Regina seguì Emma fuori dall'auto e si guardò intorno. C'erano palazzi altissimi, un rumore indicibile creato da mezzi simili a quello che conduceva Emma, ma più grossi, un sole accecante e vetro che scintillava da finestre piccole e semplici, così lisce e regolari.

«Stammi sempre vicino, è meglio se non ti perdi in città.»

Regina annuì e si accostò a lei. Emma le sorrise rassicurante e la portò su un cavalcavia che passava sopra ad una superstrada. Si fermò sul ponte indicandole la strada intasata di traffico, e i grattatcieli, e il mare poco distante.

«Quei castelli sono altissimi. E quello è il lago più grande che io abbia mai visto!» commentò la principessa. Emma sorrise osservandola.

«Sono grattacieli, non sono castelli. E quello è l'oceano.»

Regina la guardò con stupore, come se non credesse del tutto alle sue parole. Poi riportò gli occhi accesi di meraviglia sulla distesa blu.

«Ѐ bellissimo» mormorò.

Il sorriso di Emma si allargò.

«Aspetta di vederlo da vicino... Andiamo?»

«Possiamo andare più vicino?»

«Certo.» La prese per mano e la tirò verso la città. Scese dal cavalcavia si ritrovarono al centro, tra strade punteggiate di alberi e grattacieli massicci che brillavano al sole.

Regina strinse la sua mano e la seguì sorridendo mentre osservava tutto con stupore.

Emma la guidò tra le vie, poi la fece entrare in un negozio di abbigliamento.

«Cos'è?»

«Qui si comprano i vestiti. Cioè, è uno dei posti dove si comprano, ma il bello di questo» disse scivolando nella calca mentre si piegava verso di lei e le sussurrava all'orecchio: «È che c'è talmente tanta gente che nessuno si accorge di niente.»

«Che significa?» chiese osservando i vestiti. Alcuni erano davvero... inesistenti? Pezzi di stoffa che non avrebbero coperto neanche mezzo braccio. «Cos'è? Dove andrebbe messa?»

Vide un sorrisetto furbo sul volto di Emma.

«È un top» le disse poi lanciando appena uno sgaurdo all'indumento. «Ma è per adolescenti che cercano di rimorchiare. Vieni qui.» La portò in un reparto più adatto, tra la gente. Individuò un vestito e glielo mostrò.

«Che ne pensi di questo?»

«Non è troppo corto?» chiese con aria scettica. Non sarebbe arrivato a coprirle le ginocchia, figuriamoci le caviglie…

«Quelli più lunghi sono per le nonne.»

«Ma... penseranno che sia...» arrossì «Una cortigiana.»

La guardò confusa.

«Non so cosa significhi.»

«Le amanti dei re o dei nobili» sussurrò, rossa di vergogna.

«Oh. Oh!» capì di colpo, poi scoppiò a ridere. Le indicò la quantità di donne che le circondavano, decisamente meno coperte rispetto a quell'abito. Direi di no. Anzi, più come una santarellina.»

Regina si guardò intorno e poi annuì anche se non del tutto convinta. «Dove sono le damigelle per aiutarmi a provarlo?»

Emma la fissò un po' sconcertata.

«È facile, lo infili dalla testa e ti cade sulle spalle. Non ti servono le damigelle.»

Regina non sembrava del tutto convinta.

«Va bene, dove si prova?»

Si guardò un attimo intorno, poi prese un altro vestito della stessa taglia e lo mise dietro a quello sulla stessa stampella.

«Lì, andiamo» disse indicandole i camerini, intasati come il resto del negozio. Dovettero aspettare dieci minuti buoni prima di riuscire ad occuparne uno. Emma appoggiò casualmente il suo zaino all'interno.

entrò nel camerino e provò il vestito. Era azzurro, si stringeva un pò sotto il seno e la gonna era ampia sotto.

«Come mi sta?»

Sbirciò scostando la tenda. Il suo volto si illuminò.

«Benissimo! A te piace?»

«Penso di si, è il mio colore preferito.»

«Davvero?» chiese stupita. Poi sorrise. Sono brava allora!»

Regina la guardò attraverso lo specchio.

«Possiamo prenderlo?»

Entrò nel camerino con lei e prese l'altro vestito, infilandolo nello zaino per poi tirare lo zaino stesso fuori dal camerino mentre ne usciva furtiva.

«Preso» le sorrise facendole l'occhiolino.

«Che fai?!»

«Tranquilla. Cambiati, andiamo a vedere se c'è qualcos'altro che ti piace.»

Emma non le diede il tempo di risponderle, quindi Regina si cambiò in fretta e la raggiunse.

«Possiamo usare il mio bracciale per pagare?»

«No, non accettano oro, solo contanti o carte di credito. Che sono tessere, ehm... rettangoli di plastica... merda... insomma, cose che contengono soldi anche se non si vede.» Afferrò il vestito doppione e lo rimise a posto. «Guarda se vedi qualcosa che ti piace. Tipo questi.» Le mostrò un paio di jeans scuri. O quella» le indicò una maglietta.

«E come li paghiamo?»

«Tu non preoccuparti, scegli e basta.»

Regina la guardò scettica ma annuì, prese un paio di jeans, e alcune maglie

Emma la seguì come un'ombra prendendo i doppioni. Quando qualche commessa la guardava diceva: «Prendi anche la M, non si sa mai», oppure «Prova anche la S» e così via.

«Penso che mi bastino…»

«Okay, andiamo a provarli» le sorrise.

tornò in camerino e provò i vestiti

Emma attese pazientemente appena fuori, lo zaino oltre la spessa tenda marrone.

provò i vestiti e li fece vedere a Emma

«Ti sta bene tutto, potresti fare la modella...» commentò mentre metteva una maglietta nello zaino.

«Cos'è una modella?»

«Una donna che indossa abiti che vengono fatti da persone famose e viene pagata per farsi fotografare o per sfilare con quegli abiti addosso. È un lavoro, e ti pagano un sacco.»

«Oh, e perché tu non lo fai?»

Emma abbassò lo sguardo mentre richiudeva lo zaino.

«Bisogna essere belle per farlo.»

«Ma tu lo sei» rispose uscendo dal camerino.

Emma arrossì e la guardò stupita, rimanendo indietro. Poi si rimise lo zaino in spalla e la seguì in silenzio. Ripose i doppioni e poi la tirò fuori dal negozio, allontanandosi velocemente da esso.

«Dove andiamo adesso?»

Emma le indicò il bracciale.

«A vendere quello. Conosco un tipo, ci farà una buona offerta, non è uno strozzino come gli altri.»

«Ci darà dei soldi per il bracciale?»

«Parecchi» le sorrise.

Regina sorrise timidamente. Vedere Emma rubare non era stato brutto o spaventoso come pensava. Si era divertita. Emma lo faceva con tanta naturalezza da farlo sembrare una cosa normale, ovvia.

«Sei contenta?»

Emma la guardò di sbieco.

«Dovresti esserlo tu: potremo comprare qualcosa di meglio da mangiare del chili.»

«Cosa c'è di buono da mangiare qui?»

«Tantissime cose, dopo andiamo al supermercato ma prima ci serve il contante.» La portò in un parco, si inoltrò tra gli alberi giovani fino a raggiungere un tipo allampanato con una barbetta rada e lo sguardo che luccicava. Le sorrise appena la vide, mostrando la mancanza di un incisivo laterale.

«Ciao Swan. Come va?»

«Al solito. Ho qualcosa che potrebbe fare al caso tuo.» Gli mostrò il bracciale ancora al polso di Regina. «Oro puro, pesa un quintale, e quelle sono pietre vere Riley. Vere vere.»

Gli occhi del ragazzo parvero illuminarsi. Guardò Regina.

«Posso?» le chiese, gentile, indicando il monile.

Regina la seguì fiduciosa ma quel tizio non le trasmetteva fiducia per niente. Dopo aver lanciato uno sguardo ad Emma sollevò il braccio e lo avvicinò a quel tizio.

Lui le sfilò il bracciale in un lampo e se lo rigirò davanti al naso, gli occhi quasi incrociati, le labbra contratte in una piccola "o". Lo soppesò sotto lo sguardo vigile di Emma. Quando lui la guardò, lei gli fece un cenno.

«Visto?»

«Ti do cinquanta bigliettoni per questo.»

Emma scoppiò a ridere con uno sbuffo.

«Ci hai provato, Riley. È medievale, se lo vendi a un collezionista ci guadagni cinquemila. Dammi mille e siamo a posto.»

Lui la fissò per un lungo momento, il bracciale stretto tra le dita con le unghie mangiucchiate. Poi, di colpo, le sorrise.

«Ah, come si fa a dire di no ad una bellezza come te.» Prese una mazzetta di banconote dalla tasca posteriore dei jeans sdruciti e, accostandosi a lei con fare furtivo, le passò parte del denaro. Emma li contò rapidamente prima di infilarseli nel reggiseno.

Gli diede una pacca sulla spalla allontanandosi da lui.

Stammi bene.»

«Anche tu, Swan. Ciao, amica di Swan» salutò poi Regina prima di allontanarsi baldanzoso con il bracciale in mano.

«Era inquietante» commentò Regina allontanandosi velocemente.

Emma rise.

«È un tipo tranquillo, credimi. E ora hai davvero tanti soldi le sorrise. «Andiamo a comprare qualcosa di decente da mangiare.»

«Sono tuoi, per avermi ospitata e fatta rimanere con te.»

«No no» obiettò cercando il suo sguardo. «Sono tuoi, non esiste.»

«Dove si fa la spesa qui?»

Le indicò il supermercato in lontananza.

«Lì.»

Sorrise e la tirò verso il negozio.

«Andiamo!»

Emma sorrise e la affiancò.

«Aspetta, se andiamo al supermercato ora poi dobbiamo tornare a casa. Conviene che prima continuiamo il tuo tour turistico di Boston, se vuoi ancora farlo.»

«Fammi vedere questi posti» le strinse la mano. Si sentiva libera, finalmente. Camminare con Emma per quella strana città era come respirare dopo un'apnea troppo lunga. Il sorriso sul volto non svanì mai, presa dall'osservare tutte le piccole cose di quel mondo così diverso, persino nei colori. Erano più forti, facevano quasi male agli occhi.

«Ѐ tutto bellissimo» commentò dopo un po'. Emma si guardò intorno, come se cercasse di guardare la città da occhi diversi, i suoi stretti tra le lunghe ciglia scure.

«Sì, in effetti lo è» concordò infine. Poi si voltò a guardarla. «Sei stanca?»

«No, per niente» sorrise Regina. Poi, di slancio, la abbracciò. «Grazie.»

Emma si stupì di quell'abbraccio, così insolito per lei. Rispose goffamente, con gesti irrigiditi dalla mancanza di pratica.

«N-non devi ringraziarmi…»

«Sì, invece. Senza di te starei vagando per le strade senza meta.»

Il suo profumo le invase le narici. Emma si ritrovò ad arrossire.

«Che è esattamente quello che stiamo facendo ora» rise piano.

«Ma sono con te.» Regina le diede un bacio sulla guancia. Ho fame, possiamo comprare qualcosa?»

Emma arrossì come un peperone a quel bacio e distolse lo sguardo, imbarazzata dalla reazione del suo corpo. Poi si alzò sulle punte e cercò di individuare la svolta giusta. Le lanciò uno sguardo compiaciuto.

«Seguimi» disse prima di partire a passo di marcia.