1. HOMME

"Until the night turns into morning, you'll be in my arms
We'll just keep driving along the boulevard
And if I kissed you, darling, please don't be alarmed
It's just the start of everything if you want
A new love
In New York"

"Swan, entro quando pensi di finire questo cazzo di articolo? Vuoi che questo diamine di articolo sia pubblicato o preferisci perderti nei dettagli e raccontare quanti peli del culo hanno quei dannati beduini sudanesi che hai conosciuto sette mesi fa grazie, e solamente grazie, ai fondi del sottoscritto?"

Theodore urlò per la decima volta in cinque minuti, sputacchiando i resti della cena appiccicati sulle labbra unte di solo Dio sa cosa.

"Pensi che l'università aspetterà ancora molto prima di chiuderci i rubinetti dei fondi per le tue preziose missioni?" Cercava di prendere fiato tra un delirio e l'altro, senza grandi risultati, ma sfortunatamente per me continuò la sua cantilena. "Dio santissimo, se pensi che sarò io o la collaborazione a permetterti di volare fino al buco del culo più remoto del Pianeta ti sbagli di grosso, Swan. Non verserò un solo centesimo per una spedizione del cazzo -Newton! Dove cazzo sei? Quelle pazze maniache del 25 Too Many ti aspettano alle nove per la cena di beneficienza! Ma io dico, c'è qualcuno con un briciolo di sale in zucca in questa stanza?"

Fortunatamente per me, l'unico neurone mal funzionante di Theodore smise di prestarmi attenzione e tornai alla mia scrivania per continuare a scrivere. La mia imminente pubblicazione per l'Homme aveva messo a soqquadro l'intero dipartimento e Theodore, l'unto responsabile delle pubblicazioni, era letteralmente uscito fuori di testa. D'altronde, le conseguenze che questa pubblicazione portava con sé non riguardavano solo me, ma bensì l'intera collaborazione con i vari gruppi di ricerca della Columbia University. Guardai lo schermo del portatile e riscrissi le parti che avevo appena cancellato, sbuffando. Dopo venti minuti passati a scrivere e cancellare senza sosta appoggia la testa sullo schienale della sedia, tornando con la mente al caldo e affollato Sudan occidentale. Rividi gli occhi pieni di vita di Ajene e il suo sorriso frastagliato a causa dei pochi denti da latte ancora rimasti e mi abbandonai al ricordo.

"Bella!" Ajene corre verso di me agitando le piccole braccia su e giù per farsi notare. Spalanco le braccia in attesa del suo solito abbraccio mattutino che non tarda ad arrivare.

"Bella! Bella! Ti devo fare vedere una cosa al villaggio. Vieni, forza! Muoviamoci!" mentre mi abbraccia con forza, scalpita per farmi alzare dalla poltrona di vimini su cui sono seduta.

"Ajene, ma non hai mai paura di farti male? Corri sempre da una parte all'altra senza mai fermarti, prima o poi rischierai di cadere, non credi?" le dico accarezzandole il volto. Ajene sembra una bomba ad orologeria pronta ad esplodere da un momento all'altro, sempre alla ricerca di nuovi guai da combinare. Spesso mi chiedo come faccia a restare in piedi su quelle gambe così fragili, alzandosi al sorgere del sole tutti i giorni per aiutare la madre nella costruzione di mattoni, unica fonte di sostentamento della famiglia. Mi guarda inclinando la testa leggermente, sorridente.

"Bella, tu sais, io non ho mai paura"

Ed è così. Ajene, così come tutti gli altri abitanti del suo villaggio, non ha mai paura. Non ho visto paura nei visi di Tahleea, Leal e Oba, le anziane del villaggio, mentre mi raccontavano la loro storia e la storia del loro Paese. Non ho visto la paura nemmeno quando parlavano della guerra. Perché loro sanno cosa sia realmente la paura e non intendono mai più provarla. Sanno cos'è il vero dolore, quello fisico, carnale, che ti dilania per giorni interi senza lasciarti respirare. Sanno cosa siano le grida di disperazione e di dolore. Non solo fisico e carnale, ma anche dolore che sentono dentro di loro, profondo, che viene dall'animo.

"Hey Swan, ancora qui?" Riaprii gli occhi di scatto.

"Newton? Che ci fai qui? Non dovevi essere alla cena di beneficenza?" chiesi guardandomi in giro. Dalle finestre del mio ufficio arrivava una flebile luce proveniente da un lampione. Era notte? Detti un'occhiata all'orologio al muro e mi accorsi che erano poco passate le 11.

"Si, dolcezza, ci sono appena stato. Sono tornato in ufficio per programmare alcuni incontri oltreoceano" disse afferrando il pacco di biscotti dal cassetto della mia scrivania. "Tu che ci fai ancora qui? Lavori ancora all'articolo? Vuoi che ti dia una mano? Fai vedere un po'"

Alle sue parole chiusi immediatamente il computer.

Regola numero uno: mai e poi mai lasciar mettere mano sul tuo lavoro a qualunque essere umano non sia tu.

"Mike, fatti i cazzi tuoi" ringhiai.

"Oh, andiamo principessa, lasciami dare un'occhiata. Lo sai bene che mi intrighi quando fai così"

"Mike, davvero non hai altro di meglio da fare a quest'ora? Che ne so, coltivare noccioline magiche in grado di far parlare le scimmie in sanscrito?"

"Ti interessano per caso le mie noccioline? Sarebbe meglio parlare di noci, in realtà. Sai, per restare a contatto con la realtà. È forse un'offerta sconcia la tua?" ghignò.

Alzai gli occhi al cielo e raccolsi le mie cose, pronta a tornare a casa. Casa. Piccolo limbo di pace interiore, munito di frigobar e una vasca idromassaggio. Si può desiderare di meglio?

"Sogna Mike, ci vuole fantasia per inventare delle storie come le tue" mi voltai ed uscii dall'ufficio, diretta agli ascensori. Riaccesi il telefono e risposi ad alcune e-mail che mi avvisano della conferenza dell'indomani organizzata dall'Homme. Pezzi grossi della ricerca sarebbero stati presenti quel giorno. Pezzi grossi quanto grattacieli a Dubai. Scorsi la lista degli invitati e presi nota mentalmente di prepararmi un discorso, in caso volessero farmi parlare. Voglio dire, non sono un pezzo grosso come loro, ma se dobbiamo metterla in termini di paragone, loro sono come i grattacieli di Dubai mentre io sono più come il Vaticano. Piccolo ma unico nel suo genere. So di essere la migliore nel mio campo, me ne rendo conto, ma so anche che per esserlo ho dovuto affrontare difficoltà ben più elevate rispetto ad alcuni dei grattacieli di Dubai. Ironico, no? Gli antropologi non dovrebbero essere gli uomini di scienza più aperti mentalmente in assoluto? Per molti è così, per altri e per il sistema non altrettanto. Basti pensare a Theodore: dirigeva le pubblicazioni del dipartimento da anni ormai; eppure, continuava a non sapere la differenza tra Asia e Africa. Theodore. Dannato omuncolo unto. Spesso avrei voluto strozzarlo con le mie stesse mani, per quanto fastidioso potesse diventare, ma in fin dei conti rimaneva sempre un piccolo omuncolo unto. Non avevo materialmente il tempo di mettermi a litigare con lui e soprattutto non avevo intenzione né di cambiare la mia posizione di donna contro la violenza e né di macchiarmi la fedina penale per lui.

Quando arrivai fuori dal palazzo della Columbia University, mi affacciai dal marciapiede per cercare un taxi. Impiegai quindici minuti per raggiungere il mio appartamento e quando finalmente entrai in casa buttai tutta la mia roba sul divano e iniziai a riempire la vasca, decidendomi ad usare per la prima volta dei sali da bagno alla vaniglia che una qualche amica di Renèe mi regalò quando mi trasferì qui a New York, quasi dieci anni prima. Ugh. Sperai non fossero scaduti. Dopo essermi versata un bicchiere di Sauvignon Blanc, mi spogliai e mi immersi nell'acqua calda.

Ripassai mentalmente tutto il programma del giorno dopo: avrei dovuto prendere un taxi fino al Seagram Building, dove si sarebbe tenuta la conferenza, parlare con i giganti della ricerca e cosa non meno importante, parlare con i direttori dell'Homme senza tirare in ballo l'articolo che non era ancora pronto. Un gioco da ragazzi. Sapevo di avere meno di due settimane prima della scadenza e quindi del mio probabile fallimento professionale se non fossi riuscita a consegnare in tempo, ma stavo dando me stessa in quel lavoro e non volevo rischiare di fare una cosa affrettata e superficiale, vista la rilevanza di quella missione in Sudan.

L'acqua della vasca era ormai diventata fredda quindi decisi di uscire e mettere il pigiama, non esattamente pronta ad altre ore di lavoro dato erano le due del mattino. Finalmente a letto, ripresi il mio portatile e preparai il discorso e quando alzai gli occhi dallo schermo erano le tre e quaranta.

Il mattino seguente la sveglia suonò alle sei e quarantacinque: tre ore di sonno, stai migliorando Bella. Nonostante il bagno della sera precedente, decisi di fare comunque una doccia e lavarmi i capelli. Quando finii di lavarmi, rimasi ferma davanti allo specchio per decidere cosa indossare: optai per un pantalone nero stretto, una camicia color cobalto, un blazer nero e un paio di tacchi alti dello stesso colore della camicia. Legai i capelli in uno chignon basso lasciando alcuni ciuffi liberi sul davanti e truccai leggermente gli occhi e le labbra. Avevo ancora quindici minuti prima dell'arrivo del taxi, così mi sedetti davanti sulla mia amata poltrona e accesi una sigaretta, lasciando il fumo uscire dalla bocca lentamente. Mi piaceva guardare i rivoli di fumo contorcersi fino a creare piccole spirali e giravolte, salire lentamente per poi dissolversi nella stanza. Il campanello che mi avvisava dell'arrivo del taxi distolse la mia attenzione dalla danza di fumo, spensi la sigaretta nel posacenere appoggiato sul tavolino al fianco della poltrona e uscì dal mio appartamento.

Il taxi mi portò al 375 di Park Avenue, davanti al Seagram Building e arrivai con dieci minuti d'anticipo. Tirai fuori dalla mia borsa il taccuino in cui avevo riportato alcuni dei punti più importanti del mio discorso, lanciando un'occhiata di tanto in tanto alle persone che entravano ed uscivano dall'edificio; c'erano tantissimi volti familiari, studiosi che lavoravano per le più importanti università, etnologi che hanno scritto la storia dell'antropologia del ventunesimo secolo, come Tim Ingold, che passò davanti a me in quel momento. Lo guardai attraversare il piazzale e pensai alla piccola Bella appena vent'enne, al college, che passava le ore a leggere e studiare i suoi scritti ed a innamorarsi profondamente della sua mente brillante. Solo di quella, però. E aggiungerei per fortuna, dato che si trattava pur sempre di un settantenne e che, nemmeno nel fiore dei suoi anni, era stato particolarmente affascinante dal punto di vista estetico. Guardai l'orologio al mio polso e mi resi conto che era giunta ora di entrare così presi la mia borsa, mi avviai verso la sala conferenze del palazzo che era situata al trentaseiesimo piano e una volta arrivata mi sedetti al posto assegnatomi. Mi misi seduta tra due posti vuoti, felice di non dover interagire con nessuno, poiché James Clifford stava aprendo la conferenza. Ascoltai i numerosi studiosi susseguirsi in dibattiti spesso molto accesi con attenzione e sospirai di sollievo quando alla fine mi resi conto di non dover tenere nessun discorso. Mi alzai dalla sedia, e venni fermata da alcuni docenti della Columbia che mi avevano, con la quale scambiai qualche chiacchera fino a quando non sentii picchiettare sulla mia spalla. Mi voltai lentamente e non appena vidi l'uomo alla mia destra un enorme sorriso si piazzò sul mio volto. Congedai in fretta i quattro con cui stavo avendo una deliziosa conversazione su come eliminarsi delle zanzare portatrici di malaria durante un soggiorno in Myanmar e mi buttai tra le braccia dell'uomo che aveva attirato tutta la mia attenzione.

"Emmett McCarty, gradissimo pezzo di stronzo, dove diavolo ti eri cacciato?" sussurrai al suo orecchio mentre mi lasciavo stritolare nel suo abbraccio.

"Scusami Swan, sono dovuto sparire per un po'. Posso ufficialmente aggiungere la Somalia alla lista dei Paesi che vogliono la mia bella testa appesa ad un paletto di legno" disse facendomi staccare i piedi da terra. Emmett McCarty, brillante reporter per la Associates Press, era per me ciò di più simile ad un fratello e lo era incondizionatamente dai tempi del college.

"Sono tornato negli States due giorni fa. Ho saputo della tua pubblicazione per l'Homme e della conferenza di oggi, così ho pensato di fare un salto qui per impedirti di saltare addosso ad Ingold"

"Dio santissimo, Emmett. Un giorno di questi dovrò spendere tutti i miei soldi per riportare in patria la salma di quello che rimarrà della tua faccia da culo" Esclamai stringendomi più forte a lui. "E comunque non sono saltata addosso ad Ingold nemmeno quando l'ho visto per la prima volta all'angolo del mio dipartimento quando avevo ventitré anni e gli ormoni impazziti; quindi, grazie per il tuo gesto eroico ma penso di poter di mantenere la mia libido a bada oggi"

Mi staccai piano dal suo petto, guardandolo dritto negli occhi. "Mi sei mancato, Sandokan"

"Vieni, piccola spina nel fianco, andiamo fuori. Mi devi raccontare tutto quello che mi sono perso in cinque mesi". Mi offrì il braccio e insieme ci dirigemmo verso la terrazza del piano. Ci sedemmo sulle seggiole di vimini bianco e gli allungai una sigaretta.

"Bene Swan, se non hai intenzione di scoparti Ingold per ora, devo dedurre che la tua sete di sesso sia attualmente placata? Sputa il rospo" disse allungando le gambe dopo aver acceso la sigaretta. Alzai un sopracciglio e mi sistemai meglio sulla sedia, portando la caviglia sul ginocchio sinistro. "Oh tesoro, ti sbagli. Purtroppo per te, non ho dettagli piccanti da raccontarti. Nessuna novità su quel fronte da quando ci siamo visti l'ultima volta"

"Vorresti dirmi che sei a secco da quando ti sei lasciata con quel coso? Come si chiamava? Mac forse? Ah no, Miles." Sorrise guardandomi esattamente come si guarda un cucciolo smarrito in mezzo ad un bosco.

"Beh, da Miles non direi, visto che siamo stati insieme alle superiori" dissi facendogli la linguaccia "Ma ecco, direi che è un po' di tempo che non mi perdo nella tentazione della carne. In ogni caso, dovremmo smetterla di parlare delle mie non-avventure sessuali. Sai, quelli dell'Homme non amerebbero scoprire che una donna può avere un partner da una notte e via senza essere mandata al rogo per adulterio. Non vorrei far saltare la mia pubblicazione per questo" parlai a bassa voce anche se nella terrazza eravamo solo noi due.

"Oh, giusto. Congratulazioni Swan, spero che per il tuo Balzan mi aggiungerai tra i ringraziamenti, per ripagarmi finalmente di quella volta che ti ho tenuto la testa mentre vomitavi il tuo primo Irish Car Bomb" sogghignò un po' e rabbrividì al ricordo.

"E anche ultimo" Risi leggermente. Passai un po' di tempo ad ascoltare le imprese molto probabilmente esageratamente pompate di Emmett in Somalia e due sigarette più tardi, rientrammo per goderci il rinfresco. Emmett si buttò a capofitto sugli involtini primavera, mentre io optai per un tramezzino alle verdure e un gin tonic, continuando ad ascoltare Emmett. Stava raccontando di quando ha perso una scarpa in un melmoso lago poco più a sud di Galkayo quando venni richiamata da Peter Wilson, uno dei direttori dell'HommeUS, per discutere di alcune faccende riguardo la pubblicazione. Lasciai Emmett al buffet e mi diressi verso l'altro lato della stanza.

"Dottoressa Swan, sono veramente onorato di poterla vedere oggi". Sorrise, stringendo la mia mano "Vorrei parlare della bozza che ci ha inviato qualche settimana fa. Io e il mio team ne siamo rimasti veramente soddisfatti. Vorremmo però proporle alcune modifiche, che le assicuro non andrebbero a toccare in nessun modo il contenuto della sua ricerca". Si passò la mano nei capelli, cercando di sistemare qualche ciuffo leggermente più lungo sulla fronte.

"Vista la rilevanza della tematica della sua ricerca, riteniamo che sia fondamentale per noi, come per tutta la nostra area di ricerca che questo scritto sia a tutti gli effetti un manuale, per poter portare i riflettori su un argomento che in pochi trattano oggi. Vorremmo pubblicare il suo libro, insieme ad una casa editrice, dottoressa Swan, oltre ad un articolo più breve per la nostra rivista. Che cosa ne pensa?"

Sgranai gli occhi per la sorpresa. Un manuale? Un manuale scritto da me? Se questo era un sogno, pregai che nessuno mi svegliasse. Pensai alle varie possibilità che questa occasione poteva offrirmi: oltre al profitto personale e professionale che ne avrei ricavato, la parte più sconvolgente per me fu realizzare il fatto che degli studenti avrebbero potuto studiare dalla mia ricerca, appassionarsi come io mi sono appassionata grazie agli studi di Ingold, avvicinarsi a questa scienza e portare avanti la mia ricerca. Sentivo le gambe tremare come se fossero gelatina e dovetti raccogliere ogni briciola di autocontrollo per non saltare in braccio al dottor Wilson, gridando di felicità. Mi schiarii la voce e cercai di assumere l'espressione più seria possibile. "Dottor Wilson, per me sarebbe un onore pubblicare il mio lavoro. Vorrei sapere esattamente però quali modifiche vorrebbe apportare."

Wilson fece un sorriso che arrivò fino alle orecchie. "Ma certo Dottoressa – la prego, mi chiami Peter – potremmo parlarne domani mattina nel mio ufficio insieme alla persona che vorrei che la affiancasse in questo progetto. Andrebbe bene domani alle dodici al The River?"

"Certo Peter. Ci vediamo domani e chiamami pure Bella." Sorrisi, elettrizzata al pensiero di raccontare tutto ad Emmett appena fossi tornata da lui. Mi salutai Peter con una veloce stretta di mano ma prima di girarmi mi venne in mente una domanda.

"Peter, posso chiederti chi mi aiuterà nella stesura del libro?"

"Oh si Bella, certamente. Si tratta del nostro miglior editor, non preoccuparti"

Annuii, ma la mia curiosità mi portò a chiedere di più. "Potrei sapere il suo nome?"

Peter mi diede una rapida occhiata e dalla sua ventiquattrore tirò fuori un biglietto da visita. Allungai la mano per poter leggere il nome ma Peter mi anticipò parlando.

"Il suo nome è Edward Cullen."