Turbamenti proibiti
Silenzio.
La stanza è silenziosa ma la mia mente urla.
Di disperazione, di dolore, di frustrazione. Di desiderio. In questa mia mente difettosa la prendo fra le braccia senza attendere che sia lei a gettarvisi. E la bacio, le catturo le labbra con il tocco delicato di una farfalla che si posi su un fiore. Ma, quasi subito, le fiamme che mi divorano mi fanno desiderare di più.
Il mio respiro diventa affannoso e i miei occhi si chiudono. Un braccio è ripiegato dietro il mio capo, l'altro abbandonato lungo il mio fianco. Chiamo il suo nome, mentre nel mio sogno a occhi aperti le invado la bocca con la lingua e lei risponde, aderendo al mio corpo, stringendosi a me e facendomi reagire all'istante.
Prendo un respiro tremulo, inarcandomi contro di lei, anche se non c'è. Però avverto chiaramente la solidità e la morbidezza del suo corpo, la consistenza dei suoi seni sul mio petto, della schiena sotto le mie mani che le slacciano i bottoni del vestito.
E mi tocca anche lei, senza mai smettere di baciarmi, oh, come lo fa! Mi toglie con frenesia la camicia, passa le sue dita sul mio petto. Le sue dita, non quelle della mia mano destra che risale per emulare ciò che anelo e immagino.
Interrompiamo il bacio per respirare e ne approfitto per guardarla, con la sua sottoveste nel momento in cui il vestito cade a terra. Imbarazzata, verginale, un peccato che non dovrei compiere ma che è ineluttabile e che lei stessa vuole che compia.
Dopo il primo momento d'imbarazzo, mi si avvicina e reclama ancora le mie labbra e ora... le mani scendono sulla cintura per slacciarla. Per liberarmi. Perché vuole avere la conferma di quanto questa notte sia solo nostra.
E, di nuovo, mia mano non si stringe sul tessuto del pigiama, per cominciare a liberare il desiderio bruciante senza troppa fretta. Ma accarezza la sua gamba, risalendo sulla coscia, girandole attorno per arrivare alle natiche così che possa agganciarsi a me e sentirmi. Sentire quanto sono suo.
Un gemito esce dalla mia gola. E dalla sua.
La stendo sul letto, dove procedo a spogliarla con lentezza, con devozione, portando le mie labbra ovunque la sua pelle mi chiami. Non sto muovendo i fianchi, cerco di trattenere l'onda della passione per dare piacere prima a lei, anche se è sempre più difficile controllarmi davanti al suo profumo e alla sua morbidezza.
Affondo il naso nel suo seno, lo assaggio, lo tocco. E tocco lei dove il suo desiderio le fa chiamare il mio nome in modo sempre più urgente.
Cerco di dividere il sogno dal mio corpo, ma il lato del mio cervello che è steso sul letto non sente ragioni e le mie dita mi circondano senza più poter aspettare. Rivoli di sudore e forse di lacrime mi scendono sul viso, mentre porto Candy all'estasi e la sento pulsare fra le mie dita, cercando deliberatamente di prolungare la mia attesa.
Ma il desiderio ruggisce e immagino di immergermi in lei, di sentirla stretta e calda intorno alla mia carne. Mi pare persino di avvertire le sue unghie affondare nella mia schiena e un gemito più forte mi sfugge dalla bocca, che chiudo sulla sua.
Poi non c'è altro, se non il movimento ancestrale che la sta facendo mia. Sempre più veloce, sempre più profondo. La invoco, la invoco piangendo e avvertendo le onde pungenti dell'estasi arrampicarsi al centro del mio corpo e tento di amplificarla annegando gli occhi nel viso trasfigurato di Candy.
Grida il suo piacere e posso finalmente liberare il mio. Potente, immorale, devastante, mi fa gridare il suo nome in una serie di sussulti violenti nei quali mi riverso in lei.
Tutto brucia.
Il sudore. Le lacrime. Questo liquido peccaminoso che invece di essere rilasciato nel suo corpo mi cola sulla mano, acuendo il mio senso di colpa.
Resto steso qui, colmo di vergogna e di una soddisfazione amara e fittizia che rilassa solo momentaneamente il mio corpo.
Oh, Candy, forse adesso sei fra le sue braccia, a New York, mentre io sono qui a darmi piacere da solo come ho sempre dovuto fare. Immaginando te.
Singhiozzo penosamente per qualche minuto prima di risolvermi ad alzarmi di qui per andare sotto la doccia.
Albert si svegliò con il respiro affannato e il sudore che rendeva viscida la pelle. Nella nebbia dell'incoscienza che svaniva pian piano, si rese conto di due cose: l'alba che schiariva il mondo fuori dalla finestra e il respiro regolare di Candy nel letto sopra al suo.
Non aveva mai fatto un sogno così intenso, che lo portasse a quei livelli, che gli facesse provare sensazioni così reali e potenti. Colmo di vergogna, pensò che persino nel mondo onirico non osava fare davvero l'amore con Candy, tanto la rispettava: piuttosto la immaginava nella propria solitudine.
Benedicendo il fatto che fosse quasi mattino e che anche se si fosse svegliata era plausibile che non lo trovasse più a letto, Albert si alzò con movimenti cauti per andare a fare una doccia: voleva togliersi di dosso quel pigiama sudicio e lavarsi.
Mentre si insaponava e regolava il getto d'acqua più forte che poté, come se così potesse cancellare il sogno che aveva fatto, capì che continuare a vivere con lei non era più possibile. Si era innamorato in modo totale di Candy, ora si ritrovava persino a desiderarla e quello non andava bene: rompere gli schemi vivendo insieme nonostante fossero un uomo e una donna non sposati era un conto. Cominciare a sviluppare pensieri poco casti nei suoi confronti era un altro.
Tuttavia, a differenza che nel suo sogno, lei era tornata da New York ed era devastata. Aveva ancora bisogno di lui, ne era certo.
Albert chiuse l'acqua, sentendosi finalmente sveglio e pulito e prese un asciugamano per avvolgersi. Candy gli aveva praticamente salvato la vita, inducendolo a rimanere accanto a lei quando voleva solo fuggire e lasciarsi morire: ora era il suo turno di starle vicino e di darle il proprio sostegno.
E non si trattava di un mero dovere, in realtà aveva ancora un bisogno smodato di lei. Così smodato che stava perdendo il controllo.
Tentò di riscuotersi dall'imbarazzo di doverla guardare in faccia dopo ciò che gli era successo a pochi centimetri da lei, per giunta, e si vestì rapidamente andando in cucina per prepararle la colazione. Stava togliendo la padella con le uova strapazzate dal fuoco quando udì la sua voce: "Albert, sei già in piedi?".
"Sì, è quasi tutto pronto, lavati la faccia e vieni pure a tavola", le rispose con il solito tono sereno.
Nel mio sogno, immagino di percorrere il suo intero corpo mentre giaccio sul mio letto, comportandomi come un adolescente preda degli ormoni.
Si volse cercando di nascondere il calore che gli stava salendo al viso. Non era proprio il caso di arrossire davanti a lei.
"Ma oggi lavori di pomeriggio, potevi riposare!", protestò avanzando di qualche passo.
Quando sei partita per New York mi sono sentito perso. Allora, sognavo di abbracciarti e di baciarti. Oh, Candy, cosa mi hai fatto?
"Volevo prepararti la colazione prima che andassi alla Clinica", ribatté senza più voltarsi. Le immagini del sogno tornarono più vivide e dovette fare uno sforzo di volontà enorme per non chiuderla nelle proprie braccia e baciarla.
Come avrebbe fatto, d'ora in avanti?
Sussultò quando furono le braccia di Candy a circondarlo da dietro la schiena, avvolgendolo con una tale dolcezza che si sentì sciogliere. Scacciò con decisione qualunque altro pensiero meno che casto, ma il corpo di lei premuto contro il proprio lo stava facendo reagire come non era mai accaduto.
"Grazie, Albert, sei così caro!", mormorò prima di staccarsi e correre in bagno per lavare la faccia.
Non aveva neanche avuto tempo di rispondere, troppo concentrato a placare le reazioni ribelli del proprio corpo. E dire che si sentiva orgoglioso dell'integrità che era riuscito a mantenere fino a quel momento, pur amandola in silenzio!
Forse, dopo mesi di autocontrollo, il suo inconscio si era alfine ribellato, portando in superficie tutti i sentimenti che un uomo innamorato avrebbe provato.
Candy tornò e sedette a tavola mentre lui serviva la colazione, aggiungendo un bricco di caffè fumante. Guardò i piatti e fece un sospiro: "Te l'ho detto che non sarò mai una brava moglie, sei più in gamba di me persino in cucina! Dovrei essere io a preparare la colazione e a servirti, non il contrario".
"Non dire così. Tu stai andando a lavorare e a me fa piacere occuparmi della casa e dei pasti". Le sorrise, desiderando toccarle in viso in una carezza. Desiderando...
Fu allora che lei fece qualcosa che per poco non mandò al diavolo ogni sano principio stesse cercando di mantenere: si alzò e gli si gettò fra le braccia, sedendo sulle sue ginocchia. "Grazie, Albert! Ti prendi cura di me più di quanto io faccia con te! E dire che dovrei essere io l'infermiera e tu il paziente...".
In uno dei miei sogni, Candy è addosso a me e mi sovrasta, nuda. Affondo il viso nei suoi seni e ne aspiro il profumo, baciandoli...
"Non dire così", le disse d'impulso, cercando di scostarla e alzarsi prima che si rendesse conto di quanto desiderasse rendere reale quel sogno. Persino le dita gli formicolarono per il bisogno di sentire il calore della sua pelle. "Ti ho già detto che sarai una mogliettina deliziosa e...".
Albert si rese conto, d'improvviso, che non lo aveva affatto detto, ma solo pensato. E lei lo guardò stupita, cominciando ad alzarsi, il viso arrossato: "Scusami...".
Lui non rispose e comprese che Candy, nonostante avesse stampata in viso la domanda, era tanto imbarazzata che non solo non la pose, ma si affrettò a fare colazione per poi mettersi il cappotto lasciando la tazza di caffè ancora piena per metà.
"Vuoi incartare un panino per dopo?", le chiese pur di dissipare il proprio, di imbarazzo.
"Sì, certo... grazie. Ci vediamo stasera", disse in tono affettato, precipitandosi quasi fuori dalla porta.
Albert restò a lungo a guardare quella porta chiusa, domandandosi se avesse avvertito il proprio desiderio o se lei stessa cominciasse per caso a provare qualcosa per lui. Ma non era possibile, giusto? Dopotutto, erano solo sogni.
Sì, un giorno sarai una moglie meravigliosa. Forse non la mia... ma l'uomo che ti sposerà sarà così fortunato!
Candy respirò a fondo l'aria fresca della mattina, cercando di calmarsi.
Non sapeva cosa le fosse preso: come le era saltato in mente di sedersi sulle ginocchia di Albert, così, all'improvviso?! Una cosa era abbracciarlo, un'altra era... stargli praticamente addosso.
Come nei miei sogni più arditi... oh, povera me!
Quando era successo che aveva cominciato a vedere in Albert un uomo e non più il paziente amnesico? Il potenziale marito, l'amante...
Bloccandosi sul ciglio di un marciapiede prima di farsi investire, Candy si rese conto che la maggior parte dei sogni che faceva non avevano più come protagonista Terence che la abbracciava e la baciava appassionatamente sulle scale, trattenendola invece di lasciarla andare, ma Albert.
Albert che saliva fino al letto superiore dove lei riposava e le passava le mani ovunque, spogliandola e inchiodandola al materasso prima coi suoi occhi azzurri e poi con il suo corpo virile e scolpito, provocandole sensazioni che non credeva potessero o dovessero essere provate da una ragazza perbene.
L'ultimo sogno, più lucido che mai, lo aveva fatto proprio quella mattina ma se n'era ricordata solo quando si era ritrovata sulle ginocchia di Albert. Tra loro era passata una scossa elettrica che non aveva nulla di onirico. Candy aveva desiderato circondargli i fianchi con le gambe, affondare le mani tra i capelli biondi e baciarlo profondamente, per scoprire se la sua bocca sapesse di caffè come la propria. E poi fare l'amore con lui su quella sedia, nel proprio letto...
Vivere insieme... sta diventando pericoloso.
Sì, perché Candy si era accorta che l'affetto e la devozione di lui cominciavano a mutare in un fuoco ardente che era il medesimo che iniziava a consumare lei: erano due micce pronte a esplodere alla minima scintilla. Arrossendo e tremando, Candy dovette appoggiarsi al muro di un edificio, cercando di ricomporsi: avrebbe lasciato che accadesse? Si sarebbe infine gettata fra quelle braccia forti, inalando il profumo maschile sul petto di Albert con intenti ben diversi da quelli di farsi consolare o di ringraziarlo?
Forse, forse accadrà... e se accadesse... lascerei che mi faccia esattamente quello che mi fa nei miei sogni. Chissà se le sue mani sono calde come le immagino, se i suoi muscoli sono definiti come sembra, se...
Riprendendo a camminare con passi misurati, scacciando l'ultimo pensiero decisamente più ardito, Candy prese una decisione. Decise che quella sera stessa avrebbe lasciato intendere ad Albert quanto tenesse a lui per capire se davvero le cose fra loro potessero evolvere: non aveva idea di quanti anni avesse il suo amico di sempre, ma non dubitava che ci fossero perlomeno dieci anni di differenza tra loro.
Non erano molti, non erano troppi. Un giorno non troppo lontano, magari, il suo cuore di donna avrebbe lasciato indietro l'adolescente legata a Terry. E, anzi, con tutta probabilità l'attrazione che provava nei confronti di Albert era la prova che stava già accadendo.
