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Capitolo XXI

Il fuoco e le rose

PARTE I

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Candy ed Anthony avevano trascorso uno splendido pomeriggio in giro per Manhattan.

Avevano visitato l'ultima esposizione espressionista del Metropolitan Museum e passato ore a passeggiare tra gli eleganti vialetti del Botanical Garden prima di raggiungere il piccolo flat sull'ottava strada che Vincent aveva affittato al figlio per i suoi soggiorni più lunghi a New York.

Lì li aveva attesi una romantica cenetta a base di cucina rigorosamente francese preparata con tutti i crismi da Hambre, la governante che si prendeva cura di lui quando si fermava per la notte e che ormai gli si era devotamente affezionata.

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Per tutta la sera erano rimasti a scherzare e chiacchierare fittamente come non facevano da tempo.

Anthony sembrava completamente rilassato. Era davvero molto bello in abbigliamento informale.

La sua camicia bianca di seta gli scendeva morbida sul torace levigato dall'attività fisica che lo aveva impegnato duramente a Princeton. Quel bianco candido faceva risplendere il celeste tenue dei suoi occhi di un chiarore vivido.

L'aveva guardata con quell'intensità per tutto il tempo, mentre disquisivano amabilmente di ricette e di arte; in alcuni momenti lei aveva dovuto abbassare lo sguardo sentendosene inspiegabilmente intimidita.

"È stata davvero una magnifica giornata, mi fanno male le guance a furia di ridere! Avevamo davvero bisogno di rilassarci un po' dopo tutto quello che è successo!".

La voce di Candy era squillante.

Anthony si alzò dal suo posto per raggiungerla all'altro capo della tavola.

"Sì, concordo con te! Ne avevamo proprio bisogno" le confermò riempiendo il suo calice di vino ed avvicinandoglielo.

"Proprio per questo vorrei che non finisse mai… Lo sai che le escargot alla bourguignonne ed il patè foie gras hanno fama di essere potenti afrodisiaci? I Francesi sanno trattarsi bene…".

Candy glissò sulla sua allusione scherzosa mantenendo un tono leggero.

"Afrodisiaci…? Allora è opportuno che mi accompagni subito a casa…".

"Piccola insolente, come ti permetti di parlarmi così? Vuoi dire che ti negheresti ad una notte d'amore indimenticabile con il tuo principe azzurro? Ora ti faccio vedere io!".

La ragazza gli sgusciò via divertita dalle mani e trovò riparo sul piccolo divanetto di pelle, raggiunta in pochi attimi da un mare di tenerezze che sommerse la sua impertinenza.

Mentre continuavano ancora a coccolarsi Anthony si fermò di scatto sollevandosi con il busto sul suo seno.

Il suo volto divenne incredibilmente teso.

"Candy, io…".

Candy stava ancora ridendo quando notò il suo brusco mutamento di umore.

"Beh? Cosa hai? Ho detto qualcosa che ti ha infastidito?".

L'espressione del giovane si illanguidì.

Stava cercando di imprimere nella sua mente ogni particolare di lei; voleva che si scolpisse nella sua memoria.

La linea armonica della bocca che valorizzava ad ogni nuovo sorriso i suoi tratti femminili, le verdi gemme preziose così traboccanti di energia ed entusiasmo che nessun pittore dalla tavolozza più ispirata avrebbe potuto catturare in un suo capolavoro… i lunghi capelli che le scendevano sensualmente sulle spalle, ora che la loro giocosa lotta li aveva adorabilmente spettinati…

"Sei molto bella… mi sento rabbrividire quando ti sono accanto… penso che ti sia accorta del potere che hai su di me…".

Con un dosato movimento avvicinò la bocca alla sua fronte e la baciò.

Quella lieve carezza delle labbra era carica di tutto il suo desiderio e di tutti i suoi animati timori.

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Anthony chiuse gli occhi, discendendo leggero lungo i lineamenti di quel volto che amava da sempre, accarezzando pelle a pelle il suo sogno che gli sembrava ora impalpabile ed evanescente pur essendo così concreto a pochi millimetri da lui. Quanto avrebbe voluto imprigionare quell'attimo in un bacio eterno!

La lunga scia che lo accompagnò alla bocca di Candy gli sembrò espandersi in un orizzonte infinito.

Sì, il suo viso ed il proprio corpo che lo sfiorava come una brezza di primavera erano infiniti e fissi nel tempo, come tutti gli attimi di amore autentico che avevano condiviso fino a quel momento e che nessuno mai avrebbe potuto cancellare.

Era ancora sua o no?

Al termine di quell'ondeggiare sospeso tra le sue guance raggiunse la sua meta e la sfiorò, temendo che potesse dissolversi sotto il peso delle sue fantasie.

Riaprì gli occhi. Candy era ancora lì, davanti a lui.

La sua carezza intensificò il suo ardore e la sua bocca la cercò assetata.

La baciò nuovamente. Non reprimendo in alcun modo la sua passione.

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Candy fermò la sua respirazione in una forzata apnea.

Quando Terence le aveva rubato il loro unico bacio l'aveva aggredito rinfacciandogli di essersi appropriato di emozioni che non gli appartenevano in un furto scorretto e brutale. Ma da quando l'aveva fatto lei aveva pensato continuamente a quel turbine di sensazioni contrastanti che l'avevano rapita.

Non riusciva più capire dove fosse il confine, le due verità ormai si sovrapponevano in contorni sempre meno netti e perciò ancora più indecifrabili.

Anthony l'aveva baciata più volte, lei aveva goduto di ogni minimo scambio di sensualità e dolcezza, ma in quel momento, proprio mentre la persona che aveva da sempre creduto proprietaria indiscussa dei suoi sentimenti e dei suoi istinti, le stava manifestando che le loro recenti scelte aprivano il varco a nuove inconfessabili aspettative, lei avvertiva un senso fastidioso di freddezza dentro di sé. Era come se lui stesse andando oltre, oltre quello che potesse concedergli.

Di chi erano ora quelle labbra che si chiudevano nervose a quell'assalto irruente?

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Quasi scusandosi, pose fine a quel bacio.

La sua piccola mano accarezzò istintivamente il viso di Anthony che sbarrò gli occhi.

Una fitta acuta di dolore le straziò il petto quando vide, per una sola frazione di secondo, balenare nel suo sguardo il terrore di essere respinto.

Avrebbe dato di tutto per saperlo felice.

Per resistere. Per diradare la nebbia che si infittiva nel suo animo.

Anthony si fece ancora una volta forza e pazientemente la spinse ad alzarsi per stemperare la tensione che aveva avvertito sulle sue labbra.

"Che pessimo ospite che sono, non ti ho ancora mostrato il resto di questo angolino di pace al riparo dagli sbuffi di Archie… Vieni, ti faccio vedere le altre stanze… ma non ti aspettare Lakewood!" le propose sforzandosi di mostrarsi ironico.

Lei lo seguì senza battere ciglio, riprendendo fiato contenta che non avesse dato peso alla sua incertezza.

"Questo…" continuò il ragazzo mostrandole il fine scrittoio in ciliegio su cui spiccava un cumulo di carte "è lo studiolo che mi sono organizzato per lavorare le pratiche senza i controlli e le interferenze dei collaboratori di mio padre e questa… è la piccola ma confortevole camera da letto…".

Un ammaliante sentore di rose li raggiunse quando aprì quell'ultima porta. La stanza semi-buia era illuminata dallo scintillio di decine di incantevoli candele profumate.

Candy trasalì. "Anthony, cosa vuol dire questo?".

Intimorita ritrovò la stessa intensità di qualche attimo prima nella sua risposta.

"Solo quello che tu vuoi significhi per noi…".

Anthony si avviò verso il letto emozionato, invitandola a sedersi sulle sue ginocchia.

Da quella posizione rassicurante lei tornò ad osservare i suoi topazi limpidi che le chiedevano solo certezze.

"Ho voglia di te, tesoro… Io non riesco più a reprimere questo pensiero… È diventato un supplizio starti vicino senza capire se tu mi desideri allo stesso modo...

Facciamo l'amore… stanotte, Candy!".

Il suo timbro si era fatto più rauco e irregolare.

"Ecco… l'ho detto… pensavo che non ne avrei più avuto il coraggio guardandoti negli occhi".

Ogni sua singola parola l'aveva scossa sotto pelle. Era come se tutta quella strana agitazione degli ultimi tempi fosse stata solo un preludio a quella richiesta che lei si attendeva sarebbe arrivata da un giorno all'altro. Non si era preparata risposte però e non sapeva cosa dire.

"Ti ho messa ancora in imbarazzo, vero? Sembra che non riesca a fare altro di recente…".

"No, Anthony, non è questo… non mi imbarazza ascoltare ciò che provi".

"Allora, lascia da parte i dubbi…" le chiese Anthony accarezzandole con un dito il collo e scendendo fino alla scollatura sulla spalla "sai che ti amo con tutto me stesso…".

Proprio mentre affondava il suo viso tra i suoi riccioli scomposti, Candy rivide nella sua mente l'immagine della bocca di Terence morbida e sensuale che si apriva per accoglierla. Asfissiata da quell'ormai intollerabile debolezza, serrò con forza le palpebre cercando di ricacciare indietro in quel gesto la forza di quella visione.

"Ti prego, Terence, lasciami in pace…".

Rialzò il viso cercando disperatamente le labbra di Anthony.

Lui in quel momento cominciò a sbottonare i piccoli fiori di madreperla che chiudevano la sua camicetta.

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Inconsapevole di quanto stesse accadendo a poca distanza, Terence stava respirando la sua rinascita nelle quinte dell'Astor.

Un velo di trucco spesso era tornato a scurire la sua carnagione ed indurire i suoi lineamenti per prepararlo al suo clamoroso rientro in scena da protagonista nell'ultima rappresentazione della stagione prevista dalla compagnia Stratford.

Qualche giorno prima, con una confessione apparentemente spontanea, l'ammiratrice delirante che gli aveva teso quell'ignobile trappola si era fatta viva in forma anonima, inviando due corpose lettere in cui faceva pubblica ammenda del suo gesto di follia, al Dipartimento di Polizia ed alla redazione del New York Post.

Con dovizia estrema di particolari, la donna, che si diceva ossessionata dal bell'attore da cui era stata una volta respinta dopo un suo tentativo di seduzione, descriveva l'esatta combinazione di sostanze allucinogene che aveva usato per procurargli un cedimento fisico tanto eclatante e vendicarsi di lui facendo passare l'accaduto per uno scellerato colpo di testa. Nessuno, a parte James Doson e la scientifica, era a conoscenza di quei dettagli inequivocabili; il cocktail di oppiacei descritto era lo stesso le cui tracce erano state rinvenute nella bottiglia da cui Terence aveva bevuto nell'intervallo tra il secondo ed il terzo atto. Per evidenti motivi, la fanatica non aveva rivelato la sua identità ma il materiale fornito era tanto esplicativo, e sconosciuto a quel livello di profondità allo stesso interessato, che la sua parola era stata ritenuta credibile ed a quel punto la questione perdeva evidentemente di consistenza e interesse a dirla tutta.

Si era trattato della reazione esagitata di una povera pazza. Quel che importava era ormai solo che la reputazione macchiata di Terence Graham fosse stata completamente riabilitata agli occhi dell'opinione pubblica restituendo a Broadway il suo insostituibile talento.

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Terence inspirò fermamente l'ultima boccata di ossigeno prima tornare a calcare il palcoscenico come Otello.

Un'energia vitale incontenibile riprese ad alimentare le sue cellule.

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Al suo ingresso in scena avvenne un fatto nuovo per il Theatre District.

Un forte e prolungato applauso interruppe per qualche minuto la rappresentazione. Non era mai accaduto che il pubblico newyorkese esigente e freddo decretasse un simile tributo ad una sua stella.

Robert faticò non poco a fermare quella fragorosa accoglienza mentre lui dovette fare appello a tutto il suo sangue freddo per non lasciarsi vincere dalla commozione e si superò in una memorabile interpretazione che fece dimenticare le ultime sfortunate esibizioni della compagnia.

Alla fine del secondo atto il regista volle che fossero solo Otello e Desdemona ad uscire oltre il sipario per prendersi i loro sacrosanti applausi. Terence si presentò quindi mano nella mano solo con Karen Kleys a ricevere la sua meritata consacrazione.

Nel pieno dell'ovazione lanciò uno sguardo d'intesa alla sua amica co-protagonista.

Era felice per sé e felice anche che quella serata avesse offerto a lei la soddisfazione di godere per la prima volta delle luci della ribalta da prima attrice.

Come spesso accade in teatro, il 'caso' crea le migliori carriere. Proprio nel giorno del rientro di Terence Graham come Otello, che aveva catalizzato la massima attenzione mediatica, gli occhi di pubblico e critica si erano trovati a scoprire una nuova intensa e delicata interprete a causa di un malore di quella ufficiale che si era data per indisposta.

E Karen Kleys si era saputa guadagnare la sua grande occasione, uscendo con carattere e sensibilità dall'ombra di Susanna Marlowe.

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Karen contraccambiò il suo cenno affettuoso con un viso compiaciuto che non riusciva però a nascondere i nervi tirati sull'orlo del cedimento. Terence la sostenne di forza per rassicurarla e non farla cadere.

Avevano avuto sempre questo effetto positivo l'uno per l'altra. Da quando si erano conosciuti avevano saputo rimanere con intelligenza sulla soglia, senza oltrepassare limiti che entrambi volevano difendere, ma erano riusciti lo stesso a capirsi ed avevano sentito l'esigenza di proteggersi a vicenda.

Solo qualche settimana prima lui l'aveva raccattata completamente ubriaca dal bancone dell'Oak Room del Plaza Hotel, dove si era rifugiata dopo che Robert le aveva ribadito con il cuore in mano di non ricambiare i sentimenti che in un momento di coraggio era riuscita confessargli.

Terence le aveva fatto compagnia, evitando commenti e sottraendola alle interessate cure di un malintenzionato avventore. Avevano sfogato in un silenzio rinfrancante le loro insoddisfazioni, seduti con i piedi a penzoloni sul bordo della grande fontana dedicata a Joseph Pulitzer.

In passato si sarebbero lasciati andare e forse sarebbero finiti a letto insieme ma quella notte l'avevano passata a camminare per il centro sotto le stelle.

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Robert. Candy.

Le loro chimere irraggiungibili avevano guidato i loro passi. Senza il dovere di spiegarsi, si erano scambiati le loro mute carezze di conforto.

Solo all'alba lui l'aveva riportata a casa, rimboccandole come un fratello le lenzuola.

Karen voleva bene sul serio a Terence. In modo genuino e disinteressato.

Ora, tra gli applausi scroscianti di tutta quella gente in piedi davanti a loro, lei si sentiva pienamente soddisfatta di avergli rimesso nelle mani il suo futuro.

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Susanna aveva assistito da un palco riservato al ritrovato successo della compagnia.

Era stato uno scacco per lei che ciò fosse avvenuto nell'unica sua assenza dall'inizio delle rappresentazioni ma sentiva di non avere il diritto di rammaricarsene. Vedere Terence nuovamente vivo la alleviava dal fardello soffocante che aveva portato per giorni sulle sue strette e deboli spalle.

Ora si sentiva più onesta con sé stessa, anche se era arrivata a comprendere che non sarebbe più riuscita a recitare insieme a lui. Per questo aveva già consegnato a Robert le sue dimissioni.

Avrebbe trovato un po' di pace solo tenendosi lontana dall'uomo che, nonostante tutto, non era riuscita a smettere di amare.

Quando lo spettacolo giunse alla scena in cui Terence era stato assalito dall'amnesia, lei sentì il bisogno di andare via. Le sensazioni strazianti vissute le implodevano ancora dannatamente nella testa, come era successo in tante notti di deliranti incubi.

Uscì così nel corridoio deserto per placare la tachicardia e si incamminò verso i camerini per rimanere nel retroscena insieme a quelli che di lì a poco non sarebbero più stati i suoi colleghi e condividere con loro gli ultimi applausi della stagione.

Il quinto atto stava scivolando via vibrante fino all'acme della seconda scena.

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Mentre Otello tornava ad uccidere Desdemona e gli attori erano tutti presi dal pathos della prova dei protagonisti, Susanna si ritrovò sola tra le quinte ad osservare, stranamente da spettatrice, le pareti spoglie che tanti drammi nel dramma avrebbero potuto raccontare. Stava sfogliando con rammarico un copione di scena, pensando distrattamente al nuovo futuro che l'avrebbe attesa, quando notò Mark che si allontanava verso il corridoio di servizio guardandosi attorno con circospezione per essere sicuro di non essere visto da nessuno. Prontamente si riparò dietro un'impalcatura dal suo sguardo sospettoso e poté osservare che si stava dirigendo verso la scala che conduceva ai locali tecnici.

Quel comportamento anomalo la insospettì e la turbò non poco.

Cominciò a seguirlo per capire cosa stesse architettando ma proprio quando fu in prossimità della ripida rampa un'anziana ammiratrice la fermò per farsi firmare un autografo, inondandola di leziosi complimenti.

"Susanna, che grande fortuna incontrarla… Mi dispiace che si sia sentita male stasera. I giornali avevano detto che forse nelle ultime rappresentazioni doveva avere avuto qualche problema fisico che ha appannato le sue prestazioni…".

"Sì, è vero, ma non si preoccupi, sto già guarendo. La ringrazio tanto per il suo interessamento ed il suo supporto, signora" tentò di risponderle lei con gentilezza recitando alla perfezione la parte della diva sofferente che non aveva voluto mancare all'ultimo appuntamento in cartellone.

Per essere più credibile accentuò con la sua parlata lenta e bisbigliata la sua maldisposizione; nel frattempo, cercò con la coda dell'occhio Mark in cima alle scale, ma lui si era già dileguato.

"La capisco, lei è una grande professionista e vuole comunque essere presente accanto ai suoi compagni, questo le fa onore" continuò intanto l'inopportuna fan. "Se posso permettermi, visto che potrebbe essere mia figlia, vorrei suggerirle di mangiare un po' di più però. La sua carriera è spossante ed esile com'è rischia di andare incontro più facilmente ai malanni".

Non potendone più di tante chiacchiere inutili, l'attrice chiuse la conversazione firmando un ricco autografo con dedica e ripromettendo all'anziana di mettere in pratica in futuro i suoi lungimiranti consigli. Finalmente, con una scusa ben argomentata, riuscì a liberarsi dal suo affetto invadente per correre al piano superiore sperando di non avere perso tempo prezioso.

Giunta in cima alle scale si guardò invano intorno per scoprire qualche traccia.

Un silenzio spaventoso le fece accapponare la pelle.

In preda ad un timore crescente, aprì la porta del locale sopraelevato da cui si illuminavano e animavano di realismo le scene.

Lì trovò per terra il tecnico delle luci, svenuto probabilmente per un colpo secco alla nuca. Poco lontano Mark era già intento a sabotare i sostegni che reggevano uno dei pesanti riflettori.

La ragazza non seppe trattenere il suo ribrezzo.

"Mark, cosa… stai facendo?" gli gridò sconcertata.

Colto in flagrante, lui le inveì contro furiosamente.

"Susanna… dannazione, che ci fai qui? Vattene via!".

"Voglio impedirti di fare una sciocchezza!" cercò di farlo ragionare lei. "Vuoi rovinarti la vita con questa pazzia?".

Mark scoppiò in una risata isterica.

"Rovinarmi la vita? Questa è buona, Susanna, la mia vita non esiste più!" le urlò con durezza esasperata. "Terence se l'è ripresa stasera… nel modo più disonorevole per me! Con un tripudio! Sono un fallito, lo capisci? Un nulla… e tutto per colpa di quel maledetto bastardo!" ringhiò livido dell'odio più cieco.

"Terence non c'entra niente!" lo pregò ancora Susanna provando a dissuaderlo. "Lascialo stare! Ha già sofferto abbastanza!".

Ma lui la zittì feroce. "Io non voglio che soffra… voglio che muoia! La vita è l'unico prezzo che può pagarmi per avermi distrutto in questo modo!".

"Torna in te, ti prego, tu stai sragionando!".

Terrorizzata, Susanna cercò di portarsi più vicino.

L'effetto di quella scelta fu un ulteriore sbotto di collera.

Mark lasciò il lavoro cominciato e la squadrò con un sogghigno inquietante.

"Va' via, Susanna, o sarò costretto a farti del male!".

"No, io non vado via e tu vieni con me!".

"Piccola stupida! Non hai capito che è tutto perduto?".

Come un indemoniato le si scagliò addosso. Susanna riuscì con un morso a sottrarsi alla sua stretta per correre verso lo strumento rumorista e mandare una richiesta di soccorso, ma di nuovo lui la afferrò malamente e la sbatté di forza a terra. Furente si voltò a segare l'ultima corda parzialmente tagliata.

La collega si rialzò intontita, lanciandoglisi contro con il residuo delle forze. A pugni, calci e graffi tentò di strapparlo via; l'opera però era già terminata.

Sporgendosi riuscì solo ad osservare l'enorme oggetto che precipitava verso il basso ed urlare.

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Urlare con tutto il fiato che aveva nei polmoni.

"Terence! Nooooo!".

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Sul palco Otello, Iago ed Emilia stavano recitando la resa dei conti definitiva.

La verità del fatidico fazzoletto era stata appena rivelata ed il Moro se ne stava atterrito con il capo chino, conscio dell'orrore che aveva appena compiuto, di fronte al cadavere della donna innocente uccisa dalle sue mani assassine.

L'urlo di Susanna fu avvertito nettamente in scena.

D'impulso Robert alzò il viso ed intravide il grosso riflettore che rotolava verso Terence.

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Fu un attimo. Un pensiero. Un salto.

L'uomo si buttò a peso morto per proteggerlo con il suo corpo. Nella spinta Terence fu sbalzato con violenza contro un allestimento di scena.

"Ma che diavolo…?".

Le parole gli si sfilacciarono tra le labbra quando vide il regista sepolto dalle macerie in una chiazza di sangue.

"Presto! Aiutatemi a liberarlo! Qualcuno chiami dei medici! Robert! Robert! Robert, ti scongiuro, apri gli occhi!".

Ferendosi a mani nude, cercò in ogni modo di tirarlo fuori spronandolo a riprendere coscienza. Più volte lo smosse rabbioso, non rassegnandosi all'evidenza.

"Perché lo hai fatto?" disperò in lacrime abbracciandolo. "Avrebbe dovuto colpire me!".

Ormai esanime, Robert gli accarezzò il viso forzandosi in un lieve sorriso.

"Terence… io … ti ho voluto bene come un figlio… il figlio che non ho mai avuto… non dimenticarlo mai…".

I suoi occhi carismatici accompagnarono intensamente quelle ultime parole, prima di spegnersi.

In quei pochi secondi Terence rimase impotente a guardarlo mentre gli moriva tragicamente tra le braccia, avvolto dal silenzio spettrale di tutto il teatro. Con il volto smarrito si girò verso Karen che era sprofondata agghiacciata in ginocchio accanto a lui.

La guardò, ancora inebetito, mentre lei gli scuoteva la testa rassegnata.

Improvvisamente le palpebre gli sembrarono insopportabilmente pesanti ed i suoi sensi lo tradirono venendo meno in un'incontrollabile caduta.

Svenne, accasciandosi sul petto ormai senza vita dell'uomo che gli aveva donato Broadway, mentre cominciavano ad accorrere dalla sala i primi soccorsi medici.

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Con un tocco carezzevole Anthony le aveva fatto scivolare il leggero indumento lungo le spalle, lasciandola coperta solo dal sottile reggiseno a corpetto che comprimeva sensualmente le sue grazie. Era trasalito quando l'aveva vista in quella timida esplosione di femminilità.

Deglutendo con difficoltà, con il volto trasfigurato dall'eccitazione, l'aveva adagiata sul letto.

Freneticamente si era spogliato della sua camicia senza abbandonare un solo attimo la vista del suo corpo e l'aveva attratta al suo torso nudo, turbato anche lui da quella loro prima esperienza di intimità.

Candy aveva sentito la sua pelle liscia che si muoveva su di sé, accogliendola in un abbraccio da tanto tempo rimandato.

Anthony l'aveva guardata con tutto il tormento del suo cuore impulsivo e spaventato.

"Facciamo l'amore, Candy…" le aveva ripetuto cercando con baci sempre più ansiosi il pizzo candido che la celava ancora alle sue voglie mentre con una mano conquistava la sottile linea delle sue calze risalendo sotto la gonna verso il tessuto morbido della seducente culotte.

Loro due erano lì, appesi al filo di quei respiri impediti e febbrili, sulla soglia di quella scoperta che tante volte avevano tacitamente immaginato. Tutti i loro sospiri adolescenti erano lì in quella stanza, a portata di mano del loro più maturo presente.

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Candy aveva sfiorato la sua schiena. Lo aveva sentito tremare sotto le sue dita.

Ma proprio quei brividi sinceri le avevano aperto gli occhi.

Lei non sentiva lo stesso coinvolgimento, per quanto lo volesse con tutta sé stessa. Stava tremando, sì, ma non degli stessi brividi.

Con entrambe le mani aveva fermato il suo petto in una preghiera.

"Non posso farlo... io… non ci riesco…" aveva ammesso non essendo più capace di sostenere il suo sguardo.

Era stato in quell'attimo che aveva limpidamente percepito il lontano grido di dolore di Terence.

Non era riuscita a capire cosa stesse accadendo ma uno strazio tremendo la aveva raggiunta investendola con violenza.

Istintivamente aveva emesso un grido stravolto ed era ricaduta tra le braccia di Anthony.

Il ragazzo aveva cercato di farla rinvenire ma si era allarmato vedendo che sembrava delirare frasi sconnesse. Continuava a ripetere che le dispiaceva. Ripeteva continuamente quelle poche parole.

Anthony non comprendeva a cosa si riferisse. Pensò che si dolesse per non essere riuscita ad amarlo come lui voleva e si dannò pensando di averle fatto un'eccessiva pressione.

Perché non l'aveva aspettata? Lei aveva già sopportato tante tensioni in quegli ultimi giorni! Ancora una volta aveva corso troppo!

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Sentendosi responsabile, senza attendere oltre la portò al Columbia per accertarsi che non avesse avuto nulla di rilevante. La vegliò senza sosta, fino a quando non lo rassicurarono che si era trattato solo di uno svenimento da stanchezza.

Quando, dopo qualche ora, si svegliò, le era ancora pazientemente seduto davanti.

"Ti ho fatto spaventare?" si scusò lei con voce sottile vedendolo pallido.

"Un po'…" le rispose. "Lo sai che non ho molte conoscenze di pronto soccorso…".

"Scusami…" dissero insieme sovrapponendosi, ognuno per motivi diversi.

Anthony cercò di ridimensionare l'accaduto.

"Non preoccuparti, amore, l'importante è che tu stia bene… Ti accompagno a casa…".

Candy lo rassicurò che non era necessario perché dopo solo qualche ora avrebbe dovuto riprendere il suo lavoro.

"Ho nel mio armadietto i miei vestiti e tutto ciò che mi occorre. Va' a dormire un po' anche tu. Mi avevi detto che stamattina avevi un'importante riunione in consiglio di amministrazione…".

"Ti lascio qui solo se mi prometti che non ti affaticherai troppo".

"Promesso, dottore" scherzò anche lei minimizzando. "Oggi ho il turno breve. Andrò presto a casa ed in pomeriggio passerò da Albert per un saluto. Se vuoi, puoi raggiungermi dopo la tua riunione…".

"D'accordo, aspettami lì e non muoverti per nessun motivo!".

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Anthony si congedò con un'espressione indecifrabile, salutandola sulla porta.

"Io DOVRO' passare da Albert dopo la riunione…" si ripeté irrequieto allungando il passo.

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Rimasta sola, Candy cercò una posizione comoda per riposarsi. Non aveva molto altro da potere fare e tanto valeva che trovasse sul serio un po' di tempo per rimettersi in forze prima che passassero a dimetterla.

Si sdraiò cercando di non pensare a niente e chiuse gli occhi.

Dopo solo pochi minuti però fu disturbata dai rumori rimbombanti provenienti dal corridoio. Urla, strepiti e passi frenetici stavano agitando le corsie del grande ospedale.

Doveva essere accaduto qualcosa di davvero spiacevole.

Voci incontrollate si diffondevano alla velocità della luce tra il personale di servizio. Era avvenuto uno spaventoso incidente all'Astor Theatre, si diceva. C'era stato un morto tra gli attori della compagnia Stratford! Un riflettore era precipitato in scena durante la rappresentazione uccidendolo quasi sul colpo!

Come intontita si accostò alla porta, osservando quella corsa convulsa di infermiere e medici. Le notizie che riuscì a intercettare la sconvolsero.

"C'è stato un incidente all'Astor? Terence! Dio mio ti prego, fa' che non sia lui!".

La sua voce che si disperava le risuonò ancora gravemente nelle orecchie. Era stato forse un'ultima inquietante dimostrazione del filo invisibile che ormai li legava quel delirio che l'aveva così agitata qualche ora prima?

"No, non può essere… Tu sei vivo, io lo sento…

e sento che hai bisogno di me!".

Con questa speranza si precipitò fuori a chiedere maggiori spiegazioni.

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"Candy… ma dove sono? Mi sento la testa così pesante…".

L'infermiera, nella sua bianca divisa che tanto lo attraeva, stava controllando la sua cartella clinica aspettando che si risvegliasse. Dopo il collasso nervoso che lo aveva colpito i medici avevano preferito tenerlo per un giorno sotto controllo.

"Sei al Columbia, Terry!" lo tranquillizzò avvicinandosi al suo letto.

Aveva fatto di tutto per farsi assegnare quel paziente.

"Al Columbia? Ricordo solo che un riflettore ci è caduto addosso in teatro…".

"Oh sì, per grazia del cielo non ti è successo niente! Sei solo collassato per lo shock.

Terry… mi dispiace… davvero…".

Il giovane comprese subito il perché di quella tristezza.

"E Robert?" le chiese balbettando, attendendosi il peggio dalla sua risposta. "Si è lanciato su di me per evitare che…".

Candy sapeva di non poterlo proteggere da quel dolore. Mestamente scelse la franchezza.

"Robert Hathaway purtroppo si è spento sul palco, Terence. È arrivato in ospedale senza che si potesse fare più nulla…".

Si sentì morire nel vedere la disperazione che aggredì il suo viso.

Terence sembrava un bambino indifeso.

Gli occhi lucidi ed atterriti fissi su di lei.

"Allora è tutto vero! Perché?" le gridò strozzato dalle lacrime. "Non doveva accadere!".

"Calmati, Terry, sei ancora debole, ti verrà un altro collasso se continui a disperarti così…".

"Non posso controllarmi, Candy! Sono distrutto! Lui si è sacrificato per salvarmi la vita, capisci? Ha dato la sua vita per la mia! Mi ha detto che mi ha sempre considerato come un figlio. Il figlio che avrebbe voluto da mia madre! Mi sembra di scoppiare! Io… gli volevo bene! Lo consideravo un maestro ed… un padre... Anche per me lui era un padre… il padre che non ho mai avuto!

Ed ora? Non posso accettare tutto questo, è troppo per me! Lui è morto per colpa mia ed io ho rovinato anche la compagnia…

Sono un maledetto, Candy! Distruggo tutto quello che tocco! È sempre stato così…".

Candy gli afferrò con decisione i polsi.

"Ora basta, è la disperazione che ti fa parlare in questo modo! Non voglio più sentirti dire queste assurdità. Tu sei… una persona meravigliosa... Avresti fatto la stessa cosa per lui se ti fossi trovato al suo posto, ne sono certa, e tante persone che ti… amano avrebbero fatto lo stesso per te… È una terribile tragedia questa ma non avresti potuto fare nulla per evitarla!".

Terence si aggrappò ai suoi occhi.

"Mi sento esplodere. Il dolore mi piega in due il petto…".

"Hai bisogno di sfogare tutta questa sofferenza, Terence. Ci sono io ora… puoi farlo con me…".

"Ti prego, non lasciarmi…" piangeva inconsolabile, stringendola a sé.

Lei rispose al suo sfogo cingendogli la vita.

"Non preoccuparti, Terry. Io non ti lascio. Non ti lascerò…".

Così dicendo gli si stese accanto nel letto, continuando a tenerlo stretto. Senza riflettere sulla liceità del suo comportamento cominciò ad accarezzarlo, baciandogli i capelli.

"Ci sono io con te… piangi pure… io non ti lascerò...".

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Terence provava un senso di appagamento a tutte le pene della sua vita avvolto tra le sue braccia con forza e dolcezza. Sentiva sulla guancia il calore del suo seno, poteva avvertire ogni battito violento del suo cuore.

Rimasero avvinti in quel modo, senza che nessuno dei due osasse muoversi.

"Va meglio ora?".

"Quando sei con me va sempre meglio…".

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"Terry… io so che niente potrà aiutarti ad attutire il dolore che stai provando… Non è giusto neanche che tenti di farlo… Queste lacrime provano che Robert non è morto invano perché tu lo hai amato e lui sarà sempre una parte incancellabile di te… come tutte le persone care che se ne vanno e trovano uno spazio segreto nella nostra anima da cui continuano ad infonderci coraggio e fiducia...

Ma, permettimi di dirtelo, anche se forse ti sembrerò inopportuna in questo momento… hai detto che lui è stato il padre che non hai avuto… Robert è stato sicuramente una persona molto importante per te ma tu un padre ce l'hai… e mai come in questo momento avresti bisogno del suo sostegno…".

"Sì, un padre che non si è mai preoccupato minimamente di me…".

"Tuo padre, Terence, tuo padre! Avrà commesso i suoi errori ma tu devi a te stesso ed a lui un confronto prima o poi. Devi smettere di portati dentro questo peso che ti ossessiona!

Devi fermare la tua corsa, devi fermarti a parlare con lui, anche se questo ti porterà a riaprire ferite che hai medicato a fatica in anni di rancore e rifiuto. Solo così potrai concederti un po' di serenità per andare avanti. Promettimi che prima o poi lo farai, che parlerai con tuo padre e gli griderai in faccia le tue ragioni ed il tuo desiderio di essere amato. Promettimi che lo farai!".

Terence le prese la mano e la baciò.

"Grazie" le disse con un soffio di voce. "Per questo e per tutto quello che sei, Candy… Lo farò, te lo prometto. Sento anche io di non potere più rimandare questo incontro".

"Non devi ringraziarmi di nulla…". Lei girò il dorso portandoselo alla bocca e ricambiò silenziosa il suo bacio.

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"Lo sposerai, vero?".

Quella frase sembrava totalmente avulsa dal discorso ma seguiva esattamente il filo dei loro pensieri.

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Candy capì e si ritrasse da lui.

"Sì…" gli rispose impacciata.

"Anthony è un uomo davvero fortunato…".

"Cerca di riposare ora, sei esausto…".

Non seppe darsi una spiegazione razionale, ma sentì il bisogno di abbracciarlo ancora per accompagnare il suo sonno.

"Terence... vieni qui…" lo invitò un'altra volta.

"Sei sicura di quello che stai facendo? Se entra qualcuno potresti trovarti nei guai! Stiamo violando il regolamento…".

"Al diavolo il regolamento! Un ragazzo ribelle e saggio un giorno mi disse che le regole vanno rispettate solo se sono giuste!".

Il giovane si abbandonò docilmente alle sue effusioni.

"Quel ragazzo ha sempre voluto solo la tua felicità, Candy!".

"Lo so…" disse lei flebile al suo orecchio "anche io voglio… e vorrò sempre la sua felicità… credimi…".

Sopraffatto dal mare di emozioni che stava vivendo in quell'implicita confessione, Terence si lasciò lentamente andare alla stanchezza.

La sua mano sempre in quella di lei.

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Appena si rese conto che dormiva, Candy si staccò dalle sue braccia e con delicatezza gli ripose il capo sul cuscino. Osservò per un lungo attimo il suo bel viso ancora pallido e gli lasciò un altro bacio sulla fronte.

"Riposa, Terry! Fa' che tutto ti scivoli addosso… Che la vita ti sappia rendere veramente felice perché ne hai pieno diritto!".

Mentre lo accarezzava, in un gesto istintivo Terence mosse ancora la sua mano sulla sua; stringendola per l'ultima volta, gliela abbassò nuovamente sulle lenzuola.

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Commossa, si girò per uscire dalla stanza.

Davanti a lei c'era il viso impietrito e duro di Pamela.

"Pam! Tu eri qui?".

"Sì, Candy, ma avrei preferito non esserci perché non credo che apprezzeresti sapere quello che sto pensando in questo momento…".

"Non devi fraintendere quello che hai visto…" tentò di giustificarsi lei.

"Io stavo cercando solo di consolarlo. Era veramente sconvolto per quello che gli è successo".

"Non c'era niente di amichevole in quell'abbraccio, Candy! Io non ho visto nessuna affettuosa consolazione tra amici… Ho visto due persone che si amano profondamente che si stavano dicendo addio in maniera insensata… Quando smetterai di ostinarti a nascondere la verità anche a te stessa? Tu ti sei innamorata di lui!".

"Non dire sciocchezze! Voglio bene a Terence, certo, sono sua amica… ma ti assicuro che non è come credi!".

Pamela la affrontò seccata.

"Smettila di fare l'ipocrita! Ma ad Anthony non ci pensi?".

"Anthony? Come puoi dire questo? Io penso continuamente ad Anthony! Sto accettando di sposarlo, credi non sia sufficiente?".

"Ecco... me lo hai appena confermato…" la incalzò convinta la messicana per nulla intimidita dalla sua reazione.

"Hai detto che hai accettato la sua proposta di matrimonio non che vuoi sposarlo perché lo ami! Tu hai paura di ferirlo e deluderlo confessandogli che i tuoi sentimenti sono cambiati! Ma credi che sia giusto per lui non sapere cosa provi realmente, considerato tutto quello che vi ha legati finora?".

"Basta, Pam, non voglio più ascoltarti!" le gridò lei stanca dirigendosi alla porta.

"Dove vai ora?".

"Mi prendo una pausa! Non mi sento ancora bene. Avverti tu il dottor Stewart, per favore. Ho bisogno di riposare!".

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Candy sentì la necessità di allontanarsi il più velocemente possibile da quell'aspro scontro ma sapeva che nessuna fuga avrebbe più potuto reprimere la verità abbagliante che le gridava ormai tutta sé stessa.

Pamela le aveva solo dato l'ultima spinta.

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"Come è potuto succedere? Quando è successo? Terence…

È inutile che lo rifiuti ancora per paura…

Mi sei entrato nel cuore come una marea inarrestabile… e hai invaso ogni suo spazio!".

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Era stordita. E spaventata.

In preda al panico per le inevitabili conseguenze di quella sofferta presa d'atto, cercò l'unica persona che l'avrebbe saputa ascoltare senza giudicarla.

"Albert…".

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Albert era concentrato sui suoi calcoli contabili quando la vide comparire nel suo studio.

"Piccola, cosa ci fai qui a quest'ora? Non dovresti essere in ospedale?".

"Ti prego, Albert… ho bisogno di parlarti…".

Senza scomporsi l'amico sollevò dalle carte i suoi occhi premurosi e perspicaci e le lesse nell'anima, prevenendo il suo sfogo.

"Non sei convinta di sposare Anthony…".

Candy resse il suo sguardo, finalmente sincera con sé stessa.

"E' così evidente?".

"Credo che anche Anthony l'abbia intuito" le confermò lui.

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Ogni sua resistenza si sciolse a quel punto con prepotenza.

"Io… non posso farci niente, Albert! Mi sono sforzata in tutti i modi di impedirlo!

Ho cercato di tenerlo lontano da me, di non innamorarmi di lui… ma non ci sono riuscita. È stato più forte della mia volontà! È come se mi fossi da sempre sentita parte di lui e avessi percepito lui parte viva di me.

È un legame di sentimento e pelle… come se il destino avesse voluto farci incontrare per dimostrarci che ci apparteniamo intimamente, che siamo nati per donarci l'uno all'altra… che siamo il frutto di un disegno più alto… Ci determiniamo e completiamo a vicenda. È un peccato tutto questo, Albert? Sono una folle ad ammetterlo?" si sfogò in un fiume inarrestabile di parole che non trovava più argini.

"Io non posso dire di non amare più Anthony, c'è un affetto vero che mi lega a lui e che mi legherà per tutta la vita, non posso non chiamarlo amore, ma quello che provo per Terence, Albert, è diverso!

Siamo due anime legate dentro… due strade destinate ad incrociarsi. Il fuoco e l'acqua. L'aria e la terra. Io non posso… non posso respirare, non posso esistere senza averlo accanto a me!

Ho capito come voglio vivere e cosa desidero davvero dalla vita grazie a lui…. E so con certezza che per Terence è lo stesso. Potremo essere uniti o separati dagli eventi ma questa assoluta comunione spirituale e questa attrazione che mi disorienta non cesseranno mai!".

Albert provò tenerezza per il suo parlare affannato e le sue gote incendiate di rossore.

Si avvicinò a lei sentendo che la sua sensibilità aveva bisogno di un appoggio per assumere quella dolorosa decisione.

"Sei una donna ormai, Candice…" le disse prendendola paternamente per le spalle.

"Guardati dentro senza timore e senza sensi di colpa. La tua scelta sarà di sicuro quella più giusta per tutti… anche se qualcuno ne dovrà soffrire!".

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Candy lo guardò senza incertezze sentendosi protetta dalle sue parole.

"Oh Albert… Io…voglio… Terence!" gli rivelò lasciando uscire dalla gabbia il battito libero del suo cuore.

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"Piccola mia, allora parla con Anthony… Fidati del vostro rapporto!".

"Non posso tollerare di fargli del male!".

"Anthony ti ama, Candy… Sarà un duro colpo per lui ma saprà capire…".