.

Capitolo XXI

Il fuoco e le rose

PARTE II

.

.

.

La grande sala riunioni che ospitava i consigli di amministrazione delle imprese Andrew nel loro quartier generale di Wall Street, a due passi dal Big Board, era invasa dal fumo dei sigari avana.

I soci anziani della famiglia erano tutti lì ad attendere, ormai da oltre mezz'ora, quell'incontro che l'amministratore delegato aveva convocato con estrema urgenza.

Decine di occhi frementi sfogliavano lo spoglio pro-memoria dell'ordine del giorno su cui era scritto ermeticamente solo: 'Pratica Walker – Esproprio'.

L'attesa aveva cominciato a rasentare l'esasperazione, quando George Johnson fece la sua apparizione nella stanza insieme ad Anthony.

Adam Andrew, uno degli anziani del clan, accolse il suo ingresso con una battuta.

"George, finalmente è arrivato! Sono davvero curioso di sapere con quale giustificazione ha convocato quest'assemblea straordinaria per un insignificante mandato di esproprio, per di più facendoci aspettare inutilmente per così tanto tempo. Dobbiamo dare ad Anthony qualche lezione collettiva di diritto privato?".

George, che era ormai da anni considerato quasi un membro della grande famiglia ma sempre trattato con una patina di snobista distacco, sembrò non cogliere il suo cinismo offensivo.

"Immagino cosa stiate pensando ma vi assicuro che dietro questa faccenda si cela qualcosa di veramente grave. Vorrei che Anthony ci esponesse lui stesso i risultati di alcune sue indagini…".

Con la mano fece segno al giovane di farsi avanti ed iniziare a parlare.

Tutti i soci spostarono la loro attenzione refrattaria su di lui.

"Si dà voce anche ai pivelli qui" bisbigliò insoddisfatto Adam a suo fratello Casper che gli era seduto accanto.

.

Anthony si appoggiò con sicurezza al grande tavolo ovale con entrambe le mani.

"Ringrazio George" cominciò con voce ferma "per avermi dato la possibilità di spiegare a tutti voi quanto ho scoperto. Non si tratta di esprimere un parere su una semplice espropriazione di una proprietà. Non siamo qui a discutere di diritto privato, zio Adam, ma di diritto penale…

L'esproprio del terreno su cui sorge la struttura para-ospedaliera Nuovo Sorriso è indebito, signori! Tutti i documenti che abbiamo presentato sono nulli!".

Elroy scrutò il suo volto con stupore.

"Che cosa vuoi dire, Anthony?" gli chiese interrompendolo nervosamente.

"Zia Elroy, studiando questa pratica e facendo un po' di ricerche approfondite, ho scoperto che non c'è mai stato un trust temporaneo su quel terreno. Si è trattata di una semplice donazione. E questo non è l'unico caso…".

"Non è possibile…" gli rintuzzò subito Adam. "Quella a cui alludi era forse la prima versione del testamento del vecchio Ashley, che Dio lo abbia in gloria… L'anno dopo, se non erro, ne fece redigere un'altra, rettificando probabilmente quel punto!".

Anthony si voltò tagliente verso di lui.

"Come avrebbe potuto in stato semi-incosciente?".

"Eh?".

Tutti i soci cominciarono ad osservarlo con maggiore interesse, superando la prima diffidenza.

"Nell'aprile dell'anno dopo" proseguì con un tono basso che impose a tutti il massimo silenzio "lo zio Ashley fu colpito da una violenta ischemia celebrale che lo ridusse in uno stato vegetativo. Dopo pochi mesi fu soggetto ad interdizione legale. Zia, forse lo ignori perché tu e lo zio William eravate lontani da Lakewood in quel periodo per i tristi motivi che noi due conosciamo bene e per proteggerti ti hanno dispensata da quest'altra brutta notizia... Zio Ashley non avrebbe potuto chiedere alcuna modifica al suo testamento!".

Un muto sdegno calò in quel momento nella sala.

"Ho fatto le mie indagini presso una persona che lo conosceva bene" chiarì ancora Anthony alludendo al lungo colloquio personale che aveva chiesto a Ted Duncan. "Sono sicuro della validità della mia fonte.

Gli atti testamentari sono stati chiaramente manipolati! Mi è stato confermato che lo zio era un filantropo e che avrebbe voluto lasciare una parte rilevante della quota ereditaria, proprio quella di maggiore valore nel centro di Manhattan, ad ospedali ed associazioni benefiche.

Voi avete già provveduto a cinque espropri indebiti. Su uno di questi terreni sorge ora il Royal Majestic, il fiore all'occhiello degli alberghi della Andrew inc.".

"Non può essere vero!" gli contestò Franklin, un altro socio tra i più scaltri del consiglio. "Il testamento ci è stato letto alla presenza di un notaio di fama… Si sarebbe di sicuro accorto del vizio!".

"Il notaio che li ha redatti ha acquistato in quel periodo una villa faraonica nella baia di Long Island proprio dai Duncan. Il rogito è stato firmato circa un mese dopo la modifica testamentaria. Devo proseguire o la faccenda si sta facendo chiara per tutti?" gli oppose lui scaldandosi.

"Chi di voi è stato?".

Elroy tuonò quella domanda. I presenti si guardarono sospettosi senza che nessuno avesse il coraggio di farsi avanti.

L'anziana donna scrutò interrogativa il fiero volto del nipote accanto a quello verde dall'imbarazzo di suo padre.

"Questo non sono riuscito a scoprirlo…" ammise Anthony.

"Beh, se solo tu ne sei a conoscenza… meglio così…" insinuò Casper maliziosamente. "Laveremo questi panni sporchi in famiglia e nessuno se ne potrà approfittare".

A quel punto Anthony sbatté con forza il pugno sul tavolo stupendo tutti quelli che se lo ricordavano un bambino timido.

"Io non sono un omertoso, zio Casper! Questa storia non può essere messa a tacere meschinamente. Credo che il giudice a cui mi rivolgerò per far rendere giustizia a chi ne ha diritto sarà della mia stessa opinione…".

"Cosa?" lo aggredì il vecchio zio. "Ragazzo, tu non puoi fare questa sciocchezza! Gli interessi della famiglia vengono prima di tutto…".

"L'integrità morale viene prima di tutto…" si difese lui deciso.

"Tu non sai quello che dici! Frequenti Princeton ma hai ancora la bocca sporca di latte, Anthony!".

"Non ti permetto di parlargli così, Casper!".

Elroy ammonì ruvida il fratello sollevandosi dalla sedia come una furia.

"Anthony ha agito nell'interesse della famiglia! Qualcuno di voi ha dolosamente violato le volontà di Ashley appropriandosi indegnamente di terreni e di chissà quant'altro non sappiamo.

Tra noi c'è chi fa il doppio gioco, vi rendete conto? Anthony ha solo portato alla luce questa avvilente realtà! Ora è giusto porre rimedio alle nefandezze compiute e restituire quanto non ci appartiene più procedendo alla donazione come era stato predisposto in origine. Così si eviterà uno scandalo. Un valente avvocato potrebbe da un giorno all'altro far venire fuori questi misfatti. Abbiamo tanti nemici in questo momento e quel Walker mi sembra un osso duro. Si è già attivato con i Mc Queen che hanno il dente avvelenato nei nostri confronti e non penso che si arrenderà facilmente.

Se non avete il coraggio di confessare, abbiate almeno la decenza di prendere questa decisione scomoda, anche se per noi si tratterà di una batosta finanziaria!

Anthony, voglio che tu segua direttamente questa pratica. La famiglia deve solo rendere grazie al tuo senso della giustizia!".

.

Anthony a quel punto indietreggiò di qualche passo.

"Zia Elroy, scusami… So che sto per darti un dispiacere… ma io ho deciso di lasciare Princeton e la carriera di avvocato…

Non credo che manterrò neanche il posto in consiglio!".

"Che cosa stai dicendo, figlio mio!?". Vincent lo fissò supplicante senza essere in grado di contestarlo.

"Sì papà, vorrei raggiungere Stear al MIT e prendere la facoltà di Biologia con indirizzo botanico. È stata da sempre la mia inclinazione naturale.

Se voi mi sosterrete in questa scelta ve ne sarò grato… ma sappiate che in caso contrario io non rinuncerò al mio progetto di vita. Sarò solo costretto a limitare la qualità della mia formazione, con o senza i soldi ed il nome degli Andrew alle spalle!".

"Anthony…".

Elroy guardò il nipote con affettuoso rispetto.

Nei suoi occhi appassionati rivide l'indole testarda e generosa della sua compianta madre.

.

.

La Cadillac nera con lo stemma luccicante degli Andrew raggiunse in primo pomeriggio il viale alberato che accoglieva le strutture della Nuovo Sorriso.

George ed Anthony ne scesero insieme con due valigette pesanti di documenti, accompagnati da un notaio.

Una volta di fronte alla stanza del direttore, Anthony chiese di potersi defilare per qualche minuto.

"Ti dispiace se non entro con voi? Voglio vedere prima Candy!".

George acconsentì alla sua richiesta e lo lasciò libero, bussando con determinazione alla porta senza chiedere preventivamente di essere annunciato.

"Direttore Walker, sono George Johnson, l'amministratore delegato delle imprese Andrew. Credo che io e lei abbiamo qualcosa di cui discutere da tempo…".

"Signor Johnson, vi ho visti arrivare dalla finestra, venga pure avanti… Sono felice che si sia deciso finalmente a venirmi a trovare dopo tanti miei inviti…" gli rispose freddo Albert voltando lentamente la sedia girevole verso il suo ospite per accoglierlo.

Gli sguardi dei due uomini si incrociarono in uno scontro scioccante.

La valigetta di George scivolò via dalle sue mani rovinando fragorosamente a terra.

.

"Sei… tu…?".

.

.

Anthony nel frattempo non era riuscito a trovare Candy nell'edificio. Uscendo per una porta secondaria si era diretto di corsa verso la collinetta da cui spiccava il grande albero dall'aria familiare.

"Forse ti sto perdendo, amore mio, ma voglio dimostrarti che so lottare per i miei sogni come lui.

Voglio dimostrarlo a me stesso".

.

Lei era proprio lì, in piedi, con i capelli accarezzati dal vento particolarmente intenso e caldo di quell'ultimo scampolo di luglio.

"Ero sicuro che ti avrei trovata qui" le mormorò spingendola a voltarsi.

Candy lo accolse intimorita. Si sentiva le labbra gelate e rigide.

Non sapeva da dove cominciare.

"Anthony, devo parlarti… è una cosa importante…".

"Shh…". Lui inaspettatamente la zittì posandole un dito sulla bocca.

"Me la dirai dopo questa cosa importante… ora ho da dirti io qualcosa che ti lascerà senza fiato dalla gioia!". Tirò un lungo respiro. "Ci sono riuscito, amore! Ho convinto i soci a rinunciare al terreno! La Nuovo Sorriso è salva! Sono venuto qui con George ed un notaio per parlare con Albert e provargli che non abbiamo più intenzione di procedere contro l'associazione!".

"Anthony, stai dicendo sul serio? Oh, ma questo è meraviglioso! Io… ero sicura che solo tu ci saresti potuto riuscire!".

Il giovane la abbracciò con forza.

"Volevo che fossi fiera di me…".

Candy ricambiò con tutto il suo affetto quell'abbraccio.

"Certo che sono fiera di te! Lo sono sempre stata…".

"Non è tutto..." continuò Anthony cercando la sua approvazione.

"Ho abbandonato il mio posto in consiglio… e lasciato Princeton…".

"Hai fatto cosa…?".

"Ho detto a tutti che voglio studiare Botanica al MIT! Sapessi che pandemonio ho suscitato!" le rivelò soddisfatto con uno sguardo che gli luccicava di emozione.

"E tuo padre? E la zia Elroy?".

"Avrò molto da lavorare con mio padre... È rimasto amareggiato dalla mia decisione e non mi ha neanche voluto lasciargli spiegare le mie ragioni in disparte… mentre la zia Elroy credo abbia già accettato la mia scelta anche se non abbiamo ancora avuto occasione di riparlarne.

Ma non mi importa, Candy, facciano ciò che vogliono. Per me possono anche diseredarmi.

Io voglio realizzare i miei obiettivi, anche se incontrerò degli ostacoli. Sento che è la cosa giusta da fare.

Per me.

Per noi… se tu…".

"Anthony, io…". Candy tentò di parlare ma le parole non volevano saperne di uscirle dalla bocca.

"Che cosa volevi dirmi?".

Un vento insopportabilmente torrido avvolse quei loro ultimi sospiri.

.

"Al fuoco! Aiuto! C'è un incendio!".

Era un grido scomposto di raccapriccio quello che avvertirono dalla collina.

Proveniva dalla serra accanto ai dormitori.

Di corsa si affrettarono a raggiungere l'edificio laterale e rimasero senza parole. In pochi minuti il vento aveva fatto divampare un incendio di rilevanti proporzioni che dal giardino si era propagato ai primi piani fino al refettorio.

.

Candy ed Anthony videro correre verso di loro Bryan in evidente stato di shock.

"È partito dal roseto!" li avvertì allarmato il medico. "Ora ha raggiunto il secondo piano! Nei dormitori per fortuna non c'è nessuno a quest'ora ma ci sono i ragazzi del laboratorio teatrale in palestra con John! Dobbiamo fare qualcosa… L'ingresso è invaso dalle fiamme e l'uscita di servizio non permette di far passare le carrozzelle!".

"Non c'è un minuto da perdere!" gridò Candy avviandosi per il sentiero brecciolato che circondava la struttura.

Lo spettacolo che li accolse nel retro dell'edificio fu impressionante.

Il calore eccessivo aveva sospinto il fuoco verso i magazzini ed i materiali infiammabili ne avevano irrobustito il corpo facendolo dividere in due lingue. Gran parte del personale era già impegnato a controllare le camere e gli ambulatori del padiglione principale per mettere in salvo i pazienti in difficoltà.

"Presto, seguitemi! Da questa parte!".

Bryan corse a recuperare un kit di pronto soccorso e li guidò in direzione del secondo stabile al piccolo corridoio che sembrava l'unica via di uscita per le persone intrappolate nel rovo.

"Candy, è meglio che rimanga qui fuori! Servirà assistenza, potrebbero essere stati intossicati dal fumo e dalle esalazioni dei magazzini. Abbiamo poco tempo per intervenire prima che rischino il soffocamento. Anthony, andiamo!".

Di corsa presero delle coperte e le bagnarono alla vicina fontana. Riparati da queste, entrarono nel passaggio già invaso dal fumo.

"Per l'amor del cielo, state attenti!" li scongiurò Candy da lontano.

Il breve percorso sembrava interminabile. Nonostante gli indumenti umidi che portavano indosso, Bryan ed Anthony non potevano fare a meno di tossire.

"Da qui si arriva direttamente in palestra!" suggerì Davidson afferrando la maniglia di una porta. "Ah, maledizione! Ma è bollente!".

"No Bryan, non la apra!" gli intimò concitato Anthony. "Potrebbe essere già arrivato il fuoco, procediamo per la via più lunga!".

Tappandosi il naso e la bocca con i cenci bagnati, proseguirono a schiena china mantenendosi alle pareti.

Dopo qualche minuto riuscirono a spalancare la porta del grande locale adibito alla fisioterapia.

Dentro non c'era più nessuno.

"Gli spogliatoi danno sul balcone!" urlò Bryan.

"John deve averli trasferiti lì per farli respirare!".

Veloci raggiunsero questi ultimi, richiudendo la porta di ingresso con le coperte per offrire un'ulteriore barriera all'incendio.

Ammassati sul balcone trovarono tutti i dieci pazienti. John stava chiamando soccorsi da lì. Con le tende strappate aveva costruito con Emerson una rudimentale corda per calarli di sotto prima che le fiamme li avessero raggiunti.

"Meno male, siete arrivati!". Il ricercatore si rincuorò vedendoli entrare con il volto coperto di fuliggine. "Il fuoco si sta avvicinando… dobbiamo cominciare ad usare questa… Justin ci sta procurando una scala!".

"Non possiamo tornare indietro? Forse siamo ancora in tempo…" si chiese Bryan che soffriva di vertigini, proprio allora però si sentì un fragore assordante dall'interno della palestra.

Una folata di aria rovente li raggiunse in prossimità del balcone. Si sentivano travi che crollavano e l'infernale crepitio delle attrezzature bruciate dall'avanzare delle fiamme.

I quattro uomini si guardarono atterriti.

"No, dobbiamo scendere subito!" li spronò John.

"Sapete usare la corda? Io non so come fare per trasportarli giù!".

Bryan rimase bloccato mentre Anthony non si scoraggiò e corse a strappare l'ultima parte della tenda per legarsela in vita.

"Ecco… questa darà loro un appoggio per aggrapparsi a me. John, cominciatemi a mettere quella ragazza in braccio, mi calerò giù io con lei! Inseritele le gambe qui dentro!".

Seguendo le sue istruzioni, gli caricarono così addosso la prima paziente.

Anthony sondò la consistenza dell'allaccio al balcone e cominciò prudentemente a cercare con i piedi un sostegno alla ringhiera, con la ragazza sempre tra le braccia. Si diede una spinta e si calò nel vuoto afferrandosi alla corda.

"Stringiti a me e non lasciarmi per nessuna ragione!" le suggerì per calmarla. "Tra poco saremo in salvo!".

Il lungo lavoro di preparazione fisica a cui si era sottoposto con la squadra di baseball lo aiutò a superare con sforzo non eccessivo quei pochi metri in sospensione. Arrivato a terra, si arrampicò nuovamente per salvare un secondo paziente.

Nello stesso tempo gli altri ricercatori sopraggiunsero con una scala di legno che appoggiarono al balcone. Bryan e John utilizzarono quello strumento più agevole per trasferire gli altri. Alla fine cominciarono a calarsi anche loro.

"Anthony, vieni anche tu per la scala con Emerson!" lo esortò John quando ormai le forze scarseggiavano.

In quel momento, con un grosso scossone, il fuoco oltrepassò lo sbarramento opposto dalla porta minacciando il balcone.

"Non c'è tempo, scendete voi. Mi calerò per la corda!".

Facendo fondo alle ultime energie, Anthony chiese ad Emerson di aggrapparsi alla sua vita.

Cominciarono a scendere adagio, vista la stazza dell'uomo invalido, mentre le fiamme iniziavano a lambire la parte opposta della ringhiera anticipate da un fumo asfissiante.

"Presto! Se raggiunge la corda è finita!" gli gridò Bryan ma lui ormai era troppo stanco; nel tentativo di velocizzare la discesa finì per allentare la presa.

In quell'istante di pericolo Emerson lo trattenne tra le braccia, avvinghiandosi con le sue gambe alla corda. Prima cautamente, poi con sempre maggiore vigore. Le parti nel soccorso si invertirono. Fu il paziente a quel punto che aiutò il suo soccorritore a raggiungere il terreno sotto gli occhi stupefatti di tutti.

Quando si appoggiò al suolo sui suoi piedi il canadese cominciò ad urlare dalla gioia nella concitazione generale.

Dall'altra parte del padiglione i vigili del fuoco avevano già domato il grosso delle fiamme.

Il loro tempestivo intervento aveva consentito di salvare tutti i laboratori, gli uffici e gli archivi. Solo il refettorio, parte dei dormitori e la palestra erano stati irrimediabilmente danneggiati.

Nessuno dei pazienti aveva riportato gravi lesioni ed ustioni e, a parte qualche principio di intossicazione da fumo, il bilancio dell'incidente apparve subito positivo rispetto al rischio che avevano corso.

Dopo la foga che tutti avevano messo nel contribuire allo spegnimento, il calo inevitabile di tensione toccò i nervi di tutti. Personale e pazienti rimasero muti ad osservare la parte di edificio mangiata dall'incendio e quel che rimaneva delle sale a pian terreno.

"La cosa importante è che nessuno si sia ferito…" osservò John per risollevare gli animi.

Bryan, costernato, accennò un sì con il viso.

"Evidentemente dovevano comunque pagare un prezzo per riavere la certezza del nostro futuro…

Ma la Nuovo Sorriso risorgerà, rimboccandosi le maniche come ha sempre fatto. La vera guerra è stata vinta ora dobbiamo solo riparare i danni!".

Animati dalle sue parole i presenti gli si fecero accanto, consapevoli che quell'infausto giorno aveva comunque rappresentato un momento fondamentale per la sopravvivenza del suo progetto.

"Per fortuna non è accaduto niente di irreparabile…" concordarono tutti.

.

Candy si voltò per cercare Anthony con un groppo alla gola, affrettandosi a raggiungere la macchia nera ed arida su cui solo qualche ora prima sorgeva lo splendido roseto.

Anthony era lì di spalle.

Dai sussulti ritmici della sua schiena capì che stava piangendo.

Non poté fare a meno di avvicinarsi ed abbracciarlo.

"È tutto distrutto…" si lamentò lui sentendo il suo fiato sul collo.

"Non c'è più una Bacio di Candy al mondo… Ho impiegato anni per crearne una.

Significava tanto per me…".

"Creerai rose ancora più belle in futuro, vedrai…" gli disse lei partecipe della sua sofferenza "e saranno amate da chi saprà apprezzarle…".

"No, non sarà più la stessa cosa!".

"Certo che lo sarà…".

.

Improvvisamente Anthony si incupì, abbassandosi con le mani nel terriccio riarso.

"Sigarette!" eruppe disgustato. "Più di una! Voleva essere sicuro che attecchisse per bene!".

Candy si piegò accanto a lui.

"Credi che qualcuno abbia deliberatamente appiccato l'incendio?".

"È evidente, Candy, guarda quante sono… ed è pure rimasto per un po' ad osservare…".

"Ma chi può avere voluto fare una cosa del genere?".

"Io so chi avrebbe potuto goderne…" malignò lui alzandosi a raccogliere lungo il vialetto un piccolo fazzoletto che era stato risparmiato dalle fiamme.

Gli bastò un attimo per confermare i suoi sospetti.

"Questo gli deve essere caduto mentre scappava, quando si è accorto che il fuoco si era ingigantito fuori controllo. TGG… non credo ci siano tante persone con queste iniziali, non trovi, Candy?".

La ragazza lo guardò sbalordita.

"Non crederai che sia stato Terence? Non ne sarebbe capace, Anthony, e poi… Terence è in ospedale…" provò a difenderlo sempre più confusa.

Quel fazzoletto era identico a quello con cui l'attore le aveva asciugato le lacrime qualche giorno prima.

.

Mentre continuavano a guardarsi interdetti, si avvicinarono a loro Bryan ed alcuni ricercatori per rammaricarsi della perdita della serra.

Anthony paventò subito al responsabile della struttura che non si era trattato di un incendio per auto-combustione, mostrandogli i mozziconi non ancora consumati.

Il medico si scaldò alle sue congetture lanciando una furente imprecazione.

Poi, come allucinato, cominciò a scuotere la testa guardando la donna di una certa età che era con lui.

"Cosa c'è, Bryan?" gli chiese Anthony avvertendo il suo gesto come un'ammissione di fallimento.

"Sono sicuro che dietro tutto questo ci sia Charlie, ha ragione, signora Lewis!" rispose Bryan sempre fissando la donna.

"Glielo avevo detto che quel ragazzo è un disadattato irrecuperabile!" gli fece eco lei.

Davidson si voltò allora verso i suoi collaboratori raccontando che stava discutendo proprio con l'assistente sociale che era lì presente quando aveva intravisto il ragazzo trascinare via la sua carrozzella verso il roseto in preda ad un'ira incontenibile.

"La signora Lewis" continuò a spiegare "mi stava riportando le perplessità del giudice dei minori circa l'opportunità di una sua ulteriore permanenza alla Nuovo Sorriso. Su pressione del padre, mi stava chiedendo di fornire una documentazione precisa sul suo stato di miglioramento per valutare l'eventualità di rimandarlo in carcere. Mi è sembrato di scorgerlo da dietro la porta, deve averci sentito. Probabilmente ha sfogato in questo modo balordo la sua delusione…

Ma io lo rimando indietro quel piccolo mascalzone appena riesco a fargli confessare tutto…".

Una voce robusta lo fermò in un rimprovero.

"No, Bryan, lascia perdere Charlie!".

Albert lo ammonì autorevolmente sopraggiungendo insieme a George.

"Ho trovato questo biglietto infilato sotto la porta del mio studio. È di Terence. Dice che si scusa con tutti noi per il suo gesto inconsulto. È stato lui ad appiccare il fuoco nel roseto in un'esplosione irrazionale di rabbia! Si dice sconvolto, non voleva che assumesse queste proporzioni e raggiungesse i locali mettendo in pericolo vite umane. E si solleva dall'incarico di tutor accettando qualunque nostra decisione in merito ad un'eventuale denuncia per incendio colposo. Io credo che non lo abbia fatto di proposito… è stato il vento ad alzare le fiamme…".

Bryan era attonito.

"Terence? Ma che dici, Albert? Perché avrebbe dovuto farlo?".

Anthony a quel punto scattò accecato dal rancore.

"So io perché l'ha fatto e chi fosse l'oggetto del suo sfogo! Non gli è bastato mettere in crisi la mia vita… Come ha potuto commettere una simile bassezza, per pura vendetta? Che razza di viscido serpente sei, Terence Granchester?".

"Anthony…".

Candy avanzò verso il prato funerea.

"Avanti, cos'è che volevi dirmi, Candy?" le ringhiò quasi contro lui.

"Io… io … non ci capisco più nulla!".

.

Anthony non aspettò la sua risposta e se ne andò lasciando tutti di sasso.

Albert lo raggiunse per pregarlo di trattenersi ancora in associazione ma lui, furioso, non lo lasciò neanche parlare.

Aveva troppo bisogno di starsene a sbollire la tensione per conto suo.

I suoi peggiori incubi si stavano componendo quel giorno in un sinistro mosaico.

Avrebbe dovuto aspettare che l'ultimo tassello andasse lentamente a sistemarsi o spazzare via lui stesso nel vento i suoi frammenti per liberarsi di tutto quell'insostenibile dolore?

.

Quando il giovane direttore se ne tornò indietro notò con disappunto che neanche Candy era più con loro.

.

La ragazza camminò per ore a piedi per le strade invadenti e consolanti della Grande Mela.

Rincasò solo in serata inoltrata, stringendosi nelle spalle come se avvertisse freddo, con quell'espressione che tanta tenerezza faceva a Pamela quando la chiamava 'scricciolo'.

Con sua assoluta sorpresa, trovò Terence ad aspettarla davanti all'ingresso della sua abitazione.

Aveva tra le mani un piccolo mazzo di rose rosse e doveva essere lì da parecchio tempo.

Appena la intravide lui le corse incontro.

"Ciao, finalmente sei arrivata! Stavo per andare via!".

Candy accolse con estrema indifferenza quel gesto che le appariva di una sfrontatezza inaccettabile.

"Sei venuto per parlarmi dell'incendio, per caso?" lo anticipò impassibile.

"Sì!" le chiarì Terence non comprendendo il suo stato d'animo. "Volevo spiegarti tutto direttamente, mi sembrava troppo freddo farlo solo con una lettera…".

"Ma cosa mi vuoi spiegare? Come osi? Hai distrutto tutte le sue rose! Lo sapevi che le amava! Sei stato davvero crudele, come hai potuto farlo?".

"Non mi dire che tu hai davvero…".

"Mi hai deluso, Terence, enormemente! Ed io che…".

"Tu cosa… Candy?" inveì lui con un tono fattosi improvvisamente ostile.

"Niente…" rispose lei estenuata.

"Ormai non ha più importanza…

Niente ha più importanza!".

Terence la incenerì con uno sguardo.

"Allora credo che non ci sia più nulla da dire tra noi, è meglio che vada!".

Allontanandosi a passi rapidi e nervosi, lasciò il mazzo di fiori ad una passante, che lo guardò piacevolmente imbarazzata.

Quando fu ormai distante, si girò e le gridò: "Addio Candy! Domani capirai…".

.

Candy rimase ferma sul portone per qualche minuto.

Sentiva il peso del mondo intero su quelle esili gambe.

.

Il giorno dopo l'infermiera non si alzò dal letto. Un sonno pesante la aveva completamente stordita.

Solo in pomeriggio decise di scrollarsi da quello stato di apatia in cui aveva deciso di affogare.

Era sola in casa, Pamela non era ancora tornata dal suo turno.

Si preparò un caffè e decise di tornare in associazione per dare una mano anche se si trattava del suo giorno di riposo.

Giunta alla Nuovo Sorriso, trovò tutti indaffarati a far ripartire la struttura prima possibile. I laboratori erano già aperti ed Annie stava tenendo regolarmente la sua lezione di piano.

John le si avvicinò con una lettera in mano.

"Questa tua, Candy! È di Terence! Ne ha lasciata una anche a me…".

Terence le aveva accennato ad una lettera.

Fece per strapparla rabbiosamente ma il ricercatore la fermò.

"Ti conviene leggerla!" le consigliò salutandola.

.

Con la paura sempre più forte di quello che avrebbe potuto venire a sapere da quelle poche righe, la ragazza raggiunse la Grande Quercia sedendosi nel punto in cui tante volte lei e Terence avevano scherzato e chiacchierato con profondità.

Estrasse dalla busta il piccolo foglio e rimase a fissarlo incerta per un po', prima di decidersi ad aprirlo.

.

"Mia adorata Candy,

quando leggerai questa lettera io sarò già partito.

Sto andando in Inghilterra.

Ho ricevuto una buona proposta di lavoro e dopo gli ultimi

disgraziati eventi non credo ci sia più una ragione per cui rimanere a New York.

Laggiù ho anche alcune cose importati da chiarire con mio padre, come sai.

So che ti dispiacerà ma sento che è giusto cercare altrove la mia strada.

Ho capito che siamo arrivati ad un punto di non ritorno che finirebbe per rendere infelici entrambi.

Mi sono addossato la colpa dell'incendio per salvare la pelle a Charlie, forse lo avrai capito.

L'ho incontrato mentre scappava via stravolto dopo avere per errore scatenato il fuoco.

Mi ha supplicato piangendo di aiutarlo perché Bryan e l'assistente sociale che era lì in

quel momento lo avrebbero fatto di sicuro tornare in riformatorio. In pochi minuti ho pensato

con Albert di inscenare la storia dello scatto di rabbia per scagionare quel povero ragazzo.

Ho spiegato la verità a te, Bryan e John in una lettera.

Tanto avevo già deciso di andare.

Ti amo.

Ora lo sai e non ho più paura di mostrartelo ma devo dirti addio.

Per il tuo bene.

Ti auguro di essere felice.

Anthony, per quanto mi dispiaccia ammetterlo, è una persona in gamba.

Sono davvero desolato per il suo roseto.

Abbi cura di te, ti chiedo solo questo.

E non permettere a nessuno mai di spegnere la luce nei tuoi occhi.

Io sarò sempre tuo, anche se ci separerà un oceano.

Non posso fare altro.

Terence".

.

Candy baciò la lettera bagnandola con le sue lacrime.

Il suo cuore non aveva più parole.

Da dietro l'albero spuntò il viso triste di Charlie, facendola trasalire.

"Terence è partito, vero?" le domandò guardando il suo pallore.

"Sì…".

"Io non volevo che accadesse. Lui si è preso la colpa di tutto per non farmi cacciare…".

"Lo so…" gli rispose lei continuando a piangere.

"Candy, ti prego, il fazzoletto… Potete ridarmelo? È il ricordo più bello che ho di lui…".

.

Quella richiesta la fece scattare in piedi.

Prese a correre. Velocemente.

Forsennatamente.

.

"Che cosa ho fatto, Terence? Ti ho perso per sempre!

Ma io… non voglio solo ricordi di te! Non partire, non lasciarmi sola!".

.

Come un fulmine irruppe nello studio di Albert.

"Albert, per favore, accompagnami al porto! Io devo impedirgli di partire a tutti i costi!".

Fu una corsa convulsa quella che la separò dal molo. I minuti le sembrarono anni.

Quel distacco violento già la lacerava.

.

.

Sull'enorme banchina una fitta folla di persone attendeva l'imminente partenza del gigantesco transatlantico.

I fumaioli della Queen Mary erano già in attività. Gran parte dei passeggeri salutava dall'alto amici e parenti in un clamore di strilli, fazzoletti e festoni sventolanti.

Terence era ai piedi della scaletta ritraibile accanto a Scott, che era venuto a prenderlo a casa di sua madre per accompagnarlo con la sua auto.

"Allora, vecchio mio, stammi bene!".

Lo scrittore non riusciva a trattenere la sua commozione.

"Promettimi che tornerai tra qualche mese per le mie nozze…".

"Vedremo, Scottie, intanto voglio apprendere dai giornali delle migliaia e migliaia di copie che venderai. Ed in futuro voglio leggere tanti tuoi libri, migliore scrittore d'America…".

"Ed io voglio leggere di mille tuoi successi nei teatri del Vecchio Mondo, mio caro cercatore di stelle!".

Uno sbuffo più forte li avvertì che il momento di salire era arrivato.

"È ora di salutarci, Scott…".

"Terence… sai che non sono d'accordo, vero? Fuggire è da vigliacchi. Sei stato proprio tu a farmelo capire…".

L'amico sospirò con pesantezza.

"Fuggire sarà da vigliacchi, Scottie, ma accanirsi inutilmente è da sciocchi. Non mi sento in fuga. Ho lottato per quanto fosse in mio potere fare ma bisogna pure ammettere la sconfitta!".

"Perché mi sembra che tu stia recitando in questo momento?" gli chiese Scott che aveva imparato a leggere tra le sue mezze frasi.

"A volte per il bene delle persone che si amano la verità va celata…".

"La verità va sempre detta, Terence".

Terence alzò verso di lui i suoi occhi sinceri.

"Allora diciamo che la verità ha trovato il suo modo per dichiararsi ma la correttezza mi sta portando da un'altra parte" riconobbe stringendo la corda della scaletta.

"Hai mai sentito di dovere sacrificare la tua felicità per il benessere di un'altra persona, Scottie?

Io la amo più di me stesso… Lei ha scelto e non voglio più mettere in crisi la sua coscienza. Non voglio che soffra più per causa mia…".

Senza lasciarlo rispondergli, si voltò salendo presto in cima.

Due marinai si adoperarono per ricacciare all'interno la scala.

.

La scia del piroscafo oramai si stava allungando nel suo lungo commiato dagli Stati Uniti d'America quando Candy arrivò senza più fiato in corpo.

Riuscì solo a vedere la sua sagoma metallica illuminata dal tramonto.

Scott era immobile davanti al mare.

"Dov'è?" lo implorò appena lo vide.

"E' su quella nave, Candy!".

"No! Non sono arrivata in tempo! Non doveva andare così! Terence!".

Con i piedi che non rispondevano più agli stimoli del cervello, si lanciò verso l'ultimo tratto che accompagnava la banchina verso il mare.

.

Corse fino all'ultimo lembo di terraferma, avvinghiandosi affranta a quella ringhiera.

Terence e la nave che lo stava portando via da lei erano ormai lontani.

.

"Terry, perché mi hai lasciata? Come farò?

Sei andato via per non farmi vivere di rimorsi… per concedermi una vita felice, facendoti generosamente da parte. Ma come potrò essere felice senza di te?

Io ti amo, Terence!

Ti amo!".

.

Gridò tutto il suo amore.

Lo gridò al vento ed alle onde solo accennate.

Sperando che potesse superare le distanze materiali, come tra loro era sempre accaduto.

Terence, a centinaia di metri da lei, stava guardando fisso verso il porto, perso nel moto leggero del mare appena increspato dal passaggio della nave.

"Candy… che strano… è la seconda volta che rinuncio a te. La prima volta l'ho fatto per evitare a me di distruggermi e la seconda per permettere a te di vivere serenamente.

Mi sembra quasi di vederti in lontananza... che allucinazione, non può essere…".

Il fremito del vento gli arrivò in quell'istante all'orecchio come la carezza della sua voce.

"Non può essere... Tuttelentiggini!" ripeté sorridendo mentre girava i tacchi per rientrare in cabina.

.

Giunto sull'ingresso si voltò ancora, in un ultimo saluto a quei giorni che gli avevano insegnato ad amare.

"Quando non c'è più rimedio è inutile addolorarsi,

perché si vede ormai il peggio che

prima era attaccato alla speranza.

Piangere sopra un male passato è il mezzo

più sicuro per attirarsi nuovi mali.

Quando la fortuna toglie ciò che non può

essere conservato, bisogna avere pazienza:

essa muta in burla la sua offesa.

Il derubato che sorride,

ruba qualcosa al ladro, ma chi piange

per un dolore vano, ruba qualcosa a sé stesso"* meditò muovendosi per rientrare all'interno.

.

"È ora di ricominciare sul serio, Terence!".

Con un suono secco richiuse il cigolante portellone dietro di sé.

.

.

"Voglio raggiungerlo!".

Candy tremava tra le braccia di Albert come una piccola foglia.

"Ti rendi conto di quello che stai dicendo, Candy?".

"Sì... so che significa stravolgere la mia vita" disse lei sempre più convinta "ma io…devo farlo… Devo andare da lui! Ovunque sia diretto, voglio rimanergli accanto!".

Albert le asciugò il viso.

"Sei davvero sicura?".

"Sì… non ho più paura di fare quello che sento…".

"Allora io ti aiuterò!".

.

La ragazza puntò il cuore oltre l'oceano.

"Spero solo che Terence abbia la forza di perdonarmi per la seconda volta!".

.

.

.

.

*Cit. da "Il mercante di Venezia" di .