SANSA

Si sentiva strana, da giorni.

La Fortezza rossa era stato un luogo ostile fin dal primo momento: ricordava bene l'ansia, la paura, lo sconforto che aveva provato giorno, dopo giorno, dopo giorno, ma prima di allora non si era mai sentita così.

Era una sensazione che la accompagnava dal mattino alla sera. La avvertiva mente faceva il bagno, mentre mangiava, mentre passeggiava e soprattutto la sera, quando leggeva racconti alla luce tremolante delle candele.

E anche dopo, al buio, nel suo letto, spesso si ritrovava a rigirarsi sotto le lenzuola incapace di prendere sonno.

Era agitata. Il cuore le batteva costantemente ad un ritmo sostenuto, come se avesse salito dei gradini di corsa; se lo sentiva pulsare nel petto tanto da farle quasi male.

C'erano dei brevi attimi in cui osservava il fregio di un capitello, il riflesso del sole sul mare, il colore di un fiore o una piega particolare che aveva preso la gonna di una dama, e si scopriva lieta, quasi felice, a pensare a quanta bellezza ci fosse ancora nel mondo.

E poi c'era la rabbia, improvvisa, furiosa, immotivata, che le bruciava dentro.

C'era un'irrequietezza in lei che non le dava pace, era un albero squassato da venti avversi.

Non era abituata a sentirsi così e non sapeva cosa fare, aveva la costante sensazione di essere in bilico.

E quella mancanza di qualcosa che non sapeva dire ma che avvertiva, come non fosse stata più in grado di ricordare un particolare tremendamente importante.

Doveva essere la mancanza di casa. Da quanto tempo non vedeva sua madre? Sì, doveva essere quello...

Con tutte quelle brutte cose che erano capitate!

La corte sapeva in che modo Joffrey, il suo futuro sposo, l'aveva umiliata; tutti bisbigliavano e ridacchiavano al suo passaggio.

Lord Baelish aveva avuto ragione, il Mastino lo aveva detto proprio a tutti. E se poteva sopportare quanto accaduto, l'umiliazione pubblica le era intollerabile. Si era fidata di lui e non lo avrebbe mai perdonato.

Si sentva sola e triste. E piccola. E stupida. E terribilmente ignorante.

Ringraziava che Lord Baelish l'avesse avvisata, almeno poteva essere pronta. Prepararsi alle cose brutte le dava un certo conforto: dato che il dolore non si poteva evitare, voleva almeno evitare di farsi trovare impreparata.

Gli uomini erano tutti esseri spregevoli, non c'erano amici, solo ombre da cui guardarsi.

Aveva passeggiato in lungo e in largo per la sua stanza tutto il periggio, quando un valletto le annunciò il Primo Cavaliere.

«Lady Sansa»

«Mio lord Tyrion» rispose inchinandosi.

«Stavo andando a passeggiare e volevo chiedervi la cortesia di venire con me»

Il Folletto era un Lannister, ma la sua compagnia non le era sgradita, e poi, forse, sarebbe riuscita a calmare un po' quella frenesia che non le dava tregua «Volentieri mio signore»

Uscirono all'aria aperta, camminando in uno di quei corridoi assolati dei piani alti di cui la fortezza era adorna, fra vasi, rampicanti, balaustre e piccole nicchie in cui sedersi a godere il panorama.

Sarebbe stata bella la Fortezza rossa se solo non fosse stata la sua prigione, e a quell'ora del giorno il rosa dei mattoni si tingeva con l'arancio del tramonto, facendola quasi vibrare.

Lei e Tyrion Lannister non avevano molto di cui parlare in effetti, e il silenzio fra loro la metteva in imbarazzo. Poi finalmente lui dette quel tipico colpo di tosse che preannunciava l'inizio di una conversazione.

«Come state?» le chiese.

«Bene, grazie»

«Velevo dirvi che so del periodo tutt'altro che facile che state passando, e mi dispiace. Da quando siete arrivata avete conosciuto ben pochi momenti sereni e... diciamo che le cose non sono andate come avrebbero dovuto» era un po' a disagio, sembrava che gli dispiacesse sul serio «Come Primo Cavaliere è mio preciso compito garantire il vostro benessere e la vostra sicurezza e voglio che sappiate, Lady Sansa, che farò quanto in mio potere affinché il vostro futuro qui sia...» le sembrò che stesse cercando la parola adatta, qualcosa di positivo ma anche di verosimile «migliore» disse alla fine.

Beh, non che ci volesse poi molto, ma apprezzò il tentativo e anche il semplice fatto che ci avesse pensato.

«Grazie Lord Tyrion, è molto gentile da parte vostra. Tuttavia vi garantisco che la Fortezza rossa è una dolce dimora per me» le parole erano state esposte con la solita educata compostezza, ma il viso dell'uomo parve rattristarsi.

«Mia signora» si fermò «devo informarvi su alcuni fatti»

Sentì il cuore salire in gola e partire all'impazzata. Smise di camminare. Era arrivato il momento, lo sapeva, il matrimonio era stato fissato!

«Sono giunti dei corvi» disse invece.

Cosa? «Corvi?»

«Notizie, mia signora, dal Nord»

«Robb!» le sfuggì quasi un grido.

«No, le ultime notizie su vostro fratello sono di alcuni giorni fa e lo riportano vittorioso ed in buona salute»

Fossero lodati gli dei, se fosse successo qualcosa a Robb non sapeva che cosa avrebbe fatto.

«E mia madre?»

«Anche vostra madre, per quanto ne sappiamo» deglutì «Le notizie giungono da Grande Inverno... Gli uomini di ferro lo hanno attaccato e ora il castello è nelle mani di Theon Greyjoy»

Era caldo, eppure un brivido la attraversò tutta. Non era possibile, non era possibile, non era possibile.

Theon non... Erano cresciuti insieme, per quanto arrogante e sfacciato era quasi un fratello, o almeno un parente. Lui amava la sua famiglia, amava Robb ne era certa, non avrebbe mai fatto una cosa simile.

«No» disse «deve esserci un errore, Theon è partito con Robb, sta combattendo con lui»

La interruppe «Sì... ma poi deve essere cambiato qualcosa..»

Era incredula, non c'era ragione per cui Theon dovesse fare una cosa simile. Lui a malapena ricordava suo padre, non era un uomo di ferro, era un uomo del Nord...

«Lady Sansa» la voce di Tyrion si frappose ai suoi pensieri «temo che non sia tutto..»

A quel punto la sorpresa divenne paura, avrebbe voluto chiedere, ma non aveva il coraggio di farlo.

Guardò l'uomo, sperando che capisse, e così dovette essere perché proseguì «Ser Rodrik e il Maestro.. »

«Luwin»

«..e Maestro Luwin... sono stati uccisi»

«No! No, no è impossibile, Theon ha imparato da quegli uomini tutto quello che sa, non può.. perché lo avrebbe fatto?»

«Ser Rodrik si è rifiutato di inchinarsi ai Greyjoy, riguardo al gran maestro, non so dire perché sia stato giustiziato» spiegò.

Giustiziato? Dov'era la giustizia nelle esecuzioni sommarie a cui Westeros era abituata? Assissinare un uomo perché non voleva sottostare a un invasore non era giustizia. Non ne era nemmeno una pallida imitazione.

Non poteva crederci: Maestro Luwin era un uomo gentile e saggio, tutta la sua istruzione sulla storia, la geografia, i miti e le leggende del continente occidentale ed orientale, e la sua conoscenza del valyriano, venivano da lui.

E Ser Rodrik, così pieno d'amore e rispetto per il nord, che si era fatto uccidere piuttosto che tradire la memoria di suo padre!

Quei due uomini avevano reso lei e i suoi fratelli - incluso Theon - quelli che erano, ed ora erano morti.

Theon doveva essere impazzito per fare del male alla sua fam...

All'improvviso un pensiero spaventoso le attraversò la mente, provò a parlare ma la voce non uscì, allora, paralizzata dalla paura, respirò e si obbligò a porre la domanda «I miei fratelli?»

Le labbra dell'uomo si serrarono in una smorfia e le sopracciglia assunsero un'espressione affranta, poi scosse lentamente la testa «Lady Sansa, mi dispiace così tanto!»

La risposta la colpì come un pugno. Rimase immobile, mentre il terrore del dubbio si tramutava nello strazio della certezza. Desiderò di non averlo chiesto, desiderò non saperlo, di non sapere nulla.

Si portò le mani alla bocca per reprimere un gemito e si voltò.

«Vorrei avere il potere per risparmiarvi questo terribile dolore Lady Sansa» disse.

Non rispose, non perché la ritenesse una mera frase di circostanza, ma perché, se anche le fossero venute le parole, qualunque cosa sarebbe stata comunque inconsistente.

«Se c'è qualcosa che io possa fare per voi» le disse allungando la mano verso di lei.

D'istinto scattò in avanti per sottrarsi al contatto «Vorrei rimanere sola, per favore»

«Certo» rispose.

Tyrion Lannister attese ancora un istante poi, mentre si stava già allontanando, lei lo richiamò «Lord Tyrion?» il Folletto si voltò «Vi ringrazio.. per essere stato voi a dirmelo»

L'uomo annuì «Di nulla, mia signora»

Le sembrava di sognare.

Aveva preso del latte di papavero per riuscire a placare il dolore e dormire, ma tutto quello che le era riuscito era piombare in uno stato di angoscioso stordimento.

Continuava a vedere i volti dei suoi fratelli, così come li ricordava dall'ultima volta che li aveva visti: sereni, felici, vivi.

Ma ora Bran e Rikon non c'erano più.

Sentiva nelle orecchie la risata allegra di Bran. E Rikon così piccolo e tenero! Quante volte era stata l'unica a riuscire a calmare il suo pianto? Lo prendeva in braccio, lo cullava e lui si calmava sempre.

Sentì la sua manina paffuta attorno al dito.

Non ci sarebbero più state le risate di Bran, né la pelle liscia e morbida delle guance di Rikon.

Continuava a guardare oltre le tende, accovacciata sul divanetto, senza riuscire a prendere sonno. Avrebbe dovuto insistere per avere più latte di papavero...

Uscì dalle sue stanze. Doveva essere molto tardi, il castello era completamente silenzioso ed immerso nell'oscurità.

Arrivò in fondo al corridoio ed uscì all'aperto.

Camminò per un po' senza sapere dove andare: non era un luogo che stava cercando, ma una sensazione.

Si ritrovò in uno dei giardini pensili e avanzò fino alla balaustra, sotto di lei, qualche piano più in basso, guardie armate facevano la ronda sui camminamenti, davanti a lei il mare cupo si confondeva in un cielo altrettanto cupo. Forse c'erano le stelle, ma aveva gli occhi troppo appannati per vederle.

La morte di suo padre era stata straziante, ma perdere i suoi fratellini...

Suo padre era morto da soldato facendo il suo dovere, Bran e Rikon invece, erano vittime innocenti dell'indecenza umana!

Erano solo bambini ed ora non sarebbero mai cresciuti, non avrebbero mai percorso la strada della loro vita. E lei non li avrebbe rivisti mai più.

Il vento notturno che soffiava da est le passò addosso e solo allora si rese conto di essere uscita in camicia da notte e senza scarpe.

La sua famiglia si stava sfaldando: prima suo padre, poi Arya, adesso i due fratelli più piccoli.

Erano rimasti solo loro.

Lei e suo fratello erano gli ultimi eredi della più antica famiglia del Nord.

Cosa avrebbe dato per poterlo abbracciare.

Oh Robb, chissà se aveva già saputo. E sua madre!, che dolore terribile doveva essere per lei!

Perché Theon aveva fatto una cosa del genere, come? Annaspava nei pensieri senza trovare uscita. Il petto le doleva, e così la testa e la gola, dove il groppo non riusciva ad andar giù. La verità era che non c'erano risposte, a parte una: la crudeltà.

La crudeltà delle persone e della vita. E lei conosceva bene entrambe.

Si appoggiò al parapetto, tirò indietro la testa e chiuse gli occhi, se solo avesse potuto dormire... Era così stanca di quella giornata, stanca di quella lucidità che la obbligava a pensare, desiderava solo l'oblio...

Un rumore ovattato alle spalle la richiamò, ma ci mise un attimo prima di riuscire a voltarsi.

La figura scura alle sue spalle assorbì la poca luce intorno a lei, una macchia nera sul fondo nero della notte. Anche se non fosse stato così più alto e robusto di tutti gli altri, avrebbe saputo comunque che era lui. Da un certo punto in poi aveva iniziato a percepirlo, le pareva di sentire quando stava per comparirle di fianco.

«È tardi» disse con la sua solita voce roca.

Se fosse stata un'occasione diversa avrebbe notato che erano le prime parole che le rivolgeva dopo quello che era successo, ma in quel momento non aveva molta importanza.

Si limitò a guardarlo, poi si voltó di nuovo.

«Non dovresti stare qui» continuò.

Rimase ostinatamente trincerata dietro il suo silenzio.

«..sta per piovere» aggiunse.

«Allora dovreste andare a ripararvi»

Non gli aveva mai parlato in un simile modo, ma in quel momento le parole le erano uscite da sole.

«Mi dispiace per i tuoi fratelli Uccellino»

Sapeva che erano morti.

Certo che lo sapeva. Tutti sapevano tutto alla Fortezza Rossa.

«Non chiamatemi così!» si girò di nuovo verso di lui, lentamente «Non fatelo mai più» era esausta.

Aveva sopportato tutto, superato tutto. Voleva solo tenere duro e andare avanti, sopravvivere ancora un giorno in attesa che le cose finalmente tornassero a girare nel verso giusto, ma quell'attesa sembrava non finire mai, e ogni dolore che superava veniva rimpiazzato da uno più grande. Sembrava che gli dei si divertissero a metterla alla prova, a condurla all'estremo, per vedere fino a che punto potevano spingerla prima che si spezzasse.

Lo lasciò dov'era e proseguì sotto il pergolato tenendosi al parapetto: il latte di papavero iniziava a farsi sentire e avere un'andatura dritta le era sempre più difficile.

Le parve che la seguisse ad una certa distanza, ma non si voltò.

Perché non se ne andava?

Perse il ritmo dei sui passi, barcollò e si tenne ad una colonnina, aggrappanosi ai tralci di gelsomino.

La raggiunse «Ti porto dentro» disse mettendole una mano dietro le spalle.

«No!» si tirò via «Non mi toccate!»

Non riusciva a vederlo bene. L'ombra si avvicinò, lei fece un passo indietro e scivolò verso il parapetto del pergolato; sotto di lei il vuoto, davanti la sagoma scura del Mastino che la sorreggeva.

Era confusa, la testa era sempre più pesante e quella presenza, così vicina, la turbava come non mai.

«Perché l'avete fatto?» chiese.

Il Mastino taque.

«Perché?» ripeté; più che una domanda era un'accusa.

«Se non lo avessi fatto io Joffrey lo avrebbe fatto fare a uno degli altri» sussurrò.

«Non dico quello, so che non avevate scelta... Ma perché lo avete detto a tutti?»

Aggrottò la fronte «Eh?»

La mancata risposta la esasperò «Perché?» lo colpì.

Niente.

Lo colpì di nuovo, con tutta la forza che aveva, senza spostarlo di un dito.

«Lo sa tutta la corte, tutti ne parlano, tutti ridono!» la voce era rotta dai singhiozzi, le mani colpivano la maglia di ferro e il rigido pettorale; le facevano male ma non smetteva.

Lui si lasciò colpire, senza fermarla.

«Sapete cosa dicono di me le guardie?» continuò.

A quel punto le prese i polsi «Ti hanno detto che sono stato io?»

Questa volta fu lei a non rispondere.

«Chi è stato?»

Qualcosa nel suo tono le fece paura.

«Nessuno» mentì. Era certa che se lo avesse saputo, Lord Baelish avrebbe fatto una brutta fine.

Le si avvicinò «Pensi che sia stato io?»

Sì. No. Non lo sapeva. Erano successe troppe cose, e lei era troppo scossa. Era uscita dalla sua stanza pensando ai suoi fratelli e adesso si trovava sola col Mastino a parlare di tutt'altro. Il vento soffiò più forte e nell'aria crebbe quella tensione che si avvertiva prima di un temporale.

Mentre con la destra le teneva un braccio, con l'altra mano la afferrò per la nuca sollevandole il viso, e si abbassò su di lei.

«Sansa, pensi davvero che sia stato io?» la voce era bassa e roca come sempre, ma più morbida.

Pressata fra lui e la balaustra, non era più in grado di muoversi.

Le raffiche di vento si erano fatte violente, ma a malapena riusciva a sentire i capelli che svolazzavano e la mussola della veste che si avvolgeva alle gambe.

«Io... Non lo so» rispose sentendosi tanto piccola da voler sprofondare. Si vergognava da morire, avrebbe voluto che se ne andasse e al tempo stesso non voleva che lo facesse.

Piccole gocce iniziarono a cadere a terra, prima rade, poi sempre più fitte.

«Ditemi se siete stato voi» lo pregò.

«Io credo che tu lo sappia»

Le gocce d'acqua si erano tramutate in pioggia, che le correva giù per il viso e i capelli inzuppandole la veste.

«No, io so solo le oscenità che dicono di me!» rispose di getto, senza cercare di nascondere rabbia e tristezza.

Anche il Mastino era fradicio, la pioggia gli gocciolava giù dai capelli e lungo il collo, ma a nessuno dei due sbrava importare.

Sospirò in quel suo modo tipico, fra l'ironico e il rabbioso «Avrei dovuto ucciderli» sussurrò più a sé stesso che a lei. Poi la fissò, chinò il viso sul suo, vicinissimo «Vuoi che lo faccia?» le chiese.

Credeva di non aver capito «Come?»

«Devi solo dire di sì e quella gente non arriverà a domattina» era calmo, come se stesse parlando del tempo.

«Allora, vuoi che li ammazzi?»

Sì, lo voleva, ma l'idea che potesse farlo davvero le fece paura «No» sussurrò.

Rimase fermo a guardarla e in silenzio annuì.

Le sembrò che tutto perdesse consistenza. Sentiva il profumo di zagara e gelsomino, la pioggia che le scorreva addosso, i tuoni in lontananza, ma non era lì, non era da nessuna parte, e i suoi fratelli non erano morti e i Lannister non erano mai esistiti.

Poi lui si allontanò.

Senza quel contatto si rese conto di aver freddo, bagnata da capo a piedi. Rabbrividì.

«Rientriamo» le disse.

Camminarono fianco a fianco lasciando una lunga scia bagnata dietro di loro. Il silenzio era quasi irreale e Sansa era troppo stanca per dire qualunque cosa; finalmente era troppo stanca perfino per pensare...

Arrivarono in fretta alla sua porta, almeno così le parve.

«Ti accendo il fuoco» le disse entrando.

Sansa fece luce con nuove candele, mentre l'uomo si accucciò, prese qualche piccolo ramoscello e un po' di paglia dalla cesta - che era sempre a disposizione, anche in piena estate - e li accese con un cero.

Dopo di che, senza guardarla, andò verso la porta.

Sulla soglia si fermò «Mi dispiace per i tuoi fratelli.. e per tutto il resto»

«Grazie» rispose lei con un filo di voce, poi, proprio prima che uscisse, aggiunse «Lo fareste davvero? Uccidereste davvero delle persone per me?»

Sandor Clegane la guardò serio «Sì»