L'unica cosa che avrebbe voluto fare era prendere il suo cavallo e galoppare lontano, ma sarebbe stata un'incosciente nelle sue condizioni. Così si limitò a fare una passeggiata nei giardini bagnati dalla rugiada, sotto un sole fioco.
Si asciugò le lacrime. «Non dovresti nascere così» sussurrò. Si sedette sotto ad un albero rigoglioso, incurante dell'umidità che filtrava attraverso la veste.
Non passò molto prima che la voce di Emma risuonasse alle sue spalle, piena di preoccupazione, ma bassa, cauta.
«Regina!»
La principessa si voltò, un breve sorriso ad incurvarle senza convinzione le labbra verso l'alto. Non che non fosse felice di averla di nuovo accanto a sé, l'unico motivo per cui non l'aveva svegliata era per evitarle altre preoccupazioni…
«Emma.»
La ragazza corse da lei, gli occhi grandi, di un grigio fosco.
«Che ci fai qui?»
«Ho fatto un incubo.»
Emma si sedette accanto a lei, una linea di preoccupazione sulla fronte.
«Mi dispiace...»
«Tranquilla» rispose lei, per poi tornare a guardare davanti a sé. «È bello qui, sembra di essere isolati dal mondo.»
Emma rimase in silenzio per qualche momento.
«Che incubo era?»
«L'ho dimenticato» mentì, nonostante la paura fosse ancora vivida in lei. Emma la guardò per un po', ma non contestò le sue parole.
«Vorrei che le tue notti fossero serene» mormorò invece. Regina tornò a guardarla.
«Vorrei che lo fossero le tue. E tu lo sarebbero, se non fossi testarda.»
Emma si accigliò.
«Le mie lo sono» obiettò. Regina sospirò.
«Vorrei che fosse vero.»
«È così! Non ti mentirei mai!» si agitò la ragazza. Era adorabile come la stava fissando, con quegli occhi traboccanti di sincerità… Regina capì di non poterle mentire ancora. Non se lo meritava.
«Ho sognato che ci scoprivano» le rivelò.
Emma sbatté le ciglia, presa alla sprovvista.
«Non ci scopriranno...»
«Lo faranno, prima o poi. Tu verrai imprigionata, uccisa e chissà cos'altro, a me toglieranno mio figlio prima di uccidermi»
La ragazza impallidì appena.
«Non succederà niente di tutto questo! Perché lo pensi? Io sono la tua servitrice personale, è normale che ti stia sempre vicina» continuò a bisbigliare «Nessun lo capirà mai.»
«I segreti prima o poi vengono a galla.»
Emma posò la mano sulla sua.
«Non tutti.»
Le sorrise.
«Non ho paura per me, non mi importa quello che mi faranno, ma a te...»
Emma strinse la sua mano.
«Non dire sciocchezze, Regina. E poi non possono farmi niente: io appartengo a te» le sorrise, tranquilla. Regina rabbrividì appena a quella frase, detta con così ntanta naturalezza che per poco non le sfuggiva.
«Dovresti appartenere a te stessa» mormorò cupamente.
Emma scosse la testa sorridendo, come se non avesse una sola preoccupazione al mondo.
«Non esiste una cosa così. Apparteniamo sempre a qualcuno. Per nascita o per scelta.»
«Dovresti poter scegliere.»
Incontrò il suo sguardo.
«Ho scelto.»
Per un istante, Regina rimase senza fiato.
«Hai conosciuto solo me» le ricordò poi, in un soffio. Ma Emma scosse la testa.
«No, ma amo solo te.»
Era pericoloso, dirlo invece che pensarlo, in mezzo ai giardini del re. Regina si guardò intorno, allarmata.
«Inizia a fare freddo, torniamo dentro» disse, alzandosi.
Emma la seguì a testa bassa, i pensieri nel caos. Regina si infilò di nuovo nel letto e la invitò a raggiungerla, e lei le si sdraiò accanto. Regina si strinse a lei ed Emma chiuse gli occhi ed inspirò a fondo, godendosi il suo profumo. Stretta a lei, si riaddormentò in un attimo.
Regina ormai era vicina al giorno del parto, e non vedeva l'ora di stringere tra le braccia il suo bambino. Emma era iperprotettiva. Non le permetteva di muovere un muscolo più del necessario. Era snervante, e dolce. James, dal canto suo, era una presenza costante e allegra, necessaria, inevitabile.
«Emma...»
Emma si alzò di scatto dal divanetto e accorse.
«Regina, che succede?»
Il volto della principessa era distorto dal dolore.
«Credo che ci siamo...»
«Oh merda!» si lasciò sfuggire. La lasciò per un attimo per correre fuori dalla stanza, urlare: «Un medico!» e tornare subito dopo da lei.
Regina si sollevò appena e urlò per il dolore. Emma le posò una mano sulla spalla.
«Non muover... muovetevi» si corresse mentre entrava il medico, seguito a ruota dal principe. Gli occhi di Regina erano concentrati su Emma, le strinse la mano.
«Resta con me.» mormorò prima di urlare a causa di un'altra contrazione. Emma ricambiò la stretta, annuì. Il principe si accovacciò accanto a Regina.
«Avanti, siete forte» la incoraggiò, pallido in viso. Il medico preparò teli sterili e le disse di respirare.
«No... no non sono pronta» piagnucolò la donna.
«Ma certo che lo siete!» sorrise forzatamente il principe. Il medico le disse che doveva spingere. Emma strinse più forte la sua mano.
Regina strinse forte la mano di Emma e spinse urlando.
Gli uomini la incitavano, Emma era terrorizzata, ma continuò a stringere la sua mano guardandola in viso.
«Andrà tutto bene» sussurrò.
Regina aveva il corpo impregnato di sudore, la camicia da notte le aderiva alla pelle madida. Strinse i denti e spinse con tutte le sue forze urlando sempre più forte.
Un vagito riempì la stanza. Il medico tagliò il cordone e pulì il neonato prima di darlo al principe. Emma accarezzava i capelli di Regina nel frattempo, il cuore che ancora non si acquietava.
«Ce l'avete fatta» sorrise, sollevata. Il medico sembrava sereno, Regina era pallida e visibilmente esausta ma sembrava stare bene.
Regina poggiò la testa sulla sua spalla, piangendo sommessamente.
«Sta bene? È un maschio o una femmina?»
«È un maschio!» esclamò per primo il principe, sorridendo. Guardava il neonato come se fosse fatto d'oro. Lo passò delicatamente alla madre. Emma sentì un groppo occluderle la gola. Si scostò appena lanciando brevi sguardi al bambino.
Regina sorrise e prese in braccio il bambino, stringendolo al petto. Era così piccolo, infagottato nel panno ancora tiepido di vapore.
«Ciao, tesoro mio» sussurrò. La guardò con gli occhi lucidi e quel dolore alla gola che sembrava volerla soffocare. Si spostò appena e diede un bacio al piccolo.
«Come volete chiamarlo?» chiese al principe. James la guardò, era evidentemente al settimo cielo.
«George, come mio padre! A voi la scelta del secondo nome.»
«Vorrei che fosse Henry, come mio padre.»
Il principe acconsentì.
«Riposate ora» disse, prima di darle un bacio sulla fronte e rialzarsi. Si guardò le mani, sporche di sangue. «Meglio che vada a fare un bagno» borbottò mentre si allontanava.
Regina neanche lo salutò, troppo presa ad osservare il piccolo fagotto tra le sue braccia.
«Non è perfetto?»
«Ma certo» rispose Emma. «Come potrebbe essere altrimenti quando ha voi come madre?» continuò, il tono ancora formale a favore del medico, che stava andandosene.
«Fate portare una culla» ordinò Regina al medico prima che lasciasse la stanza.
Emma si avvicinò di nuovo a lei.
«Come ti senti?» bisbigliò, preoccupata.
«Stanca, senza forze, ma felice» rispose con un sorriso.
Emma le sorrise, ma abbassò lo sguardo. Poco dopo entrarono altri servitori a portare la culla.
«Vuoi prenderlo?» le domandò, quando se ne furono andati.
Emma spalancò gli occhi.
«Ehm, io non ho mai tenuto un bambino prima...»
Regina le sorrise incoraggiante.
«Avvicinati.»
Esitò, ma alla fine non poté fare altro. La principessa mise il piccolo tra le sue braccia.
«Ecco fatto.»
Emma si adoperò per tenerlo meglio che poteva, terrorizzata all'idea di potergli fare male. Lui non sembrava particolarmente preoccupato, invece.
«George Henry, eh? Buongiorno a voi, principino» disse, un po' impacciata.
«Siediti vicino a me.»
Emma lo fece. Spostò lo sguardo su di lei.
«Ti piace il nome George?» le chiese.
«No, sinceramente» rispose sollevando le spalle
«Mi dispiace.»
«E solo un nome» replicò la principessa. «Mi basta che stia bene.»
Emma le sorrise.
«A me basta che tu stia bene.»
Le sorrise e le diede un leggero bacio prima di chiudere gli occhi.
Emma andò nel panico.
«Aspetta, Regina? Io che ci faccio con questo?»
Regina non le rispose: stava già dormendo
«Merda» sussurrò, di nuovo. Guardò il piccolo, ma lui, come la madre, dormiva tranquillo. Sospirò. Si alzò e provò a depositarlo delicatamente nella culla. Il principino non parve turbato. Lo coprì, prese una sedia e si piazzò silenziosamente tra la culla e il letto.
Regina riaprì gli occhi nella luce dorata che penetrava dalla finestra alle sue spalle. Per un istante, le sembrò di fluttuare. Poi ricordò: il parto, suo figlio, Emma.
«Emma?» si agitò subito. Cercò di alzarsi, e si scoprì ancora debole. «Dov'è il piccolo?»
Emma si riscosse dallo stato di dormiveglia in cui era caduta. Una smorfia di dolore le contrasse il viso assonnato, e si portò una mano alla base della schiena: di sicuro quella sedia non era il posto migliore dove dormire.
«È qui, è qui, tranquilla. Dorme.»
Regina sorrise. «Vieni a dormire qui, sarai più comoda»
Emma guardò il pargolo.
«Dovrà mangiare?» le chiese.
«Se dorme sta bene»
La ragazza si tranquillizzò e la raggiunse. Si sdraiò accanto a lei.
«Se ci trovano così, domattina…»
«Lo so» mormorò Regina, gli occhi che si richiudevano già. «Diremo loro che avevo assoluto bisogno che mi controllassi da molto vicino.»
«Mh-mh…» replicò confusamente Emma, anche lei di nuovo sulla soglia del sonno. «Molto vicino…»
