Un uomo e una donna, esploratori spaziali; un pianeta morto su cui cercare la vita; una missione che in realtà è una speranza, un sogno… un ritorno.
MITO
Il rombo dei potenti motori di un'astronave ruppe il silenzio che incombeva sulla campagna consumata dal fuoco. Una snella sagoma argentea sfrecciò a bassa quota nel cielo di uno strano azzurro plumbeo, mandando bagliori nella smorta luce del sole. Non un alito di vento faceva muovere i radi cespi d'erba o frusciare le poche foglie sui rami scheletriti dei rari alberi; regnava una totale, innaturale mancanza di suoni.
A bordo dell'astronave, un uomo e una donna contemplavano il silenzio la landa desolata attraverso il grande oblò che si apriva sul fianco curvo del velivolo spaziale. Erano entrambi sui trent'anni, ed entrambi erano di una bellezza perfetta. Lui era alto, aitante, dalla liscia carnagione scura, gli occhi ed i capelli neri come lo spazio profondo; lei era più bassa, snella, la pelle chiara, gli occhi azzurri come le Pleiadi ed i capelli fini ed ondulati di un biondo solare, lunghi fino alla vita. Entrambi erano completamente nudi, dato che nella loro cultura ci si vestiva unicamente per affrontare le intemperie o il freddo, per cui all'interno dell'astronave, asciutta e calda, non avevano motivo di farlo.
Il giovane parlò. "Che desolazione… è un pianeta morto."
La donna annuì lentamente. "Un tempo era rigoglioso e bellissimo, spiccava come uno zaffiro nello spazio e la sua civiltà era potente e florida."
"Ora invece è livido e deserto, bruciato, sterile… e tutto questo a causa di governanti stolti che non hanno saputo tenere a freno la loro folle avidità di ricchezza e di potere."
Lei si staccò dall'oblò e si diresse decisa sul ponte, prendendo posto; l'uomo la seguì e le si sedette al fianco, sul sedile del copilota.
"Risaliamo e mettiamoci in orbita", disse la giovane. "Poi attiveremo i sensori e cominceremo l'esplorazione. Vediamo se riusciremo a trovare una zona dove ci sia ancora vita."
"Lo spero, dopotutto siamo qui per questo."
L'uomo, non appena ebbe elaborato la rotta, la inserì e la donna pilotò l'astronave fuori dell'atmosfera planetaria, dove la posizionò in un'orbita polare.
"Cominciamo subito i lavori", sospirò poi. "I nostri superiori ci hanno concesso pochissimo tempo."
Dando l'esempio, si alzò e andò ad una delle postazioni scientifiche, dove cominciò ad armeggiare con la consolle; l'uomo fece altrettanto con un'altra. Cominciarono così la sistematica analisi di tutta la superficie del pianeta che ruotava sotto di loro, orbitando attorno al suo sole, una stella gialla di media grandezza.
"L'atmosfera è respirabile, anche se il tasso di azoto e ossigeno sono leggermente alterati rispetto a quello che sappiamo dell'originale", comunicò l'uomo, dopo il relativo esame. "Mi sembra un buon inizio."
"Non facciamoci troppe illusioni, ti prego", ribatté lei. "Ci sono ancora moltissimi fattori da considerare."
Continuarono a lavorare per qualche tempo, poi la donna comunicò. "Risulta che il terreno è molto ricco di minerali di ogni genere."
"Bene!" approvò il suo compagno.
Di nuovo, il silenzio calò tra loro mentre proseguivano la minuziosa analisi.
"L'acqua non è velenosa", annunciò poi l'uomo in tono soddisfatto.
"Infatti", confermò la giovane. "Però non contiene forme di vita più complesse delle alghe."
"Non è male", sorrise l'uomo.
"Può darsi", disse lei, prudentemente.
Continuarono la meticolosa analisi, esplorando accuratamente il terreno, attenti a non tralasciare neppure un chilometro quadrato. Sarebbe stato il lavoro di mesi, se non fosse stato per l'estrema velocità di elaborazione dati dei potentissimi computer di cui erano stati dotati, i più avanzati e potenti che la tecnologia della loro civiltà aveva da offrire.
Il tempo trascorse e i due continuarono a lavorare finché la stanchezza non li obbligò a fermarsi. Allora mangiarono, poi andarono a dormire, ma poche ore dopo erano di nuovo davanti alle loro postazioni, impazienti di concludere.
Dopo l'iniziale ottimismo, l'uomo sentì gradualmente svanire le sue speranze; la prudenza della sua compagna sembrava trovare una giustificazione, man mano che l'esplorazione procedeva senza i risultati che cercavano.
Ad un certo punto, la donna alzò il viso dallo schermo in cui stava scrutando ormai da alcune ore e lo chiamò. "Vieni qui, guarda."
Lui si avvicinò ed obbedì: sul monitor appariva un esteso lago, di un colore quasi nero, sulle cui sponde si ergevano alcune grandi colline prive di qualsiasi vegetazione. La donna ingrandì l'inquadratura, permettendo al compagno di vedere che l'acqua era increspata da strane onde lente ed oleose, quasi gelatinose. Un senso di ribrezzo lo riempì, poi l'inquadratura si spostò, mostrando una delle grandi, glabre colline che circondavano il lago, o quel che ne restava.
"Grande Luce… ma sono città!" esclamò il giovane.
"Erano città. Guarda cosa ne è rimasto di questa."
Era uno spettacolo terribile. Il disastro, che aveva ridotto a cumuli di informi macerie quelli che erano stati immensi agglomerati urani brulicanti di vita e di attività, era stato immane, inarrestabile.
L'uomo tornò al lavoro ancor più demoralizzato. Se le cose continuavano così, loro due avevano ben poche speranze di portare a termine vittoriosamente la loro missione.
L'accuratissima analisi proseguì per due giorni di febbrile attività. A volte i loro cuori battevano forte nell'illusione d'aver trovato quello che cercavano con tanto accanimento, ma subito la fiammata di speranza svaniva, lasciando un sapore amaro di sconfitta.
Non c'era più una sola città che avesse anche soltanto una parvenza di conservazione; tutti i loro centri urbani erano stati distrutti, polverizzati, spazzati via dalla catastrofe. Dove un tempo sorgevano orgogliose catene di montagne dai picchi aguzzi ed altissimi, ora si stendevano pianure desertiche di terreno pietroso ed indurito. I mari e gli oceani apparivano come stanchi, scuri, repellenti. La superficie si ostinava a mostrar loro paesaggi desolati, dal terreno che di notte riluceva di una malsana luminosità fosforescente e di giorno appariva chiazzata di nere pozzanghere oleose su cui non cresceva nulla, nemmeno ciuffi d'erba.
"Contaminazione e radioattività, dappertutto!" sbottò deluso l'uomo, al termine del secondo giorno. "Non c'è una sola area atta a ospitare una qualsiasi forma di vita più complessa di quella vegetale già esistente."
La giovane sospirò tristemente e si morse il labbro. "Sembra che abbiamo fallito e che…"
S'interruppe improvvisamente, ma lui, troppo demoralizzato, non ci badò e completò la frase. "…e che dovremo tornarcene indietro sconfitti."
"Non è detto!" esclamò la donna, concitata. Il suo compagno sobbalzò, saltò in piedi e con due falcate la raggiunse. Lei continuò, indicando il suo monitor. "Guarda! Qui è segnalata un'oasi non contaminata… il pianeta ha cominciato a risanare se stesso! Per le stelle, stavolta ci siamo!"
Esultanti, i due si abbracciarono.
"Ce l'abbiamo fatta!", esultò l'uomo, tanto più trionfante dopo esser stato tanto abbattuto. Si misero ad improvvisare un balletto di gioia.
Un suono acuto li richiamò bruscamente alla realtà. Entrambi guardarono la consolle, agghiacciati.
"Ci chiamano dalla base", disse piano lei.
"Il che significa che il nostro tempo è scaduto", aggiunse sottovoce lui.
"Non potremo fare le analisi necessarie per verificare che quell'oasi sia adatta!" inorridì la donna.
"Proprio ora che forse c'eravamo!" si lamentò il giovane.
Seguì un istante di tormentosa incertezza sul da farsi.
"Non possiamo mollare adesso…" mormorò lei. "Chiediamo una proroga!"
"Non è previsto dal regolamento, lo sai", obiettò lui, scuotendo il capo, ma vedendo la determinazione negli occhi azzurri della compagna, sospirò. "Hai ragione, tentar non nuoce."
Si avvicinò al comunicatore subspaziale e parlò. "Qui la Genesis. Avanti."
"Qui madrepatria", giunse un'autoritaria voce maschile. "Vi avvertiamo che dovete rientrare immediatamente: il tempo a vostra disposizione è scaduto, e anche il tempo di tolleranza ammesso."
"Chiediamo una proroga", disse il giovane in tono deciso.
"Su quali basi?"
"Abbiamo appena trovato un luogo adatto."
"Avete fatto le necessarie rilevazioni?"
"Non ancora, ma vi ripeto, è un luogo adatto."
"Spiacente, il regolamento è molto chiaro: su questa basi non possiamo concedervi una proroga."
La donna si avvicinò, le labbra serrate in una smorfia di determinazione.
"Ho appena fatto le analisi preliminari", annunciò. "Sono molto promettenti. Ci siamo sul serio, non possono negarci il permesso proprio adesso!"
"Lo sai che dobbiamo avere le rilevazioni al completo se vogliamo quella proroga."
"Lo so, ma so anche che siamo appena tornati a casa, alla nostra vera casa, e non possiamo, non dobbiamo rinunciarci proprio adesso per obbedire alle leggi di un mondo che, per quanto sia stato generoso e ospitale con noi e la nostra specie, non è il nostro. Menti! Di' che abbiamo tutte le analisi con risultati positivi al cento percento, inventa una scusa verosimile per non inviarglieli subito e intanto le facciamo davvero. Servono solo ventiquattro ore!"
"Se ci scoprono è la corte marziale! E se ti sbagliassi?"
"Non mi sbaglio, lo sento; ed è un rischio da correre comunque, non credi? Dopo tanti anni, non si può perdere un'occasione unica solo per un eccesso di obbedienza. Sai benissimo anche tu che, se rinunciamo adesso, dovrà trascorrere un'altra generazione prima che permettano a qualcun altro di ritentare, e intanto noi lo rimpiangeremo per il resto della nostra vita!"
L'uomo squadrò la mascella.
"Hai ragione", ammise, con convinzione; premette il tasto della comunicazione. "La mia compagna ha appena terminato le analisi richieste. I risultati sono positivi. Tuttavia non riusciamo a mandarveli immediatamente: il dispositivo di trasferimento dati si è danneggiato alcune ore fa, perché uno dei nodi sintoneuronali ha smesso di funzionare. Occorrerà circa un giorno per la riparazione. Rinnoviamo la richiesta di proroga."
Dal lontano pianeta che aveva accolto la sua razza quand'era fuggita dal pianeta sottostante non giunse una risposta immediata: evidentemente, stavano ponderando la loro richiesta.
Il silenzio si protrasse, appesantì il tempo, li rese nervosi in un'alternansi di speranza e disperazione.
"Anche se ci dicono di no", sibilò l'uomo, rivolto alla compagna, "io resto con te."
"Genesis, ci sentite?"
La voce maschile scaturì dall'altoparlante all'improvviso, facendoli sobbalzare.
"Perfettamente. Che risposta ci date?"
"Positiva. La proroga è di ventiquattro ore, il tempo da voi indicato per la riparazione. Poi dovrete mandarci i dati, in base ai quali potremo decidere se lasciarvi proseguire con la missione o meno."
La donna gridò di gioia e si gettò tra le braccia del compagno in un impeto di entusiasmo e di felicità. Poi si misero al lavoro, freneticamente, ansiosamente.
Le loro speranze, i loro sogni a lungo coltivati, fin da quando era stata annunciata l'intenzione di mandare qualcuno a controllare se il pianeta era ripopolabile, si realizzarono ad uno ad uno, man mano che le analisi confermavano la prima rilevazione: acque chiare, pure, laghi popolati di pesci mutanti ma commestibili, piante acquatiche e terrestri lussureggianti, terreno fertile, volatili, animali d'ogni genere e, soprattutto, nessuna contaminazione radioattiva. Era come una bolla di perfezione in un mondo altrimenti inabitabile, un vero miracolo, un'affermazione della vita di fronte alla morte.
Qualcosa, forse la posizione riparata da alti monti, correnti aeree favorevoli o altro, aveva protetto quella zona dal fallout atomico della guerra nucleare che aveva distrutto il resto del pianeta.
Il giorno seguente, comunicarono i risultati, come richiesto e, su quella base, ottennero il permesso di proseguire e completare la loro missione. Sapevano bene ciò che stavano per affrontare, il duro lavoro che li attendeva, le difficoltà che avrebbero dovuto affrontare; ma loro due assieme avrebbero trovato la forza di andare avanti sempre e comunque, rinnovando un mito antico di quel pianeta che era stato la patria dei loro antenati.
Atterrarono nel mezzo dell'oasi. L'uomo aprì lo sportello ed uscì nell'aria pura, calda di quel giorno d'estate. Lei si attardò nell'astronave, sopraffatta dall'emozione. Ora, i loro nomi assumevano un significato preciso, profetico.
Il suo compagno la chiamò, riscuotendola. "Vieni, Eva, scendiamo."
La donna gli corse accanto. "Eccomi, Adamo. La nuova Terra ci attende."
Mano nella mano, si allontanarono, progenitori di una nuova, e forse migliore, umanità.
Nota dell'autrice:
In fantascienza, il mito di Adamo ed Eva è molto sfruttato. Generalmente, i due leggendari personaggi ci vengono presentati come gli unici sopravvissuti ad un'immane catastrofe planetaria, avvenuta in ere tanto remote da non aver lasciato tracce che nei miti – Atlantide, il Diluvio Universale, ecc – oppure come una coppia di extraterrestri discesi, per caso o volutamente, sulla Terra, dando l'avvio all'umanità.
Ho voluto cimentarmi in un breve racconto che riunisse in sé entrambi i temi con una variante: non più una creazione, ma un rinnovamento; non più, quindi, un inizio o una venuta, ma un ritorno.
Non ho ovviamente pretese di basarmi su dati scientifici o tecnologici plausibili (del resto è FANTAscienza, no?) e spero chi eventuali strafalcioni in questo senso mi siano perdonati, così come spero che la mia brevissima storia vi sia piaciuta.
Lady Angel
