La testa di Alucard era rimasta poggiata sulla sua mano per un tempo indefinito. L'unica cosa a misurarlo era stata la cera della candela che si scioglieva – irresponsabile spreco. Non avrebbe dovuto consumare con tanta leggerezza le comodità che Maria gli procurava come suo ospite e amico. Ormai, non viveva più nel castello paterno. Lui stesso l'aveva distrutto.
Fuori dalla finestra, i profili dei monti già dormivano sotto coltri di buio. Ma, a lui, la notte non portava riposo. La sua particolarissima fisiologia gli impediva di riconoscere con certezza le ore adatte al sonno. Peraltro, l'unico sonno che ormai desiderava era quello eterno: quello che gli era impossibile.
Così, sprecava una breve candela e un tempo infinito seduto a quel tavolino, dove non riusciva neppure a scrivere. Se ci provava, le parole s'ingarbugliavano, formando un gorgo nella sua gola e nel suo cuore.
Una strana e conosciuta brezza lo strappò al torpore. Veniva da un battito di grandi ali membranose, che già aveva incontrato in un incubo.
Sollevò gli occhi d'oro incontro al buio.
Lei – Succubus – si librava nella stanza, sfiorando il pavimento con le punte dei piedi. Quelle sue ali di pipistrello, nere e scarlatte, contrastavano grottescamente con un opulento corpo di donna, immacolato nelle tenebre. Lunghe lame di capelli rossi incorniciavano un viso delicato e crudele. Sulla nuca, le chiome ricchissime erano raccolte in una corona circondata da rose nere.
«Non dovresti essere qui» mormorò Alucard.
«Quello in cui mi hai condannato a un destino peggiore della morte era un sogno» rispose lei, con un'intollerabile morbidezza nella voce. «E quel vagare nel buio mi ha reso ancora più incerta su quale sia la mia dimensione. Potrei benissimo appartenere anche a questo luogo».
Il suo ironico sorriso svelò la punta di un dente affilato. Di riflesso, Alucard si ricordò dei propri canini – lascito del padre Dracula.
«Non credo che Maria ti abbia invitato a casa sua» ribatté lui, cercando di rimanere freddo.
«Finché ci sei tu, è anche casa tua» fece Succubus, con noncuranza.
In pochi battiti d'ali, raggiunse il letto e vi si sedette. Dal tavolino, Alucard le gettò un'occhiata irritata, che lei ignorò.
«Non ti ho invitato nemmeno io, se è per questo» sibilò.
«Con te, non ho bisogno d'inviti». Le parole del demone suonarono cristalline, in quel silenzio.
Alucard si prese un poco di tempo, prima di parlare. Con un segreto brivido, realizzava pian piano quanto Succubus voleva dire.
Lei aveva una sottile, ma profonda connessione con i suoi lati più segreti e sanguinanti. L'aveva intuito fin da quando l'aveva incontrata in quell'incubo. Nella sua corsa a distruggere il castello paterno, prodotto dal caos e dall'odio che covavano in Dracula, era capitato in una stanza falsamente sicura, nel cuor delle Caverne Sotterranee. Là, era stato preso da un plumbeo torpore. In sogno, gli era apparsa l'origine della plurisecolare tragedia, la sorgente del rancore contro il genere umano che Dracula sfogava a ognuna delle sue resurrezioni. Lisa, la madre mortale di Alucard, era legata al palo di un rogo, nei pochi istanti prima di morire come "strega". La scena riproduceva perfettamente un ricordo reale – uno di quelli che avevano spinto il dhampyr ad annegare per tre secoli la propria immortalità in una bara.
Nel dolcissimo strazio di ritrovare la madre, Alucard l'aveva sentita pronunciare un ultimo saluto davvero strano: "Devi disprezzare gli umani! Non puoi vivere con loro! Impedisci che commettano peccati e dà loro la pace eterna… a cominciare dai miei assassini!"
No, la buona Lisa non aveva mai detto niente del genere… Si era violentemente riscosso e aveva spezzato l'incantesimo. Dietro le sembianze di sua madre, c'era lei, Succubus. La sua perspicace crudeltà le aveva suggerito la trappola perfetta per farlo suo. Se Alucard avesse ceduto alle emozioni, avrebbe vagato nell'oscurità con lei per sempre.
Perché Succubus lo bramava così tanto? Era nella sua natura. Tutta la sua essenza si componeva di possesso e lussuria. Inoltre, il dhampyr le riusciva particolarmente gradito. Il demone idolatrava quell'unico figlio di Dracula, la sua bellezza e la sua forza. Anche in quel momento, dal letto, Succubus inviava occhiate penetranti alle sue chiome bionde, alle sue dita sottili e tenaci.
«Non ho più altro che te, adesso» mormorò lei, battendo lievemente le ali. «Da quando mi hai condannato a vagare, tu sei il mio solo punto di riferimento».
Alucard sbatté le palpebre. Sapeva delle insidiose lusinghe di cui Succubus era capace. Ma quella era suonata quasi sincera. Disperata, più che altro.
Gli tornò in mente la lotta contro il demone, nell'incubo. Allora, lei era sicura di sé, spudorata. Svolazzava leggera intorno a lui, moltiplicandosi in illusorie copie di se stessa. A tratti, si abbassava e lo soffocava bramosamente fra le sue ali; oppure, inarcava il suo corpo procace e lanciava contro di lui una nube di petali di rosa, carichi di maledizioni. Su tutta la scena, risuonava la sua risata carnale, vuota di gioia e colma di desiderio.
Ora, Succubus rimaneva calma e silenziosa sul letto, come una bambola dimenticata o una bambina in castigo. Il suo aspetto non era cambiato; ma era spenta, priva dell'energia che aveva attratto, confuso e combattuto Alucard. Può un demone perdere se stesso?
«Perché proprio io?» riuscì a dire lui.
«Perché sei stato l'ultimo a cui io abbia potuto far visita» ribatté Succubus. «E non sei mai stato uno qualunque… Ti ho desiderato tanto, prima di riuscire a contattarti». Abbassò ancor più la voce. «Sei un'eccezione per natura… e lo sai».
Sì, lo sapeva. Aveva sempre portato su di sé il peso di essere unico nel suo genere, figlio di un'umana e del signore di tutti i vampiri. Un'araba fenice.
«Non sono sicuro che sia una bella cosa» mormorò Alucard.
«A ogni modo, vedo che sei riuscito a fare amicizia con un paio di mortali anche in quest'epoca» sottolineò Succubus, accennando alla casa. «Maria e… Richter, giusto? Beh, buon per te. Ma non dimenticare che non appartieni solo a loro. Anche nelle tenebre hai amici».
«Quindi, tu saresti una mia amica?» replicò l'altro, con sarcasmo.
«Diciamo "amica"…» suggerì Succubus, sorniona. Un riflesso dell'antica malizia brillò nell'angolo delle sue labbra. «Di sicuro, conosco bene quei lati di te che nascondi agli umani. Li difendi da tuo padre, Dracula, per riguardo alla tua defunta madre… Ma quanto saresti disposto ad ammettere fino a che punto tu somigli a un vampiro? La tua sete di sangue, il tuo impulso alla vendetta… Quell'incubo veniva più da te che da me».
Alucard sussultò. Il ricordo, unito alle parole di Succubus, aveva toccato i suoi nervi come una punta rovente.
«Se continuerai a fuggire una metà di te, essa ti aggredirà alle spalle» sussurrò il demone. «Devi guardarla in faccia… insieme a qualcuno che non ti giudicherà».
Lui si accorse che stava stringendo i pugni. Quello che l'altra andava dicendogli suonava – come sempre – blasfemo e insidioso. Ma, ora, non erano più nelle Caverne Sotterranee del castello. La voce di Succubus non emanava più potere: solo una lucida tristezza.
Lentamente, Alucard abbandonò il tavolino e andò a sedersi sul letto, vicino a lei. Respirò a fondo; poi, si volse verso Succubus.
Le lunghe, affilate ciocche del demone gli solleticarono il volto, mentre si protendeva a parlarle all'orecchio. Iniziò a mormorare parole dapprima singhiozzanti, poi sempre meno incerte. Confessò le sue fantasie vampiresche su Richter e Maria, la sua rabbia verso le meschinità degli uomini, invidiosi e superstiziosi… Lacrime dense come seme sgorgarono dalle sue folte ciglia, ad accompagnare quel profluvio di parole.
Non tacque nemmeno quando le mani di Succubus cominciarono a farsi strada fra i suoi vestiti. Quell'aprirsi l'aveva acceso.
Fu strano sentirla distendersi su di lui, provare il contatto diretto con la sua pelle. Il corpo del demone era qualcosa di perfetto e impersonale: prendeva la forma di tutte le sensazioni che lui desiderava sperimentare, senza dargliene nessuna che fosse veramente propria. Succubus lo stringeva tra femori ferrei; poi, lo accoglieva fra morbide braccia. Sospirava e rideva; gli mordeva le labbra in un bacio, poi si ritraeva, come per timidezza o paura. Alucard cercava di cingerla, stringerla a sé – lei pareva sfuggire come acqua.
Solo la luna, dalla finestra scalfiva il buio. La candela era ormai esaurita.
Il cuore di Alucard pompava un sangue impazzito per tutte le sue membra. La sua alta e pallida fronte era irrorata di sudore. Strinse i denti, quando i capezzoli di lei gli punsero il pube. Sentì il solco fra quei seni fiorenti accogliere il suo membro. La calda, soffice sensazione iniziò a strappargli brividi. Desiderò di perdersi – mente ed anima – in quella carnalità senza remore. In un picco di delirio, liberò un seme denso e rovente nel petto di Succubus.
Esausto, levò il capo per cercarla. Si ritrovò solo, nudo e sconvolto. Improvvisa com'era apparsa, se n'era andata. Provò una stretta al cuore – possibile che lei, ora, gli mancasse?
Si guardò intorno. La sua vista notturna gli rivelò i pochi, familiari mobili nella stanza che gli aveva dato Maria. Tutto appariva normale, come se lui non si fosse appena immerso nel fiume bollente delle sue passioni.
La stanchezza gli crollò addosso. L'onda che l'aveva sollevato stava ricadendo sul suo capo. Si abbandonò sul letto, mentre i suoi occhi si chiudevano. Tra i morsi della solitudine e del desiderio, trovò finalmente il sonno.
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