Capitolo XXVII

Nottingham, 9 settembre 1194

Durante il tragitto, Violet chiese che qualcuno li precedesse per avvertire che preparassero una camera per Allan; Guy acconsentì ed incaricò Ralf, la cui lieve ferita al braccio non gli impediva di galoppare.

Quando arrivarono, tre ore dopo, trovarono due inservienti pronti con una barella, sulla quale caricarono il giovane uomo per portarlo nella stanza che era stata allestita per lui. Prima di seguirlo, Violet controllò nuovamente la ferita alla spalla del marito; non sanguinava più, ma non riusciva a scrollarsi di dosso la sensazione di profonda ansia che provava.

"Vai a sdraiarti anche tu", gli ordinò in via preventiva, "Appena ho finito con Allan, vengo da te."

"Violet!"

La voce di Marian sorprese tutti. Si girarono verso di essa e videro la contessa di Huntingdon che scendeva lo scalone d'ingresso, diretta verso di loro. La sua gravidanza, ormai al termine del quarto mese, era decisamente ben visibile ed era stata l'unico motivo per il quale non aveva partecipato all'inseguimento dei rapitori, ma non le aveva impedito di raggiungere Nottingham per essere presente al loro ritorno.

Violet le corse incontro e Marian l'abbracciò.

"Stai bene?" le domandò ansiosamente, scostandosi per scrutarla.

"Sto bene", la rassicurò Violet, "ma ora devo correre ad aiutare Allan, è ferito abbastanza seriamente."

Marian impallidì: Allan l'aveva aiutata quand'era stata costretta a seguire Vaisey e Guy in Terrasanta, tornando indietro ad informare Robin e i suoi uomini. Inoltre, in precedenza non l'aveva tradita quando aveva scoperto che lei era il Guardiano Notturno.

"Oh santo cielo… se la caverà?" chiese.

"Farò in modo che accada", affermò Violet, con una determinazione che sorprendeva sempre chi la conosceva poco e si basava soltanto sulla parte dolce della sua personalità, ma che non sorprendeva invece per nulla i suoi amici, e neppure suo marito, che anzi la guardò con rinnovata ammirazione e orgoglio. Che gran donna era capitata nella sua vita, pensò; stentava ancora a crederci.

Tornando a prendere in mano la situazione, Violet si voltò verso gli altri:

"Vi ringrazierò tutti adeguatamente, amici miei, ma non ora: devo occuparmi di Allan. Drastan, per favore, accompagna mio marito in camera, deve riposare. Rebelle, torna a Rivendale con Drastan quando ha fatto. Robin, porta a casa Marian. Much, Little John, anche voi, tornate a casa. E se vedete Ralf, ditegli di raggiungermi da Allan, va bene?"

Tutti annuirono, accettando le sue indicazioni. Violet allora si girò e si affrettò a recarsi al suo laboratorio, dove prelevò il necessario per curare Allan prima di andare da lui.

Nel tragitto, incrociò Sally, che era venuta in cerca di lei.

"Posso esservi utile, mia signora?" le domandò. Violet approfittò subito dell'aiuto offerto:

"Sì, portami una brocca d'acqua fredda e delle pezzuole, possibilmente fresche di bucato."

La servitrice annuì e corse via.

Quando entrò nella stanza, Violet trovò Allan sdraiato sul letto; gli avevano tolto gli stivali, ma per il resto era ancora del tutto vestito.

"Allan, devo toglierti le brache", gli disse, avvicinandosi e posando la sacca con le sue cose sulla panca ai piedi del letto. Lui la guardò: aveva gli occhi lucidi e la fronte coperta di sudore, chiaramente in preda alla febbre.

"Fate quello che dovete, signora", borbottò. Violet procedette allora a slacciargli la cintura sulla coscia e disfece il laccio che chiudeva la patta delle brache. Per preservare il pudore del suo paziente, prese un angolo del lenzuolo e lo coprì dal torso a metà coscia, appena sopra alla ferita, poi afferrò i lati delle brache e tirò verso il basso. Allan si mosse per aiutarla e lei sfilò l'indumento insanguinato dalle gambe, gettandolo a terra. La ferita non sanguinava più, ma il contorno era gonfio, arrossato ed eccessivamente caldo al tocco, segnali di un'infezione che richiedeva cure immediate.

Sally entrò con la brocca e le pezzuole; Violet le segnalò di deporre tutto sul tavolino accanto alla finestra.

"Versa l'acqua nella bacinella", la istruì, indicando il mobiletto che ospitava il necessario per lavarsi. Si deterse quindi le mani, le asciugò accuratamente, poi prese una delle pezzuole e la bagnò con del liquido ottenuto con l'infusione di lavanda, echinacea e timo, con cui lavò la ferita.

"Passami quel vasetto, per favore", chiese a Sally, indicando un contenitore di terracotta nella sacca, che la giovane donna le passò subito. Violet lo aprì e ne versò il contenuto – miele grezzo – direttamente sul taglio, riempiendolo. Allan fece una smorfia all'inaspettata sensazione di bruciore, ma era abbastanza lieve e passò quasi subito. Infine, Violet applicò una spessa compressa di garza di lino sulla ferita e la bendò in modo che stesse ben ferma.

"Ora serve qualcosa per la febbre", dichiarò, tornando a lavarsi le mani, "Sally, intanto che vado in cucina a preparare un rimedio adatto, tienigli la fronte fresca", aggiunse, bagnando un'altra pezzuola e passandola alla servitrice, che si affrettò ad eseguire.

In cucina, dove c'era sempre un recipiente di rame colmo d'acqua calda accanto al fuoco perennemente acceso, Violet riempì un pentolino e preparò un decotto di corteccia di salice, lo travasò passandolo con un colino e lo portò al ferito.

Quando tornò nella stanza di Allan, trovò anche Ralf che, come da istruzioni, l'aveva raggiunta lì. Gli fece cenno di sedersi, poi diede una tazza del decotto ad Allan, che bevve diligentemente e senza fare storie per il suo sapore amaro.

A quel punto, Violet si dedicò a Ralf, la cui ferita all'avambraccio aveva già cominciato a rimarginarsi. Il taglio era netto e non presentava segni d'infezione, così lo tamponò con una pezzuola imbibita di liquido vulnerario a base di succo di piantaggine, che favoriva la cicatrizzazione, poi lo coprì con una garza pulita e lo bendò.

"Puoi andare a casa, adesso", disse al sergente, "Prenditi due giorni di riposo."

"Serve l'autorizzazione del capitano Gilbert o di lord Nottingham", obiettò Ralf. Violet fece una smorfia indispettita, non avvezza a veder contraddire o impedire in qualche modo la sua autorità di guaritrice; ma naturalmente non poteva scavalcare la gerarchia.

"Te la farò avere", gli assicurò, "Vai."

Il bravo sergente annuì e si congedò.

"Andate anche voi, ora, signora", la esortò Sally, vedendola affaticata, "Mi prenderò cura io di Allan, finché non vi sarete riposata un po'."

"Non ho ancora finito", replicò Violet, "Devo anche controllare le ferite di mio marito."

"Anche lord Nottingham è rimasto ferito?" domandò Sally, chiaramente preoccupata, "Mi dispiace molto…"

"Non è grave, grazie a Dio", la rassicurò l'altra, "ma è meglio che gli dia un'altra occhiata prima di pensare a me", si diresse alla porta, "Dai a Allan un'altra tazza di decotto tra un paio d'ore, se io non fossi ancora tornata."

Sally annuì ed allora Violet si congedò, recandosi da Guy.

Trovò il marito sdraiato a letto come gli aveva ordinato; Drastan lo aveva aiutato a spogliarsi ed aveva fatto portar via gli abiti sporchi e lacerati.

Non appena la vide arrivare, Guy le rivolse il suo tipico piccolo sorriso, mentre gli occhi gli s'illuminavano.

"Come stai?" gli domandò Violet, deponendo la sacca accanto al letto e chinandosi sul marito per sfiorargli le labbra con un bacio.

"Meglio, ora che sei qui", rispose lui a bassa voce. Violet gli accarezzò una guancia, poi si tirò indietro e scostò il lenzuolo. La ferita al braccio era appena un graffio ed aveva già cominciato a guarire, così dopo una breve occhiata si dedicò a quella sulla spalla, più profonda. Tolse la compressa, lievemente segnata di sangue, ed esaminò il taglio, trovandolo pulito e senza tracce di rossore o gonfiore. Soddisfatta, lo tamponò con il succo di piantaggine, poi lo coprì con una garza pulita e lo bendò. Infine, per precauzione, tornò alla ferita sul braccio opposto, che trattò come l'altra.

"Come sta Allan?" domandò Guy, quando la moglie ebbe terminato di occuparsi di lui.

"La sua ferita ha iniziato a infettarsi", ripose Violet mentre si lavava le mani nella bacinella che aveva fatto portare, "ma l'ho trattata e, se sono arrivata in tempo, eviterà di peggiorare e potrà guarire in otto, dieci giorni."

"Bene; e Ralf?"

Violet colse la palla al balzo:

"Solo un taglio superficiale, per fortuna, ma avrà bisogno di un paio di giorni di riposo. Gli serve la tua autorizzazione, o quella di Gilbert, per stare a casa."

"Provvederò a informare Gilbert", le assicurò il marito.

Violet si asciugò le mani e tornò a girarsi verso di lui; la luce del sole, proveniente dalla finestra aperta, le illuminò il viso da un'angolazione che permise a Guy di notare le ombre scure sotto i suoi occhi.

"Sei stanca", constatò a bassa voce, "Vai a riposarti."

Violet annuì, ma non si mosse; si scoprì molto riluttante a lasciarlo. Tuttavia, aveva bisogno di lavarsi e di cambiare l'abito, macchiato e sgualcito dalle peripezie delle ultime ore.

Guy notò la sua esitazione.

"Qualcosa non va, amor mio?" indagò in tono dolce.

"Non voglio restare sola", sussurrò. Detestava ammetterlo, ma stava scontando la paura che aveva provato e che aveva finora tenuto sotto stretto controllo.

"Non devi restare sola per forza", dichiarò Guy, dando un colpetto al materasso accanto a sé, "Puoi sdraiarti qui con me. Anch'io sarei felice di non restare da solo…"

Violet sorrise, grata.

"Volentieri; ma devo togliermi questo vestito sporco, prima, e darmi una rinfrescata."

"Ti aiuto io", si offrì Guy, alzandosi a sedere, poi le sue labbra s'incurvarono in un sorriso malizioso, "Dopotutto, non chiedo di meglio che spogliarti, mia signora moglie", aggiunse scherzosamente.

Violet ridacchiò con leggero imbarazzo, ancora non abituata alla confidenza coniugale, ma anche lusingata dalla dichiarazione del marito. Si avvicinò al letto e Guy le slacciò l'abito sulla schiena; rimasta con la sola camiciola, andò al tavolino con la bacinella e la brocca d'acqua sempre pronta per le abluzioni e si lavò viso e braccia. Dopo essersi asciugata, tornò a letto e si distese a fianco del marito, posandogli la testa sulla spalla buona e chiudendo gli occhi. Guy le prese la mano e la portò alle labbra, poi la posò sul cuore, tenendola stretta.

Avendo passato la notte in bianco, Guy si addormentò quasi subito, mentre Violet, che invece aveva dormito, seppur poco e male, si limitò a sonnecchiare, apprezzando la rassicurante presenza del marito accanto a sé.

Quando suonò la campana che chiamava al pranzo, Violet si mosse e sollevò la testa per guardare Guy, trovandolo che la stava osservando.

"Non mi ero accorta che ti fossi svegliato", gli sorrise. Lui la ricambiò.

"Come stai?" le domandò.

"Molto meglio; e tu?"

"Benone, tutto sommato, tranne che sto morendo di fame: non mangio da ieri a mezzogiorno."

"Santo cielo!" esclamò Violet, costernata, "Mi spiace, non ho pensato di ordinare che ti portassero la colazione in camera, quando siamo arrivati…"

Guy sollevò una mano e lei s'interruppe.

"Non preoccuparti", le disse in tono tranquillizzante, "Potevo pensarci io, e non l'ho fatto."

Lei tentò di protestare:

"Ma è mio dovere di moglie badare che…"

Di nuovo, un gesto di Guy la interruppe.

"Il tuo unico dovere è amarmi", le mormorò, accarezzandole una guancia, "e anche quello, solo perché è una tua libera scelta, per la quale io ti ringrazio."

Violet si sentì sciogliere; si sporse verso di lui e lo baciò.

"Ti amo, Guy", gli disse sulle labbra, prima di baciarlo di nuovo.

"E io amo te, Violet", la ricambiò lui, poi la strinse improvvisamente a sé, incurante delle proprie ferite, ed affondò il volto nei suoi capelli, "Non so cos'avrei fatto, se ti avessi persa…"

Violet lo abbracciò a sua volta, cercando di non fargli male.

"Ma non è successo", gli rammentò a bassa voce, "Mia madre diceva sempre che è inutile pensare alle sciagure evitate e che è invece molto meglio essere grati per le cose finite bene."

Dopo un lungo momento, Guy allentò la stretta e si ritrasse per guardarla.

"Aveva perfettamente ragione", ammise. Il suo stomaco emise un sonoro borbottio, "Ops, sarà meglio andare a mangiare!"

Violet rise, poi si districò dalle braccia del marito e si alzò. Guardò l'abito che aveva abbandonato sul cassettone e fece una smorfia.

"Dovrò rimetterlo per andare fino in camera mia a cambiarmi", osservò.

"Non è necessario", disse Guy, alzandosi a sua volta, "Puoi indossare uno dei miei mantelli", aprì il baule ed estrasse il più leggero, "Ecco, ti coprirà abbondantemente."

"Eccellente idea", approvò Violet, prendendo l'indumento che lui le porgeva, "Ti aiuto a vestirti?"

"No, faccio da solo", rifiutò Guy, togliendo una camicia da un'altra cassapanca e cominciando ad infilarsela, "Piuttosto, vuoi far chiamare Sally perché aiuti te?"

"No, l'ho lasciata con Allan. Anzi, sarà meglio che passi da lui prima di scendere per il pranzo", si gettò il mantello nero sulle spalle e lo allacciò, "Ci vediamo nel salone."

Violet si recò in fretta in camera propria, dove si rinfrescò più approfonditamente di quanto avesse fatto prima di riposare col marito; scelse un abito che si allacciava sul davanti, in maniera da non aver bisogno di aiuto per vestirsi, si spazzolò rapidamente i capelli e poi andò a vedere come stava Allan. Sally gli aveva tenuto costantemente rinfrescata la fronte e, quando arrivò Violet, gli aveva appena somministrato la seconda dose del decotto febbrifugo. La temperatura del giovane uomo non era diminuita, ma neppure era salita, e quando controllò la ferita, Violet non trovò suppurazione e il gonfiore sembrava essersi leggermente ridotto.

"Vado a mangiare", disse a Sally, "poi torno a darti il cambio, così potrai andare a mangiare anche tu."

"Non è necessario, signora", rispose la servitrice, "Prima è passata mia madre, dicendomi che mi avrebbe portato il pranzo qui, così posso continuare a vegliare Allan."

"Molto bene allora. Passerò comunque per dare un'altra occhiata alla ferita, perché non sarò tranquilla finché la febbre non si abbasserà."

"Grazie per tutto quello che fate, signora", disse Allan con un debole sorriso, "Non è che posso avere un po' di birra fresca? Mi sembra d'aver la gola più secca del deserto in Terrasanta…"

Violet non poté fare a meno di sorridere, ma scosse la testa:

"Niente birra finché hai la febbre, solo acqua. Farò aggiungere delle foglie di menta pestate per renderla più dissetante."

Si congedò e si affrettò a scendere al pianterreno, dirigendosi verso il salone. Vide Guy che stava parlando con Gilbert, così si diresse verso di loro.

"Bentornata, lady Violet", le disse il capitano delle guardie, "Sono molto felice che siate tornata incolume dalla vostra brutta avventura."

Era sincero: la nuova baronessa di Nottingham aveva conquistato il suo rispetto durante l'epidemia di morbillo, con la sua generosità e la sua competenza. Inoltre sembrava avere un'ottima influenza sul marito.

"Grazie, Gilbert", rispose Violet. Lui si esibì in un rispettoso inchino e prese congedo.

Guy porse la mano alla moglie, invitandola a seguirlo alla tavola alta. Si accomodarono e venne servito il pranzo, a cui entrambi fecero onore, Violet scoprendosi affamata solo adesso perché finora aveva avuto la mente occupata da altre cose.

Quando terminarono, Guy si recò a controllare la fornitura di nuove frecce appena arrivata al castello, mentre Violet andò nel proprio laboratorio per preparare un impiastro a base di radice di altea, da sostituire al miele dopo aver ricucito la ferita di Allan.

Quando arrivò in camera sua, trovò che il giovane uomo aveva ripreso colore; controllando la sua temperatura, constatò che la febbre era scesa.

"Ho una fame tremenda", le confessò Allan.

"Eccellente", sorrise Violet, "ma è meglio che tu ti tenga leggero, quindi per adesso, suggerisco frutta fresca e pane. Per cena invece ti farò fare uno stufato di verdure con qualche pezzetto di pollo."

"Avrei preferito una bella fetta di porchetta, ma pazienza", sospirò Allan con una buffa smorfia. Violet sorrise divertita dalla sua posa fintamente drammatica, poi tornò seria:

"Prima che tu mangi, però, è meglio ricucire il taglio, così guarirà meglio e più in fretta. Ti avverto: non sarà molto piacevole."

Il giovane impallidì, ma strinse i denti ed annuì per indicarle di procedere. Violet quindi lo sbendò e pulì la ferita con una pezzuola, bagnata nel catino che Sally le aveva portato dopo averlo riempito; cercò di essere il più delicata possibile, ma un paio di volte Allan sussultò, sebbene non emettesse alcun suono.

Dopo la pulitura, Violet prese un ago ricurvo d'avorio e lo infilò con il catgut, un filo ottenuto dall'intestino delle pecore, eccellente per cucire le ferite perché aveva un'ottima tenuta ed inoltre veniva riassorbito, sparendo nel giro di circa un mese. Versò dell'aceto in una ciotola e vi mise ago e filo, poi si lavò le mani con dell'altro aceto, asciugandole con un panno pulito. Infine riprese lo strumento, lo tamponò sullo stesso panno e cominciò l'operazione, annodando punto per punto. Ne occorsero sei, ad ognuno dei quali Allan strinse i denti senza però proferir lamenti.

"Sei stato bravissimo", lo lodò Violet alla fine, "Molti uomini sarebbero svenuti dopo il secondo punto."

"Donnicciole…"

"In realtà, le donne sanno resistere al dolore molto meglio degli uomini", lo confutò prontamente Violet, accigliandosi, "Considera il parto."

Allan le lanciò un'occhiata sorpresa.

"Chiedo scusa", bofonchiò, "Non ci avevo mai pensato."

Subito rabbonita, Violet annuì. Gettò via la rimanenza di catgut, tornò a immergere l'ago nell'aceto e si lavò nuovamente le mani con esso. Poi prese l'involto in cui aveva messo il rimedio a base di altea, lo aprì e spalmò il cataplasma sul taglio; dopo averlo coperto con una pezzuola, procedette a fissarlo con un bendaggio.

"Vuoi ancora mangiare?" domandò al suo paziente, quando ebbe finito. Le guance di Allan stavano lentamente perdendo il pallore cinereo che avevano assunto mentre suturava la ferita.

"Sì, ma magari non proprio subito", rispose il giovane uomo a voce bassa. Violet annuì, comprensiva; dopo aver riposto nella sacca le sue cose, prese congedo e tornò al suo laboratorio.

Controllando le sue scorte, notò che cominciava a scarseggiare di olio di calendula, eccellente rimedio per le scottature lievi e le punture d'insetto. Poiché occorreva un mese per la macerazione e non voleva rischiare di restarne priva, decise di mettersi subito all'opera per produrne di nuovo.

OOO

Finito il controllo all'armeria, Guy si diresse verso la propria stanza da lavoro, intenzionato a verificare se c'erano documenti o altre cose che richiedessero la sua attenzione. Mentre camminava, però, si accorse che i suoi pensieri continuavano ad andare a Violet. La brutta avventura che aveva vissuto l'aveva provata, fisicamente ed emotivamente. Sapeva che era una donna forte e che si sarebbe ripresa presto, ma in quel preciso momento aveva sicuramente bisogno di lui, suo marito, l'uomo che aveva giurato di fronte a Dio e agli uomini di proteggerla, amarla ed onorarla. Non solo era suo preciso dovere starle vicino, ma era suo desiderio rasserenarla e confortarla. In quest'ottica, i suoi doveri di signore feudale impallidivano in confronto ai suoi doveri di marito.

Ma al di là di quei concetti astratti, Guy sentiva soprattutto l'acuto bisogno di stringere Violet tra le proprie braccia, il modo più semplice ed immediato per cancellare il ricordo dell'angoscia patita da entrambi. Un'angoscia che, per lei, era sicuramente stata peggiorata dall'incubo – purtroppo sempre presente per una donna – di subire uno stupro.

Guy si sentì male al solo pensiero che potesse accaderle una cosa simile. L'eventuale colpevole avrebbe patito atroci sofferenze per mano sua, al punto da implorare la morte come liberazione. Scosse la testa per scacciare quei pensieri terribili: non era accaduto, inutile quindi rimuginarci sopra. I rapitori di Violet avevano pagato con la vita il loro delitto, e non solo quello, bensì anche il loro complotto contro il re. Era punizione sufficiente. Meglio, molto meglio pensare a come confortare Violet. Guy non riusciva a pensare a nessun modo migliore se non dimostrarle concretamente il proprio amore e la propria devozione, amandola col cuore attraverso il corpo.

Girò sui tacchi così di repente che, se ci fosse stato qualcuno dietro di lui, lo avrebbe travolto, e andò in cerca della moglie.

OOO

Violet stava versando l'olio di noce nel vaso di terracotta già contenente i fiori di calendula essiccati, quando udì bussare alla porta.

"Avanti", invitò, senza distogliersi dall'operazione.

"Disturbo?" udì l'amata voce di Guy chiederle, "Se hai da fare, torno dopo…"

"No, ho quasi finito", gli assicurò, girando il viso per sorridergli, "Entra pure."

Depose la piccola giara dell'olio e la tappò accuratamente prima di riporla, poi mescolò con attenzione il contenuto del vaso con un lungo cucchiaio di legno.

"Cosa stai preparando?" domandò Guy, avvicinandosi.

"Olio di calendula", rispose lei, "Serve per scottature e punture d'insetto, e più in generale per gran parte dei problemi della pelle."

"Non so proprio come tu faccia a ricordare usi e proprietà di così tante erbe", confessò Guy, che si sentiva sempre impressionato di questa particolare capacità della moglie.

"Semplice questione di memoria, penso", commentò lei, scrollando le spalle. Chiuse bene il vaso, che nel corso delle prossime quattro settimane avrebbe scosso e capovolto ogni giorno senza mai aprirlo per tener ben mescolati i due ingredienti, "Che l'argomento mi appassioni aiuta certamente molto", commentò, girandosi infine verso il marito, "ma non penso che tu sia qui per parlare della mia competenza erboristica", continuò, sollevando un sopracciglio con aria interrogativa.

Il sorriso di Guy si ampliò.

"In effetti, sento il bisogno della tua compagnia", ammise a bassa voce.

"Beh, sono qui con te", disse lei, ingenuamente; vide un angolo della bocca di Guy sollevarsi ulteriormente in un sorrisetto malizioso e, comprendendo di colpo le sue intenzioni, sentì investire da un'ondata di calore, "Oh…"

Guy capì che lei aveva intuito cosa lui avesse voluto dire ed abbassò lo sguardo sulla sua scollatura, che lasciava intravedere le soffici rotondità del seno; le prese le mani e l'attirò lentamente a sé, tornando a sollevare lo sguardo per fissarlo sulle sue labbra. Violet sentì ancora più caldo e uno sfarfallio nello stomaco. All'improvviso si fece molto audace.

"Mio signor marito", mormorò, "vuoi fare l'amore con me adesso, in pieno giorno…?"

Il tono della sua voce, più basso e sensuale del normale, attizzò il desiderio di Guy. La guardò negli occhi, piacevolmente sorpreso, ma comprese che lei non se ne stava rendendo conto, perché era ancora inconsapevole del proprio potere di seduzione. Ciò, se possibile, la rendeva ancora più desiderabile.

"Ogni ora del giorno e della notte è buona per fare l'amore con te, mia signora moglie", ribatté con voce rauca. Cominciò a chinare il capo per baciarla, ma Violet lo trattenne, posandogli una mano sul petto e corrugando la fronte:

"Non ti fanno male le ferite?"

"Ho sopportato molto di peggio", sogghignò Guy; vedendo che lei non sembrava convinta, cambiò approccio, "Dico davvero, Violet: questi due tagli non sono niente, in confronto all'acido che ha cancellato il mio tatuaggio."

Il cipiglio di Violet si spianò, ma la sua espressione esprimeva ancora esitazione:

"Ne sei proprio sicuro?"

Lui le sorrise, toccato dalla sua preoccupazione:

"Ti ringrazio, amor mio, ma ti assicuro che non hai motivo d'inquietarti."

Violet esitò ancora per qualche istante, poi rispose allacciandogli le braccia attorno al collo mentre sollevava il viso per andargli incontro.

Guy le prese la bocca in un bacio; mentre le loro lingue si accarezzavano reciprocamente in modo sensuale, la strinse a sé, bramoso di sentirsi addosso le sue morbide curve.

Violet rispose al suo bacio con abbandono; l'evidente desiderio di Guy suscitava un'immediata eco in lei, un formicolio nella parte bassa del ventre accompagnato da calore che s'irradiava tra le gambe, una sensazione che aveva ormai capito essere espressione del proprio desiderio. Abbassò le mani e la posò con fermezza sul posteriore del marito, affondando le punte delle dita nella carne che gli riempiva così bene le brache in quel punto; nel farlo, si schiacciò maggiormente contro di lui.

Guy emise un gemito di piacere e replicò alla sua mossa afferrandola a sua volta e sollevandola da terra; passò le mani sotto le sue cosce e le fece drappeggiare le gambe attorno alla vita, poi la trasportò verso il bancone da lavoro, dove aveva individuato uno spazio libero. Ve l'appoggiò seduta ed infilò una mano sotto la sua gonna, accarezzandole il polpaccio verso l'alto.

"Violet", ansimò, cominciando a sollevarle il vestito.

"Guy", mormorò lei di rimando, strattonando un laccio della sua giacca. Poco dopo, l'indumento cadde a terra, raggiunto in successione dalla camicia.

Rapidamente, Guy slacciò l'abito di Violet e ne abbassò il corpetto, svelando il suo seno dai capezzoli protesi, avidi di carezze; li sfiorò con i polpastrelli, facendola sospirare, poi si chinò a suggerne uno. Violet gli infilò le dita tra i capelli, tenendogli la testa, il corpo in fiamme. Quando Guy s'inginocchiò tra le sue gambe, capì cosa sarebbe successo e il calore sprigionato dalla sua intimità divenne rovente.

Guy la scoprì; alla vista del fiore femminile, rorido di desiderio, le sue pupille si dilatarono, scurendo il suo sguardo. La sua reazione fece fremere Violet, che gemette:

"Guy…!"

Il suo richiamo conteneva una nota d'urgenza che lo spinse ad agire senza indugi; si sporse e posò le labbra sui soffici petali colmi di nettare, gustandolo avidamente. Lei emise un lamento amoroso che esprimeva un piacere tale da farlo rabbrividire di piacere riflesso; accarezzò con le labbra la gemma della sua femminilità, per poi spingere la lingua nel suo scrigno, alternando i due movimenti finché lei non cominciò a tremare in modo incontrollabile, gemendo sempre più forte. A quel punto, si staccò da lei e si risollevò in piedi; con uno strattone che quasi strappò i lacci che chiudevano la patta, abbassò le brache, liberando la propria virilità, ed afferrò i fianchi di Violet, ma si trattenne dal tuffarsi subito dentro di lei, consapevole che la moglie era ancora troppo nuova ai quei giochi sensuali, quasi come una vergine, e che doveva quindi andarci piano.

Violet lo guardò con occhi nebulosi, la mente sopraffatta dalle sensazioni travolgenti che stava provando; all'improvviso le sovvenne il ricordo di Rebelle che le illustrava come aveva fatto l'amore con Drastan seduta sul tavolo e le sue labbra s'incurvarono in un sorrisetto talmente sfacciato che Guy sentì la gola seccarsi.

Violet abbassò lo sguardo sul suo scettro maschile; rifiutando di farsi bloccare dalla timidezza che ancora provava, pur sentendo le guance arroventarsi, lo afferrò, accarezzandolo da cima a fondo, su e giù, in un modo che lo fece gemere di piacere. Poi, usando i talloni, se lo attirò contro, dirigendolo laddove lo voleva. Quando sentì la punta premere contro di lei, lo lasciò e spinse il bacino in avanti, cominciando a farlo entrare.

Fu troppo, per Guy; con un ansito, s'immerse nel caldo corpo di Violet, accolto dal più erotico degli abbracci. Spinse e si ritrasse freneticamente due, tre volte; poi riprese il controllo di sé e rallentò. Si tirò indietro per guardare il volto della moglie.

L'espressione estatica di Violet, gli occhi chiusi e le labbra semiaperte, fece fare una capriola al suo cuore. Rallentò ancora, fin quasi a fermarsi.

"Violet… amore mio…" sussurrò.

Sentendosi chiamare, Violet aprì le palpebre e lo guardò. Il viso di Guy esprimeva meraviglia, rapimento, commozione, al punto che sentì un nodo formarsi in gola. Sollevò le mani e le posò sulle sue guance, attirandolo verso di sé; gli prese le labbra in un bacio colmo del sentimento che provava per lui, nato inaspettatamente e cresciuto quasi di nascosto dalla sua coscienza, rivelandosi solo una volta maturato al punto da essere diventato impossibile da negare.

"Ti amo, Guy", sussurrò poi, prima di baciarlo nuovamente. Lo sentì ricominciare a muoversi dentro di lei, lentamente, sfregando quel punto del suo corpo così sensibile da farla sussultare di piacere ogni volta che lo toccava. Emise un sospiro che esprimeva allo stesso tempo il suo gradimento e la sua stupefazione di fronte ad un atto che tanto le era stato disgustoso un tempo, quanto invece ora desiderava ardentemente sperimentare il più spesso possibile.

Udendola, Guy aumentò la velocità e l'ampiezza dei propri movimenti, bramoso di donarle tutto il piacere che poteva, cancellando ogni timore residuo che lei potesse ancora provare per l'atto d'amore. Aggiunse una leggera rotazione dei fianchi; l'esclamazione soffocata di Violet gli disse quanto le stava piacendo e così insistette. Non ci volle molto perché ottenesse il premio cui ambiva: poco dopo, infatti, avvertì i muscoli interni di Violet tremare convulsamente attorno a sé, strizzandolo in maniera così piacevole da spedirlo quasi all'istante oltre il punto di non ritorno.

Violet si sentì travolta come da un'ondata e boccheggiò, senza fiato, mentre il suo corpo s'inarcava all'indietro. La parte di sé che conteneva Guy sussultò in spasmi di delizia, cui pochi istanti dopo risposero quelli del marito, ciò che non fece altro che amplificare la sensazione di profondo piacere che stava provando. Emise un gemito, e negli orecchi ne udì un altro farvi eco, la cui tonalità baritonale le svelò provenire da Guy. La consapevolezza di esserne lei la causa, di essere lei che gli stava donando un piacere tanto intenso, le fece sgranare gli occhi per la meraviglia e la gioia.

Per alcuni momenti, il tempo sembrò rallentare, mentre i due innamorati assaporavano l'inebriante estasi amorosa, che era tanto della loro carne unita quanto delle loro anime, ugualmente unite.

Lentamente, i sussulti dei loro corpi avvinti s'acquietarono, i respiri affrettati rallentarono e il battito dei loro cuori tornò alla normalità. Guy girò il viso e depose un bacio sulla tempia di Violet, con una tenerezza che non aveva mai provato prima nei confronti di un'amante.

"Moglie mia incantevole…" mormorò.

Gli occhi di Violet s'inumidirono. Tentò di parlare, di ricambiare il dolce appellativo, ma la voce non volle uscire dalla sua gola ostruita da un nodo di commozione. Allora strinse le braccia attorno alle spalle del marito, cercando di comunicargli in quel modo quello che stava provando.

Guy percepì la sua emozione e le accarezzò i capelli con un gesto rassicurante. Un pensiero attraversò il suo cervello come un lampo: mai e poi mai, anche solo sei mesi prima, avrebbe creduto che a sua vita potesse cambiare così tanto. Che lui potesse cambiare così tanto… Si sentì immensamente fortunato, e immensamente umile di fronte al destino – non osava chiamarlo Dio – che gli aveva concesso in sorte una donna tanto meravigliosa.

OOO

I l giorno successivo, Drastan giunse puntualmente al castello per iniziare la sua giornata come braccio destro dello sceriffo nonché barone di Nottingham. Per prima cosa, andò in cerca di Guy, che trovò nel suo studio.

"Buongiorno, Guy", lo apostrofò entrando.

"Buongiorno a te, Drastan", rispose Guy, deponendo il documento che stava leggendo.

Il cavaliere di Greenmere chiuse la porta e tornò a girarsi verso lo sceriffo.

"Come sta Violet?" s'informò, andando a sedersi su una delle sedie di fronte alla scrivania.

"Sta bene, grazie al cielo", lo informò Guy, "Era molto scossa, ma è una donna forte e ha reagito bene."

"Sapevo già che Violet cela una forza notevole sotto la sua apparenza dolce", confermò Drastan, incrociando le braccia al petto, "Tuttavia, non pensavo che avesse il cuore di usare un arco contro un altro essere umano."

"Ha il cuore di un leone", affermò Guy, fiero della moglie.

Drastan inarcò un sopracciglio a quel riferimento, forse involontario, al soprannome di Riccardo Plantageneto. Decise di cogliere la palla al balzo per intavolare il discorso che era venuto a fare.

"Come il nostro re", osservò quietamente.

Guy si fece vigile. Due giorni prima, Drastan aveva detto che momentaneamente non avrebbe pensato al suo ruolo nel complotto contro il legittimo sovrano d'Inghilterra, ma adesso era arrivato il momento del confronto. Violet lo aveva perdonato, e pure Marian, Robin e gli altri della sua banda, ma non poteva dare per scontato che Drastan avrebbe fatto altrettanto, nonostante la profonda amicizia che li univa.

"Proprio così", confermò lo sceriffo. Attese che l'altro riprendesse a parlare.

"Ho riflettuto molto su quanto mi hai raccontato dei Cavalieri Neri e della loro congiura", cominciò lentamente il cavaliere biondo, "E anche sulle motivazioni che ti hanno portato a unirti a loro. Non ne ho discusso con Rebelle, perché mi hai detto che non rientra nel novero delle persone al corrente della faccenda, e ti assicuro che mi è pesato molto non potermi confidare con lei."

Drastan s'interruppe, in attesa di un commento, e Guy annuì.

"Me ne rendo conto", mormorò, "Meno persone lo sanno, e meno rischio il collo, per cui ti ringrazio."

Anche Drastan annuì.

"Esattamente quel che ho pensato. Per come ti conosco, mi è molto difficile vederti nei panni del traditore. No, direi che mi è impossibile", sospirò, piegandosi in avanti e posando in gomiti sulle ginocchia, le mani penzoloni tra di esse, "Continuo a chiedermi come tu abbia potuto arrivare a tanto. Ambizione e desiderio di rivalsa non mi sembrano motivi sufficienti… L'unica spiegazione che riesco a darmi, è che quel maledetto Vaisey ti abbia avvelenato l'anima, corrompendoti al punto da trasformarti in una persona completamente diversa dal mio amico e compagno d'armi d'un tempo. Adesso però sembri essere tornato l'uomo che conoscevo. In tutti questi mesi, ti sei comportato spesso con severità, ma sempre con giustizia. Perfino coi rapitori di tua moglie: anche se era rischioso, potevamo assalirli col favore delle tenebre e tagliare loro la gola nel sonno, invece abbiamo aspettato l'alba e condotto una carica in piena regola, dando loro la possibilità di difendersi e di morire in un combattimento leale. Inoltre, da frammenti di notizie che ho inavvertitamente raccolto in questi mesi a Nottingham, ho saputo che quelle che potevano essere le tue peggiori azioni sono sempre state sventate da Locksley. Giacché so bene che non sei stupido, sono giunto alla conclusione che lo facevi apposta…"

Drastan s'interruppe nuovamente perché le labbra di Guy s'erano arricciate in un sogghigno sarcastico.

"L'hanno capito in molti", commentò, "Violet, Rebelle, William, Marian… E io che pensavo di essere stato scaltro!"

"Allora è vero!" esclamò Drastan, senza celare il proprio sollievo, poi sogghignò anche lui, "L'importante è che non l'avesse capito quella carogna di Vaisey."

"A differenza di te, mi riteneva poco intelligente", spiegò Guy, "e non posso dargli tutti i torti, visto com'era riuscito a raggirarmi, facendomi credere che, se avessi eseguito ciecamente i suoi ordini, avrebbe fatto in modo che le mie terre ancestrali mi fossero restituite. Con le sue lusinghe e false promesse, è riuscito pian piano a invischiarmi nei suoi folli piani. Devo ringraziare Marian per non essere caduto completamente nelle sue grinfie: per molto tempo, lei è stata come un'ancora di salvezza per me, che in qualche maniera è riuscita a impedirmi di finire definitivamente nel baratro. Però sono dovuto arrivare al punto di credere d'averla uccisa prima di capire che solo io potevo salvare me stesso, cambiando radicalmente la mia vita. Se Vaisey non fosse morto, precipitando in quel crepaccio, penso che probabilmente avrei finito con l'ucciderlo io con le mie mani…"

"E invece il destino ha deciso diversamente", considerò Drastan pensierosamente, "Oppure Dio, a dar retta ai preti", i suoi occhi scrutarono Guy con improvvisa ispirazione, "Forse è stato davvero Dio… ti ha dato un segno, liberandoti dalla tua bestia nera, affinché tu ti avviassi senza indugio sulla strada della redenzione!"

Guy corrugò la fronte.

"Non credo di avere tutta questa importanza agli occhi di Dio…" borbottò. Tuttavia, il pensiero era confortante, anche se era solo una vaga possibilità.

"E perché no?" controbatté Drastan vivacemente, "Ci insegnano che Dio ci ama tutti. Questo non esclude che possa punire i malvagi, ed è precisamente quel che ha fatto con Vaisey. Dovresti esserGli grato… anche perché in questo modo Violet è divenuta l'erede della baronia e ha scelto te come marito."

Guy rifletté in silenzio per alcuni lunghi momenti, lo sguardo perduto nei propri pensieri.

"Un singolo, minuscolo passo falso di un uomo malvagio su uno sperduto sentiero montano, e la vita viene completamente trasformata", ponderò sottovoce, "La mia, quella di Violet… perfino la tua, vecchio mio, perché se io non fossi stato nominato sceriffo pro tempore dopo la morte di Vaisey, non ti avrei potuto ingaggiare come mio vice, e non avresti conseguentemente conosciuto Rebelle…"

"Sì, a volte una piccola azione provoca conseguenze enormi", confermò Drastan.

Guy tornò a guardarlo.

"Come giudichi quindi le mie deprecabili azioni passate?" lo interrogò, il tono piatto che celava la sua preoccupazione di poter perdere l'amico più caro che avesse mai avuto.

Drastan alzò le mani.

"Non sta a me giudicare", affermò, "Quello spetterebbe a un tribunale. La mia lealtà va a re Riccardo, senza dubbio, ma tu sei mio amico e anche tu meriti la mia lealtà. Per un periodo, sei stato deviato dalla retta via da quello che hai giustamente definito un uomo malvagio, ma ora ti sei pentito e stai cercando la redenzione, disfacendo le losche trame di Vaisey e raddrizzando i torti commessi su suo ordine. Violet, e non solo lei ma anche lady Marian, Locksley e i suoi uomini, tutti ti hanno rimesso le tue colpe nei loro confronti. Nei miei, non ne hai alcuna."

Guy si sentì indicibilmente sollevato, come si era sentito soltanto un'altra volta in vita sua: quando aveva confessato i suoi misfatti a Violet e lei lo aveva accettato e perdonato.

"Quindi manterrai il mio segreto?" sussurrò.

"Con la vita, se necessario", gli assicurò Drastan.

Guy si alzò e girò attorno alla scrivania per avvicinarsi al cavaliere di Greenmere, che si alzò a sua volta.

"Non so per quale grazia io meriti tanto", bisbigliò Guy con voce roca di commozione, "Prima Violet, ora tu… per non parlare di Isabella, di Marian, e perfino di Locksley…"

Abbracciò Drastan, che lo ricambiò.

Erano più che compagni d'arme, più che amici: erano fratelli.