola sulla porta per un braccio.

"Terence, ma che diavolo ti prende? Sembri fuori di te!".

"Candy, non c'è tempo per spiegartelo" le gridò concitato "dobbiamo trovare prima possibile Annie! Sono sicuro che sia ancora qui da qualche parte! Potrebbe essere in grave pericolo!".

"Annie in pericolo? Non capisco, Terry, ma che sta succedendo?".

"Fa' quello che ti ho detto e avverti subito gli altri. Ho paura che voglia tentare il suicidio!".

La lasciò lì sulla porta, come pietrificata.

"Tentare… il suicidio…?".

Candy non sapeva cosa pensare ma fece come le aveva chiesto.

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Terence intanto si era precipitato nel vialetto chiamando Annie a squarciagola. Mentre i minuti passavano una paura sempre più acuta gli attanagliava i nervi.

Alla fine del sentiero vide il piccolo Sunshine che gli veniva incontro festoso, attirato dalla sua corsa. Il cane gli saltò addosso, leccandolo come era abituato a fare.

"Sunshine… vieni qui, bello! Sì, sì lo so che ti piaccio ma ora stammi a sentire, piccolino, devi darmi una mano a trovare Annie!".

Prese il libro di poesie e lo passò sotto il naso del cucciolo. Questo, dopo qualche secondo, scattò in direzione dell'edificio dove erano situati la mensa ed i dormitori.

Arrivati alla rampa di scale, Sunshine si fermò e cominciò ad abbaiare rabbiosamente. Gli ordini tassativi dei medici non gli permettevano di andare oltre.

Terence lo accarezzò per tranquillizzarlo.

"È qui?" chiese quindi all'animale che guaì in segno di approvazione.

In quell'istante avvertì un'anomala folata di vento proveniente dai piani superiori.

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Senza perdere tempo si involò per le scale divorando i tre piani fino alla porticina che dava sul tetto.

Quando vi arrivò, la trovò aperta. Fece qualche passo sulla piccola terrazza ma si arrestò subito.

Annie era lì, accanto al basso parapetto. Proprio in quel momento lo stava scavalcando per lanciarsi nel vuoto.

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"Annie, ti prego… non farlo!" le gridò rimanendole a distanza.

La ragazza si voltò sbigottita sentendosi chiamare dalla sua voce.

"Terence! Perché sei venuto?" lo aggredì mentre le lacrime invadevano incontrollabili il suo viso.

"Perché me l'hai chiesto tu! Credi che non sappia leggere? Sono giorni che mi chiedi silenziosamente aiuto! Ecco, sono qui.".

"È stata una debolezza!" continuò lei tornando a sporgersi pericolosamente. "Io voglio solo togliermi da questo mondo! Non sopporto più la mia vita inutile!".

Il giovane cercò di avvicinarsi più velocemente vedendo che si era ormai portata sul corto cornicione esterno.

"No, non è stata una debolezza, Annie, è stato un passo avanti" tentò di calmarla con un tono rassicurante.

"Credimi, non c'è nessuno che possa comprendere più di me le tue inibizioni ed i tuoi tormenti…".

"Io… lo so… per questo… ti ho cercato... Sento che anche tu sei logorato da una sofferenza".

"… Ma questo non mi spinge a saltare giù, Annie… anche se ne ho sentito l'istinto…".

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Con un ultimo scatto Terence colmò lo spazio tra loro e si afferrò alla ringhiera. Sotto i suoi occhi sorpresi, la scavalcò e le si accostò prendendole la mano.

Per qualche attimo entrambi guardarono in silenzio verso il basso.

"È troppo facile così…" le disse con il respiro trattenuto "in due o tre secondi saremmo di sotto a mettere un punto fermo ai nostri affanni ma… non è questo che entrambi vogliamo. Non penso di sbagliarmi sul tuo conto: noi due siamo persone molto esigenti con noi stesse e poco, troppo poco indulgenti…

Non è mai così buia la notte però, Annie, e questo mondo, che tu lo voglia o no, ha bisogno di noi…

So che stai facendo un buon lavoro qui… non credere che il tuo riflesso negli occhi degli altri sia un contentino insignificante alla tua personale insoddisfazione, lo sto imparando anche io in queste ultime settimane…".

"Oh Terence!". Annie si voltò di spalle al vuoto piangendo stretta al parapetto. "Tu hai tanto dalla vita… io…".

Terence le abbozzò un sorriso amaro.

"Beh, un ruolo da non protagonista… ed una brillante carriera interrotta… non c'è che dire…".

"No" lo interruppe lei sincera "tu hai il talento e la sensibilità che nessuno potrà mai toglierti!".

"Io… non ho Candy, Annie! Questo potrebbe bastare ad uccidermi!".

"Ed io non ho Archie, Terence! Stiamo insieme ma lui non mi appartiene. Forse non mi è mai appartenuto, per quanti sforzi di conquistarlo io abbia fatto!".

Cercando di riprendere il controllo senza perdere l'equilibrio, si girò anche lui verso la terrazza.

"Hai gusti strani, Annie, non vedo cosa abbiate in comune tu ed Archie, ma non credo che scappare senza affrontarlo sia la soluzione migliore. Gli hai mai parlato chiaramente?".

"No…" ammise lei.

"Pensi che non sia capace di capire?".

"No, questo no… Archie è una persona molto sensibile ma ultimamente non riesco più ad entrare in contatto con lui. È sfuggente, ambiguo… sento che non ha bisogno di me accanto".

"E se invece fosse proprio il contrario? Noi uomini spesso ci comportiamo stupidamente, sai? Allontaniamo le persone di cui più abbiamo bisogno solo per non permettere loro di scoprire i nostri lati più vulnerabili. Sapessi quanti errori ho commesso io per orgoglio!".

"No, lui non ha bisogno di me! Non vuole più sposarmi!".

In un moto istintivo di rabbia, Annie spostò un piede all'indietro staccando le mani dalla ringhiera, come se avesse scelto di arrendersi.

"No… Annie… no!" la supplicò Terence afferrandola per un lembo del vestito. "Qualunque cosa voglia lui, non lo saprai mai se non glielo chiedi! Se ti sei fidata un minimo di me per aprirti in questo modo, stammi ad ascoltare, non fosse altro perché chi ti parla ha la testa fasciata per le legnate che ha preso dalla vita! Dammi la mano, andiamo via di qui!".

"Io non voglio più vivere…".

"Non è vero… non mi avresti cercato… Quando mi hai lasciato quel messaggio, in codice parlava la tua voglia di vivere! Lascia che prevalga su quell'ombra scura. Mettila da parte come sto provando a fare io…

Godi di ogni attimo se il cammino non ti è chiaro. Godi di ogni piccolo passo!

Hai visto Isabelle? Lei ora è in piedi! La vita è imprevedibile… meravigliosa, terribile, incredibile… ma accidenti, Annie, vale la pena di rimanere in piedi su quelle gambe! È un miracolo comunque questa vita che a volte ci sembra una condanna!

Ti prego, vieni via con me! Fosse solo per un sorriso che saprai infondere in uno di quei volti… Tu stessa lo vuoi… tu stessa desideri rientrare in quel nido… Nessuno ha sottolineato quella frase per te.

Sei molto più forte e più in gamba di quello che credi di essere!" le ripeté rientrando al sicuro oltre il parapetto ed incitandola a fare lo stesso.

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"Oh Terence, amico mio, grazie!".

Annie gli si lanciò incontro, vinta dal pianto, mentre lui la sollevava e la traeva definitivamente in salvo.

Stretti così, ricaddero sfiniti al suolo.

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Candy, Albert e Bryan sopraggiunsero proprio allora.

L'amica si gettò senza esitazioni verso di loro coprendo entrambi con il suo abbraccio.

"Annie, mia dolce Annie, cosa volevi fare?".

"Scusami…" le riuscì a dire lei mentre già perdeva conoscenza.

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Bryan ordinò ai suoi collaboratori di trasferirla in ambulatorio. Finché non riaprì gli occhi Candy non si mosse dal suo letto.

Continuò ad accarezzarla, come faceva quando erano bambine per consolare qualche sua infantile tristezza.

"Candy…".

I trepidi occhi azzurro mare della sua Annie si rifugiarono pentiti tra le sue mani.

"Annie non mi fare più questi scherzi, capito? E… non provare più a vergognarti del mio giudizio!" la ammonì tremando ancora spaventata.

Con un leggero cenno del viso, lei le promise che non lo avrebbe più fatto.

"Chiama Archie, Candy…" le chiese prima di ricadere nel sonno.

"Archie arriverà presto, cara. Ho già contattato Anthony!".

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Palesemente provata, Candy uscì dalla sua stanza e si trovò faccia a faccia con Terence.

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Terence non sopportava di vederla in quello stato. Senza ragionare su quello che stava facendo, tirò fuori dalla tasca il suo fazzoletto e le asciugò le guance e gli occhi bagnati. Lei ricambiò il suo gesto d'affetto accarezzandogli con tenerezza il viso.

"Grazie, Terry! Mi sono preoccupata di tante persone negli ultimi tempi e non mi sono accorta che mia sorella stava così male! Sono imperdonabile! Tu invece hai capito…".

"No, non dire così… hai avuto tanti pensieri…" la giustificò lui per tentare di alleviare i sui sensi di colpa.

"Io mi sono solo trovato nel posto giusto al momento giusto. Ho fatto e detto quello che avrebbe fatto e detto chiunque".

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"Non chiunque, Terence, non chiunque…".

Il suo sorriso lieve gli espresse, senza parole, la sua profonda gratitudine.

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"Archie, rieccoti in forma smagliante! Le ore piccole non ti lasciano un'occhiaia! Sei arrivato giusto in tempo per terminare il tuo rituale di iniziazione. Sai che c'è ancora un ultimo passo per entrare a pieno diritto nella confraternita, vero? Ma credo che questa sarà la parte più piacevole per te…".

La risata scaltra di Freddy Duncan deflagrò nell'aria affumicata del piccolo locale dove si riunivano gli Snakes.

"Tieni, è hashish del taglio migliore! Ti darà coraggio! Ho scelto il meglio per te… Louise o Meredith, chi preferisci?".

"Louise..." rispose l'amico falsamente convinto, provando ad aspirare la sua prima canna.

"Ottima scelta! Lei ti sta già aspettando nel privé. Buon divertimento!" lo stuzzicò Freddy sghignazzando per togliergli le ultime inibizioni.

Archie entrò in punta di piedi nell'elegante alcova.

Una ragazza molto bella e raffinata lo stava aspettando seminuda distesa sul grande baldacchino.

"Avvicinati, Archibald…".

Il giovane la fissò smarrito, bloccato da un'ipersalivazione che gli impediva di connettere.

Si tolse la giacca ed allentò la cravatta, andandole incontro.

"Louise… io…".

"Non dire niente… immagino che sia la prima volta…".

Avrebbe voluto negare ma rimase immobile.

Senza preliminari, lei cominciò a sfilargli la camicia.

"Non preoccuparti, ci penso io…".

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Anthony arrivò dopo circa un quarto d'ora, facendo irruzione nella sala delle riunioni senza cortesie.

"Freddy, dov'è Archie?".

"Anthony! Felice e sorpreso di vederti qui! Dovrai aspettare Archie per un po'… credo che sia 'piacevolmente impegnato'…".

"Ti ho chiesto… dov'è!" gli ripeté lui ancora duramente.

"Ehi, che caratteraccio che hai, mister Brown, non sembrate per niente cugini tu ed Archie! Comunque, se ci tieni tanto a vederlo è nell'ultima stanza sulla destra… ma se vuoi unirti a loro devi chiedergli il permesso!" alluse il ragazzotto continuando a ridacchiare per metterlo in difficoltà.

Il compagno però non si curò delle sue frecciatine e si precipitò nel corridoio entrando nella stanza senza preavviso.

Lì trovò Archie a torso nudo intento a baciare Louise che non aveva più nulla addosso.

Appena lo vide il cugino trasalì.

"Anthony! Ma… ma che diavolo ci fai tu qui?".

Il viso di Anthony lo affrontò cupo.

"Non voglio giudicare quello che vedo… Sono venuto solo per avvisarti che Annie ha tentato il suicidio! Ora è alla Nuovo Sorriso!".

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"Annie… cosa?".

Se un fulmine lo avesse folgorato non gli avrebbe provocato una simile lacerazione nel petto.

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Archie si sentì il cuore squarciato da quelle poche, terribili parole.

Scattò in piedi, raccattando i suoi abiti sparsi per la stanza, e filò via come un ossesso verso l'uscita.

"Dobbiamo raggiungere subito New York, Anthony! Ti prego, guida tu! Io non ne ho la forza!".

Freddy li vide fuggire in quel modo e cercò di bloccarli.

"Cosa ti è successo, Archie?".

Ma lui, bianco come un lenzuolo, non gli rispose neanche.

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Terence se lo vide arrivare senza più fiato mentre richiudeva la porta della stanza di Annie.

Nonostante la gravità della situazione, non poté fare a meno di accoglierlo con un'occhiata di disapprovazione.

"Finalmente sei arrivato, Cornwell…".

"Togliti di mezzo, Granchester! Dov'è Annie?".

"Annie è qui dentro e tu dovresti essere accanto a lei da un pezzo… Non avresti dovuto permetterle di spingersi a questo! Non puoi non avere intuito il suo malessere…".

Archie se lo mangiò con gli occhi.

"Non vedo in cosa possa interessarti il malessere della mia ragazza… Pensa alle tue squallide relazioni!" gli sbottò in faccia entrando nella stanza.

L'attore non reagì alle sue provocazioni.

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"Archie…".

Annie era ancora a letto. Appena lo vide si avvolse nel lenzuolo come a volersi proteggere dalle sue parole.

Stravolto lui le si fece vicino cercando le sue mani.

"Annie! Scusami, amore, scusami! Io non ho capito che le continue discussioni erano un modo per chiedermi aiuto! Non avrei dovuto lasciarti così sola!".

"Io… mi sentivo una nullità…" gli confessò lei.

Archie fermò il suo sfogo con un bacio appassionato.

"Sei una persona stupenda, invece… Una donna con tante qualità. E soprattutto… sei la donna giusta per me! La madre migliore che potrei desiderare per i miei figli!".

Annie non poteva credere a quello che stava udendo.

Il suo uomo era lì, devoto e fervente come non l'aveva mai visto.

"Ho fatto una sciocchezza enorme!" riconobbe desolata accarezzandogli i capelli color nocciola mentre lui non accennava a staccarsi dal suo seno.

"Non avrei dovuto… ero tremendamente gelosa ed insicura… Ti prego, perdona la mia mancanza di fiducia!".

Mai nella sua vita Archie aveva sentito la sua anima più indegna.

Alzò il viso verso di lei provando un nauseante senso di colpevolezza.

"No, Annie, se c'è una persona che deve farsi perdonare… quello sono solo io! Mi sono dimostrato un vero idiota negli ultimi mesi! Amore mio, mio delicato, paziente amore… ti prometto che da ora in poi ti proverò seriamente la mia dedizione e quando finirò l'Università ci sposeremo. Voglio tanti figli, Annie, che ci girano per casa e suonano divinamente il piano come la mamma!

Ringrazio il cielo per non avere perso questa benedizione per compiacere i miei immaturi capricci!".

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"Un po' di tè?".

Terence si era avvicinato a loro con un piattino di biscotti e due tazze fumanti.

"Ancora tu? Ho detto che non voglio niente da te! Sparisci!".

Archie si girò ancora aggressivo. Non riusciva a comprendere il perché della sua presenza in quella stanza.

Il giovane appoggiò senza rispondergli il vassoio sul tavolo ma fu Annie a prendere a quel punto le sue difese.

"Non puoi trattarlo così, non te lo permetto, è solo grazie a Terence se io sono ancora viva! Mi ha strappata per i capelli alla morte…".

"Che dici?".

Da quando lo conosceva per la prima volta il fidanzato fissò l'ex compagno di scuola con un'espressione benevolmente stupita.

"Non avrei mai pensato di potermi trovare un giorno in debito con te! Allora… credo di doverti le mie scuse!" gli disse schietto.

Terence gli posò la mano sulla spalla.

"Non preoccuparti, Archie, non voglio la tua riconoscenza, concedimi solo il beneficio del dubbio".

Senza dire altro se ne andò, lasciandoli nuovamente soli.

"Terence…".

Archie continuò a pensare a quanto quel ragazzo che aveva sempre istintivamente odiato avesse appena fatto per la sua vita.

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Il sontuoso sipario dell'Astor si chiuse ancora tra incerti applausi e fischi sempre più rinvigoriti.

La rappresentazione di quella sera era stata di sicuro la peggiore da quando Terence aveva smesso i panni di Otello.

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Susanna era sembrata la sua annacquata controfigura. Impacciata come una principiante, aveva letteralmente sbigottito pubblico e critica.

Nessuno dei presenti in teatro poteva immaginare i tarli che le stavano corrodendo il cervello in quelle ore.

Sul palco si era sentita ossessionata dagli sguardi dei suoi colleghi.

Uno di loro certamente sapeva; questa certezza le aveva fatto perdere la testa e per tutto lo spettacolo non aveva fatto altro che cercare in un paio d'occhi la verità. Ma le sue deliranti farneticazioni avevano solo finito per confonderla e deprimerla ancora di più, rendendo la sua prova a dir poco indecorosa.

Quando il telone si riaprì perché gli attori uscissero per il saluto di commiato al pubblico, lei fu l'unica a non mostrarsi.

Stava per scappare nel suo camerino, quando Robert la braccò scuro in volto.

"Susanna, dove credi di andare? La tua prova è stata pessima stasera! Io capisco che ti manchi l'affiatamento con Terence ma non posso più tollerare simili cali di prestazione. Se continui così dovrò intervenire con un'altra sostituzione. Quest'opera si sta rivelando un fiasco senza precedenti per noi!".

"Mi dispiace, Robert, sul serio!".

La sua reazione sconsolata lo impressionò. Quegli occhi smorti, velati di rimpianto e sconfitta, lo colpirono profondamente, accendendogli un sospetto.

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Rientrata nella sua stanza Susanna cominciò a struccarsi sfregando energicamente le guance con il fazzoletto imbevuto di crema fino quasi a farsi male. In quel momento avrebbe voluto strapparsi quella faccia e restituirsene una nuova.

Si detestava. Si detestava senza scusanti per avere gettato via la sua purezza e la sua onestà come se non avessero per lei mai avuto un valore.

Quando si voltò sulla sua destra per recuperare un asciugamano capì che però almeno quell'avvilente attesa stava raggiungendo la sua conclusione.

Davanti a lei c'era Karen con in mano la borsa scomparsa da giorni.

"Credo che questa sia tua, ho notato che la cercavi ovunque disperatamente!" le disse la collega con un tono asettico che la fece sentire ancora più a disagio.

"Devi averla fatta lavare per bene ma… qualche piccola traccia di oppio è rimasta intrisa nel tessuto. Non è stato difficile per mio cugino chimico analizzarne la composizione e studiarne i probabili effetti su un fisico come quello di Terence. Credo che la polizia… sarebbe altrettanto efficace e veloce…".

Susanna la guardò come una volpe in trappola davanti ad un fucile pronto allo sparo.

"Che cosa vuoi, Karen?".

"Giustizia, Susanna! Solo giustizia!" le disse lei ancora freddamente.

"Terence non meritava tutto il marciume che gli hai buttato addosso! Gli hai tolto la vita con quel gesto meschino!".

Susanna non tentò neanche di difendersi.

Si risedette senza più energie fissando la donna attraverso lo specchio.

"Un'amante abbandonata può commettere anche follie" confessò come una liberazione mentre una piccola goccia di sudore gelato le solcava la fronte.

"Sì, ma una donna intelligente può riparare ai suoi errori quando se ne rende conto. Io credo che tu ti sia già pentita della tua vendetta!".

"Non posso più fare nulla ormai. Non voglio perdere tutto ciò che mi sono conquistata con il sangue!".

Il riflesso di Karen si fece più vicino.

"C'è un modo per espiare la tua colpa… ed evitare nello stesso tempo uno scandalo che distruggerebbe la Stratford...".

"E sarebbe?".

"Posso esserti d'aiuto se vuoi… Forse siamo ancora in tempo per l'ultimo spettacolo…".

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La primattrice la fissò spossata e disincantata.

"Cosa verrà a te da tutto questo?".

Ma la sua rivale di sempre si sottrasse ad ogni accusa.

"Susanna, te l'ho già detto, non è mio costume ricattare la gente! Sono contenta di restituire a Terence ciò che merita. Tutto qui".

Dopo qualche attimo di riflessione, però, un pensiero a lungo represso la solleticò.

"A ben vedere… ci sarebbe una piccola cosa che potresti fare tu per me…".

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Qualche giorno dopo Robert Hathaway ricevette un'importante telefonata che non lo lasciò del tutto sorpreso.

"Signor Hathaway, la chiamo dal commissariato, sono l'ispettore Sinclair! La pregherei di raggiungermi al più presto. Devo rivelarle delle informazioni che le faranno piacere! Ho già avvertito il signor Graham!".

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Il volto maturo del regista si distese.

"Hai fatto la cosa giusta, Susanna…".

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*Long Island, West Egg e Capo dell'Uovo sono alcuni dei luoghi in cui è ambientato "Il grande Gatsby".

**Cit. della poesia "Se io potrò impedire ad un cuore di spezzarsi" dalla raccolta "Tutte le poesie" J919 (1864) / F982 (1865) di Emily Dickinson.