15

"Forza, Tommy, tuffati!", gridò Castle da dentro la piscina con l'acqua che gli lambiva i fianchi, allungando le braccia verso il bambino, fermo sul bordo.

Era pomeriggio inoltrato, era estate ed erano felici. Che cos'altro serviva nella vita? Qualche filosofo avrebbe dovuto decretare che la risposta a quell'interrogativo universale fosse una e molto semplice.
La loro vacanza procedeva senza una nuvola all'orizzonte – letteralmente e non - e le lezioni di nuoto stavano andando alla grande. Tommy aveva già compiuto quelli che a lui parevano notevoli progressi, grazie a una propensione alla spericolatezza che non era mai venuta apertamente alla luce – secondo sua madre, velatamente allibita -, qualche incoraggiamento da parte di entrambi gli adulti e la totale fiducia che riponeva in lui. Tommy era certo, con la cieca fede nel mondo che si poteva avere solo a quell'età e solo se si era stati molto amati, che Castle non lo avrebbe lasciato andare a fondo, che ci sarebbe sempre stata la sua mano salda ad afferrarlo.

Aveva avuto ragione su tutto: a insistere perché imparare a nuotare avesse la precedenza su tutto il resto e soprattutto – e di questo era molto compiaciuto - a comprargli tutto quello che un solerte commesso gli aveva consigliato, anche se la madre della futura promessa olimpica avrebbe preferito maggiore sobrietà, come gli aveva appena confessato dal lettino da quale era intenta a dare consigli non richiesti sulle operazioni in corso, quando se l'era trovato davanti equipaggiato di tutto punto.

Era pronto ad acchiapparlo, ma aspettò che Tommy racimolasse abbastanza coraggio da lanciarsi nel vuoto verso di lui. Serviva sempre qualche minuto di riflessione prima di ripetere la sequenza, ma fino a quel momento non si era mai tirato indietro, per quanta paura potesse covare dietro quel faccino concentrato.
"Facciamo vedere alla mamma quanto sei diventato bravo", lo spronò. Non c'era bisogno di mostrarle niente, Kate non aveva letto una riga del libro che si era portata, che giaceva chiuso accanto a lei. Le acrobazie di Tommy dovevano essere uno spettacolo più divertente.
Tommy annuì, già più sicuro, incollando gli occhi ai suoi con espressione attenta, si sollevò sulle gambe un paio di volte, parve rinunciare ma infine spiccò il volo con impeto, atterrando tra le sue braccia tra spruzzi e risate gorgoglianti.
Si immersero insieme, le piccole braccia strette intorno al suo collo fino a soffocarlo, le gambe frenetiche ancora incapaci di trovare un ritmo per tenersi a galla. Avrebbe potuto vivere così per sempre. O almeno finché non sarebbero crollati entrambi per la stanchezza, con la pelle sbiancata dal cloro.

"Ancora! Ancora!", gridò Tommy tremante di eccitazione. Lo baciò sulla testolina bagnata, orgoglioso di lui.
"Non imparerà mai a nuotare così, Castle. Dovresti lasciare che si tuffi dentro l'acqua e solo dopo afferrarlo per aiutarlo a tornare in superficie".
"Lo dici per via della tua esperienza da bagnina provetta? Non rovinare sempre tutto con la tua logica", le gridò da qualche metro di distanza, facendo di nascosto una smorfia complice a Tommy, che si mise a ridacchiare, non prima di aver lanciato un'occhiata nervosa a Kate per accertarsi che non stesse notando l'atto di disobbedienza civile in corso.
Forse non era eticamente accettabile che facessero comunella contro di lei, ma qualcuno doveva pur mostrare a quel bambino la via della ribellione. Era troppo beneducato per essere reale.

"Che ne dici di fare uno scherzo alla mamma?", propose con fare cospiratorio al piccolo Lord con i capelli ritti in testa e il costume gocciolante. Castle si mise un dito davanti alla bocca per intimargli di fargli silenzio, si avvicinò al bordo, lo depositò sopra e poi si issò a sua volta.
Con uno sguardo di intesa si presero per mano e fecero uno scatto verso il lettino di Kate, buttandosi sopra di lei per infradiciarla da capo a piedi grazie all'acqua che grondava copiosa dai loro corpi. Gli strilli eccitati di Tommy riempirono il giardino insieme alle vive proteste di Kate.
"Lo stai portando sulla cattiva strada!", lo rimproverò ancora senza fiato, dopo essersi a malapena ripresa dall'assalto a sorpresa.
"Voglio sperarlo! È cresciuto credendoti perfetta, ma deve imparare che sua madre non ha sempre ragione".
"Sua madre ha sempre ragione".
"Sei molto sexy quando ti esprimi in modo autoritario. Ti viene naturale o ti piace provocarmi?"
"Castle!", lo zittì, guardandosi intorno allarmata. "Ti sembrano discorsi da fare..."
Si chinò a baciarla sulle labbra. "Non può sentirci". Aveva già controllato la posizione del pargolo e la distanza uditiva tra loro, ritenendola sicura. La pratica l'aveva reso esperto.

La pelle di lei, che si era rosolata al sole per ore con una resistenza invidiabile, era deliziosamente bollente contro la propria, raffreddata dalla lunga permanenza in piscina. Dovette trattenersi dal far scorrere le mani sul suo corpo generosamente esposto, ma preferiva evitare ramanzine sul suo comportamento indecoroso.
Si limitò a darle qualche altro casto bacio che avrebbe superato i severi standard della modestia, sussurrandole però all'orecchio dettagliati piani per quando sarebbero rimasti da soli.
"Non voglio nemmeno ascoltarti", affermò fingendosi scandalizzata, spingendolo via da sé. "Che esempio pensi di dare a delle creature ancora innocenti?"
Le lanciò uno sguardo malizioso. "Non sapevo che ti considerassi una creatura innocente, non dopo averti conosciuta meglio". Ammiccò con fare allusivo.
"Se osi dire ancora una parola, ti giuro che ti ammanetterò alla staccionata", disse alzandosi finalmente dal lettino, ormai grondante d'acqua e inutilizzabile, per avvicinarsi alla piscina.
"È una promessa? Guarda che ci conto", le urlò dietro, senza ricevere in cambio nessuna risposta. Adorava indispettirla.

Ammirò il suo corpo senza darlo troppo a vedere, mentre si esibiva in un tuffo impeccabile senza quasi sollevare gocce d'acqua. Sì, le vacanze le donavano. Doveva rivalutare l'idea che non fosse possibile trascinarla a vivere per sempre in un paradiso tropicale.
La raggiunse tuffandosi a sua volta e attese di averla a portata di braccia per attirarla di nuovo verso di sé. Kate si divincolò.
"Castle, devi imparare a tenere le mani a posto".
"Non immagini nemmeno quanto io mi stia trattenendo", la informò divertito. Sapeva che significava tirare troppo la corda, ma non riusciva a farne a meno. Non in una giornata perfetta come quella.
Nonostante si aspettasse una lunga tirata sulle sue pessime maniere e l'assenza di ogni scrupolo morale - glielo leggeva negli occhi impegnati a mandare lampi non proprio pacifici -, alla fine Kate scoppiò da ridere. Doveva essere un effetto dell'umore vacanziero, il suo alter ego cittadino non si sarebbe arreso con tanta disinvoltura.

Smise di opporre resistenza e gli appoggiò la testa sulla spalla, avvinghiandogli le gambe intorno ai fianchi. Il suo concetto di felicità aveva raggiunto un nuovo traguardo.
"Grazie per averci invitato".
Gli baciò il collo strappandogli qualche brivido che imputò alla lieve brezza che gli solleticava la pelle bagnata. Rimase stoicamente immobile, tenendo soprattutto a freno le mani, come gli aveva ordinato, e limitandosi a sorreggerla, anche se tutta l'amoralità di cui era naturalmente dotato e di cui non faceva che accusarlo avrebbe suggerito di sfruttare meglio l'occasione che avevano a disposizione.
"Possiamo tornarci quando vuoi. Anche tutti i weekend. Oppure tu e Tommy potreste trascorrere più tempo da me al loft, anche se lì non c'è la piscina. Ma potremmo costruirne una sul tetto", improvvisò, con il cuore che batteva all'impazzata.
"Più tempo al loft?"
Alzò la testa e lo fissò aggrottandola fronte. Doveva saperlo che non si sarebbe lasciata ingannare dal diversivo della piscina con vista su Manhattan. Chissà se sarebbe stato possibile realizzarla, avrebbe dovuto informarsi. "Non ci stiamo già abbastanza?"
"Intendevo dire...". Fece un profondo respiro, decidendo di buttarsi a capofitto. "Vorrei che vi trasferiste da me. Non subito. Con il tempo, tutto il tempo che servirà. Anni o anche decenni. Magari meglio attendere il cambio del secolo", aggiunse in preda al panico.
Strinse gli occhi, convinto che la bomba che aveva appena lanciato sarebbe esplosa nel giro di qualche secondo.
Seguì un silenzio imprevisto, ma non del tutto tranquillizzante - si era aspettato una sfilza di insulti a diecimila decibel. Non che urlare fosse nella sua natura, ma sapeva bene di aver esagerato.

Sollevò una palpebra. Non l'aveva ancora ucciso e non pareva intenzionata a farlo. Eppure doveva conoscere varie tecniche per farlo sparire senza lasciare tracce. Si sentì incoraggiato a proseguire.
"È bello avervi sempre intorno, qui in vacanza. Mi piacerebbe che accadesse anche una volta tornati a casa. Mi mancate quando non ci siete".
Aveva parlato al plurale perché per lui non si poneva nemmeno il problema di fare distinzioni. Li amava entrambi. In modo diverso, naturalmente, ma ugualmente fiero e assoluto.
Kate sospirò. Di sicuro si stava preparando a distruggere i suoi sogni che erano un po' azzardati, d'accordo, ma non impossibili, almeno dal suo punto di vista.
"Perché non accetti mai che le cose rimangano come sono?"
"Lo so che pensi che io corra troppo. Ma finora ho avuto ragione, no? Con Tommy è andato tutto bene", la precedette, per non farle emettere quella che temeva sarebbe stata una sentenza definitiva. Voleva guadagnare tempo.
"Sei sempre un passo avanti, mentre io vorrei solo godermi quello che abbiamo, senza continuare a mettere in discussione gli equilibri che abbiamo raggiunto".
Era una filosofia ragionevole, ma lui era convinto che laddove si potesse ottenere di più, perché accontentarsi? Gli pareva uno spreco.
"Perché potremmo essere ancora più felici".
Non fu impressionata dal suo asso nella manica. Eppure lui ci credeva. Ciecamente.
"Sarebbe un cambiamento enorme, Castle. Non posso portar via Tommy dall'unica casa che ha sempre conosciuto".
Il fatto che stesse valutando la proposta senza rifiutarla a priori come una delle sue solite insensatezze aumentò la sua fiducia nei miracoli.

"E se facessimo una cosa graduale? All'inizio potreste venire al loft solo nel fine settimana, così sarebbe più semplice per Tommy abituarsi. O qualche giorno a scelta durante la settimana, quando vi viene più comodo. Io potrei occuparmi di lui e dei suoi impegni e tu non saresti costretta ad affannarti in giro per la città dopo una lunga giornata al distretto".Tenta
va di adescarla con le sue ineccepibili doti di casalingo? Perché no, se avesse funzionato?
"Non posso traslocare solo perché sarebbe più comodo. Ed è già abituato a stare a casa tua, anzi, non fa che chiedere di stare da te, grazie al fatto che lo vizi in modo spudorato".
"Non lo vizio. Lo assecondo e lo lascio libero di esprimersi".
"Castle..."
"Ok, ok, lo capisco. Hai paura che un giorno io possa stancarmi di voi e costringervi ad accamparvi sul pianerottolo, passandovi qualche occasionale piatto di legumi freddi attraverso la porta. Ti prometto che non accadrà".
"Ci permetterai di entrare almeno per i pasti?"
Adorava quando lo spiazzava rispondendo a tono al suo tentativo del tutto fuori contesto di fare dell'umorismo.
"Certo. E sono così magnanimo da lasciarvi l'usufrutto dei vostri letti, ma solo se continuerai a essere carina con me. Molto carina".
"Messa così è un'offerta imperdibile, mi rendi difficile rifiutare..."
"Kate, so che mi credi precipitoso, ma non sono avventato. Penso solo che siamo pronti a essere una famiglia, se pur a modo nostro. E so che questo ti fa paura, che hai numerose obiezioni del tutto legittime e che vuoi solo proteggere Tommy. Ma non togliergli la possibilità di essere ancora più sereno di quanto non sia già. Perché con noi lo è. Guardalo".

Come se avesse capito che si stava parlando di lui, Tommy corse verso di loro al grido di "Tuffo!", che li mise istantaneamente in allarme. Si separarono e si precipitarono verso di lui prima che gli venisse l'idea di gettarsi in acqua senza nessuna sorveglianza. Diligente com'era, aveva ubbidito alle istruzioni e ai divieti che riguardavano l'accesso alla piscina che gli erano stati spiegati quel mattino, ma non si poteva mai sapere.
"Chi vuoi che ti prenda? Io o Rick?", gli chiese sua madre, preparandosi ad afferrarlo e convinta di aver posto una domanda retorica.
"Rick", fu l'ovvia e pronta risposta. Con sua somma soddisfazione.

Le andò incontro con Tommy stretto a sé, dopo un altro tuffo mirabolante. Li abbracciò entrambi. Aveva immaginato che quella breve vacanza li avrebbe fatti stare bene, ma non aveva previsto che stando con loro sarebbe stato inondato di una pienezza che non aveva mai sperimentato, pur avendola affannosamente cercata per tutta la vita senza saperlo.
Chiuse gli occhi assaporando la sensazione di amore incondizionato che si irradiava in continue ondate dal centro del suo petto verso di loro.
Non ce l'avrebbe fatta il lunedì seguente a riaccompagnarli nel loro appartamento e salutarli, aspettando il prossimo incontro, il prossimo appuntamento attentamente pianificato, la successiva notte da trascorrere sotto lo stesso tetto, tra un impegno e l'altro. Voleva molto di più.

"Va bene", gli sussurrò Kate all'orecchio.
"Significa che verrete a vivere da me?", replicò confuso. Aveva capito giusto? O aveva preso troppo sole? Poteva essere davvero così semplice una volta tanto?
Alzò un sopracciglio. "Devo dedurre che ti aspettassi un rifiuto?"
"No. No, certo che no. Anzi, sì. Di solito rifiuti sempre le mie proposte. Ero già pronto a sfinirti per giorni con la mia logica inoppugnabile".
"È per questo motivo che ho accettato subito".
"Stai dicendo che sei sensibile alle mie doti di persuasione?"
"Sto dicendo che sono sensibile al mio bisogno di starmene in pace invece di essere costretta ad ascoltare un uomo insistente che non si zittirà finché non avrà ottenuto quello che vuole".
Le sorrise incredulo. "Non vedo l'ora di avervi con me".
Gli mise una mano sul petto. "Non è una cosa seria, però. Vedremo come va, prima di prendere decisioni definitive".
"Non è una cosa seria? È questo che pensi di noi e l'esempio che intendi dare a tuo figlio? E io che ti credevo una donna di sani principi mentre ora scopro che ti trasferisci dal primo che te lo chiede".
"Hai mai considerato che tra le tue doti hai la rara capacità di far emergere istinti omicidi nelle persone? Perché è proprio quello che succederà, se non la smetti".

Tommy si intromise tra loro prima che Kate mettesse in pratica le sue minacce. Cominciava a mostrare segni di stanchezza, ormai sapeva come riconoscerli.
"Ti va di passare più tempo con Rick?", gli domandò sua madre scostandogli i capelli dalla fronte. Il cuore di Castle fece una capriola.
"In piscina?" si illuminò il bambino, sempre dritto al punto e poco incline alle metafore.
"In piscina o a casa sua in città, quando la mamma è al lavoro".
Il grido di entusiasmo spazzò di torno qualsiasi dubbio a riguardo.

La serata si rivelò superiore alle aspettative, come tutto il resto. Sembrava che qualsiasi decisione prendessero si rivelasse quella giusta. O forse i pianeti si erano allineati nel modo più armonioso possibile, beneficiandoli dei loro influssi positivi.
Avevano deciso di rimanere alla villa, loro tre da soli. Non avevano voglia di finire in un locale affollato di turisti, essere circondati da voci sconosciute e volti estranei.
Durante la giornata erano usciti solo per una breve puntata in spiaggia, ma erano rientrati poco dopo. Tommy non era ancora pronto ad affrontare le tumultuose onde dell'oceano: nonostante ne fosse attratto, ne era anche ugualmente intimorito. Avevano fatto una breve passeggiata, ma avevano convenuto che l'intimità di cui avevano bisogno non poteva che essere trovata nella tranquillità del loro giardino.
Avevano cenato all'aperto, all'imbrunire, con le ultime cicale a fare da sottofondo e un vento tiepido che arrivava dalla costa ad accarezzarli.

Tommy si era addormentato esausto dopo una giornata piena di novità ed emozioni. Gli avevano preparato un giaciglio improvvisato accanto a loro e a fine serata lo avrebbero trasferito nella loro camera, avendo cura di non svegliarlo. Nessuno aveva più messo in discussione il fatto che avrebbero condiviso il letto tutti insieme.
Anche lui era stanco, di quella stanchezza rilassata che lo rimetteva in pace con l'universo. Gli era piaciuto vedere il mondo attraverso gli occhi di un bambino – per quanto banale potesse essere un'affermazione del genere - , di quel bambino che amava e a cui era stato felice di offrire tesori inesplorati e, fino a quel punto della sua vita, inaccessibili. Aveva grandi progetti per loro. Aveva tanto da insegnargli e non vedeva l'ora di farlo, anche cose che Kate non avrebbe approvato. Soprattutto quelle.
La guardò in silenzio, alla luce diffusa delle lanterne. Era di profilo, appoggiata ai cuscini, gli occhi chiusi. Non riusciva ancora a credere che avesse accettato di trasferirsi da lui, se pure non seriamente. Non che glielo avesse proposto d'impulso. Non era quel genere di cambiamento che si potesse decidere su due piedi.
Ci aveva ragionato a lungo, prima di osare parlargliene, anche se era stato convinto che ci sarebbe voluto del tempo prima che lei potesse anche solo concepire un'idea tanto audace. Invece l'aveva stupito. Non poteva amarla di più. Sì, lo avrebbe fatto, a partire dal giorno successivo e tutti gli altri a seguire, in un crescendo inarrestabile di amore. Non aveva mai provato un sentimento così totalizzante, da non poterlo descrivere a parole, se non utilizzando termini altisonanti come voluttuoso. O sontuoso. Si era radicato in ogni aspetto della sua vita, ancorandosi in più punti alla sua anima fino ad avvolgerla del tutto e per sempre.

"Possiamo ristrutturare il loft, se può servire a farti sentire più a tuo agio. Hai carta bianca", esordì rompendo il silenzio. Non poteva certo pretendere che vivesse in una casa che aveva un passato e che era stata già testimone di altre storie, che erano solo state una versione sbiadita di quello che avevano.
Il loro doveva essere un nuovo inizio a tutti gli effetti, e se lei avesse deciso di radere al suolo l'intero appartamento, lui sarebbe stato d'accordo.
Allungò un braccio e le accarezzò una mano. Curiosamente, ricordava le prime volte in cui aveva compiuto quel gesto, piuttosto insicuro e timoroso di provocare una reazione di rifiuto che invece non era mai arrivata. Si erano innamorati con naturalezza, scivolando senza scossoni e in fretta in un rapporto tanto consolidato e armonioso da fargli chiedere che razza di persona si fosse trovata davanti anni prima, da indurla a fuggire a gambe levate. Chi dei due era cambiato? O erano solo le circostanze a essere diverse? Erano riflessioni che avevano il potere di far emergere piccole schegge di apprensione che scacciava non appena facevano capolino.
"Che cosa ti sfugge del concetto di gradualità, Castle?"
Si sporse a baciarla. "Sai che non riesco a resistere al sarcasmo con cui cerchi di nascondere l'attrazione che provi per me".
"E tu sai che hai insistito perché Tommy dormisse con noi, vero? È inutile che fai lo svenevole adesso", gli rispose accarezzandogli le labbra con le proprie e facendogli il solletico.
Si staccò da lei. "Non mi terrai lontano da lui facendomi proposte indecenti, capitano. Al contrario di te, io sono una persona seria".
La fece scoppiare a ridere. Amava il suono della sua risata.
"Voglio fare le cose con calma. E intendo tenere il mio appartamento, voglio che rimanga un punto fermo per Tommy".
"Quindi non faremo una festa in cui annunceremo all'intera città che abbiamo deciso di vivere insieme?"
Kate sbuffò. "Perché ho la sensazione che tu abbia già spedito gli inviti ancora prima che accettassi?"
"Ehi", protestò. "Non farei mai niente di simile. Pensavo a qualcosa di più misurato, come un annuncio sui maggiori quotidiani".
"Gli annunci si fanno solo quando ci si fidanza, non quando si trasloca", puntualizzò con fare saccente.
Castle fece silenzio. Continuò a fare molto silenzio. Sarebbe morto soffocando tenendo la bocca chiusa su quello specifico argomento. O quella notte l'avrebbe passata nello scantinato.
"Castle, non dirmi che hai già...?"

Fu interrotta da un bip che proveniva dal suo telefono, abbandonato lontano. Lo aveva tenuto acceso solo nel caso in cui il padre avesse avuto bisogno di loro, gli aveva assicurato quando erano partiti. Castle si preoccupò subito che Jim non stesse bene, anche se lo avevano lasciato di ottimo umore qualche giorno prima.
Kate si incupì leggendo il contenuto di quello che doveva essere un messaggio non troppo gradito. Si voltò a guardarlo. Castle sentì farsi strada in lui un'inquietudine sconosciuta di cui avrebbe fatto volentieri a meno.
"È tuo padre? Sta male?"
Era pronto a lanciare i bagagli in auto e ripartire a razzo verso la città. Kate scosse la testa. Gli prese una mano, facendo tintinnare i braccialetti che aveva al polso. Lanciò un'occhiata al figlio, per accertarsi che stesse ancora dormendo e non potesse sentirli. Doveva trattarsi di una questione grave, se stava cercando il modo migliore di comunicargliela.

"È il padre di Tommy", gli disse infine, abbassando la voce fino a ridurla a un sussurro privo di ogni emozione. "Sta tornando a New York e vuole vederlo. Domani".
Gli si fermò il cuore. Non seppe mai il perché. Se si era trattata di una premonizione o se l'atteggiamento di lei lo avesse messo in allarme senza saperne il motivo. Era in ogni caso qualcosa che veniva a insinuarsi subdolamente nel loro mondo che era stato fino ad allora privo di spigoli. Immersi nel liquido amniotico che li aveva schermati dalle seccature della vita, aveva quasi dimenticato che il padre di Tommy era un'entità reale che aveva il diritto di intrufolarsi nelle loro vite nei momenti meno opportuni. Ma di quello non poteva fargliene una colpa. O sì? Era normale farsi vivo senza nemmeno chiedersi se avrebbe disturbato?
"Domani?", farfugliò, sentendo un'oscura oppressione pesargli sul petto. "Domani saremo ancora qui. Vuoi che torniamo in città per farglielo incontrare?"
Gli costò molto proporlo. Lo avrebbe fatto, odiando ogni minuto di quell'infausto viaggio di ritorno. Ma non aveva alternative. Non si sarebbe mai messo in mezzo, se l'era ripromesso molto tempo prima. Era solo scombussolato per l'effetto sorpresa della brusca interruzione. Niente di più.
"Lo faresti? Saresti disposto a concludere in anticipo il nostro weekend per questo motivo?"
"Naturalmente. È suo padre. È giusto che stia con lui". Quasi si strozzò nel dirlo. Dove erano le schiere angeliche che magnificavano ai mortali il suo eroismo? Era sicuro di non aver mai fatto niente di più arduo nella vita che offrirsi di consegnare Tommy a un uomo che non conosceva.
Gli accarezzò una guancia. "Sei un uomo straordinario, Castle, te lo hai mai detto nessuno?"
Buono a sapersi, ma il complimento non riuscì a risvegliarlo dal torpore. E dal dolore sordo che si faceva vivo a intermittenza alla prospettiva di dover affidare Tommy ad altri. Di saperlo lontano da lui. Non ce la faceva. Inghiottì aria a vuoto.

Avrebbe dovuto analizzare con urgenza le emozioni soverchianti da cui era stato investito e che erano non solo del tutto fuori luogo – e fuori controllo - , ma soprattutto non avevano una causa legittima. Perché gli sembrava che gli si strappassero coriandoli dal cuore? La sua reazione non aveva senso. Avrebbe dovuto gestirsela da solo e velocemente, prima di spaventare altri oltre che se stesso.
"Ovviamente non sconvolgeremo i nostri piani solo perché Josh pretende di vederlo con poche ore di preavviso", aggiunse decisa. "Aspetterà un giorno in più, se crede che ne valga la pena", concluse con un tono disilluso che lo disorientò.
"Lo hai informato che avresti portato Tommy in vacanza per qualche giorno?"
Gli pareva strano e poco cortese che si fosse fatto vivo proprio in un'occasione del genere. A meno che non ne fosse stato all'oscuro.
Kate si prese la testa tra le mani. "Castle, per la maggior parte del tempo non so nemmeno dove sia, perché non si prende la briga di comunicarmi i suoi spostamenti".
Non era una risposta diretta alla sua domanda, ma preferì non commentare. Quindi Josh non sapeva che Tommy non fosse in città. Questo poteva scusare in parte la sua richiesta, che pure aveva l'aria di essere una pretesa bella e buona senza considerazione dei programmi altrui? Anche se non fossero stati in vacanza, avrebbero potuto avere altri impegni.
Per quanto assurdo potesse apparire, non aveva nessuna, nessuna idea concreta di come fossero i rapporti tra padre e figlio, tra Kate e il suo... ex. Poteva chiamarlo così? Non ne era sicuro. Non sapeva quali accordi fossero stati posti in essere quando era nato, non sapeva come si comportassero di solito in circostanze simili. Aveva solo constatato – e la cosa non aveva mancato di rattristarlo – che da quando lui era comparso all'orizzonte, Tommy non aveva mai incontrato suo padre, disperso in qualche foresta tropicale a intrecciare cesti di vimini, per quel che ne sapeva. Una vera e propria sensazione di allarme sostituì la precedente inquietudine. L'atmosfera idilliaca si era ormai dissolta.

Si alzò, più stanco di quanto non si fosse sentito fino a qualche minuto prima. O nella sua intera vita. "Che ne dici se andiamo a letto?".
Kate gli lanciò un'occhiata sorpresa, ma poi acconsentì a seguirlo in silenzio.

Prese Tommy tra le braccia, provando un profondo struggimento al pensiero di doverlo lasciare andare di lì a breve, di consegnarlo a un altro uomo, di non sapere se ne sarebbe preso cura nel modo corretto, se ne sarebbe stato in grado. Nessuno poteva dargliene la garanzia e non era nella posizione di avanzare richieste. E non si sentì meglio rendendosi conto che quella sarebbe stata la sua vita in futuro. Quella a cui aveva detto di sì con tanto entusiasmo, certo di poter superare ogni ostacolo. Quella che aveva presentato il conto un po' troppo presto per i suoi gusti.
Provava vergogna per quei pensieri, per quel suo dubitare che Josh fosse all'altezza del suo ruolo – di fatto non lo conosceva. Era sicuro che se li avesse espressi, Kate lo avrebbe preso per uno squilibrato che si prendeva troppe libertà. Sapeva di non avere nessun diritto su Tommy, se non quelli che gli erano stati concessi.
Aveva bisogno di tenerseli vicini, di annusarli, toccarli, ascoltarli respirare. Per quella notte sarebbero stati solo loro tre.