La porta si aprì con uno schianto netto. Emma abbassò il piede e avanzò a passo di carica nel tugurio, la pistola puntata davanti a sé.
«Gold!» gridò. Lo sorprese in una delle tre minuscole stanze dell'abitazione, mentre si allacciava i pantaloni e tirava lo sciacquone con l'aria di chi è stato beccato a nascondere la polvere sotto al tappeto. L'uomo fece per parlare ma lei gli premette la pistola contro la fronte, la mano che tremava, gli occhi lucidi.
«Dov'è Regina?» sibilò. Gli occhi piccoli e scuri dell'uomo si dilatarono per un istante. Le mostrò i palmi delle mani.
«Si calmi, signora Swan. Io non…»
«Dov'è Regina?» gli urlò in faccia. Lui sussultò, sembrò sul punto di correre via, ma il bagno era un buco di un metro e mezzo per due e lei ostruiva l'unica via di fuga.
«Non ne ho la minima idea» provò a dire. Emma fece pressione, lasciandogli il segno circolare della canna dell'arma come un terzo occhio.
«L'hanno rapita davanti alla stazione di polizia, dimmi dove l'hanno portata o ti giuro che ti sparo in questo bagno di merda!» gridò ancora. Ma Gold continuava a fissarla negli occhi, spaventato, sì, ma senza esitazioni. Si chiese quante altre volte si fosse trovato una pistola puntata alla testa, se fosse quello il motivo per cui era così calmo. Voleva crederlo perché, altrimenti, chi diavolo aveva rapito sua moglie?
«Emma, glielo assicuro: io non ho nulla a che fare con questo. Voglio che Regina sia al sicuro e in perfetta salute, è nel mio interesse, altrimenti non avrò quel denaro. Ci pensi. Perché mai avrei dovuto…?»
Emma digrignò i denti.
«Perché stava andando a confessare tutto, figlio di puttana! Saresti finito in galera!»
Gold sussultò, i suoi occhi si spalancarono per una frazione di secondo. Poi qualcosa adombrò il suo sguardo, qualcosa di molto simile ad una stanchezza repressa, o ad una pacifica rassegnazione. Emma sentì il pavimento ruotare come un pianeta alla deriva nel nulla. Abbassò l'arma mentre Gold replicava a voce bassa: «Non ne avevo idea.»
Dovette poggiarsi allo stipite. Sentì una lacrima scivolarle lungo il naso e volare sulla moquette grigia.
«Se non sei stato tu, chi è stato?» sussurrò, senza guardarlo. Dopo un tempo indefinito, in cui si limitò a fissare il vuoto e a cercare di respirare, sentì la mano dell'uomo sulla spalla. E scattò all'indietro come una molla, solo per incontrare il suo sguardo allarmato.
«Non so chi sia stato, ma so per certo che qualcuno la stava seguendo.»
Emma sentì un brivido freddo intorpidirle la spina dorsale.
«Chi?!»
«Non lo so» disse immediatamente l'ex-poliziotto. «Un uomo, non sono mai riuscito a vederlo in faccia.»
Emma strinse la presa sulla pistola.
«Magari era uno dei tizi a cui devi tutti quei soldi…»
L'uomo scosse la testa.
«No, sarebbe venuto da me, si sarebbe fatto riconoscere. Io ho un debito con loro, non Regina.»
«Ma se pensano di poter ottenere i soldi da lei…»
Ma Gold scosse di nuovo la testa.
«Non è una questione di soldi. È personale.»
Emma si accigliò, confusa.
«Personale? Ho visto i conti…»
«Quando fai perdere un carico ad un pezzo grosso, diventa una questione personale. Non gli servono quei soldi, ma devo restituirglieli fino all'ultimo centesimo, con gli interessi, ovviamente. È una questione di dignità, per quelli così. Perderebbero il rispetto, chiamiamolo così, dei loro… sottoposti.»
Emma serrò i denti, il cuore che pompava disperatamente il sangue nelle vene.
«Ma Will Scarlett non è un pezzo grosso…» mormorò. Gold corrucciò la fronte, poi sembrò sul punto di scoppiare a ridere.
«Will Scarlett è un alfiere, Emma. Io sono un pedone. Non so chi sia il re, ma non importa, perché è improbabile che questo abbia a che fare con il rapimento di…»
«E chi altri avrebbe dovuto rapirla, eh?»
«Magari ci sono altre cose che non sa di sua moglie. Non sarebbe la prima volta che…»
Non finì la frase, perché si ritrovò la pistola di nuovo puntata contro la faccia.
«Visto che siamo qui, Gold, fai una cosa per me: distruggi qualsiasi prova tu abbia contro mia moglie, o la prossima volta qualcuno dovrà venire a raccogliere il tuo cadavere.»
Si accertò che le credesse, poi gli voltò le spalle e uscì in fretta dalla casa.
Emma si chiuse in macchina e prese il cellulare. Lo schermo illuminato mostrava la foto che ritraeva lei e Regina in vacanza a Roma, davanti alla Fontana di Trevi. Trattenne a stento un singhiozzo e si costrinse ad aprire la rubrica. Si asciugò le lacrime con l'altra mano mentre esitava nel toccare lo schermo di nuovo. Ma chiamare la polizia a cosa sarebbe servito? Non avrebbero fatto niente, non in breve tempo. Se poi erano tutti come Gold…
No, meglio chiamare lei.
Selezionò il contatto e accostò il telefono all'orecchio.
Uno squillo.
Due squilli.
Tre squilli.
«A cosa devo l'onore di questa chiamata?»
Emma deglutì. Poteva andare peggio.
«Mi dispiace disturbarla, signora Mills, ma Regina è in pericolo, è stata rapita e…»
«È bello sapere che, almeno nel momento del bisogno, quel neurone che condividi con mia figlia decida di funzionare.»
Emma spalancò gli occhi. Le aveva davvero risposto con sarcasmo in quella situazione?!
«Signora Mills, non sto scherzando, Regina è davvero stata rapita meno di un'ora fa… Ho provato a seguire il furgone ma andava troppo veloce, è sparito ad uno svincolo e…»
«E quindi hai pensato bene di chiamare me, invece della polizia. Interessante.»
Non era possibile. Non poteva davvero reagire così.
«Ma ha sentito quello che le ho detto?»
«Non sono così anziana da dover utilizzare un apparecchio acustico, Emma. Ho sentito, ma so anche che mia figlia è perfettamente in grado di badare a se stessa.»
Emma si irrigidì, pensando inevitabilmente che "badare a se stessa" stesse per "uccidere chiunque la aggredisca". E l'orgoglio che sentiva nella voce di Cora era… terrificante. Ma poi scosse la testa. No, Regina non era una macchina da guerra né un'assassina. Con il professore era stato un incidente, che quella sociopatica di sua madre la pensasse così o meno. E quindi era in pericolo.
«Senta, non l'ho chiamata per farmi rassicurare ma perché mi serve il suo aiuto. Sua figlia è in pericolo, mandi l'esercito, i servizi segreti o Wolverine, non mi importa, ma mandi qualcuno perché io non ho i mezzi per trovarla e se le succedesse qualcosa…»
La sentì sospirare (si pentì di aver nominato Logan, ma ormai era fatta).
«Non capirò mai perché mia figlia abbia scelto proprio te, con tutti i buoni partiti che le avevo proposto…» Emma chiuse gli occhi soffocando un insulto. «In ogni caso, farò quello che posso pur di non sentirti blaterare. Dimmi esattamente cosa hai visto.»
Emma glielo riferì in fretta. Cora rimase in silenzio per qualche preoccupante secondo.
«Cosa ci faceva mia figlia davanti alla stazione di polizia?»
Emma si morse il labbro. Meglio dirglielo o tacere?
«Voleva denunciare Gold.» Una mezza verità era sempre l'opzione migliore. «L'uomo che la sta importunando.»
Un altro sospiro. Le parve di vederla mentre premeva le dita smaltate sulla base del naso.
«E così Regina ha avuto la malsana idea di raccontarti tutto.» Emma sentì il cuore schizzarle nel petto. Come cazzo era possibile che quella donna capisse tutto da due parole? «Non mi ha mai ascoltata e temo che non lo farà mai. Ebbene, posso almeno sperare in un divorzio, visto che il danno è fatto?»
Emma espirò lentamente, i denti serrati.
«Nemmeno per idea.»
«Nemmeno per centomila dollari?»
Emma sbatté la nuca sul poggiatesta.
«Per la ventesima volta, no.» E poi aggiunse, subito dopo: «E nemmeno per cinquecentomila. No. E veda di non chiedermelo di nuovo a Natale.»
«Sai come si dice, la speranza è l'ultima a morire.»
«Cerchi sua figlia e mi tenga aggiornata. Buon lavoro.» Emma attaccò prima di insultare irrimediabilmente la suocera. Poi sbatté le mani sul volante, facendo urlacchiare il clacson, e si lasciò andare in un latrato di frustrazione e paura.
