SANDOR
Approdo del re era in subbuglio.
Stannis Baratheon si preparava ad attaccare la capitale e il Folletto si preparava a difenderla.
Dato che tutti concordavano sul fatto che sarebbe stato un attacco via mare, il Primo Cavaliere aveva dato ordine di distruggere tutte le baracche che si ammassavano contro le mura della città, fra gli scogli e i rigagnoli di liquami che scaricavano in mare.
Erano ammassi di tavole e cenci così infimi, che qualunque nome gli si fosse dato sarebbe equivalso ad una promozione, ma per molti disgraziati erano l'unico rifugio conosciuto, quindi il malcontento generato era superiore alla paura per l'arrivo di Stannis.
I cittadini non avevano amato il minore dei Lannister quando li ignorava passando da una battona all'altra, e lo amavano ancor meno ora, quando si dannava per proteggerli.
Non lo stupiva: per la maggior parte di quelle persone non faceva alcuna differenza quale testa reggesse la corona.
Nascevano pulciosi e vivevano in un letamaio, e poco importava qual'era il nome del re che li faceva morire di fame... erano talmente abituati ad orrore e miseria che anche la prospettiva di un assedio non li preoccupava più di tanto.
In realtà nemmeno a lui faceva molta differenza.
Il suo ruolo era simile a quello di un fottuto gran maestro: lavorare per Robert, Joffrey o Stannis, per lui sarebbe stato indifferente.
Però gli faceva pena il modo in cui il Nano si dava da fare, guadagnando solo insulti... Forse aveva detto la verità: nessuno avrebbe reso loro merito per le buone intenzioni!
In tutto quel cazzo di caos il Concilio ristretto aveva fissato le nozze del re.
Non gli veniva in mente un momento meno adatto per organizzare dei festeggiamenti, ma probabilmente c'era qualcosa che generava una certa sollecitudine, qualcosa che lui non sapeva... Ma era chiaro che volessero tenersi stretti la ragazza, soprattutto ora che aveva sanguinato.
Ventuno giorni.
Ventuno giorni e sarebbe diventata la moglie di Joffrey.
Sapeva che sarebbe successo, lo aveva sempre saputo, ma ora che c'erano arrivati non sapeva affrontarlo.
Ventuno giorni.
Imprecò dentro di sé.
Gli dei avevano un curioso senso dell'umorismo. Riusciva quasi a sentirli ridere di lui.
Aveva pensato di essere preparato, come lo si è a tutte le cose ineluttabili della vita, ma evidentemente non era così. L'idea di saperla con Joffrey... No, l'idea di saperla con qualunque altro uomo gli procurava una specie di dolore in mezzo allo stomaco.
Ventuno giorni.
"Merda".
Si domandò se lei ne fosse stata informata.
Sansa, l'uccellino, avrebbe salito i gradini del Tempio di Baelor e sarebbe diventata la sposa del re, senza nessun membro della sua famiglia, senza un amico, senza nessuno che stesse dalla sua parte.
Forse quel coglione di Stannis poteva arrivare prima! Se si fosse deciso ad attaccare quella schifosissima città del cazzo il matrimonio sarebbe stato rimandato, e se avesse vinto forse Sansa sarebbe tornata da sua madre e in quel caso... In quel caso probabilmente non l'avrebbe rivista mai più.
Comunque fossero andate le cose, lui non poteva vincere.
...e se Stannis avesse attaccato la capitale, lui sarebbe uscito sui bastioni e avrebbe combattuto per difendere la città e il dannato regno di Joffrey Baratheon.
Riusciva a vederne la tragica ironia!
Non c'era niente per lui, niente per il Mastino, solo ossa da rosicchiare.
Mentre camminava teneva in mano un cofanetto di legno intarsiato, col fottuto leone inciso sul coperchio - i Lannister avevano lo stesso bisogno di esaltare la loro casata, che lui aveva di eclissare la propria -
Era per lei.
Joffrey gli aveva chiesto di portarglielo, era un dono da indossare per la festa che aveva fatto allestire quella sera.
Era talmente stupido da non pensare minimamente che suo zio stava organizzando un'armata per detronizzarlo, si limitava a sghignazzare e gioire per l'ultimo lutto che aveva colpito la sua fidanzata.
Perciò aveva dato ordine di organizzare un banchetto nella Sala Piccola, per la famiglia reale ed i nobili maggiori, per "omaggiare degnamente la futura sposa", così aveva detto.
Avanzava con la sua solita andatura, il suo solito sguardo truce, il solito umore nero. E una domanda nuova: come cazzo aveva fatto ad arrivare a quel punto?
Doveva esserci stato un momento, da qualche parte nel passato, in cui aveva preso la decisione sbagliata.. Un momento in cui era stato ancora in tempo per tirarsene fuori senza conseguenze e che aveva ignorato.
Adesso era tardi.
Per quanto ritenesse esagerate le parole del nano, sapeva che quella ragazza era qualcosa per lui.
Ma innamorato no, cazzo. Quello no.
Era la stronzata più grande che si potesse sentire.
Dopo la notte del temporale non l'aveva più vista. Era in lutto per i fratelli e questo l'aveva dispensata da molte uscite.
Ma la cosa non aveva fatto differenza.
Per una settimana i pensieri erano tornati a quegli occhi tristi, alla piega delle labbra, alla veste bagnata che le aderiva addosso, tanto da dover fare uno sforzo per non guardarla.
Era patetico. Tutto.
Il modo in cui la cercava, il modo in cui la seguiva con lo sguardo, il modo ossessivo con cui la mente tornava su di lei.
Voleva evitarla, doveva evitarla.
E invece era di nuovo lì, davanti alla sua porta. Sembrava una condanna.
Due cameriere uscirono dalla sua porta, sobbalzarono trovandoselo di fronte e si allontanarono senza pensare di annunciarlo.
Entrò. L'appartamento di Sansa non era grande e lussuoso come quello di Cersei, ma era comunque adeguato ad una futura regina.
C'era era una piccola anticamera che attraverso tre archi separava l'ingresso dal resto della stanza principale; di lato, oltre un altro arco, socchiusa da una tenda, c'era una stanza per la toletta e sul fondo si intravedeva un vano di servizio.
Si guardò intorno e la vide sul terrazzo.
Era vestita di chiaro e quasi brillava contro la luce rossa di quell'ora.
Aveva i capelli tirati su, come nelle occasioni importanti, e l'abito, più accollato sul davanti, rimaneva scollato sulla schiena.
«Ciao Uccellino»
Inclinò il capo verso di lui, senza girarsi «Buona sera»
Le si fece di fianco «Il re ti manda questo. Come regalo»
Girò la testa e alzò gli occhi su di lui «Vuole che lo indossi stasera»
Maledetti dei se era bella!
Perché doveva essere così? Non poteva assomigliare alle migliaia di altre ragazzine che aveva incontrato nella sua vita, carine e insignificanti?
No, lei doveva essere bianca e rossa, e liscia, e succosa... doveva avere quei grandi occhi tristi, e quelle labbra piene e increspate.
Serrò la mascella per controllare i pensieri.
Lei sfiorò l'intarsio del cofanetto, era quel tipo di cose che una ragazza apprezzava, poi lo aprì e per un momento la mano rimase ferma a mezz'aria.
Era una collana rossa, interamente fatta di rubini. Piccole pietre dal taglio circolare si susseguivano, mentre tre pendenti a goccia scendevano sul davanti.
Non capiva un cazzo di gioielli, ma col valore di quell'affare Joffrey poteva sfamare la città per un mese.
Era colpita, si vedeva: per quanto odiasse chi la mandava la bellezza di quella collana era innegabile. E spaventosa, per qualche ragione.
Le dita bianche sfiorarono le pietre, prese la collana, ma le mani le tremarono forte.
Sembrava che la temesse «Mi aiutereste a metterla?»
Senza rispondere poggiò lo scrigno su una colonnina del parapetto, prese la collana e andò alle sue spalle.
La fece girare con facilità intorno al collo, ma gli ci volle un momento per chiudere il fermaglio. Si sarebbe dovuto allontanare subito, ma non lo fece, rimase fermo a respirare il profumo fresco dei suoi capelli, la mano destra che si tratteneva sul lato del collo. Quasi senza rendersene conto il pollice si mosse, accarezzandola. Poi il palmo scese in direzione della spalla e da lì, lentamente, giù verso la schiena. Un piccolo neo, poi un'altro, la pelle era liscia e morbida come aveva immaginato, no, di più di come aveva immaginato.
La mano continuò fin quasi alla vita e si perse quando incontrò la fibra della seta.
Lei era rimasta ferma. Lo aveva lasciato fare, come non ci fosse stato nulla di male, come se gli fosse stato consentito carezzare la pelle nuda della promessa sposa del re.
Se avesse protestato non si sarebbe stupito, ma quella specie di concessione gli diede alla testa, rendendo l'eccitazione insopportabile.
"Vattene cazzo!", se fosse rimasto ancora un istante non era certo di quello che sarebbe successo.
Si allontanò da lei e in fretta uscì dalla stanza, senza nemmeno chiudere la porta alle sue spalle.
SANSA
Rimase ferma ancora un po', come se avesse ancora quella mano sulla schiena.
Non aveva fatto nulla, non aveva detto niente, semplicemente aveva lasciato che la toccasse, che il suo palmo ruvido e calloso le sfiorasse la schiena in quel modo del tutto inopportuno.
Perché era molto inopportuno, lo sapeva bene.
Nessun uomo avrebbe dovuto prendersi una tale libertà, tanto più che era fidanzata, tanto più che era quasi regina.
E invece glielo aveva concesso. Un po' perché quell'uomo le incuteva sempre un certo timore, un po' perché una piccola ma pulsante parte di lei aveva voluto che lo facesse.
Si stupiva essa stessa, ma la verità era che quel tocco l'aveva fatta vibrare.
Un formicolio era partito dalla base della schiena salendo lungo la spina dorsale, ed era stato tanto inaspettato e spaventoso e seducente, da farle trattenere il respiro.
Una parte della sua coscienza la rimproverava, non per la mancata protesta, ma per la sensazione che quel gesto le aveva provocato. Il Mastino era un'uomo oscuro e pericoloso, molto più vecchio di lei e così lontano dal suo mondo da...
Da cosa?
Chi era lei dopotutto. Era una Stark, sì e poi? Era una prigioniera, una moneta, una fattrice, nulla di più.
Recitava un copione alla corte del re come un guitto qualunque, allo stesso modo del Mastino.
Se fosse rimasta a nord sua madre l'avrebbe cresciuta con la profonda dignità di una lady, onesta e candida nel corpo e nei pensieri; sarebbe andata in sposa ad un lord importante e sarebbe vissuta credendo che il mondo fosse un bel posto.
Ma era venuta a sud, aveva conosciuto la paura e la sporcizia e aveva trovato ben altri maestri, che le avevano insegnato l'importanza vitale del sospetto e della mistificazione. E aveva imparato a guardare entrambe le facce della medaglia...
E il Mastino di facce ne aveva davvero due, nel senso stretto della parola.
Solo allora si rese conto di un particolare a cui non aveva badato. Se ci pensava razionalmente sapeva che il lato destro del suo viso era deturpato, lui stesso le aveva raccontato la storia; sapeva bene di come la pelle della tempia fosse increspata e di come l'orecchio fosse mangiato dal fuoco. Dalla fronte allo zigomo e giù fin quasi alla mandibola, la pelle e la carne si intricavano tra loro in una sfumatura appena rosata.
Sembrava tremendo a parole, eppure non lo era. Era solo una cicatrice. E la cosa più incredibile di tutte era che, benché ne fosse conscia, le sembrava che fosse sparita.
Se ripensava alle ultime volte in cui lo aveva visto, se con la mente tornava al suo viso, non riusciva a distinguere nessuna cicatrice. Vedeva il lato sinistro del volto, i capelli lunghi e scuri, i severi occhi grigi, la barba di qualche giorno.. Tutto qui.
Quell'uomo enorme ancora la inquietava, ma non per il suo aspetto.
Era il suo animo. Un animo che le pareva imperscrutabile.
Il campanile della fortezza rintoccò l'ora della cena riportandola alla realtà.
Dopo alcuni giorni di lutto la sua presenza era nuovamente richiesta, e questa volta era assolutamente necessaria, poiché di quella pantomima allestita da Joffrey, era lei l'ospite d'onore.
"Un omaggio per la futura sposa", pensò.
Ventuno giorni e sarebbe stata la moglie di Joffrey, rifletté con sgomento.
Andò allo specchio per un'ultima occhiata e il cuore perse un battito: si era dimenticata della collana di rubini. Era bellissima, splendida e lucente, ma quella sottile linea rossa che le si adagiava sul collo, con i tre rubini a goccia che prendevano sul davanti, faceva pensare al sorriso insanguinato che si formava sul collo delle persone sgozzate.
Era agghiacciante.
E lo era ancor di più la consapevolezza che non fosse un fatto casuale: sapeva che Joffrey le stava mandando un messaggio, un messaggio di morte.
Quello era l'uomo che avrebbe dovuto sposare...
Ventuno giorni.
Ventuno giorni e avrebbe giurato di amarlo davanti agli dei, ventuno giorni e sarebbe andata nelle sue stanze, ventuno giorni e sarebbe iniziato lo strazio di dover concepire suo figlio.
Se ci pensava si sentiva mancare.
Fra tutte le cose orribili, quella di generare il figlio di un mostro era la peggiore.
Voleva amare i suoi figli, e come avrebbe potuto amare i figli di Joffrey? E se fossero stati pazzi come lui?
Si portò una mano alla tempia per cercare di fermare l'ansia. Se solo Joffrey non fosse arrivato al matrimonio!
Si diceva che Stannis preparasse un'assedio... Forse poteva sconfiggere i Lannister prima di ventun giorni!
Ma se avesse ritardato? Se ci avesse ripensato? Se i Lannister avessero ucciso lui come era stato ucciso Renly?
Le tornò in mente quello che le aveva detto il Mastino, chissà se fosse stato disposto ad uccidere anche il re... Se c'era al mondo un uomo che poteva avvicinarsi a Joffrey tanto da ucciderlo, questo era la sua fedele guardia del corpo, ma di certo non sarebbe riuscito a farla franca...
No, era troppo pericoloso, non gli avrebbe mai chiesto una cosa simile.
Si dette un'altra occhiata, "Andiamo" pensò, e uscì dalla sua stanza.
SANDOR
La Sala Piccola era comunque molto grande. L'alto soffitto era composto da volte a crociera che scendevano a terra in grosse colonne di marmo, i pavimenti erano di pietra e c'erano due grandi camini, uno di fronte all'altro, sui due lati lunghi.
In alto, per tutto il perimetro della sala, correva una balconata aperta che collegava la stanza ad altre sale più piccole e due lunghi corridoi di accesso.
La servitù passava da due piccole porte di servizio poste agli angoli opposti, mente le guardie potevano accedere dal grande corridoio a nord.
Le finestre erano alte e grandi, esposte a ovest e catturavano l'ultima luce del giorno; ovunque erano comunque poste fiaccole, candelabri e braceri, e i due grandi lampadari erano appena stati riforniti di lunghe candele accese e risollevati in posizione.
Accostate alle pareti c'erano file di sedute imbottite, e una lunga tavolata imbandita era stata posta al centro.
A sud era stato lasciato lo spazio per i musici e i buffoni, e per le danze che si sarebbero succedute alla cena.
E ovunque era rosso e oro, ed effigi di leoni e fregi dei Lannister. Cersei ormai non fingeva nemmeno più di sentirsi una regina Baratheon.
Lui quella sera non era di servizio.
Dopo che aveva portato il dono a Sansa era stato congedato, avrebbe potuto andarsene, invece era rimasto.
Non sapeva esattamente perché; di certo non era la scelta più furba, non dopo il modo in cui una semplice carezza lo aveva turbato.. Ma era comunque lì, per sicurezza, per lei, per sé stesso.
Passare inosservato per lui non era una cosa semplice per cui si era messo in fondo alla sala, dietro uno degli ultimi pilastri, in ombra rispetto alla fila di fiaccole che si apriva davanti a lui.
Piano piano erano arrivati i musici, le Cappe dorate, e una dopo l'altra le grandi famiglie aristocratiche più vicine alla corona, in gran parte rami cadetti dei Lannister o comunque con loro imparentati.
Infine erano arrivati loro, i signori di Westeros.
Tyrion era chiaramente contrariato per quella che doveva ritenere una perdita di tempo e di risorse, Cersei era entrata accompagnata dal figlio minore - entrambi in abiti dorati - e poi, con squilli di trombe e una certa esultanza, aveva fatto il suo ingresso lui, il bastardo.
La corona dorata su capelli dorati e un farsetto porpora che gli stava fastidiosamente bene.
A lui non importava di quella roba da finocchi, ma era innegabile che quel piccolo figlio di puttana fosse molto attraente. Non c'era da stupirsi che Sansa fosse stata felice di venire nella capitale.
Se la ricordava ancora sulla Strada del re, timida ed assorta, guardare ammirata le dame di corte, mentre Joffrey le riempiva la testa di stronzate.
Sembrava passata un'eternità. Lei era cresciuta e lui... lui non era più lo stesso uomo.
Quel bastardo Lannister aveva davvero un bel faccino e una voce vellutata... e la mente più malata che si potesse immaginare! E presto l'avrebbe avuta per sé.
Lo odiò.
Non solo perché era sadico e meschino, ma soprattutto perché non si rendeva conto...
Gli sentí dire qualche parola sulla sua gloriosa dinastia e qualche altra puttanata sul valore e la grandezza, poi allungò la mano e l'uccellino comparve al suo fianco.
Era leggera e distinta, colma di una regalità così radicata, da far sembrar lui nient'altro che un paggio.
Ma la cosa che attirò il suo sguardo, pur dalla distanza, fu il modo raggelante con cui la collana le brillava intorno al collo.
Una sinistra scia di sangue sulla pelle bianca, ecco quello che sembrava. Un presagio, o forse un avvertimento.
Dopo i saluti si sedettero a tavola, la regina alla sinistra del figlio e il Folletto alla destra di Sansa, poi i vari Lannister maschi e femmine, in ordine di importanza.
Si susseguí una lunga ed eccessiva sequela di portate; spiluccò dai vassoi cacciagione e focaccia, e bevve a più riprese da un calice d'argento che aveva sottratto alla tavola. La serata era particolarmente tranquilla, quasi noiosa. Il bardo aveva preso ad intonare vecchie ballate e molti ciccioni dalla pancia piena già russavano sui loro scranni.
Continuava a guardarsi intorno cercano di non dare nell'occhio, ma la sua attenzione cominciava a calare. Forse Joffrey quella sera aveva deciso di essere normale.
Si appoggiò alla parete e si lasciò trasportare dai disegni delle ombre sul pavimento.
Forse poteva andarsene.
La serata era tranquilla, il Folletto era presente e aveva tutto l'interesse a preservare l'incolumità della ragazza.
Era il suo turno di riposo e lo stava sprecando alla Fortezza Rossa, in mezzo a gente che disprezzava, come in un qualunque giorno di lavoro.
Sansa non aveva bisogno di lui. L'aveva osservata tutta la sera e l'aveva vista abbastanza serena. Era una che si sapeva adattare, per questo era ancora viva, forse, alla fine, se la sarebbe cavata anche come regina.
D'un tratto gli tornò alla mente che presto avrebbe sposato Joffrey.
"Sapevi che avresti dovuto farci i conti, coglione", pensò.
Sì, lo sapeva, ma non aveva immaginato come si sarebbe sentito.
Gli dava fastidio tutto, che la toccasse, che la baciasse, che potesse stare da solo con lei. Ovviamente aveva paura che le facesse del male fisico - come faceva da mesi con le puttane di Baelish - aveva persino paura che potesse ucciderla, ma più di tutto gli era insopportabile l'idea che quel piccolo stronzetto bastardo potesse farle concepire dei figli.
Da quando Tyrion aveva menzionato la cosa la sua mente aveva continuato a rimuginarci.
Certo, magari era vero che per lei sarebbe stato un bene, ma ogni volta che ci pensava gli sembrava di impazzire.
Doveva andarsene da lì, doveva andare nella sua stanza, prendersi una bella sbronza e cadere sul letto senza neanche togliere gli stivali, ecco cosa gli ci voleva!
Poi un'applauso richiamò la sua attenzione.
Due paggi avevano portato un grande vassoio ricoperto da una coperchio d'argento.
Joffrey si alzò in piedi «Mia adorata famiglia, miei lord e mie lady, grazie a tutti voi per essere qui a festeggiare con me la mia futura sposa. Come ben sapete la mia amata Sansa ha dovuto superare situazioni difficili e dilemmi morali notevoli, da quando il suo sciagurato padre ha deciso di tradire la Corona..» parlava con voce cristallina e modulata, come un vero oratore «tuttavia ha sempre fatto le scelte giuste e il suo amore verso la mia persona mi ha toccato come nessun altro! Tra poco più di venti giorni io e lei finalmente diventeremo una cosa sola e Westeros avrà certamente la regina più bella, saggia e leale che sia mai esistita»
Sansa guardava davanti a sé, alzava a malapena lo sguardo verso di lui, accennando sorrisi.
«Per questo siamo qui stasera, per celebrare la sua lealtà verso la mia famiglia, verso di me, e la sua profonda devozione alla nostra dinastia! Desidero quindi farle un omaggio...» abbassò la voce è sorrise.
Sandor guardò il Folletto per capire se sapesse, ma sembrava turbato per quell'iniziativa di cui, evidentemente, non era a conoscenza; spostò allora lo sguardo sulla regina, che con la sua solita espressione accigliata osservava il figlio con una certa apprensione. Nemmeno lei sapeva cosa si fosse inventato Joffrey...
«Si tratta di un omaggio puramente simbolico, purtroppo per ora non ho potuto fare di meglio, ma prometto che presto ti farò avere gli originali» le sorrise, poi allungò la mano, afferrò il pomello e sollevò il coperchio.
