Angolo dei commenti:

Kecs: Chi vive in maniera scabrosa raccoglie ciò che semina. E continua a seminare guai e odio, purtroppo. Per ora la luce sembra lontana per i nostri eroi...

Dany Cornwell: La zia Elroy ha un grave difetto di memoria, ma sembra vedere più chiaramente nel cuore del nipote. Alla povera Candy non è rimasto che il lavoro, purtroppo, mentre Albert si comporta a seconda di come esige la situazione. Si trova spiazzato ma come vedi sa come farsi rispettare: non vuole nuocere al bambino e vedere Lilian stare male umanamente gli può anche dispiacere. In realtà non è spaventato. E comunque, tale madre, tale figlia...

MariaGpe22: Non è tanto una sorpresa, visto il carattere di Margaret, vero? Interessante la tua teoria sulle vedove nere e su Frank e Lilian, chissà che non sia vera. Ancora è tutto molto oscuro. La zia Elroy sembra più acuta, ma in realtà è sempre la stessa. Grazie mille, alla prossima!

Eydie Chong: Interessante la tua teoria. Grazie mille a te per seguirmi!

Ericka Larios: Costruire un castello di bugie non può che portare prima o poi anche a un crollo: chissà se sarà così anche per Lilian e sua madre! Di solito si raccoglie ciò che si semina... Ho capito ora, intendevi uno schiaffo morale ;-)

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Tregua

Albert strinse la mano a Frank Stevenson e lo accompagnò alla porta di persona.

"Cerchi di convincerla a mangiare di più, la trovo un po' sottopeso", gli disse passando la valigetta da una mano all'altra e apprestandosi ad aprire l'ombrello.

"Mi crede se le dico che abbiamo discusso proprio a causa del fatto che ho cercato di farlo?".

L'uomo fece un sorrisetto e scosse la testa: "So che mia nipote può essere molto testarda, a volte, ma su questo occorre essere fermi. Cerchi di capire cosa le piace di più e non la disturba: ha bisogno di vitamine e proteine".

Albert cercò di concentrarsi sulle pietanze leggere e nutrienti che il medico stava suggerendo, ma alla fine dovette porgergli la domanda che aveva sulle labbra fin da quando lo aveva accolto in casa per visitare Lilian: "Dottor Stevenson... come è morto il signor Rousseau? Mi scusi se lo chiedo a lei, ma...".

Il viso dell'uomo, prima rilassato e bonario, divenne serio e i lineamenti si irrigidirono. La mano strinse forte il manico dell'ombrello e per alcuni istanti si udì solo il ticchettio costante della pioggia sopra il tessuto e sulla tettoia dell'ingresso.

"Aveva una malattia ormai allo stadio terminale. Si è spento serenamente in casa...". Frank s'interruppe, quasi temesse di aver detto troppo.

In un angolo della sua mente, Albert si ripromise di approfondire quell'aspetto. Tuttavia, si sentì vicino a Lilian più di quanto avrebbe mai creduto possibile.

"Anche mio padre è morto quando era ancora molto giovane e io ero solo un bambino. Non dev'essere stato facile per lei conciliare la sua carriera con la necessità di stare vicino a Margaret e Lilian". Non stava dicendo quelle cose solo con il secondo fine di carpire qualcosa in più della famiglia Rousseau, in parte era davvero coinvolto nella conversazione.

Ma Frank si richiuse a riccio: "No, non lo è stato. Entrambe hanno sofferto molto, non fu affatto un bel periodo. Mi perdoni, ora devo tornare in ospedale: mi raccomando, quando si sveglia le proponga della frutta come le ho suggerito".

Si salutarono e Albert rimase a guardarlo mentre si allontanava con l'auto, ripensando a quanto appreso: in realtà, la storia di Lilian era piuttosto triste e non c'era nulla di anomalo.

È quello che mi ha detto anche Georges fin dall'inizio e che mi ha ripetuto persino il dottor Martin. Forse il colpevole di tutto sono davvero io e l'ho dimenticato...

Richiuse la porta d'ingresso con un gesto lento e sentì le membra d'improvviso pesanti: aveva sempre considerato Lilian una donna arrivista e interessata ai suoi soldi e non poteva ancora escludere che fosse così. Però non riusciva proprio ad accettare di averla sedotta pensando che fosse Candy, in un momento di debolezza, e soprattutto quando doveva aver appena avuto un crollo fisico.

Anche se avessi perso la memoria... non avrei mai tentato di avvicinare Candy in quel modo prima ancora di dichiararmi a lei o persino di farla diventare mia moglie. Mai.

E la presunta droga? Dove se la sarebbe procurata Lilian? Quella era l'altra domanda cui non riusciva a dare una spiegazione.

D'improvviso, mentre saliva le scale, Albert si sentì in colpa per la prima volta da quando tutta quella storia era cominciata: Margaret e Lilian non erano due sante e avevano fatto stare male persino la zia Elroy. Sua moglie era di certo più disinibita di quanto volesse dare a vedere e aveva un carattere lontano anni luce da quello di Candy.

Ma lui poteva aver benissimo fatto la sua parte e l'istinto gli stava suggerendo solo quello che avrebbe voluto fosse successo. Forse, se avesse accettato una volta per tutte di essere in parte nel torto, tutto sarebbe stato più semplice e sarebbe potuto andare avanti con la propria vita.

Gli dispiaceva che Lilian fosse svenuta a causa delle sue parole, trasferendo la sofferenza al bambino, e in cuor suo si ripromise di rimediare ed essere più accomodante con lei. Non voleva ritrattare ciò che aveva imposto, ma avrebbe fatto in modo di conciliare le cose.

"Signor Ardlay?". Molly gli andò incontro a metà corridoio.

"Sì?". La guardò, allarmato.

"La signora si è svegliata".

"Bene, grazie, Molly, vado subito da lei".

La ragazza si congedò con un inchino, precisando che sarebbe tornata nella propria stanza fino a che non avessero avuto di nuovo bisogno di lei.

Albert bussò alla porta della sua camera e Lilian gli rispose quasi subito. Era seduta sul letto, in mezzo ai cuscini, pallida: provava davvero pena per quella donna, ora che la vedeva così fragile? O era solo preoccupato per il bambino?

"Come ti senti?", chiese prendendo una sedia e mettendosi vicino al letto.

Lei lo guardò con un misto di stupore e sospetto: "Meglio, grazie per l'interessamento. Anche se so che non è sincero", rispose usando le sue stesse parole di qualche ora prima.

Sospirò, passandosi le dita tra i capelli: "Lilian, siamo partiti fin dall'inizio con il piede sbagliato, ma è ora che cominciamo a comportarci da adulti, perché c'è una creatura innocente che tra qualche mese vedrà la luce e ha bisogno di una madre. E di un padre".

La donna spalancò gli occhi: sembrava sconvolta. "Ma tu...hai detto...".

"Sì, lo so quello che ho detto", ammise. "Però non voglio pensarci ora. Non possiamo vivere in costante contrasto, beccandoci di continuo, a prescindere dalla servitù. Tu hai bisogno di calma e tranquillità e io di essere lucido per seguire i miei affari. Quindi, per quanto possibile, cerchiamo di vivere giorno per giorno tentando di andare d'accordo e di rispettarci a vicenda".

Lilian continuava a fissarlo come se stesse decidendo se fidarsi o meno. Restrinse le palpebre: "Cosa stai cercando di dirmi?".

"Sto cercando di fare in modo che tu arrivi alla fine di questa gravidanza nel miglior modo possibile, perché quel bambino non merita di soffrire prima ancora di vedere la luce. Ed entrambi abbiamo bisogno di una tregua. Da domani cercherò di ritagliarmi del tempo per uscire e accompagnarti nei luoghi dove prestavi opera di volontariato: hai bisogno di prendere aria e mangiare".

Lilian distolse lo sguardo, ma vide con chiarezza i suoi occhi riempirsi di lacrime. Ne fu destabilizzato e non seppe se stesse simulando oppure fosse davvero crollata. Albert aveva sempre avuto a che fare o con persone che, come lui, riuscivano a mantenere una maschera di composta freddezza, oppure che riflettessero sempre in modo genuino ciò che provavano. Come Candy...

Il ricordo di lei era sempre doloroso e lo colpì come una pugnalata.

"Lo fai solo per il bambino, quindi".

"Lilian... ", sospirò, frustrato. Non sapeva se dirle che lo aveva sfiorato il sospetto che lei avesse ragione fin dall'inizio, si sarebbe scoperto inutilmente e senza sapere bene se fosse la cosa giusta da fare.

"Mia madre ha una relazione con lo zio Frank".

Albert smise di respirare e spalancò gli occhi per fissarla. La mascella ricadde e il suo mondo si capovolse.

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Annie guardò la foto che Archie stringeva tra le mani e sorrise tristemente: "Non riesci proprio a separartene, vero?".

Lui scosse la testa, restando con la schiena curva come per mettere a fuoco un particolare. Annie accese una lampada sul piccolo mobile accanto alla finestra: nonostante fosse pomeriggio, le nubi si erano impadronite del cielo rubando la luce del sole e la pioggia non smetteva di cadere.

L'aria umida di quella perturbazione estiva le faceva sentire caldo, nonostante il suo abito fosse di seta leggera, e recuperò il ventaglio dalla tasca.

Archie non sembrava avvertire il caldo, né sembrava preoccuparsi della luce fioca: restava lì, su quella poltrona, come tutti i pomeriggi, a fissare la foto che aveva inviato Candy dalla Francia. Alzò gli occhi su di lei, raddrizzandosi, e la guardò con tono di scuse: "Mi dispiace, non ha molto senso che io torni a pranzare a casa e ti chieda di raggiungermi se poi non ti parlo neanche...".

"Abbiamo parlato durante il pranzo. L'arrosto che ha fatto preparare tua madre era buonissimo".

"Non è la stessa cosa e lo sai". Si alzò e mise la fotografia nella tasca interna del panciotto blu. "Annie, in questo periodo in cui la zia è malata sto facendo la spola tra casa mia e villa Ardlay, come mi ha chiesto Albert...".

"Sì, lo so, non devi giustificarti". Annie non riuscì a sostenere il suo sguardo, perché temeva che vi avrebbe letto la delusione e la tristezza. E l'ultima cosa che voleva era farlo sentire in colpa.

Archie aveva sulle spalle la responsabilità di parte delle aziende del clan e, da quando Albert si era sposato, anche della zia Elroy che si era ammalata. Persino Georges si barcamenava tra la residenza principale di Chicago e quella in periferia dove il patriarca era andato a vivere con sua moglie.

Tutto ruotava intorno a quel matrimonio e alle esigenze del capofamiglia.

"Ehi, guardami". Non si era accorta che lui si era avvicinato e le stava alzando il mento con due dita. "Annie, se le cose non fossero andate... in questo modo, io ti avrei chiesto di sposarmi entro il prossimo anno. Te l'ho già detto, no? E magari se la zia...".

Annie gli prese la mano e la strinse. "Non farmi sperare cose che non si avvereranno, ti prego. Sono cosciente che dopo un matrimonio così importante come quello di Albert occorre attendere un certo lasso di tempo e ora siete tutti molto impegnati. Perciò non preoccuparti per me".

La mascella di Archie si contrasse e lui si accigliò: "Se Albert si fosse dichiarato a Candy... avremmo potuto organizzare persino un doppio matrimonio. O persino sposarci prima di loro. E la zia di certo non si sarebbe sentita così male".

"Beh, forse...".

"Magari sì, ma non così tanto...", concluse per lei con un sorriso lieve. Di sicuro, tra dover accettare Candy che ormai conosceva da anni e scoprire che il suo amato nipote aveva messo incinta una donna appena conosciuta, persino la zia avrebbe preferito la prima possibilità.

Archie chiuse d'improvviso la distanza tra loro e la baciò. Fu un contatto lieve, dolce, nel quale Annie avvertì tutto l'amore e le scuse che vi erano racchiusi. Quando riaprì gli occhi, lui si era allontanato e si stava riavviando i capelli.

"Sai, da un lato sono molto dispiaciuto per Albert e mi fa piacere essergli utile in qualche modo. Ma a volte... a volte penso che non sia giusto che per un singolo errore ci stiano rimettendo le vite di tutti".

Era la stessa cosa che aveva pensato lei, ma aveva anche tentato di razionalizzare. Gli si avvicinò, richiuse il ventaglio e se lo rimise in tasca, aprendo un poco la finestra: "Archie, quello che hai detto è vero, in parte. Ma immagina cosa sarebbe accaduto se ci fossimo tutti sposati nello stesso giorno o a poca distanza uno dall'altro: chi avrebbe guidato le aziende?".

"Beh, lo avrebbe fatto Georges, come sempre! Ha seguito per anni gli affari di Albert mentre lui non c'era", ribatté allargando le braccia.

"Ora non è la stessa cosa: da quando Albert è salito al patriarcato, gli investitori sono aumentati e tu lo hai aiutato molto in questo. Avete un carico di lavoro che forse Georges non sarebbe riuscito a seguire per così tanto tempo. E non credo che né Albert e Candy, né noi, avremmo fatto una luna di miele che durasse meno di un paio di mesi".

"Per due mesi Georges era più che in grado di seguire tutto. E ci sono anche molti validi collaboratori. Ora, invece, devo sobbarcarmi anche una parte del lavoro di mio zio e non sono neanche partiti...".

"La loro luna di miele finisce ufficialmente domani o sbaglio?".

"... e comunque devo vegliare sulla zia Elroy e rimanere nei paraggi finché questo bambino non sarà nato! Se si scopre che non è davvero figlio di Albert ne verrà fuori uno scandalo e saremo tutti trascinati nella tempesta!".

Archie aveva alzato la voce e Annie lasciò che si sfogasse. Non aveva torto, affatto. Però non poteva neanche struggersi ogni giorno.

"E se invece fosse suo, come vi ha detto il dottor Martin? Allora in capo a pochi mesi tutto sarebbe più tranquillo e rimarrebbe solo il problema della zia", gli fece notare.

"Sì, ma...".

Annie lo abbracciò e gli pose il capo sul petto, attendendo con pazienza che anche lui le richiudesse le braccia intorno. Da fuori, un leggero vento umido rinfrescava parzialmente la stanza, facendo ondeggiare la grande tenda bianca.

"Viviamo giorno per giorno, Archie. Aspettiamo che gli eventi si compiano e poi pensiamo a cosa fare. Anche io vorrei che tutto questo non fosse successo e non solo perché mi dispiace per Albert e la zia, ma anche per Candy. Lei forse è quella che sta soffrendo più di tutti". Alzò il viso per guardarlo e vide che era diventato triste alla menzione di lei.

"Già, poverina... ne ha passate così tante che speravo davvero che Albert la rendesse felice. Anzi, non avevo alcun dubbio! Quei due... hanno condiviso praticamente tutta la vita insieme, persino più di noi. E Candy ha perso prima Anthony e poi Terence...".

"Terence era tornato per lei, invece è riuscito solo a litigare con Albert", osservò senza spostarsi da quella posizione privilegiata. Adorava il calore che le trasmetteva Archie con un semplice abbraccio, anche se l'aria era tutt'altro che fredda.

"Tu non hai visto il livido di Albert, perché il giorno del matrimonio Miriam lo ha mascherato con della cipria, ma io sì. Terence lo ha colto alla sprovvista, però le ha anche prese: Albert gli ha quasi rotto il naso, da quel che mi ha raccontato, si è trattenuto all'ultimo momento. Però la tournèe della sua compagnia è stata comunque rimandata".

"La violenza non è mai giustificabile". Annie si sciolse dall'abbraccio per richiudere la finestra. Si era alzato un vento teso, forse foriero di un nuovo temporale, e l'imposta aveva sbattuto.

"Se Albert è arrivato a tanto, di certo quel Graham gli ha detto qualcosa di sgradevole". Archie sedette pesantemente sul divano del salottino: "Quei due potevano essere amici fino a qualche anno fa. Ora amano la stessa donna e non possono che essere rivali. La cosa triste è che nessuno dei due avrà Candy".

Quelle parole fecero riflettere Annie: "Forse, da un lato, se avesse accettato Terence sarebbe stato meglio per lei. Chissà cosa starà facendo da sola, in una città sconosciuta, oltre a lavorare".

"A stare lontana da casa è abituata", le fece notare Archie. "Ma a un certo punto dovrà fermarsi e mettere radici. Candy è uno spirito libero, però merita una famiglia e qualcuno accanto".

Annie volse di nuovo lo sguardo verso la finestra, quasi ammirata dalla furia che stava per scatenare la natura. Archie aveva ragione: anche l'albero più robusto e con radici più profonde poteva spezzarsi e crollare con venti inclementi e, se colpito da un fulmine impietoso, persino cadere.

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Candy posò la penna e rilesse ciò che aveva scritto sul foglio nel suo tentativo di tradurre l'articolo sul matrimonio di Albert e Lilian.

Un ricevimento sontuoso e degno del prestigio delle famiglie Ardlay, una delle più potenti degli Stati Uniti, e della famiglia Rousseau, la cui storica collaborazione nel campo degli affari non lascia dubbi sulla convenienza dell'unione dei due giovani esponenti. William Albert Ardlay e Lilian Rousseau hanno fatto le loro promesse davanti a Dio con un contegno impeccabile, ma in apparenza privo di qualunque emozione, anche se il patriarca appare particolarmente commosso in questo scatto. Nel suo discorso pubblico definisce la moglie 'ineffabile' per aver comunicato in modo puntuale ai giornali la notizia della sua prematura gravidanza, che poteva suscitare uno scandalo se fosse emersa in maniera errata. Una coppia moderna, quindi, che sembra legata da un rapporto di profondo rispetto e dall'arrivo di questo erede che dovrebbe venire alla luce entro i primi mesi del prossimo anno.

Definire tiepida la descrizione del giornalista sarebbe stato come dire che il mare estivo della Francia era grigio invece che di un azzurro abbagliante. In quell'articolo, Candy lesse il tipico matrimonio combinato dalle famiglie dell'epoca, privo di trasporto e fatto solo per convenienza e dovere: una realtà tanto lontana da Albert che era come se stesse leggendo la notizia riguardante uno sconosciuto.

Priva di forze, lasciò cadere la penna sullo scrittoio, richiuse il dizionario e poggiò la fronte sulla mano: quella giornata era stata sfiancante, sia a livello fisico che psicologico. Avevano perso un paziente senza una gamba che si trascinava infezioni e ricadute fin dal 1918. Una donna aveva partorito ed era morta subito dopo per un'emorragia nonostante le cure e la dedizione dello staff medico: il bambino sarebbe rimasto orfano, se non avessero rintracciato il padre.

Perché il mondo doveva essere così crudele?

Candy non ricordava di aver passato un periodo più nero di quello e si rese conto che, se non fosse risalita in fretta da quella depressione, neanche il proprio lavoro sarebbe servito a molto. Sperava che la lontananza e la sua dedizione verso il prossimo fossero un sostegno sufficiente, ma si rese conto di essere più debole di quanto avesse sospettato.

Si trascinò in cucina, dove aprì la dispensa e la trovò quasi vuota: gli occhi le si riempirono di lacrime. Aveva dimenticato di fare la spesa e non aveva che poche verdure da bollire e un pezzo di pane raffermo. Ma non fu quello a farla piangere. Anni prima, in una casetta a miglia da lì, si era ritrovata nella medesima situazione e una risata maschile l'aveva tratta d'impaccio riempiendole il cuore.

"Non preoccuparti, Candy! Preparerò una zuppa che ti farà leccare i baffi!".

Ed era stato davvero così, anche se il giorno dopo avevano entrambi una fame da lupi. Quella zuppa preparata da Albert era gustosa e sapeva di calore, di famiglia. Di amore sincero e di tutta la spensieratezza di un'infermiera col suo amico paziente che affrontavano le difficoltà di ogni giorno con il sorriso.

La loro forza era stare insieme.

Candy crollò in ginocchio, cercando d'imporsi di reagire, di cucinare comunque qualcosa perché il giorno dopo voleva essere in forze e fare anche gli straordinari in ospedale. Tuttavia, si sentiva così sola e svuotata che rimase a singhiozzare a lungo prima di decidersi a tirare fuori una pentola e cominciare ad affettare le verdure.

Quando bussarono alla porta, per poco non si tagliò un dito.

"Sono Jean", le arrivò la sua voce.

"Che sorpresa! Entra pure", lo invitò cercando di sorridergli.

"Mi dispiace venire a disturbarti a quest'ora. All'ospedale dove lavori mi hanno dato il tuo indirizzo, spero non ti dispiaccia". Il tono era quasi di scuse.

"Non dirlo neanche per scherzo, mi fa piacere ricevere una visita da un amico. È forse successo qualcosa?", domandò mentre gli indicava il piccolo divano nella stanza.

Lui sedette e la guardò: "Sto per partire. Ho deciso di spostarmi verso nord per la pesca dei salmoni: si tratta di qualcosa che ho sempre voluto provare, ma non ne ho mai avuto la possibilità".

"Oh, mi fa piacere! Andrai nei mari norvegesi, dunque?", chiese lei mettendo sul fornello del caffè.

"Sì, ma penso che non resterò fermo in un punto: toccherò anche le coste dell'Islanda e della Scozia".

Candy lasciò cadere il tegame nel quale stava per mettere a bollire l'acqua e si appoggiò sul bancone come se stesse per perdere i sensi. Sentì i passi di Jean mentre le si avvicinava, chiedendole se andasse tutto bene.

"No che non va tutto bene! Non riesco a togliermelo dalla testa, capisci?!", sbottò voltandosi, senza curarsi delle lacrime che avevano ricominciato a rigarle le guance, incontrando i suoi occhi sconvolti. "Oggi ho comprato un dannato dizionario di francese solo per scoprire che è infelice quanto me ed è bastato che tu nominassi la Scozia per farmi perdere la testa! Finirà mai questa sofferenza?!".

Cercò di portare a livello cosciente il fatto che, con tutta probabilità, Jean era andato da lei solo con l'intento di salutarla e gli stava riversando addosso informazioni e dolore come una valanga. Tentò di ripetersi che non doveva lasciare che l'abbracciasse con tutta quella confidenza, ma alla fine crollò.

E singhiozzò a lungo tra le braccia dell'ennesimo nuovo amico che a breve non avrebbe più rivisto.