Rimase ferma per qualche istante, senza nemmeno respirare, poi si lasciò sfuggire un urlo di rabbia e sbatté la mano contro il muro.

«Stronza» latrò, ma non sapeva a chi si stesse riferendo, se a se stessa o a Regina. Rimase in bagno per riprendersi senza rischiare di essere vista mentre tratteneva lacrime di rabbia e dolore. Quando riuscì a calmarsi, mezz'ora dopo, tornò alla scrivania.

Prese il cellulare e le inviò un messaggio.

"Mi dispiace, non avrei dovuto risponderti così. Dove sei? Dobbiamo ancora parlare"

Si rifugiò nel suo ufficio, arrabbiata e delusa. Arrabbiata con se stessa, con Emma, ma soprattutto con se stessa. Emma aveva ragione, lei era stata una stronza, lei aveva intrapreso una relazione clandestina, lei aveva mentito, lei aveva ingannato.

«Non sono cambiata affatto» sussurrò accasciandosi sulla sedia dietro alla scrivania. Chiuse gli occhi esalando un sospiro tremulo. Ma non riuscì a stare ferma per più di un secondo, così si rialzò con uno scatto e prese a camminare nervosamente nell'ufficio, i tacchi che risuonavano come spari. Il suo petto assomigliava pericolosamente al cuore di un vulcano, materia rovente in un tumulto che preannunciava un'esplosione.

In un secondo di ritrovò al confine della città, viticci di magia violacea che si aggrappavano alla foschia che risaliva dal sottobosco ai lati della strada. Forse doveva solo andare via, dimenticare tutto, Emma, Robin... Henry. Come avrebbe fatto con lui?

Un passo verso il confine.

Henry sarebbe stato meglio senza di lei.

Tutti sarebbero stati meglio senza di lei.

Poi il suo cellulare emise un singolo trillo. Un messaggio.

Nessuno le inviava mai messaggi, tranne lei. Quella consapevolezza sembrò toglierle ogni forza, la lasciò lì, a fronteggiare esausta il confine invisibile di Storybrooke.

Prese il cellulare e osservò per svariati secondi le lettere sullo schermo, incapaci di decifrarle, come fossero scritte in una lingua a lei sconosciuta. Poi sbatté le palpebre e le parole presero una forma comprensibile, finalmente. Digitò in fretta sullo schermo per rispondere allo Sceriffo.

"Hai fatto bene, era quello che pensavi."

La risposta arrivò pochi attimi dopo.

"Mi hai accusato di aver fatto sesso con un uomo. Questo è quello che pensi tu di me"

Regina fissò lo schermo, gli occhi che tornavano ad appesantirsi di lacrime.

"Non abbiamo altro da dirci a questo punto."

Emma strinse il cellulare tra le dita, gli occhi di nuovo pieni di lacrime. Lesse e rilesse l'ultimo messaggio di Regina. Non le aveva lasciato uno spiraglio, una speranza, niente.

"Spero che sarai felice col tuo Vero Amore" scrisse mentre le sfuggiva un singhiozzo. Con sua sorpresa, il cellulare vibrò un attimo dopo. Sbatté convulsamente le palpebre per poter leggere il messaggio di Regina… ma non era ciò che sperava.

"È quello che spero per te"

«Idiota» sussurrò rabbiosamente. E poi scrisse: "io non avrò mai più questa fortuna"

Bloccò lo schermo e collassò sulla scrivania in un pianto convulso.

Entrò David in quel momento.

«Emma che succede?» chiese, allarmato, accorrendo da lei.

Lei non riuscì a rispondergli e l'uomo si rassegnò ad abbracciarla e basta. David rimase in silenzio, e Emma si lasciò confortare dall'abbraccio del padre.

Il cellulare iniziò a vibrare sulla scrivania al ritmo del tema di apertura di Harry Potter.

Emma sussultò e guardò il telefono. Quando vide che era Henry si rasserenò e spaventò in una frazione di secondo. Si schiarì la voce prima di rispondergli.

«Che succede ragazzino?»

«Emma, ciao... sai dov'è la mamma? L'ho chiamata un sacco di volte, di solito mi risponde sempre... Sono tornato a casa ma non c'era ed è strano, è sempre a casa quando torno, o mi avverte se fa tardi...»

Emma scattò in piedi facendo barcollare David.

«La cerco io, sta' tranquillo. Tu resta a casa, okay?»

«È successo qualcosa? Ha litigato con Robin?»

Emma trattenne un gemito tra i denti serrati. Odiava quel nome, le suonava come una lama che scorreva su un dente.

«Non lo so, ma non ti preoccupare, la troverò.»

«Va bene» acconsentì lui, anche se era chiaro che fosse ancora preoccupato.

Emma chiuse la chiamata e guardò David.

«Vai da Henry, è da solo a casa. Devo trovare Regina.»

«Vado, ma dopo mi dici cosa è successo.»

Emma aprì l'app Trova il mio iPhone dal cellulare e cercò quello di Regina.

«Sì, okay, ora però...»

«Vado, sì» disse David prima di correre fuori dall'ufficio.

Rimase lì ferma per delle ore, osservando quella linea invisibile che la teneva ancorata ad una città che lei aveva creato, che lei aveva desiderato

Odiava quel confine, odiava che la tenesse prigioniera, odiava Emma, odiava se stessa... di nuovo.

Avvertì la magia prima ancora che Emma apparisse, ma rimase ferma, troppo stanca per fare qualsiasi cosa.

«Che cazzo stai facendo?»

Regina non dovette neanche sforzarsi per ignorare il fastidio per il linguaggio dello Sceriffo. Sentì solo una fitta di dolore per il tono che Emma aveva usato. Era da tanto che non le parlava così, con tutta quella rabbia nella voce.

«Niente» rispose senza neanche guardarla, non direttamente. Emma sostava al limite del suo campo visivo, sfocata, distante, eppure presente, uno sprazzo di colore tra i toni scuri della foresta, così come era presente nella sua vita, ai margini, sfocata, eppure indelebile.

Emma rimase in silenzio. Guardò il confine. E rimase a guardarlo, le spalle curve.

«Non voglio litigare ancora, quindi vattene» disse Regina.

Ma lei rimase a fissare la strada che si allungava oltre il confine in silenzio.

«Va bene, me ne vado io.» Regina riuscì finalmente a dare le spalle al confine, e notando le ombre scure sull'asfalto si accorse di quanto fosse tardi. «Maledizione» sibilò. Lanciò un'occhiata a Emma, che continuava a fissare il confine senza muoversi, estraniata da ciò che la circondava. Quella visione la disturbò, c'era qualcosa di inquietante nell'assente intensità con cui lo Sceriffo fissava la strada deserta.

«Devo andare, Henry mi starà aspettando.»

Emma si riscosse di colpo, e Regina trattenne un sospiro di sollievo.

«Sì, mi ha chiamato lui. Era preoccupato» mormorò, lo sguardo che correva ancora fuori da Storybrooke come se un magnete lo attirasse lì. Regina sapeva esattamente il perché, e la sola idea che accadesse era devastante, insopportabile.

«Non lasciarlo per colpa mia» sussurrò, allontanandosi da lei, nonostante si sentisse egoista a dirlo visto quello che aveva quasi fatto.

Emma la guardò come se l'avesse scoperta mentre le rubava una bottiglia di sidro.

«Ehm... no, io...»

«Lo so che lo stai pensando» la interruppe, senza accusarla né con gli occhi, né con la voce. «Non sei stata l'unica» ammise un istante dopo.

Emma impallidì e sembrò sul punto di perdere l'equilibrio.

«Perché?»

Regina non pensò neanche per un istante di mentirle, di inventare scuse. Se si fosse trattato di chiunque altro, lo avrebbe fatto. Ma stava parlando a Emma, e con lei, solo con lei, era completamente se stessa. Per quanto la verità fosse orribile, a volte. Spesso, a dire il vero.

«Sono stanca» ammise perciò con un sospiro che non faceva che confermare la sincerità delle sue parole. «Stanca di fare le scelte sbagliate, stanca di essere sempre la cattiva, stanca di essere quella che tutti vogliono che io sia.»

L'espressione della Salvatrice mutò lentamente, ad ogni parola, divenendo sempre più cupa.

«Potresti essere te stessa e basta.»

Regina rise sommessamente.

«Ci ho provato, e nonostante questo mi è stato detto che sono una poco di buono...»

Un lampo di rabbia oscurò lo sguardo di Emma.

«Tu l'hai detto a me, e senza neanche un cazzo di motivo. E non ci hai provato affatto, o non saremmo in questa situazione.»

«Non sono brava a fidarmi e ho pensato che tu... ma non mi sarei neanche dovuta arrabbiare visto che sto per sposarmi. Sei libera di fare quello che vuoi.»

Emma incassò l'ennesimo colpo, e si spezzò un po' di più. Annuì lentamente e le sfuggì un altro sguardo al confine.

«Lascia stare, è colpa mia che ci ho sperato» sussurrò. Regina scosse la testa.

«Io dovevo interrompere. Io dovevo prendere una decisione. Non prenderti colpe che non hai. Possiamo solo cercare di essere civili per Henry?»

Altri colpi che parvero spezzarle le ossa, se solo il cuore ne avesse avute. Annuì senza guardarla.

«Grazie» sussurrò il Sindaco. «Voglio solo dirti che non ti ho usato. Mai. Non te» disse prima di svanire.

Non trovò né la forza né il tempo di risponderle.