Regina uscì di casa e andò in ufficio a sbrigare quella mezza dozzina di pratiche che si erano accumulate sulla sua scrivania negli ultimi giorni. Tutta quella vicenda l'aveva resa distratta e pigra.
Dopo aver lavorato per un paio d'ore, uscì dall'ufficio e si inoltrò nella foresta, raggiungendo quanto in fretta le consentivano i tacchi l'accampamento di Robin. Lui stava ravvivando il falò al centro del cerchio di tende, con Roland accanto. La vide attraverso le fiamme, e le rivolse subito un sorriso mesto. Si alzò, disse qualcosa al figlio, che rimase seduto su uno dei tronchi abbattuti a tirare piccoli rametti nel fuoco, e le andò incontro.
Non gli diede tempo di aprire bocca.
«Robin... dobbiamo parlare.»
Lui si accigliò.
«Che succede?»
Regina prese l'anello dalla tasca del soprabito e lo mise nella sua mano.
«Non posso sposarti.»
Robin fissò l'anello, il palmo ancora aperto.
«Perché Henry ha detto di no?» Alzò gli occhi azzurri su di lei. «Regina, non puoi fare sul serio!»
«No, è che… non è la cosa giusta» replicò, cercando di domare l'irritazione. Attribuì la sua obiezione al dolore, ma non riuscì a non provare un pizzico di nervosismo: Henry sarebbe stato sempre la sua priorità, Robin avrebbe dovuto saperlo. «Mi dispiace Robin, ma…»
«Ma cosa? Ti sei presa gioco di me!» sbottò l'uomo, un urlo ridotto ad un sussurro rabbioso, probabilmente a beneficio di Roland.
«No! Credevo che potesse funzionare, ma non è così.»
«Perché hai accettato di sposarmi allora?»
«Non è che tu mi abbia dato molta scelta» gli fece notare, e lui trasalì. «Me l'hai chiesto davanti a tutti» spiegò, prima che potesse obiettare. «E poi non so neanche se voglio sposarmi di nuovo...»
La rabbia di Robin sembrò scemare appena.
«Se non vuoi non dobbiamo, ma possiamo restare insieme…»
Regina lo guardò negli occhi. Non voleva ferirlo, ma onestamente tutto ciò a cui stava pensando in quel momento era Emma. Ed era sempre stato così.
«No, non possiamo. Mi dispiace.»
Robin serrò i denti. Gli si gonfiarono di nuovo le vene del collo, scosse la testa distogliendo lo sguardo.
«Sei tu che vuoi essere infelice allora» disse prima di allontanarsi.
Emma si vestì e accompagnò Henry a scuola prima di fermarsi al Granny's. Aveva una voglia incredibile di ciambelle al cioccolato.
Ne prese due e andò in ufficio. David era già lì, con l'aria di chi non aveva dormito molto.
«'giorno. Nottataccia?»
«Neal non fa che piangere» replicò il padre con uno sbadiglio, stropicciandosi la faccia. «Ho dormito forse un'ora e mezzo.»
«Prenditi la giornata.»
«No, non puoi stare qui da sola...»
«Non c'è molto da fare. Puoi andare, tranquillo.»
David alzò lo sguardo arrossato su di lei.
«Tu come stai?»
Emma gli sorrise.
«Benissimo.»
David aggrottò la fronte.
«Be', almeno a te la notte è andata bene…»
Emma arrossì.
«David!»
Il vice-sceriffo scattò in piedi con un'improvvisa esplosione di energia, e le punto un accusatorio indice contro.
«Ah-ah! Allora è vero! Chi è? Rispondi, in nome della legge!»
Emma scoppiò a ridere, anche se l'imbarazzo le infiammava ancora il viso.
«Vaneggi, hai evidentemente bisogno di dormire.»
«Emmaaaa….»
David si avvicinò e la strinse in un abbraccio prima che potesse ribellarsi. «Puoi dirmi tutto, lo sai? Sono tuo padre…»
«Sei un pettegolo.» Lo spinse via, lui glielo lasciò fare. «Sparisci! A letto!»
David sbuffò. Esitò, guardandola di sbieco.
«Voglio solo proteggerti. È per lui che stavi male ieri?»
Emma sentì un'altra fiammata colorarle le gote.
«No!» squittì. David inclinò la testa, e lei distolse lo sguardo. «Sto bene, davvero. E non ho bisogno che tu mi protegga.»
David si avvicinò di nuovo e le lasciò un bacio sulla testa.
«Questo lo so. Ma lasciami sognare.»
Emma gli diede una stretta affettuosa al braccio, il massimo segno d'affetto che riuscisse a dare, per ora, ma tanto bastò a far comparire un gran sorriso sul suo volto stanco.
«Allora vado. Pensi di riuscire a liberarti per una cena, un giorno di questi?»
«Certo.» Emma si mise a smistare le carte sparse sulla sua scrivania. «Ma solo se c'è la torta di mele come dolce.»
Il silenzio che seguì le fece realizzare cosa aveva appena detto. Alzò lo sguardo su David, che la fissava come se le fossero spuntate corna, ali e coda a freccia.
«Lo sai che tua madre non cucina le mele» sussurrò, pallido. Emma sorrise, colpevole.
«Era una battuta.»
«Pessima.»
L'ufficio dello sceriffo era ridotto al solito caos, quello che solo Emma Swan poteva creare. Fogli sparsi ovunque, freccette abbandonate a terra sotto al bersaglio appeso alla parete, sedie spostate da scrivanie vuote, involucri di merendine accartocciati che giacevano accanto al secchio di plastica nera, abbandonati al loro destino di canestri falliti.
Regina ostentava il suo disappunto per tutto ciò da anni. Ed era vero che aborriva il disordine, verissimo. Tuttavia, quel particolare tipo di confusione indicava la presenza di Emma, e quindi, nel profondo, in segreto, lo adorava.
«Miss Swan» esordì, facendo sobbalzare Emma sulla sedia. Represse un sorriso compiaciuto. «Il tuo ufficio è un letamaio. La tua mancanza di professionalità è deprimente.»
Emma alzò gli occhi dal rapporto che stava stilando. Le sorrise, nervosa, agitata.
«Ciao.» Si alzò e si avvicinò, ignorando platealmente il suo rimprovero. «Com'è andata?»
A quel punto anche Regina rilassò un po' la schiena e abbandonò quell'atteggiamento, mostrandole ciò che provava davvero. Non che Emma non lo avrebbe capito comunque.
«Non lo so» sospirò. «Era arrabbiato e mi ha detto che voglio essere infelice, ma credo che sia stata una reazione normale, tutto considerato.»
Emma le si accostò e le accarezzò il viso.
«Mi dispiace» disse prima di sporgersi per baciarla. Regina chiuse gli occhi, abbandonandosi alle sue labbra finché la sua mente irrequieta non le ricordò delle nausee mattutine di Emma. Si staccò da lei, cercando il suo sguardo.
«Tu sei stata ancora male?»
«No, è stato solo quella volta. Ho già chiamato Whale, dice che è meglio fare un test per le intolleranze.»
«Andiamo allora.»
Emma lanciò un'ultima occhiata a Leroy, che dormiva beato nella sua cella, poi si infilò la giacca e uscì dall'ufficio con lei.
Emma doveva aver avvisato Whale che ci sarebbe stata anche lei, perché altrimenti dubitava che le avrebbe aspettate all'ingresso, con quel sorriso ebete sulla faccia.
«Siete venute insieme? Che carine!»
Regina lo incenerì con lo sguardo.
«Non farmi venire la voglia di strapparti il cuore, sempre che tu ne abbia uno.»
Il sorriso del medico non si affievolì, ma si portò una mano al petto.
«Così mi ferisci.» Voltò loro le spalle e camminò dritto verso una sala, costringendole ad un passo rapido per stargli dietro. «Vieni Emma, vediamo cosa non puoi più mangiare.»
Emma si incupì.
«Credo di odiarlo» mugugnò mentre lo seguiva con la schiena curva.
«Io ne sono sicura.»
Whale si prese più tempo del necessario per fare dei ridicoli test allergici, e fece decisamente troppe insinuazioni e battute. I suoi risultati, come sempre, furono inconcludenti.
«Mi pare strano. Stress?»
Regina spostò lo sguardo su Emma, mentre la sensazione di disagio che provava da quando Emma aveva vomitato la prima volta si intensificava.
Emma si strinse nelle spalle, lanciò un'occhiata a Regina.
«Forse un po', ultimamente...»
Whale sorrise.
«E allora potete pure andarvene tranquille a fare le vostre cose a casa, così ti rilassi.»
«Perché sei ancora vivo?» sospirò Regina. «Non c'è altro che puoi controllare?»
Whale inarcò le sopracciglia. Guardò Emma.
«A meno che tu non sia incinta...»
«È impossibile» lo interruppe Emma. «Non ho avuto rapporti con uomini negli ultimi... anni.» Arrossì appena nel dirlo. Whale sorrise di nuovo.
«Già, si vede.»
Emma spalancò gli occhi.
«Che vorresti dire?!»
Regina si schiarì la voce. Si domandò se un chirurgo potesse praticare la professione anche da muto, per un non tanto breve momento.
«Ma hai tutti i sintomi, forse dovremmo controllare lo stesso» suggerì.
Emma la guardò.
«Non ho tutti i sintomi, è solo un po' di nausea...»
«Fare un'ecografia non costa niente»
Whale strinse le palpebre.
«Tecnicamente, costa duecento dollari, tasse escluse... Ma tanto a te che importa? I soldi dei contribuenti sono magicamente apparsi nel tuo conto in banca, no?»
Regina lo ignorò, concentrata su Emma. «Che vuoi fare?»
Emma si strinse nelle spalle, innervosita.
«Regina non posso essere incinta. Ho l'assicurazione, quindi se hai proprio bisogno di una conferma okay, però mi sembra una stronzata.»
«Ci vorranno pochi minuti no?» domandò guardando Whale.
«Una decina al massimo.»
«Perfetto.»
«Vado a prendere l'ecografo.»
Non appena Whale se ne fu andato, Emma la fulminò con lo sguardo.
«Grazie della fiducia.»
Regina la guardò negli occhi.
«Non è mancanza di fiducia, Emma, ma potrebbe anche essere un problema all'utero, cosa che ovviamente Whale non ha menzionato.»
La guardò male.
«La nausea un problema all'utero?»
«Ci possono essere tante cause. Un'ecografia escluderebbe un tumore, e altre cose.»
Emma impallidì appena.
«Tu dici che...?»
«No, sono sicura che non sia niente. Ma ormai siamo qui, abbiamo sopportato Whale per un'ora intera… tanto vale fare un controllo completo.»
Riuscì a convincerla, forse addirittura a rassicurarla. Lei, invece, si sentiva sempre più agitata.
Whale rientrò fece stendere Emma prima di accendere la macchina. Regina la vide rabbrividire. Le fu accanto in un secondo e le strinse la mano. Emma si stupì, ma poi le rivolse un sorriso grato e teso. Si scoprì la pancia per permettere a Whale di posare l'ecografo su di essa.
Il cosiddetto medico premette qualche pulsante sulla tastiera del macchinario, e lo schermo si accese, rivelando un'immagine in bianco e nero. Regina la fissò, incapace di decifrare le macchie sul monitor. La mano di Emma strinse la presa attorno alle sue dita.
«Allora?» domandò, impaziente.
Whale fissò per qualche secondo lo schermo, spostando l'ecografo sul ventre piatto di Emma, un solco profondo tra le sopracciglia chiare.
«Whale!» sbottò Regina.
Il dottore si girò a guardare Emma. C'era assoluto stupore sul suo viso.
«Ehm...»
«C'è qualcosa? È grave?»
«Be'... sei incinta» disse guardando Emma negli occhi. Lei rimase immobile.
Fu come se quelle due parole avessero preso vita e le fossero passate attraverso strappandole l'anima.
«Mi prendi per il culo?» sentì Emma esclamare. Lo Sceriffo si sporse per cercare di vedere lo schermo, allora Whale mosse il macchinario per permetterglielo. Le indicò un punto lì sullo schermo.
«Direi di no. Sicura di non aver...?»
Regina fece un passo indietro lasciando la mano di Emma.
Lo sapeva, l'aveva percepito.
Ma le aveva creduto. Invece…
Le aveva mentito Emma le aveva...
«Mi hai mentito» sentì la propria voce raspare l'aria.
Emma si voltò di scatto a guardarla.
«No! Regina te lo giuro, sono stata solo con te!» Guardò Whale. «Deve essere difettosa la macchina!»
«Mi hai giurato che... dovevi solo dirmi la verità. Mi hai fatto la morale per mesi e poi...»
«Regina te lo giuro, è la verità!»
«E allora come mi spieghi il fatto che tu sia incinta?» sibilò, sbattendo le palpebre per tenere al loro posto le lacrime bollenti che le offuscavano la vista.
«Non ne ho idea Regina!» disse Emma con gli occhi spalancati, innocenti. «Deve esserci un errore!»
«Come fa ad esserci, è li davanti ai tuoi occhi!» le urlò contro.
«Ma non ho fatto sesso con un uomo!»
«Io… devo andare.»
