Ad Alucard, quel toc toc sul portone parve quasi irreale, fra i rumori del temporale che infuriava fuori dal castello. Sarebbe stato un segnale insufficiente a richiamare la sua attenzione, se lui non si fosse trovato nei pressi dell'ingresso. Sembrava che l'aspirante ospite avesse calcolato il momento propizio. Di malavoglia, ma con un'innominata curiosità, andò ad aprire.
Fradicia di pioggia, pesantemente ammantata, si disegnò ai suoi occhi una figura femminile. Era alta e longilinea fin quasi all'impossibile. Nell'ombra del cappuccio, al lume d'un lampo, il suo volto si rivelò ossuto ed esangue, con labbra piene e scarlatte.
«Vi prego di perdonarmi il disturbo» cominciò lei. «Il temporale mi ha sorpreso qui e il mio cavallo è fuggito». La sua voce era profonda e sicura, con una morbidezza invitante. Eppure, risuonava d'una freddezza che non era solo di logica. Non c'erano né allarme, né preghiera, nelle sue parole. I canini affilati, uniti al suo inumano pallore, non lasciavano dubbi sulla sua specie.
Alucard rimase immobile e silenzioso per alcuni istanti. Negli occhi della sconosciuta, lui si rifletteva statuario e severo. Le sue lunghe chiome bionde, quella notte, erano senza luce. Le sue iridi dorate erano colme d'una sorda tenebra. Nella pallida magrezza del suo volto, si leggeva un'estenuazione sconfinante nella disperazione e nella ferocia. Non era mai stato così simile a suo padre.
«Credo sia chiaro che nessuno è più il benvenuto, qui» intonò con voce cupa. «Ma, viste le circostanze… farò un'eccezione. Vi posso offrire riparo per stanotte e per tutta la giornata di domani. Al prossimo tramonto, vi congederete».
«Senz'altro!» assentì la vampira.
Alucard notò il suo accento, ben più duro di quello della gente del posto. Da dove veniva realmente? Aveva menzionato un cavallo; ma davvero era stato quello il suo unico mezzo di trasporto?
«Come vi chiamate?» le chiese.
«Mircalla» fu la risposta. «Di certo, non vi ricorderete di me… ma, un tempo, collaboravo con vostro padre Dracula».
«Avete partecipato anche alla sua guerra contro l'umanità?» indagò Alucard. Seguì un istante di silenzio.
«Aveva convocato anche me» si risolse a dire la signora. «Ma… non ero favorevole allo sterminio degli umani. Cercai di dargli consigli alternativi, ma… sapete il resto».
«Capisco…» mormorò Alucard. Il discorso di Mircalla non l'aveva totalmente convinto, ma non voleva essere troppo inquisitorio. Nella sua posizione, doveva mantenere almeno la cortesia.
D'altronde, le parole dell'ospite l'avevano in qualche modo toccato. Non avrebbe mai potuto dimenticare la follia che aveva colto suo padre, dopo che la sua moglie umana – la madre di Alucard – era stata messa al rogo come "strega" da un vescovo fanatico. Dracula, già solitario e diffidente per carattere, si era volto all'odio verso il mondo intero. Aveva squarciato il petto al suo stesso figlio, perché aveva cercato di dissuaderlo dal commettere un genocidio. Una cicatrice rossastra rimaneva a perenne ricordo sul corpo candido del dhampyr.
Solo la morte aveva potuto fermare Dracula – e solo Alucard aveva potuto dargliela, in un momento di lucidità in cui suo padre aveva capito di essere già morto.
Quello non era neppure l'unico ricordo amaro legato al suo solitario castello.
«Credo sia meglio che vi togliate quel manto» fece il dhampyr – più per distrarsi dai propri pensieri che per autentica cordialità.
A ogni modo, Mircalla accolse l'invito. Abbassò il cappuccio e si slacciò il manto fradicio, lasciandolo cadere a terra.
Una donna flessuosa, slanciata e fieramente eretta si presentò allo sguardo di Alucard. I suoi lunghi e lisci capelli erano completamente nivei. Fra ciglia sensuali, gli occhi rilucevano d'azzurro ghiaccio. L'abito che la fasciava era d'un rosso così scuro da sembrare nero e sfociava a terra in uno strascico che s'apriva come un fiore. Era un abbigliamento particolarmente inadeguato ai viaggi e a una notte da lupi come quella. Alucard notò le macchie di pioggia e fango che lordavano lo strascico e gli altissimi tacchi dorati. Per il resto, l'eleganza di Mircalla non sembrava aver sofferto più di tanto i disagi della trasferta. Il dhampyr si accigliò. Lei non si era attribuita titoli, né aveva evidenziato la propria importanza nella collaborazione con Dracula; ma i suoi modi e la sua presenza annunciavano un membro dell'aristocrazia vampirica.
«Scusatemi… Avete forse uno o più castelli?» approfondì educatamente Alucard.
«Sì… Uno nelle terre a nord-ovest delle vostre». Non era proprio un'indicazione precisa e il giovane non poteva ricollegarla ad alcunché di noto. Gli sembrava invece familiare quella situazione. Con un doloroso sussulto, si rese conto del motivo. Ventun anni prima, un'altra bellissima donna sconosciuta si era presentata al castello. Era umana, quella volta – e sarebbe diventata la madre di Alucard.
Padre… questo è ciò che hai provato tu, quella sera?
Eppure, l'arrivo di Mircalla non aveva suscitato in lui alcun risveglio di calore o simpatia. Quella vampira era puro ghiaccio. Le sue movenze studiate e feline lo blandivano come una musica; ma non potevano liberarlo da un brivido.
«Vi prego d'accomodarvi di là» la invitò. «Mi scuso per non potervi offrire nulla…» Deglutì. «Il sangue non è il mio alimento abituale e non ne ho scorte».
«Davvero?» L'ospite sollevò un candido sopracciglio. «Non preoccupatevi, comunque… Mi sono già nutrita a sufficienza, per stanotte».
Alucard cercò di non pensare alle implicazioni di quella frase. Gli vennero invece in mente le sue scorte di vino. Se Mircalla fosse stata umana per metà come lui, avrebbero potuto condividerle. Invece, tutto quell'alcool sarebbe stato consumato in solitudine, nel vano tentativo di annegare demoni e fantasmi interiori.
Entrarono in un salottino discreto e accogliente. Dalle ogive delle finestre, trapelavano gli echi dei tuoni. Sul tavolino rotondo, ancora bruciava la candela lasciata accesa da Alucard; un divanetto li invitava al riposo e alla conversazione.
A un cenno del padrone di casa, la vampira si accomodò. Lui le si sedette accanto, cercando – per quanto possibile – di mantenere le distanze.
«Ho notato i cadaveri freschi di due umani, impalati davanti al portone» accennò Mircalla, in tono casuale. «Chi erano?»
«Due traditori» ringhiò lui, d'istinto.
Si sorprese a stringere i pugni, a tremare. Cercò di ricomporsi – anche se quel nodo in gola gli faceva male. Ancor più male gli aveva fatto il taglio della domanda: non inorridita, non disgustata, neppure eccitata o feroce. Solo… oziosa. Come se quelle due salme fossero trascurabile carne, anziché i corpi di due persone che gli avevano sorriso e parlato, che l'avevano baciato – e che avevano cercato di ucciderlo, per diffidenza e avidità.
«Oh…» Un'ombra d'imbarazzo risuonò nella voce della vampira. Forse, c'era persino dispiacere. «In questo caso, avete fatto bene a punirli così. Lodo la vostra fermezza e la vostra giustizia.»
Le labbra pallide e piene di Alucard s'incurvarono per un attimo. Neppure lui sapeva se fosse un sorriso di crudele compiacimento o una smorfia di dolore lancinante. Si domandò se anche Mircalla stesse pensando alle abitudini di suo padre, a tutti quei cadaveri esposti sui pali per allontanare i seccatori. Per somiglianza o per contrasto che fosse, Alucard pareva destinato a incappare nei paragoni con Dracula. Almeno, sua madre non avrebbe mai potuto vedere a che punto fosse arrivato.
Una fitta gli trapassò il petto. Di scatto, Alucard si portò la mano al cuore. Si morse un labbro con gli aguzzi canini.
«Vi sentite male?» fece l'ospite, sollecita.
«Nulla di che, non preoccupatevi…» mormorò il dhampyr. Probabilmente, era colpa delle emozioni.
«Posso aiutarvi, comunque» propose lei, con morbida discrezione.
«V'intendete di medicina?» chiese Alucard. L'immagine dei suoi genitori gli attraversò la mente. Sua madre Lisa aveva voluto conoscere Dracula proprio per apprendere da lui la scienza medica… Quanti tasti sensibili avrebbe risvegliato ancora quella visita inattesa?
«Sì. Sia medicina che magia di guarigione» affermò Mircalla. «So che non sembra, ma ho diversi secoli di età… ed esperienza». Lo disse in tono quasi civettuolo. Gli ossuti zigomi di Alucard si velarono di rosso.
«Nel vostro caso, dovrebbe bastare qualcosa di semplice. Sempre che vogliate distendervi e lasciarmi posare una mano sul vostro cuore».
Lui deglutì. E acconsentì col capo.
Si ritrovò supino sul divanetto, mentre Mircalla – seduta accanto a lui su un basso sgabello – teneva un palmo sul suo petto. Alucard notò i braccialetti a serpentina che cingevano i suoi avambracci con spire d'oro. Le unghie di lei erano curate e laccate, ma adunche, innaturalmente lunghe, come artigli scarlatti. Le loro punte lo sfioravano attraverso la camicia; gli pareva di sentirle sulla nuda pelle.
Eppure, il tocco di Mircalla non era sgradevole. Un calore non fisico emanava dalla sua mano e scioglieva pian piano il dolore. Nel silenzio intenso, neppure i tuoni e la pioggia rumoreggiavano. Il temporale doveva essere finito.
Alucard fissava in volto la donna. Lei aveva un'aria intenta e protettiva. Due bande dei suoi lisci e bianchi capelli cadevano ai lati del suo volto, ombreggiandolo un poco. Le sue labbra rosso fiamma erano socchiuse nella concentrazione, lasciando intravedere i canini da vampiro che la accomunavano al figlio di Dracula.
Era strano per Alucard trovarsi di nuovo in contatto così familiare con qualcuno, dopo pochi giorni della sua rinuncia a qualsiasi sentimento. Aveva sempre ricercato l'amicizia degli umani… ne era rimasto abbandonato e deluso. Forse, avrebbe dovuto dare una possibilità all'altra metà del suo sangue… cominciare a frequentare i non-morti.
Le lunghe dita di Mircalla sfiorarono i contorni della cicatrice. Alucard sentì quelle rosse unghie indugiare sulla vecchia ferita, disegnarla in una carezza. L'ospite doveva avere un tatto fine, per seguire quel segno attraverso la stoffa.
Un vago sorriso aleggiava sul volto della vampira. Un misto di attenzione e di piacere brillava fra le ciglia di lei, accendendo il ghiaccio delle sue iridi.
Alucard si accorse che stava ansimando. Non solo per l'inaspettato piacere del contatto, non solo per i pensieri audaci che cominciavano ad affiorare… ma anche perché il senso di familiarità legato a Mircalla diveniva sempre meno vago. Si faceva strada in lui la certezza di aver già visto quel volto. Lo ritrovò in un suo ricordo di bambino: un ritratto in una galleria del castello, dedicata ai più illustri nobili vampiri.
Sussultò: «Carmilla!»
Le dita di lei si fermarono di scatto.
«Sì… Sono Carmilla di Stiria» confermò lentamente. «Non pensavo che mi conosceste. Vostro padre, purtroppo, non mi fece l'onore di presentarmi né voi, né vostra madre».
Alucard fece per alzarsi dal divanetto. Anche l'altra abbandonò lo sgabello. Si ritrovarono in piedi, a fronteggiarsi.
«Perché tutta questa messinscena?» ringhiò sommessamente lui. «E perché venir fin dalla Stiria a cavallo? È una follia!»
«In realtà, non sono venuta a cavallo» ammise la vampira, in suadente tono di scusa. «Nel ciarpame di un castello antico come il mio, si possono trovare anche cimeli interessanti… come specchi magici. Specchi che mostrano cosa avviene lontano da noi e che sono persino in grado di trasportarci ove desideriamo. Di sicuro, conoscete il genere, visto che vostro padre ne aveva uno simile. Spero non vi dispiaccia farmelo usare per tornare a casa».
«Per quello, non c'è problema…» borbottò il castellano.
«Naturalmente, la vostra indignazione è giusta» modulò Carmilla, melliflua. «Vi prego però di perdonarmi. È stato un inganno innocente. Volevo conoscervi in incognito, senza formalità né aspettative».
«Come mai tanto interesse?» inquisì Alucard. «Solo perché sono il figlio di Dracula?»
«Considerando il ruolo che vostro padre aveva fra noi, questo sarebbe già un motivo più che sufficiente» ribatté la nobildonna. «Ma non è l'unico». Fece una pausa. «Volevo vedere in faccia colui che è riuscito là dove io ho fallito… colui che ha fermato la follia genocida di Dracula». E si è impossessato del suo castello, completò mentalmente Carmilla.
Alucard chinò gli occhi.
«Ammetto che vi avevo sottovalutato» proseguì lei. «Quando giunse la notizia del vostro risveglio a Greşit… presi la notizia alla leggera. Non vi ritenevo in grado di… cambiare il corso delle cose». Abbassò la voce: «Mi sbagliavo».
«Quindi… cosa volete da me?» replicò il dhampyr, roco.
Carmilla compose il volto in un sorriso invitante: «Ora che vi conosco, posso farvi una proposta che sarebbe di beneficio a noi, alla Stiria e alla Valacchia… Vorreste sposarmi?»
Alucard rimase di sasso.
«So cosa state per rispondermi» lo anticipò l'altra. «Ma è normale che, fra vampiri aristocratici, ci si sposi senza conoscersi più di tanto o anche senza piacersi affatto. Matrimoni d'amore come quello dei vostri genitori sono eccezioni assolute».
Finalmente, lui trovò le parole: «Lo so, ma… non me la sento comunque. Né con voi, né con nessun altro».
«Davvero?» fece lei, affettando mortificazione. Gli si avvicinò e carezzò una delle lunghe ciocche bionde che gli ricadevano sul petto. Non poteva lasciarlo perdere così facilmente. Ne andava dei suoi progetti di annessione delle ex-terre di Dracula. Sua sorella Lenore era riuscita a convincere quel pulcino bagnato di Hector a forgiare per la Stiria un esercito di creature infernali. Ma sarebbe stato ancora meglio ottenere un più vasto dominio senza colpo ferire. Un matrimonio calcolato, il più classico dei metodi. Soprattutto, con quel bel giovane, così forte, educato e ingenuo… L'unico figlio del più straordinario fra i vampiri, straordinario egli stesso. Sarebbe stata una conquista ben superiore a quella fatta da Lenore. Per di più, Alucard era nato da un vecchio pazzo crudele… E io porto via le cose ai vecchi pazzi crudeli, pensò Carmilla.
Alucard indugiava. Lei si domandò se la distanza fra loro si sarebbe finalmente colmata. Poi, l'uomo si discostò.
«Voi non vi rendete conto della persona che sono diventato… di cosa diventerò, d'ora in poi». La voce del dhampyr aveva raggiunto una profondità tenebrosa.
«E se non m'importasse?» modulò Carmilla.
«Importerebbe a me» fece lui, plumbeo.
Tacquero entrambi per un poco. L'espressione della vampira si fece impenetrabile.
«Vi ospiterò per stanotte e per tutta la giornata di domani, come abbiamo detto» risolse Alucard. «Il castello vi offrirà riparo dal sole. Domani notte, attraverso lo specchio… ripartirete. Nulla di più».
«Posso almeno sperare di trascorrere questa notte… in vostra compagnia?» tentò l'altra, suadente. Fu compiaciuta di vederlo esitare.
«Meglio di no» mormorò infine il castellano.
Carmilla gli rimandò un sorriso gelido.
«Avete senz'altro coraggio» ribatté. «Potrei risparmiarmi tutte queste trattative uccidendovi qui e ora… Avete ben potuto sconfiggere vostro padre, ma rimanete comunque ridicolmente giovane e inesperto, rispetto alla sottoscritta. E siete solo, ora. Neppure credo che vogliate rischiare una guerra con le mie sorelle, nella vostra attuale posizione». Lo fissò con aria di sfida. «Eppure, per una volta… mi dispiacerebbe davvero».
Alucard vide disegnarsi su quel volto di ghiaccio un'espressione insolitamente umana, di rammarico e desiderio. Ne fu un po' scosso.
«Perdonatemi…» mormorò. «Forse, non mi rendo conto di ciò che sto rifiutando. Ma… ormai, non c'è fortuna che faccia per me. Io sono già morto».
Silenzio.
No, davvero non te ne rendi conto, pensò Carmilla. Non sai che fior fiore di guerra di conquista stiamo preparando in Stiria. Tanto peggio per te.
«Vorreste gentilmente indicarmi la mia stanza?» risolse infine lei.
Il castellano annuì. Le fece strada fuori dal salottino.
Il buio del corridoio li inghiottì, mentre i loro diversi passi scandivano un addio.
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