Emma tirò il freno a mano. Prese la pistola e inserì il colpo in canna, stavolta. Scese, sbattendo lo sportello, e percorse i pochi metri sul brecciolino bianco che la separavano dalla porta nera e lucida. Batté il calcio della pistola sul legno, ammaccandolo. E suonò anche il campanello, tenendo l'indice pigiato sul tasto finché un uomo in completo non le aprì la porta. Lo scansò di lato ed entrò nonostante le sue proteste, che tuttavia si zittirono non appena il maggiordomo notò la pistola che stringeva nella destra.

«Cora!» urlò mentre superava il corridoio ed entrava nella sala dove usualmente Cora accoglieva gli ospiti, l'unica che conoscesse oltre alla sala da pranzo e il bagno dell'enorme villa. Un paio dei suoi gorilla accorsero, ma lei rimase ferma al centro della stanza con la pistola puntata al pavimento. Loro le puntarono addosso le loro armi, ma Emma non si mosse.

Cora apparve poco dopo, con il suo solito aplomb e uno sguardo tra lo schifato e l'indifferente rivolto a lei.

«Oh, sei ancora viva.»

Emma digrignò i denti.

«Che peccato, eh?»

La donna le rivolse un sorriso freddo.

«Infatti.»

«Si può sapere che ho fatto di così sbagliato per meritarmi tanto odio?»

La donna si strinse nelle spalle mentre si versava un bicchiere di liquore.

«Oh, nulla. Sei solo… inadatta.»

Emma si trattenne a stento dallo spararle in quell'istante.

«Inadatta?» Odiò quanto la sua voce tremasse, anche se era colpa dell'ira.

«Sì.» Cora si sedette su una delle poltrone di pelle e accavallò le gambe, gli occhi scuri e freddi puntati su di lei. Fisicamente, Emma poteva vedere chiaramente la somiglianza con la figlia, ma quello sguardo era alieno, completamente estraneo a Regina. «Vieni dalla strada. Guardati.» La indicò col bicchiere. Emma sentì il puzzo del covo di Pan incrostato sulla pelle. Bastò quella parola, quello sguardo per farla sentire sporca, inferiore. E barcollò sotto quel peso. Credeva di essersi riscattata, di aver abbandonato quella parte della sua vita anni prima. Eppure eccola lì, niente più che una ragazzina di strada per colpa di uno sguardo, del tono di voce sbagliato. Strinse i denti e abbassò lo sguardo. «Credi davvero di essere all'altezza di mia figlia?»

Si concentrò sul proprio respiro per ascoltare se stessa, e non quello che stava dicendo lei. Lo credeva? Sì, dannazione! Regina aveva sbagliato, non lei. Regina aveva mentito, più e più volte. Lei aveva fatto tutto il possibile, sempre.

Rialzò gli occhi su Cora, sentendo la rabbia fiammeggiare attraverso di essi.

«Non sta a te deciderlo. Regina ha scelto me. È te che ha rinnegato. È di te che si vergogna, brutta stronza egocentrica! E…» Si bloccò, come folgorata da un'intuizione. Ma non poteva essere vero. Giusto? Con gli occhi spalancati, riprese a parlare, a voce più bassa. «Dimmi che non l'hai fatto davvero…»

Cora aggrottò la fronte mentre beveva un sorso di liquore.

«Mandarti volontariamente da Pan perché ti uccidesse? Ma certo che l'ho fatto. Avrebbe risolto tutti i problemi di Regina.»

«No» sibilò Emma, fissandola negli occhi. «Dimmi che non hai fatto rapire tua figlia perché non ti denunciasse alla polizia.»

Cora rimase in silenzio troppo a lungo. Emma strinse così tanto la presa sulla pistola che le tremava il braccio. «Sei una psicopatica del cazzo!»

Cora scattò in piedi rovesciando parte del liquore.

«Io l'ho fatto per lei!»

«Potevano ucciderla! Poteva morire su quella strada!»

«Non metterei mai in pericolo mia figlia! I miei uomini avevano l'ordine di non torcerle un capello, e così è stato!»

Emma fece un passo verso di lei, ma le guardie del corpo caricarono le armi. Si fermò. Quella donna l'aveva mandata a morire, c'erano pochi dubbi che le avrebbero sparato senza esitare.

«Dov'è adesso?»

«In camera sua, dove credi che sia, in uno scantinato?» Cora sbuffò e bevve ciò che restava del liquore prima di sbattere il bicchiere sul tavolino di vetro. «Le ho solo impedito di fare una follia mentre sistemavo le cose per lei. È quello che farebbe ogni madre.»

Emma esitò.

«Che significa…? Cosa hai fatto?»

Lo sguardo della donna per poco non le perforò il cranio.

«Quello che tu non sei stata in grado di fare: l'ho protetta. Gold non è più un problema.»

Emma ci mise qualche secondo ad immagazzinare il tutto, e a far combaciare i pezzi.

«Hai… hai annullato il suo debito?»

Quando Cora non rispose, limitandosi a fissarla, lei impallidì.

«Oh Dio…»

«Cosa? Speravo che Regina fosse in grado di gestire la situazione da sola, ma purtroppo, come sempre, mia figlia mi ha delusa.»

«E quindi l'hai fatto ammazzare?!»

«Speravo che almeno sarebbe venuta da me a chiedere aiuto, invece si è fatta portare nel fango da quel verme…» Cora scosse la testa, le labbra tese. «Sarebbe bastato venire a chiedermi di corrompere il giudice Hopper, o un paio di impiegati della banca. Sono bastati venticinquemila dollari per avere quel video. Li avevi persino tu.»

Emma era sconvolta, incapace di pensare ad una velocità normale, o anche decente.

«Hai sempre avuto tu il video?» sussurrò.

Cora alzò gli occhi al cielo.

«Cristo, no, Swan! L'ho preso oggi, dato che tu non sei stata nemmeno in grado di convincere Regina a non autoaccusarsi di omicidio!»

«Ma perché cazzo non hai semplicemente annullato il debito a Gold?!» le urlò contro.

Cora si sporse verso di lei.

«Prima di tutto, linguaggio, in questa casa. Secondo, non osare mai più urlarmi contro o Regina dovrà accontentarsi di piangere su una tomba vuota. Terzo, perché Robert Gold sarebbe restato una minaccia, per quanto minima, e perché quel verme ha osato insultarmi minacciando mia figlia.» Emma credeva di aver avuto paura, poco prima, quando Pan stava per farla gettare nel fuoco. Ma non era minimamente paragonabile al fiotto di terrore che gli occhi gelidi di Cora Mills le iniettarono nelle vene. «Chi fa una cosa del genere deve pagare.»

Emma lasciò cadere la pistola, un istinto repentino. Le labbra della suocera si tesero in un sorriso rapido.

«Ah, ogni tanto lo usi per qualcosa che non sia tenere le orecchie divise, quel cranio.»

Emma deglutì mentre assimilava la quantità di informazioni che le erano piovute addosso come una grandinata assassina in quelle poche ore. Aveva sposato la figlia di una specie di boss mafioso spacciatrice sociopatica che aveva tentato di ucciderla mandandola in un covo di ragazzini drogati e psicopatici. Molto bene. Il prossimo Ringraziamento sarebbe stato uno spasso. Certo, se ci fosse arrivata viva. Adocchiò nervosamente le armi delle guardie del corpo, ancora saldamente puntate verso di lei.

«Quindi ora che farai? Vuoi nascondere il mio cadavere nel tappeto e buttarlo in mare?»

Cora inarcò un sopracciglio.

«L'idea mi tenta, ma diciamo pure che il tentativo con Pan mi ha dimostrato almeno una cosa: sei andata in quel buco dimenticato da Dio, a rischiare la vita, per Regina. Di sicuro non sei abbastanza per lei, dato che è mia figlia, ma almeno ci provi. Sai come si dice quando si riceve un regalo orribile: è il pensiero che conta.»

Emma inspirò a fondo, cercando di calmarsi. Quindi non l'avrebbe uccisa? Non ne era affatto sicura.

«Regina sa di tutto questo?»

Cora inclinò appena il capo.

«Se le dirai che ho attentato alla tua inutile vita, scoprirai cos'è l'inferno, te l'assicuro.»

Non pensò nemmeno di metterlo in dubbio.

«Okay» si costrinse a dire, anche se questo significava nascondere un aspetto piuttosto fondamentale del suo rapporto con Cora a sua moglie. E non voleva segreti, non voleva bugie. Voleva solo riabbracciarla, essere sicura che stesse bene. «Ma se non mi dici cosa sa potrei dirle per sbaglio qualcosa che non vuoi che sappia…»

«L'unica cosa che non sa è il mio fallito tentativo di regalarle un matrimonio migliore.»

Emma annuì mentre rifletteva. Quanti altri tentativi avrebbe fatto?

Cora sembrò leggerle nella mente, perché i suoi occhi si accesero di una luce inquietante, simile ad un sorriso.

«Diciamo pure che mi sento particolarmente generosa, oggi: in cambio del tuo silenzio, oltre alla tua misera vita, ti do la mia parola che non cercherò di ucciderti. A meno che non sia strettamente necessario, ovviamente.»

Emma strinse le palpebre.

«E per strett…»

Cora agitò una mano in aria.

«Shhh, vattene ora. Non farmi cambiare idea. Farò riaccompagnare Regina in quella casupola in cui abitate, ma non voglio che ti veda qui.»

Emma esitò. Ma che poteva fare? Sospirò e le voltò le spalle, sconfitta.