Alla fine era successo. Stannis avrebbe attaccato Approdo del re. Avrebbe attaccato Approdo del re prima del suo matrimonio.
Ed era l'unica cosa su cui riusciva a concentrarsi. Il probabile assedio e il pericolo imminente erano niente paragonati al sollievo che provava per quel misericordioso rinvio.
Le nozze erano state sospese, così le era stato detto. Lei e Joffrey si sarebbero sposati una volta sconfitto il Baratheon invasore.
Oh se solo Stannis avesse vinto!
Non lo conosceva personalmente, di lui sapeva solo le cose che sapevano tutti: che era il fratello di re Robert, che era un grande generale, che era un uomo fiero, stoico e inflessibile, ligio al dovere e all'onore.
Tutte caratteristiche che ricordava anche in suo padre.
Uomini così la mettevano in soggezione, ma la rassicuravano anche.
Suo padre era stato dalla sua parte dopo la morte del re, e si era esposto contro i Lannister perché riteneva che il trono spettasse a lui, questo Stannis doveva saperlo. E se era l'uomo che dicevano, le avrebbe permesso di tornare a casa, una volta sconfitto Joffrey.
Pensare di poter essere di nuovo libera le faceva agitare lo stomaco, anche se non voleva essere troppo ottimista...
Ma doveva credere che si sarebbe liberata di Joffrey in un modo o in un altro, non poteva pensare di essere destina a quell'essere immondo.
Non ricordava bene quello che era successo la sera del banchetto. Era come se un pietoso velo fosse calato a obliarne l'orrore.
Dopo che le teste di lupo erano comparse sul vassoio, era finita in un vortice confuso di frustrazione e sgomento. Sapeva quello che aveva fatto, ricordava il modo in cui il Mastino l'aveva trovata sul tappeto, però era tutto appannato.
Per qualche giorno si era chiesta se fosse stato saggio da parte sua, rivelare a quell'uomo la folle idea che aveva messo in atto, si era posta spesso il problema che potesse rivelarlo a qualcuno, ma poi i giorni erano diventati una settimana, poi due, e nessuno era andato a chiederle atto di alcunché.
Il Mastino conservava il suo segreto, e a dispetto di ciò che pensava Lord Baelish, probabilmente non c'era custode più riservato di lui.
Erano state due settimane normali, fatta eccezione per il fumo che si lavava dalle campagne fuori dalle mura della città, opera del Primo Cavaliere. Quella mattina però un paggio l'aveva informata di vestirsi in maniera adeguata e prepararsi ad affrontare l'attacco nel fortino di Maegor, insieme alla regina e il piccolo principe Tommen. Sansa non aveva idea di quale fosse l'abbigliento adeguato ad un attacco militare, per cui, dopo il bagno si era fatta sistemare i capelli e aveva indossato un comodo abito verde scuro, un colore che la faceva sentire a suo agio. Di più non le era venuto in mente.
Dopo pranzo rimase nelle sue stanze, provò a ricamare, ma era nervosa, le mani le tremavano e i punti non le uscivano come avrebbero dovuto. Non aveva propriamente paura, ma sapeva che il suo futuro poteva dipendere dalle ore successive.
Il vento catturava il fumo le voci della città e le portava fino ai piani più alti della fortezza, convogliandole fra le torrette, i pinnacoli e gli archi rampanti.
I Targaryen avevano costruito un palazzo maestoso e terribile al tempo stesso.
Supponeva che lo avessero fatto a loro immagine - o per lo meno l'immagine di sé che volevano dare agli altri - da tramandare di generazione in generazione: possenti e pericolosi draghi in grado di distruggere tutto in pochi istanti.
Ma adesso i Targaryen erano estinti e i Lannister ballavano sulle loro ceneri, godendosi l'imponente bellezza del loro palazzo.
Chissà se un giorno anche lei avrebbe ballato sulle ceneri dei suoi nemici...
Se Stannis avesse preso la città si augurò che risparmiasse la Fortezza: monumenti, palazzi, templi, non avevano alcuna responsabilità della crudeltà umana. Erano i muti testimoni di ciò che era avvenuto in passato, nei loro muri il sangue si mescolava alla calce, e se fossero rimasti in piedi avrebbero ricordato alle generazioni future gli orribili atti perpetrati e forse qualcuno avrebbe imparato da essi.
Alcune grida arrivarono da nord.
Il popolo iniziava ad ammassarsi contro le porte della Fortezza, sperando di trovarvi rifugio.
Tyrion Lannister era là fuori, a predisporre le difese. Pregò affinché non fosse un abile stratega.
Stannis poteva vincere, doveva vincere, doveva sconfiggere i Lannister e..
«Mia signora» Shae entrò senza bussare, come sempre «Dobbiamo andare, la regina ha radunato le dame»
«Bene» disse, indossò le scarpe e uscì.
Trovò la stanza già gremita di persone. Dame giovani e vecchie si erano accomodante su un gran numero di sedie e panche imbottite.
Erano tutte spaventate.
Alcune si erano portate i mantelli, altre delle coperte, per affrontare lì la notte. Quelle che appartenevano allo stesso nucleo familiare si stringevano l'una all'altra per darsi coraggio.
Con alcune di loro aveva fatto conoscenza al suo arrivo, due anni prima; erano ragazze della sua età e le loro madri, le aveva frequentate amichevolmente per un po', gustando le loro adulazioni, ma poi suo padre era caduto in disgrazia e da un momento all'altro avevano cessato di rivolgerle la parola.
Cersei era seduta su una poltrona posta vicina alla parete sud, sul tavolo vicino a lei c'erano alcune cibarie: focacce dolci, frutta e dei panini di mais, ma lei, come sempre, si limitava a sorseggiare dalla sua coppa di vino.
Anche in quell'occasione era incredibilmente perfetta.
Aveva uno splendido abito color prugna un pettorale sagomato placcato d'oro e i capelli accuratamente intrecciati.
Sembrava sicura di sé, calma, padrona della situazione. Si sentí sciatta e piccola di fronte a lei, e non poté evitare di ammettere che avrebbe desiderato tanto avere il suo stesso modo distaccato e fermo di guardare il mondo.
«Benvenuta Sansa» le disse.
«Grazie di avermi voluta qui con voi, maestà!» rispose inchinandosi.
Si accomodò con Shae nel vano di una finestra, dove erano stati sistemati dei cuscini, e rimase a fissare il paesaggio che scuriva poco a poco, mentre la città si tingeva della luce rossa dei fuochi.
La sua cameriera era una di poche parole, ma quel giorno era più silenziosa che mai.
«Hai mai vissuto qualcosa di simile?» le chiese.
«No, e voi?»
«No»
«Avete paura mia signora?»
Sansa la fissò da sotto le ciglia «Ho paura che nulla cambi...»
Shae sorrise «Siete l'unica. Qui hanno tutti paura di perdere quello che hanno...»
«Io non ho nulla»
«Avete la vita, e siete qui, vi trovate nel posto più protetto di Approdo del re!»
Sansa si guardò intorno.
«In realtà non so perché la regina mi abbia voluta qui. Credo che mi disprezzi»
«Perché?»
«Perché disprezza tutti» fece una pausa «e perché sono debole..»
«Forse non vi disprezza, forse vi invidia»
«E perché dovrebbe?»
«Perché siete più giovane. Lei sta diventando il passato e voi siete il futuro, e presto sarete molto più bella di lei. Le donne potenti temono sempre di avere rivali più giovani e belle»
Stava per ribattere che nemmeno in cento anni sarebbe stata per Cersei Lannister una rivale degna di nota, ma la regina la chiamò.
Per un istante trasalí, temendo che le avesse udite, ma era impossibile; si alzò composta e la raggiunse.
«Hai fame?»
«No maestà»
«Dalle del vino» disse al paggio senza smettere di guardarla.
«Oh no grazie, non ho sete» rispose.
«Non si beve vino perché si ha sete» spiegò la donna, mentre il paggio le porgeva un calice.
Prese un piccolo sorso.
Non le piaceva molto il vino. Nel nord lo bevevano caldo in inverno, aromatizzato con bacche di ginepro, anice e altre spezie. Serviva per scaldarsi e rinfrancare l'umore: le notti potevano essere incredibilmente lunghe oltre l'Incollatura...
Ma lei era una bambina e non le era concesso che qualche assaggio.
Era stata una bambina, rifletté, adesso non lo era più.
Aveva avuto il suo primo mestruo da oltre un mese e si era privata della verginità.
Ogni volta che ci pensava non riusciva a credere di averlo fatto. Era stata davvero fuori di sé... Ma non si era pentita: era stato il solo atto di ribellione che si fosse concessa in tutta la vita, ed era contenta che avesse riguardato qualcosa di così estremo.
«Pensierosa?» chiese la regina «hai paura?»
«Non lo so» disse con sincerità.
«Pensi che Stannis vincerà? Speri che vinca, non è così?»
«Spero che il nostro dolce sovrano sconfigga i traditori»
«Oh Sansa, Sansa. Sei una futura sposa perfetta: così accondiscendente e accorta.. Va bene con Joffrey, ma non con gli altri. Una regina non può essere accondiscendente, non deve essere sottomessa e modesta, o la schiacceranno. Se non ti fai rispettare nella migliore delle ipotesi rideranno di te, nella peggiore trameranno alle tue spalle. Non fraintendermi, tramano anche contro di me, continuamente, ma hanno molta più paura e devono fare molta più attenzione..»
«E non è meglio che tramino senza fare attenzione? Non è più facile smascherarli?» chiese d'istinto, pentendosene subito.
La regina abbassò la coppa e la scrutò con attenzione «Un pensiero astuto per una colombella come te!» sorrise «Sì lo è, ma funziona solo una volta. Lasciare che ci sottovalutino non è un piano a lungo termine» guardò davanti a sé e si portò il calice alle labbra «La paura lo è!»
«Paura di cosa?»
«Di te!»
Una cappa dorata entrò veloce e si genuflesse davanti a Cersei.
«Maestà, abbiamo trovato quattro servi che cercavano di lasciare la fortezza con dei candelabri d'argento»
La donna non ebbe reazioni, tutto ciò che si mosse nel suo corpo fu un sopracciglio. «Decapitateli ed esponente le teste davanti alle stalle in modo da dissuadere altri intrepidi traditori»
L'uomo chinò il capo ed uscì velocemente come era entrato.
«Vedi? Di questo parlavo. Devono temere te più di quanto possano temete i tuoi nemici»
«Non dovrei fare in modo che il popolo mi ami?»
La risata che seguí fu spontanea e cristallina «Oh mia piccola Sansa, il popolo non ti amerà mai! Il popolo odia sempre i sovrani, per una lunga serie di ragioni. Qualunque cosa farai non comprenderanno le tue scelte, non gli renderanno giustizia e soprattutto non sapranno mai cosa significhi portare una corona. Odieranno la tua posizione, la tua ricchezza e il tuo potere. Non perdere tempo cercando di farti amare, usalo per qualcosa di più proficuo»
«Sì maestà»
«Come trovare degli alleati..»
Sansa era stupita, non riusciva a capire il perché di quelle parole.
«Gli alleati sono importanti per un sovrano. Potrai acquisirne di validi con il denaro, ma anche in questo caso, sarà la paura che incuterai a garantirti la loro lealtà.
Ad ogni modo non fidarti di loro. Non fidarti di nessuno. Un monarca è solo»
Non sapeva cosa rispondere: Cersei le stava... dando dei consigli. Prese un sorso di vino, questa volta più copioso, quasi sperando di farle piacere.
«Joffrey non ti aiuterà in questo. Non ti aiuterà in nulla, non è nella sua natura. Sii condiscendente con lui. Hai già capito come fare, ma devi affinarti. Lui avrà bisogno di te, un giorno. Dovrai placarlo e dirgli cosa fare facendogli credere che sia stata un'idea sua. Se ci riuscirai sarai una buona regina e i Lannister governeranno Westeros per i prossimi cento anni»
Avrebbe voluto dirle che Joffrey era un re Baratheon, ma entrambe sapevano che non era così, e non avrebbe avuto senso interrompere quella inaspettata genuinità.
«Ad ogni modo non lasciare che ti mettano i piedi in testa, mai. Non ti avrei scelta come regina, ma dal momento che lo diventerai dovrai incutere rispetto e pretenderlo da tutti...» prese un lungo sorso e svuotò il calice «persino da me»
Avrebbe voluto rispondere, ma la regina le ordino di bere, poi continuò «Quella patetica scena dell'altra sera..» scosse il capo «Sei caduta a terra come una bambola di pezza, hai lasciato che tutti i presenti vedessero quanto eri sconvolta, che ti trovassero debole e disperata» gli occhi le diventarono duri «Non farlo mai più, se non vuoi perdere tutto ancor prima di cominciare. Adesso sono disposti a comprendere perché sei una povera bambina figlia di un traditore e sorella di un'altro, ma quando sarai cresciuta non ti perdoneranno nulla, né un minimo cedimento, né un attimo di incertezza; dai loro modo di dubitare della tua forza e ne approfitteranno senza pietà»
«Vostra maestà» le interruppe una guardia «Il re ordina a Lady Sansa di raggiungerlo immediatamente»
Cersei si voltò verso di lei e annuì, poi allungò il braccio verso il paggio affinché le riempisse nuovamente la coppa.
La fortezza era avvolta in un cupa luce ambrata.
Ovunque fiaccole, candelabri e braceri parevano combattere contro l'oscurità incombente, come se temessero le tenebre.
Esattamente come lei.
Il fermento del pomeriggio era svanito, ed ora, tutto intorno a loro, aleggiava la terribile tensione dell'attesa.
Raggiunse con Shae il salone a piano terra e una volta lì Tyrion Lannister le andò incontro «Mia signora, cosa mai fate qui? Perché non siete al sicuro con mia sorella e le altre dame?»
«Sono stata con la regina fino a pochi istanti fa, ma sua maestà ha richiesto la mia presenza» spiegò.
L'uomo non trattenne una smorfia esasperata. Era fin troppo chiaro ciò che pensava di suo nipote, ma avrebbe fatto meglio a dissimulare certi sentimenti: le sarebbe dispiaciuto se fosse accaduto qualcosa proprio a lui...
«Sansa!» la chiamò la squillante voce del re.
Joffrey si avvicinò a grandi passi marziali. Indossava un'armatura dorata ornata di leoni, sopra una tunica rosso Lannister. Un timido accenno al suo insignificante retaggio Baratheon spuntava solo sui bracciali.
Era bello e lucente come non mai, "E folle. E crudele" si disse nella mente.
Dietro di lui il Mastino lo seguiva.
Aveva la sua solita armatura brunita e il mantello bianco ormai livido. I capelli ricadevano sul lato destro del viso coprendo la pelle bruciata. Era alto e imponente e terribilmente oscuro. Si fermò alle spalle del sovrano e non appena le puntò gli occhi addosso, lei abbassò i suoi.
«Mia cara Sansa, vado a uccidere gli invasori. Stasera prenderò la vita di mio zio, e molto presto quella di tuo fratello!»
«Sì mio re»
«Solo questo? Sí mio re?»
«Perdonatemi altezza, cosa gradite che dica?»
«Nulla, per carità!» sguainò la spada «Baciala e augurami buona fortuna»
Modesta e composta si chinò a baciare la lama gelida, tanto lucida da potervisi specchiare. Era una lama che non conosceva battaglie, così come colui che la portava.
«Buona fortuna maestà, vi auguro che questa spada possa affrontare tutte quelle dei vostri nemici»
Joffrey ebbe un sussulto e si ritrasse stizzito «Certo, certo. Cosa puoi saperne tu di spade?»
«Ovviamente nulla mio re»
Si fece da parte mentre un ragazzo si apprestò ad agganciare il mantello sull'armatura del sovrano.
Sapeva che il Mastino continuava a fissarla, anche se gli dava le spalle. Aveva imparato a sentire il suo sguardo. Avrebbe voluto voltarsi e dirgli di fare attenzione, dirgli che avrebbe pregato per lui, ma sapeva che in nessun modo sarebbe riuscita a fare una cosa simile. L'ultima volta che si erano visti lui l'aveva raccolta da terra e messa a letto. Le sembrava di ricordare la sensazione della sua mano sulla fronte, ma poteva benissimo averlo sognato. Quello che ricordava con certezza era che gli aveva confessato ciò che aveva appena fatto e adesso lui, il Mastino di Joffrey, era l'unico tenutario del suo scabroso segreto. Per questo non riusciva a guardarlo, per questo era certa che non ne sarebbe mai più stata capace... per un singolare caso quell'uomo era il fulcro di tutta una serie di eventi che ella avrebbe fatto meglio a dimenticare.
Nell'istante esatto in cui il mantello di Joffrey fu fissato, le campane iniziarono a battere i loro forsennati rintocchi e d'istinto si voltò verso di lui. Gli sguardi si inchiodarono per un attimo, poi la voce del re li richiamò «Mastino, andiamo!»
Non un cenno, non un secondo sguardo, quell'uomo le passò davanti impassibile e si avviò verso il fondo della sala.
«Mia signora, il tempo è dunque giunto» disse Tyrion «Vi prego, raggiungete la regina e rimanete al sicuro. Vi prometto che difenderemo bene la città!»
«Fate attenzione mio Lord. Pregherò per voi» gli disse.
Quel Lannister così atipico spalancò gli occhi e la guardò colmo di stupore e... gratitudine «Veramente?» chiese.
«Sì» annuì, avrebbe pregato che si salvasse dalla trionfale vittoria di Stannis.
Tyrion si congedò e quando ebbe raggiunto il fondo della stanza, una cinquantina di soldati schierati in attesa, si unirono al gruppo di testa e sparirono nell'ombra tremolante delle fiaccole.
«Molti di quegli uomini moriranno stanotte» osservò Shae, la voce insolitamente tetra.
Il cuore le rimbalzò nel petto.
Erano soldati Lannister, uomini meschini che l'avevano schernita e umiliata, e che non avrebbero esitato a picchiarla se gli fosse stato ordinato. Ma anche loro avevano madri, sorelle, figli.. E forse fra loro c'era persino qualcuno degno della sua misericordia.
«Che la Madre abbia pietà di loro» sussurrò alle ombre.
