Capitolo XXVI
Foresta di Sherwood, 8 settembre 1194
"Fermiamoci, tra poco sarà troppo buio per proseguire", decretò quello che si era presentato come Buckingham, chiaramente il capo, un uomo alto e muscoloso dai gelidi occhi grigi, "Accampiamoci qui."
"Fuochi piccoli", ammonì uno degli altri, Spencer, più basso e tarchiato, "e dentro buche."
In tal modo, si schermava la luce delle fiamme, rendendola difficilmente individuabile.
Rotherham, il terzo Cavaliere Nero, che conduceva Snowflake per le briglie impedendone così la fuga, si voltò verso Violet.
"Smontate", le intimò. Ritenendo inutile opporsi, Violet obbedì; non appena fu scesa da cavallo, anche Rotherham balzò di sella, poi afferrò la prigioniera per un braccio e la trascinò poco gentilmente verso un albero dalle radici enormi, "Sedetevi e non muovetevi."
Di nuovo, Violet non si oppose e si sedette su una delle radici; Rotherham rimase accanto a lei, tenendola d'occhio, una mano posata sull'elsa della spada, mentre gli uomini della truppa – sette in tutto, due dei quali non avevano partecipato all'agguato perché incaricati di fare da vedetta sulla strada da e per Nottingham – si davano da fare a scavare due buche, cercare legna per i fuochi, legare i cavalli, srotolare coperte da usare come giacigli, estrarre le vettovaglie dalle bisacce, con la tipica efficienza militare.
Non ci volle molto prima che il campo fosse pronto; uno degli uomini cominciò a preparare del cibo.
Rotherham mosse un passo più vicino a Violet.
"E così Gisborne ha sposato l'unica erede di Nottingham", commentò, "Un'erede di cui peraltro nessuno sapeva niente."
Violet si girò verso di lui, guardandolo freddamente.
"Lo sapeva re Riccardo, e tanto basta", controbatté. Rotherham fece un altro passo e, chinandosi, le afferrò il mento, obbligandola ad alzare il viso. Lei cercò di sottrarsi, ma la stretta del barone si fece dolorosa e rinunciò.
"Gisborne ha proprio vinto tutto", commentò Rotherham, scrutandola nella luce calante del giorno, "Non solo il titolo di barone, ma pure una gran bella moglie. E per di più siete una vedova, così non ha neanche dovuto prendersi la briga di insegnarvi come compiacere un uomo a letto…"
Violet usò entrambe le braccia per scostare bruscamente la mano di Rotherham e lo fulminò con lo sguardo.
"A voi invece dovrebbero insegnare le buone maniere!" ringhiò, furiosa.
"Oh oh, che carattere focoso!" la motteggiò lui, "Chissà come sarebbe, domare una cavalla come voi…"
Violet impallidì al pensiero di cosa poteva farle Rotherham, ma strinse i denti e mantenne un'espressione battagliera, anche se in realtà era seriamente spaventata.
Il barone sogghignò malignamente, poi arretrò di un paio di passi; Violet sospirò mentalmente di sollievo, cercando in tutti i modi di non dargli la soddisfazione di vederla impaurita, e lentamente si calmò.
Poco dopo, sopraggiunse il soldato che aveva preparato da mangiare, che porse una scodella di legno prima a Rotherham e poi una anche alla prigioniera. Violet occhieggiò il cibo – semplici strisce di carne essiccata e pane – con una certa diffidenza.
"Se fate la schizzinosa, signora, resterete a digiuno", la punzecchiò Rotherham, masticando rumorosamente il pane. Lei gli lanciò un'occhiataccia: costui non aveva idea di che cosa le fosse capitato di vedere, in vita sua. Diede un morso alla striscia di carne.
"Sono una guaritrice, signore", ritorse in tono sardonico, mangiando apposta a bocca aperta, "Ho osservato escrementi, vomito, purulenze e ogni sorta di muchi mentre fuoriuscivano da corpi umani di ogni età e grado di pulizia, o mancanza di essa. Pensate davvero che della carne rancida e del pane raffermo mi possano disgustare?"
Si godette la faccia schifata che Rotherham fece alla sua descrizione; il Cavaliere Nero borbottò qualcosa d'incomprensibile e si allontanò. Lo vide posare la ciotola e continuare a camminare fino a sparire tra gli alberi: evidentemente gli era passato l'appetito, e magari le immagini evocate dalle parole di Violet l'avevano tanto disgustato che aveva sentito bisogno d'aria fresca. La giovane donna sogghignò tra sé, soddisfatta della sua piccola vendetta sul suo rapitore.
Quando terminò la parca cena, Violet posò il piatto accanto a sé; aveva sete, ma le era stato ordinato di non muoversi e non voleva in alcun modo attirarsi l'ira dei suoi carcerieri, così attese. Poco dopo, lo stesso armigero che le aveva portato da mangiare si avvicinò con una borraccia e gliela diede senza una parola. Violet la prese e bevve, poi la restituì e l'uomo tornò vicino al fuoco, portandosi via anche il piatto vuoto.
Non avendo niente da fare, Violet si mise ad osservare i componenti del gruppo. I tre nobili portavano al fianco spade di fattura pregevole e dei lunghi pugnali da caccia, mentre gli armigeri avevano delle spade più modeste e delle daghe. Un paio di loro avevano anche degli archi e Violet considerò la possibilità di impadronirsene, magari durante la notte mentre i proprietari dormivano; tuttavia, sicuramente avrebbero predisposto delle sentinelle e dubitava di potersi muovere senza essere vista. E poi, cos'avrebbe fatto, da sola contro dieci uomini? Poteva minacciare di ucciderli, ma sapeva che non ne sarebbe stata capace: era una guaritrice, salvava vite, non le toglieva… Ad ogni modo, decise di tener d'occhio i due arcieri: lei da sola forse non poteva fare niente, ma quando Guy sarebbe arrivato – e non sarebbe sicuramente stato da solo – nella confusione della lotta che sarebbe seguita, lei avrebbe potuto impossessarsi di un arco e mettere qualcuno fuori combattimento tirando a braccia e gambe.
Più tardi, Rotherham tornò e le gettò una coperta che puzzava di sudore di cavallo.
"Dormite", le ordinò, "Non tentate di fuggire, ci saranno sempre almeno due uomini di guardia che vi terranno d'occhio", accennò ad una sentinella che si era posizionata a pochi metri di distanza, "Ad ogni modo, per maggior sicurezza, vi legherò le mani", concluse il barone, mostrandole un rotolo di corda.
Decisa a non dare nessuna soddisfazione al suo aguzzino, Violet prese la coperta senza fare una piega all'olezzo e si alzò, ma solo per accucciarsi tra due radici ed ammucchiare un po' di foglie secche in modo da creare un cuscino. Poi si raddrizzò, avvolgendosi la coperta attorno alle spalle, e porse le mani a Rotherham, la cui espressione corrucciata – espressa nel cipiglio e nelle labbra strette – ne lasciava chiaramente intendere la frustrazione: era di certo molto insoddisfatto di non essere riuscito a ridurla ad un ammasso piagnucolante, come ci si poteva aspettare da una nobildonna viziata.
Il Cavaliere Nero le avvolse la corda attorno ai polsi, stringendo saldamente; senza degnare di un'occhiata né lui, né nessun altro, Violet si strinse nella coperta e si sdraiò, poi chiuse gli occhi. Qualche istante dopo, udì il fruscio dei passi del barone mentre si allontanava.
Violet giacque immobile; dubitava che sarebbe riuscita a dormire, non tanto per la scomodità di quel giaciglio rustico, ma per il timore che Rotherham, durante la notte, l'aggredisse e le usasse violenza, come aveva non tanto velatamente minacciato. Il fatto che fosse un nobile non la rassicurava sulle sue intenzioni: era un Cavaliere Nero e, in quanto tale, era un individuo privo di scrupoli e d'onore. Strinse i pugni: aveva superato il disgusto e la paura che il comportamento del primo marito le aveva causato solo grazie alla pazienza e all'amore di Guy, e proprio adesso che aveva imparato quanto piacere e quanta tenerezza una donna possa provare tra le braccia di un uomo, stava correndo il rischio di venir violentata. La terribile ironia della cosa le fece emettere un singulto per lo sgomento e l'amarezza.
Cos'avrebbe fatto, se Rotherham l'avesse davvero approcciata per stuprarla? Non era né forte né addestrata come Rebelle per poter cercare di difendersi, e comunque poteva chiamare i suoi due complici perché la tenessero ferma o addirittura la legassero a gambe divaricate, in maniera che il violentatore potesse farle quello che più gli aggradava; e magari dopo il primo sarebbero seguiti gli altri due, perfino l'intera truppa…
L'orrore di quella possibilità rischiò di sommergerla come un'onda nera, soffocandola. Basta, si disse, lottando contro il panico. Non era detto che dovesse per forza succedere. Doveva aggrapparsi al pensiero che tutto sarebbe andato bene, che Rotherham non si sarebbe abbassato ad abusare di una nobildonna sua pari, che avesse solo voluto spaventarla a dovere nel tentativo di sottometterla; sicuramente, l'intento suo e degli altri due baroni era di assicurarsi il silenzio di Guy sulla loro appartenenza alla setta che voleva spodestare Riccardo a favore di Giovanni, e non era una buona idea inimicarselo stuprandogli la moglie. E Guy sarebbe venuto a liberarla, in un modo o nell'altro, di questo era assolutamente certa.
Si calmò leggermente e poco dopo, senza accorgersene, cadde nel sonno.
OOO
Quando si fece troppo buio per riuscire a distinguere le impronte, Robin scese da cavallo ed estrasse dalle bisacce due torce: in previsione di un inseguimento notturno, ne aveva portate un buon numero. Ne diede una a Little John, tenendo l'altra per sé; dopo averle accese, affidarono i cavalli agli altri e proseguirono a piedi, in modo da poter tenere le torce rasente al terreno per vedere le orme. Così avanzavano più lentamente che a cavallo, ma non erano costretti ad interrompere la caccia.
Dopo circa tre ore, Robin si girò verso il resto del gruppo.
"Le tracce sono più fresche", annunciò, "ci stiamo avvicinando."
"Quanto?" domandò Guy, senza riuscire a dominare l'ansia nella propria voce.
"Due ore al massimo", rispose Little John.
Proseguirono; nonostante l'evidente impazienza di Guy – peraltro ben comprensibile – Robin preferì avanzare lentamente, facendo molta attenzione per non rischiare di perdere, nel buio, i segni del passaggio del gruppo che aveva rapito Violet, anche perché si stavano muovendo in maniera da lasciare poche e lievi tracce, che cercatori meno esperti di lui e Little John avrebbero potuto facilmente non vedere.
Finalmente, nelle ore piccole della notte, Robin fece segno a tutti di fermarsi e di smontare da cavallo. Quando si furono tutti avvicinati a lui, parlò a bassa voce:
"Siamo vicinissimi. Andrò in avanscoperta per individuare il punto esatto in cui si trovano."
"Vengo con te", disse Guy; Robin annuì: se l'era aspettato e riteneva inutile cercare di impedirglielo.
"Tenete le torce basse", raccomandò, consegnando la propria a Much, "e legate i cavalli: dovremo avvicinarci a piedi e al buio."
Lui e Guy si addentrarono tra gli alberi; dopo essersi allontanati dalla fioca luce delle due fiaccole, si fermarono per abituare gli occhi al buio quasi completo della foresta notturna, cosa che richiedeva una ventina di minuti. Guy riusciva a stento a contenere la propria ansia, spaventosamente in pena per Violet. Le avevano fatto del male? L'avevano picchiata, torturata, o peggio? Conosceva poco i tre Cavalieri Neri, ma li riteneva capaci di tutto, se erano giunti ad unirsi alla setta capitanata da Vaisey, e per questo motivo era preda di un'angoscia terribile.
Finalmente la loro visione notturna fu sufficiente per muoversi. Robin cominciò ad avanzare furtivamente, senza produrre rumori, come un fantasma, procedendo lentamente per non rischiare di inciampare in qualche ostacolo invisibile o di sbattere addosso a rami bassi; Guy lo imitò, imbrigliando la propria impazienza in favore della prudenza, perché far rumore poteva significare essere scoperti e mettere a repentaglio non soltanto la loro incolumità, ma soprattutto quella di Violet.
Dopo alcuni minuti in cui si erano mossi con agonizzante lentezza, Robin si fermò d'improvviso, segnalando silenziosamente a Guy di fare altrettanto, poi indicò alla loro destra; il barone guardò in quella direzione e, a pochi metri di distanza, distinse il bagliore rossastro di un fuoco acceso in una buca. No, erano due, il secondo più lontano, sempre sulla loro destra. Ombre più scure della notte erano sdraiate tra di essi.
Rimasero a fissare il campo per lunghi secondi, poi Robin si avvicinò a Guy e gli parlò in un orecchio:
"Due sentinelle, otto dormienti."
Guy annuì: aveva contato anche lui dieci personaggi.
"Quale sarà Violet?" bisbigliò.
Robin scosse la testa.
"Impossibile determinarlo al buio", rispose in un sussurro, "Dobbiamo aspettare che faccia luce sufficiente per vedere e poi li attaccheremo. Andiamo a chiamare gli altri."
Guy avrebbe voluto precipitarsi nel bel mezzo dell'accampamento e fare una strage, ma si rendeva conto che sarebbe stata una follia.
"Va bene", rispose sottovoce.
Lentamente come all'andata, si allontanarono dal campo nemico. Robin ripercorse la strada che avevano fatto all'andata senza esitazioni e Guy ne fu impressionato, perché nel buio lui si sarebbe certamente perso; era evidente che l'ex bandito non si era vantato per niente, quando aveva affermato di conoscere la foresta come le sue tasche.
OOO
"Sono via da troppo tempo", affermò Rebelle, agitata, "Dobbiamo andare a cercarli!"
"No", la frenò Little John in tono brusco; ignorò l'occhiataccia della giovane guerriera e proseguì, "Robin sa quello che fa."
"Concordo", gli diede ragione Much.
Rebelle fece una smorfia.
"Ha sempre avuto la propensione a cacciarsi nei guai", rammentò loro. Voleva bene a Robin, ma questo non significava che non ne vedesse i difetti.
"Non quando è in gioco la vita di qualcuno cui tiene", ribatté Allan. La giovane sembrò sul punto di replicare in malo modo, ma poi riconobbe la verità in quelle parole e le sue spalle si afflosciarono.
"Quest'attesa mi uccide", sospirò.
Drastan le andò vicino e le sfiorò il braccio in un gesto tranquillizzante.
"Calmati", la invitò, "Sei fuori di te dalla preoccupazione e lo capisco, ma dobbiamo aver pazienza."
Lei lo guardò con gratitudine, apprezzando il suo sostegno. Annuì.
Trascorsero altri lunghi minuti; era ormai passata un'ora da quando Guy e Robin si erano allontanati, quando udirono una voce:
"Siamo noi."
Drastan si girò di scatto con la spada puntata, Rebelle sguainò la propria a mezzo e Little John sollevò il bastone, che era la sua arma preferita e da cui non si separava mai, mentre Much e Allan, meno veloci, posavano la mano sull'elsa delle rispettive spade. Tutto questo avvenne in un istante, prima che tutti si rendessero conto che la voce apparteneva a Robin, il quale emerse dalle ombre. Teneva le braccia ben scostate dal corpo in una posa che indicava chiaramente l'assenza di minaccia: conosceva bene i suoi uomini e Rebelle, che sapeva capaci di reagire con prontezza micidiale, e si era fatto l'idea che Drastan fosse come loro, per cui aveva preferito avvertirli prima di porre piede nel piccolo cerchio di luce delle torce.
Dietro di lui apparve Guy.
"Grazie al cielo siete tornati!" esclamò Much, sollevato, "Li avete trovati?"
"Sì", rispose Robin, "Sono poco lontano da qui. Due sentinelle. Ho contato otto giacigli, uno dei quali forse Violet, ma era troppo buio per esserne sicuro."
"Che facciamo?" domandò Drastan, girandosi verso Guy. Lo sceriffo sollevò gli occhi al cielo che s'intravedeva tra i rami degli alberi e stimò l'ora dalla posizione delle stelle.
"Tra meno di un'ora sarà l'alba", disse, "Torniamo al campo e li circondiamo. Appena farà abbastanza chiaro, li attaccheremo. Buckingham, Rotherham e Spencer pagheranno caro il loro misfatto."
"Vuoi ucciderli?" domandò Drastan. Non c'era traccia di riprovazione nel suo tono, solo una richiesta di chiarimento.
"Sì", rispose Guy a denti stretti, "altrimenti saranno sempre una minaccia, per me e per le persone che amo."
"Non solo", intervenne Robin, "Sono una minaccia anche per re Riccardo: la loggia dei Cavalieri Neri non esiste più, ma possono sempre costituirne un'altra e complottare ancora contro di lui."
"Precisamente", confermò Guy. Robin lo guardò, un sopracciglio sollevato:
"D'accordo con me, Gisborne? Questa sì che è una novità…"
Guy gli lanciò un'occhiataccia, ma Robin scrollò le spalle: aveva voluto soltanto alleggerire la tensione a modo suo e non gl'importava che l'altro l'avesse capito o no.
"Muoviamoci", disse.
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Violet si svegliò di soprassalto, come se qualcuno l'avesse scrollata; si alzò di colpo a sedere e si guardò attorno, sbattendo le palpebre nella luce incerta che precede l'alba, ma non vide nessuno vicino a lei. Le uniche persone sveglie, oltre a lei, erano le due sentinelle – non le stesse della sera – mentre gli altri erano ancora addormentati, sdraiati vicino ai resti dei fuochi e avvolti nelle loro coperte.
Corrugò la fronte, chiedendosi che cosa l'avesse svegliata. Scrutò tra gli alberi, ma il crepuscolo indugiava ancora sotto di essi e non vide nulla. Tutto era immobile, anche le due sentinelle, che parevano sonnecchiare; ma nell'aria c'era una sorta di tensione che le fece accapponare la pelle. Lentamente, cominciò a spostarsi verso il tronco dell'albero tra le cui radici aveva dormito, fino a posarvi la schiena, gli occhi che continuavano ad osservare le immediate vicinanze.
Pochi istanti dopo sentì il sibilo di una freccia che solcava l'aria alla sua sinistra; la sentinella più vicina cacciò un urlo e, colpita ad una spalla, cadde all'indietro. Gli altri si svegliarono di colpo e, in un attimo, l'intero accampamento fu in subbuglio. Violet si fece piccola, cercando di nascondersi, poi un tonante grido di battaglia attirò la sua attenzione; dagli alberi vide sbucare di corsa l'imponente figura nerovestita di Guy, che brandiva il suo spadone a due mani. Balzò nel bel mezzo degli uomini e roteò l'arma in un arco letale che colse in pieno uno dei soldati, quasi tagliandolo a metà, e ne ferì un secondo ad una gamba. Nello stesso momento, da diverse direzioni comparvero altri guerrieri, e Violet riconobbe Rebelle, Drastan, Robin, Much, Allan, Little John e Ralf. Le vennero le lacrime agli occhi: i suoi amici erano venuti in suo soccorso. Non ne aveva mai dubitato, ma vederli in azione, a rischiare la vita per lei, la commosse indicibilmente.
La lotta si accese furibonda. Le forze erano pari, sette contro sette – dato che tre dei suoi rapitori erano già stati messi fuori combattimento – e quindi quasi subito la mischia si trasformò in duelli individuali. Little John si lanciò con un ruggito addosso al più grosso dei soldati, roteando il bastone; Ralf, Much, Allan e Rebelle s'ingaggiarono con altri soldati della truppa; Guy si trovò a fronteggiare Buckingham, mentre Drastan e Robin incrociarono le lame rispettivamente con Spencer e Rotherham.
Buckingham era alto quasi quanto Guy, e più robusto; era uno spadaccino molto in gamba e stava impegnando duramente il suo avversario. Violet seguì lo scontro col cuore in gola. Vide Guy schivare un fendente, poi le lame si scontrarono con un clangore metallico così forte da sovrastare il rumore degli altri combattimenti. Il viso di Guy era contorto in una smorfia ferale, gli occhi lampeggianti di una collera profonda ma fredda. Buckingham barcollò all'indietro, ma si riprese e tornò all'attacco.
Gli occhi di Violet balzarono per un attimo verso Rebelle, alle prese con un avversario chiaramente più forte di lei, ma la fanciulla guerriera era abituata a questo e compensava largamente lo svantaggio con la sua eccezionale agilità, schivando la maggioranza dei colpi per fiaccare l'avversario e sbilanciarlo, e poi colpirlo non appena intravedeva uno spiraglio.
Violet tornò a seguire il duello di Guy contro Buckingham, che procedeva in apparente parità. Il Cavaliere Nero sanguinava da un taglio al braccio, una ferita probabilmente superficiale dato che non sembrava metterlo in difficoltà. Dopo uno scambio di colpi, Buckingham riuscì a superare la guardia di Guy e tentò di colpirlo alla spalla. Guy scartò di lato all'ultimissimo istante, ma sulla giacca comparve un taglio. Violet si portò le mani alla bocca per impedirsi di emettere un grido di terrore. Vide Guy assumere un'espressione ancora più determinata e tornare all'attacco, e Buckingham cominciò ad arretrare di fronte al suo impeto.
Leggermente rassicurata, Violet decise che non poteva rimanersene lì inerte: anche se non era in grado di partecipare alla battaglia doveva far qualcosa. Prima di tutto, doveva liberarsi dei legacci, decise. Si guardò attorno alla ricerca di qualcosa con cui tagliarli; la sentinella che era stata colpita per prima giaceva ancora riversa, morta o ferita troppo gravemente per muoversi, lontana solo pochi metri.
Vedendo la propria occasione, Violet si alzò, scrollandosi di dosso la coperta, e tenendosi china per non farsi scorgere troppo si avvicinò al soldato caduto. La sua spada giaceva accanto a lui e Violet, tenendolo d'occhio casomai fosse cosciente e tentasse di aggredirla, afferrò l'elsa e tornò ad allontanarsi, trascinando l'arma. A distanza di sicurezza, la posò nuovamente sul terreno e s'inginocchiò, avvicinò le mani legate alla lama e cominciò a strofinare la corda sul filo. Occorsero solo pochi secondi, ma le parvero un'eternità. Finalmente ebbe le mani libere e si alzò in fretta, tornando a guardare verso la lotta che imperversava ancora. Nessuno dei contendenti era ancora caduto, ma parecchi, sia dell'una sia dell'altra parte, sanguinavano da tagli in svariati punti del corpo.
Per un attimo, una sensazione di frustrante impotenza sopraffece Violet, poi lo sguardo le cadde sull'altra arma della guardia: l'arco. Lesta, andò a prenderlo, impadronendosi anche della faretra piena di frecce. Corse ad appostarsi accanto ad un albero, vi appoggiò la faretra, ne trasse una freccia e la incoccò, poi provò a tendere l'arco. Era più duro di quello cui era abituata, adatto a una persona più robusta di lei; l'eccessiva durezza le avrebbe impedito di mantenere la mira a lungo, ma aveva abbastanza esperienza per prendere la mira prima di tirare.
Si girò a guardare i combattenti, e vide subito che alcune situazioni erano cambiate: Ralf aveva sopraffatto il proprio avversario, ma aveva rimediato un taglio all'avambraccio che ora si stava tamponando con il proprio fazzoletto da collo; Rebelle aveva sfiancato il suo opponente, che stava ormai barcollando dalla stanchezza, e non c'era dubbio che se ne sarebbe liberata a breve; Much era invece in difficoltà, incalzato da un antagonista particolarmente esperto. Violet si preparò, sollevando l'arco e tendendolo finché la cocca non le sfiorò la guancia. Aveva già fissato il punto dove colpire e quindi dovette mantenere la tensione solo per pochi istanti, il tempo necessario per aspettare che l'avversario di Much si scostasse abbastanza da offrirle un tiro sicuro. Scoccò e la freccia si piantò esattamente dove aveva mirato, nella parte alta del braccio che reggeva la spada, un colpo che non avrebbe ucciso il soldato, ma che lo avrebbe messo fuori gioco. Il milite gridò e barcollò all'indietro, mollando la propria arma e afferrandosi il braccio ferito, poi crollò a terra.
M uch si girò di scatto per vedere chi fosse venuto in suo soccorso e vide Violet in piedi con l'arco in mano mentre sfilava un'altra freccia per incoccarla; le sorrise con gratitudine.
Violet non se n'accorse, impegnata a cercare un altro bersaglio; era sorpresa del proprio sangue freddo, perché si era aspettata che ferire consapevolmente un essere umano le avrebbe fatto sentire rimorso, ma in quel momento non stava provando niente se non il bisogno impellente di aiutare i suoi amici.
Vide Allan che si batteva come un leone contro un avversario che gli era chiaramente superiore, sia per forza che per abilità. Alzò l'arco, disponendosi ad un altro tiro, ma in quel momento il soldato affondò la spada nella coscia di Allan, che cadde di schianto con un grido di dolore. L'avversario liberò la lama e fece mezzo passo indietro, tornando a sollevare la spada con entrambe le mani e preparandosi a sferrare il colpo mortale. Violet scoccò. La freccia colpì la mano posata sulla parte più bassa dell'elsa, trapassandola da parte a parte e facendo fare mezza piroetta al soldato, che rovinò a terra con un terribile urlo.
L 'istinto di guaritrice di Violet le fece muovere un passo verso Allan, per andare a prestargli soccorso, ma vide che Much stava correndo da lui e quindi dominò l'impulso, tornando a girarsi verso la faretra. Ne trasse una terza freccia e la incoccò, sul volto un'espressione determinata che ne induriva i lineamenti solitamente dolci. Vide che Rebelle aveva avuto ragione del proprio avversario, che ora giaceva a terra, se morto o solo ferito non riuscì a determinarlo data la distanza; la giovane guerriera si guardò attorno e, vedendo che Ralf era ferito, si diresse da lui.
Violet guardò verso Little John che, a giudicare da come il suo antagonista arretrava, stava conducendo con successo l'improbabile duello bastone contro spada; mentre lo osservava, il gigantesco villico sferrò un tremendo colpo di punta che colse l'avversario alla testa. Nonostante l'elmo che lo proteggeva, la legnata fu tale che il malcapitato cadde di schianto, se non svenuto, sicuramente rintronato.
Ora non rimanevano che i tre Cavalieri Neri, contro di cui si stavano ancora battendo Guy, Drastan e Robin. Qualche momento dopo, Drastan trapassò il petto di Spencer, che stramazzò senza un fiato; un minuto più tardi, Robin abbatté Rotherham, squarciandogli la gola con un fendente dalla precisione micidiale, ed il Cavaliere Nero cadde morto emettendo un orribile gorgoglio.
Restava solo Guy, ancora impegnato con Buckingham. Violet notò con angoscia che il marito sanguinava da un paio di tagli superficiali, quello sulla spalla sinistra ed un altro sulla parte alta del braccio destro; ma all'ormai unico Cavaliere Nero superstite andava peggio, dato che il suo braccio sinistro era coperto di sangue e pendeva senza vita dalla spalla, reso inutilizzabile da una ferita infertagli da Guy. Buckingham stava combattendo con la disperazione dell'animale che si sente in trappola. Con un guizzo in cui mise sicuramente le sue ultime forze, riuscì a penetrare oltre la guardia di Guy, sferrandogli un colpo al fianco. Lo sceriffo riuscì a scostarsi, impedendo alla lama di affondare, ma Violet sentì comunque il cuore mancare un battito e strinse più forte l'arco; cominciò a sollevarlo, decisa a colpire Buckingham – e non per ferirlo, bensì per ucciderlo. Cercò un tiro sicuro, ma Guy si era lanciato addosso a Buckingham ed ora erano impegnati in un furibondo groviglio, mentre ciascuno dei due cercava di disarmare l'altro. Dopo interminabili momenti di terribile tensione, Violet vide Buckingham arretrare vacillando; cominciò a tendere l'arco, ma poi s'accorse che sul petto del Cavaliere Nero si stava allargando una macchia scarlatta e si trattenne dallo scoccare la freccia. Buckingham guardò Guy con gli occhi sbarrati, quasi come se non riuscisse a credere a cosa stava accadendo, poi si accasciò a terra senza un gemito.
Era finita.
Guy distolse gli occhi dal cadavere di Buckingham e si guardò attorno, alla ricerca della moglie. Violet gettò a terra arco e freccia e si precipitò da lui, sollevando la gonna per non inciampare. Vedendola arrivare di corsa, Guy gettò a sua volta l'arma e mosse alcuni passi verso di lei, prima di accoglierla tra le braccia.
Violet gli si strinse addosso, cercando di stare attenta alle ferite del marito, ma lui l'avvolse in un abbraccio mozzafiato, incurante del dolore.
"Mio fiore…" mormorò, chiudendo gli occhi sopraffatto dal sollievo. Rimasero stretti l'uno all'altra per lunghi momenti, poi Guy si scostò.
"Stai bene?" domandò, scrutandola attentamente. Non osava formulare neanche il pensiero che le avessero fatto del male, picchiandola o peggio.
Violet intuì i suoi pensieri, che erano stati anche i propri.
"Sì, sto bene", lo rassicurò, "Mi hanno trattata con rispetto. Beh, relativamente parlando", aggiunse con una smorfia, rammentando la parca cena, la coperta puzzolente e le mani legate.
"Buon per loro", ringhiò Guy, "perché, se non fossero già morti, li ammazzerei di nuovo, se ti avessero torto anche un solo capello."
La sua ferocia non stupì Violet, perché era la stessa che aveva provato quando aveva visto Buckingham ferire Guy, tanto che in un istante era stata pronta a trasformarsi da guaritrice in giustiziera.
Quel momento però era passato e adesso Violet era nuovamente in sé. Rammentò quindi le ferite del marito e quelle degli amici.
"Fammi dare un'occhiata", disse, in un tono perentorio che lasciò Guy interdetto. Rapidamente, Violet controllò il taglio sulla spalla, verificandone la gravità; non era molto profondo, ma stava sanguinando e andava pulito e bendato. L'altra ferita invece, fortunatamente, era solo un graffio e quindi momentaneamente la ignorò. Arretrò d'un passo e si chinò sul corpo senza vita di Buckingham, afferrò l'orlo della sua tunica e tentò di strapparne una striscia, ma era troppo resistente. Allora gli sfilò il pugnale dalla cintura e lo usò per praticare una lacerazione nella stoffa, poi la stracciò, ricavandone una pezza che usò per tamponare la lesione sulla spalla in via provvisoria, fintanto che non avesse controllato anche gli altri feriti.
"Tieni premuto", gli ordinò, "e vai a sederti finché non torno da te."
Guy non si sognò neppure di protestare o di contraddirla: era chiaro che Violet sapeva il fatto suo e che, in quel momento, era lei la più idonea ad assumere il controllo della situazione. Lui doveva solo dare un ordine prima di eseguire quello che aveva ricevuto da lei.
"Drastan!" chiamò; il suo vice arrivò di corsa, "Controlla se ci sono sopravvissuti. In quel caso, se sono coscienti legali, poi vedremo cosa farne."
Drastan assentì e si allontanò per svolgere il compito affidatogli; Rebelle lo seguì.
Vedendola muoversi, Much chiamò Violet, perché la ferita di Allan sanguinava copiosamente e il giovane uomo era molto pallido. Violet si affrettò a raggiungerli ed esaminò il taglio sulla parte alta della coscia: era molto profondo e si preoccupò. Poteva ricucirlo – tecnica che preferiva al molto più comunemente praticato cauterio, che riteneva inutilmente brutale e che avrebbe usato solo in caso che non ci fossero alternative – ma nel bel mezzo della foresta non aveva gli strumenti per farlo: doveva essere trasportato al più presto al castello.
"Bisogna fermare il sangue", disse, "Prendi la tunica a uno dei cadaveri, presto."
Much si affrettò ad eseguire, con l'aiuto di Little John. Violet ridusse una parte dell'indumento a strisce, che usò come bende per fissare il resto, impiegato come compressa sulla ferita.
"Non può cavalcare", sentenziò, "Dovete preparare una barella a traino."
"Ci pensiamo noi", si offrì Robin, facendo un cenno a Little John.
Violet controllò anche Ralf, che fortunatamente aveva riportato poco più di un graffio e l'aveva prontamente tamponato con il proprio fazzoletto da collo.
"Much", chiamò, "Per favore, vedi se trovi una borraccia con del vino o meglio ancora del whisky."
Mentre Much si metteva alla ricerca di quanto richiesto, Violet tornò da Guy; verificò la sua ferita alla spalla e con sollievo constatò che il sanguinamento era quasi cessato. Quando le venne consegnata una fiaschetta di whisky, usò un po' del liquore per lavare la lesione; Guy sussultò alla sensazione di forte bruciore, ma stinse i denti e non si lamentò: dopotutto, aveva subito di peggio, come l'acido che aveva cancellato il suo tatuaggio. Infine, Violet cambiò il tampone e bendò la ferita, sempre usando parti della tunica di Buckingham.
Mentre stava trattando anche la ferita sul braccio destro, lavandola col whisky, Drastan tornò e fece il suo rapporto a Guy:
"Tre sopravvissuti, tutti attualmente svenuti."
"Mi occupo di loro", annunciò Violet, alzandosi dopo aver finito col marito, "Rimani seduto", lo ammonì, prima di allontanarsi.
Il primo soldato che aveva colpito usando l'arco era il più grave, con la freccia piantata nel braccio. Ne spezzò l'asta, ma non poteva rimuovere la punta senza un coltello passato sopra una fiamma, così si limitò a fare un bendaggio che tenesse fermo il moncone d'asta, poi se ne sarebbe occupato qualcun altro.
Il secondo che aveva trafitto fu più facile da trattare, perché la freccia aveva trapassato la mano e la punta sporgeva dal palmo. Da come le dita erano piegate, Violet comprese che un tendine era lesionato e quindi il soldato sarebbe rimasto menomato per sempre. Le spiacque, ma almeno era vivo. Spezzò l'asta e tolse la freccia, poi tamponò lo squarcio sul palmo – molto più esteso di quello sul dorso – lavò la ferita con il whisky e bendò la mano.
Il terzo sopravvissuto era l'avversario di Little John. Violet gli sfilò l'elmo con la massima delicatezza e trovò un grosso bernoccolo sulla fronte, che frizionò con il whisky: si sarebbe riassorbito nel giro di qualche giorno e non c'era bisogno di grandi cure.
Finito con i tre soldati feriti, Violet tornò da Ralf e lavò la sua lesione con il liquore, poi andò da Allan e controllò il taglio alla gamba, il cui sanguinamento era diminuito, ma non era cessato.
"È molto grave, signora?" domandò il giovane uomo; la sua voce era ferma, tuttavia i suoi occhi azzurri tradivano il più che comprensibile timore che stava provando.
"Solo se non venissi curato", lo rassicurò Violet, "ma ci penserò io, non preoccuparti. Anzi, comincio subito: dammi la tua cintura."
Allan eseguì, sfibbiando la cinta e passandogliela. Violet la legò attorno alla gamba, a monte della ferita, e la strinse a mo' di laccio emostatico.
"Allentala ogni volta che senti formicolare il piede", lo istruì, "poi torna a stringerla."
L'ex ladro annuì a indicare d'aver capito; allora Violet si alzò e si diresse verso Robin e Little John, che stavano legando la barella a traino al cavallo di Allan.
"Dobbiamo portare Allan al più presto a Nottingham", Violet li sollecitò.
"Abbiamo quasi finito", la rassicurò Robin, "Vado a dire agli altri di prepararsi a partire."
Frattanto, Drastan era tornato da Guy.
"Allora, hai deciso cosa farne, di costoro?" domandò, indicando i tre sopravvissuti.
"Li lasciamo qui", rispose lo sceriffo, che ci aveva pensato bene, "Seppelliranno i morti, o li porteranno a Rotherham. Diranno di essere stati vittime di un agguato: non possono certo dichiarare che avevano rapito la baronessa di Nottingham e che suo marito e i suoi amici sono venuti a riprenderla e nello scontro li hanno fatti fuori."
"Concordo", Drastan annuì, "Se provassero a lanciar accuse, sarebbe la loro parola contro quella di quattro nobili: tu, io, Locksley e Bonchurch."
A Guy suonava ancora strano conteggiare Much tra i nobili, ma anche se la sua nomina era recentissima e non ancora ratificata dal re, la riteneva valida.
"Esattamente", concordò.
Si avvicinò Robin.
"Siamo pronti a partire", annunciò loro.
"Va bene", disse Guy, accennando ad alzarsi. Subito Drastan si mosse per aiutarlo e altrettanto fece Robin. Guy gli lanciò un'occhiata, sorpreso dalla sua premura, e il conte di Huntingdon scrollò le spalle, sorpreso quanto lui.
Pochi minuti dopo erano tutti in groppa ai loro cavalli, tranne Allan che era stato disteso sulla barella. Violet si posizionò accanto a lui per tenerlo d'occhio durante il tragitto fino a Nottingham, che avrebbe richiesto alcune ore. Guy, restio a star troppo lontano dalla moglie, si accodò, lasciando a Robin il compito di guidare il corteo, mentre Drastan e Rebelle facevano da retroguardia. Ad un cenno di Robin, la piccola colonna si mosse, abbandonando i morti e i feriti al loro destino.
