Maggio 1000

Hilda si nascose in una radura poco lontano da dove i suoi fratelli andavano abitualmente a lavarsi, si inginocchiò per terra, le gonne raccolte strettamente intorno alle ginocchia, e le mani giunte a formare una coppa, davanti a sé. Piano, con delicatezza, disgiunse le mani e rimase a fissare un'unica goccia di rugiada che si librava nell'aria. Era perfettamente tonda, nemmeno un'increspatura, nemmeno un movimento. Sembrava congelata.

Concentrandosi la fece salire all'altezza dei suoi occhi, poi la fece dividere, prima in due, poi in quattro, in otto. Fino a quando non riuscì più a distinguere una singola goccia, ma solo una nebbiolina concentrata in uno spazio di meno di due piedi. Delicatamente fece ruotare il dito indice e la nebbiolina si ricompattò lentamente. La gocciolina era tornata al suo posto, perfettamente sferica.

Hilda scoppiò in un gigantesco sorriso, la loro madre aveva cercato di spiegarle come fare quella magia per settimane, senza successo. Continuava a dirle di concentrarsi, di focalizzare il suo potere, di spingere la sua volontà. Ma non ci era riuscita, non era nemmeno riuscita a rendere la goccia sferica! E poi Kol le aveva consigliato di trovare un posto isolato, senza distrazioni, e di ascoltare l'energia, la vita che pervadeva tutte le cose. Il potere era ovunque, nella terra, nella goccia, in sé stessa. Tutto quello che doveva fare era ascoltare e chiedere alla natura di fare ciò che voleva.

Hilda non aveva la cruda potenza della madre, non aveva la forza di volontà di Finn e nemmeno l'audacia di Kol quando si trattava di magia. Ciò che lei aveva in abbondanza era la gioia di praticare, la felicità di sentire di essere connessa alla natura e a tutte le cose. E anche questo era un tipo di magia. La loro madre poteva insegnarle gli incantesimi, le formule, le pozioni, ma il suo modo di fare magie era solo suo. Hilda non poteva lavorare con il rigore logico di Finn o con la forza come faceva Esther, aveva bisogno di sentire, mettere il sentimento che voleva nella magia.

Si alzò di scatto facendo ricadere la goccia a terra e raccolse le gonne nelle mani prima di spiccare una corsa a rotta di collo verso il villaggio. Voleva mostrare a Kol cosa era riuscita a fare. Saltò oltre un ramo, troppo felice per rallentare e, pochi minuti dopo, entrò in un piccolo spazio tra le capanne più periferiche. Schivò dei panni stesi ad asciugare e corse verso uno spiazzo tra le case. Ma si bloccò alla scena che aveva davanti gli occhi.

Il loro padre, Mikael, incombeva sopra suo fratello, Niklaus, che era steso a terra. La punta della spada del padre a pochi pollici dagli occhi azzurri del figlio, piantata saldamente nel terreno. Elijah stava trattenendo per una spalla Rebekah che, a sua volta, aveva un braccio intorno alle spalle del fratello minore, Henrik.

Esther, la loro madre, era alle spalle del marito, la schiena ritta, una mano stretta tra le pieghe della gonna e l'altra che reggeva un secchio vuoto. Lanciò a Hilda un'occhiata penetrante, ingiungendole di rimanere in dispare, di non fare nulla di sciocco.

Ma era da tempo che Hilda aveva capito di avere maggior libertà con il loro padre rispetto agli altri fratelli. Tranne qualche schiaffo, con lei Mikael si tratteneva sempre, non importava cosa avesse potuto fare, suo padre non riusciva a farle del male, non come ne faceva agli altri suoi figli.

Si avvicinò al padre, saltellando leggermente sulla punta dei piedi per far sembrare che fosse felice e si incollò un sorriso luminoso sulle labbra mentre gli si avvicinava. Suo padre non amava la magia, tollerava a mala pena che sua moglie la praticasse anche se ne vedeva l'utilità, ma gli piaceva vedere sua figlia imparare a praticarla. "Padre!" esclamò con voce felice e carica di aspettativa.

Mikael si girò bruscamente verso di lei, fissandola con sguardo truce. La bambina avrebbe dovuto averne paura, e ne aveva, ma sapeva anche fino a quando potesse spingersi con lui. Non guardò nessuno, soprattutto Nik che era ancora paralizzato a terra, la spada che gli sfiorava la spalla e il collo. "Padre, ho imparato una nuova magia!" Continuò con un trillo nel tono.

"Vieni a vedere, padre?" gli chiese mentre gli porgeva la mano e dava le spalle al fratello a terra, fingendo di ignorare la sua situazione.

Vide l'esatto momento in cui la furia appena trattenuta del padre si sciolse. Le spalle si contrassero in un ultimo spasimo prima di rilassarsi mentre estraeva la spada dalla terra e grugniva. Non le si avvicinò, anzi, le voltò le spalle fissando la moglie prima di andarsene. Non appena sparì tra le capanne i fratelli espulsero il respiro che avevano trattenuto e sua madre le si avventò contro, strattonandole il braccio mentre la rimproverava.

"Stupida ragazzina, vuoi farti ammazzare? Sai che non devi avvicinarti a tuo padre quando è di quell'umore!" esclamò contrariata Esther. Hilda si costrinse a far inumidire gli occhi mentre abbassava lo sguardo e incurvava le spalle, fingendo di accettare il rimprovero che la madre le faceva. "Volevo solo... Volevo mostrargli che sto diventando brava con la magia!" esclamò con voce tremante mentre fingeva di piangere.

Esther la scostò bruscamente, mentre la fissava con espressione disgustata. Poi si girò, facendo vorticare la gonna attorno alle gambe e se ne andò, seguendo il marito.

Nik si rialzò da terra, zoppicando leggermente e tenendosi l'anca su cui era caduto. "Grazie pulce." mormorò dolcemente mentre le accarezzava la testa con delicatezza. Rimase sorpreso però dal sorriso accecante che lei gli rivolse: non c'erano tracce di lacrime sul viso della bambina, la sua postura era cambiata non appena Nik le si era avvicinato e gli occhi della piccola stavano ridendo. "Non chiamarmi pulce, Nik! Non mi piace e lo sai!" gli disse mentre faceva un allegro broncio lasciando il fratello momentaneamente interdetto.

Poi scoppiarono a ridere assieme, mentre la sorella più piccola abbracciava Nik e gli strofinava il viso sul petto. "Stai bene? Nostro padre non ti ha ferito?" gli chiese con ancora il viso affondato nel farsetto di pelle. Lo chiedeva ogni volta e, anche se sapeva che Nik le mentiva, si sentiva sempre rincuorata quando lui le diceva che stava bene. "Non avresti dovuto farlo piccola, è pericoloso, lo sai." le disse mentre la teneva un po' più vicino.

Ma la verità era che lei correva meno pericoli di tutti loro, con Mikael. Certo, ogni tanto picchiava anche lei, ma capitava di rado e non era mai violento come con gli altri. Perfino Rebekah veniva picchiata più duramente e più spesso rispetto a Hilda e nessuno di loro riusciva a capirne il motivo. Cosa vedeva Mikael nella piccola di casa che lo faceva ammorbidire? Forse lei gli ricordava la figlia perduta, Freya? Ma in quel caso non avrebbe dovuto trattenersi anche con Bekah?

Henrik, Rebekah e Elijah si avvicinarono ai due fratelli, 'Lijah con espressione grata per l'intervento della sorellina, Bekah controllando che Nik non avesse tagli o lesioni e Henrik guardando la sorella minore con un'espressione imperscrutabile.

Henrik voleva bene alla sorellina, ma alle volte provava un forte senso di ingiustizia. Lei aveva la magia, il loro padre l'amava, i suoi fratelli la trattavano come se fosse preziosa e perfino Rebekah, che di solito era la prima a prendere in giro i fratelli, con lei era dolce e comprensiva.

Henrik stava rapidamente diventando il miglior cacciatore della famiglia, poteva seguire una pista meglio di chiunque altro, riusciva a centrare il suo bersaglio quattro volte su cinque e ormai riusciva almeno a tenere testa a Kol che Finn quando si allenavano con la spada. Eppure, il loro padre non lo guardava mai come guardava Hilda a cui bastava semplicemente fare un sorriso per ricevere lodi e dimostrazioni di affetto. Cosa c'era di sbagliato in lui? Non aveva forse dimostrato di essere il miglior figlio possibile per il loro padre?

Dopo aver controllato che Nik stesse bene se ne andò nel bosco da solo. Non voleva stare vicino alla sorellina, avrebbe finito per dire qualcosa di cui si sarebbe pentito e poi tutti gli altri lo avrebbero guardato con espressioni di biasimo. Non riusciva a capire come Niklaus, quello che più di tutti avrebbe dovuto risentirsene, riuscisse a starle sempre così vicino.

Si nascose dietro un grosso pino vicino alla loro capanna, pensando e riflettendo su come avrebbe potuto conquistare anche lui l'affetto del padre. Non riusciva nemmeno a capire perché volesse che lui lo notasse ma restava il fatto che lo desiderava con tutto il cuore, voleva che Mikael lo guardasse e lo trattasse come faceva con la sorella minore, voleva il suo amore.

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Elijah si incamminò velocemente tra gli alberi, aveva visto Henrik andare via già da qualche ora ed era preoccupato che si fosse allontanato troppo dal villaggio. Ultimamente le relazioni con i loro vicini erano state più tese del solito. Il loro villaggio era cresciuto e avevano prosperato, erano arrivati nuovi abitanti, altri erano nati nel corso degli anni, il loro piccolo insediamento, che era cominciato con appena un'ottantina di persone era cresciuto ben oltre le trecento unità. Questo aveva portato a una intensificazione della caccia e a dover cercare sempre più lontano le prede che servivano loro per sopravvivere. Anche le coltivazioni avevano preso più terreno per riuscire a sfamare tutti.

C'erano stati diversi scontri con i Skraeling che abitavano a meno di due giorni di viaggio dal loro insediamento, perlopiù scaramucce tra giovani che erano state risolte velocemente dai capi dei rispettivi villaggi, ma ogni giorno i rapporti si facevano più tesi e difficili. Anche la vicinanza con gli uomini lupo non aiutava, qualche anno prima c'era stato un incidente: uno dei guerrieri più anziani, uno che aveva combattuto con Mikael nella loro vecchia patria, era stato ucciso durante la luna piena. Era di guardia a una delle entrate meno sorvegliate e si era fatto sorprendere da un giovane lupo che era riuscito a trascinarlo via afferrandogli il braccio. Quando lo avevano trovato la mattina dopo, di lui, era rimasto ben poco. Avevano riconosciuto il corpo solo grazie al tatuaggio di Yggdrasil sulla sua schiena.

Al suo funerale aveva partecipato tutto il villaggio.

Non avevano incolpato gli uomini lupo, non potevano biasimarli per la loro stessa natura, ma non si erano più fidati di loro, anche quando erano in forma umana rimaneva una leggera diffidenza che fino a poco prima non c'era.

Elijah si allontanò ancora un po', sperando di intravvedere Henrik seduto da qualche pare, fin quando non sentì ridere.

Era una risata allegra, piena, di una donna. La sentì correre nel sottobosco poco lontano da dove lui si era fermato per ascoltare.

E poi la vide.

Correva tra gli alberi, guardandosi alle spalle, inseguita da qualcuno con cui stava giocando. Era bellissima. I lunghi capelli scuri come pece le arrivavano ai fianchi rotondi, il seno si alzava velocemente con il respiro affannoso che li spingeva contro il corpetto dell'abito blu scuro. La pelle lattea del collo e delle clavicole creava un contrasto meraviglioso contro l'oscurità del vestito. Aveva le guance rosse per la corsa e l'eccitazione, le labbra dischiuse mentre aspirava l'aria nei polmoni.

Era stupenda.

La ragazza si nascose dietro un albero, portandosi le mani davanti alla bocca per non far sentire al suo inseguitore il rumore del suo respiro affannoso. Mosse piano la testa, individuando Elijah che la guardava e gli sorrise da dietro le mani. Lui vide sue guance sollevarsi, e i suoi occhi scuri ridere mentre gli faceva segno con il dito di tacere. Lui annuì piano, sorridendole.

Stava per andarsene, lasciandola a giocare con il suo inseguitore quando lo riconobbe: era Niklaus che la stava rincorrendo, facendo molto più rumore del normale mentre si muoveva. Anche lui rideva, gioioso e contento del loro gioco. La raggiunse dopo poco, facendo una finta intorno all'albero dietro cui lei si era nascosta, prima di catturarla delicatamente tra le braccia. Lei emise un gridolino deliziato, senza cercare di sfuggirgli. "Ti ho presa Tatia!" esclamò trionfante Niklaus mentre si chinava leggermente per posarle un dolce bacio vicino alle labbra.

Elijah si girò bruscamente, allontanandosi dalla coppia, leggermente imbarazzato e non volendo farsi scoprire dal fratello a spiarlo in un momento così intimo. Non vedeva da molto tempo Nik così felice e spensierato e sentì il suo cuore alleggerirsi. Se qualcuno meritava la felicità era Niklaus. Elijah era contento che suo fratello avesse trovato qualcuno che gli facesse brillare in quel modo gli occhi, che lo facesse ridere così liberamente. Non vedeva l'ora di poter canzonare bonariamente il fratello per la scena a cui aveva assistito. Era davvero felice per lui.

Eppure, non poté evitare di girarsi un'ultima volta a guardarla, mentre baciava suo fratello. I loro occhi si incrociarono brevemente mentre lei inclinava la testa per concedere l'accesso alla sua bocca a Niklaus, stava ancora sorridendo mentre guardava Elijah. Poi gemette dolcemente e chiuse le palpebre e Elijah se ne andò a cercare Henrik, ancora con l'immagine dei suoi occhi ridenti impressi nella mente.

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"Ricordati: maneggiare una spada non è solo questione di muscoli, una mano serve per la potenza, l'altra per la precisione. La mano più vicina all'elsa è quella che dirige il fendente, l'altra è quella che lavora per dare potenza." disse Kol con voce stentorea. Stava camminando in circolo, fissando la figura di Hilda che colpiva più volte un albero con la spada da esercitazione e poi si ritraeva rapida. "Tieni la guardia più alta, inclina leggermente la spada, così non scalfirai la tua lama contro quella del tuo avversario" continuò a istruirla.

Si erano dovuti nascondere lontani dal villaggio per evitare che qualcuno li vedesse o sentisse. Se Mikael avesse anche solo pensato che stesse insegnando alla sorella a combattere non lo avrebbe solo frustato, ma probabilmente anche bandito.

Suo padre parlava spesso della Skjaldmaer che gli aveva salvato la vita in battaglia, di come avesse i capelli tagliati appena sotto le spalle, di come era truccata e della sua ferocia che poteva rivaleggiare con i migliori guerrieri Berserkr del loro villaggio, ma ne parlava come se fosse un mostro, qualcosa da ammirare e da cui stare più lontani possibile. La legge diceva che alle donne era proibito impugnare le armi, tagliarsi i capelli o vestirsi da uomini. Esistevano sempre delle eccezioni, ma non erano ben viste. Erano delle reiette. E, l'ultima cosa che voleva Kol, era che la sua sorellina venisse cacciata dal villaggio.

Ma Hilda lo aveva implorato per mesi: voleva imparare almeno le basi. E quando l'aveva vista con la spada di legno in mano, quella che si usava per insegnare ai bambini e cominciare a rinforzare la muscolatura, ne era rimasto affascinato.

Dove le mancava la forza cercava di compensare in velocità, dove la sua altezza era uno svantaggio cercava di farlo diventare un punto di forza. Era brava, non quando loro, perfino Finn, quello di loro che era meno portato per il combattimento con la spada, avrebbe potuto batterla in appena un battito di ciglia, ma si impegnava, e loro avevano anni di esercitazioni con Mikael alle spalle. E, almeno, così sapeva che non si sarebbe uccisa cadendo per errore sopra una lama! Ma dovevano nascondersi da tutti, anche i loro fratelli non avrebbero visto di buon occhio che la loro sorellina impugnasse una spada, anche se di legno.

"Non stringere così l'elsa! Devi tenerla fermamente, ma senza impedire il movimento." le disse. "Riprova, colpisci dal basso verso l'alto! Il movimento deve essere fluido, seguilo con le braccia e la schiena!" Era divertente insegnarle, sembrava che qualunque cosa le dicesse o le facesse vedere lei riuscisse a capirlo e assimilarlo. I suoi movimenti si fecero via via stanchi, mentre i minuti scorrevano i muscoli si irrigidivano e lei perdeva potenza e grazia.

Era l'ora di smetterla, nascondere la spada di legno e tornare a casa. Già così sembrava che la sua sorellina avesse corso fino alle montagne e ritorno tanto era sudata e rossa. La richiamò mentre le porgeva un otre d'acqua. "Dai, basta così per oggi. Dobbiamo tornare a casa prima che nostro padre decida di venirci a cercare, sai che non sarebbe una buona cosa, per nessuno di noi due" le disse tranquillamente.

"Kol, sto migliorando?" chiese la sorella senza fiato mentre si accasciava a terra e raccoglieva le gonne marroni intorno a sé. Aveva sempre voluto imparare a combattere. Non importava quale fosse l'arma con cui i suoi fratelli si stessero esercitando, lei voleva provare. Ci erano voluti diversi mesi di persuasione, capricci e rassicurazioni che non avrebbe detto nulla agli altri fratelli, per convincere Kol a insegnarle come maneggiare una spada. Avrebbe voluto anche imparare a tirare con l'arco, ma Kol si era rifiutato: sarebbe stato molto più difficile rubare un arco e delle frecce rispetto a una spada da esercitazione.

Purtroppo, le sembrava di non aver imparato nulla. Certo, si stancava più lentamente rispetto alla prima volta che aveva maneggiato la spada di legno ma ancora non credeva di aver appreso qualcosa di utile! Passava il suo tempo a colpire un albero! Aveva visto i suoi fratelli allenarsi, e loro non colpivano gli alberi.

Quando Finn e Kol combattevano c'erano schianti, urla, movimento, prese in giro, e tutti quelli che passavano si fermavano a guardarli lottare. Quando lo facevano Niklaus e Elijah si formava una piccola folla e alcuni andavano anche a chiamare i loro amici. Erano uno spettacolo impressionante da vedere.

Era raro che a combattere fossero Elijah e Finn o Nik e Kol, almeno quando lo facevano con la spada. Finn aveva sempre preferito combattere con la breiðöx, l'ascia larga, e lo scudo. Kol prediligeva la lancia, con uno scudo più piccolo legato al braccio e, come arma secondaria il scramasax, mentre Nik e Elijah erano diventati degli spadaccini ineguagliabili, anche se Nik aveva un leggero vantaggio su Elijah dovuto a un pollice scarso di altezza in più.

Vedere Elijah e Finn combattere era impressionante, non solo per la differenza di altezza e muscolatura, ma anche per lo stile di combattimento: Finn, il più alto tra tutti i fratelli, combatteva con calcolati slanci di pura potenza, usando la sua ascia come fosse Mjöllnir, mentre Elijah si muoveva serpeggiando intorno al fratello maggiore facendo muovere la sua spada come una vipera. Mentre Finn era certamente più alto di Elijah, che era il più basso tra tutti i fratelli, la muscolatura di Elijah era molto più sviluppata di quella di Finn dandogli il vantaggio non indifferente.

Niklaus era di poco più alto di Elijah, ma più basso di Kol e Finn, con una muscolatura simile al cordame che si poteva trovare arrotolato vicino alle loro navi. Era agile e scattante in ogni movimento, come acqua che corre sulle rocce dei fiumi. Si muoveva con la delicatezza e la precisione che derivavano dall'intenso esercizio e pratica. Vedere lui e Kol combattere era sempre uno spettacolo degno di nota. La lancia saettante di Kol contro la grazia della spada di Nik. Era ipnotizzante vederli muovere.

E Hilda si sentiva come un sacco ripieno di rape. Sembrava che ogni suo movimento fosse troppo lento, troppo ampio, troppo finto. Come se stesse solo giocando con la spada.

Ormai erano settimane intere che si nascondevano da tutti e Kol cercava di insegnarle come muoversi, come parare, come colpire. Eppure, continuava a sbagliare.

"Certo che stai migliorando. Non pensavi mica che dopo pochi giorni saresti diventata una grande guerriera, vero?" le disse Kol guardandola con un sorriso sarcastico in volto. "Nostro padre ci ha messo una spada come quella che hai tu in mano quando avevamo appena iniziato a camminare. Ogni giorno ci faceva colpire un palo che aveva piantato nel cortile davanti casa. Dovevamo colpirlo fino a farci sanguinare le mani. E poi ci faceva correre, saltare, nuotare. Ancora e ancora e ancora. Ogni giorno, tutti i giorni." le spiegò con voce cupa. "Quando siamo diventati abbastanza forti ha cominciato a insegnarci davvero, ci picchiava con la sua spada nel fodero, finché non imparavamo a bloccare, a schivare e contrattaccare." continuò a raccontarle mentre riviveva i ricordi della sua infanzia. "Quando uno di noi riusciva a colpirlo per la prima volta ci faceva passare alle lame vere." disse con voce sommessa.

Era uno dei ricordi peggiori che avesse di Mikael. Quel giorno era stato il primo giorno in cui aveva davvero avuto paura di suo padre.

Ricordava quando era riuscito per la prima volta a colpire il padre con la spada da allenamento, ricordava il bagliore astuto che era apparso negli occhi del padre e le espressioni di rammarico dei suoi fratelli. Mikael si era complimentato con lui, gli aveva dato una pacca sulla spalla e poi era andato nella capanna dove tenevano gli attrezzi ed era tornato con una spada vera. Era così felice e orgoglioso! La sua prima spada!

Aveva solo sette anni.

Il padre lo aveva lasciato guardare la lama per alcuni secondi prima di rimettersi in posizione davanti a lui e sguainare la sua spada.

Poi aveva cominciato a colpirlo. A incalzarlo, a urlargli di reagire, di non fare il codardo. Nella fretta di allontanarsi dal padre era inciampato ed era caduto, battendo la testa a terra. Mikael si era fermato, e poi gli aveva detto di rimettersi in piedi e ricominciare. Era andato avanti per quelle che gli erano sembrate ore, fino a quando Kol non era scoppiato a piangere dopo l'ennesima caduta.

Era pieno di abrasioni, i palmi delle mani erano ricoperte di bolle che gli facevano male per aver inutilmente stretto troppo l'elsa della sua nuova spada, aveva tagli su tutto il corpo dovuti alla lama del padre. Era terrorizzato. Mikael aveva riso di lui e poi gli aveva detto, con voce fredda e dura come il ferro: – Impara a combattere, impara a vincere! Solo così non dovrai più provare questa sensazione! - e se ne era andato, lasciando il figlio nella polvere a piangere. All'epoca non aveva capito cosa avesse fatto di male. Poi, con il tempo, aveva capito che non era stata colpa sua, ma solo di suo padre.

"Ci vuole tempo, piccola, per imparare davvero a maneggiare una spada ci vuole tempo. I tuoi muscoli devono imparare a muoversi, solo così potrai davvero combattere." Si alzò in piedi. "Forza, datti una sistemata e torniamo a casa" le disse più bruscamente di quanto avesse voluto. I ricordi lo avevano innervosito abbastanza.

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Rebekah stava tornando a casa di corsa, Kjell, figlio di Rúnólfr, il pellicano, era stato dolcissimo quel pomeriggio, regalandole addirittura un piccolo ciondolo fatto con una pietra lucida. Certo, non era molto bella, ma almeno ci aveva perso un po' di tempo per annodarla nel cordino di pelle!

Erano riusciti a incontrarsi di nascosto dai loro genitori in una radura poco distante dal villaggio. Kjell le aveva preso la mano e l'aveva tenuta con tutta la premura possibile mentre le raccontava dell'ultimo viaggio che aveva fatto al nord per commerciare con suo padre e i suoi fratelli. Era la spedizione con cui era partito anche Finn, quasi cinque lune prima, anche se il fratello di Rebekah non era ancora tornato.

Kjell era così coraggioso! Le aveva raccontato di come avesse affrontato e sconfitto diversi uomini che li avevano circondati con le loro lance. Si era emozionata moltissimo a vedere la ferita ormai cicatrizzata che aveva sul gomito. E poi, come in un sogno magico, lui si era sporto su di lei, circondandola con le braccia e l'aveva baciata! Proprio sulle labbra!

Questo voleva dire che ora erano fidanzati? Che lui l'avrebbe chiesta in moglie? Sperava di sì, Kjell era così bello, alto e forte. Certo, la sua era una famiglia di commercianti, non di guerrieri come la sua, ma forse a suo padre non sarebbe importato. Riusciva già a immaginarsi mentre Finn, o Elijah, le porgeva la nuova spada per suo marito.

Accelerò un po' la corsa verso casa, troppo felice per riuscire a contenersi, fino a quando, svoltando un angolo, non si scontrò violentemente contro qualcuno.

Niklaus riuscì ad afferrarla per le braccia per evitare che cadesse a terra ma fece una smorfia di dolore al movimento. La sua anca era ancora ammaccata da quella mattina. "Bekah!" esclamò contrariato mentre la aiutava a raddrizzarsi. "Cosa ti prende a correre così?" chiese mentre guardava alle spalle della sorella per vedere se era inseguita da qualcuno. Non era raro che la sorella finisse nei guai, aveva una lingua acuta e spesso non rifletteva prima di parlare, cacciandosi diverse volte in guai da cui poi loro, i suoi fratelli, dovevano salvarla.

"Io... stavo solo... stavo tornando a casa!" disse lei senza fiato e con un sorriso accecante in volto. "Stavi solo tornando a casa?" le chiese confuso dal suo comportamento. Non era da lei correre a quel modo. "Dov'eri?" le domandò con voce ad un tratto sospettosa. Non fu del tutto sorpreso dalla sorella che lo afferrava e lo trascinava lontano dalla vista della loro casa, ma di certo il suo comportamento non lo stava tranquillizzando.

"Nik, non puoi dirlo a nessuno, devi promettermelo, fratello!" gli richiese Bekah non appena si furono allontanati abbastanza dalla loro capanna. E tutta la serenità che Nik aveva provato tra le braccia di Tatia evaporò come nebbia al sole. "Prima dimmi cosa è successo, poi vedremo" le disse con voce improvvisamente dura. Sua sorella era giovane e ingenua in molti modi. Era già capitato che qualcuno la ingannasse. Una volta era stata convinta da un mercante a comprare una pozione che l'avrebbe resa, secondo il mascalzone, la donna più bella di tutto il mondo. Sua sorella aveva scambiato ben due degli amuleti della madre pur di comprare la miracolosa pozione che, poco dopo la partenza del farabutto, avevano scoperto essere un semplice infuso di erbe e piscio.

La loro madre si era infuriata per la perdita dei due amuleti ma ancora di più per il fatto che si fosse fatta ingannare così facilmente e per una cosa così futile. Aveva battuto la sorella fino a farla piangere e promettere di non fare più cose così stupide. Non che fosse servito a molto.

"Forza, dimmi cosa è successo."

E, dopo il racconto di Rebekah, l'unica cosa che avrebbe voluto, era non averle chiesto nulla. Sospirò, facendo uscire l'aria dal naso e passandosi una mano tra i lunghi capelli biondi. Avrebbe preferito non essere lì, avrebbe preferito essere ancora nel bosco, a inseguire Tatia e a giocare con lei. Dov'era Elijah quando serviva? Il fratello maggiore sarebbe riuscito a spiegare alla sorellina che di sicuro Kjell non aveva intenzioni serie con lei.

Lo conoscevano da tutta la vita, era un bravo ragazzo, ma inseguiva le donne come fossero prede particolarmente ambite, e non gli interessava molto se fossero fanciulle, vedove o spostate. Normalmente entrambe le parti sapevano in cosa si stessero cacciando, qualche notte di piacere, qualche piccolo dono e poi proseguivano tutti, felicemente per quanto potesse saperne lui, per la propria strada. C'erano stati diversi pettegolezzi di mariti poco felici che avevano rincorso Kjell con bastoni e forconi. Di norma finiva con una piccola rissa, qualche pugno ben assestato, un grande consumo di birra o idromele e pacche sulle spalle.

Ma ovviamente Rebekah era ancora troppo giovane per sapere di queste cose. Sia i fratelli che i loro genitori avevano protetto moltissimo le uniche ragazze della famiglia. Le avevano incoraggiate a rimanere lontane da tutto ciò che avrebbe potuto macchiare il loro onore e la loro famiglia. Certo, aveva sperato che le amiche di Rebekah le avrebbero insegnato un paio di cose sugli uomini, ma sembrava che non fosse stato così.

"Bekah, non... per Kjell non è una cosa seria. Non chiederà di sposarti. A lui piace... divertirsi con le donne, ma non ha intenzione di sposarsi presto. E anche se lo facesse, sarebbero i suoi genitori a scegliere la sposa." cercò di spiegarle il più delicatamente possibile. Rebekah aveva solo sedici anni, era ancora una fanciulla, e, per quanto fosse certo che ne avesse parlato con le altre ragazze del villaggio, non era sicuro sapesse qualcosa dei rapporti carnali tra maschi e femmine.

Non che il sesso fosse totalmente malvisto, ma una fanciulla, era sicuramente più ricercata come moglie rispetto a una qualunque ragazza che si fosse già concessa alle attenzioni di un uomo. Con il tempo diverse persone erano venute vivere nel loro villaggio, alcuni erano giovani che cercavano nuove terre da fare proprie, dove accasarsi, altre erano famiglie che scappavano dalle malattie che, sempre più spesso, si abbattevano nel Vecchio Mondo. Era arrivata anche una manciata di donne, alcune nubili, altre divorziate che erano salpate con la propria dote e magari con i propri figli, altre erano vedove di mariti uccisi che lasciavano tutto alla moglie o ai figli ancora troppo piccoli.

Come Tatia, il cui marito era morto in una razzia, lasciandola con un figlio di almeno di due inverni, una piccola fattoria e un po' di denaro. Lei aveva preferito partire dalla sua patria. Aveva venduto i loro animali, la terra e le armi del marito, poi era salpata per cercare una nuova vita, più prospera, per sé stessa e suo figlio, Brage. Tatia non era la prima, e non sarebbe stata l'ultima vedova che decideva di andarsene attraverso il mare per cercare una nuova vita.

"Ma, Nik! Mi ha baciato e, guarda, mi ha regalato questa collana!" insistette Rebekah mentre gli faceva vedere il cordino di pelle con una pietra appesa. Era convinta che Niklaus non avesse ben capito. Kjell doveva sicuramente averla scelta come sua fidanzata, perché altrimenti l'avrebbe baciata? E poi la sua era una buona famiglia, abbastanza ricca anche se non prestigiosa come la loro e lui era così bello! Con i capelli biondi, gli occhi chiari, le spalle larghe e gli avambracci muscolosi. E poi era stato molto dolce con lei, le aveva fatto un dono, le aveva fatto i complimenti per la sua bellezza e aveva paragonato i suoi occhi al cielo primaverile.

"Bekah, ha regalato simili collane a metà delle donne del nostro villaggio. Le fa per passare il tempo, l'ho visto io stesso farne almeno due di fila una sera. Per lui non hanno un significato speciale." disse Nik. Gli dispiaceva spezzare il cuore della sua sorellina, ma aveva bisogno che capisse velocemente che non c'era speranza che Kjell la sposasse, prima che irrompesse in casa annunciando qualcosa che avrebbe costretto suo padre a picchiare il povero ragazzo e sua madre a picchiare Rebekah.

"Sorellina, lui non vuole sposarti, quello che vuole è... ehm, vuole infilarsi sotto le tue gonne" continuò arrossendo come un papavero. "Lo fa con molte donne, regala loro una collana o qualcos'altro di insignificante, le bacia, le porta tra le pellicce e poi se ne va. Mi dispiace." le disse ancora rosso senza guardarla in viso. Se lo avesse fatto avrebbe visto gli occhi della sorella allargarsi e le labbra piegarsi in un broncio testardo.

"Non è vero!" esclamò arrabbiata. Nik non capiva nulla! Come poteva anche solo pensare male di Kjell? Lui era così coraggioso e forte! Sicuramente non l'avrebbe ingannata in quel modo. Non sarebbe mai stato tanto meschino da farle un dono solo per... non riusciva nemmeno a pensarci!

Ma un piccolo dubbio cominciò a insinuarsi nella sua mente. Diverse sue amiche ridacchiavano e arrossivano ogni volta che il nome di Kjell saltava fuori in una conversazione, e lo aveva visto con i propri occhi parlare con diverse donne che non facevano parte della sua famiglia. Ma sicuramente era solo perché era una persona amichevole, non un mascalzone! "Tu non vuoi la mia felicità!" esclamò arrabbiata. Nik poteva essere così cattivo quando voleva! "Sono sicura che chiederà preso a nostro padre di lasciarci sposare!" gli disse con tutta la convinzione che riuscì a trovare nonostante il tarlo che Nik le aveva messo nella testa. "Vedrai, nelle prossime settimane chiederà sicuramente di parlare con nostro padre!" sentenziò.

Niklaus sospirò esasperato mentre la guardava finalmente in volto. "Rebekah, non fare la bambina! Non puoi essere così ingenua da non capire quando un uomo vuole solo una cosa da te!" la sibilò davanti al viso. "Dai, prova a riflettere per un istante! Quando mai Kjell ti ha mostrato altro che blando interesse? O ti ha parlato se non per salutarti?" continuò incalzandola. "Non gli interessi, vuole una cosa da te e una cosa sola, poi non appena avrà finito passerà alla prossima sciocca che casca tra le sue braccia!" le disse con cattiveria, non accorgendosi, o non volendo vedere, le lacrime che stava causando alla sorella minore. "Forza, non fare la bambina, andiamo a casa e non pensarci più" concluse mentre le afferrava la mano in cui teneva la collana che le era stata regalata.

Ma Rebekah puntò i piedi e fece resistenza mentre il fratello cercava di trascinarla verso la loro capanna. "Lasciami andare! Nik smettila!" esclamò mentre il ragazzo le dava uno strattone al braccio per farla muovere. Niklaus, irritato, la lasciò di malagrazia, costringendola a indietreggiare bruscamente per mantenere l'equilibro "Nik, mi ha baciato!" esclamò ad alta voce. "Deve significare qualcosa!"

Nik, irritato dalla testardaggine infantile della sorella sbottò con cattiveria "Non puoi davvero essere così stupida da non..." ma lo schiaffo che gli arrivo addossò lo ammutolì.

Rebekah respirava pesantemente, la mano che aveva usato per schiaffeggiare suo fratello stretta all'addome, la bocca leggermente dischiusa e gli occhi dilatati. Non si era nemmeno resa conto di cosa stava per fare, era stato istinto. Non voleva fare del male al fratello! Ma Nik non la stava ascoltando, la stava trattando come se fosse una bambina capricciosa, le aveva detto che era stupida! E lei non sapeva come fermarlo, come farsi ascoltare da lui. Non aveva nemmeno pensato prima di agire.

La testa di Nik era ancora girata leggermente e l'impronta della mano della ragazza stava diventando evidente sulla pelle pallida della sua guancia. Le mani erano serrate in pugni sui suoi fianchi, e lei riusciva a vedere delle lacrime che spuntavano da sotto le ciglia del fratello.

Gli si avvicinò esitante, respirando il più piano possibile. Non aveva mai colpito uno dei suoi fratelli, nemmeno quando la prendevano in giro o quando la facevano arrabbiare nascondendole le sue cose, mai.

Le venne da piangere, mentre guardava il fratello che cercava di controllare la furia e la tristezza, e gli buttò le braccia intorno al collo e cominciò a piangere sulla sua spalla. Quasi si aspettava che Nik la respingesse bruscamente quando senti le mani di lui spostarsi, ma Niklaus le avvolse solo delicatamente le braccia intorno alla vita, tenendola mentre lei piangeva. Lo sentì prendere un paio di respiri profondi, corroboranti, e poi le appoggiò la guancia sulla testa, cominciando ad accarezzarle delicatamente la schiena per farla calmare.

Bekah voleva chiedergli scusa, meno di una manciata di attimi dopo averlo schiaffeggiato già voleva chiedergli scusa, ma non ci riusciva. Non riusciva ad aspirare abbastanza aria da dirgli che le dispiaceva. Continuava a piangere e singhiozzare nel suo farsetto, strofinandogli la fronte sulla spalla e stringendo le braccia intorno al collo del fratello ogni volta che pensava lui stesse per lasciarla.

"Calmati, va tutto bene, va tutto bene" le mormorò dolcemente Nik vicino al suo orecchio, mentre le accarezzava ancora delicatamente la schiena, "Non è successo nulla, tranquilla, va tutto bene" continuò a rassicurarla.

Per un attimo, un solo, brevissimo attimo, aveva avuto la tentazione di picchiarla. Aveva sentito il forte desiderio di tirarle un pugno, di strattonarla fino a farla cadere a terra e cominciare a picchiarla, senza fermarsi. Ma poi lei lo aveva abbracciato e lui si era ritrovato a voler solo proteggerla. Da sé stesso, dagli altri, dal mondo intero. Era la sua sorellina, era la sua piccola Bekah, la stessa che amava intrecciargli i capelli quando era una bambina, che aveva paura dei temporali e che gli chiedeva di rimanere con lei quando di notte pioveva, era la sua piccola combina guai. Non avrebbe mai potuto farle del male, non avrebbe mai potuto lasciarla piangere senza confortarla.

Così la strinse un po' più forte, mormorandole sciocchezze per farla calmare, accarezzandole i lunghi capelli.

Quando cominciò a calmarsi la scostò delicatamente dal suo petto, posandole una mano sulla guancia per asciugarle le tracce di lacrime con il pollice. I grandi occhi azzurri erano dilatati e arrossati dal pianto, e qualche lacrima ancora le scendeva sulle guance. "Va tutto bene, non è successo niente" le disse mentre la guardava con occhi gentili. "Stiamo bene, tutti e due." continuò mentre la scrutava. "Bekah, io non voglio che tu ti faccia male. Conosco Kjell, so come si comporta con le ragazze. Ho visto diverse fanciulle innamorarsi del suo fascino solo per essere scartate e dimenticate dopo poco e non voglio che succeda anche a te. Ti voglio bene. Tutto ciò che voglio per te è che tu sia felice, ma non potrai avere quella felicità con lui, non è degno di te. Tu sei la mia sorellina, per te solo il meglio del meglio." le disse dolcemente mentre ancora le asciugava il viso.

La sentì annuire leggermente nel palmo della mano. Gli occhi bassi, mentre si vergognava di aver colpito uno dei suoi fratelli. "Se vuoi stare con lui, va bene, ti aiuterò perfino a nascondervi dai nostri genitori, ma devi essere consapevole che non ci sarà un matrimonio tra di voi; Kjell non ti sposerà, e mi dispiace se questo ti fa soffrire, ma devi saperlo" le disse il più dolcemente possibile.

Rebekah non disse nulla, ancora aggrappata a lui anche se ora gli stringeva semplicemente il farsetto nei pugni.

La riabbracciò, appoggiando la guancia che pulsava di dolore sulla sua testa. La sentì tirare su con il naso mentre nuove lacrime le scendevano dagli occhi, ma non piangeva più come prima, queste erano lacrime di rimpianto e accettazione. Forse, finalmente, le sue parole avevano cominciato a penetrare nella coscienza della sua sorellina. La lasciò piangere ancora per qualche minuto, continuando ad accarezzarle delicatamente la schiena e i lunghi capelli. Dopo un po' cominciò a spostarsi da un piede all'altro, non era abituato a stare per tanto tempo in piedi senza muoversi e l'anca cominciava a dargli fastidio. Anche la guancia pulsava ancora mandandogli fitte dolorose su metà della faccia.

"Bekah, dove hai imparato a colpire così bene?" le chiese con voce seria, "Perché, è stato davvero un bello schiaffo! Mi piacerebbe vederti colpire Finn così. Quello sì che sarebbe un bello spettacolo!" le disse ancora con voce seria. La sentì ridacchiare e poi ridere mentre lo stringeva un po' più forte.

"Sì, lo sarebbe! Ma mi servirebbe una scala per farlo bene, nostro fratello è così stupidamente alto che non riuscirei a centrarlo bene senza un rialzo" gli disse ridacchiando.

"Potrei alzarti io, così potresti prendere bene la mira, che ne dici?" le chiese mentre la sollevava di pochi pollici da terra facendola ridere più forte e sinceramente di prima, mentre la faceva ondeggiare con le punte dei piedi che sfioravano il suolo. "Non so se basterebbe! Dovremmo farci aiutare da qualche altro fratello mi sa!" rispose Rebekah mentre rideva più liberamente.

"Dici?" le chiese mentre la posava per terra e cominciava a portarla verso casa, "E a chi dovremmo chiedere?" la interrogò mentre la conduceva a braccetto verso la luce e il calore della loro capanna.

Continuarono a chiacchierare e ridere, escogitando modi sempre più fantasiosi per consentire a Rebekah di arrivare alla giusta altezza per schiaffeggiare il fratello maggiore. Nulla era stato dimenticato, ma, l'importante non era quello che era successo, ma che si fossero già perdonati a vicenda.