Il mio sogno sembrava diverso. Più come un ricordo o un incubo da cui non riesci a svegliarti. Era più vivido e chiaro. Pensavo fosse perché avevo appena visto Rose poche ore prima, ma anche quella scusa non sembrava avere del tutto senso. Passavo moltissimo tempo con lei normalmente, ma questo non aveva mai influenzato i miei sogni prima. O forse sì, ma non esattamente in quel modo.

Era un sogno familiare, uno che avevo quasi una volta alla settimana, se non di più. Mi sentii compiere i movimenti di quella notte: camminare, cercare di leggere e rilassarmi, fare la doccia. C'era un senso di attesa, come se stessi aspettando qualcosa, e poi arrivò.

Tre colpi acuti, poi la sua voce.

"Dimitri! Apri."

Il resto del sogno si svolse come sempre. All'inizio resistevo, finché il suo tocco sfondava le mie difese e cedevo. Potevo sentire le sue labbra sulle mie, i miei polpastrelli che tracciavano le linee morbide del suo corpo, il calore della sua pelle sotto il mio palmo.

La differenza principale tra quella notte e la mia trasposizione onirica di essa, era che ero pienamente consapevole delle mie azioni e non facevo nulla per fermarle. Semmai, godevo della libertà di stare con Rose visto che era solo una fantasia. Una volta tentavo di razionalizzarlo pensando: "che male può fare?" ma la verità era che questi sogni mi stavano lentamente facendo impazzire. Era una follia agrodolce, però, e una a cui continuavo a cedere anche se mi dicevo di non farlo.

L'avevo appena distesa sotto di me sul letto, pronto a farla mia in un modo che una parte di me continuava a desiderare di aver fatto quella notte, quando lei scomparve all'improvviso e io rimasi solo. Mi misi a sedere, confuso, cercando Rose anche se non c'era una sola traccia che fosse mai stata lì.

"Se n'è andata."

Conoscevo quella voce. Come facevo a conoscere quella voce? Mi guardai intorno nella stanza familiare, chiedendomi da dove venisse quando lo vidi appoggiato con noncuranza alla porta che si trovava tra la stanza principale e il bagno. Fui sorpreso di vederlo, ma non reagii immediatamente alla sua presenza oltre ad irrigidirmi leggermente. Le cose più strane succedevano nei sogni.

"Cosa intendi con "se n'è andata"?"

"Proprio quello che ho detto. Se n'è andata. L'ho portata via." Sembrava completamente indifferente all'intera situazione.

"L'hai portata via?"

"Pensi che sia oltre le mie possibilità portarti via Rosemarie?" Si spinse lontano dalla porta, fissandomi come se fossi nient'altro che un parassita che camminava sulla sua strada. "Non sottovaluterei né me né la mia influenza, Belikov. Forse non mi piace insudiciarmi le mani, ma non ho scrupoli a giocare sporco".

"Se l'hai portata via, dov'è?" Anche in quella realtà immaginaria, ebbi improvvisamente paura di quello che aveva fatto alla mia Roza.

"Oh, non preoccuparti. Stai solo certo che è in buone mani. Mi prenderò cura di lei."

"Non ti lascerò poggiare un solo dito su di lei," potevo sentire il controllo nella mia voce vacillare mentre cercavo di mantenere un tono fermo.

"Hai il coraggio di minacciarmi dopo quel piccolo spettacolo?" Fece un gesto verso di me e il disordine delle lenzuola aggrovigliate sul letto, un sorrisetto divertito gli alterò il viso. "Non che mi dispiacesse la performance della nostra protagonista. È un bel peperino, non è vero?"

"Basta!" Non potevo sopportare l'idea che lui avesse assistito a un momento così intimo tra me e Rose. Il fatto che avesse visto Rose così esposta mi fece star male. "Tieni fuori Rose da tutto questo. Cosa vuoi da me?"

"Da te? Niente. Volevo solo dimostrarti che ho il potere di portartela via. Ricorda Belikov, sono io che ho il potere qui. Chi sei tu rispetto a me? Posso offrire tutto a Rose, tutto, e ho intenzione di fare proprio questo."

Mi stava prendendo in giro, e quel che era peggio era che aveva completamente ragione nella sua tesi. Aveva il potere. Qualunque cosa potessi fargli, avrebbe solo danneggiato me alla fine. Non ero niente in confronto a lui, nel grande schema delle cose. Poteva offrire a Roza qualsiasi cosa e tutto ciò che potesse desiderare, da una carriera notevole a una famiglia tutta sua. Poteva persino darle la libertà dalla vita di guardiano se era quello che voleva.

Mi lanciai verso di lui, incespicando mentre le lenzuola mi si impigliavano intorno alle gambe.

"Sogni d'oro." Sorrise, salutando mentre svaniva lentamente dalla stanza. Quando raggiunsi il punto in cui si trovava, se n'era andato.

Ero di nuovo solo, senza nemmeno la presenza del ricordo di Rose a confortarmi.


La mattina dopo, il mio turno includeva un altro incontro per discutere gli aggiornamenti sul caso Drozdov nella stanza degli del Guardiano Hathaway, trasformata in ufficio. Stavo iniziando a capire perché Rose sostenesse che sua madre fosse più una macchina che un essere umano. Onestamente cominciavo a preoccuparmi che la donna non dormisse. Aveva insistito categoricamente ad occuparsi personalmente di raccogliere, analizzare e comunicare informazioni sull'attacco ai guardiani presenti nel rifugio. Tutto ciò oltre a svolgere gli occasionali turni di guardia e soddisfare le esigenze del suo Moroi. Ero conosciuto per la mia forte etica sul lavoro, ma lei mi stava facendo vergognare.

La cosa più esasperante di quegli incontri era che qualsiasi cosa di cui avessimo discusso non valeva molto fino a quando non veniva approvata dal Consiglio dei Guardiani e dal governo Moroi. Per fortuna, il rispetto che Janine Hathaway incuteva ci offriva un po' più di speranza che venisse messa in atto qualche manovra il prima possibile, ma avrebbero potuto volerci ancora settimane prima di poter condurre un assalto.

Certo, se l'avessero autorizzato, pensai duramente, non veniva autorizzata un'incursione da quasi cinquant'anni. Missioni di salvataggio, certo, ma mai un'azione preventiva. Solo difesa. Non avevamo abbastanza guardiani da impiegare in manovre offensive.

Tuttavia, la recente notizia di un nuovo avvistamento e di un possibile nascondiglio per un folto gruppo di Strigoi era promettente. Fu abbastanza per convincere i Moroi che valeva la pena indagare. Non potevamo permetterci che altre persone perissero in altri attacchi come quelli delle ultime settimane.

Stavo lasciando la riunione quando sentii la sua voce familiare. In un primo momento, pensai che fosse diretta a me.

"Che ci fai qui?"

La mia testa si voltò nella direzione da cui proveniva in fondo al corridoio.

"Che ci fai tu qui?" rispose una seconda voce femminile più dolce.

"Signore, signore" la terza voce, maschile e facilmente identificabile come una delle ultime persone che avrei voluto sentire in quel momento, parlò in modo scherzoso. "Non c'è bisogno di litigare per me."

"Non è quello che stiamo facendo" sbottò Rose. Adesso la vedevo in piedi davanti a una porta aperta con un pacco ai suoi piedi. Adrian era appena dentro la stanza. Sebbene potessi sentirla, non vidi Lissa. "Voglio solo sapere cosa sta succedendo qui dentro."

"Anch'io."

Rose sussultò al suono della mia voce e si voltò, chiaramente non aspettandosi di vedermi. Fui felice di notare che avevo spaventato un po' anche Adrian. Indietreggiò ancora un po' nella stanza, ma non abbastanza da essere completamente fuori dalla mia vista. Il suo movimento, tuttavia, rivelò Lissa, che era in piedi nella stanza con una bottiglia d'acqua in mano. Era chiaro che fosse lì da un po' di tempo.

Oltrepassai Rose ed entrai in quella che pensavo fosse la suite di Ivashkov, costringendola a fare un passo indietro nel corridoio e creando più distanza tra lei e Adrian. Lanciai un'occhiata a Lissa e lei chinò la testa con vergogna, sapendo già di essere stata sorpresa a infrangere le regole.

"Studenti e studentesse non dovrebbero stare nelle stanze l'uno dell'altra." Mantenni la mia voce calma e autoritaria. Non volevo ancora saltare a nessuna conclusione.

Le guance di Lissa si tinsero di rosa e mi chiesi se stesse arrossendo perché era stata con Christian la scorsa notte. O almeno, supponevo che fosse stata con Christian. Era ciò che mi aveva detto Rose la notte precedente. Se non altro sapevo che Rose era tornata nella sua stanza.

Rose si morse il labbro per la frustrazione, fissando Adrian. "Com'è che ci riesci sempre?"

"A fare cosa?" Rispose, ridendo un po' della sua rabbia, che probabilmente non era la mossa più saggia da fare.

"Continui a farci passare per cattive!"

Questa volta la sua risata non era affatto controllata. "Siete voi che quelle che sono venute qui."

"Non avresti dovuto lasciarle entrare" ribattei. "Sono certo che conosci il regolamento della St. Vladimir."

Adrian mi fece spallucce. "Già, ma io non devo attenermi a nessuno stupido regolamento scolastico."

"Forse no," dissi, cercando di controllare il mio temperamento crescente, "ma credevo che avresti comunque rispettato quelle regole."

Adrian alzò gli occhi al cielo e si appoggiò alla porta aperta. "Mi lascia piuttosto stupito il fatto che sia proprio tu a darmi lezioni a proposito di ragazze minorenni."

La mia mascella si irrigidì all'istante e ci volle ogni grammo di forza di volontà per trattenermi dal lanciarlo di nuovo contro il muro. Tuttavia, la mia reazione fu sufficiente per ispirare un sorrisetto consapevole da parte sua. Cercai di restare calmo, stringendo e aprendo il pugno mentre contavo fino a dieci. Anche se il mio sguardo era fisso su Adrian, potevo vedere Rose distogliere lo sguardo a quel commento. Per fortuna, Lissa non sembrò capirne le implicazioni.

"Inoltre" continuò infine Adrian, godendo della reazione che era riuscito a suscitare in me, "non stava succedendo niente di sordido. Ci stavamo solo facendo compagnia."

"Se vuoi stare in compagnia di qualche ragazzina, fallo in una delle zone comuni."

Sentii Rose sbuffare infastidita accanto a me, ma prima che potessi fare qualcosa al riguardo, Adrian si lasciò sfuggire una risata che sembrava quasi... folle.

"Ragazzine? Ragazzine? Certo. Giovani e vecchie allo stesso tempo. Non hanno visto quasi nulla della vita, eppure hanno già visto troppo. Una è stata marchiata dalla vita, l'altra marchiata dalla morte." Fece un gesto verso Lissa e poi verso Rose prima di camminare a sua volta dritto verso di me e fermarsi a pochi centimetri dal mio viso. "Ma sono loro quelle di cui sei preoccupato? Preoccupati per te stesso, Dhampir. Preoccupati per te stesso, e preoccupati per me. Siamo noi i giovani."

Potevo sentire l'odore di alcol nel suo alito, ma di certo non era abbastanza per provocare uno sfogo così strano e improvviso. Mi chiedevo se si fosse fatto di qualcosa di più forte, come un narcotico. Con qualche battito di ciglia, i suoi occhi dilatati tornarono alla normalità e fece un passo indietro, passandosi una mano tra i capelli. Si avviò verso la finestra, guardandosi indietro come se non avessimo appena assistito a una sorta di esaurimento nervoso, e tirò fuori una sigaretta. L'accese e fece un lungo tiro prima di parlare di nuovo.

"Probabilmente dovreste andare, signorine. Ha ragione lui. Sono una cattiva compagnia."

Le ragazze si scambiarono un'occhiata prima di precipitarsi fuori dalla stanza. Le seguii, chiudendo la porta con un'ultima occhiata ad Adrian che doveva ancora voltarsi verso di noi. Per quanto lo disprezzassi per come stava andando dietro a Rose, mi chiesi brevemente se dovessi chiamare qualcuno per parlare delle sue condizioni e di ciò a cui avevo appena assistito.

Eravamo appena fuori dall'atrio principale quando Rose sottolineò l'ovvio. "È stato... strano."

"Molto" confermai. "Rose. Posso parlarti?"

Lissa guardò di nuovo la sua compagna, sorridendo e salutando velocemente prima di partire in direzione della loro stanza. La presi da parte, fuori dal corridoio e dentro una piccola alcova.

"Quello era Adrian Ivashkov."

"Sì, lo so." Rose spostò il peso sul fianco e incrociò le braccia sul petto. Si stava preparando per un altro litigio con me. Stavo silenziosamente maledicendo la sua testardaggine mentre andavo avanti.

"Questa è la seconda volta che ti vedo con lui." In realtà era la terza, ma per quanto ne sapevo, non si era accorta che l'avessi beccata la prima volta e non ero disposto ad ammetterlo proprio in quel momento. Inoltre, non volevo sottolineare il fatto che sapevo che aveva passato del tempo con lui alla festa la scorsa notte. Non mi sarei sorpreso se fosse stato lui a fornirle l'alcol.

"Già" disse alzando le spalle, come se l'intera situazione non fosse preoccupante. "A volte ci vediamo."

Feci un altro cenno verso il corridoio da cui eravamo appena usciti. "In camera sua?"

Per un secondo, mi guardò incredula, ovviamente infastidita dalla mia domanda. Un sorriso piccolo ma amaro le attraversò le guance. "Quello che succede tra me e lui non ti riguarda."

Mi sfidò, usando le stesse parole che le avevo buttato addosso il giorno prima. Tuttavia non avevo intenzione di dargliela vinta. Tirai fuori la mia carta vincente. Era un colpo basso, ma sapevo che l'avrebbe costretta a obbedire: feci pesare la mia autorità.

"In realtà, finché sei all'Accademia, quello che fai mi riguarda."

"Non la mia vita personale" ribatté ostinatamente. "Su quello non hai voce in capitolo."

"Non sei ancora un'adulta." Anche se il divario di età tra loro non era così ampio come lo era tra me e lei, era ancora minorenne per altri tre mesi.

"Ci sono abbastanza vicina. Comunque, non è che diventerò magicamente adulta il giorno del mio diciottesimo compleanno."

"Mi pare ovvio."

Avevo usato ancora una volta la sua età contro di lei e me ne pentii all'istante. Rose aveva i suoi momenti, ma era tutt'altro che infantile, almeno la maggior parte delle volte. Dall'espressione sul suo viso era chiaro che non si aspettava che la insultassi apertamente, anche dopo averlo fatto il giorno prima. Il controllo dei miei impulsi stava peggiorando quanto il suo.

"Non è quello che volevo dire. Volevo dire…"

"So cosa volevi dire. E i dettagli tecnici non contano in questo momento. Tu sei una studentessa dell'Accademia. Io sono il tuo istruttore. È mio compito aiutarti e fare in modo che tu sia al sicuro. Stare nella camera di uno come lui... beh, non è sicuro. " Anche se non era una scusa per le mie parole, doveva capire che stavo intervenendo solo perché tenevo a lei. Doveva capire che avevo in mente solo il suo benessere.

"Sono in grado di gestire Adrian Ivashkov. È un tipo strano - davvero strano, a quanto pare - ma è innocuo".

Perché non riusciva a vedere che ero solo preoccupato per lei? Tutto quello che volevo fare era assicurarmi che stesse bene. Dio, era così frustrante farglielo capire quando era così testarda.

"A proposito di vite private... immagino che stessi andando a trovare Tasha, no?"

Sul serio? "In realtà, stavo andando da tua madre."

"Hai intenzione di spassartela anche con lei?"

Stava scherzando? Sapevo che Rose stava facendo la difficile intenzionalmente e non avevo intenzione di abbassarmi al suo livello.

"No, stavamo esaminando alcuni nuovi dati sugli Strigoi che hanno attaccato i Drozdov."

E con una sola frase, Rose scattò sull'attenti come se stesse entrando in servizio.

"Cosa avete scoperto?"

"Siamo riusciti a rintracciare gli Strigoi, o almeno alcuni degli umani che erano con loro. C'erano testimoni che vivevano nelle vicinanze che hanno individuato alcune delle auto usate dal gruppo. Tutte le targhe provenivano da stati diversi, sembra che il branco si sia diviso, probabilmente per renderci il lavoro più difficile. Ma uno dei testimoni è riuscito a prendere il numero di una targa. È intestata a un indirizzo di Spokane."

"Spokane? Spokane, nello stato di Washington? Chi può scegliere Spokane come nascondiglio?"

"Gli Strigoi, a quanto pare." Si comportava come se fosse nel bel mezzo del nulla piuttosto che in una delle più grandi aree metropolitane del nord-ovest. Considerando che vivevamo in un'Accademia davvero nel mezzo del nulla, nel Montana, non capivo di cosa si stesse lamentando. "L'indirizzo era falso, ma ci sono prove che dimostrano che sono davvero lì. C'è una specie di centro commerciale dotato di alcuni tunnel sotterranei. Ci sono stati avvistamenti nei paraggi."

"Allora..."

Sapevo che si aspettava un piano d'azione, ma non ce n'era uno. Rimasi in silenzio perché non c'era niente da dire.

"Hai intenzione di dargli la caccia? Qualcuno lo farà? Voglio dire, questo è quello che Tasha ha sostenuto fin dall'inizio... se sappiamo dove sono..."

Scossi la testa, interrompendo i suoi pensieri. "I guardiani non possono fare nulla senza un'autorizzazione dall'alto. Non succederà tanto presto." Cercai di mantenere l'amarezza fuori dalla mia voce, ma penso che qualche traccia fosse sfuggita.

Emise un sospiro. "Perché i Moroi parlano troppo."

"Stanno cercando di agire con cautela" risposi in difesa, anche se fino a un certo punto ero d'accordo con lei.

"Ma dai," insistette "in una situazione del genere neanche tu vorresti essere prudente. Avete un'idea precisa su dove si nascondono gli Strigoi. Strigoi che hanno massacrato dei bambini. Non vuoi andare a stanarli quando non se l'aspettano?"

"Non è così semplice." Per quanto allettante fosse, non era esattamente come diceva. Farlo avrebbe garantito una maggiore possibilità di farti uccidere più di qualsiasi altra cosa. "Rispondiamo al Consiglio dei Guardiani e al governo Moroi. Non possiamo semplicemente precipitarci e agire d'impulso. E comunque, non ne sappiamo ancora abbastanza. Non si dovrebbe mai affrontare una situazione senza prima conoscerne tutti i dettagli."

"Un'altra lezione di vita zen," mormorò, passandosi con esasperazione le dita tra i capelli. Non riuscivo a capire se fosse diretto a me o alla situazione. "Perché me l'hai detto, comunque? Questa è roba da guardiani. Non il genere di cose che rendi note ai novizi."

Ha ragione, questo non è il tipo di cose che diremmo a un novizio, ma non la consideravo solo una novizia. Per molti aspetti, la consideravo già la mia partner. Non potevo dirglielo, soprattutto perché c'era ancora il dubbio se avremmo mai lavorato insieme dopo il diploma o se avrei fatto domanda per un trasferimento, ma volevo dimostrarle che la rispettavo in quel senso.

"Ho detto delle cose... l'altro giorno e oggi... che non avrei dovuto dire. Cose che hanno offeso la tua età. Hai diciassette anni... ma sei in grado di gestire ed elaborare le cose meglio di quanto non sappiano fare persone molto più grandi di te."

Aveva il tipico sguardo di quando le offrivo delle lodi. "Davvero?"

Mi ricordai le sue parole della scorsa notte, su quanto lavorasse sodo solo per rendermi orgoglioso. Sorrisi. "Sotto molti punti di vista sei ancora molto giovane e ti comporti da ragazzina", come dovresti di tanto in tanto, aggiunsi silenziosamente, "ma l'unico modo per cambiare davvero questa situazione è trattarti da adulta. Devo farlo più spesso. So che hai recepito queste informazioni e che hai capito quanto siano importanti, e che le terrai per te."

Prima che potesse dire altro, sentii chiamare il mio nome dietro di me.

"Dimka!" Tasha camminava verso di noi, notando Rose mentre si avvicinava. "Ciao, Rose."

"Hey." Il sorriso che c'era solo pochi istanti prima era completamente scomparso e il suo tono sembrava spento.

Sentii Tasha tirare delicatamente la manica del mio cappotto. "Hai quell'aria." La sua voce era leggera e giocosa.

"Quale aria?"

"Quell'aria che dice che sarai in servizio tutto il giorno."

"Sul serio? Ho quell'aria?" Capii che cercava di stuzzicarmi e risposi in tono gentile.

Annuì con un mormorio. "Quando dovrebbe finire tecnicamente il tuo turno?"

Mi morsi la lingua e distolsi lo sguardo, sapendo di essere stato preso in fallo. "Un'ora fa."

"Non puoi andare avanti così. Hai bisogno di una pausa."

"Beh... se consideri che sono sempre il guardiano di Lissa..." Sapevo che l'argomento avrebbe avuto per lei lo stesso valore di quello simile che avevo offerto a Ivan in numerose occasioni.

"Per ora," disse timidamente prima di cambiare rapidamente argomento. "C'è un grande torneo di biliardo al piano di sopra."

"Non posso. Anche se non gioco da un sacco tempo..." Era allettante. Ivan e io facevamo una strage ogni fine settimana a scuola. Sono abbastanza sicuro che avremmo potuto finanziare il primo anno dopo il diploma solo con le nostre vincite.

"Andiamo, allora. Solo una partita! Possiamo batterli tutti."

"Davvero non posso" dissi con rimorso. "Non con tutto quello che sta succedendo." Tra i nuovi aggiornamenti sull'attacco di Drozdov e la preparazione della sicurezza per il banchetto di quella sera, non mi sembrava giusto rilassarsi giocando a biliardo.

"No, immagino di no." Tasha sembrava capire, anche se non era d'accordo. Guardò Rose che era appoggiata al muro con nient'altro che uno sguardo accigliato rivolto a entrambi. "Spero che tu capisca quale modello di dedizione hai qui davanti. È sempre in servizio."

"Bè" disse, facendo un sorriso falso che sembrava più una smorfia, "per ora, almeno."

Lanciai a Rose uno sguardo di disapprovazione. Certo, non volevo che assistesse al flirt di Tasha - non ero così crudele - ma non doveva per questo comportarsi male.

"Abbiamo finito qui, Rose." La congedai più duramente del necessario. "Ricorda quello che ti ho detto."

"Sì... senz'altro." Si allontanò dal muro e se ne andò, facendo solo qualche altro passo prima di essere fermata di nuovo.

"Rose sta bene?" Potevo sentire Tasha, ma la mia attenzione era concentrata su Rose e Mason a pochi metri di distanza. Non riuscivo a sentire cosa stessero dicendo, ma lo sguardo che gli rivolse lasciò correre la mia immaginazione.

"Dimitri?"

"Scusami... cosa dicevi?"

"Rose. Sta bene? Sembrava turbata."

Vidi Rose condurre Mason per mano lungo il corridoio, uno che sapevo per certo non avere nient'altro che stanze per gli ospiti. Sapevo che stavano per riprendere da dove avevano interrotto la scorsa notte. Era decisamente mia prerogativa interromperli dal momento che non gli era permesso entrare nella sua stanza... ma non avevo il coraggio di farlo. Stava soffrendo ed era in gran parte colpa mia. Chi ero io per decidere come dovesse affrontare la cosa?

"Starà bene," risposi alla fine, la mia voce vuota mentre i due scomparivano dalla mia visuale. "Sta attraversando un periodo difficile di recente."

Sapevo che Tasha avrebbe pensato che avesse qualcosa a che fare con l'attacco dei Badica in cui ci eravamo imbattuti, e sono sicuro che non rendesse la situazione più facile, ma il vero colpevole erano i problemi tra noi. Da quel bacio in palestra, le cose si erano complicate. Non la biasimavo per aver cercato di trovare conforto in qualcuno che potesse davvero offrirglielo.

"Bè, qualunque cosa le stia succedendo, spero che la superi presto. Le cose hanno l'abitudine di risolversi da sole se glielo permetti. È una tosta, come te. Sono sicura che starà bene."

"Forse hai ragione", concordai.

"Allora" si rianimò di nuovo, "sei sicuro di non riuscire a trovare tempo per una partitina a biliardo?"

Avevo bisogno di qualcosa che mi distraesse, qualcosa che mi impedisse di bussare alla sua porta, e l'offerta di Tasha sembrava più allettante che mai. "D'accordo. Una partita sola."

Una partita finirono per diventare cinque. Tre furono solo tra lei e me, e giocammo a squadre per le altre due, vincendo entrambe le volte. Mi pentii di non aver scommesso, soprattutto perché stavamo affrontando alcuni giovani reali che avevano un ego più grande di quanto riuscissero a gestirne.

Quando alla fine guardai l'ora, sapevo che dovevamo scappare.

"Tra poco inizierà il banchetto dei Voda. Devo andare a vestirmi e sono sicuro che anche tu debba andare ad agghindarti."

Tasha alzò gli occhi al cielo. "Sono stupenda. Non ho idea di cosa stai parlando."

"Sono d'accordo con te, Tash, ma non sono sicuro che ti lasceranno entrare con i jeans. Sai come sono quei reali. Tutti uguali."

Tirò fuori la lingua alla mia battuta, ma convenne che probabilmente avremmo dovuto andare. "Ci vediamo stasera Dimka. Tienimi un ballo se farai una pausa."

"Vedremo." Cominciai a raccogliere le stecche e a sistemare di nuovo le palline, senza accorgermi che lei era proprio accanto a me. Prima che me ne rendessi conto, sentii le sue labbra premere contro l'angolo della mia bocca.

"Grazie. Mi sono divertita."

Fu solo mentre si allontanava che mi resi conto che Tasha probabilmente aveva preso questo come un appuntamento. Anche se non era una supposizione del tutto errata, mi sentivo comunque come se l'avessi ingannata in qualche modo, visto che quel pomeriggio non avevo avuto la stessa intenzione.

Non c'era niente che potessi fare in quel momento però, così andai semplicemente nella mia stanza per vestirmi con il mio abbigliamento formale e l'orologio per il mio turno successivo.