Nota dell'autore:
Lo sviluppo della battaglia e la sua cronologia è fedele a quella scritta da Martin, ma essendo narrata dal punto di vista del Mastino, ho immaginato di sana pianta ciò che è avvenuto, dentro e fuori di lui, durante la fatale Notte delle Acque nere.
Spero che apprezzerete questo capitolo, e che vi coinvolgerà nella lettura così come io ne sono stata rapita nella scrittura.
N.B. Piccola citazione di Conrad: non ho saputo resistere..
SANDOR
Salirono a cavallo e galopparono fino alla porta del Fango. Le tre Puttane, le gigantesche catapulte che il Folletto aveva fatto costruire, attendevano leggermente defilate.
Joffrey, i Kettleblack, e il nano si fermarono lì, lui no. A lui il Primo Cavaliere aveva dato un compito diverso.
Gli aveva affidato la difesa della Porta del Re, mettendolo alla testa di una cazzo di guarnigione.
Non solo, se le navi di Stannis fossero riuscite ad attraccare sulla riva, ed era chiaro che ci sarebbero riuscite, avrebbe guidato le sortite di attacco per fermare i soldati nemici.
La Porta del Re era la più esposta, lo sapeva.
La flotta avrebbe incontrato per prima quella del Fango, ma in quel punto non c'era spazio a sufficienza per sbarcare e dato che Tyrion aveva fatto bruciare i moli, sarebbero stati costretti a proseguire, verso le sponde più ampie e sassose in prossimità della Porta del Re.
Lasciò il cavallo e salì sul mastio a sud.
Dall'altra sponda del fiume, al di là della densa oscurità della notte, la possente armata di Stannis attendeva l'arrivo delle navi.
Migliaia di cavalieri e l'intera fanteria si sarebbero riversati sulla riva nord a bordo di chiatte e zattere, pronti ad attaccare le mura, aspettavano solo che la flotta aprisse loro la strada, impegnando l'esigua potenza navale dei Lannister.
Il cielo era scuro. Era una notte di luna, ma basse nuvole estive coprivano tutto fino all'orizzonte.
Il vento soffiava da est, portando alle sue narici quel dannato odore di bruciato che ancora si levava dai resti dalle baracche date alle fiamme.
Si guardò intorno, dietro di lui la paura, davanti a lui la morte.
Che ci faceva lì? "Difendi la Porta" si disse "Proteggi la città".
Ma perché lo faceva? Non era la sua città, non era la sua gente; non che ci fosse un luogo a cui sentisse di appartenere, ma di certo, fra tutti, quello era il posto che più detestava.
Era il suo lavoro, veniva pagato piuttosto bene per proteggere la pace del re, e se quella battaglia fosse andata bene, se le difese avessero retto e Stannis fosse stato sconfitto - e lui fosse sopravvissuto - era assai probabile che ci sarebbe stata una ricompensa e una promozione.
Sotto di lui, schierati nel barbacane, c'erano i suoi uomini.
Quanti ne avrebbe persi prima che la notte fosse finita?
"Che importa?" si disse.
Vita e morte si intrecciavano inesorabilmente, così come l'odio e l'amore, il piacere e il dolore. L'uno si abbarbicava sull'altro affondando le proprie radici e vice versa.
C'era una linea di confine così sottile in tutto ciò, che a malapena la si poteva distinguere e a lui non era mai interessato farlo. Forse per questo aveva scelto quel tipo di esistenza. Gli era sempre piaciuto vivere ad un passo dalla morte, gli dava un rassicurante senso di immediatezza.
No, non aveva mai avuto paura di morire e aveva sempre pensato che non sarebbe arrivato ad avere i capelli bianchi, gli sarebbe solo dispiaciuto non vivere abbastanza per riuscire a vendicarsi di suo fratello. Non vivere abbastanza da poter... Un corno da guerra risuonò in lontananza, alle sue spalle.
Si voltò in tempo per vede una staffetta che correva velocemente verso di lui.
«Signore, le navi hanno iniziato a risalire il fiume, presto saranno davanti alla Porta del Fango»
"Bene" pensò «Tutti ai propri posti» ordinò ad uno dei suoi uomini.
«Sì.. comandante» rispose questo scendendo di corsa la rampa di legno.
Non era un comandante, ma era chiaro che gli uomini non sapevano come chiamarlo. Non era un cavaliere, non era un lord.. non aveva un vero e proprio titolo o qualifica, ma lo avevano messo al comando della guarnigione ed evidentemente non sembrava loro il caso di chiamarlo Mastino, non quando dalle sue scelte poteva dipendere la loro vita.
Tornò a scrutare il buio in direzione della foce. Le navi avrebbero impiegato del tempo per superare il primo attacco del Folletto e raggiungere l'argine alla sinistra dellasuaPorta.
Non si vedeva ancora nulla, ma era chiaro che stavano arrivando. Trattenne il fiato in attesa di quello che stava per accadere e che, sapeva, non gli sarebbe piaciuto.
Poi dozzine di barili in fiamme iniziarono a piovere dalle mura, seguendo parabole regolari come stelle cadenti.
Si ritrasse istintivamente di un passo, poi tornò vicino al merlo, obbligandosi a rimanere calmo.
Alcuni terminavano la loro corsa in mare, ma altri, un numero sufficiente a far danni, centrò le navi della prima linea, appiccando incendi.
Mano a mano che le navi avanzavano, anche la seconda linea si trovò a tiro e cercando di controllare l'insofferenza rimase immobile ad osservare la nuova ondata di fuoco.
Col legno che bruciava e le vele avvolte dalle fiamme, una luce minacciosa illuminava il letto del fiume da nord a sud, rendendo ben distinguibile la scena anche da quella distanza.
Quando anche la seconda linea prese a bruciare, il Folletto diede l'ordine di lanciare ancora, ed insieme ai barili infuocati precipitarono anche centinaia di frecce, rosse come tizzoni. Per un istante il cielo sopra il fiume parve un braciere ardente. Afferrò la fredda pietra della merlatura "È il momento". Scese le scale in un lampo e raggiunse i soldati già schierati.
Salí a cavallo mentre un ragazzino gli porgeva l'elmo, il suo famigerato elmo a testa di cane.
Avrebbe dovuto dire qualcosa - ai cavalieri piacevano i discorsi prima delle battaglie, davano loro il giusto slancio - ma lui le aveva sempre ritenute puttanate: se un uomo in procinto di battersi aveva bisogno di quattro stronzate dette da un lord per racimolare coraggio, avrebbe fatto meglio a non trovarsi lì!
Si voltò verso la guarnigione che, muta, aspettava un suo cenno «Sapete perché siete qui: dovete difendere la Porta del Re ed impedire che gli uomini di Stannis prendano la spiaggia» gridò «In molti moriranno e non me ne frega un cazzo, ma quando questa battaglia sarà finita questa fottuta Porta sarà ancora nostra. Sono stato chiaro?»
Il grido unanime che ne seguí lo stupì per l'ordinata ferocia con cui si era levato.
«Bene. E se vedo uno solo di voi indietreggiare, vi giuro che gli stacco la testa con le mie mani!»
Un fischio e l'argano face aprire lo spesso portone di quercia.
Fu il primo a uscire, mentre il cavallo scartava di lato, anch'esso trascinato dal fervore collettivo.
Rimasero fermi ancora qualche istante; una galea aveva puntato riva una quindicina di braccia più a est, provando a sbarcare sulla sottile lingua di terra su cui, fino a poco tempo prima, si era ammassato il mercato del pesce. Dalle mura sovrastanti iniziarono a calare frecce, pietre e acqua bollente, senza però causare troppi danni. Poi, una delle navi della prima linea sopravvissute al fuoco toccò terra davanti a loro, e quello fu il momento. Si lanciò al galoppo seguito dagli altri cavalieri: sarebbe toccato al loro il lavoro sporco, il corpo a corpo fetido e brutale.
Il tratto di terra fra la cinta muraria e il mare era piuttosto breve e molto più pianeggiante e regolare che in prossimità della foce, e in un attimo lo ebbero attraversato, riversandosi contro quell'unica nave che aveva raggiunto la riva.
Quelli che erano già a terra, intenti a trasportare le balestre, non se ne accorsero nemmeno, quelli a bordo della nave invece, fecero in tempo a capire che sarebbero morti.
Scagliò il cavallo sulla passerella e salí a bordo della galea mulinando lo spadone da guerra. Ad ogni affondo un corpo si inchiodava alla lama, ad ogni fendente membra umane, sangue e interiora, volavano davanti a lui.
Durò poco, tutto sommato, poi lui e i suoi si ritrovarono su una nave cosparsa di cadaveri mutilati, mentre gli zoccoli del suo stallone sciaquettavano in un vasta pozza di sangue.
«Rientrare» ordinò spronando lo stallone.
Straniero stava a gli altri cavalli come lui stava a gli altri uomini, si mosse con la sua massa enorme e solida, calpestando i resti umani che giacevano sul legno ormai rosso del ponte, poi ridiscese lungo la passerella e galoppò verso la Porta del Re.
SANSA
Le grida e il frastuono che arrivavano da fuori, avevano gettato le donne nel panico.
Staffette andavano e venivano trafelate portando notizie e aggiornando la regina.
Cersei sedeva imperturbabile. Non aveva toccato cibo, come lei stassa d'altronde.
L'apprensione le aveva murato lo stomaco completamente.
Via via sorseggiava del vino, ma avrebbe preferito latte di papavero o vino del sonno.
"Che dici! Devi restare vigile" si disse. Sì doveva essere sveglia e padrona di sé, Ilyn Payne era comparso dietro sua maestà e stazionava alle sue spalle nel suo completo nero, la mano ferma sull'elsa e il viso livido di un cadavere.
La sua presenza era forse la cosa peggiore...
Dalle finestre a sud arrivava un bagliore ambrato, e dalle informazioni riferite a Cersei aveva appreso che l'attacco alla flotta nemica era iniziato.
Lord Tyrion aveva dato ordine di lanciare barili di fuoco contro le navi e dopo che alcune di esse avevano cercato di sbarcare sotto le mura, anche le tre grandi catapulte poste alla Porta del Fango, erano entrate in funzione.
Cersei pareva indifferente, mentre lei si stringeva le mani in grembo per controllarne il tremore.
Ogni volta che un ragazzo arrivava a portare notizie, drizzava le orecchie cercando di escludere ogni altro rumore che non fosse la voce di quest'ultimo.
Sapere cosa stesse succedendo là fuori era tutto ciò che le desse un qualche conforto.
Chissà in quanti erano già morti...
«Le Tre Puttane hanno abbattuto due navi e finora nessun nemico è riuscito a raggiungere le mura»
«Dove si trova il re?» chiese la regina.
«È ancora alla Porta del Fango, è lui a comandare le catapulte, gli uomini sono molto felici di averlo lì»
«È in pericolo?»
Il ragazzo esitò «Io.. Non saprei mia regina. Il Primo Cavaliere ha disposto tutto in modo che non lo sia...»
«Dove stanno attaccando gli uomini di Stannis?»
«Stanno cercando di sbarcare fra il mercato del pesce e la Porta del Re, vogliono creare una difesa affinché le chiatte di Stannis possano lasciare la riva sud e attraversare il fiume, ma per ora non hanno avuto successo. I nostri soldati gli hanno tirato contro di tutto: fuoco, frecce e pietre, e più a monte il Mastino ha guidato due sortite micidiali falciando tutto l'equipaggio»
La regina annuì «Vai»
Il ragazzo si inchinò e scomparve velocemente per andare a procurarsi altre informazioni.
Un fragore di tuono rimbombò a sud e una luce rossa fiammeggiò nella stanza.
Le donne gridarono e alcune svennero per la paura e la tensione.
L'espressione sdegnata di Cersei era chiara. Odiava quelle persone, tutte.
Aveva già respinto gruppi di notabili della città che avevano cercato asilo oltre le porte della Fortezza, nonché i nobili che si erano attardati a pregare nel tempo di Baelor.
A quanto pareva Cersei non pregava, non sembrava interessata agli dei, né ai vecchi, né ai nuovi. Non le interessava nemmeno di loro, né poveri, né ricchi, né santi, né peccatori, le importava solo dei suoi figli.
Ricordò quello che le aveva detto a proposito di non amare nessuno. Forse per una regina era fondamentale mantenere un certo distacco...
Si guardò in torno: le sembrava impossibile riuscire ad essere altrettanto impassibile. Lei provava pena per le donne di quella sala, donne che temevano per sé stesse, ma ancora di più per i propri uomini che difendevano le mura. Avrebbe voluto rassicurarle, dire loro di non temere, che gli dei le avrebbero aiutate.
A differenza di quelle donne lei non aveva nessuno dei suoi cari in mezzo a quella battaglia, eppure tremava al pensiero di quanti non avrebbero fatto ritorno. Aveva sussultato quando la staffetta aveva nominato il Mastino. Non era certo un suo amico, né un suo congiunto, eppure pregava per lui da quando era partito, affinché ne uscisse vivo.
No, lei non era ancora fredda e inflessibile come Cersei e chissà se lo sarebbe mai diventata.
Mentre una cameriera portava i sali per far riprendere le dame prive di sensi, la regina ebbe un moto di stizza e fece cadere a terra un pesante vassoio d'argento; quelle più vicine si scossero e si votarono a vedere cosa fosse stato, ma le altre rimasero immerse nel proprio sgomento, gli occhi colmi di spavento.
«Stupide creature inutili» sussurrò Cersei «perché non vanno a piangere da un'altra parte? La loro presenza è insopportabile. Vorrei non aver detto loro di venire»
«Ma così sono al sicuro, le state salvando»
«Salvando? Credi che siano in salvo qui?»
«Il fortino di Maegor è il luogo più sicuro della città!»
Cersei sorrise «È sai quanto vale il luogo più sicuro in una città conquistata da un esercito invasore? Meno di niente! Anzi, è il primo luogo in cui verranno a cercare il bottino!»
Gli occhi le corsero in giro per la stanza. C'era un solo accesso, se avessero bloccato la porta o le scale a chiocciola, magari buttando giù sedie e tavoli alla rinfusa...
«Stai pensando a come poterli fermare? Sei più pratica di quanto pensassi...» disse con una smorfia «Ma non c'è modo. L'unica speranza è che se la città cade - se la Fortezza cade - il mio caro cognato arrivi qui prima dei suoi uomini, in caso contrario le signore qua dentro passeranno dei brutti momenti»
Un brivido le corse lungo la schiena mentre provava ad immaginare.
«Stupri» la precedette «Ogni tipo di stupro e violenza. Tutte, indistintamente: giovani, vecchie, belle e brutte. Anche le septa, se le trovano in giro, e le sorelle del silenzio. Alcuni non risparmieranno nemmeno le bambine» disse con disprezzo.
«Ma noi.. voi..» balbettò Sansa.
«Noi cosa? Hai dimenticato cosa ti è successo durante la rivolta? Ora immagina che quei tre pezzenti che ti hanno aggredita siano dei soldati famelici addestrati alla violenza, che siano tanti, che siano sopravvissuti ad una battaglia sanguinosa e siano i vincitori... Non esistono uomini più pericolosi di quelli, e non saranno certo pianti e svenimenti a fermarli»
«Ma voi siete la regina!»
«Un trofeo ancora più ambito» mandò giù un boccone di pane «Ma forse sì, se i primi a penetrare nella Fortezza non sono completamente ebbri, questo potrebbe consentirmi di arrivare intatta davanti a Stannis» rifletté «Non che questo cambi molto... Fosse chiunque altro potrei sedurlo, ma lui è Stannis Baratheon.. lo hai mai incontrato?»
«No altezza»
Alzò gli occhi al cielo pensando al cognato «Avrei più successo se cercassi di sedurre il suo cavallo!»
Sansa abbassò lo sguardo con un certo imbarazzo.
«Smettila di essere così pudica Sansa, non sarà la tua innocenza a salvarti la vita, se mai dovrai farlo»
Non voleva, ma si sentí avvampare. Sapeva che l'avrebbe indispettita, ma era più forte di lei, quei discorsi la imbarazzavano enormemente.
«Facciamo un gioco: se fossi tu al comando, una donna sola, e un usurpatore conquistasse il tuo castello, tu che cosa faresti?»
Oh dei! Non ne aveva idea. Cercò di pensare alle lezioni della sua vecchia septa, a quelle del maestro Luwin, di sua madre.. ma nessuno aveva mai supposto scenari simili né dato istruzioni al riguardo. "Ragiona" si disse.
«Io.. Io gli chiederei di risparmiare la mia gente»
«Mmm, e poi?»
«E poi... Non lo so, forse dovrei andarmene? Gli chiederei di lasciarmi andare... O forse dovrei combattere fino all'ultimo dei miei uomini!»
Scosse la testa «Il castello è già preso, non hai più uomini, sei sola...»
«Allora dovrei chiedergli di essere misericordioso» ma per qualche ragione era certa che non fosse la risposta che Cersei voleva sentire.
«Oh sì, perché gli invasori sono noti per la loro magnanimità con i nemici sconfitti! Finiresti violentata e imprigionata, o violentata e uccisa, la stessa fine che Gregor Clegane fece fare a Elia Martell»
Ebbe un brivido. Aveva visto la Montagna solo in un paio di occasioni, ma aveva speso più di un momento con suo fratello...
«Non so cos'altro potrei fare» ammise.
«Tu hai un potere Sansa, ogni donna lo ha, e se impari ad usarlo bene potrà esserti molto utile.. in tempi instabili come questi può anche fare la differenza fra la vita e la morte» si sporse verso di lei «Le septa insegnano che la buona educazione e la dignità sono le armi delle signore... Menzogne! I rapporti fra le persone, le battaglie, la vita, tutto si basa su un semplice fatto: la domanda e l'offerta, la merce di scambio. Tu sei giovane, bella, colta, e hai una cosa che l'usurpatore del nostrogioconon vede l'ora di assaggiare. Ovviamente potrebbe prendersela e basta, ma gli uomini sono molto limitati sotto quel preciso punto di vista. Seduci un uomo, lasciagli credere quello che vuole credere, e gli farai fare qualunque cosa tu voglia, potresti persino essere di nuovo la padrona del castello»
Arrossì ancora, capendo a cosa si riferiva, ma annuì lo stesso.
«Usa la testa colombella, e non dimenticare mai che l'arma più potente e quella che tieni in mezzo alle gambe»
Cersei Lannister, regina dei sette regni, le aveva parlato con una franchezza tanto rude da lasciarla imbambolata. Non aveva mai immaginato che una donna del suo rango potesse parlare di certi argomenti con la disinvoltura di una ragazza di bordello.
Ad ogni modo di sentiva in difetto, era sempre così, anche nelle occasioni in cui l'aveva odiata di più si era sempre ritenuta nettamente inferiore a lei.. E lo era, in tutto, anche in quello. E per quanto una parte di lei la odiasse, sentiva prepotente il desiderio di emanare il medesimo senso potere.
SANDOR
Dopo la prima sortita altre navi avevano provato ad ormeggiare, ma le catapulte le avevano affondate prima che potessero riuscirci.
Erano usciti di nuovo per fronteggiare le zattere che cercavano di traghettare parte della fanteria dalla sponda sud a quella nord, e si erano abbattuti con tale violenza sulle prime, che nessun'altra si era azzardata ad avanzare prima di avere la copertura delle galee.
Adesso una nuova linea nemica era in avvicinamento. Per qualche ragione dalla Porta del Fango non era sopraggiunto alcun attacco e adesso dieci navi allineate risalivano la corrente verso la loro sponda.
Era probabile che quelle più a sud rimanessero in acqua per fornire una copertura a zattere e scialuppe, ma se anche solo la metà avesse deciso di sbarcare contemporaneamente, per la sua guarnigione sarebbe stato impossibile difendere la Porta.
Intravide un lieve bagliore a monte. Seguendo la corrente, cinque navi Lannister scendevano verso la foce.
"Finalmente"
La flotta di Joffrey era imbarazzante rispetto a quella messa insieme da Stannis Baratheon, ma se avessero sfruttato lo spazio limitato del letto del fiume, forse potevano reggere.
A loro sarebbe comunque toccato affrontare altre sortite...
Abbandonò la postazione e scese ancora una volta nel barbacane per prepararsi all'attacco.
Non avrebbe lasciato che mettessero i piedi a terra, la loro furia si sarebbe scatenata più dirompente della prima volta.
Salì a cavallo, sguainò la spada e guidò gli uomini contro la nave che si era avvicinata all'argine. Tutto come alla prima sortita: arti e budella e teste e fiumi di sangue nero, come nere erano le acque del fiume. Fra una mulinata di spada e l'altra vide le navi di Stannis avanzare verso il blocco creato da quelle del re, intavide una piccola chiatta semidistrutta, un rudere che di certo non aveva preso parte allo scontro, scivolare verso est, trascinata dalla corrente.
Un istante, un pensiero "Che cazzo..", poi un boato sconosciuto squassò il cielo con la forza di cento tuoni; una spinta improvvisa quasi lo fece cadere da cavallo, poi una luce accecante di un colore sinistro comparve alle sue spalle e in un momento il letto del fiume fu un tappeto di fiamme verdi alte cento piedi.
«Altofuoco!» sentì gridare da più parti contemporaneamente.
Fu il caos.
La chiatta non esisteva più e i resti della galea nemica che l'aveva urata, erano totalmente avvolti dalle fiamme. Nello sbigottimento generale alcuni soldati si erano dimenticati di combattere ed erano rimasti imbambolati ad osservare quello spattacolo maestoso e terrificante.
Un ragazzo gli si avventò contro approfittando del momento; senza smettere di guardare il fiume fece guizzare il pugnale che teneva nella sinistra, che andò a conficcarsi dritto nell'occhio di quel coglione.
Ne fece velocemente fuori altri due, ma aveva iniziato a sudare freddo.
Continuava ad abbattersi contro quegli uomini, ma l'alone verde che aleggiava intorno a lui era a mala pena tollerabile.
"Fanculo" e affondò la lama "Fanculo"
Una delle navi della linea seguente perse il controllo e andò ad urtare contro la poppa della galea che avevano appena conquistato. L'urto fece cadere fuori bordo molti degli uomini di entrambe le fazioni, ed entrambe le fazioni presero fuoco non appena toccarono l'acqua.
"Dannazione" imprecò.
Voleva solo rientrare e invece adesso doveva fronteggiare degli altri stronzi.
Con un grido richiamò i suoi uomini, scese da cavallo e attraverso lo sperone incagliato nel legno di poppa, trasbordarono sulla terza nave. A piedi aveva ancora più libertà di movimento e si scagliò immediatamente sui primi uomini che si trovò davanti, tagliandoli a metà.
Combatteva da quando era poco più di un bambino e da quel che ricordava gli era sempre piaciuto farlo. Impugnare una lama e attaccare il nemico lo aveva aiutato a sfogarsi: un modo come un altro per liberarsi della rabbia e del livore che si portava dietro.
Ben presto si era reso conto che la violenza lo faceva stare meglio, che riversare sul prossimo il proprio desiderio di vendetta era quasi dissetante; e quando la sua superiorità sugli altri era stata chiara, il modo rapido e inesorabile con cui portava la morte su di loro, ne era divenuta una naturale conseguenza.
Ma affondando la lama, adesso, mentre le fiamme dell'inferno avvolgevano tutto, sentiva che qualcosa era cambiato.
Forse era la frustrazione, forse era l'ansia che il fuoco gli provocava.
"Che cazzo ci faccio qui?", ma intanto continuava ad avanzare e uccidere.
Si fece largo verso la poppa, calpestando una poltiglia umana composta da sangue e interiora. Presto avrebbero preso anche quella nave e sarebbero potuti tornare dentro le mura.
Aveva la gola secca e il braccio destro iniziava a fargli male quando La Giustizia del re, la prima nave della flotta Lannister, gli scivolò di fianco evitando l'altofuoco che si allargava a sud. Se la flotta avesse fatto la sua parte, forse sarebbero riuscì a rientrare ed organizzare una nuova sortita, anziché rimanere bloccati là fuori a fare da una nave all'altra.
Guardò verso l'estuario, dove sapeva che il Folletto aveva fatto montare uno sbarramento a catena. Il piano del nano era farli ripiegare verso la foce obbligandoli ad ammassarsi, se non si fossero schiantati conto la catena si sarebbero comunque incagliati fra loro. Ma la flotta di Joffrey era esigua, e c'era la possibilità che le prime linee di Stannis decidessero di avanzare comunque in sfondamento: avevano i numeri per farlo, e Tyrion Lannister non aveva modo per impedirlo...
Il dromone di Joffrey li superò e non appena fu in linea con le navi di suo zio, una nuova raffica di barili incendiati si abbatté su di esse.
Il boato fu ancora più violento del precedente!
Fu scaraventato a terra diversi piedi più in là di dove si trovava. Una scarica di schegge e detriti gli si abbatté addosso, qualcosa lo colpì sopra l'occhio sinistro e avvertí un dolore pungente alla spalla.
Rimase a terra qualche istante, stordito, poi, quando si tirò su, si trovò nell'antro più profondo dei sette inferi.
Quello che restava della Giustizia del re era un ammasso sventrato di assi spezzate e cime che bruciavano.
Tutta la linea nemica, dieci navi da guerra che originariamente avevano fatto parte dell'armata di Renly, ardevano inesorabilmente.
Il pelo dell'acqua era invaso dal verde vischioso dell'altofuoco che si allargava in ogni direzione, compresa la sua.
Intorno a lui le fiamme rosse dei barili di pece si contendevano assi e vele con quelle verdi dell'altofuoco, mentre torce umane di entrambi i colori si contorcevano da prua a poppa.
La nave era squarciata a babordo e aveva iniziato a imbarcare aqua e liquido infiammabile.
Entrambi i trinchetti erano crollati sul ponte - e sotto di loro si dibattevano debolmente poveri corpi ormai spacciati - mentre l'albero maestro era ancora in piedi, benché totalmente avvolto dalle fiamme.
Le grida che si levano da quel rogo infame facevano gelare il sangue.
Conosceva il bacio del fuoco e non osava immaginare cosa significasse venirne consumati. L'altofuoco poi era inestinguibile. Non c'era acqua, né sabbia, né spesse coperte che potessero soffocarlo.
L'altofuoco bruciava finché ce n'era, anche quando della sua vittima non rimaneva altro che un mucchietto di cenere inerte.
Iniziò a tremare violentemente, i peli su tutto il suo corpo erano irti e sensibili.
Doveva andarsene da lì. Subito.
Non temeva per la sua vita, non ci aveva mai badato molto, poteva sopportare tutto, tranne che quello.
Doveva rientrare prima di perdere la testa!
La poppa bruciava e il fuoco si spandeva velocemente a dritta. Aggirò un ammasso macerie in fiamme cercando di non badare al fuoco che gli lambiva gli stivali. Corse verso l'albero di trinchetto abbattuto, vi salì sopra e quando lo ebbe superato, il legno della tolda cedette sotto il suo peso. Si trattenne a stento con le braccia mentre la parte inferiore del suo corpo oscillava sottocoperta. La spalla dolorante ebbe uno spasmo "Merda", se cadeva là sotto era la fine.
Si sentí afferrare con forza «Coraggio comandante!» disse uno dei suoi uomini, una cappa rossa Lannister.
Mentre questo lo sorreggeva per l'armatura, si dette la spinta coi muscoli dell'addome, una fitta tremenda lo percorse dalla spalla alla mano, ma riuscì a tirarsi su.
«Grazie» disse «di qua»
Corsero entrambi verso lo sperone incagliato che già inizava ad incediansi, si guardò intorno: non c'erano alternative.
«Attravers» non riuscì a finire: il gigantesco pennone dell'albero maestro si staccò e precipitò sul ponte, colpendo il soldato Lannister che rotolò verso dritta e rimase incastrato. "Si fotta" pensò, ma non riuscì a lasciarlo, arrancò pesantemente verso di lui e afferrò l'estremità del pennone per sollevarlo. Era uno sforzo immane e continuava ad avere quel tremendo dolore alla spalla, ma non voleva mollare, cazzo. Riuscì a liberarlo quel tanto che bastava «Muoviti» ringhiò; il ragazzo strisciò sul fianco e si aggrappò al parapetto di dritta, gli sorrise.
Poi gridò. Dal mantello rosso Lannister risaliva inesorabile la fiamma verde dell'altofuoco.
Face un passo indietro; il soldato cercò di strapparsi il mantello, ma il fuoco gli si propagò lungo il braccio. Era finita, l'alto fuoco era una condanna a morte.
Mentre il giovane si gettava a terra in preda al terrore, non poté far altro che voltarsi e correre via, prima che tutto il castello di prua fosse invaso dalle fiamme.
Attraversò lo sperone senza voltarsi, risalí sulla prima nave e corse a perdifiato lungo tutto il fianco, finché non trovò la passerella da cui erano saliti.
Straniero doveva essere sceso da solo, lo cercò con lo sguardo inutilmente e sperò che avesse trovato riparo sotto le mura.
Finí coi piedi in acqua e superò il tratto fangoso più in fretta che poté.
L'argine era disseminato di corpi. Gente sua, gente loro. Tutti morti, pestati, massacrati... bruciati.
Cadaveri neri carbonizzati si stendevano verso est, in direzione della Porta del Fango, dove la Giustizia del re era saltata in aria.
In mezzo al fiume le navi erano tutte in fiamme e le ultime cinque linee della flotta di Stannis stavano cercando di farsi spazio sui fianchi per tornare indietro.
Fuggivano dall'inferno.
Ma l'altofuoco li seguiva, strisciava infido sul pelo dell'acqua e si attaccava a qualunque cosa gli passasse vicino, e poi, una volta alla foce, avrebbero trovato la catena...
«Cazzo!» disse. Girò su se stesso e lasciò che lo sguardo spaziasse fin dove riusciva ad arrivare, dal verde viscido delle acque del fiume, al verde riflesso che tingeva le nubi basse e scure di quella dannata notte.
Morte e fuoco e grida. E l'orrore, l'orrore!
Un orrore che era stato calcolato, anzi, che era stato accuratamente organizzato: adesso lo vedeva. La chiatta che si era schiantata contro la prima galea era servita a bloccare la fanteria nemica stazionata sulla riva sud, ma era stata la Giustizia del re - e la Speranza, che l'aveva seguita - a fare il grosso.
Se guardava bene i miseri resti che bruciavano riusciva a distinguere, tutto intorno alla chiglia, quelli che dovevano essere stati barili traboccanti di altofuoco in forma liquida.
Tyrion Lannister aveva stivato galloni di fiamme nelle sue stesse navi e aveva fatto in modo che attaccassero quelle di Stannis in una missione suicida. Aveva sempre saputo che la loro flotta non sarebbe stata sufficiente per fronteggiare le dieci linee nemiche e così aveva deciso di sacrificarne una parte per poter spingere la flotta avversaria verso la vera mattanza: la catena!
E non aveva detto niente a nessuno.
Certamente non ai capitani delle navi coinvolte, non all'equipaggio, non ai soldati che trasportava e probabilmente nemmeno a quelli che dalle mura avevano lanciato frecce infuocate e barili incendiati con l'unico scopo di far esplodere l'altofuoco.
Lui, ad esempio, lo scopriva adesso.
Non ne era sorpreso, né deluso, né ferito... Come aveva detto il nano? C'erano situazioni che richiedevano scelte drastiche, decisioni prese per un motivo superiore in cui la vita di dieci, cento, mille persone era un concetto astratto, irrilevante.
Anche lui lo era, irrilevante. Ne era sempre stato cosciente. Per questo viveva per sé stesso, perché non credeva, né si curava, delle cause irrilevanti di esseri umani altrettanto irrilevanti, incluso il re.
Il fuoco dal dromone si sparse a tutta la galetta, che iniziò a bruciare in prossimità della riva. Il calore e la luce erano insopportabili.
"Muoviti coglione" si disse.
Con la spada in pugno corse verso la sua Porta.
«Rientrare!» gridò «Rientrare»
Erano rimasti un terzo di quanti erano partiti.
Durante la prima sortita aveva perso pochi uomini, ma adesso gran parte dei suoi giaceva sulla riva sassosa delle Rapide nere.
Non gli fotteva un cazzo di loro, alla fine, ma non sarebbero più stati in grado di organizzare una sortita decente, non in quello stato; prese un lungo sorso di vino dalla fiasca, il quinto o il sesto da quando era rientrato.
Oltre a quello, poi, non aveva più voglia di stare lì: quel posto stava bruciando.
Appena rientrato si era fatto sganciare lo spallaccio e finalmente aveva capito cos'era a fargli tanto male: un fottuto, appuntito pezzo di ferro lungo tre pollici aveva trovato un cazzo di spazio nell'armatura e gli si era conficcato nella spalla. Quello era stato il primo vino della serata: lo aveva buttato giù avidamente e poi si era tirato fuori quell'affare dalla carne.
Immaginò cosa fosse successo ai corpi di coloro che si erano trovati più esposti, nel momento in cui la nave era saltata in mille pezzi.
Non aveva mai visto nulla del genere in vita sua: il fuoco bruciava, e vedendo Harrenhall si capiva che quello di drago riusciva a liquefare la pietra come l'altoforno fondeva il ferro, ma quel venefico liquido verde generava tuono e folgore, spostava aria e materia distruggendo in una sola volta quello che nemmeno dieci scorpioni e catapulte messe insieme avrebbero potuto. E si attaccava addosso come una piaga putrescente conducendo a morte certa.
Era spaventoso, era la cosa più spaventosa che avesse mai visto.
Non sapeva da quanto era iniziata, né per quanto fosse stato là fuori, aveva completamente perso il senso del tempo "Quanto manca all'alba?" ma il buio era denso e l'unica luce che saliva da est era quella delle fiamme.
Bevve ancora. Sentiva la gola secca e la bocca impastata, e non riusciva a liberarsi dal sapore del sangue e del fuoco, o dell'idea di entrambi...
Un rumore concitato giunse dall'alto e dalle merlature scesero di corsa alcuni soldati.
«Catapulte. Stannis attacca! Al riparo!»
"Che?"
La distanza era notevole, ma la gittata poteva essere sufficiente per raggiungere le mura: potevano rimanere bloccati.
"Cazzo vattene. Non è la tua battaglia, che cazzo te ne frega di chi è il re?"
Nulla, ma se Stannis riusciva a prendere la città e i suoi uomini sfondavano la Fortezza.. Conosceva bene i soldati, era cresciuto tra loro. Forse avrebbero lasciato al loro re il privilegio di decidere cosa farne della cognata, ma l'Uccellino... cosa avrebbero fatto a lei? Scosse il capo, doveva rimanere lì, quella Porta del cazzo avrebbe tenuto!
Ci fu un lungo momento di silenzio, poi una pioggia di massi e barili infuocati si abbatté su di loro. Osservò attraverso la bertesca: il tratto di terra che andava dalle mura al fiume era in fiamme, si sentí sollevato del fatto che fossero rosse e non verdi. I massi non avevano raggiunto la porta, ma se avevano delle catapulte più a est, dove il tratto era più stretto, sarebbero riusciti ad arrivare alla cinta e quasi certamente a superarla.
Da quel momento in poi la fanteria di Stannis Baratheon avrebbe iniziato ad attraversare il fiume.
Se avesse avuto un paio di catapulte avrebbe potuto rispondere, ma la Porta del Re ne era sprovvista. Diede allora ordine agli arcieri di salire sulla sommità delle mura, mentre i balestrieri si sarebbero avvicendati alle feritoie più basse; gli archi a lunga gittata avrebbero potuto intercettare gli uomini sulle barche, mentre le balestre avrebbero abbattuto quelli che fossero riusciti a sbarcare.
Non era una soluzione in grado di reggere a lungo, ma era tutto quello che poteva fare in quella merdosa condizione.
Seguí una nuova carica nemica e il successivo attacco simultaneo di una decina di trabucchi.
Come aveva supposto vide le scie infuocate di alcuni barili cadere oltre la cinta e schiantarsi sugli edifici che affacciavano sul Lungofiume.
"Merda" «Che cazzo fate lassù? Volete farli sbarcare?» salì sul mastio. Le scialuppe si stavano avvicinando velocemente nonostante la corrente trasversale.
«Incoccare. Tendere. Lanciare!» comandò.
Una fitta trina scura si confuse col nero della notte e si riversò sulle strette imbarcazioni che cercavano di attraversare il fiume.
Era stato un buon colpo, ma non era sufficiente «Continuate» disse scendendo di sotto per controllare le balestre, ma prima che toccasse terra, una nuova scarica di barili lì colpì.
Alcuni finirono oltre la porta interna e due rotolarono dentro il barbacane. Uno si infranse contro la sporgenza di una trave e pezzi di legno ardente gli finirono addosso.
Scattò all'indietro così in frettà che per poco non cadde.
Udì lo scoccare delle balestre, poi una raffica di frecce nemiche piombò su di loro, appiccando piccoli incendi nella struttura.
Merda. Sentiva il sudore scendere giù per il collo e infilarsi nella veste di lino già mezza.
Merda. Merda.
Prese di nuovo la sacca e tracannò una lunga sorsata di vino.
Doveva calmarsi, ma non ci riusciva. Il fuoco, non vedeva altro, non sentiva altro. Il fuoco. Ovunque.
Continuò a bere e a dare ordini di lancio, finché un nugolo di uomini a cavallo entrò dal cancello sul Lungofiume.
«Che sta succedendo qui?» era la voce del Folletto «Dov'è il vostro comandante? Perché non siete fuori a difendere la porta, dove diavolo è il Mastino?»
Uscì dove la luce delle torce poteva illuminarlo.
«Siamo stai fuori tre volte a difendere la porta, le prime due sono state un successo, e lo sarebbe stata anche la terza, se non aveste deciso di farci arrostire insieme alle navi di Stannis!!»
«Clegane..» lo salutò «Non avevamo scelta, l'altofuoco era indispensabile per sopperire all'inferiorità numerica»
«Oh certo. Ma se ci aveste informati avrei evitato di trovarmi là fuori con tutta la fottuta guarnigione proprio mentre colpivate!» ringhiò.
«Non è così semplice gestire i tempi di una battaglia Clegane, non sapevamo esattamente quando avremmo dovuto fare fuoco!» il tono saccente del nano lo mandò in bestia.
«Certo, ed è ancora più difficile quando a comandare una difesa di questo tipo c'è qualcuno che non ha mai vissuto un assedio o combattuto una vera battaglia in tutta la sua vita» ghignò fra i denti «Il fatto è che non sai una cazzo di cosa significhi difendere una porta, o comandare una sortita, o trovarsi in mezzo a un dannato campo di battaglia mentre la gente intorno a te brucia! Non sai un cazzo di queste cose e non hai la fottutissima idea di quello che stai facendo!»
«Non è il momento di discutere i piani. Dobbiamo impedire che sfondino la porta» lo liquidò conciso.
«E con cosa? Non ho che archi e balestre e mi piacerebbe tanto sapere che cazzo state facendo alla Porta del fango con quelle fottute catapulte! Perché non lanciate?»
«Le tre Puttane erano impegnate a mandare un regalo a mio zio!» rispose il re stizzito.
Non si era nemmeno accorto che ci fosse anche lui. Guardò il Folletto, il quale spiegò con un certo imbarazzo «Il re ha caricato le balestre coi corpi dei traditori e li ha lanciati sul campo avversario, come monito»
Fottuto idiota, piccolo, stupido, arrogante mentecatto!
«Bene, spero che la cosa li abbia spaventati a morte, perché se non incominciamo a lanciare presto saranno qui!» commentò.
«Dovete fermarli prima che carichino la porta con l'ariete. Dovete uscire di nuovo!» insisté il nano.
«E con quali uomini? Quelli che avevo sono quasi tutti là fuori, carbonizzati. Se ti sbrighi forse fai ancora in tempo a vederne qualcuno che si contorce» bevve ancora, poi diede loro le spalle e andò a sciacquarsi la faccia.
«Se non uscite fuori sfonderanno!»
«Sfonderanno lo stesso. Dovevate portare delle catapulte anche qua ed evitare di decimarci con l'altofuoco. Non porterò questa gente fuori a morire per colpa delle vostre stronzate, fallo tu se ci tieni!»
Joffrey oscillava nervosamente da un piede all'altro visibilmente preoccupato, spaventato «Cane» strillò «ti ordino di uscire e fare il tuo lavoro! Subito!»
Testa di cazzo, starnazzava come un pollo.
«Clegane, sei una cappa dorata, sei un membro della Guardia reale!» il tono del nano era accorato «Esci a difendere la città e la pace del tuo re!»
Scosse la testa, non capivano il punto, non capivano un cazzo «Si fotta la Guardia reale» rispose aspro «Si fotta la dannata città» sputò per terra «Si fotta il re» rinfoderò la spada e uscì in strada lasciandosi grida, morte e fuoco dietro le spalle.
Aveva trovato Straniero oltre la porta interna del barbacane. Era un cavallo abituato alle battaglie - e al suo padrone - e si era limitato a rientrare senza allontanarsi troppo.
Avevano galoppato per un tratto sul lungofiume, ma quando era stato in prossimità della Porta del Fango aveva svoltato a sinistra e si era addentrato nel dedalo di stradine che conduceva ai piedi della Fortezza Rossa.
La maggior parte delle strade era deserta, ma vedeva via via gruppi di soldati spostarsi verso ovest, per difendere la Porta che lui aveva abbandonato.
A sud il cielo era ancora spaventosamente illuminato dalle fiamme, e nell'aria si udivano tonfi e fischi e grida, e una terribile puzza di bruciato.
Ma lui se ne stava andando, avrebbe mandato affanculo quella merda una volta per tutte, c'era solo una cosa che doveva fare prima.
Raggiunse le mura della reggia. Gli ingressi principali erano chiusi, e al di fuori uomini donne e bambini si ammassavano sperando di trovarvi rifugio "Poveri stronzi" Cersei non avrebbe aperto le porte per tutto l'oro del mondo.
Svoltò a nord e galoppò tutto intorno finché non raggiunse i cancelli di servizio usati dalle milizie.
Era una zona meno sorvegliata delle altre, visto che l'attacco era in corso sul lato opposto delle mura, ma in ogni caso l'ingresso e l'uscita di un soldato della Guardia non avrebbe dato nell'occhio.
Scese giù per la rampa e smontò, legando il cavallo in fondo al porticato, in una zona buia, poi prese una delle piccole scale di servizio e iniziò a salire.
Era stanco, la spalla gli doleva, e la ferita sopra l'occhio bruciava, ma arrivò piuttosto in fretta davanti alla sua porta.
In giro non c'era nessuno. Entrò piano, la stanza era vuota.
Si guardò in torno, conosceva quelle stanze, ma non c'era mai entrato senza di lei. L'ultima volta che era stato lì l'aveva messa a letto e poi, come un povero stronzo, era rimasto seduto sulla poltrona di fianco a guardarla.. l'aveva guardata come una cazzo di balia finché la candela non si era consumata "Che idiota".
La stanza era buia, ma le tende erano aperte e dalle porte che davano sul balcone giungeva la luce della battaglia.
Era tutto ordinato, il letto rifatto, le spazzole e Ie boccette di olio profumato erano allineate sulla specchiera. Da fuori arrivò un nuovo boato, ma lo ignorò totalmente, non era più affar suo; camminò fino ad un pesante armadio di legno, lo aprì: allineati ordinatamente c'erano i suoi abiti. Non era uno che notava certe cose, ma si rese conto di riconoscerli tutti. Sulla poltrona era piegata una sciarpa di seta leggera, gliela aveva già vista, di solito la girava intorno alle spalle incrociandola sul seno, quando gli abiti che indossava erano troppo scollati. La prese e se la portò al viso, sapeva di lei. Una serie di immagini tremendamente seducenti gli affollarono la mente. Posò la sciarpa, poi la prese di nuovo, la arrotolò e la infilò sotto la cotta di maglia.
C'era un divanetto nella nicchia di fianco al suo letto, andò a sdraiarsi lì, appoggiando la schiena ai cuscini. Gli faceva male ovunque.
Avrebbe aspettato un po', sperando che arrivasse, in caso contrario sarebbe dovuto andare a cercarla. Era pericoloso, avrebbe dovuto fare in modo che non li vedessero... ma quella era la notte giusta per scomparire con Sansa Stark.
Tirò indietro la testa e chiuse gli occhi.
Passò poco tempo e lei entrò. Poggiò il candelabro sul tavolo d'ingresso e si voltò, quando lo vide sussultò.
«Che fate qui?» gli chiese.
«Ti stavo aspettando. Lascio la città. Ti porterò con me, se vuoi» disse alzandosi.
Lei si guardò intorno, come se stesse valutando la cosa, come se pensasse a cosa portare con se «Dove andrete?»
«A nord, probabilmente. Posso portarti dalla tua famiglia, se vuoi, o... o in qualunque altro posto»
Le si era avvicinato un po' troppo e lei fece un passo indietro.
«E se ci prendono?»
Le si avvicinò ancora «Non ci prenderanno»
Sansa fece un altro passo indietro «I Lannister mi daranno la caccia» era arretrata fin quasi alla colonna della portafinestra «Mi proteggerete?»
«Sì» rispose, si sentiva stordito, doveva aver bevuto davvero tanto perché gli sembrava che fosse più alta..
«E ucciderete i miei nemici?» sussurrò. Ormai aveva le spalle al muro, alzò il viso verso il suo, aspettando una risposta che già sapeva.
«Farò quello che vorrai» rispose.
Erano vicini, si aspettava che abbassasse lo sguardo ma non lo fece; le girò una mano dietro la nuca e lei gli fece scivolare le braccia lungo il collo, l'attimo dopo sentí quella bocca liscia e morbida sotto la sua. La strinse contro la colonna e scese a baciarle il collo, mentre le dita di lei gli affondavano tra i capelli.
Lei sollevò una gamba. Le tirò su la gonna scoprendo la pelle nuda e si apoggiò la coscia sul fianco.
"Dei"
Slacciò i pantaloni.
"Dei"
La sollevò.
"Dei"
«Sandor» sussurrò «Sandor»
Un rumore forte sembrò giungere da lontanissimo, si voltò confuso.
Aprí gli occhi.
Si era addormentato. La stanza era ancora vuota.
Cazzo. Se lo era sognato. Si strofinò il viso "Coglione" non era per quello che era andato lì.
Un rumore di passi arrivò dalle scale - due persone, un clagore, qualcosa che cadeva - poi dei passi leggeri e la porta si aprì, questa volta davvero.
Sansa Stark entrò nella stanza e sprangò bene la porta, vi si appoggiò e riprese fiato. Era agitata.
La luce dei fuochi la attirò alla finestra. Da lì non si vedevano le fiamme, ma il cielo era saturo di fumo, in un turbinio di verdi e di rossi.
«Ciao Uccellino»
Si voltò con un sussulto.
«Voi» sospirò «Ho avuto paura che fosse Ilyn Payne»
«Payne?»
«Era nella stanza con la regina..» si portò le mani allo stomaco «Doveva occuparsi di non farci trovare vive da Stannis, in caso di vittoria»
«Cosa che probabilmente accadrà. Sono troppi, non possono fermarli»
Sansa fece vagare lo sguardo in torno, sembrava imbarazzata «Perché siete qui? Credevo foste..»
«Là fuori? C'ero fino a poco fa» si sollevò a sedere «Ma non ho intenzione di tornarci. Questa città sta bruciando. Me ne vado» e bevve quello che restava nella fiasca.
«Dove?»
«Dovunque. A nord probabilmente»
Lo fissò.
«Per questo sono qui. Posso portarti con me, a Grande Inverno, da tua madre»
Al contrario di quanto aveva pensato, non rispose.
«Non vuoi tornare a casa?» si alzò in piedi e le si avvicinò.
Era abituato a bere, a bere sodo, reggeva molto bene il vino e quella sera non aveva bevuto molto più del solito, eppure si sentiva stranamente ebbro. Forse era solo stanco, la testa gli girava e sentiva ancora l'agitazione e il terrore provocati dal fuoco. Voleva solo andarsene, andarsene da quella città di merda, con lei.
L'avrebbe salvata, l'avrebbe fatta salire sul suo cavallo e si sarebbero allontanati nella notte mentre tutto intorno a loro bruciava, come uno di quei cavalieri del cazzo che le piacevano tanto. Faceva quasi ridere... Lui, Sandor Clegane, che si macchiava di tradimento e rischiava la testa per una fanciulla. Cazzo, altro chequasi, faceva ridere sul serio. Ma era così.
Ed era tutto quello che voleva.
«A casa? Con voi?» rispose lei con un filo di voce, non era lucidissimo, ma gli sembrava in difficoltà.
«Sì. Ti proteggerò» avanzò ancora «la gente ha paura di me, nessuno ti toccherà più» allungò una mano e prese una ciocca che le ricadeva sul petto, i capelli erano lisci e sottili sotto le dita «e se ci proveranno lì ucciderò» aveva la voce impastata, si maledisse per aver bevuto così tanto.
Sansa era immobile, ferma come la statua della Fanciulla nel tempio di Baelor. Era bianchissima, nel buio, illuminata a sprazzi di verde e di rosso, e gli occhi le brillavano.
Era piccola, gli arrivava due palmi sotto la spalla, ed era sottile, fragile... bella.
Gli parve che la realtà si confondesse col sogno, tanto da non riuscire a distinguere cosa fosse successo davvero e cosa no.
Lasciò ricadere i capelli e le poggiò la mano sulla spalla «li ucciderò tutti»
Chino sopra di lei la fissava, così vicino da accorgersi che stava trattenendo il fiato.
"Sandor" sentí nella testa, ma era solo il ricordo del sogno.
Si avvicinò ancora e lei chiuse gli occhi.
Non riusciva a guardarlo. "Cazzo" nemmeno nel buio della notte riusciva sostenere il suo viso.
Non sapeva cosa mai si fosse aspettato da lei, ma quella reazione gli fece male. Una rabbia tremenda mista a dolore iniziò a premergli in mezzo al petto, così forte da togliere il fiato. Le strinse la spalla «Guardami! Cazzo guardami!» la scosse.
Obbedí, aprí gli occhi, lo guardò, ma li riabbassò subito.
«Non riesci proprio a guardarmi, vero?» e per quanto vino avesse in corpo, si rese conto di quanto amare avessero suonato quelle parole.
"Coglione" si disse "Le fai schifo, le fai orrore"
«Io..» provò a parlare, ma non voleva ascoltarla, non voleva sentire i suoi lusinghieri cinguettii. Non voleva le seducenti, educate bugie che rifilava agli altri.
«Sta' zitta!»
Sansa si tirò indietro ma lui l'afferrò per il polso e strinse.
«Mi devi una canzone, se non sbaglio» disse fra i denti.
«Cosa?»
«Una canzone, me lo avevi promesso» e strinse ancora «Allora canta»
«Per favore»
«Canta!» ringhiò.
«Mi fate male..» gemette.
«Avrò quella canzone, cazzo!» la sollevò e la gettò sul letto.
Non sapeva cosa stava facendo, non pensava più. Nonvolevapensare, voleva solo agire, e voleva lei.
Sansa provò a sollevarsi, ma le salì sopra e le fermo i polsi ai lati della testa.
"Dei" gli sembrava di esplodere come quel cazzo di altofuoco.
Lei provò a fare forza per liberarsi, ma era un tentativo talmente inutile da risultare eccitante; sorrise «Sei mio uccellino»
Le affondò il viso fra il collo e la spalla, sfiorandole la pelle, respirando il suo odore, poteva perfino sentire la folle velocità con cui le batteva il cuore.
Era irresistibilmente inerme, non riusciva a pensare a niente di più desiderabile. La voleva e se la serebbe presa, lì quella notte, mentre Approdo del re bruciava, lui sarebbe bruciato con lei. E non gli importava di tutte le cazzate che si era detto per mesi e mesi, e non gli importava di quanti anni avesse, di cosa pensasse di lui, né del fatto che non lo ricambiasse. Aveva resistito troppo a lungo ed ora non ci riusciva più. Non poteva aspettare che lo vedesse in un modo diverso, perché lei non sarebbe mai riuscita nemmeno a guardarlo.
La testa gli girava. Vedeva lei, sotto di sé, sentiva il suo profumo, il suo calore. E si sentiva vuoto, e leggero, e sempre più fuori di sé. Non era colpa sua, ma del fottuto destino: era andato lì per proteggerla - perché aveva sempre voluto proteggerla - e invece se la sarebbe scopata "Fanculo".
Sansa provò a spingerlo via ancora una volta «Vi prego»
«Shh» le bisbigliò all'orecchio «canta per me Sansa Stark»
«Vi prego» la voce era spezzata.
Le lasciò un polso, prese la daga e gliela puntò alla gola «Avrò la mia canzone» ringhiò «dovessi scoparti fino a domattina»
Passò ancora qualche istante, poi il silenzio dei loro respiri fu rotto dalla sua voce.
Non era una ballata di dame e cavalieri, né una qualche leggenda di re e di maghi, ma una canzone che conosceva. Una nenia che le madri cantavano ai figli per farli addormentare. Una di quelle ninna nanne lente e tristi, in cui affidavano i propri bambini agli dei, affinché li proteggessero.
La ritrovava distante nella memoria, così lontana da credere di averla dimenticata. Non l'aveva più sentita da anni, non l'aveva più sentita da quando sua madre era morta.
Avvertí come crepa aprirglisi dentro, da qualche parte. Una crepa dolorosa quanto nessuna ferita di spada.
"Non così"
La voleva...
"Non così"
Non poteva farlo, non in quel modo, non puntandole una daga alla gola.
Il magone salì acido.
...proteggetelo sempre, che è il mio unico amor.
L'ultima strofa. La voce di Sansa era volata leggera, quasi un sussurro, e per la prima volta da quando aveva smesso di essere un bambino, pianse.
Le lacrime scivolarono silenziose, mentre cercava di contrastare i singhiozzi. Piangeva per tutto: per la paura del fuoco, per la rabbia di ciò che era, per il dolore di non poter essere altro, per la consapevolezza di cosa era stato sul punto di fare. Piangeva per tutto ciò che aveva perso e per tutto quello che non avrebbe avuto mai.
L'aveva quasi stuprata... "Sei un mostro"
Voleva proteggerla ed era stato a tanto così dal violentarla.
Un tocco leggero, tanto leggero da sembrare irreale, gli fece aprire gli occhi.
L'Uccellino, quell'uccellino che schiacciava con il suo corpo di ferro, quell'uccellino che quasi aveva preso con la forza, gli sfiorava il viso. Gli spostò i capelli di lato, oltre la cicatrice, sistemandoli dietro l'orecchio, poi le sue dita passarono delicate sulla pelle bruciata, accarezzarono la fronte, la guancia, le lacrime.
Non era un cavaliere, nel un lord, né un finocchio, ma il cuore gli faceva talmente male che se lo sarebbe strappato via.
«Voi non mi farete del male» disse piano.
Non era una richiesta, né una domanda, era un'affermazione.
Faccia a faccia, uno di fronte all'altra, le punte dei loro nasi che si sfioravano. Aveva sentito la vibrazione delle sue labbra quando aveva parlato. Lo spazio di un niente e l'avrebbe baciata.
Invece si sollevò e rinfoderò la daga.
Era arrivato il momento, quello in cui non avrebbe potuto resistere oltre. Non era più in grado di controllare se stesso, e come aveva detto il dannatissimo nano, c'era una sola cosa da fare.
«No Uccellino, non ti farò del male»
Avrebbe urlato.
Scese dal letto e tirò forte il mantello che si staccò dai ganci e scivolò a terra.
Era finita.
Uscì dalla stanza e richiuse Sansa Stark dietro di sé.
