Capitolo XXIX
Nottingham, 21 settembre 1194
Due giorni dopo il salvataggio di Violet, Guy aveva mandato delle guardie fidate nei feudi dei tre Cavalieri Neri per controllare le reazioni alla notizia della loro morte. Dubitava che qualcuno avrebbe mosso delle accuse nei suoi confronti: non soltanto Rotherham, Spencer e Buckingham avevano perpetrato un delitto considerato tra i più disonorevoli – il rapimento di una nobildonna – ma lo avevano fatto per motivazioni che, se risapute, avrebbero causato la loro condanna al patibolo. Inoltre, Guy aveva agito nel suo diritto, andando in soccorso della moglie rapita con un gruppo che aveva affrontato alla pari quello dei tre baroni e ne era uscito vincitore dopo un combattimento onorevole, e non un vile agguato a tradimento.
Dieci giorni dopo, i due uomini inviati a Rotherham furono i primi a tornare e Guy li ricevette subito. Quando ebbero finito di fargli rapporto, li mandò a rifocillarsi, concedendo loro un giorno di riposo prima di riprendere servizio. Poi andò in cerca di Violet, che trovò nel suo salottino, intenta a controllare i libri contabili del feudo, cosa che faceva una volta la settimana.
"Gli uomini che ho mandato a Rotherham sono tornati", le annunciò. Violet gli diede immediatamente tutta la propria attenzione.
"Che notizie recano?" domandò.
"Il cadavere del barone è stato riportato a casa quattro giorni fa da uno dei soldati sopravvissuti al nostro scontro", raccontò Guy, "Ha giustificato la sua morte raccontando che sono stati assaliti da un numero soverchiante di briganti. Non ha nominato né Buckingham, né Spencer."
Violet annuì, nient'affatto stupita da quell'omissione: non era nell'interesse di nessuno far sapere in giro che erano stati in combutta.
"E come ha reagito la famiglia di Rotherham?" indagò.
"La moglie è morta un paio d'anni fa. Il suo unico figlio ed erede non è sembrato un gran che addolorato ma, considerando che era risaputo come venisse trattato male dal padre, non me ne meraviglio. Ha fatto celebrare un frettoloso funerale privato e ha assunto immediatamente il titolo."
Di nuovo, Violet annuì.
"Si raccoglie quel che si semina", commentò lapidariamente, "Nient'altro?"
Guy scosse la testa in segno negativo. In realtà, c'era effettivamente un'altra notizia ma, sapendo che Violet ne avrebbe provato dispiacere, aveva deciso di tralasciarla. Riguardava il soldato che aveva portato il corpo di Rotherham a casa, che era quello da lei colpito al braccio e a cui aveva dovuto lasciare la freccia nella ferita perché, nel bel mezzo della foresta, non aveva gli strumenti per estrarla in sicurezza. La ferita era andata in suppurazione e avevano dovuto amputare il braccio, ma il milite era morto poche ore dopo l'operazione, come spesso accadeva. Violet aveva tirato per colpire l'avversario di Much in un punto non letale, poi aveva fatto il possibile per curarlo, ma Guy sapeva che lei si sarebbe sentita ugualmente in colpa. Non voleva che ciò accadesse e per questo aveva deciso di non dirglielo. Rammentò d'aver affermato che non stava bene che ci fossero segreti tra coniugi, quando aveva accettato di sposarla ed aveva intuito che lei gi stava tacendo qualcosa. Tuttavia, in questo caso Guy riteneva che evitarle una sofferenza inutile fosse più importante della completezza di informazioni, e si riteneva giustificato.
OOO
I l giorno seguente, dopo colazione, Guy si diresse verso Knighton Hall, la cui ricostruzione era terminata qualche giorno prima.
Quando arrivò, vide la carrozza con le insegne di Locksley posteggiata davanti alla magione, indicando che Robin e Marian erano già arrivati.
Guy scese da cavallo davanti alle scuderie, anch'esse ricostruite tali e quali a com'erano state. Uno stalliere uscì e gli si avvicinò.
"Lord sceriffo", lo salutò con un inchino deferente. Guy lo riconobbe.
"Salve, Jason", contraccambiò, passandogli le redini di Darkshadow, "Dagli da bere."
"Certamente, mio signore."
Guy prese un rotolo di pergamena dalla bisaccia, poi si diresse all'ingresso. Bussò ed attese; tecnicamente, avrebbe potuto entrare senza chiedere il permesso, dato che attualmente Knighton non era assegnata ad alcuno, ma pensò che mostrare del rispetto per i futuri proprietari non gli costava nulla. La tregua con Robin reggeva, ma erano ancora ai ferri corti. Non sarebbero mai stati amici, ma potevano almeno comportarsi civilmente, anche perché nessuno dei due voleva dispiacere alla propria moglie.
Una donna di mezza età gli aprì.
"Ben arrivato, lord Nottingham", disse formalmente, inchinandosi, "Entrate."
Diversamente da Jason, Guy non conosceva il nome di questa servitrice, anche se l'aveva vista altre volte a Knighton. La donna lo precedette e lo introdusse nel salone, arredato soltanto con un lungo tavolo, sedie e panche. Sul tavolo era posato un calamaio già aperto ed una lunga penna d'oca.
"Lord Nottingham è arrivato", disse, scostandosi per farlo passare. Entrando, Guy vide Marian e Robin seduti davanti al caminetto acceso; la stanza era ancora abbastanza fredda, segno che il fuoco era stato acceso da poco.
"Gisborne", disse Robin freddamente, alzandosi per riceverlo.
"Locksley", ricambiò Guy con uguale freddezza. Non sarebbero mai stati in termini sufficientemente amichevoli da chiamarsi per nome di battesimo, ma neppure erano tanto estranei da chiamarsi coi nomi derivati dai loro titoli, ossia Nottingham e Huntingdon, per cui continuavano con l'apostrofe che avevano sempre utilizzato.
Guy si avvicinò a Marian e le rivolse un rispettoso inchino.
"Marian, vi trovo bene."
La gravidanza – ora al sesto mese – faceva bene alla contessa di Huntingdon, che era a dir poco radiosa.
"Grazie, Guy", disse con un sorriso dolce, "Anche voi mi sembrate star bene", poi si rivolse alla servitrice, ancora ferma accanto alla porta, "Puoi andare, Goda."
La donna fece una riverenza ed uscì rapidamente.
Guy posò la pergamena sul tavolo e la srotolò mentre Robin si avvicinava.
"Questo è l'atto di cessione della proprietà di Knighton", disse, andando subito al punto, "redatto e firmato dal notaio Harper, con il mio sigillo e la mia firma. Basta solo che tu lo controfirmi qui, Locksley", concluse, indicando uno spazio vuoto in basso nel documento.
Robin si aggrondò e incrociò le braccia al petto.
"Non puoi cedere qualcosa che non è tuo", osservò in tono pungente.
"Knighton è stata legalmente confiscata dal vecchio barone, quindi per la legge ora appartiene a me", ribatté Guy in tono ugualmente pungente, "Potrei pretendere una bella cifra, soprattutto considerando che la casa è nuova", incrociò le braccia al petto, imitando la posa dell'altro, "ma non lo farò: la cessione è a titolo gratuito."
Per una volta, Robin rimase senza parole. S'era aspettato una richiesta di denaro, più o meno ragionevole, e si era preparato a contrattare ferocemente come aveva imparato dai saraceni, ma la dichiarazione di Guy lo spiazzò.
"Grazie infinite, Guy", intervenne Marian amabilmente, "Siete molto generoso."
Guy girò la testa per guardarla e fece per parlare, ma proprio allora Robin ritrovò la voce.
"Perché lo fai, Gisborne?" indagò, nonostante tutto ancora scettico, "Possibile che tu non voglia proprio niente in cambio?"
Guy lo fulminò con lo sguardo.
"Lo faccio perché è la cosa giusta", dichiarò a denti stretti, "e no, non voglio niente in cambio, neanche i tuoi ringraziamenti. Mi bastano quelli di Marian."
Ancora una volta, Robin dovette confrontarsi con la trasformazione di Guy; non era facile per lui accettarla come reale e quindi ricascava sempre nello stesso vecchio schema d'inimicizia e avversione. Non gli piaceva, e quindi decise di fare qualcosa per cambiare. Naturalmente sempre nel suo stile ironico.
"Devo ammettere che il nuovo Gisborne mi piace", bofonchiò, "e questo mi spaventa."
Guy lo fissò, incerto su come interpretare quell'uscita. Robin ricambiò il suo sguardo, una scintilla di divertimento nel proprio. Un angolo della bocca di Guy tremolò nell'inizio d'un sorrisetto storto. Robin strinse le labbra cercando di reprimere un sogghigno. L'angolo della bocca di Guy si sollevò maggiormente. Robin si morse l'interno della guancia per impedirsi di ridere, ma non ci riuscì del tutto e gli uscì una specie di sbuffata. Per un istante, sul volto di Guy comparve un mezzo sorriso.
Marian invece rise apertamente.
"Per quanto ancora insisterete a portare avanti quest'assurdo giochetto?" domandò loro, scuotendo la testa, "Siete ridicoli!"
Entrambi la fissarono senza capire di cosa stesse parlando; o meglio, lo sapevano benissimo, ma nessuno dei due era disposto ad ammetterlo. Marian sollevò gli occhi al cielo ed agitò la mano come a scacciare una mosca molesta.
"Avanti, Robin, firma", lo invitò in tono perentorio, decisamente più un ordine che un suggerimento, "Così la fate finita."
Il conte di Huntingdon fece una smorfia per cancellare definitivamente il sorriso che continuava ostinatamente a minacciare di piegargli le labbra e prese la pergamena. La lesse attentamente – giusto per far vedere che continuava a non fidarsi di Gisborne – e poi, non trovando nulla da eccepire, afferrò la penna, l'intinse nel calamaio e firmò.
"Ecco fatto", disse, posando la penna. Il documento sarebbe rimasto a lui, come conferma dell'avvenuta transazione.
Guy annuì seccamente.
"Molto bene", disse, "Allora abbiamo finito. Buona giornata, Locksley. E buona giornata anche a voi, Marian", concluse in tono più gentile, con un lieve inchino verso di lei.
"Altrettanto a voi, Guy", ricambiò Marian, mentre Robin si limitava a un cenno di saluto.
Quando Guy fu uscito, Robin portò il documento a Marian e glielo diede.
"Knighton è di nuovo tua", disse.
"Tua, per la verità", rettificò Marian, accettando il rotolo di pergamena, "perché, in quanto mio marito, sei legalmente il proprietario di tutti i miei averi."
Robin si strinse nelle spalle.
"Legalmente, sì, ma per me, Knighton sarà sempre solo tua. L'amministrerai come riterrai più opportuno, e la lascerai in eredità a chi vorrai dei nostri figli. Oppure la donerai alla Chiesa. Insomma, sei libera di farne quello che vuoi."
"Grazie", rispose Marian, consapevole che ben pochi mariti sarebbero stati tanto liberali; si accarezzò il pancione, "Il nostro primogenito maschio erediterà Huntingdon, ovviamente, quindi Knighton andrà al secondogenito, oppure alla primogenita femmina come dote", decise. Robin sorrise: Marian sapeva sempre quello che voleva. Il suo carattere volitivo era una qualità che lo aveva attirato fin dal principio, in lei, anche se a volte era fonte di discussioni tra loro, ma che gli piaceva perché gli permetteva di avere un punto di vista diverso che, molto spesso, si rivelava migliore del proprio, oppure s'integrava a formarne uno condiviso più efficace dei due punti di vista separati. Il loro non era soltanto un amore di coppia, ma anche un sodalizio tra due persone che volevano il meglio l'una per l'altra e che quindi portava benefici ad entrambi.
"Questo è un piano a lungo termine", osservò, tornando a cose pratiche, "Nel frattempo, come vuoi procedere?"
"Affiderò la conduzione di Knighton al vecchio intendente, Harold. Mi fido completamente di lui, so che farà un buon lavoro."
"Concordo."
Continuarono a fare piani per un pezzo, cominciando a emanare ordini in conseguenza. Harold fu molto felice e onorato di essere stato scelto per la gestione della proprietà ed assicurò loro che avrebbe fatto prosperare Knighton ed i suoi abitanti. Marian gli raccomandò soltanto di riassumere il personale che lavorava nella magione prima dell'incendio – Goda era tra questi – e poi per il resto gli avrebbe lasciato mano libera.
Quando lasciarono Knighton Hall per tornare a Locksley, i conti di Huntingdon erano soddisfatti: le cose stavano andando veramente molto bene, e l'unica ombra era ormai soltanto il bando sulla testa di Robin, che però sarebbe certamente stato cancellato non appena re Riccardo fosse tornato in Inghilterra.
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Guy tornò a Nottingham, dov'era in corso il mercato bisettimanale. Passando davanti allo stallo di Rebecca, la vasaia di Locksley, fu colpito da una bacinella decorata da un motivo floreale che riproduceva violette, a cui era abbinata una brocca. Preso da un impulso, si fermò e scese da cavallo.
"Quanto vuoi per questi?" interrogò Kate, la figlia di Rebecca che prometteva di diventare abile quanto la madre nell'arte della produzione di vasellame.
"Tre monete d'argento", rispose la ragazza bionda in tono spavaldo. Era un prezzo decisamente eccessivo, ma Guy apprezzò la sua audacia.
"Te ne darò una", disse pertanto, celando il proprio divertimento sotto il consueto cipiglio, "E cinque monete di rame se li fai portare al castello, direttamente a mia moglie, lady Violet", aggiunse, pescando nel borsello.
"Affare fatto, lord sceriffo", accettò Kate, "Vi manderò subito mio fratello Matthew."
Soddisfatto, Guy le diede la cifra pattuita, poi rimontò a cavallo e tornò a dirigersi al castello.
Rebecca, che aveva seguito lo scambio rimanendo in disparte, si affiancò alla figlia.
"Scommetto che è un regalo per sua moglie", commentò, guardando il barone che si allontanava, "Dicono che ne sia innamorato pazzo."
"Già", confermò Kate, "Se solo sei mesi fa qualcuno mi avesse detto che Guy di Gisborne sarebbe cambiato tanto, gli avrei dato del pazzo."
"Anch'io", ammise Rebecca, scrollando le spalle e girandosi verso la bancarella, "Vieni, mettiamo i due pezzi in un cesto e mandiamo Matthew a portarli al castello."
Kate annuì ed aiutò la madre a riporre la brocca ed il catino in una cesta, e poi il fratello minore provvide alla consegna.
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Dopo aver finito di fare il punto con Joanna sulle provviste da ordinare, Violet si era ritirata nel proprio salottino – che fungeva anche da studio – ad aggiornare conseguentemente i libri contabili. Venne interrotta dall'arrivo di Sally, che bussò alla porta per annunciare un garzone con una consegna per la baronessa. Matthew entrò portando la cesta e, arrossendo, con un profondo inchino la porse a Violet.
"Da pa.. parte del lord sceriffo", balbettò, molto intimidito dal fatto di trovarsi di fronte alla baronessa di Nottingham.
"Grazie", disse Violet, piacevolmente sorpresa, "Sally, porta questo giovanotto nelle cucine e dì a Joanna di dargli una fetta di dolce o, se non ne ha, pane e salsiccia."
"Gra… grazie, signora", farfugliò il ragazzo, ritirandosi assieme alla servitrice.
V iolet posò il cesto sul tavolo e ne estrasse la brocca e il catino; ne apprezzò la fattura, solida ma allo stesso tempo fine. Quando scorse il disegno a violette, sentì un nodo di commozione stringerle la gola: non era la prima volta che Guy la sorprendeva con regali chiaramente pensati per lei. Aveva cominciato con gli anelli di fidanzamento, quando vi aveva fatto incastonare piccole ametiste per rimandare al suo nome e al suo colore preferito; da allora si erano susseguiti altri doni, dai più semplici come fiori o frutti, a qualcosa di costoso come una collana d'argento con ciondolo d'ametista, appositamente commissionata a Drewmore per fare il paio con l'anello che era stato di Adèle, oppure gesti più sottili, come ordinare per cena il suo dolce preferito invece del proprio. Lacrime di gioia e gratitudine le riempirono gli occhi mentre considerava che mai, quando aveva appreso di dover risposarsi, avrebbe sperato in un matrimonio tanto felice. Le lacrime si asciugarono mentre un sorrisetto malizioso le curvava le labbra al pensiero di come avrebbe ringraziato il marito quella sera…
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Violet gettò la testa all'indietro, scossa da un piacere tale da toglierle perfino il fiato per gridare. Sotto di lei, Guy sussultò, stringendole i fianchi mentre raggiungeva la moglie nell'estasi del compimento.
La loro confidenza coniugale era cresciuta enormemente dopo che nelle ultime tre settimane avevano trascorso ogni notte insieme, a far l'amore anche più volte di seguito. Guy l'aveva invitata a dimostrargli quanto lo desiderava ogni volta che ne avesse avuto voglia, proprio come faceva lui. Quella sera dunque, con la scusa di ringraziarlo per il regalo ricevuto, Violet aveva preso l'iniziativa ed aveva deciso di ripetere un'esperienza che le era molto piaciuta quando il marito gliel'aveva fatta provare la prima volta: gli si era messa cavalcioni, e Guy era stato ben felice di assecondarla.
Violet scese lentamente dal picco vertiginoso cui l'aveva condotta Guy; cercando di calmare il respiro, si adagiò sopra di lui, stendendo le gambe lungo le sue.
"Marito mio", mormorò, "mi lasci ogni volta stupefatta."
Guy l'aveva sentita rabbrividire di piacere attorno a sé e questo lo aveva soddisfatto ancora di più del proprio appagamento. Tirò su le coperte, che erano scivolate in basso mentre facevano l'amore, perché nonostante il fuoco acceso, la stanza non era precisamente calda, essendo ormai fine settembre.
"E tu lasci stupefatto me, mio fiore", la ricambiò, sincero. Incoraggiata e guidata da lui, Violet stava imparando a godere liberamente dell'amore coniugale, superando remore e pudori, abbandonandosi alla passione, e tutto questo perché si fidava di lui completamente, senza alcuna riserva. Quando gli capitava di rifletterci, Guy stentava ancora a credere alla propria fortuna.
Violet si scostò e si accoccolò tra le braccia di Guy, posando la testa sulla sua spalla; lui le baciò dolcemente le labbra. Rimasero per qualche tempo a crogiolarsi nello stato di appagamento che sempre seguiva i loro abbracci amorosi.
Svariate volte avevano fatto l'amore pure durante il giorno, e non solo nel letto di Violet o di Guy, ma anche approfittando di qualche angolo nascosto in giro per il castello, e una volta perfino nella stanza da lavoro di Guy. Violet aveva congedato la guardia che sempre stazionava alla porta, poi era entrata, aveva tirato il chiavistello ed aveva sedotto il marito, cosa che non aveva richiesto grande sforzo. Aveva voluto provare una delle posizioni di cui le aveva parlato Rebelle tempo addietro, ossia seduta in grembo a Guy, e l'aveva trovata eccitante e molto gradevole.
Quella era stata la prima volta che lei aveva esibito tanta iniziativa e sfacciataggine, assecondando l'esortazione del marito a dimostrargli il proprio desiderio per lui, proprio come aveva fatto adesso. Rammentando l'episodio nello studio, Violet ridacchiò.
Guy amava il suono del riso della moglie; immaginando che fosse per un motivo alquanto spudorato, sogghignò a sua volta.
"Che c'è di così divertente?" indagò.
"Pensavo a quando sono venuta nella tua stanza da lavoro a… giocare a cavalluccio", spiegò Violet, ridacchiando più forte. Il sogghigno di Guy si ampliò.
"Spero che lo rifaremo presto", mormorò.
"Contaci", gli assicurò Violet con un altro risolino, poi sospirò, "ma adesso è meglio dormire: domattina devo alzarmi presTo per occuparmi dei preparativi del bucato settimanale."
"Qualche volta maledico gli obblighi della nobiltà", borbottò Guy. Vide Violet sollevare il capo dalla sua spalla e osservarlo con aria maliziosa, "Quando hai quell'espressione, moglie mia, hai in mente qualcosa di molto sfacciato", affermò, sollevando un angolo della bocca nel suo tipico mezzo sorriso.
"In effetti, è proprio così", ammise Violet, "Drastan è un vice molto capace ed è tranquillamente in grado di sostituirti per un paio di giorni. Possiamo andare a rinchiuderci nel casino da caccia di Vaisey, quello che Rebelle e Drastan hanno tanto sfacciatamente usato per amoreggiare prima di sposarsi. Potremmo trascorrere tutto il tempo a letto..."
"La trovo un'idea eccellente", mormorò Guy. Solo immaginare la situazione gli provocò l'inizio di una nuova erezione, nonostante il recentissimo appagamento. Santo cielo, non era mai sazio della moglie… e a quanto pareva, neppure lei di lui.
"Allora lo faremo al più presto", suggerì Violet, "Se ci fosse qualche emergenza ingestibile per Drastan – ma dubito che sia possibile – saprà dove trovarti e ti manderà a chiamare. Dal castello è poco più di mezz'ora di strada, a cavallo."
"Sembra che tu ci stessi pensando da un po'", insinuò Guy, inarcando un sopracciglio. Violet scosse la testa:
"Solo riguardo al fatto che mi piacerebbe stare noi due da soli, ma per quanto riguarda invece i dettagli, mi stanno venendo in mente solamente ora. Come per quanto concerne il cibo: portiamoci solo cose già pronte, così non dovremo perdere tempo a cucinare…"
A quel punto, Guy rise di gusto, un piacere che aveva dimenticato per quasi vent'anni, ossia dall'incendio in cui erano morti i suoi genitori, e che aveva ritrovato grazie a Violet e al suo amore.
"Sei proprio una piccola svergognata, mia signora moglie… e non hai idea di quanto questo mi piaccia!"
Nonostante tutto, Violet sentì le guance riscaldarsi: per quanto il suo livello di pudore con Guy fosse ormai estremamente basso, non sarebbe mai scomparso del tutto, perché faceva parte della sua personalità. Tuttavia, pur essendo leggermente arrossita, non distolse lo sguardo da quello del marito, perché sapeva che lui apprezzava davvero la sua schiettezza nella loro intimità. Gli sorrise compiaciuta e lo baciò un'altra volta, prima di disporsi a dormire.
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Il giorno successivo si celebrò il matrimonio di sir Much di Bonchurch con Eve. Erano presenti Robin, Marian, Guy e Violet; venne anche Little John con moglie e figlio. Allan A Dale, ancora convalescente, con suo grande dispiacere non poté partecipare, ma Sally seppe rallegrarlo con la sua presenza. I due avevano legato molto in quei giorni e Violet aveva cominciato a sospettare che ci fosse del tenero tra loro.
La cerimonia nuziale e i successivi festeggiamenti furono molto simili a quelli tenuti a Rivendale per Rebelle e Drastan, con la differenza che Robin e Little John riuscirono a far ubriacare Much – o così credevano, perché quando venne il momento di alzarsi per recarsi alla camera nuziale, il signore di Bonchurch, apparentemente sbronzo, salutò tutti quanti in modo perfettamente lucido per poi incamminarsi con decisione e senza minimamente barcollare. I suoi due amici restarono talmente di stucco da dimenticare di accompagnarlo come richiedeva l'usanza, e le loro facce stralunate erano talmente buffe che Violet, Marian ed Alice, la moglie di Little John, risero a crepapelle, e perfino Guy sogghignò.
Il timido Much li aveva giocati tutti!
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Un paio di giorni dopo, le due guardie inviate a Buckingham tornarono al castello e, tre giorni più tardi, anche le due inviate al feudo di Spencer. Le notizie che riportarono erano identiche a quelle che erano arrivate da Rotherham: banditi avevano assalito i due nobili e sopraffatto loro e la scorta. La moglie e i cinque figli – tutti maschi – di Spencer sembrarono sinceramente addolorati, mentre Buckingham, che era scapolo, non venne apparentemente pianto da nessuno, neanche dal fratello che, per non dividere l'eredità paterna, era stato costretto dal padre a prendere i voti ed era diventato vescovo. Ora avrebbe lasciato la carica ecclesiastica per assumere il titolo baronale.
"Allora non hai più nulla da temere?" chiese Violet al marito, ansiosamente.
"Da parte dei Cavalieri Neri, direi di no", rispose Guy, "ma rimane sempre la questione del re."
Violet scosse la testa.
"Marian è stata categorica: il re ha perso i sensi subito dopo esser caduto da cavallo. Non può averti visto", gli disse, rammentandogli una conversazione che gli aveva riferito d'aver avuto con la contessa di Huntingdon tempo addietro.
"Lo so, ma finché il re non sarà tornato e vedrò che non procede contro di me, non sarò sereno."
Contrariamente a Guy, Violet era un'ottimista; ma era anche una persona realistica e sapeva perfettamente che c'era pur sempre una possibilità, per quanto minima, che Riccardo avesse visto Guy in faccia.
"In questo caso, Robin e Marian testimonieranno a tuo favore", affermò: ormai l'amico d'infanzia si era convinto che Guy era sinceramente pentito delle proprie passate malefatte, anche se i due continuavano a bisticciare come bambini dispettosi; ma oramai era chiaro che facevano così perché piaceva loro atteggiarsi a quel modo e che in realtà non si trattava più di ostilità.
"In tal caso, spero che sia sufficiente", si augurò Guy. Violet gli prese le mani e le strinse tra le sue.
"Io voglio aver fiducia", affermò. Lui si portò le sue mani alle labbra, le girò e ne baciò i palmi.
"Grazie, moglie mia", mormorò, "Sei tu la mia vera forza…"
Quell'affermazione emozionò Violet profondamente. Gettò le braccia al collo del marito e lo baciò perdutamente.
