SANDOR

Grida di orrore e sorpresa si levarono contemporaneamente.

Sansa scattò in piedi urtando il tavolo. La sedia cadde all'indietro e così pure lei, trascinando parte della tovaglia, alcuni bicchieri e il vassoio, che finí a terra col clagore metallico di una spada.

Senza tanti complimenti si fece spazio fra i presenti per capire cosa stesse succedendo.

Joffrey rideva e batteva le mani con le lacrime agli occhi tanto era divertito, mentre sul pavimento, la sua promessa sposa cercava di ricomporsi. La vide allungare la mano verso qualcosa che sembrava un pollo bruciato.

Si avvicinò ancora.

"Oh cazzo". Non era un pollo.

Due teste di lupo appena mozzate giacevano sul pavimento. Una le era rotolata addosso quando aveva urtato il tavolo e la osservava dall'orlo del suo vestito, l'altra era caduta col vassoio e si era fermata vicino ai piedi della regina, che la guardava sconcertata.

Col viso bianco come la cera Sansa sfiorò il muso morto dell'animale, poi, finalmente, il Folletto la aiutò a rialzarsi.

Tremava come una foglia.

Riuscì a stento a sistemare la gonna su cui la testa di lupo aveva lasciato una lunga scia di sangue, dalle cosce fino ai piedi. Si guardò intorno con lo sguardo perso, come se non fosse in sé.

«Avrei preferito che fossero le teste dei due metalupi» spiegò Joffrey «ma non avevo tempo di andare a caccia nel Nord, magari dopo il matrimonio troveremo il modo... Magari riuscirò perfino a farti avere quelle carbonizzate dei tuoi fratelli» aggiunse sadico.

Non rispose, era paralizzata «Che c'è Sansa, non dici nulla? Non ti piace la sorpresa che ti ho fatto? Non vedi, guarda» le indicò il vestito sporco «sangue di lupo! Anche tu sanguinerai così quando ti deflorerò!»

Fece un passo indietro, incespicando: era sconvolta, lo si vedeva bene; si portò una mano alla bocca per impedirsi di vomitare.

Guardò le teste ancora una volta, poi si voltò e si avviò verso la porta.

«Sansa!» la richiamò lo stronzo «Sansa dove» si zittí. Cersei, ancora seduta al suo posto, lo aveva afferrato per un braccio e affondava le unghie nella stoffa della manica. Lo vide guardare la madre stupito e contrariato, ma lo sguardo gelido della regina risultò sufficientemente eloquente da farlo desistere, dette un calcio alla testa più vicina e si mise a sedere con un risolino malato.

SANSA

Appena giunta nel corridoio iniziò a correre.

Pensava solo a quello, a correre.

La sua testa era un crogiolo di immagini che si accavallavano nel tempo.

Sua madre, Lady, suo padre, le teste esposte sulle picche, Robb, gli aggressori, Theon Greyjoy, i nobili squartati nella rivolta, le prostitute, le percosse, Joffrey, i cadaveri dei suoi fratelli, le teste di lupo. E poi da capo.

Non c'era una fine, mai.

Era stanca, era stanca.

Follia e crudeltà, non ne poteva più.

Non cessava mai quel continuo calpestare la sua persona dentro e fuori.

Le faceva male il petto.

"Basta per pietà" pregò gli dei, ma gli dei non dovevano esistere o se esistevano dovevano avercela con lei..

"Due anni". Due anni di abusi e umiliazioni e paura.

Due anni separata dalla sua famiglia, due anni senza poter abbassare la guardia, due anni privi di qualunque tipo di tregua.

Aveva superato il colmo da talmente tanto tempo, che quasi non vedeva più l'acqua che allagava il pavimento.

L'accanimento di Joffrey era così esagerato da sembrarle un sogno.

Sì, doveva essere un sogno "Sto sognando, la mia vita non può essere davvero questa!"

O magari la sua vita sarebbe stata davvero un incubo senza fine, per sempre.

Allora era meglio morire.

Se fosse morta si sarebbe liberata in una volta sola del dolore, della rabbia e dei suoi aguzzini.

L'idea di privare Joffrey del suo intrattenimento preferito era molto seducente. "Come farai a tormentarmi ora che sono morta?", immaginò di dirgli.

Sentí una sorta di calore invaderle il petto: il senso di rivincita, la ribellione, la libertà!

Perché ormai era talmente avvezza all'orrore che la circondava, da non essere più tanto quello a ferirla, ma la sua totale impotenza.

Se avesse potuto reagire, se avesse potuto sputare contro Joffrey tutto il suo odio e disprezzo, se avesse potuto dirgli che era un folle e meschino incapace privo di qualunque sostanza, forse si sarebbe sentita meglio.

Invece erano anni che ingoiava bocconi avvelenati pur di sopravvivere.

Ma era così importante per lei la sua vita?

Quella miserabile condizione in cui era relegata, valeva davvero il sacrificio di ogni qualsivoglia espressione di libertà e orgoglio?

No.

E poi era così arrabbiata!

Se era questo che gli dei avevano in mente per lei, lei non lo voleva. Rifiutava la sua posizione, il suo destino, si ribellava alla pochezza di quanto le offrivano. Non sarebbe più stata la bambola di Joffrey, lo zimbello della sorte, che si trovassero tutti un altro passatempo.

"Mamma" pensò, ma ricacciò il ricondo.

Entrò, sprangò la porta e andò sulla terrazza. Era un bel salto...

"Se lo fai Sansa, sarà stato tutto inutile, tanto valeva finire sotto la lama di Ilyn Payne..."

E se fosse successo qualcosa a Robb chi avrebbe difeso il Nord?

Lei? Lei non poteva nemmeno difendere se stessa!

Però sarebbe stato suo compito prendersi cura della sua gente, non importava come.

Doveva trovare il modo di andare avanti, "È tuo dovere".

Si chinò sulla balaustra, i singhiozzi erano sommessi e amari. Era suo dovere, certo, ma la verità era che non aveva nemmeno il coraggio di uccidersi. Era una ragazzina debole e vigliacca.

Tornò dentro.

Dal fondo della stanza lo specchio restituì l'immagine del suo abito sporco di sangue, e nonostante la risolutezza dell'attimo prima, un moto di disgusto la assalí. Un improvviso insopportabile prurito le si scatenò in tutto in corpo.

Iniziò a grattarsi la testa, disfacendo completamente l'acconciatura, poi passò al collo, le sembrava che la collana la strangolasse. La prese con entrambe le mani e tirò. Una pioggia di rubini si sparse sul pavimento. Ma non bastava, sentiva ancora quel tremendo pizzicore.

Corse alla toletta e prese un coltellino, tagliò i lacci del vestito e lo strappò via.

Lo fece cadere a terra, poi riempí d'acqua la bacinella e iniziò a sciacquare viso e collo.

Voleva essere forte, davvero, per sua madre e per Robb e per il Nord.. ma se pensava che fra venti giorni sarebbe diventata la moglie di Joffrey, le sembrava di impazzire.

Si lasciò scivolare a terra, oppressa.

Lui era un mostro, e sarebbe stata sua.

Era disgusto, era raccapricciante.

"Anche tu sanguinerai così quando ti deflorerò"

«No!» gridò.

Si tornava sempre là, sempre su quella morbosa ossessione per la sua verginità.. sempre quel malato bisogno di marchiare la preda. Come se fosse di loro proprietà e potessero decidere per lei.

Come aveva detto Shae, come aveva detto Shae.

Tremava.

Si guardò intorno alla ricerca di qualcosa, qualunque cosa che non la facesse precipitare. Poi capí.

No, non glielo avrebbe lasciato fare, non gli avrebbe dato quella soddisfazione. Joffrey poteva obbligarla a sposarlo e giacere con lui, ma non avrebbe strappato il suo fiore, no. Né lui né nessun altro. Si sarebbero dovuti accontentare! Lei era sua, il suo corpo era suo, la sua virtù era sua, lei sola poteva decidere a chi donarla, e non l'avrebbe concessa a loro.

SANDOR

Aveva fatto il giro di tutta la sala ed era uscito dalla porta di servizio, prima di prendere il corridoio principale e seguirla.

Non la vedeva, ma doveva essere andata nella sua stanza.

Non voleva pensare a Joffrey, a quello che gli sarebbe piaciuto fargli, perché ormai qualunque cosa non sarebbe comunque stata sufficiente. Non c'era un modo abbastanza disumano per ucciderlo, da riuscire a pareggiare i conti.

Come quella ragazza non fosse ancora impazzita, davvero non lo sapeva.

In compenso stava impazzendo lui.

Un fuoco vivo lo bruciava dentro, tanto reale quanto lo era stato quello su cui suo fratello gli aveva spinto la faccia.

"Pezzo di merda. Grandissimo pezzo di merda!"

Era corso su per le scale a due gradini alla volta, ma nella concitazione del momento aveva imboccato il corridoio sbagliato: stava perdendo la testa.

Era tornato indietro e si era precipitato alla sua porta sperando di trovarla aperta, ma così non era stato.

«Sansa, Sansa sei lì?»

Nessuna risposta.

«Sansa!»

Niente, magari non c'era...

Ma dove cazzo sarebbe potuta andare in quello stato?

Poi sentí un rumore e subito dopo un grido smorzato.

"Merda!"

Si allontanò dalla porta e sfondò il chiavaccio con un calcio.

Entrò cercandola, ma non la vide.

C'era il vestito vicino al letto, ma lei no.

Fece per chiamarla «San» ma appena oltrepassato il baldacchino la vide sul tappeto, rannicchiata su se stessa.

In un passo le si accucciò accanto e le sollevò la schiena.

«Stai bene?»

Lei girò la testa verso di lui, aveva gli occhi lividi «Sì»

«Cos'era quel grido?»

«Mi è scappato» spiegò «Non pensavo che avrebbe fatto così male» poi mostrò la mano in cui teneva una candela.

La guardò: era pallida e bagnata e aveva la veste sollevata fin sopra le ginocchia. Sentí un brivido.

«Che hai fatto Uccellino?»

Sorrise, un sorriso audace «L'ho fatto, l'ho fatto da sola. Non potevo permetterglielo... Nessuno» continuò decisa «nessuno potrà mai vantarsi di aver deflorato Sansa Stark» tremò «La mia verginità me la sono presa da sola!»

«Cosa?»

«E non ho sanguinato!»aggiunse fiera, socchiudendo gli occhi «...nemmeno una goccia di sangue»