Crossover Narcos con Squadra speciale cobra 11

L'INCIDENTE

Un anno prima

Javier Pena consegnò ai federali un informatore volontario in rischio di vita per lui e per la sua famiglia. La moglie e le due figlie lasciarono la Colombia per rifugiarsi a Cuba. Mauricio Moreno diede liberamente alla DEA tutta la sua collaborazione per prendere il cartello di Medellin. "La mia famiglia?" era nervoso le parole gli uscivano tartaglianti "Non si deve preoccupare, la sua famiglia è al sicuro a Cuba, ma tu non devi stare qui in Colombia se ti trovano ti uccideranno" Javier cercò di placare l'ansia "Ti prometto chela tua famiglia ti raggiungerà al più presto". Mauricio si fidò delle parole dell'agente Pena, in lui vide la promessa e lealtà, gli strinse lui la mano e raggiunse i federali.

Presente

Javier non stava effettivamente lavorando, era dilungato sulla scrivania accavallando le gambe rideva e scherzava con Steve. I loro schiamazzi cessarono con la presenza di Carrillo, levò le gambe allungate riponendosi in modo corretto. Carrillo restò immobile in quel punto, ruppe le righe diretto nel suo ufficio. Alla sua scomparsa dal corridoio Steve scoppiò in risate, Javier trattenne la risata appallottolò un foglio di carta e scagliò in volto al compare. Il telefono dalla parte di Javier squillò "Agente Pena! Chi parla?"una voce anonima dall'altra parte del telefono disse lui che sapevano tutto, il loro informatore era in pericolo. Imprecò in spagnolo "Dannazione!"

"Che succede Javier?"

La rabbia gli impedì di parlare trattenendo le parole "Sanno dove si nasconde Mauricio, qualcuno lo sa dannazione! Eravamo sicuri che nessuno lo avrebbe trovato, è passato solo un anno da quel giorno". Non riuscì a non colpevolizzarsi, lui aveva programmato tutto e Steve lo aiutò "Troveremo una soluzione Javi"

"Davvero?" domandò irritato "Hai forse qualche idea?" una lampadina si accese nella mente di Steve "Ho una idea, ti coprirò le spalle". Preparò la borsa con i vestiti e passaporto, si imbarcò per il volo Medellin Franco-Forte, Franco Forte-Colonia. Prese una camera in hotel anche senza spiaccicare una sola parola in tedesco. dopo la doccia indossò la salvietta bianca attorno alla vita, i capelli bagnati sgocciolavano sulle spalle,le gocce colavano lungo il petto liscio e bianco. prese il telefono chiedendo la linea internazionale "Devo parlare con Arthur Crosby grazie" aspettò diversi istanti, la musichetta in sottofondo gli emetteva fastidio "Signor Crosby, agente Pena. Mi serve aiuto, sono a Colonia in Germania" Crosby non era affatto contento, il tono acido non gli permetteva di giustificarsi "Senta, mi dispiace di essere stato ingiusto, ma ora mi serve il suo auto, sanno che Mauricio Moreno e la sua famiglia è ancora a Cuba!" si arrabbiò ancora di più Crosby ma alla fine cedette promettendogli di dagli ciò che chiedeva.

Una mezzora più tardi Crosby gli inviò tutto quello che chiese, appuntò indirizzo su un foglietto,infilò una camicia azzurro pastello mettendola dentro i jeans bue jeans e in fine indossò la giacca a vento color blu. Il clima era completamente diverso rispetto alla Colombia, l'aria dava fastidio sulla pelle scrollò il corpo tirando su la cerniera fino al collo. Prese una macchina a noleggio, restando sul modello Jeep come al suo solito, controllò la cartina della città decifrando le lunghe parole delle vie imprecando nella testa. Mauricio Moreno da un anno viveva a Colonia, lavorava presso una caffetteria nel centro, non parlava bene il tedesco ma con l'inglese accentuato dal suono spagnolo riusciva a farsi capire. Entrò nel locale dopo aver girato diverse volte tra le vie con nomi incompressibili, si sedette ad un tavolo ordinando del caffè, l'abitudine lo portò a ordinare in spagnolo "Mi scusi" disse in inglese "Un caffè, forte!" la cameriera annuì segnando l'ordinazione sul blocchetto. Mauricio dietro al bancone stava preparando su un piatto le ordinazioni, si accorse di Javier, lo riconobbe subito, chiese al collega di sostituirlo. Portò il caffè al suo tavolo e si accomodò "Agente Pena!" alzò lo sguardo sorridente "Mauricio. Come dovrei chiamarti ora?"

"Gustavo Pinero!" Javier sorrise di nuovo "Bonito nombre" bevve il suo caffè cercando le parole giuste "Ya no estàs a salvo" la voce amara e dispiaciuta, abbassò il volto "Que estas diciendo?"

"Qualcuno ha fatto la spia, ho ricevuto una telefonata anonima dicendomi che eri in pericolo", gli caddero le braccia credeva di essere al sicuro in Europa nessuno sarebbe mai giunto fino a Colonia per farlo fuori. "Però esta en la Catedral!" inghiottì la saliva "Si lo es, ma dirige ancora gli affari!". Javier passò dallo spagnolo all'inglese "A fine turno vieni con me, ti porto al sicuro". Parlò troppo presto, dalla vetrata del locale si vide chiaramente dei tizi cenciosi dalla pelle cioccolato lasciò il denaro sul tavolo, prese con forza la mano di Mauricio "Troppo tardi, c'è un'uscita sul retro?" annuì "Di qua" lo tirò dietro a se sfilò la pistola dai jeans. Allargò le pupille "Corri!" i caricatori delle armi sicari di Escobar frantumarono le vetrine del locale. Le cameriere si rannicchiarono sotto il bancone con le braccia sul capo. Piegato sulle ginocchia strisciò verso la portiera della Jeep "Forza Sali!". Mise in moto la macchina correndo per le vie del centro "Da che parte?" Mauricio si tenne attaccato alla maniglia della portiera "Alla derecha" inchiodò di colpo avanti ad una bambina sulle strisce saltellando allegramente, la ragazza terrorizzata disse qualcosa in tedesco. si immise nella corsi per prendere l'autostrada con addosso sicari di Escobar "Ci stanno addosso!" commentò Javier, insistette con l'acceleratore facendo lo slalom fra le due corsie ricevendo in cambio insulti e clacson.

Il comando della autostradale chiamò per radio l'agente Gerkhan già di pattuglia. Il telefono satellitare di Javier suonò all'impazzata, staccò la mano destra dal volante cercandolo a tentoni. "Agente Pena. Non è il momento adatto Steve! I sicari di Escobar ci stanno rincorrendo in autostrada" con una mano reggeva il telefono e con l'altra sul volante, nel far più cose insieme rese il suo guidare un'impresa difficile non notò il camion sulla corsia a fianco provocando il suo sbandamento, la Jeep di Javier si schiantò contro il guardrail cappottandosi sulla carreggiata a fianco. Perse i sensi, il corpo dolorante, in viso una grossa fuoriuscita di sangue colante sul lato del volto, Mauricio incosciente sul sedile accanto. Javier stava svenendo intravedendo la figura sfocata di Gerkhan. La chiamata era ancora aperta ma il telefono finì sotto il sedile "Javier? Javier? Dannazione rispondi! Javi cos'era quel rumore?" Gerkhan portò le dita sulla vena del collo di Javier "Resisti, i soccorsi arrivano!"sentì le urla di Steve al telefono lo cercò nella macchina "Chi parla?" parlò in tedesco e Steve non capì "Non parlo il tedesco. chi è lei?. Polizia autostradale? Chiamo da Medellin sono l'agente Steve Murphy della DEA" Steve era nervoso e preoccupato sentì un boato e la voce di Javier si Zittì "Il mio collega? Come sta il mio collega?" Gerkhan parlò in inglese comunicando che avrebbero portato all'ospedale della città di Colonia e di passare al loro comando. La punta della matita si spezzò imprecando ad alta voce la sbattè sulla scrivania, frugando nei cassetti in metallo qualcosa per scrivere "Ci sono,mi dia li indirizzi. Mi faccia lo spelling per favore" riattaccò il telefono, prese la pistola inserendola nei jeans e andò a casa a preparare la valigia.

Non informò nemmeno Carrillo per chiedere il permesso. Prese il primo volo per la Germania non gli andava bene a qualsiasi ora e qualunque posto fece di tutto per salvare il suo amico. In aereo non dormì un gran che era stressato emotivamente, la mente vacillava, troppi pensieri per Javier. Appena atterrato prese un taxi facendosi portare all'ospedale segnato sul foglio. All'ingresso del paino terra al bancone un'infermiera dal viso paffuto e socievole "Parla la mia lingua?" l'infermiera paffuta sorrise e annuì "In che modo posso aiutarla?"

"il mio amico è sto ricoverato, Javier Pena!" guardò nei registri sul computer "Secondo piano stanza 34" mostrò un sorriso Steve prese l'ascensore salendo al piano superiore". Si trovò di fronte alla stanza, allungò la mano sulla maniglia fredda tremando d'ansia, riempì i polmoni d'aria facendosi coraggio, entrò socchiudendo la porta lasciò cadere il borsone a terra. Ma la sua rabbia trasalì insieme all'ansia. Javier disteso a letto inerte e debole, nel naso la cannula di ossigeno, i tagli in volto chiusi da cerotti, un collare attorno al collo. La cannula della flebo finiva nel ago nel braccio, trascinò la sedia accanto al letto, si sedette stringendo la sua mano "Se senti questa stretta significa che sei ancora vivo, ed io sono qui a aspettarti!" gli occhi lucidi e gonfi dal sonno e tristezza, i bip continuo del monitor del cuore gli ronzò in testa dandoli fastidio.

Gerkhan entrò nella stanzetta semibuia, la sua mano finì sulla spalla di Steve, lo sguardo disperato e perso lo impressionarono scatenando in lui un senso di pena e tristezza. Si asciugò gli occhi con le dita "Lei è il suo salvatore?!"

Con un sorriso triste rispose "Semir Gerkhan, autostradale" Steve strinse la mano "Steve Murphy, DEA".

"I medici aspettano a svegliarlo, è in coma indotto, se la sua forza d'animo è forte sarà così" il voltò di Steve ebbe un barlume di felicità lieve, posò la mano sulla spalla "Sono certo che sarà così!. Svegliati amigo, mi serve il tuo aiuto per prendere Escobar". Si rivolse a Gerkhan "Mauricio Romero …. L'uomo che era ancora con lui in macchina dov'è ora?"

Si accigliò "Vuole dire Gustavo Pinero" Steve pose le mani sui fianchi "Ha dovuto nascondere la sua identità è sotto protezione testimoni" per un istante non disse nulla poi lo condusse al piano sopra "Ha un trauma cranico e entrambe le gambe ingessate "E' possibile tenere delle guardie alla porta?"

Annuì deciso "Naturalmente, me ne occuperò io".

Girava ancora col borsone in mano senza farsi problemi a riguardo, Gerkhan lo portò con se al centro di comando, lasciò il borsone nel baule della BMW argento, si sedettero per discutere della situazione nella sala riunioni con le porte in vetri. Porse una tazza di caffè, ne aveva bisogno, i suoi occhi assomigliavano a dischi volanti "Grazie!" si sedette sulla sedia di fronte "Perché non mi dici come stanno le cose?"

Sospirò con ironia "Vuole la versione completa immagino!" sorseggiò un altro po' di caffè "Vediamo un po'…. Un anno fa un uomo venne da noi a chiederci aiuto, disse di avere informazioni sul cartello di Medellin. Possedeva prove fino alla nausea, lavorò a lungo nei laboratori di Escobar. Un lavoro che li fruttò soldi ma la sua famiglia non approvava, il pericolo era attorno a loro".

"E dove si trova la sua famiglia?"

"A Cuba" rispose Steve "Siamo stati costretti a separarli, stiamo spettando la concessione del Governo cubano a permettergli di lasciare l'isola".

"E questo non sarà piaciuto ad Escobar immagino" scosse il capo "Ora è nella Catedral, nella prigione che si è costruito ma continua a dare ordini. Ha mandato dei sicari a terminarlo". Gerkhan notò la stanchezza mentale e fisica "Senti perché non ti sdrai un po'? non sei lucido" scosse ancora il capo "Non sono stanco!" replicò lui, Gerkhan era scettico "Pfui! Ma ti se visto?" rise "Mia figlia ed io siamo soli in casa, se vuole c'è un posto in più per lei" Steve respirò a fondo "D'accordo!". Gerkan cambiò le lenzuola del letto, la federa pulita e il copriletto pulito "E' tutto tuo!" lo ringraziò, si levò le scarpe e crollò dal sonno. Dormi per diverse ore, al suo risveglio era già mattina, fu svegliato dal profumo di caffè proveniente dalla cucina, davanti alla sua vista il sorriso smagliante di Dana gli illuminò il risveglio si stiracchiò la pelle, strofinò gli occhi "Gutentag" lei sorrise "Conosci il tedesco!" scosse il capo ridendo "No, ho iniziato a capire lo spagnolo". Scese di sotto accomodandosi al tavolo della cucina, Gerkhan preparò del caffè e su un piatto dei krapfen caldi alla crema.

Dalle telecamere in autostrada ripresero i sicari di Escobar in volto, le cartelle risultavano pulite, gli uomini di Escobar erano furbi avevano diverse identità per proteggersi. I nomi che risultarono non si seppero se fossero veri o falsi, ma il riscontro trovato lavoravano come imprenditori nel sud delle Americhe. "Mi puoi accompagnare da Javier?" con un si del capo Gerkhan lo portò in ospedale, la stato di salute di Javier era migliorato, i medici gli staccarono la cannula dal naso respirando senza macchina, un barlume di speranza per Steve che restò al fianco per pochi minuti. Al piano di sopra le guardie fuori erano ancora e Mauricio si era svegliato "Hola!" il suo sguardo cambiò umore "Senor Murphy!" si sedette sul angolo del letto "Ti trovo bene"

"E Pena?"Steve si incupì "Le condizioni non sono cambiate "La mia famiglia?"

"Sto aspettando notizie". Un infermiera gli interruppe parlando il tedesco, capì che lo stavano cercando, almeno così intuì sentendosi chiamare, la seguì al bancone del piano "Agente Murphy. La farà uscire?" esultò "Ringrazi da parte mia Crosby". Scese al piano terra, nel palmo della mano contò i centesimi da introdurre nella macchinetta, fece passare ogni merendina dietro il vetro, alla fine optò per una ciambella al cioccolato. Non era il massimo in fatto grassi e calorie ma non gli importava. Ritornò al piano superiore ed era deserto, si sfilò la pistola procedendo con calma, sentì dei passi si voltò rapidamente trovando la fronte di Gerkhan sotto la canna della pistola "Avrei potuto ucciderti!"

"Stavo cercandoti, i sicari sono qui cercano il tuo amico e il testimone" Steve indurì lo sguardo "Dividiamoci" rispose con durezza. Gerkhan sgombrò i piani, le stanze chiuse a chiave muovendosi con cautela passo dopo passo, in pugno la pistola e occhi aperti. Un sicario si scontrò con lui, fu costretto a sparargli, il bang lo averti anche Steve al piano di sopra.

Steve entrò nella stanza di Javier e vide che era tutto tranquillo, chiuse la porta dietro di se controllando Mauricio "Que pasa?" mise le mani avanti per calmarlo "Stai calmo, ora ti chiudo dentro non aprire a nessuno!" prese la chiave inserendola nella serratura.

Un sicario puntò su Steve l'arma, armò il cane, dei colpi veloci colpirono il petto dell' uomo che cadde in avanti. Sgranò gli occhi quando vide Javier debole e tremante, il braccio con la pistola tremava, le gambe deboli, il suo collo li doleva, si lasciò cadere a terra afflosciandosi. Steve scivolò sul pavimento con le ginocchia reggendo l'amico tra le braccia. Nei secondi successi una serie di colpi esplosero alle spalle dei due della DEA, si voltò di scatto seguendo col lo sguardo il corpo in caduta a peso morto, Gerkhan abbassò l'arma roteandola con le dita la ripose nella fondina. "Tutto bene amico?" Javier sorrise debolmente "Riportami a casa Steve" lo aiutò a rialzarsi con Gerkhan da un lato "Non credo che andrai a casa troppo presto".
Le settimane di degenza passarono, Javier era stufo di stare allettato, gli mancava l'azione e il caldo della Colombia. La borsa era pronta, i vestiti erano ben piegati, le nocche bussarono sulla porta, Maurizio girava sulla carrozzella, non poté togliere il gesso per almeno 3 mesi "Lasci la festa?" Domandò allegramente "già! Si torna a casa" si avvicinò con la carrozzella al letto "Se per te Medellin è casa..." Roteò gli occhi "Tutto sommato non è male qui!" Ci rise su, allungò la mano stringendo quella di Javier "buona fortuna".
Steve era sulla soglia della porta "Sei pronto? Gerkhan ci da un passaggio fino all' aeroporto" uscì dalla stanza e sull' uscio si guardò indietro "Non sarai più solo". Stava meglio mentalmente ma esteriormente si sentiva ancora acciaccato, i lividi sul corpo erano visibili e la ferita alla tempia stava guardando ma il dolore restava ancora.

"Tu sei il mio angelo custode, mi hai salvato la vita due volte!" Fece una smorfia "È il mio lavoro" commentò Gerkhan "E dimmi... Voi della stradale lavorate così?" Rise rallegrando Javier li diede una pacca sulla spalla schiacciando l'occhio "Buon viaggio".
"Andiamo cowboy!" Steve lo cinse a se, salirono la scala mobile spargendo dietro l'angolo della parete.