La piccola Emma, dieci anni appena compiuti, così le avevano detto, stava strappando le erbacce dal giardino, come la principessa Cora le aveva ordinato di fare. Era il suo compito da quando aveva iniziato a lavorare lì, sei mesi prima: tenere pulito il giardino. Oltre a quello, doveva assistere la principessina Regina in qualunque cosa avesse avuto bisogno. La stessa Inizio moduloRegina che in quel momento si guardava intorno appena fuori dalla sua stanza, per accettarsi che sua madre non fosse in giro. Sorrise mentre zampettava di nascosto giù per le scale e fuori dal maniero per raggiungere Emma in giardino. Da quando suo padre l'aveva portata a casa lei non era più sola. Avevano legato all'istante, visto che avevano solo un anno di differenza, e sin dal primo giorno avevano iniziato a giocare insieme, anche se sua madre non era d'accordo. Ma sua madre non era mai d'accordo su niente, quindi…
«Emma!» la chiamò avvicinandosi a lei con un enorme sorriso sul viso.
Fine modulo
La bambina alzò di scatto la testa, un sorriso già pronto ad accogliere la principessina. Si alzò solo per eseguire un inchino, sistemandosi goffamente l'umile veste inzaccherata di terra e pulendosi le mani.
«Principessina!» esclamò felice. Poi il suo visino tondo si corrucciò. «Non dovreste essere a lezione?»
«Non c'è mia madre in giro, chiamami Regina» replicò l'altra. «Mi annoiavo a lezione... volevo giocare con te» continuò avvicinandosi maggiormente. «Cosa fai?»
Emma spalancò gli occhi grandi e si guardò intorno.
«M-ma se vi scoprono...» mormorò, spaventata. Regina esitò per un momento, poi scrollò le spalle.
«Tranquilla, tornerò subito dentro, volevo solo salutarti.» Le diede un bacio sulla guancia e corse verso casa.
Emma arrossì a quel bacio, il cuore che batteva forte nel petto. Le sorrise ma il suo cuore si fermò quando vide Cora osservarle da una delle finestre. Impallidì e si inginocchiò immediatamente a terra per riprendere a pulire il giardino da tutte quelle piantacce. Odiava più di tutte l'ortica, che le pungeva le mani e prudeva come fuoco. E ricresceva di continuo!
Finito di sistemare il prato, Emma si dedicò a portare l'acqua alle piante buone. Con quel secchio che pesava come una casa, sbuffando e mugugnando, versò una tazza d'acqua di pozzo ad ogni vaso.
Regina riprese la lezione con l'istruttore cercando di concentrarsi, ma quelle letture erano sempre più lunghe e più noiose.
Dopo due ore la sua tortura era finita, salì in camera sua per cambiarsi per la cena. Indossò un vestito celeste, il suo colore preferito, e si intrecciò i capelli per poi scendere di sotto.
Suo padre era in salotto, assorto nella lettura di un libriccino dalla copertina rossa.
«Padre.»
Henry alzò subito gli occhi sulla figlia e le rivolse un sorriso che le scaldò il cuore.
«Dimmi tesoro mio.»
«Emma non può smettere di lavorare? Voglio giocare con lei...»
Il sorriso del principe si allargò.
«Ma certo tesoro.» Si alzò dal divanetto e le posò una mano sulla schiena mentre usciva con lei in giardino. «Emma hai lavorato abbastanza per oggi, vieni pure dentro.»
La bambina si voltò verso il principe sentendo la sua voce. Gli sorrise mentre si inchinava a lui. Sentì un enorme sollievo alle sue parole: era stanchissima, e aveva bisogno di un bagno.
«Vi ringrazio, altezza!» esclamò felice. Riportò comunque il secchio al suo posto prima di correre verso di lui.
«Vai pure a fare un bagno, e dopo potrai cenare con noi» le disse con un sorriso scompigliandole i capelli. Emma gli regalò un sorrisone.
«Grazie!» esclamò prima di correre verso le stanze dei servi per andare a prepararsi il bagno.
«Grazie padre» disse Regina abbracciandolo. Henry la strinse.
«Non fare tardi per la cena o tua madre si arrabbierà.»
«Non lo farò» rispose la bambina per poi correre dietro a Emma.
Emma entrò in un lampo nei bagni comuni dei servi e accese il fuoco sotto al paiolo pieno d'acqua. Per fortuna gliene lasciavano sempre uno pieno: da sola non sarebbe mai riuscita a sollevarlo.
«Ehi ciao!»
La testolina di Regina sbucò da dietro la porta e Emma si spaventò.
«Principessina!» esclamò, una mano sul cuore. Un'altra serva molto più grande di lei entrò in quel momento dalla porta che dava sulle cucine e si inchinò a Regina, un po' confusa.
«Posso esservi utile, altezza?» le chiese.
«No no grazie» rispose con un sorriso la bambina sperando che la donna uscisse e la lasciasse sola con Emma.
La serva si inchinò di nuovo con un sorriso. Guardò Emma.
«Ti serve una mano con quel paiolo piccola?»
Emma le sorrise arrossendo appena.
«Ehm.. sì...» ammise. La ragazza si avvicinò subito al focolare e prese il paiolo, versando l'acqua calda in una delle tre vasche. «Ecco qui» commentò mentre lo rimetteva a posto e spegneva il fuoco. Accarezzò poi il viso di Emma e prese il pezzo di sapone per cui era entrata. «Con permesso altezza, torno a pulire i piatti» disse inchinandosi di nuovo a Regina. Attese il suo consenso per uscire.
Non appena furono sole, Regina si avvicinò a Emma.
«Stai bene? Sei molto stanca?»
Emma le sorrise, felice di essere sola con lei finalmente, lontana dal controllo di Cora.
«Un po'» rispose facendo spallucce. Le voltò le spalle poi per levarsi la veste sporca e infilarsi nella vasca, sapone alla mano. «Ve l'ho già detto che odio l'ortica?»
«Almeno dieci volte.» Regina sorrise e si avvicinò. «Ti aiuto?»
Emma le sorrise e le lanciò uno sguardo critico.
«Vi sporcherete la veste e...» lasciò la frase in sospeso, la paura negli occhi.
Regina la guardò, confusa.
«E cosa?»
«Lo sapete...» sussurrò Emma, lo sguardo basso. Iniziò ad insaponarsi. «Vostra madre non sarebbe contenta.»
Regina smise di sorridere.
«Sì, hai ragione.» Indietreggiò in fretta verso la porta. «Scusami, ti lascio sola.»
«Aspettate!» esclamò la servetta, arrossendo poi.
Regina si voltò appena, la mano ancora sulla maniglia.
«Sì?»
Emma la guardò negli occhi, poi le sorrise.
«Dopo cena magari possiamo giocare un po' insieme, se vi va.»
Il viso della piccola principessa si illuminò con un sorriso.
«Sì, mi piacerebbe!» rispose per poi uscire.
Emma sentì il cuore fare un balzello nel suo petto. Finì di lavarsi in fretta, poi, asciugatasi, corse alla sua branda per prendere una veste pulita, semplice e grezza come tutte le altre, si legò i capelli e corse alla sala da pranzo dei principi.
Regina abbandonò il sottotetto e scese le scale velocemente.
«Quante volte devo dirti di non correre?» La voce di sua madre la paralizzò. Si fermò sul pianerottolo e mantenne lo sguardo basso, sulle sue scarpe nere, la schiena ben dritta e le mani giunte.
«Scusate, madre.»
Cora sospirò.
«Regina, cosa devo fare con te?»
«Mi dispiace.»
«Almeno non sei in ritardo…» Cora si avvicinò e le passò le mani tra i capelli, sistemando l'acconciatura rovinata con gesti stizziti. «Vieni, andiamo a cena.»
Emma entrò dalla porta riservata alla servitù. Attese in un angolino che arrivassero i nobili. Si inchinò a Cora e a Regina quando fecero il loro ingresso, poi a Henry, che entrò dopo di loro, rallentato probabilmente dall'arrivo di un messaggero o un qualche problema alle stalle. Attese nell'angolo, in silenzio mentre la cena si svolgeva, lenta e noiosa come sempre a parte le poche parole che Regina scambiò con suo padre e le critiche da parte di Cora.
A fine cena, Emma trattenne l'ennesimo sospiro. Ruby le aveva portato di nascosto qualche pezzetto di pane nell'attesa, ma il suo stomaco brontolava. Essere invitati a cena dal principe era un onore, ma anche un supplizio: avrebbe dovuto aspettare che finissero per poter mandare giù un boccone.
Quando finalmente sembrava essere giunta la fine del pasto, Cora le raggelò il sangue nelle vene. Allungò una mano verso di lei, senza guardarla, gli occhi fissi sulla figlia.
«Emma, avvicinati.»
La bambina si paralizzò, gli occhi spalancati. Il tono mellifluo della donna non la rassicurava affatto.
Regina fece saettare lo sguardo dalla madre ad Emma, la paura impressa nei suoi occhi scuri. Non aveva fatto nulla di male, ne era certa.
Emma fece qualche passo incerto verso la principessa, lo sguardo basso. Cora continuò a guardare Regina.
«Regina, mia adorata, sai che non è bene uscire di nascosto da casa. Qualcuno potrebbe farsi male...»
Regina spalancò gli occhi, il cuore che accelerava vertiginosamente i battiti.
«Madre, vi prego, è stato solo per un attimo…»
«Un attimo è troppo, Regina. Hai dei doveri, devi imparare a rispettarli» replicò duramente la donna. Emma rabbrividì, ma rimase ferma e in silenzio a pochi passi da lei.
«Lo faccio. Sarò brava, te lo prometto» la supplicò la bambina.
Cora continuò a fissare la figlia negli occhi, ora in silenzio, valutandola. Emma lanciò appena un'occhiata a Regina, troppo intimorita dalla presenza della madre.
«Le promesse non sono niente» sentenziò infine.
«Cora...» protestò debolmente Henry, ma l'occhiataccia della principessa fu sufficiente a zittirlo. La donna fece un cenno al tuttofare, che si avvicinò a grandi passi ad Emma. Lo schiaffo risuonò nella stanza. Emma barcollò, rischiò di cadere, ma riuscì a rimanere in piedi. Si morse l'interno del labbro per non scoppiare a piangere. Non singhiozzò, ma le lacrime scesero comunque a bagnarle il viso.
«Vai nella tua stanza Emma. Domattina ti occuperai della stalla» continuò impassibile la donna. Emma trattenne un altro singhiozzo. Occuparsi della pulizia della stalla era la cosa più faticosa del mondo, e i cavalli scambiavano sempre i suoi capelli per fieno e cercavano di morderle la testa. E quando finiva puzzava da morire.
Tuttavia, con lo sguardo basso, si inchinò a Cora e uscì velocemente dalla sala per obbedirle. Lasciò libero sfogo ai singhiozzi solo quando fu nel suo letto.
Regina sobbalzò, il rumore dello schiaffo le risuonava ancora nelle orecchie. Sarebbe voluta correre da lei, chiederle perdono, ma rimase ferma. Era colpa sua se Emma era stata punita, era sempre colpa sua.
Dopo un'ora ebbe finalmente il permesso da Cora di alzarsi da tavola. Corse subito nella stanza di Emma, il cuore pesante per il senso di colpa.
«Posso?» sussurrò.
Emma dormiva già. La giornata era stata faticosa, come sempre. Nonostante la fame, quietata un po' dal pane e dall'acqua che Ruby era riuscita a portarle, si era addormentata dopo appena cinque minuti.
Regina entrò in punta di piedi, si avvicinò al letto di Emma e le sfiorò il viso.
«Mi dispiace tanto» sussurrò.
Emma aprì gli occhi di scatto, il cuore a mille. La vista di Regina la calmò subito, anche se il suo cuore non sembrava d'accordo.
«P-principessina, che ci fate qui? Dovreste essere già a letto...»
«Volevo chiederti scusa» mormorò Regina, gli occhi che luccicavano nella penombra per le lacrime. «Sei stata punita a causa mia.»
Emma si alzò dal letto e fece ciò che in qualunque altra stanza non avrebbe potuto fare: la abbracciò stretta.
«Non ti devi scusare, io sono contenta che puniscono me e non te. Almeno tu non ti fai male.»
E fu in quel momento che Regina scoppiò in singhiozzi.
«Ma sono io che sbaglio, non dovrebbero punire te! Ti prometto che mi comporterò bene, così non verrai più punita.»
Emma la strinse più forte.
«Non fa niente se non ci riesci. La principessa Cora si arrabbia per tutto, non è colpa tua.»
«Ce la farò.» Regina si staccò da lei e si asciugò le lacrime con gesti rapidi. «Vado a letto adesso.» Le diede un bacio sulla guancia e corse in camera sua.
Emma sorrise. Tutta l'angoscia era svanita con quel bacio.
