Titolo: Morning Sun and Moonlight
Autrice: Shining Umbreon
Capitolo: 4/??
Rating: G
Note: La mia seconda fanfic, ed è dedicata al mio personaggio preferito ed al mio Pokémon preferito, ovvero Gary ed Umbreon! ^_^
Disclaimers: Bla bla bla… i rispettivi proprietari… bla bla bla… con questa fanfic non ci sto guadagnando nulla. ^^;
Morning Sun and Moonlight
Prologo4
Le avevo detto in tutti i modi che quell'uomo non era adatto a lei. Che l'avrebbe resa infelice, che sembrava tutto fuorché onesto. Invece no, continuava ad insistere. Insistere che Giovanni fosse l'uomo della sua vita, la persona in grado di renderla la donna più felice al mondo. E io non potevo fare di più che assillarla con i miei consigli, cercando di farla riflettere.
"Papà, non c'è bisogno che ti preoccupi, amo Giovanni con tutto il mio cuore, e anche lui mi ama…"
Katie mi diceva sempre e soltanto questo.
Giovanni era stato uno degli studenti della mia scuola, ed era conosciuto per la sua scorrettezza e la sua prepotenza. Nella sua classe faceva da capogruppo agli altri studenti che odiavano i professori e che non avevano voglia di impegnarsi. Ma tra tutti i professori che a Giovanni non andavano a genio, io ero quello che lui odiava di più. Ogni giorno mi ritrovavo a lottare contro la sua ostinazione, trovava sempre qualcosa da ridire su tutto quello che facevo o dicevo. Il suo comportamento m'infastidiva sempre di più, cominciavo a credere di odiarlo. Il modo in cui mi fissava durante le lezioni, il suo tono di voce ogni qualvolta lo chiamassi ad un'interrogazione… Mostrava chiaramente il suo odio nei miei confronti. O almeno, lo mostrava a me.
Il giorno che odiai con tutte le mie forze fu quello del loro incontro. Katie non aveva scuola quel giorno, così decisi di portarla con me nella mia scuola. Lei era molto felice di questa mia idea. No, era felice sempre. In lei c'era sempre qualcosa di speciale, gioioso, qualcosa che faceva venire allegria a chiunque. Ero fiero di lei, avevo immaginato tantissime cose del suo futuro… Un giorno sarebbe tornata a casa assieme a un ragazzo, dicendomi che era il suo fidanzato. Avrei accolto la notizia ed avrei raccomandato al ragazzo di non far soffrire mia figlia per niente al mondo. Lui avrebbe accettato e dopo qualche anno mi avrebbe chiesto la mano di Katie. Gli avrei fatto tantissime raccomandazioni e…
Purtroppo niente andò come avevo programmato.
Quella mattina cominciò l'incubo.
Portai Katie nelle mie classi, tutti i ragazzi erano estasiati dalla sua bellezza e dal suo carattere allegro e dolce. Alla terza ora, prima della pausa, mi recai nella classe di Giovanni. Fu proprio là che Katie lo conobbe. Se ne innamorò a prima vista. Nonostante il suo carattere odioso verso di me.
Durante la mia ora di lezione in quella classe, mia figlia non faceva altro che fissare Giovanni, ogni suo minimo movimento, e all'inizio pensavo che fosse semplicemente stupita dal suo carattere. Anche lui ricambiava i suoi sguardi, ed alla fine dell'ora uscirono dalla classe e cominciarono a parlare. Esattamente ciò che temevo e che m'infastidiva.
Cercai immediatamente di avvertire Katie sul carattere di Giovanni, su tutto quello che aveva fatto, sia a me che alle altre persone, ma lei non mi stava neanche ad ascoltare. E un giorno mi disse una frase che sinceramente mi fece molto riflettere.
"Se si comporta in questo modo dev'esserci un motivo… Forse ha dei problemi in famiglia o vuole avere delle attenzioni… Perché non provi a venirgli incontro, a parlargli? Non basta mettere note e sospendere per risolvere le cose."
Come se fosse facile… Giovanni mi detestava, come avrei potuto parlargli e addirittura chiedergli di confidarmi i suoi problemi?
Per un breve periodo riuscii a tenere a bada i sentimenti di Katie ed a convincerla di non telefonare più Giovanni. Fu un breve periodo, ed era tutto troppo, veramente troppo bello. Come si dice, le cose belle non durano a lungo. Infatti, una sera, di ritorno da una riunione di lavoro, trovai Giovanni a casa mia in compagnia di mia figlia. Se fossi arrivato qualche istante più tardi probabilmente non avrei neanche saputo della sua visita.
La mia rabbia diventò incontenibile, potevo sentirla circolare nel mio sangue e pulsare nel mio cervello. Neanche le parole disperate di Katie, nel tentativo di calmarmi, riuscirono a placare l'ira che provavo dentro di me. La collera continuò a crescere fino a quando non dovetti buttarla fuori dal mio corpo sotto forma di un insieme d'insulti e di bestemmie.
Proprio io, che non avevo mai odiato nessuno, che ero conosciuto per la mia gentilezza. Proprio io, in quel momento, trovai come unico sfogo un comportamento incredibilmente rozzo e impulsivo, come se non trovassi più il controllo di me stesso.
Katie cominciò a piangere, mentre Giovanni, che aveva inutilmente tentato di discolparsi, uscì da casa mia sbattendo la porta tanto violentemente da farmi credere quasi che si fosse rotta in mille pezzi. Da quella serata io e mia figlia non parlammo più per una settimana.
Fu lei a prendere la parola, una mattina, esattamente a sette giorni dall'accaduto.
"Papà…" Mi voltai verso di lei, sorpreso. Non solo perché non ci parlavamo da giorni, ma anche perché pensavo fosse già uscita da casa per andare a scuola. Non mi diede neanche il tempo di rispondere, sorrise e disse tranquillamente:
"Ti voglio bene,"
Capii immediatamente che volesse fare pace con me. Ma non era da lei essere così docile, solitamente era così testarda, così insistente… Pensai che fosse solo la mia immaginazione, tuttavia non persi dalla mente quel pensiero, ero troppo impegnato a gioire per il fatto che Katie avesse promesso di non rivedere mai più Giovanni. Quella felicità mi fece scordare tutto il resto.
Una mattina, però, mi telefonarono dalla scuola di Katie, e mi dissero che si era sentita male e che in quel momento si trovava in infermeria. Chiesi il permesso di uscire dalla mia università e la portai a casa, mettendola a letto. Ero molto preoccupato per lei, aveva sempre goduto di ottima salute. Lei stessa mi diceva che la sua era soltanto stanchezza.
Tuttavia, arrivò il giorno più orrendo della mia vita, quello in cui mi resi conto che l'incubo non era mai finito. Saranno stati almeno quattro giorni dalla mattina in cui Katie si era sentita male. Per tutta la giornata era stata strana, tesa, ed ogni volta che tentavo di scambiare qualche parola con lei sembrava volermi evitare. Pareva che volesse dirmi qualcosa, ma ogni volta che era sul punto di parlare chiudeva gli occhi, sospirava e tornava in camera sua. La stessa sera venne a casa un'amica di mia figlia, immaginai che l'avesse invitata lei. Aveva una faccia triste, il suo tono di voce sembrava dispiaciuto. Stavo per chiederle cosa le fosse successo, ma improvvisamente lei disse una frase che mi colpì profondamente:
"Immagino che Katie gliel'abbia già detto… Mi dispiace molto per lei, professore, dev'essere stato un brutto colpo, anche perché lei odia quell'uomo…"
Si sedette sul divano e si guardò intorno, probabilmente cercando Katie. Io ero perso nei miei pensieri. Cos'aveva voluto dire con quell'affermazione? Quindi mia figlia doveva davvero dirmi qualcosa. Qualcosa che non sembrava affatto positiva.
"Non capisco," mormorai. "A cosa si riferisce? Cos'è che doveva dirmi Katie?"
A quel punto lei assunse un'espressione quasi incredula. "Vuole dirmi che non sa ancora niente?"
"… No." Ero spaventato da ciò che avrei potuto sentire. Non sapevo cos'aspettarmi, era certo che non fosse niente di allegro. L'amica di mia figlia prese un profondo respiro, guardandomi attentamente. Ci mise qualche secondo prima di parlare. Quell'attesa mi fece ancora più nervoso.
"Professore…" sussurrò. "Katie… Katie aspetta un figlio…"
Oh, mio dio… Fu questo il primo pensiero che invase la mia testa. Ed in quel preciso istante la frase che non avevo capito risultò chiarissima. L'uomo che odiavo… Giovanni. Non era possibile. Era l'ultima cosa che mi sarei potuto aspettare. L'ultima. La peggiore. La più terribile.
Ringhiai di rabbia, stringendo entrambe le mie mani in un pugno, stringendole talmente forte che le nocche diventarono bianche. "Quell'uomo non la passerà liscia… Quell'uomo deve pagare…" continuavo a mormorare, ripetutamente. Uscii dal soggiorno senza stare ad ascoltare le parole dell'amica di Katie. Mi stava implorando di non essere arrabbiato con lei. Ma come diavolo facevo a ragionare dopo una notizia del genere?
Entrai nella camera di mia figlia così violentemente da farla balzare via dal letto. Lei mi guardò intimorita, immaginando già cosa fosse a rendermi così infuriato. Nonostante lo immaginasse, prese il respiro tremando e mi chiese:
"C- cosa c'è che non va', papà?"
Capitolo4
La luce di quegli occhi color oro si faceva più abbagliante ogni secondo che passava. Il suo pelo cominciava ad essere rizzo esattamente come quello dell'avversario. Nonostante i danni ricevuti, le sue ferite sparivano immediatamente, e sembrava diventare sempre più potente, sempre più determinato. Ciò sembrava irritare molto la strana creatura con la quale si stava battendo. La irritava, ma non la stancava. Sia Eevee che il Pokémon sconosciuto con il quale si stava battendo erano perfettamente in forma. Niente di ciò che stava accadendo in quella grotta oscura sembrava avvicinarsi alla concezione del "normale". Gary e Bill erano profondamente sorpresi da ciò che si presentava davanti ai loro occhi, nessuno dei due aveva mai visto un Eevee riprendersi completamente da ferite gravissime, ed in tempi così brevi. Melissa era l'unica a non essere sorpresa, per lei la situazione era completamente normale. Era ovvio che, essendo l'allenatrice di quell'Eevee così inconsueto, il fatto di vederlo guarire velocemente non la sorprendesse. Nel suo volto era dipinto un sorriso maligno. Sembrava un'altra persona rispetto a quella che era prima.
"Eevee, penso che il tuo attacco Ira sia abbastanza potente, ora,"
Il piccolo Pokémon chinò il capo in risposta, mostrando i denti per esprimere la sua determinazione. Cominciò a ringhiare, sempre più forte; il suono che era emesso dal retro della sua gola caricava inquietudine, come se avvertisse che qualcosa di molto più grave sarebbe accaduto. Il Pokémon ignoto ringhiò a sua volta e fece alcuni passi in avanti, diretto verso il suo oppositore. La bocca di Eevee si curvò, mostrando un sorriso; l'avversario stava facendo esattamente quel che lui voleva facesse. Il fatto che rimanesse là, a fissarlo, senza combattere, ringhiando, irritava il suo nemico, che presto si sarebbe lasciato andare una mossa sbagliata.
Infatti, qualche secondo dopo, irritata dall'indifferenza, la creatura balzò verso Eevee, con una rabbia ed una potenza che spaventò per un attimo anche l'allenatrice.
"Eevee, attacco riflesso, poi parti con l'Ira!"
Il piccolo Pokémon ringhiò, e con un balzo selvaggio, si scaraventò a sua volta contro l'avversario. Attorno al suo corpo s'illuminò un'aura bianca, probabilmente il Riflesso. La barriera colpì l'essere brutalmente sulla testa, il cerchio con le linee a fulmine s'imbrattò di sangue. Il Riflesso gli aveva infilzato sulla fronte i suoi stessi pungiglioni. Cominciò a guaire, ma Melissa non si lasciò prendere dalla compassione.
"Eevee, che fai lì impalato?!" gridò. "Continua ad attaccare! Voglio vederlo in fin di vita!"
Gary ebbe un fremito. Chi l'avrebbe detto che Melissa potesse essere una ragazza così crudele e spietata, persino con il proprio Pokémon? Gli era capitato d'incontrare allenatori che pensavano più alle proprie vittorie che ai loro Pokémon. Anche lui era stato così, una volta. E proprio per questo, detestava vedere persone con il suo stesso comportamento, se non peggiore. Melissa stava proprio cominciando a turbarlo.
"Melissa," mormorò, facendo qualche passo in avanti, verso l'allenatrice. "Ora basta. Per favore."
La ragazza sbuffò. "Chi sei tu per darmi ordini?"
"Sono un allenatore."
Gli occhi di Melissa si restrinsero, e fissarono il ragazzo con diffidenza. "Anch'io lo sono!"
"No, da quel che ho potuto vedere." aggiunse una terza voce. Era Bill, e si avvicinò a Gary in modo che la sua voce potesse sentirsi più chiaramente. "Essere allenatori significa prima di tutto capire i Pokémon, sia propri che non. E' una cosa che sanno anche i bambini, e mi sembra stupido doverla dire ad una ragazza grande e grossa come te."
Gary abbassò lo sguardo, prese quelle parole come un rimprovero anche per se stesso, non solo per Melissa, la quale continuò a guardare Bill con rabbia e nello stesso tempo con interessamento.
"Ognuno ha il proprio stile." affermò improvvisamente.
"Sì, ma il tuo è ripugnante." disse Bill con fermezza. A quel punto la rabbia di Melissa raggiunse il culmine, ma tentò disperatamente di essere controllata.
"Io… io faccio quello che mi pare!" balbettò. "Non ho chiesto il vostro parere! E poi, tu, Gary, non sei nelle condizioni di criticarmi!" In quel momento Gary si sentì come schiaffeggiato, ed ebbe la paura che Bill, una volta capito cosa intendeva Melissa, si potesse arrabbiare con lui. Tuttavia, lo studioso restò impassibile e si limitò a rispondere alle parole della ragazza.
"Questo è un discorso tra me e te. Gary non c'entra niente."
Il ragazzo dai capelli rossi si guardò intorno, mentre tentava di non stare a sentire il discorso tra Bill e Melissa. I suoi occhi si spalancarono alla vista della creatura che si dirigeva minacciosamente verso l'Eevee dorato, il quale, completamente indifeso senza gli ordini della propria allenatrice, era rimasto colpito ed ora si trovava giacente sul terreno umido della grotta. L'essere nero aprì la bocca e mostrò le sue zanne affilate al piccolo Pokémon terrorizzato. Le avvicinò al collo dell'oppositore, come farebbe un vampiro, era sicuro che colpendo in quel punto avrebbe ucciso la sua vittima.
Gary cominciò a correre, diretto verso l'Eevee per poterlo salvare. Ma era troppo lontano per poter arrivare in tempo. Sicuramente la creatura dopo aver finito il Pokémon di Melissa si sarebbe occupato di lui. A quel pensiero, l'allenatore frenò violentemente, ed il terreno sdrucciolevole lo fece scivolare all'indietro. Gary strizzò gli occhi preparandosi alla botta, ma improvvisamente sentì una sensazione di svenimento nella sua testa, come se stesse per perdere i sensi.
Come aprì gli occhi, sentì le grida di Bill e Melissa, e si ritrovò davanti all'essere con l'Eevee dorato tra le braccia. Non ebbe né il tempo di rendersi conto di ciò che stava accadendo, né di capire come avesse fatto ad arrivare in tempo. Prima stava cadendo all'indietro, no? Quindi perché ora si ritrovava in quella situazione critica? Come aveva fatto ad arrivare così velocemente da Eevee e salvarlo senza neanche accorgersene?
L'Eevee di Melissa si aggrappò al tessuto del maglione di Gary, e piagnucolò mentre cercava sostegno dall'allenatore. La strana creatura era immobile davanti a loro, ma ringhiava in modo alquanto inquietante. Forse era solo rimasta sorpresa dallo stesso motivo per cui Gary era rimasto sorpreso. Se i due avessero fatto un solo movimento brusco, probabilmente sarebbe stata la loro fine. Il Pokémon di Gary ringhiò, stava per correre in soccorso del proprio allenatore, ma si fermò al suono di una voce.
"Il gioco è finito. Umbreon."
=======================================================================
"Si può sapere che cosa ci fa qui?"
Gary aveva riconosciuto immediatamente l'uomo che era comparso all'improvviso e che aveva rinchiuso il Pokémon misterioso in una Pokéball dalle sfumature dorate e nere. Era il Gym Leader della palestra di Viridian City. Il proprietario del Pokémon maligno che aveva lasciato un segno nel suo cuore. Per colpa di quella creatura psichica Arcanine e Nidoking avevano rischiato la vita. Ed era dal giorno in cui l'aveva conosciuta che aveva cominciato ad avere quegli strani flash back e quei malesseri.
"Beh, l'hai visto tu stesso," rispose l'uomo, inclinandosi contro la parete rocciosa della grotta. Sia lui che Melissa, Bill e Gary erano usciti dalla grotta, una volta sicuri che la creatura non avrebbe più dato problemi a nessuno. "Quel Pokémon era mio, e non sapevo più dove andarlo a cercare… ero preoccupato, come avete potuto vedere non è di indole molto cortese…"
"Oh, e come mai si è preoccupato?" lo stuzzicò Gary. "Non mi pare si fosse mai preoccupato mentre quel Pokémon assurdo riduceva in fin di vita me e i miei Pokémon…"
Giovanni restrinse gli occhi e guardò attentamente il ragazzo che aveva di fronte. Non era ancora sicuro che fosse Gary, tuttavia sapeva che le Tohjo Falls non erano un luogo molto visitato. Per di più per uscire dalle grotte lui ed il resto del gruppo avevano attraversato praticamente tutti i corridoi oscuri del posto.
"Di che Pokémon stai parlando?" chiese. "Non mi sembra di averti mai visto prima."
"Certo che mi hai visto prima!"
Gli occhi del ragazzo divennero quasi offesi, e nello stesso tempo quasi feriti. Giovanni sospirò. "Dal modo in cui mi guardi devi aver avuto a che fare con Mewtwo." affermò.
"Non so che cos'era quella cosa, ma sicuramente non era un Pokémon normale!" gridò Gary. "I Pokémon non sono creature violente, mentre lei faceva lottare il suo come una macchina da guerra!"
Giovanni si accorse dei tremori che emetteva il corpo di Gary mentre parlava. Sembrava nascondesse il suo dolore sotto quelle parole di rabbia. A quella riflessione, l'uomo sentì un tonfo al cuore. Aveva ferito chi molto probabilmente era suo figlio.
"Avanti, ragazzo, ora calmati," mormorò Giovanni, fermando Gary per le spalle. Ricevette in risposta un'occhiata d'odio. "Mewtwo era un esperimento. Volevo testare i suoi poteri, e non mi aspettavo che fossero così potenti. Ho commesso un gravissimo errore, lo so, e mi dispiace tantissimo." Sperò che le sue parole non sembrassero fasulle, di averci messo abbastanza convinzione. "Posso fare qualcosa per farmi perdonare?"
Gary fissò per qualche attimo gli occhi inquietanti dell'uomo che aveva di fronte. La prima volta che l'aveva incontrato era rimasto turbato, e da vicino metteva ancora più timore. Non voleva restare un secondo di più con lui. Poteva benissimo essere un criminale o qualcosa del genere, e non voleva assolutamente restare coinvolto in qualche situazione poco gradevole.
"Sì," rispose. "Ora io vado per la mia strada e lei andrà per la sua. Okay?"
Giovanni emise un secondo sospiro. "D'accordo. Ma posso sapere almeno il tuo nome?"
"A che le serve?" domandò Gary, con diffidenza.
"Curiosità." rispose l'uomo. "Suvvia, tanto non mi rivedrai mai più."
Gary si alzò in piedi e diede un'altra occhiata sfiduciata a Giovanni. "Mi chiamo Gary." Detto questo, cominciò a camminare in direzione del bosco, dove sapeva si trovasse Bill ed il suo Eevee. Giovanni nello stesso momento cercò di trattenere l'entusiasmo. L'aveva trovato. Aveva finalmente trovato suo figlio. I suoi piani filavano esattamente come li aveva programmati.
Continuò a fissare Gary mentre si dirigeva verso le profondità della foresta, ed improvvisamente gli venne un'idea. E sperò che trattenesse suo figlio ancora un po' di più con lui.
"Gary?"
Il ragazzo si voltò lentamente. "Cosa c'è ancora?"
"Prima ho visto il tuo Eevee," disse Giovanni. "Hai mai pensato di farlo evolvere?"
"No, e comunque non sono affari suoi." Gary stava cominciando a stufarsi dell'atteggiamento invadente dell'uomo. Cominciò a correre, promettendosi che se avesse sentito nuovamente la voce del Gym Leader non si sarebbe fermato una seconda volta.
"Il mio nome è Giovanni, ma forse te lo ricorderai già," esclamò improvvisamente l'uomo. "Mi raccomando, tienilo a mente!"
=======================================================================
Giovanni rimase ad osservare Gary fino a quando gli fu possibile. Sapeva che suo figlio avesse sentito le sue ultime parole, sapeva anche che aveva tentato d'ignorarle.
Dopodiché si guardò intorno. Chi aspettava doveva già essere arrivato, eppure non si era ancora fatto vivo. Detestava aspettare, con tutto il suo cuore. Per non perdere la pazienza, afferrò il suo cellulare dalla tasca della sua giacca e compose un numero telefonico.
"Pronto, George?" mormorò. "Sono io, Giovanni. E' da un po' che non ci si sentiva. Sentimi bene…"
"Signor Giovanni!" Quella voce acuta interruppe la discussione di Giovanni. Una ragazza aprì le braccia e le avvolse attorno all'uomo, che di fretta allontanò l'orecchio dal telefonino e guardò la ragazza con aria furiosa.
"Melissa!" gridò. "Quante volte ti devo ripetere che detesto essere sorpreso in questo modo?!"
"M- mi scusi…" balbettò lei, chinando il capo. "Comunque, come mai è venuto qui? La missione non era soltanto mia?"
"Sì," rispose Giovanni. "Ma ora ho cambiato i miei piani."
"Eh?"
L'uomo guardò lo schermo illuminato del suo cellulare, e sogghignando premette il tasto di chiusura della chiamata. "Ora stammi bene a sentire, Melissa. Devi aiutarmi a raggiungere il mio scopo, ed ho già un'idea in mente."
=======================================================================
"Accidenti, Gary, ho perso di vista Melissa!"
"Credi ancora che lei abbia il tuo Eevee?" domandò Gary.
Bill scosse la testa. "No," disse. "Però… lei era incredibilmente carina, sigh…!"
Gary sospirò. "Non mi sembra proprio il tuo tipo." mormorò. "Che si fa, ora? Continuiamo le ricerche qua nei dintorni?" Entrambi si guardarono intorno. L'ambiente era davvero vastissimo. Ritrovare un Pokémon in un luogo come quello sarebbe stata un'impresa davvero ardua.
"Non ce la faremo mai…" sussurrò Bill. Crollò sulle ginocchia e cominciò a piagnucolare. "Il mio povero Eevee… Chissà come sta adesso…"
Improvvisamente, si sentirono delle esplosioni provenire dalle grotte. Dei massi e frammenti di rocce si scagliavano violentemente contro il terreno, che cominciò a tremare. Sia Gary che Bill cominciarono a correre il più lontano possibile dall'esplosione, sperando di non venire colpiti dai sassi. Appena arrivati lontani abbastanza, si buttarono a terra.
Il terremoto durò qualche minuto, prima di placarsi. Gary e Bill si alzarono in fretta e furia, ed osservarono ciò che restava di una delle grotte.
"Che… che roba era?!" esclamò Bill, esterrefatto. Gary chinò il capo.
"Non lo so; è meglio dare un'occhiata."
