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Capitolo XXII
Senza fiato a respirare, senza parole a gridare
PARTE I
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14 agosto 1920, Stratford-upon-Avon, UK
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Dopo una lunga traversata Candy approdò oltreoceano con l'unica certezza di un indirizzo su un biglietto, stretta saldamente tra le mani.
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Passata la notte a Southampton presso la famiglia del capitano della Queen Mary, su insistenza di sua figlia Gwyneth con cui aveva stretto amicizia, viaggiò attraverso le Midlands occidentali fino alla piccola stazione di Statford-upon-Avon*, nel cuore della contea di Warwickshire.
Terence aveva detto a Stear che si sarebbe stabilito in quel luogo, dove gli era già stato affittato un cottage.
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Con le gambe che a stento la reggevano in piedi per l'emozione, scese dal treno guardandosi intorno nell'irrazionale desiderio di trovarlo già lì da qualche parte.
Un rumorio vitale abbracciò il suo arrivo. La piccola cittadina commerciale era già immersa nella sua intensa attività di preparazione dei mercati generali e della fiera del bestiame di Rother. Quella energica e compita frenesia, tipica delle operose città dell'entroterra britannico, le fluì sulla pelle caricandola di un'indicibile adrenalina.
La voglia immensa che aveva di rivederlo e rivelargli finalmente i suoi sentimenti era però frenata dal timore che potesse averlo irrimediabilmente offeso con il suo comportamento.
Più si inoltrava per le vie perfettamente diritte del piccolo centro di origine medioevale e più quel molesto timore diveniva consistente.
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Volle passeggiare per un po' a piedi, per acquistare la necessaria calma, cominciando a vivere la città che lui si era scelto per il suo presente. Un'atmosfera irreale e rarefatta l'accompagnò fino ai Bancroft Gardens lungo l'ampia e vivace Bridge Street.
Sospinta dal venticello insistente, vagò contemplando i tetti spioventi e ondulati dei bassi edifici, dall'epoca vittoriana verniciati in bianco e nero con decorazioni geometriche a contrasto per assicurare un senso di ordine.
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Per certi versi Stratford-upon-Avon si era fermata a William Shakespeare.
Sì, la città era andata avanti, le generazioni si erano susseguite nei secoli ma in ogni piazza, stradina o angolo nascosto si respirava qualcosa di lui.
Era lo spirito immanente di quel piccolo borgo incastonato come un diamante nella ridente campagna inglese e prostrato in eterna devozione alla magia dei suoi versi.
Ristoranti, alberghi, vie e finanche forni e fiorai, tutti nel loro nome, nelle insegne o in qualunque insignificante particolare si richiamavano al Bardo o ammiccavano ad atmosfere e architetture cinquecentesche in molte strade rimaste praticamente inalterate da quell'epoca. Si sarebbe potuto immaginare, e senza neanche troppa fantasia, di vederselo davanti il piccolo William a scorrazzare per quelle stradine o recarsi dal droghiere con sua madre Mary Arden o ancora perdersi a scrivere seduto su una panchina o sui gradini della Grammar School accanto alla Guild Chapel.
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Candy trattenne il fiato respirando nell'aria quelle parole che tante volte lui le aveva recitato con la sua voce fervente ed ammirata.
Sentiva che Terence doveva avere amato da subito quel luogo.
Come New York aveva accolto i suoi tumulti interiori con la sua caotica e frenetica benevolenza, così quella piccola città ricca di storia e capace di fermare il tempo doveva essere ora un toccasana per la sua anima in cerca di stabilità.
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Proseguì in queste meditazioni fino all'ingresso dei giardini, passando accanto alle distinte sale da tè che avrebbero coccolato i suoi gusti da nobiluomo inglese che la cosmopolita Manhattan non era riuscita a scalfire nonostante la sua indole curiosa.
Per una buona mezz'ora rimase seduta su una panchina osservando gli ingegnosi giochi d'acqua di una piccola fontana, continuando a consumarsi nell'indecisione.
"Candy, cosa ti succede? Dopo tutto questo viaggio ti stai facendo nuovamente vincere dalla paura di affrontarlo? Che sciocca che sei…" si rimproverò.
"E se dovesse respingermi anche lui.? No, Terence non lo farà…".
E anche se l'avesse fatto, si disse infine abbattendo gli ultimi indugi, lei avrebbe voluto comunque che sapesse.
Il tempo dei silenzi era definitivamente terminato per loro.
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Ormai persuasa a giocare a carte scoperte, si mosse verso l'uscita avvicinandosi al grande bronzo del Gower Memorial, il primo tributo funerario reso in patria al grande poeta.
Rimase colpita dalle centinaia di lettere che persone del luogo e viaggiatori venuti ad omaggiarne la memoria avevano lasciato ai suoi piedi. Erano decine e decine. Molte era lettere passionali. Altre grida di dolore per amori perduti. Su tante di queste erano scritti atti interi dei suoi drammi o stralci di frasi.
Si chinò a terra, sfogliandone qualcuna.
Una breve citazione scritta con una calligrafia elegante e lineare attrasse magneticamente la sua attenzione. La lesse d'un fiato, pensando al suono del timbro suadente di Terence.
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"Dove piccole paure si fan grandi, lì un grande amore cresce"**.
Come in un intimo dialogo a due, lei gli rispose.
"Terence, ho vissuto già troppo di paure. Voglio il tuo perdono ed il tuo amore!
Lo hai detto tu… i sogni si mordono, non si accarezzano!".
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L'ansia crescente cominciò ad affrettare i suoi passi.
Improvvisamente sentì l'impellenza di quella confessione.
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Appena fuori dal parco, si fermò per chiedere indicazioni ad una giovane che ne stava con la testa immersa nel cofano della sua auto, intenta a riparare un guasto. Erano stati il suo abbigliamento maschile e la sua evidente competenza ad averla subito attirata. Se ne vedevano poche in giro di donne al volante e quelle che ne capivano qualcosa di come funzionassero quelle diavolerie all'interno si potevano davvero contare sulle dita di una mano.
"Mi scusi, devo raggiungere l'indirizzo dell'attore Terence Graham. Ho con me il nome della via in cui alloggia, sul numero civico, invece, non sono molto sicura…". Stear si era rammaricato con lei ma non era stato accorto quando lo aveva annotato ed era rimasto in seguito con un dubbio.
La moretta si tirò fuori dal cofano con il volto annerito dal grasso.
"Americana, dell'Illinois credo… ma l'accento si è attutito, deve avere vissuto per un po' in qualche grande città…".
Candy la squadrò incuriosita.
"È vero… come ha fatto?".
"È una mia dote naturale, signorina. Adoro studiare le inflessioni della gente che passa di qui. Piacere, io sono Anne!".
"E io sono Candy!" si presentò lei cordialmente.
Anne le allungò istintivamente la mano ma subito se la ritirò indietro vedendo che era tutta unta e se la pulì sui pantaloni scoppiando a ridere.
"No, non gliela do la mano… non vorrei rovinarle quel grazioso vestito che immagino sia stato acquistato in un raffinato atelier, però forse posso esserle d'aiuto. So che non sembra dal mio aspetto… ma sono un'attrice teatrale… e anche molto impegnata! Conosco la persona di cui parla…".
"Davvero?" si infervorò Candy.
"Certamente! Stratford è in fermento per il suo arrivo. Non è un artista qualunque, lei lo sa di sicuro. La stella più fulgida di Broadway è arrivata qui da qualche giorno per creare una nuova compagnia con l'altrettanto famoso Gordon Craig, che si è trasferito una settimana prima dall'Italia proprio per lavorare con lui! Gli attori della città stanno affilando le unghie per partecipare ai loro provini… me compresa! Hanno già una lunga fila a far loro la posta sotto casa!".
"Che meraviglia, allora lei sa dove vive Terence!".
"Beh non proprio, ma c'è una strada qui dove si concentrano le abitazioni delle celebrità, mi faccia un po' vedere… sì è proprio Warwick Road! Non è distante, la ci accompagno direttamente… se si fida del mio catorcio, delle conoscenze di meccanica di una donna e soprattutto se smettiamo i toni formali tra noi, Candy!".
"Va bene Anne, ti ringrazio tanto! Non preoccuparti" rispose lei complice "stai parlando con un'altra mosca bianca che sa guidare, anche se non si lancerebbe mai in ardite riparazioni!".
Il viso vispo di Anne si schiarì in un'espressione furba che in un flash ricordò a Candy quello del suo caro Stear.
"Conosci bene Terence? Sei anche tu nel 'settore'?" le chiese mentre prendeva l'ingresso di Bridge Street con un'andatura ancora lenta per permettere al motore tentennante di salire di giri.
"Oh no… sono soltanto una sua… amica…".
Il suo tono burlone accompagnò un sospiro romantico.
"Sì, immagino che hai attraversato l'Atlantico giusto per venire a fare quattro chiacchiere con un buon amico…".
Candy si sentì avvampare dalla testa ai piedi.
Era conscia che anche un cieco avrebbe potuto accorgersi ormai di quello che le crepitava in corpo.
Percependo il suo turbamento, Anne cambiò fulmineamente discorso.
"Guarda, Candy, quello è lo Shakespeare Memorial Theatre" le spiegò "è il teatro in cui reciterà Terence! C'è già il cartello con la richiesta di attori per le audizioni. Lui e Craig hanno deciso di chiamare la loro compagnia Black Swan… Ce ne sono tanti di magnifici cigni nelle acque dell'Avon, specie di questi tempi… quelli neri però sono una superba rarità…" proseguì spigliata mentre lei accarezzava con gli occhi quel teatro che avrebbe di lì a poco accolto i primi passi della nuova carriera di Terence con un sicuro e meritato successo.
"Eccoci qui, questa è la strada degli artisti. Per sapere l'indirizzo esatto ti conviene domandare direttamente a qualcuno che ci vive".
"Sei stata già molto gentile ad accompagnarmi, mi arrangerò in qualche modo" la ringraziò Candy scendendo dall'auto.
"Mi auguro di rivederti presto sul palco con il cast della Black Swan allora".
"Grazie per l'augurio" le rispose l'attrice ripartendo, stavolta con una ripresa più veloce, e rombando via per il viale alberato "magari potresti metterci tu una buona parola quando vi sarete riconciliati… Non si nega mai un capriccio alla donna che si ama…".
"Che impertinente…" pensò lei allegra avviandosi al vicino cancello.
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Aveva fatto solo pochi passi che la saliva le si solidificò in gola.
Quel distinto uomo di mezza età dal vestiario estremamente raffinato per un borgo di campagna che stava uscendo dal portone di una delle ville le sembrava proprio il duca Richard di Granchester, il padre di Terence.
Lo aveva visto solo una volta, alla St. Paul's School.
In realtà il loro incontro aveva avuto ben poco di formale. Lei gli era letteralmente rovinata addosso correndo, facendolo finire a gambe all'aria. Mentre cercava in tutti i modi di scusarsi, lui, senza dar troppo peso alla cosa, l'aveva aiutata in modo galante a rialzarsi chiedendole con gentilezza se si fosse fatta male.
Come faceva Terence poi si era allontanato silenzioso, con il viso incupito dai suoi foschi pensieri.
Solo dopo qualche secondo aveva realizzato chi fosse, quando aveva visto corrergli dietro Iriza che lo chiamava col suo titolo nobiliare completo mentre si offriva, cerimoniosa oltre misura, di accompagnarlo fino allo studio della madre superiora.
Allora aveva provato una strana impressione vedendolo. Quell'uomo era circondato da un'aura austera che incuteva una distanza reverente e che lui alimentava con posata freddezza. Eppure… quegli occhi gelidi… le erano apparsi addolcirsi quando le aveva dato la mano.
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"Mi scusi, signore…" gli chiese facendosi audace "sa per caso se questo cottage è la residenza di Terence… Graham, il famoso attore?".
L'uomo si voltò per guardarla meglio, fissandola con discrezione.
"Signorina, se anche lo fosse non credo che il signor Graham gradirebbe ricevere ammiratrici in casa propria. Può chiedere di lui al Memorial Theatre se ha voglia di incontrarlo".
"Ma io… non sono una sua semplice ammiratrice…" gli chiarì Candy mentre le sembrava di rivivere in un deja vu l'incontro con Terence in ospedale al capezzale di Eleanor "sono una persona che lo conosce molto bene…".
Richard cercò nella sua memoria dove avesse già visto quel bel viso espressivo pieno di lentiggini.
"Può dirmi il suo nome, per cortesia, signorina?" domandò cominciando a mostrare un inspiegabile nervosismo.
La sua voce baritonale le confermò senza più dubbi la sua identità.
"Sono Candice White Andrew, Sua Grazia, ci siamo conosciuti a Londra. Ho studiato nello stesso collegio di suo figlio…" rispose lei saltando ulteriori preliminari.
"Candice? È lei?" disse timorosamente Richard.
Il suo viso si era fatto all'istante vitreo.
Il torace impostato aveva cominciato ad oscillare incerto.
"È lei, Candice? Non posso crederci…" ripeté ancora avvicinandosi senza nascondere la sua agitazione.
Candy lo guardò prenderle le mani e baciarle. Mentre era ancora chino su di lei, in quel gesto che aveva perso qualunque ossequio alle formalità, sentì tra le dita il calore umido delle sue lacrime.
"Sua Grazia, io…".
"Grazie! Grazie per avermi restituito Terence!".
La ragazza si sorprese per quell'indebita dimostrazione di gratitudine. Guardò perplessa il gruppetto di suoi accompagnatori che non stavano capendo perché quell'uomo potente stesse rinunciando all'etichetta in pubblico in maniera così plateale mostrandosi vulnerabile davanti ad una sconosciuta.
Si sentì in imbarazzo per lui.
"La prego, non pianga".
"Mi lasci sfogare, Miss Andrew, mi sono trattenuto troppo a lungo!".
"Lei e Terence vi siete chiariti dunque?".
"Sì" le rispose il Duca sollevando gli occhi "e so che lei ha avuto un'influenza determinante sulla sua decisione di venirmi a cercare…".
"Non deve ringraziarmi in alcun modo, signore… Terence ha fatto un lungo e difficile percorso nella sua vita. Sono sicura che sarebbe arrivato anche da solo alla fine della strada. Era inevitabile. Siete padre e figlio… per quanto il dolore vi abbia accecato la vista ed allontanati con violenza…".
"Forse sarebbe stato come dice, Candice, ma un angelo ha guidato mio figlio a guardarsi dentro prima che per noi fosse troppo tardi. E lui ancora una volta si è dimostrato migliore di suo padre…".
"Non deve spiegarmi nulla…" insistette lei.
"L'importante è che voi due abbiate avuto modo di capirvi…".
"No, io devo parlare, la prego. Entriamo un secondo nella mia auto, nessuno ci disturberà".
Richard avvertì il suo seguito che avrebbe voluto qualche minuto di assoluta privacy con quella ragazza che evidentemente conosceva.
Educatamente le aprì la portiera e la lasciò accomodarsi con calma.
"Candice, Candy… la supplico di ascoltarmi, so che lei e Terence avete discusso a lungo della sua infanzia e che lui le ha raccontato del nostro 'non idilliaco' rapporto senza segreti.
Ora le apparirà assurdo quello che le dirò, ma io ci tengo a farle sapere che mio figlio è il bene più prezioso che mi abbia regalato la vita, malgrado tutti i miei imperdonabili errori di cui ho avuto tempo a sufficienza per rammaricarmi.
Mi fa male riconoscerlo… non ho capito l'importanza di questa ricchezza gratuita che avevo ricevuto fino a che lui non ha scelto di fare a meno di me. Ho rielaborato in ogni silenzio e in ogni incubo notturno quella decisione che mi sono andato irresponsabilmente a cercare e che mi ha letteralmente dannato.
È penoso, sa, per un uomo di una certa età cresciuto nelle certezze più nette rimettere in discussione tutta una vita… Io con lui ho fallito in tutto! L'ho condannato per la mia pavida debolezza ad un'infanzia infelice lontano da sua madre, per cui non ho avuto il fegato di lottare nonostante l'amassi e l'ami tuttora, gli ho fatto da padre silenzioso e troppo severo e non ho visto, maledizione…" scoppiò un'altra volta in lacrime di amaro rimorso "non ho saputo vedere come Beatrix lo trattasse e come nella sua malata ed ottusa cecità calpestasse giorno dopo giorno la sua sensibilità. Ha avuto l'ardire di negare fino all'ultimo, anche davanti a lui che mi confidava le sue violenze… sotto i miei occhi…
Io non ho mai visto i lividi del mio bambino, troppo preso come ero a lenire le mie ferite e soffocare nel distacco i miei sensi di colpa, e non ho mai ascoltato i lamenti ancora più dolorosi che mi gridavano silenziosamente i suoi occhi ribelli. Che stolto, che padre indegno… Dio solo sa quanto mi abbia dilaniato ascoltare le sue parole di rancore e sofferenza! Come potrei biasimare la sua fuga che gli ho rinfacciato tante volte con astio? Con quale spudorata faccia tosta ho continuato a farlo per anni?
Ma Terence è cambiato, Candy… ha saputo zittire il suo orgoglio come io non avrei saputo fare al suo posto per concedere spazio ad un dialogo ancora possibile. E io non so come esprimerle quanto le sia grato per averlo aiutato a tirarsi fuori dalla melma a testa alta e diventare quel che è…".
"Suo figlio è una persona forte… io non ho fatto nulla…".
"Lo so… Terence è un ragazzo straordinario ma è stato l'amore che ha sempre provato per lei che lo ha fatto crescere. Lei lo ha spogliato della sua corazza e lo ha spinto a fare i conti con le sue angosce, domando quel senso di rabbia vuota che si portava addosso come una colpa. Me lo ha detto lui stesso, io devo a lei la commozione con cui mi ha abbracciato riuscendo a dirmi che ha superato il male che gli ho fatto e che ha ancora bisogno di me...
Adesso… io e Terence abbiamo tanta strada ancora da percorrere ma finalmente abbiamo accettato di guardarci negli occhi leggendovi solo affetto. Ed io sono felice di avere avuto l'opportunità di incontrarla e di ringraziarla così presto… non può capire quanto sia importante per me.
Lei e mio figlio avete la mia più sincera benedizione…".
Candy si scostò da lui arrossendo.
"Oh, no, signor Duca, forse ha frainteso, fra noi non c'è quel tipo di legame. Anche io ho commesso i miei errori con lui… Non so se abbia ancora voglia di permettermi di rimediare…".
"Il rancore e l'orgoglio sono dei subdoli ladri di attimi preziosi, mia cara! Il presente sfugge tra le dita…
Non so se per me ed Eleanor ci sarà ancora un tempo ed una possibilità ma per lei e Terence è tutto diverso. L'amore è là fuori, a portata di mano… Sono sicuro che voi saprete ascoltare la sua voce! Venga, la faccio entrare io, non penso che qualcuno possa sentirla bussare. Per incontrarmi con tranquillità Terence ha concesso un giorno di riposo alla servitù. Non c'è nessun altro in casa oltre a lui. Entri e segua quella stradina a destra; può trovarlo nel giardino di fronte all'ingresso laterale, io l'ho lasciato lì…".
Candy lo seguì, aspettando che gli aprisse con la copia delle chiavi che il figlio gli aveva lasciato.
Con composto riserbo lo salutò mentre risaliva, ancora toccato, a bordo della sua Rolls Royce.
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Poi, con incedere rallentato, si inoltrò oltre il cancello.
Un fresco odore d'erba appena tagliata le solleticò le narici.
Avanzò nel viale sapendo già dove dirigersi.
Sul rado prato perfettamente tenuto lo vide in lontananza sdraiato a braccia aperte nel verde ad osservare il cielo solcato da qualche sparuta nuvola.
Quel prato abbracciava silente ed amichevole la sua figura pensierosa.
Qua e là gruppi di narcisi temerari che ancora resistevano fuori tempo avvertivano il suo trepidante avvicinarsi che solo qualche settimana prima quello spazio doveva essere stato sommerso dal giallo intenso delle loro vivaci e longeve fluorescenze.
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Catturata dalla sua vista, Candy si fermò ad osservarlo a distanza.
I suoi occhi profondi che si perdevano nell'esplorazione del cielo.
Era bello. Incredibilmente e irresistibilmente bello. In quel momento desiderò solo che fosse suo.
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Il lieve fruscio dei suoi passi ingessati lo distolse dalle sue meditazioni.
Terence si voltò rialzandosi da terra, pensando che Richard fosse tornato indietro.
"Papà… sei più testardo di me allora! Ti ho detto che per il momento non intendo accettare la tua proposta…".
Le sue parole si smorzarono a mezz'aria davanti a lei.
"Candy? Cosa ci fai tu qui?".
"Tuo padre mi ha lasciata entrare… Mi ha detto che ti avrei trovato in giardino…".
"Che sei venuta a fare?" le chiese seccato ma era tremendamente contento di vederla.
Candy fece un altro timido passo verso di lui.
"Perdonami, Terence! Non avrei mai dovuto dubitare di te… Non so come ma io devo avere il tuo perdono!".
"Mi hai ferita, Candy, come nessun'altra! Mi hai trattato come un mascalzone!".
"Non volevo… non l'ho mai pensato veramente… MAI!
Ho visto Anthony piangere stravolto, ero frastornata, il tuo biglietto, io…".
"Va bene, scuse accordate!" tagliò corto lui senza astio.
"Ora puoi riattraversare l'oceano per raggiungere Anthony sull'altare... Lasciami guardare avanti, te lo chiedo per favore! È già un'impresa ricominciare. Lo capisci che ho bisogno di rimettere insieme i cocci della mia vita per la seconda volta?".
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"Io non sposerò Anthony!" singhiozzò Candy.
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Uno sguardo ferito la sferzò ancora per allontanarla da sé.
"Perché? Per il momento è troppo impegnato a seguire qualche improcrastinabile pratica legale degli Andrew? Oh no, fammi pensare, c'è forse qualche esame fondamentale a Princeton che gli richiede la massima concentrazione per garantirgli il brillante voto di laurea atteso da suo padre, vero?".
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"Gli ho detto che non posso sposarlo perché non lo amo più…".
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"Cosa?".
Terence si levò a sedere sgomento mentre lei, come una visione immateriale, si accasciava in ginocchio a un metro da lui soffocata da un pianto incontrollato.
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"Ti amo, Terence. Io amo TE!" gli rivelò tra i brividi sconnessi.
"Non ho niente altro da doverti dire. Solo questo.
Mi dispiace di non averlo capito prima.
Se ora tu non vorrai più saperne di me saprò accettarlo… ma non potrò mai più smettere di amarti!".
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"Candy…".
Senza più pensare, Terence si ritrovò anche lui in ginocchio davanti ai suoi occhi lucidi.
"Basta scuse! Basta dolore!" la scongiurò asciugandole il viso con le dita come poteva.
"Terry, ma io… devo…".
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"Basta… basta… basta!".
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Con un bacio improvviso stoppò le sue parole.
Sofferenze, indecisioni, rimorsi, paure. Tutto fu azzerato in quell'istante.
Era tutto così chiaro. Dirompente. Ineffabile. Sublime.
La verità era sempre stata sotto i loro occhi.
Loro due si appartenevano.
Terence si allontanò da lei guardandola per la prima volta senza ostacoli che inibissero le sue azioni.
Un sorriso infinito gli colorò il viso.
Lei si sentì definitivamente conquistata da quel sorriso, catturata da una gioia sfacciata che le pulsava esplosiva sotto la pelle.
Si abbracciarono nuovamente, lasciandosi ricadere all'indietro sull'erba morbida e ancora bagnata.
Avvinghiati e felici si rotolarono più volte senza riuscire a smettere di ridere.
L'aria del pomeriggio rinfrescata dal profumo della mentuccia selvatica si inebriò della loro ebbra euforia.
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Terence le si fermò sopra, ancora incapace di mettere a fuoco la realtà. Con le braccia tese circondò le sue spalle, accarezzando dall'alto il suo viso con i lunghi capelli spettinati.
La baciò più volte. Intensamente e profondamente.
Ogni loro minimo battito si asservì a quell'unico respiro trattenuto che dominava le loro bocche ansiose d'amore.
Si respirarono, si divorarono, si fusero in un abbraccio convulso che aveva solo fame.
Una fame a lungo repressa e perciò ancora più urgente.
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Candy sentì le sue dita scorrere avidamente sul proprio corpo demolendo le sue fragili difese in un dolce e inarrestabile arrembaggio, mentre le loro labbra non smettevano furiosamente di cercarsi.
Fremendo lasciò scivolare le mani verso il basso, lungo la sua schiena.
Le arrestò decise mentre lo attirava più vicino.
Era il primo gesto di possesso sul suo uomo. Un gesto sconosciuto e consapevole.
Terence lo avvertì con l'ardito e divertito sapore di una vittoria.
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"Potrei morire su queste labbra…" le disse godendo di un'esaltante sensazione di levità.
"ma ora ho troppo voglia di vivere!".
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"Anthony siamo arrivati, la via è questa… ma non mi ricordo se il numero civico sia 69 o 96… Pensavo di riuscire a memorizzarlo ma devo riconoscere a malincuore che la mia testa a volte non esegue i miei comandi…".
"Stear, stai dicendo sul serio?".
Anthony sbuffò spazientito all'ennesima leggerezza dimostrata del cugino.
"Mi sembra che ti ci stia mettendo di impegno! E passi per il serbatoio che ti sei dimenticato di riempire lasciandoci a secco in aperta campagna ma la buca che hai preso poco fa un altro po' ci faceva saltare una ruota con tutto il semiasse ed ora… possibile che non ti ricordi quel benedetto numero? Hai una memoria eccezionale tu!".
Era vero. Stear le aveva provate davvero tutte, sotto lo sguardo bonario e caldeggiante di Albert, per rallentare il loro viaggio e consentire a Candy di potere almeno chiarirsi con Terence prima del loro arrivo.
"Non preoccuparti, la strada non è molto lunga ed abbiamo due sole alternative da verificare… almeno così credo…" rispose Stear con un'aria non molto convinta.
Albert gli venne incontro.
"Su, Anthony, non perdiamoci d'animo. Proviamo a controllare al 69. Di sicuro qualcuno ci saprà dare sue notizie".
Titubante Anthony seguì il suo consiglio, scendendo dall'auto ed avviandosi al vicino cancello.
"Sembra che non ci sia nessuno lì dentro…" constatò dopo qualche minuto.
"E qui non passa anima viva…" confermò anche Stear osservando la stradina deserta.
"Gli artisti saranno tutti impegnati a teatro a quest'ora".
"Aspettate… mi è sembrato di sentire delle voci provenire da questa parte… Lì il muretto è più basso…".
Albert si spostò verso destra lungo la recinzione dell'elegante cottage e li sollecitò a seguirlo.
"Stear, vieni qui e dammi un aiuto… e tu che sei più agile, Anthony, prova a salire sulle nostre mani per raggiungere la cima. Potremmo chiedere a quella gente di aprirci e darci qualche informazione…".
"D'accordo!" risposero i due di getto.
Senza difficoltà Anthony si appoggiò a quell'estemporaneo supporto e riuscì a guardare all'interno.
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Le sue pupille si sgranarono a quella vista.
Per pochi drammatici secondi rimase pietrificato ad osservare.
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Era proprio Candy quella donna tra le braccia di Terence.
Si stavano baciando appassionatamente. Si stavano accarezzando e spogliando.
Lui le stava slacciando i nastri che chiudevano la scollatura dell'abito, si stava immergendo con la testa nella sua biancheria, tra la candida pelle del suo seno.
Le sue mani. Le sue mani dappertutto su di lei.
E quelle di lei… stavano facendo la stessa cosa.
No, non era più Candy, non poteva essere lei quella ragazza che stava amando senza freni.
Con lui non si era mai lasciata andare così… Era lancinante leggere nei suoi occhi quell'ardente eccitazione, quante volte l'aveva desiderata per sé…
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Si sentì morire tra quei respiri ansimanti e quei corpi intrecciati e tremanti che gli apparivano da lontano una cosa sola.
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"Allora, cosa vedi? C'è qualcuno?" gli domandò Stear intuendo che qualcosa non andava.
"Sì Stear, c'è qualcuno… ma non credo che abbia voglia di prestarmi attenzione" rispose lui scendendo a terra.
"Mio Dio, Anthony, ma cos'è quella faccia? Sembra che tu abbia visto un ectoplasma…".
Anthony abbassò il viso senza rispondere.
"Hai visto… Hai visto Terence?".
"Sì…".
"E non è solo?".
"No…".
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Candy si lasciò sfuggire un gemito roco quando Terence con la sua bocca cominciò a spostarle il pizzo del reggiseno per appropriarsi delle floride rotondità che ribollivano sotto le sue dita esperte.
Istintivamente cercò il suo sguardo. Era spaventata dall'intensità di quello che le stava facendo provare.
I riccioli sparsi sul suo abito slacciato lungo le spalle nude. Le guance arrossate. I brividi sempre più arrendevoli sotto le sue carezze.
Terence mirandola si perse nel mare delle sue voglie.
Aveva un desiderio folle di possederla, rapirla, fondersi con la sua anima. Lì. In quel momento e per sempre.
Lei lo stava inconsapevolmente incoraggiando con il suo totale abbandono.
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Con un gesto frenetico le liberò un capezzolo dal merletto succhiandolo famelicamente. Tra le pareti del palato lo sentì indurirsi e rabbrividire mentre lo avvolgeva e lo stuzzicava con movimenti veloci.
Tutto il corpo di Candy viaggiava sulla tensione di quelle contrazioni irregolari.
"Oh, Terence…".
Il giovane la osservò spingere la schiena contro l'erba, avvertendo i muscoli delle sue cosce stordirsi in un incontrollabile tremolio.
"Aspetta…" le disse dolcemente staccandosi da lei.
"Perché?" sibilò Candy a fil di voce.
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"Non ti voglio così…".
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Con le mani divenute d'un tratto impacciate, le rimise a posto il corsetto e le annodò con delicatezza i nastri.
Si alzò e le tese la mano.
"Vieni, Candy, andiamo…".
"Ma dove vuoi andare? Non capisco…".
Riacquistando il suo solito tono scanzonato, Terence le lanciò un luccichio di sfida.
"Aspetta e lo vedrai tu stessa, Tuttelentiggini!".
"Voglio saperlo subito!" si impuntò Candy sollevandosi in piedi e impedendogli con il corpo il passaggio.
Terence continuò a giocare, solleticato dalla sua espressione curiosa.
"Non ancora… te lo dirò tra poco…".
"E invece me lo dirai adesso! Non puoi decidere sempre tutto tu!" gli rintuzzò lei prendendogli il viso tra le mani ed avvicinandoselo per lasciargli un altro bacio morbido e sensuale sulle labbra.
"Mi lascerò corrompere solo da un milione di questi baci, amore…".
"Comincia a contare allora… amore!".
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Senza sciogliere l'abbraccio si incamminarono svelti verso l'auto, continuando a baciarsi.
Non riuscivano a staccarsi da quei baci.
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Anthony, Albert e Stear videro la Cadillac rossa uscire dal cancello e sfrecciare via in direzione del centro.
"Dove staranno correndo così?" si chiese Albert.
"Forza, seguiamoli, saltate su!" li esortò Stear.
Vedendo che Anthony era rimasto impassibile e non accennava un passo, Stear lo trascinò di forza dentro.
"Abbiamo viaggiato per giorni per arrivare fin qui, non avrai mica deciso di rinunciare a parlarle? Sapevi cosa avresti trovato quando hai scelto di partire!".
"No, Stear, hai ragione… ed io non sono un codardo…" si smosse lui come svegliandosi.
"Dopo quello che ho appena visto, credo di avere più che mai bisogno di parlare con lei".
Li seguirono per un po' a distanza.
Terence ridiscese tutta Henley Street prima di parcheggiare all'ingresso pedonale di Meer Street, l'unica via circolare della città. Aiutò Candy a scendere ed insieme fuggirono a piedi, inghiottiti dalla fila di edifici centenari.
"Non possiamo seguirli…" si lamentò Albert "non si vedono già più… li abbiamo persi…".
Stear ebbe allora un'intuizione.
"Albert, forse ho una vaga idea di dove siano diretti… Rimettiamoci in macchina, andremo ad aspettarli lì…".
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Continuando a correre, Candy e Terence raggiunsero la piccola piazza lastricata di ciottoli.
Lì si fermarono trafelati e sorridenti cercando di regolarizzare la respirazione ancora in affanno.
Lui le diede il braccio e la invitò ad entrare in un negozietto dall'insegna particolarmente appariscente che aveva attirato da subito l'interesse della ragazza: 'William's Right Hand'.
"E' la sartoria che serve le principali compagnie teatrali qui. Lavorerà anche per noi quando verrà il momento" le anticipò aprendo la porta.
La donna di bell'aspetto che stava controllando i conti alla cassa riconobbe subito il noto attore e prossimo regista. Si erano conosciuti il giorno prima e Terence non aveva mai faticato troppo a rimanere impresso nelle fantasie femminili.
"Signora Rain…".
"Oh, signor Graham, che piacere rivederla…".
Aggiustandosi alla buona la folta capigliatura corvina, Faith Rain gli andò subito incontro rivolgendo a Candy un cordiale gesto di saluto con il viso.
"Come posso esserle utile? Avete già qualche idea per il prossimo lavoro che porterete in scena?".
"Francamente…" si giustificò Terence coprendo con disinvoltura il lieve disagio "non sono qui per questioni di lavoro. Ci servirebbero due vestiti per un matrimonio…".
Faith corse a prendere un taccuino e cominciò ad annotare alcuni appunti.
"Ho bisogno dei modelli per potere prendere le misure ed iniziare la confezione…" chiese distrattamente.
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"Eccoli, li ha davanti ai suoi occhi… sempre che la signorina qui presente accetti di sposarmi…".
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"Ah… perfetto… signor Graham, mi dica…" continuò lei senza fare una piega "per quando è fissata la data delle nozze?".
Terence le rispose continuando ad offrire le spalle a Candy, godendo con la coda dell'occhio della sua esterrefatta reazione.
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"Per oggi, signora… noi stiamo andando a sposarci!".
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"Cosa? Ma forse non vi rendete conto, per lo sposo è semplice… ma per rifinire un vestito di buona fattura per la sposa ci vogliono molti giorni!".
"Ci faccia vedere qualche abito che ha già in negozio allora, andrà bene lo stesso!".
Candy si fece avanti determinata, voltandosi verso di lui con un'espressione maldestramente trattenuta che gli gridava il suo stupefatto ed entusiasta sì.
"E che sia il più bello, non vogliamo badare a spese!" sciolse ogni indecisione Terence sorridendole deliziato dal suo imbronciato pudore.
Non si era mai sentito più soddisfatto di sé in tutta la sua vita!
"Forse ho idea di quello che potrebbe fare al caso suo, signorina, venga con me in laboratorio!".
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Terence indossò uno smoking classico e rimase ad attendere davanti all'enorme specchio.
Si sentiva leggero.
Dopo buoni venti minuti, la sarta e la sua nuova cliente uscirono dal camerino.
Candy aveva addosso uno splendido abito di seta rosa pallido dalla linea pulita con punto vita sui fianchi fermato da un'ampia fascia. Solo il bustino era finemente avvolto da un ricamo discreto che conteneva il décolleté mentre la gonna scendeva morbida e senza strascico accarezzando le sue forme senza crinoline ed elementi decorativi che creassero eccessivo volume. Faith le aveva aggiunto un velo trasparente cucito ad un fermaglio di perline che le raccoglieva parzialmente i capelli.
L'unico dettaglio più lavorato era il piccolo bouquet abbellito da una cascata di nastri recanti la stessa trama del ricamo dell'abito, in cui i 'nodi d'amore', tanto cari alla moda dell'art déco, erano intrecciati a piccoli fiorellini rosa.
"Terry, guarda questo come mi sta bene... mi piace!".
Terence incrociò le braccia.
"Sei bellissima ma non se ne parla nemmeno, troppo scollato! Non ti farò uscire di qui in quel modo!".
"Aspettate" intervenne prontamente Faith "ci penso io. Basta applicarle un piccolo punto qui… così è un po' più coperta, Candice. Potrà avere il suo abito ed accontentare il suo possessivo marito… Credo che il mio compito sia finito. Lei è molto più bella così semplice, non ha bisogno di tanti ninnoli…".
L'attore si fece all'improvviso serio.
"Confermo quello che ha detto, signora Rain, io sono rimasto stregato dalla sua semplicità!".
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Non molto tempo dopo i due giovani uscirono mano nella mano dalla sartoria in un ineccepibile abbigliamento da nozze, destando la curiosità dei passanti.
"Se ci affrettiamo possiamo parlare con un sacerdote che mi ha presentato Gordon appena sono arrivato qui" propose Terence.
"E' il fratello del proprietario del teatro dove lavoreremo e mi è sembrato un tipo abbastanza anticonformista. Sono sicuro che non si spaventerà quando ci vedrà.
A proposito, grazie per avere accettato…".
"Tu sei…".
"Non ricominciare a chiamarmi stupido, Candy, ti prego…" scherzò lui fermando la sua risposta in controtempo con un focoso bacio.
"Sei un adorabile stupido, amore mio! Ed io una folle che ti sta sposando senza pensarci su un secondo…".
"Stai facendo un'ottima scelta! Vedi? Hai imparato a fidarti del tuo istinto… Filiamo in chiesa adesso… Ci aspetta un matrimonio memorabile che ci riguarda da vicino!".
Candy si fermò di scatto, esitante.
"Nessuno ci sposerà mai senza fedi, Terry…".
In effetti, era un particolare a cui Terence non aveva pensato.
"Oh già, le fedi… non ho visto botteghe di orefici aperte in giro però… forse ho trovato!" la rassicurò ricominciando a correre.
"Dove stai andando?".
"A chiedere un gentile prestito…".
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Senza perdersi d'animo, Terence si accostò ad una coppietta di anziani che se ne stava seduta ad una panchina.
"Buonasera signori" disse loro con il fiato ancora contratto per la corsa "so che la richiesta che sto per farvi vi sembrerà alquanto singolare ma io e la mia fidanzata avremmo un'estrema fretta di sposarci oggi stesso e non abbiamo ancora trovato delle fedi. Sareste così cortesi da farci concessione delle vostre solo per la durata della cerimonia? Ve le restituiremo appena sarà tutto finito. Ovviamente… siete invitati ad assistere…".
I due coniugi si guardarono stupiti per qualche attimo prima di sfilarsi contemporaneamente le vere dall'anulare.
"Tenga, lo facciamo con piacere…" gli disse la donna ponendogli i due anelli tra le mani e richiudendogliele con cura.
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*Cit. da Candy Candy Final Story di Kyoko Mizuki.
** Cit. da "Amleto" di W. Shakespeare.
