Angolo dei commenti:
MariaGpe22: Hocercato il più possibile di restare fedeleal carattere originale di Alberte mi spiace quando pensate che sia sciocco o ingenuo, perché in realtà lui è principalmente un buono: conosce il male solo in parte e non giudica le persone dal loro aspetto. E comunque il fatto che voglia stabilire una tregua con Lilian non significa che abbasserà la guardia: lei resta in casa e la sorveglia a vista. Anche la caratterizzazione di Candy, a quanto pare, non ti convince più di tanto: lei non è così arrendevole, è ovvio, ma è come se avesse perso di nuovo Anthony, Terence e Albert tutti assieme. Insomma, è umana anche lei e la ferita è ancora fresca. Comunque si è tirata su le maniche e sta lavorando. Capisco benissimo la tua frustrazione e confusione XD Io cerco solo di rendere i personaggi simili agli originali ma reali. Alla prossima e grazie!
Dany Cornwell: Albert ha dovuto stabilire una tregua - o almeno provarci - per la sua stessa sanità mentale. Non può continuare a litigare con Lilian per tutta la vita! Lei ha un doppio fine, è ovvio, ma in qualche modo si sente attratta davvero da lui e comunque finché è in casa non può attuare il suo piano. La povera Candy non può fare nulla per lui. Grazie a te per seguirmi!
Mary Silenciosa: Candy ha trovato in Jean un supporto, peccato che lui se ne stia andando. Albert non riesce a essere totalmente cattivo e Lilian cerca una breccia per approfittarne, ma lui non è così ingenuo...
Eydie Chon: In effetti Lilian potrebbe abbassare la guardia, ora che è più fragile. Lo farà?
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Dubbi
Albert versò due dita di whisky in ogni bicchiere e ne porse uno a Georges, che sedeva sulla poltrona con le gambe accavallate. Sedette a sua volta sul divano lì a fianco e lo guardò: "Ebbene, cosa ne pensi?".
L'uomo fece girare il liquido ambrato nel bicchiere con un movimento leggero del polso, osservandolo come se potesse aiutarlo a formulare una risposta. "Le dirò, signor William... da un certo punto di vista è persino uno scenario plausibile".
Quella risposta lo fece bloccare nell'atto di prendere il primo sorso, il bicchiere appena poggiato sulle labbra. "Plausibile?". Non sapeva se fosse più strano sentirsi chiamare signor William, ora che era sposato, oppure che Georges considerasse normale che Margaret Rousseau fosse l'amante di suo cugino.
"Se riflettiamo bene sulla situazione, cosa abbiamo? Una donna che rimane sola nel fiore degli anni con una bambina piccola e l'unico che si occupa di loro è un cugino che fa anche il medico. Non è neanche così desueto che una coppia di cugini decida di legarsi. La domanda che dobbiamo porci è: tutto ciò è utile alla nostra causa?".
D'improvviso, Albert vide in Georges e nel suo contegno la freddezza che stava caratterizzando lui stesso, quasi fosse davanti a uno specchio. "No, probabilmente no", disse asciutto, bevendo il whisky in un colpo solo e sentendo ardere la gola. Guardò il bicchiere, stralunato: cosa stava diventando? O meglio, cosa era diventato? Era davvero giustificabile ridursi così per aver perso Candy? La sofferenza era un motivo valido per continuare a puntare i piedi come un bambino insoddisfatto?
Si alzò in piedi, dando le spalle a Georges e guardando fuori dalla finestra: la pioggia del giorno prima pareva solo un ricordo. Il sole era tornato a splendere, creando giochi di luce incredibili tra le fronde degli alberi.
"Mi arrendo, Georges. Voglio solo dare un futuro a questa creatura innocente e fare in modo che la zia... viva serena gli anni che le restano". Quella era la parte più dolorosa, anche perché temeva di aver fatto una previsione fin troppo ottimistica parlando di anni.
"Ma, William, vuol dire che...".
"Sono stanco, Georges, fin dall'inizio ci siamo resi conto che non avevamo nulla a cui aggrapparci per dimostrare la mia innocenza, se non sensazioni o meri ragionamenti. Che Lilian abbia approfittato della situazione o meno è irrilevante: suo zio è un medico ineccepibile che non potrebbe mai averle fornito droghe di alcun genere. Quando Lilian mi ha confessato che era l'amante di sua madre sono rimasto sconvolto, lo ammetto. Ma, alla fine, è un crimine innamorarsi?".
"William...".
"Lo hai detto tu stesso con calma serafica: tutto è plausibile e non aggiunge molto di più a quello che già sappiamo".
"Non volevo certo interrompere le ricerche! In linea teorica, proprio il fatto che Margaret e Frank Stevenson siano innamorati potrebbe indicare lui come coinvolto nella faccenda. Magari non si tratta di una vera e propria droga, ma di una sostanza che reagisce con l'alcool e...".
"Non ci credi neanche tu", osservò alzando un sopracciglio e notando che Georges sembrava inciampare sulle parole. Lui, che sapeva sempre cosa dire e non perdeva mai la compostezza. "Ci stiamo arrampicando sugli specchi, questa è la verità. Avremo una risposta più chiara quando questo bambino nascerà, non prima".
Georges rilassò le spalle e si accigliò, recuperando in apparenza tutta la compostezza: "Cosa intende fare, quindi? Interrompere ogni indagine?".
"Per ora sì, non ha senso continuare: Lilian è qui a casa con me e non la manderò comunque in giro da sola. Eviterò anche di viaggiare e per questo mi serve il tuo supporto. Penseranno tutti che io sia un marito devoto che attende la nascita del suo primo figlio". Si avvicinò al mobile bar, riflettendo se versarsi altro whisky o rinunciare. Vi posò il bicchiere vuoto e sedette di nuovo al suo posto.
"Signor William, non sarò certo io a intromettermi in una questione tanto personale e delicata, ma è certo di potersi fidare della signora? Mi perdoni se glielo chiedo, però non so se sia prudente abbassare la guardia". Sembrava quasi preoccupato e gli regalò un leggero sorriso.
"Grazie, Georges, apprezzo molto che ti preoccupi per me, ma non devi. Se avessi abbassato la guardia l'avrei lasciata libera di fare ciò che desidera, invece le ho dato delle regole se vuole uscire e le ho spiegato che deve rivolgersi alla servitù in un certo modo. Non voglio certo giustificarla, ma la morte del padre e il tradimento di sua madre e di suo zio devono averla sconvolta più di quanto ci aspettavamo, forse è per questo che... cosa c'è?".
Il volto di Georges stava diventando di pietra ed era contratto in un cipiglio così profondo che sembrava attraversato da pensieri gravosi. Posò con gesti lenti il bicchiere sul tavolino davanti a loro e intrecciò le mani sulle ginocchia, guardando il pavimento. "Io sto osservando tutto dall'esterno, ma proprio per questo forse riesco ad avere una visione più distaccata: posso permettermi di darle il mio modesto parere?".
"Certo".
L'uomo prese un profondo sospiro e chiuse gli occhi: "Io credo che quella donna... beh, so che è sua moglie e deve scusarmi... ma credo che sia molto pericolosa. Anche più di quanto immaginiamo".
Albert fece una smorfia: "Georges, sarò più giovane di te, ma non sono nato ieri. Sono stato io a fare in modo che i Lagan spostassero i loro affari in Florida".
"Non mi riferisco al tipo di atteggiamento che caratterizza i signorini Lagan: e non dimentichi che io ero qui quando la signorina Candy era una ragazzina e viveva con loro. Mi riferisco a tutt'altro tipo di pericolosità".
Albert restrinse le palpebre: "Parli del fatto che Lilian sia una donna manipolatrice che cerca di veicolare i sentimenti delle persone a suo vantaggio? Neanche io ci sono cascato, ma stavolta la sua sofferenza mi è sembrata genuina: anche se la conosco da poco tempo, riesco a capire quando finge e quando soffre davvero. E nel momento in cui mi ha confessato di aver da poco scoperto che sua madre tradisce da sempre la memoria di Alain Rousseau...".
"È esattamente quello a cui mi riferisco, William!". Georges dovette leggere nel suo volto lo stupore, perché sembrò imbarazzato da quella perdita di controllo. Si schiarì la voce e proseguì in tono più pacato: "Lilian Rousseau mi ha sempre dato l'impressione di una donna che avesse un obiettivo ben preciso e, se per perseguirlo deve usare le persone che le stanno accanto, non esita a farlo. Ora, ammettiamo anche che la perdita del padre da piccola l'abbia segnata. Ammettiamo che abbia scoperto solo di recente che la madre lo tradiva anche allora con suo cugino: perché venire a dirlo a lei?".
Albert si sentì preso in contropiede, ma rispose ciò che pensava davvero dopo un attimo di riflessione: "Immagino che sia stato perché le avevo appena detto che dovevamo stabilire una tregua per poter vivere in maniera serena. Con tutta probabilità è stata lei ad abbassare la guardia e a confidarsi, dopotutto non riesce davvero a mangiare da giorni e...".
"Ha mai visto dei serpenti, in Africa? O allo zoo?".
Albert pensò di non aver sentito bene: "Cosa?!". Mentre lo chiedeva e ascoltava la risposta di Georges, però, capì subito dove volesse andare a parare e si domandò chi fosse il più paranoico tra i due.
"Un rettile, specie se di grandi dimensioni, attende la sua preda e la attacca solo quando è abbastanza vicina da poter affondare i denti e trasferire il veleno. Non si lasci intenerire da sua moglie più del dovuto, signor William. Anche se non l'ha drogata non si comporta in maniera trasparente: è come se nascondesse sempre qualcosa di oscuro dentro di sé e non parlo solo dei segreti della sua infanzia".
Albert si passò una mano tra i capelli, sospirando: "Non so più cosa pensare, Georges. Certo, non posso dire che sembri aver sviluppato un forte istinto materno, ma vederla in quel letto, pallida e malata dopo che ha perso i sensi per aver sentito nominare suo padre...".
Il suo amico e braccio destro si alzò e gli pose una mano sulla spalla: ultimamente i suoi gesti di affetto erano aumentati, quasi tentasse di fargli sentire di più la sua vicinanza in un momento tanto delicato: "Lei è molto buono, proprio come William senior. E so che è tutt'altro che ingenuo. Tuttavia, non riesco a smettere di stare in pensiero...".
Albert si alzò per fronteggiarlo e ricambiò il gesto ponendogli le mani sulle spalle: "Ti ho fatto preoccupare molto, in passato, e sto continuando a farlo. Mi dispiace per questo, ma ti assicuro che so badare a me stesso. Terrò la guardia alta e, se quando il bambino nascerà avrò anche il minimo sentore che possa non essere mio... ricominceremo a indagare".
Georges annuì e prese la cartellina con i documenti da portare in banca il giorno successivo: "Le auguro una buona serata, signor William", si congedò sulla porta dello studio.
Vedendolo andare via, Albert non poté fare a meno di provare un profondo senso di gratitudine per quell'uomo che aveva dedicato l'intera vita agli Ardlay. Si ritrovò a sperare che un giorno potesse anche lui trovare la propria felicità, come meritava. Ma sapeva che in quel frangente erano molto simili: Georges non avrebbe più incontrato un'altra Rosemary, anche se glielo augurava di cuore. E lui non avrebbe più trovato un'altra Candy.
Il suo destino, almeno per il momento, era segnato.
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Devo ucciderlo. Non importa quanto si sia rivelato comprensivo. Non è il momento di farsi prendere dai sentimentalismi.
Lilian non sapeva se fosse per colpa della gravidanza, ma si sentiva spezzata in due: da un lato c'era il desiderio sempre più pressante di rivedere Ethan e non solo per trovare insieme a lui una strategia che funzionasse; dall'altro, la voglia ardente di essere amata e accettata per non sentirsi più una sorta di peso.
Devo essere sincera almeno con me stessa...
Mentre si spazzolava i lunghi capelli castani, Lilian osservò il proprio corpo stretto nel corsetto. A breve non avrebbe più potuto metterlo, le dava troppo fastidio. Eppure, anche se le sue forme stavano cambiando soprattutto all'altezza del ventre, credeva di essere abbastanza voluttuosa e provocante da poter suscitare il desiderio di un uomo: perché con William non funzionava?
E come mai a me interessa tanto sedurlo? È solo per abbassare le sue difese o anche perché mi piace?
Posò la spazzola sul piano della specchiera e afferrò il profumo: stava per spruzzarlo sul collo, quando ci ripensò. Non avrebbe funzionato, lui era stato chiaro. Non sarebbe bastato aprirgli il suo cuore ed esporsi come aveva fatto confessandogli del tradimento di sua madre. Le era costato molto sia nascondere qualcosa di ben più grave, che le tornava in mente come un ricordo vago, che aprirsi fino a quel punto.
Ma sembrava aver aperto una lieve breccia in lui.
Quando lo aveva visto quasi dispiaciuto per il suo malore, che tentava di spiegarle come voleva che stabilissero una tregua, Lilian aveva capito che poteva forzare un po' la mano e usare quello spazio per intrufolarsi un poco nel suo cuore.
Gli aveva fatto credere che il suo interesse esclusivo per il bambino la ferisse
non è forse così, in parte?
e si era confidata con lui riguardo sua madre. Di sicuro, in quel modo gli sarebbe apparsa ancora più vulnerabile e vittima d'ingiustizia.
William non aveva fatto marcia indietro sulle sue uscite da sola, non ancora. Ma perlomeno cercava di essere più gentile con lei. Magari bastava insistere solo un altro po', fargli vedere dove andava a fare volontariato e convincerlo che non aveva bisogno della sua compagnia ogni volta.
Valutò se chiamare la sua cameriera per infilare il vestito, ma decise di farlo da sola, visto che ne aveva uno abbastanza largo da non doverlo nemmeno sbottonare. Prima, però, si adoperò a slacciare il corsetto: no, decisamente non poteva più sopportarlo. Indossare l'abito senza di esso le avrebbe dato anche un vantaggio in più nel caso in cui...
Sono nuda nel letto di William, mi accorgo da come arrossisce e si copre che non gli sono indifferente... ma lui fugge quasi subito con la scusa di una doccia.
Non aveva tempo per le titubanze, doveva giocare tutte le sue carte, sperando solo che lui non notasse che il rigonfiamento del suo ventre era già molto pronunciato. Riprese in mano il profumo e lo spruzzò sul collo e poco sopra il seno prima di indossare, in un gesto fluido, il vestito color rosa antico che metteva in risalto il décolleté e cadeva morbido in vita. Lasciò i capelli sciolti tirandoli solo indietro con un fiocco e decise che la semplicità sarebbe stata sua complice.
Se fosse riuscita a far cadere William ai suoi piedi avrebbe potuto rivedere presto Ethan e il suo amore le avrebbe riempito di nuovo il cuore, la vita e il corpo. Lui era il suo unico obiettivo e per averlo doveva passare per un marito che doveva solo conquistare.
Poi, come una vera e propria mantide religiosa, lo avrebbe fagocitato: sarebbe stato piacevole e lei non avrebbe vacillato. Bastava non guardarlo negli occhi e concentrarsi sull'unico uomo che amasse.
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Candy cullò tra le braccia il neonato, avvolto da una copertina bianca che gli avevano donato le infermiere del reparto. Sul capo aveva una lieve peluria scura, ma ancora non era riuscita a capire bene di che colore fossero gli occhi: non solo perché li teneva quasi sempre chiusi, persino mentre poppava, ma anche perché, come tutti i neonati, ancora non aveva acquisito una tonalità definitiva. Se avesse dovuto descriverli, avrebbe detto che erano di una sfumatura tra il grigio e l'indaco. La donna che l'aveva dato alla luce era bionda, quindi doveva aver ereditato quei tratti dal padre.
Il piccolo emise un vagito e fu come se l'avesse ridestata da un sogno: si stava affezionando troppo a quel bambino e più di una volta le aveva attraversato la mente l'idea di adottarlo. Lei, una donna giovane e single che lavorava come infermiera con turni che potevano arrivare anche a dodici ore al giorno.
Mentre lo adagiava nella culla assieme ad altri bambini dell'area dedicata a nido, Candy capì che quello era il suo estremo tentativo di trovare un motivo per andare avanti, ma non poteva farlo a spese di un innocente. Sapeva che l'ospedale si stava muovendo per cercare dei genitori, se il padre non l'avesse rivendicato a breve, e si meritava una coppia che potesse allevarlo avendo anche una stabilità economica.
Non bastava una donna distrutta che desiderava dare amore e riceverne.
Lottando contro i propri sentimenti e persino contro un istinto materno che forse non avrebbe mai soddisfatto, Candy richiuse la porta per tornare in corsia e ripensò alle parole di Jean, la sera in cui era andato a salutarla.
"Neanche io sono pronto a innamorarmi di nuovo, Candy, ma non voglio pensare che rimarrò tutta la vita ancorato al ricordo di Beverly. Se lei tornasse domani non esiterei un attimo a sposarla. Ma se così non fosse... beh, non ho intenzione di restare solo. Voglio una famiglia, dei figli, voglio poter lavorare per loro e mi piacerebbe costruirmi una casetta in riva al mare. Mi piace immaginare che, un giorno, tutto questo accadrà: in Norvegia, in Scozia o qui nella mia terra natale".
Candy era rimasta in silenzio, tenendo la propria tazza di caffè con due mani, trovando conforto nel profumo forte e corroborante. Aveva capito cosa volesse comunicarle il ragazzo, ma era anche sicura che non avesse ben compreso che tipo di rapporto la legava ad Albert, nonostante lo sfogo di poco prima.
"Sei giovane e bella, perdonami se mi permetto di dirtelo in maniera così schietta. Non meriti di essere infelice. Sono certo che, da qualche parte, esiste un uomo che ti apprezzerà come ha fatto il tuo Albert".
Albert non mi apprezzava soltanto: Albert avrebbe ipotecato la sua stessa felicità per me. Mi ha persino mandata tra le braccia di un altro uomo pur di vedermi sorridere, prima di capire che non era più lui quello che volevo. Invece, ora siamo infelici entrambi.
Aprì l'armadietto dei medicinali e iniziò a cercare ciò che le serviva per le medicazioni del paziente con la ferita al braccio. Alcool per disinfettare. Ovatta per ripulire. Bende per coprire la ferita.
Albert aveva evitato che le ferite della morte di Anthony e dell'abbandono di Terence s'infettassero, l'aveva accolta nel proprio abbraccio eliminando le tracce di sofferenza nel suo cuore e l'aveva medicata con la sua dedizione, i suoi sorrisi, la sua estrema dolcezza.
Per quanto mi sforzi di curare le ferite degli altri, questo non servirà a sanare le mie. Continueranno a sanguinare per tutta la vita.
Aveva lasciato andare Jean con un sorriso, ringraziandolo per le sue parole e per essere andato a trovarla. Gli aveva augurato con sincerità di essere felice e di tornare, quando avesse fatto rientro in Francia. Eppure, nel momento in cui era andato via e lo aveva visto salire in auto dalla finestra, Candy avvertì un forte presentimento e ne fu quasi spaventata.
Non le capitava da quando era morto Anthony, ma allora vedere i petali delle rose vorticare nel vento era stato un segnale inquietante che l'aveva scossa.
Uscendo dalla stanza, Candy fu di nuovo pervasa da quella sensazione sgradevole: una parte di sé, non sapeva come, era certa che non avrebbe più rivisto Jean. E che non avrebbe messo radici in quella cittadina.
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Lilian gli si stava appoggiando al braccio e Albert lo tollerava a malapena: ma, dopo il pomeriggio impegnativo che avevano passato all'orfanotrofio, era sicuro che fosse molto stanca. In effetti, stava sbadigliando e gli occhi erano socchiusi.
"Coraggio, manca poco", le disse guardando fuori dal finestrino per scorgere il quartiere residenziale che scorreva con le sue case e il suo caos per lasciare posto alla calma e al verde. Non gli dispiaceva quella piccola villa in periferia e se non fosse stato per quel matrimonio, forse non ci sarebbe più tornato o l'avrebbe venduta.
"Mi si chiudono gli occhi", disse lei languida, stringendolo più forte.
"Siamo quasi arrivati", ribadì. "John, potresti accelerare un po'?".
"Certo, signore".
Non voleva che lei si addormentasse, perché avrebbe significato doverla portare in braccio fino alla sua stanza e non voleva affatto trovarsi in quella situazione. Sapeva che Georges aveva ragione, ma che poteva fare, in una situazione come quella? Lilian era una donna incinta, dedita alla beneficenza e con una salute che sembrava cagionevole. Poteva fingere di stare male, ma non di non avere appetito: nessuno si sarebbe lasciato morire di fame per i propri scopi, specie nelle sue condizioni.
Giunti al vialetto di casa, Albert la scostò un po' da sé, ma dal peso del suo corpo contro il proprio, capì che era caduta in un sonno profondo. L'autista parcheggiò e andò ad aprire la loro portiera, in attesa. Una parte di lui, quella che era prevalsa fino a qualche giorno prima, voleva solo scuoterla e darle dei colpetti sulla guancia fino a che non si fosse svegliata e avesse camminato sulle proprie gambe; l'altra, quella che manteneva le vestigia del vecchio Albert, ebbe pietà di una donna incinta che pareva sfinita e si predispose, con un sospiro rassegnato, a prenderla semplicemente tra le braccia come nel giorno del loro matrimonio per portarla nella sua stanza.
John si premurò di aprirgli la porta principale e, quando comparvero il maggiordomo e la cameriera sulla soglia, scosse la testa intenzionato a salire le scale. Agli occhi della servitù, di certo era sempre un marito premuroso e amorevole.
Mentre saliva, ripensava alle ore appena trascorse.
"Signor Ardlay, che piacere averla qui con la signora! Accomodatevi!".
"Vorrei vedere i bambini, pensa che sia possibile?".
Il viso perplesso della donna, che non doveva essere molto più grande di lui, gli comunicò quanto i suoi sospetti fossero fondati: non erano abituati a richieste simili.
Lilian si affrettò a insistere e la titolare non fece altro che portarli in un'area comune molto modesta ma pulita, dove i piccoli si divertivano con alcuni giocattoli come fossero in una classica scuola infantile. A una breve scorsa, si rese che erano tutti in buona salute e relativamente felici.
Il cuore gli si strinse e, come fosse la cosa più naturale del mondo, si avvicinò a loro come aveva fatto innumerevoli volte con i piccoli della Casa di Pony. I loro occhi lo fissarono quasi intimoriti e lui regalò loro un largo sorriso, scrutando con la coda dell'occhio Lilian. Sembrava tesa e concentrata, intenta a emulare i suoi gesti.
No, Lilian non aveva mai incontrato quei bambini, ora ne aveva la certezza. Né pensava lo avesse mai fatto nemmeno con quelli degli altri orfanotrofi di Chicago dove l'avevano vista recarsi prima che la sposasse.
Arrivato nella stanza, la depose sul letto e riprese fiato accasciandosi su una poltrona: Lilian non era molto pesante, per essere una donna adulta incinta, e questo era ulteriore motivo di allarme per lui. Il tradimento di sua madre l'aveva consumata a tal punto? O era solo la gravidanza a chiuderle lo stomaco? Se non avesse cominciato a mangiare di più, avrebbe dovuto consultare di nuovo suo zio e non era certo che lei lo volesse, a quel punto.
"William...", si lamentò nel sonno. Girò il capo e cominciò a risvegliarsi.
"Che hai, ti senti male?". Albert non fece cenno di muoversi, ma il corpo si tese e i sensi furono subito in allerta.
"Mi stringe... il vestito è troppo stretto".
Senza indugi, si alzò dalla poltrona: "Vado a chiamare Molly".
"No, ti prego! Aiutami tu, mi sento soffocare...". Si era seduta sul letto e aveva portato una mano al petto, l'altra dietro la schiena come se tentasse di slacciare da sola i bottoni.
Albert la osservò: l'abito non sembrava affatto stretto, tuttavia lei pareva davvero in difficoltà. O era diventata più brava a recitare, oppure avvertiva sul serio il malessere.
"Lilian...".
Volse su di lui uno sguardo supplichevole e, di nuovo, pensò al bambino. Lentamente, sedette sul letto ripiegando una gamba sotto l'altra ancora poggiata a terra, come se volesse rimanere pronto a rialzarsi e portò le dita ai piccoli bottoni sulla schiena di lei. In effetti, sembravano irraggiungibili per chi indossava il vestito.
Ebbe appena il tempo di accorgersi che il tessuto era abbastanza leggero ed elastico da permetterle di sfilarlo senza neanche toccarli, quei maledetti bottoni, che se la ritrovò avvinghiata al torace. Si era voltata di scatto
come un serpente pronto ad attaccare la preda
e aveva il viso proteso verso il suo, nel chiaro tentativo di baciarlo. Poté sentire il suo alito sulle labbra quando parlò: "Ti prego, non mi respingere! Mi rimani solo tu, non ho altro nella vita, persino mia madre e mio zio mi hanno sempre presa in giro!".
Era così sconvolto da quella supplica improvvisa che rimase pietrificato, mentre le mani di lei gli sfioravano le guance e gli scendevano sul petto, in una carezza esigente.
"Ti ho già...".
"Fai l'amore con me, William, ti darò tutto ciò che vuoi. Sii mio marito nel vero senso della parola. Io ti amo".
"Sì che ti amo. Certo che ti amo!".
Candy lo amava e glielo aveva gridato, quasi non si capacitasse del fatto che avesse bisogno di sentirselo dire. Era così ovvio! Lo era da sempre.
La mano di Lilian lo raggiunse dove non avrebbe mai voluto che arrivasse e fu come ricevere una scossa elettrica. Sussultò e lei dovette interpretare la sua reazione come reale eccitazione, perché tentò di spingerlo sul letto come se volesse che si sdraiasse.
Ma lui non glielo permise.
"Non ti permetterò di giocare di nuovo con me, Lilian. Non sono il tuo oggetto di piacere". La bloccò per i polsi, tentando di contenere la rabbia e di misurare la forza e si allontanò, alzandosi finalmente da lì.
Il viso sconvolto della donna, stavolta, non lo intenerì.
"Ci riesci solo con lei, non è vero? Soltanto Candy accende il fuoco della tua passione, non è così?!".
"Non osare nominarla, ti ho detto!". Suo malgrado, la voce si alzò di un'ottava e si costrinse ad abbassarla. Ogni suo buon proposito era stato spazzato via. "Ti ho già spiegato che non intendo toccarti e non saranno un abito che riesci a togliere benissimo da sola o una generosa dose di profumo a farmi cambiare idea. Mi pareva che avessimo già affrontato questo discorso".
Lilian lo guardò, ansimando, e gli occhi le si riempirono di lacrime.
Dannazione!
"Sei un bastardo", sussurrò così piano che credette di aver capito male.
Albert tentò di superare lo stupore e di dominare l'ira, ma si sentiva di nuovo come se fossero al punto di partenza. "Nonostante tutto, non credevo che potessi avere un vocabolario tanto sconveniente. Sei una signora, ricordalo, e porti il mio cognome".
Lei parve non averlo udito e sembrava assorta in pensieri remoti. "Quella notte... quella notte pensavi che io fossi lei, William? Tutte quelle belle parole le stavi dicendo alla tua Candy, non è così?!", gridò.
"Sogni d'oro, William".
Albert si portò una mano al capo, cercando di orientarsi nella nebbia di quel ricordo. Uno dei primi che gli avesse restituito la memoria.
Cercò di scorgere la menzogna nel volto contratto dal dolore di Lilian e, dannazione, non la trovò: vide solo una donna delusa e ferita che era stata sedotta ed era rimasta incinta. Che si era innamorata di lui e aveva ceduto. E che ora si sentiva respinta.
Lei non è una santa, ma forse io sono davvero un verme.
Non avendo più il coraggio di dire altro, ma neanche di recuperare una relazione che non era mai iniziata veramente, Albert si allontanò fino alla porta e mise la mano sul pomello.
"Vigliacco!", urlò di nuovo lei.
Sì, forse è così. Ma ora ho bisogno di mettere spazio tra me e te, di stare solo.
"Mi dispiace, Lilian. Non posso offrirti più di questo. Ti prego, riposa. Ti farò portare la cena quando sarai sveglia".
Lilian nascose il viso fra le mani, singhiozzando miseramente, e Albert poté solo uscire in corridoio, una mano poggiata alla fronte: la testa gli stava scoppiando. Chi avrebbe dovuto chiamare? Sua madre, che non le era più complice ma nemica? Il dottor Stevenson, che era parte del problema? Lilian aveva delle amiche con cui confidarsi?
Albert raddrizzò le spalle e cominciò a camminare verso le scale. Avrebbe avvisato Molly di bussare con discrezione alla sua porta per vedere come stesse e aiutarla a fare un bagno, se avesse desiderato. E avrebbe anche valutato la possibilità di far chiamare la cameriera di casa Rousseau, con la quale doveva avere più confidenza: in parte era un rischio, perché poteva sfogarsi con lei e dire persino cose personali e compromettenti.
Un matrimonio non consumato, quindi presumibilmente nullo. A meno che quel figlio non sia mio...
Era confuso, non si era mai ritrovato in una situazione simile con una donna. In realtà, quando subodorava che una donna volesse avvicinarlo, restava sempre prudente a causa della sua posizione e, in maniera più prosaica, non si era mai innamorato al punto da farle invadere il suo spazio personale.
C'era stato qualche bacio, caste carezze ai tempi dell'università... ma nulla di più. Le responsabilità cui era sempre stato sottoposto schiacciavano ogni parvenza di trasporto potesse provare. E poi aveva incontrato una Candy adolescente e il suo cuore da quel momento era rimasto occupato.
Ora, invece, si ritrovava a scendere con deliberata lentezza le scale di casa propria cercando di decidere il da farsi: era sposato con una donna che forse lo aveva incastrato e per la quale non provava la minima attrazione. Anzi, pur provando una qualche forma di empatia verso di lei e dell'affetto sincero per il bambino che portava in grembo, c'era una sorta di repulsione che sembrava quasi avvisarlo di un pericolo.
Un serpente... pronto ad attaccare la preda prima di rilasciare il suo veleno... lo champagne che aveva bevuto al ballo...
"Quella notte pensavi che io fossi lei, William? Tutte quelle belle parole le stavi dicendo alla tua Candy, non è così?!".
Lilian lo aveva davvero incastrato? O si era incastrato da solo?
