Emma bevve la quinta Redbull, si strofinò gli occhi e passò le dita tra i capelli intricati. La strada era ormai buia, un vento leggero faceva volare giornali lasciati a marcire e foglie secche tra i palazzi. Stare lì, con l'auto come unica protezione contro il freddo e l'umidità e i lampioni come unica fonte di luce, la riportava irrimediabilmente agli anni che aveva passato così, sola, nascosta nei vicoli a cercare di arrivare viva al giorno successivo. Odiava quei ricordi, odiava quei brividi di freddo che la assalivano ogni volta che si guardava intorno. Ma una giornata passata a parlare con perfetti sconosciuti l'aveva portata lì, tra Merlin Street e Lancelot Avenue, in attesa.
E poi il suo obiettivo apparve, curvo sotto il cappuccio della felpa e la giacca di pelle nera. Emma attese qualche minuto, dopo che un ragazzino secco come un chiodo gli ebbe passato un rotolo di banconote e preso un sacchetto di plastica dalla sua mano furtiva, poi scese dalla macchina e camminò a testa bassa verso di lui, senza perderlo di vista. Gli fece un cenno con la testa, da lontano. Lui rispose, e lei gli si avvicinò in fretta.
Tirò su col naso, spostò il peso da un piede all'altro.
«Mi hanno detto che hai qualcosa che può interessarmi.»
Da quella breve distanza riusciva a vederlo in faccia anche tra le ombre del cappuccio. Lui la fissò come se la stesse valutando, poi alzò il mento.
«Ce l'hai i soldi?»
Emma annuì rapidamente.
«Sì, ma…» Si guardò intorno con aria nervosa. «C'è troppa luce qui, mettiamoci in fondo al vicolo, è più… riservato.»
L'uomo sembrò approvare. Lo seguì nelle ombre del vicolo buio, e non appena Will Scarlett si voltò a guardarla gli puntò la pistola alla testa. Lui fece per estrarre qualcosa da sotto al giubbotto ma Emma raddrizzò la schiena e lo fulminò con lo sguardo.
«Non muoverti o ti faccio esplodere quella cazzo di testa.»
Lo spacciatore alzò lentamente le mani. Emma sentiva lo scroscio del sangue rimbombarle nelle orecchie.
«Regina Mills. Cosa sai di lei?»
Scarlett puntò il suo sguardo nervoso nei suoi occhi.
«Chi cazzo è?»
Emma si sentì ribollire: mentiva. Rinsaldò la presa sull'arma e gliela premette contro la tempia.
«Non fare lo stronzo con me, Scarlett!»
«Okay, okay! È la figlia del capo, e allora?»
Pensò di aver sentito male. Ne era sicura, assolutamente certa.
«Che cazzo hai detto?!»
Lo spacciatore sembrò perplesso.
«Hai detto Regina Mills, no? È la figlia del capo. Lo sanno tutti nel giro.»
Emma sentì il sangue defluirle dal viso. Abbassò leggermente l'arma, non perché volesse, ma perché il braccio non reggeva più quel peso.
«C-Cora Mills è il tuo capo?»
Lui aggrottò la fronte.
«Sì, e tu sei Emma, no? È tipo tua suocera, pensavo lo sapessi. È un peccato che non ci siamo mai incontrati.»
Emma abbandonò del tutto il braccio lungo il fianco mentre l'asfalto sembrava animarsi di vita propria e inghiottirla nelle sue fauci nere. Si sentì mancare e si sedette a terra, sotto lo sguardo perplesso dell'uomo.
«L'hanno rapita per colpire lei. Gold non c'entra niente» sussurrò. Una lacrima le rigò il viso mentre sentiva la paura aggredirla come una bestia feroce. «La uccideranno…»
Armeggiò con le tasche finché non trovò il cellulare, che tuttavia le cadde dalle mani tremanti. Doveva avvisarla, doveva dirle che…
«Tutto okay?»
«No Will, è tutto uno schifo» singhiozzò lei. Poi cercò di darsi un contegno mentre selezionava il contatto della suocera.
«Eh, lo so, la vita è uno schifo. Guarda me, ridotto a spacciare in questo buco di città per pagare le bollette…»
Cora rispose al quarto squillo.
«Se avessi delle novità ti avrei fatta chiamare, Emma.»
«Chi sono i tuoi nemici? So che sei tu a controllare il giro di droga a Storybrooke, non farmi perdere tempo. Regina è stata rapita per colpa tua, quindi…»
«Se l'hanno presa per colpire me, allora l'unico responsabile può essere Pan.»
Emma rimase immobile per un istante. Poi esplose alzandosi in piedi di scatto.
«Come cazzo fai ad essere così calma? Non te ne frega proprio un cazzo?» urlò. «Potrebbero averla fatta a pezzi per colpa tua!»
«Ah, ne dubito. Ne avrei già ricevuto qualcuno, nel caso.»
«Tu sei pazza. Completamente andata. Dove cazzo è questo Pan?»
«Al confine della città, dove merita di stare la feccia. Effettivamente, potrebbe essere il luogo adatto per te. Vai pure a dare un'occhiata mentre i miei ragazzi preparano il necessario per la scampagnata.»
Per poco non le esplose la giugulare.
«Dove, esattamente?» sibilò per non urlare.
«Hyde Street. Spero che tu abbia almeno l'intelligenza di andare armata.»
Emma attaccò e tornò alla macchina in una nuvola nera di imprecazioni.
Come accade ogni volta, il progresso si lascia alle spalle una buona dose di degrado e sporcizia, ed era esattamente quello lo stato in cui versava quella zona di Storybrooke. C'era chi chiamava quel posto l'Isola che non c'è, dato che le autorità locali tendevano ad ignorarlo come se non fosse mai esistito. Probabilmente, rifletté Emma, era da lì che veniva l'eccentrico "nome d'arte" del sovrano indiscusso di quello schifo fatto di cemento crepato ed erba incolta. Peter Pan. Quale imbecille si faceva chiamare come un bambino eterno delle favole?
Emma scese dall'auto dopo aver ricontrollato per la quarta volta che la pistola fosse carica. Nonostante il discutibile dubbio in fatto di nomi del tizio, se Cora le aveva consigliato di andare armata era probabile che le avrebbero sparato entro due minuti e mezzo. Sudava freddo sotto la giacca di pelle, ma aveva il cellulare nella tasca e non intendeva lasciarlo in auto.
Si tenne bassa mentre si avvicinava al fatiscente edificio di Hyde Street, un mostro di cemento la cui costruzione doveva essere stata bloccata da qualche legge, a giudicare dalle costole di acciaio arrugginito che sporgevano a stagliarsi contro le nuvole grigie che costellavano il cielo nero. Decine di finestre rotte parevano denti mancanti sulla facciata in rovina.
L'ingresso non era che una porta scardinata, posata di sbieco sui gradini spezzati. Emma li salì a due a due, cercando di non fare rumore.
La accolse un buio denso, che puzzava di muffa e ferro e polvere vecchia. Un lucore malato si spandeva gelido dalle finestre rotte, portando con sé l'umidità della notte.
Il piano terra era vuoto e silenzioso, o forse era il suo respiro affannoso e il battito del suo stesso cuore nelle orecchie a renderla sorda ai pericoli. Emma individuò delle scale fatiscenti, una luminescenza lieve verso l'alto. Le scalò in punta di piedi mentre voci soffuse la raggiungevano. La pistola sembrava volerle sfuggire dalle mani sudate. Odore di sudore, di persone, di cibo bruciato e fuochi accesi nei cassonetti. Emma dovette fermarsi e strizzare gli occhi. No, non era il suo passato, era il suo presente, e doveva affrontarlo, o non avrebbe più rivisto sua moglie. Trattenne le lacrime e strinse la presa sulla pistola prima di riprendere la scalata.
Si ritrovò in un ambiente enorme, illuminato dai fuochi racchiusi nei cassonetti neri di fuliggine. Non ebbe modo di nascondersi, la videro subito. Un branco di ragazzi più o meno giovani, che imbracciarono subito pistole, spranghe di ferro e mazze da baseball improvvisate. Il cuore di Emma sfiorò i duecento battiti al minuto.
«Guarda guarda, un uccellino si è posato sul nostro albero.» Un ragazzo si fece avanti, un sorriso affilato sul volto triangolare, un coltello tra le dita. «Che ci fai qui, uccellino?»
Emma deglutì. Fece mezzo passo indietro, verso le scale.
«Sto cercando Regina Mills. Mi hanno detto che è qui.»
Il ragazzo scoppiò a ridere.
«Regina Mills? Regina Mills?!» Rise di nuovo mentre saltava un tondino di ferro, avvicinandosi a lei. L'orda di ragazzini dietro di lui lo seguiva, un passo indietro. Emma tremava, la pistola puntata verso di lui. «Ah, credimi, uccellino, se avessi una Mills qui con me, tutta Storybrooke lo saprebbe!» Alcuni ragazzi risero. Emma era come ipnotizzata da quei suoi occhi a mandorla, obliqui. Cattivi. Fece un altro passo indietro, scendendo un gradino con un piede. «La domanda è: perché tu la stai cercando?»
Emma esitò solo per un istante.
«Abbiamo un accordo, non lo ha rispettato. Ha un debito con me.» Una mezza verità. Sempre la cosa migliore.
Pan inclinò la testa di lato, fermo a meno di tre metri da lei. Emma spostò lo sguardo sulle pistole che alcuni dei suoi sgherri tenevano tra le dita. Scese ancora un gradino.
«Ma pensa! Un debito! Mi piace!» sorrise. Poi le fece cenno di avvicinarsi. «Vieni qui, non ti facciamo niente. Abbiamo qualcosa in comune, dopotutto. Puoi fidarti.»
Emma tornò a guardarlo negli occhi. No, non si fidava affatto.
«Se non è qui, devo cercarla altrove. È urgente.»
Pan inarcò un sopracciglio, improvvisamente serio, mandando un brivido a correre lungo la sua schiena.
«Ma ormai sei sull'Isola, uccellino. E dall'Isola non si può fuggire.»
Ci fu un attimo in cui nessuno si mosse. Poi Emma scattò, saltando i gradini nel buio, ma fu inutile: quelli erano più giovani, erano tanti, conoscevano quel posto. La placcarono e la fecero rotolare sui gradini, finché il pavimento non la fermò, poco più in basso, lasciandola senza fiato e ammaccata dagli urti. Riuscì solo ad accovacciarsi e a puntare la pistola, muovendola freneticamente attorno a sé mentre la circondavano, punzecchiandola con le armi.
Pan le si accovacciò di fronte, accogliendo con terribile noncuranza la sua pistola puntata contro il viso.
«Allora, e stavolta dimmi la verità: chi è per te Regina Mills? Ma, soprattutto, chi sei tu per lei?»
