Finn schioccò la lingua per far mantenere il passo ai cavalli. Era partito da alcuni mesi per andare a commerciare al nord e, dopo aver venduto tutta la merce, era rimasto ospite dello Jarl che aveva voluto parlare di come andassero le cose al loro villaggio. Mikael e il suo gruppo si erano spinti più a sud di tutti gli altri gruppi, su insistenza della moglie, che gli aveva detto di conoscere un posto dove la malattia che aveva ucciso Freya non sarebbe arrivata, e questa era una cosa che incuriosiva molto chi, per scelta, era rimasto nelle zone più a nord del Nuovo Mondo.
La terra che avevano trovato era stata perfetta per loro e il loro gruppo: fertile, con grandi spazi da coltivare, boschi che fornivano ottimo legname per le abitazioni e le barche, montagne dove cacciare e fiumi dove pescare in abbondanza. E gli abitanti di quelle terre si erano dimostrati abbastanza pacifici e pragmatici. Perfino il problema degli uomini lupo non era stato un grande ostacolo per i nuovi arrivati. Avevano seguito l'esempio dei nativi, si nascondevano nelle notti di luna piena e per il resto ignoravano chi fosse afflitto dalla maledizione, almeno fino a qualche anno prima. Dopo l'incidente con Finnbogi, il vecchio guerriero che aveva razziato diverse volte con il loro padre, i rapporti si erano fatti più complicati e tesi.
Era stato interessante soggiornare a casa dello Jarl Hallaðr, era diventato un uomo molto ricco, dopo aver passato la maggior parte della sua vita a saccheggiare, ma aveva notato che non viveva diversamente da loro. Certo aveva degli schiavi che lavoravano i campi e le mandrie al posto suo, cosa che suo padre aveva rifiutato più volte, non per una qualche forma di coscienza ma per il semplice fatto che gli schiavi costavano. Bisognava nutrirli, vestirli, alloggiarli da qualche parte. Erano costosi. Uno spreco insensato avendo diversi figli che potevano fare il lavoro necessario. Ma in fin dei conti la loro vita a casa di Mikael non era stata così diversa da quella che aveva fatto mentre era ospite della casa del capo del villaggio al nord. Stesso cibo, pellicce simili, birra e idromele della stessa qualità.
Ciò che era stato davvero diverso era la quantità di mogli e concubine che il capo aveva. Jarl Hallaðr era circondato da femmine di tutte le età e razze, con una incredibile nidiata di bambini e ragazzini che scorrazzavano in giro come galline dai diversi colori.
Finn non ci aveva mai fatto davvero caso, ma il fatto che il loro padre non avesse nemmeno una concubina o una schiava da letto era insolita, forse il fatto di aver avuto otto figli e di essere riuscito a vederne crescere ben sette, lo aveva tenuto lontano dalla possibilità di avere altri figli con altre donne. O forse Esther aveva minacciato di andarsene se avesse preso un'altra donna in casa. Comunque, anche nel loro villaggio erano una rarità.
Il loro capo, Jarl Björnúlfr, aveva una moglie ufficiale da cui erano nati solo quattro figli e dei quali solo uno era sopravvissuto fino a diventare uomo. Due concubine, che gli avevano dato complessivamente tre figli, di cui un solo maschio, e una manciata di schiavi che lavoravano per lui e che si portava a letto quando più gli andava.
Lo Jarl Hallaðr gli aveva proposto di salpare con lui la primavera dopo, per mettere alla prova il suo coraggio e il suo onore e Finn era tentato di accettare. Il loro villaggio cominciava a stargli stretto e avere la possibilità di razziare abbastanza oro per costruirsi la propria fattoria, possibilmente lontana da Mikael, era una prospettiva allettante. Avrebbe finalmente potuto farsi una vita propria, fondare una sua famiglia, decidere della propria vita.
Certo, forse gli sarebbero mancati i suoi fratelli, ma pensava che non sarebbe stato un così grande sacrificio. Si era sempre sentito diviso dagli altri figli di Mikael, come se ci fosse un muro tra di lui e loro, qualcosa che trovava molto difficile superare. Freya era stata la sorella del suo cuore, la sua amica, la sua confidente, anche quando era stato un bambino piccolo sua sorella era il suo mondo, molto più di Esther o di Mikael. Quando Freya era morta una parte di lui lo aveva abbandonato, come era successo a Mikael. Freya era stata la colla che aveva tenuta legata la loro piccola famiglia, era stata l'unica cosa che rendeva Mikael un uomo e non solo un feroce guerriero. Freya era stata la calda luce che illuminava l'oscurità del loro padre. E quando era morta, non erano potuti restare, erano dovuti fuggire. Lontano dalla malattia che aveva rubato loro Freya, lontano dalla casa che aveva sempre conosciuto, lontano dal tumulo della sorella.
Non appena suo padre era tornato dalla battaglia, stanco, ricoperto di sangue e sfinito, ed era stato informato della morte di Freya, avevano preso tutto ciò che potevano e venduto il resto ed erano salpati per il Nuovo Mondo, che sua madre aveva detto essere più sicuro e senza malattie. All'epoca Esther era incinta di Elijah, e la traversata era stata tanto pesante che ad un certo punto suo padre aveva temuto che potesse partorire prematuramente.
Quando poi le 17 Knarr erano attraccate in questo Nuovo Mondo, gli equipaggi si erano separati.
Una settantina di persone era andata con Mikael, che seguiva le indicazioni di Esther, alla ricerca di un luogo adatto da chiamare casa. Elijah era nato mentre ancora stavano cercando un posto dove vivere. In mezzo ai boschi, circondata dalle donne che avevano intrapreso il viaggio con loro, in un riparo tirato su velocemente alla bell'e meglio, sua madre aveva dato alla luce il suo fratellino, urlante, con un ciuffetto di capelli scuri in testa e una faccia rugosa. Esther lo aveva allattato ancora prima di espellere la placenta mentre Mikael era rimasto a guardare impassibile la moglie e il nuovo figlio che giacevano sulle pellicce posate per terra. Per un breve attimo gli occhi della donna erano sembrati spaventati dalla possibilità che il marito non riconoscesse il bambino, ma Mikael si era seduto con calma, facendosi passare il neonato da una delle donne che avevano aiutato a farlo nascere e se lo era messo sulle ginocchia, accettandolo come sangue del suo sangue e poi gli aveva bagnato la fronte con l'acqua, il tutto con una delicatezza che aveva sorpreso Finn.
Poi aveva ripassato il neonato che ancora piangeva alla moglie e se ne era andato a controllare la zona, lasciando solo Finn con la madre e il nuovo bambino.
E, mentre Finn era stato curioso del nuovo fratello, la vita mentre si stavano spostando non era stata adatta a legare molto con il neonato. Non che ci fosse molto con cui legare, il bambino passava il suo tempo a dormire, mangiare e piangere. Non era stato un gran divertimento. Anzi, tutt'altro. Il neonato piangeva di notte, piangeva mentre marciavano, e non smetteva nemmeno quando si fermavano per esplorare una nuova zona. E, mentre Finn sapeva che non sarebbe rimasto così per sempre, più di tutto il nuovo fratello gli aveva dato fastidio.
Non era Freya. C'era voluto molto tempo prima che il fratello potesse giocare con lui e, a quel punto, Mikael aveva già cominciato ad addestrarlo per diventare un guerriero, costringendolo a ore di estenuati allenamenti, tenendolo efficacemente lontano dal bambino che era ancora troppo piccolo per maneggiare una spada, anche se d'allenamento.
Ci avevano messo diversi mesi di marce estenuanti in quella nuova terra prima di trovare il posto giusto dove vivere e, mentre la maggior parte della popolazione locale che avevano incontrato era stata perlopiù pacifica, c'erano stati molti gruppi che non vedevano di buon occhio i nuovi arrivati e il loro passaggio nelle loro terre. Mikael aveva passato anni a combattere contro gli Skræling, tornando alla nuova casa solo di tanto in tanto mentre Esther e Finn si davano da fare per costruire la loro nuova casa.Tutto l'oro che Mikael aveva conquistato nella sua vita significava poco o niente in quel momento, non avendo modo di acquistare nulla.
Avevano ricominciato da capo, con qualche mucca, pochi polli, un paio di maiali e un cavallo che aveva visto troppi inverni. Tutto il loro nuovo villaggio era stato costruito dalle donne e dai pochi uomini che non potevano più combattere. Era stato un periodo molto faticoso, non solo avevano dovuto cercare di adattarsi a una nuova terra ma la maggior parte degli uomini stava via per lunghi periodi di tempo per esplorare la zona, cacciare e difendere la loro nuova terra, lasciando la tutela della casa alle donne e ai ragazzi. E Finn era stato lasciato più o meno da solo.
Le cose erano lentamente migliorate con il cominciare degli scambi e i commerci con le tribù indigene. La nuova pace aveva portato un po' di serenità nella famiglia, soprattutto dato che il padre era rimasto per periodi sempre più prolungati con loro.
Poi, proprio mentre il nuovo fratello cominciava a diventare un po' più interessante dato che finalmente camminava un po' e cominciava a spiccicare qualche suono simile a parole, la madre era rimasta nuovamente incinta. Elijah era rimasto affascinato da tutto il processo, passando molto tempo a contemplare l'addome di Esther che si gonfiava con la nuova vita. E Finn era nuovamente rimasto solo.
L'unico momento in cui sua madre gli stava davvero vicino era quando praticavano la magia. Lo aveva spesso lodato per la sua perspicacia, la sua tenacia, la sua intelligenza. Quando facevano magie, finalmente, erano solo loro. Elijah non sapeva fare magie! Non gli interessava nemmeno.
E così, mentre il padre era fuori a fare la guerra a tutti quelli che si avvicinavano troppo o a cacciare, Finn ed Esther praticavano la magia, giocavano con erbe e incantesimi, scoprivano l'equilibrio della natura. Almeno fino a quando non era nato il nuovo bambino. Poi era stato di nuovo ignorato, come prima.
Per un breve periodo aveva sperato che Elijah avrebbe potuto sostituire Freya, che avrebbe giocato con lui, magari che sarebbero potuti andare a esplorare il Nuovo Mondo assieme. Ma il bambino era rimasto incantato dal nuovo fratello dai capelli chiari. Gli stava sempre vicino, lo prendeva in braccio quando piangeva, gli dava da succhiare il miele dalle dita quando faceva i capricci, gli parlava di quello che vedeva come se il neonato potesse capirlo. Mikael, per un breve periodo, era stato estatico per il nuovo figlio. Ma la sua felicità era stata di breve durata: aveva presto ricominciato a cacciare per lunghi periodi di tempo o a partire per razziare nel Vecchio Mondo, tornando il tempo necessario per accettare gli altri figli come propri e per dargli il nome scelto dalla moglie.
Finn non aveva mai visto l'attrattiva di stare con un neonato o un bambino che non potesse parlare, ma a Elijah sembrava piacere. Non che non volesse bene ai suoi fratelli, ma non erano particolarmente divertenti. In compenso, finché Elijah si prendeva cura del bambino Finn, e sua madre potevano praticare la magia senza interruzioni. Almeno finché, dopo Nik, non erano arrivati Kol e poi Rebekah, Henrik e per ultima Hilda.
Dopo Hilda c'era stato un periodo di relativa pace nella loro famiglia, Finn e Esther praticavano la magia ogni tanto con Kol, quando riuscivano a convincerlo a stare fermo per più di qualche momento, Elijah si prendeva cura della fattoria e dei loro fratelli, tenendoli lontani dai guai, insegnandogli a leggere le rune, giocando con loro, facendogli da madre e padre. Nik era diventato il suo braccio destro, aiutandolo con gli animali e i raccolti, assumendo il ruolo di fratello maggiore per i bambini, i quali gli confidavano i loro crucci e correvano da lui non appena cadevano e si sbucciavano un ginocchio per essere consolati e curati. Kol e Rebekah erano i combina guai della loro famiglia, Kol era scappato di casa non meno di dodici volte in poco meno di cinque anni e Rebekah aveva l'innata capacità di dire sempre la cosa peggiore alla persona sbagliata. Henrik era stato costantemente attaccato a chiunque gli sembrasse invitante, seguendo i fratelli, e ogni tanto anche la sorella, ovunque, che lo volessero o meno, l'unica per cui non aveva mai dimostrato grande simpatia era Hilda che, come infante, aveva poche attrattive per lui.
Con l'arrivo di Hilda, Mikael aveva deciso di non tornare più nel Vecchio Mondo, concentrandosi esclusivamente sulla caccia e la protezione del loro villaggio che nel frattempo era cresciuto, accogliendo nuove famiglie di uomini del nord, come loro. E sull'addestramento dei suoi figli.
Finn, nel frattempo, era diventato un abile stregone, un bravo cacciatore e guerriero, imparando perlopiù mentre guardava gli altri uomini del villaggio. Elijah aveva imparato a commerciare viaggiando spesso al nord e ogni tanto andando con il padre nella loro vecchia patria. Niklaus si era dimostrato un guerriero formidabile, ma per un qualche motivo la loro madre si era sempre rifiutata di lasciarlo partire con loro, tenendolo vicino a sé e incoraggiandolo, quando Mikael non poteva sentirla, a praticare la sua arte. Kol era stato il folletto della famiglia, sempre desideroso di combattere, viaggiare, esplorare, e ovunque andasse Kol, Henrik seguiva inevitabilmente.
Rebekah e Hilda, nel frattempo, avevano imparato a gestire la casa, a maneggiare la lancia lunga come protezione, a cucinare e a fare tutti i lavori prettamente femminili.
E ancora una volta Finn si era trovato sempre più distante dai suoi fratelli che invece avevano instaurato un forte legame di amore e fiducia tra di loro.
E adesso aveva l'occasione per partire, allontanarsi da tutti, farsi un nome proprio in battaglia e costruirsi la propria vita. E, magari, quando fosse tornato avrebbe scoperto che era mancato ai suoi fratelli e che loro erano mancati a lui.
Tirò un po' le redini del primo cavallo da soma, per farlo muovere più velocemente e si guardò intorno. Aveva lasciato la costa da qualche giorno ed era circondato da boschi e colline. Il sole stava cominciando ad abbassarsi e ancora non aveva visto un buon punto dove accamparsi. Forse avrebbe fatto meglio a tornare con gli altri del suo villaggio, ma aveva incontrato uno stregone del Vecchio Mondo, e l'ospitalità del Jarl era stata davvero stupenda cosicché aveva preferito rimanere ancora un po' con loro piuttosto che tornare a casa.
Aveva ancora un paio d'ore prima che diventasse troppo buio per allestire un accampamento decente, quindi, incitò i cavalli a muoversi cercando un luogo adatto dove fermarsi.
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Elijah era andato a controllare una delle vacche che avrebbe dovuto partorire a breve, trovandola tranquillamente addormentata sotto un albero. Quello che non si era aspettato di vedere era un bambino di pochi anni che vagava nel loro recinto piangendo a squarciagola la sua disperazione. Si era evidentemente perso, magari allontanandosi dalla madre che, mentre lavorava, non si era accorta della sua fuga.
Sospirando Elijah era andato incontro al bambino disperso chiedendogli chi fossero i suoi genitori.
"Madre." fu la lamentosa risposta del bambino che non poteva avere più di tre inverni.
"Certo, è tua madre, ma gli altri come la chiamano?" Aveva cercato di capire mentre si chinava su un ginocchio per essere alla stessa altezza del piccolo, inutilmente, il bambino aveva continuato a guardarlo con grandi occhi lacrimosi prima di buttargli le braccia al collo e strofinargli il naso bagnato di lacrime e moccio sul collo, come spesso aveva fatto Hilda quando la cullava dopo un pianto particolarmente sfiancante. Elijah aveva fatto una smorfia sofferta alzando gli occhi al cielo mentre pregava per la pazienza. Aveva cercato di far rispondere il bambino, ma, esausto, sembrava che si fosse addormentato non appena aveva reputato di essere al sicuro, tra le braccia del primo sconosciuto che aveva incontrato.
Elijah aveva cercato la madre del bambino intorno al recinto delle loro vacche, poi si era spinto fino al fiume che scorreva lì vicino sperando che la donna fosse andata solo a rifornirsi d'acqua, ma, quando anche lì non trovò nessuno si dimise a tornare al villaggio con il bambino aggrappato al collo come una borsa pesante e umidiccia. Non se ne era accorto subito, ma ormai era evidente che il bambino si era sporcato e non in un modo piacevole. Forse si era allontanato per quello dalla madre? Per cercare un posto dove svuotare la vescica?
Comunque, la cosa più semplice da fare era tornare al villaggio e lasciare il bambino alle cure di Ayana che poi avrebbe richiamato a raccolta tutte le sue amiche per cercare la madre del monello. Tutte le donne conoscevano Ayana, e probabilmente era stata lei ad aiutare a far nascere il bambino, quindi, c'erano buone possibilità che lo riconoscesse e potesse restituirlo alla legittima madre.
Oziosamente Elijah si domandò come il bambino si fosse allontanato tanto senza che nessuno lo fermasse. Ricordava che una volta Nik si era perso e aveva continuato a vagare in giro cercando di ritrovare la strada di casa, all'epoca a Nik era parso di essersi allontanato tantissimo dalla loro capanna, in realtà aveva solo svoltato di due strade e poi si era accasciato contro il muro di una capanna, non era arrivato molto lontano, ma il suo fratellino ne era rimasto comunque sconvolto, piangendo fino allo sfinimento, credendosi perduto per sempre. Lo aveva ritrovato Elijah per puro caso dato che il piccolo Nik si era rannicchiato a formare una minuscola palla singhiozzante quasi indistinguibile all'ombra della capanna. Per giorni, dopo lo sfortunato incidente, Nik gli era stato attaccato al fianco, non lasciandolo nemmeno quando il fratello maggiore si recava a usare la latrina. Poi, tutto ad un tratto, Nik era tornato a essere il solito, tutta la paura dimenticata in favore di andare a combinare qualche pasticcio.
Continuò a camminare verso il villaggio con il bambino aggrappato al fianco e una spiacevole sensazione di umidità sul collo e sull'anca sulla quale stava trasportando il bambino addormentato. Stava costeggiando il recinto della loro mandria per tornare sul sentiero che conduceva verso il centro del loro villaggio, quando sentì la voce disperata di una donna che chiamava qualcuno a gran voce.
"Brage!" la senti chiamare "Brage! Se non vieni fuori immediatamente giuro che ti appendo alle travi e ti lascio lì a seccare!" La minaccia sembrava così poco credibile che quasi scoppiò a ridere per l'ilarità, ma si trattenne. Alzò un braccio in aria scuotendolo, sperando di attirare l'attenzione della donna che si stava guardando freneticamente attorno. Era ancora lontana ma non appena lo notò, appoggiato al recinto che si sbracciava, raccolse le gonne nel pugno e si mise a correre nella sua direzione.
La riconobbe non appena gli fu un po' più vicino, era la ragazza con cui aveva visto Nik giocare nel bosco, Talia, pensava l'avesse chiamata. Le sorrise cortesemente mentre la osservava, aveva i capelli scarmigliati, gli occhi dilatati e le guance rosse come mele mature. Le labbra dischiuse mentre ansimava freneticamente dalla paura. Non poteva avere più di 16 inverni. Ed era bella come una mattina d'inverno, con la pelle chiara come la neve e i capelli lunghi e lucidi del colore della terra fertile. Era splendida.
Elijah si sentì seccare la bocca. Capiva perfettamente cosa ci trovasse il fratello in lei. Sembrava una di quelle creature magiche che vivevano nei boschi e irretivano gli uomini, conducendoli nel loro paese incantato, e da cui non si poteva più uscire.
"Brage, grazie agli Dei!" Pianse non appena fu più vicina e vide il bambino tra le sue braccia. Gli lanciò un'occhiata grata mentre allungava le braccia per prenderlo in braccio, sistemandolo con una mossa che oramai le doveva essere naturale come respirare, sul fianco. "Grazie per averlo ritrovato!" esclamò la ragazza leggermente senza fiato. "Mi sono girata un secondo e il piccolo diavolo era già scappato, lo stavo cercando da almeno un'ora, ormai" gli disse guardandolo per la prima volta in faccia.
"Non è stato un problema, l'ho trovato nel recinto delle vacche, stavo per riportarlo al villaggio. Tuo fratello è un gran camminatore" le disse mentre la fissava. La corsa e la paura l'avevano resa ancora più bella. Lei fece una risatina mentre rialzava con un piccolo scatto dei fianchi il bambino che era scivolato leggermente dalla sua presa. "È mio figlio, Brage, e io sono Tatia" affermò con voce decisa e scherzosa mentre faceva un piccolo inchino.
Il bambino, sentendosi sbilanciato mentre dormiva si aggrappò allo scollo dell'abito della madre, scoprendo gran parte del seno florido che fino a poco prima era rimasto coperto dal vestito blu scuro. Lei non sembrò farci caso, forse troppo abituata a sentire il figlio che le si aggrappava addosso, ma gli occhi di Elijah vennero immediatamente attirati dal gonfiore dei suoi seni. Aveva già notato in precedenza che era una bellezza, ma standole così vicino sentì molto di più quell'attrattiva. Deglutendo a vuoto e cercando di riportare gli occhi sul viso della ragazza anziché sul suo seno, Elijah si rimproverò mentalmente. "Tuo marito deve essere ansioso di riavervi a casa, vi accompagno se per te va bene" le disse con voce roca.
Lo sguardo di Tatia si fece immediatamente più cupo e il sorriso più affilato. "Mio marito è morto poco dopo avermi sposata" gli disse con voce fredda. Non sembrava particolarmente addolorata dal fatto che il marito fosse morto, dimostrava, più che altro, una feroce soddisfazione dal suo nuovo stato di vedova. "Non occorre che ci accompagni, ma ti ringrazio per il pensiero." Poi si girò con uno scatto che fece roteare le gonne attorno alle gambe e si incamminò di buona lena verso il villaggio, lasciando Elijah deluso e sconcertato. Non gli era mai capitato che una qualunque donna si allontanasse da lui con uno sguardo simile, come se la avesse offesa con la sua semplice presenza. Era indeciso su cosa fare ma, dopo un attimo di riflessione, le corse dietro."Tatia, aspetta!" la richiamò mentre stava per raggiungerla. Le posò delicatamente una mano sul braccio che non reggeva il figlio per farla voltare verso di sé e guardarla in volto. "Non avevo intenzione di offenderti, se l'ho fatto ti prego di perdonarmi" si scusò non ancora sicuro di cosa avesse potuto dire per indisporla nei suoi confronti. Era la prima volta che gli capitava di far fuggire una donna con la sua sola presenza.
Anche se non un gran seduttore come Niklaus, che sembrava attirare le donne come mosche su un barattolo di miele con le sue fossette e i sorrisi sbarazzini, Elijah aveva avuto il suo buon numero di conquiste, e nessuna, mai, era fuggita da lui arrabbiata, contrariata o, peggio, delusa. Non riusciva a capire come, in meno di due frasi, l'avesse fatta arrabbiare.
Tatia lo stava guardando come lui avrebbe potuto guardare una sanguisuga particolarmente grassa, con diffidenza e una buona parte di disgusto. "Non amo che mi si prenda in giro" gli disse con voce gelida mentre cullava dolcemente la testa del figlio e gli accarezzava i capelli, senza guardare Elijah in faccia, lasciandolo ancora più perplesso. "Non capisco a cosa ti riferisci, non ti stavo prendendo in giro!" le disse con quanta più enfasi riuscì a infondere nella sua voce.
"Davvero?" chiese lei incredula "Non stavi forse fingendo di non sapere di mio marito? Il codardo che è fuggito? Quello di cui tutti ridono non appena volto loro le spalle?" lo aggredì con voce dura. "Non ho idea di cosa sia successa quel giorno, ma mio marito non era un debole, né tanto meno un codardo. E non permetterò a nessuno di mettere in dubbio il suo onore!" esclamò ferocemente, con la voce che sibilava mentre si costringeva a non alzare troppo la voce per non svegliare il bambino ancora accoccolato tra le sue braccia.
Elijah era sconcertato, fino a pochi giorni prima non aveva nemmeno idea che lei esistesse, tanto meno conosceva la sua storia, o che fosse sposata. Né tanto meno che avesse un figlio. "Tatia, non ho idea di cosa tu stia parlando, non sapevo nemmeno che tu fossi stata sposata" disse cercando di ragionare con lei. Non gli piacevano i conflitti, tanto più se non sapeva per cosa stesse litigando. Vide la sua espressione farsi perplessa, anche se ancora guardinga.
"Non sapevi di mio marito?" gli chiese interdetta. Elijah le fece un piccolo sorriso perplesso. "Non ne so niente" confermò con voce pacata.
Tatia lo guardò per un fuggevole momento negli occhi prima di distogliere lo sguardo con le guance che si imporporavano. Strinse le labbra e riaggiustò leggermente le braccia attorno a Brage. "Devo scusarmi allora, per aver presunto che mi stessi deridendo. Mio... marito è un argomento delicato per me" si scusò a bassa voce. "Sono partita dal mio villaggio per sfuggire alle malelingue che accusavano mio marito di essere un codardo ma, purtroppo, le voci ci hanno inseguito fino a qui" mormorò sommessamente.
Sembrava così contrita e addolorata che Elijah non riuscì a non a impedirsi di accarezzarle delicatamente il braccio per confortarla. Non aveva idea di cosa fosse successo al marito di Tatia ma il fatto che si fosse sentita obbligata a fuggire dal suo villaggio indicava che le cose fossero diventate insostenibili per lei dopo la sua morte.
"Mi dispiace per le voci, ma ti assicuro che non ho sentito nulla al riguardo. Tanto meno credo che tu sia responsabile delle azioni di un altro" le disse, assicurandosi che la sua voce restasse uniforme. Non voleva darle l'impressione che stesse cercare di rabbonirla. Non era sua intenzione.
Cercando di cambiare discorso, dato che Tatia sembrava ancora diffidente e un po' in imbarazzo, le propose nuovamente di accompagnarla fino alla sua capanna. Quando lei accettò, anche se con una certa riluttanza, le si affiancò cominciando a chiacchierare di argomenti neutri, per farla rilassare. Se era vero che Niklaus aveva cominciato a corteggiare Tatia presto lei sarebbe potuta diventare sua sorella. E se anche le cose non fossero andate a buon fine per i due giovani Elijah non vedeva motivo per non potersi godere un po' la compagnia della bella vedova.
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Kol stava lentamente setacciando il bosco alla ricerca di alcune erbe per sua madre. Per quanto il lavoro che gli era stato affidato fosse noioso e, secondo lui, inutile, era sempre meglio che andare a fare un'altra inutile sessione di allenamento con Mikael. L'ultima volta che suo padre aveva pensato che Kol avesse troppo tempo libero si era ritrovato a zoppicare per una settimana a causa di una brutta distorsione al ginocchio, e non aveva aiutato che Mikael lo avesse costretto a continuare ad allenarsi anche dopo che la gamba gli si era gonfiato a dismisura e aveva assunto un rivoltante color bile misto a fango. Anche con gli incantesimi di guarigione che gli avevano fatto sia Finn che la loro madre, il ginocchio aveva impiegato quasi otto giorni per tornare alla normalità.
Era per questo che si ritrovava in mezzo al bosco, chino, a controllare qualunque pianta che potesse servire a Esther.
La magia gli piaceva, adorava ciò che poteva fare con incantesimi e pozioni, quello che non gli piaceva era lo studio che stava dietro! Non vedeva il motivo per cui avrebbe dovuto passare ore e ore chiuso all'interno della loro capanna, con il fumo che gli irritava gli occhi e la gola, a studiare l'interazione tra piante oppure l'allineamento migliore delle stelle per un determinato incantesimo. A Finn piaceva un mondo il funzionamento della magia, si divertiva a eviscerare il perché una cosa funzionasse e un'altra no. Suo fratello amava le sottigliezze.
Per Kol era diverso, sembrava che istintivamente riuscisse a capire se una cosa avrebbe funzionato o meno, anche se magari non avrebbe saputo dire esattamente il perché. Ed era una cosa che faceva impazzire Finn che lo accusava spesso e volentieri di fare le cose a caso. Anche se non era così. Kol semplicemente sapeva per istinto, un'intuizione su cosa avrebbe funzionato e cosa no.
Certo, come Hilda e Finn, anche lui aveva studiato a fondo le basi, anche se non per sua scelta, che gli aveva insegnato Esther, certi giorni sembrava che avesse solo quelle che gli giravano in testa, ininterrottamente. Ma dove i suoi due fratelli si attenevano scrupolosamente a ciò che aveva detto la loro madre, Finn perché adorava letteralmente tutto ciò che la madre diceva e non sarebbe mai andato contro la sua parola e Hilda perché ancora non aveva trovato il suo equilibrio tra seguire ciecamente qualcuno e seguire la propria strada, a lui piaceva... seguire la magia.
Riusciva a sentirla in ogni cosa che lo circondava, alle volte solo una scintilla, qualcosa di piccolo, fragile, come l'energia che aveva una foglia caduta, mentre eltre volte era brillante e bruciava come il fuoco della fucina. Era magnifico sedersi e semplicemente guardare l'energia che lo circondava, ascoltare il suo mormorio e sapere di essere uno dei pochi a poterlo ascoltare.
Ogni volta che suo padre lo picchiava, ogni volta che sua madre lo accusava di essere inutile, era la magia che lo faceva sentire meglio. I suoi fratelli ci provavano, gli curavano le abrasioni, lo abbracciavano, cercavano di parlare con lui, ma non erano abbastanza, non come poteva essere immergersi nell'energia della natura per qualche ora.
Si rialzò lentamente, sentendo la schiena scricchiolare, e fece un respiro profondo. L'aria era umida con la promessa di pioggia, il cielo era nuvoloso, dando un aspetto piatto a tutto ciò che lo circondava. Ancora qualche ora e sarebbe cominciato a piovere. Avrebbe fatto meglio a prepararsi un rifugio per la notte, era abbastanza distante dal suo villaggio, non sarebbe riuscito a tornare a casa prima di notte fonda e, anche se suo padre lo avrebbe accusato di fare il codardo, Kol preferiva non muoversi di notte.
Vide con la coda dell'occhio una grossa massa scura che si muoveva lentamente in mezzo agli alberi, per un attimo pensò che fosse un orso ma era stranamente curvo e, guardando meglio, vide le piccole corna. Era una di quelle strane mucche selvatiche e pelose che gli indigeni chiamavano Tatanka. Erano animali grossi, pesanti, ma stranamente veloci. Per cacciarne anche uno solo ci volevano diversi uomini e quelle bestie lavoravano insieme, quando uno di loro si sentiva messo alle strette richiamava gli altri membri del branco. Erano animali stupendi, maestosi.
Kol si mosse silenziosamente nel sottobosco, tenendo d'occhio il Tatanka e tornò a dove aveva lasciato le sue cose. Aveva pensato di dormire vicino a un grosso albero caduto, ma, vista la presenza della mucca pelosa, sarebbe stato meglio dormire sopra un albero.
Non era la prima volta che doveva farlo. Se ci fossero stati i suoi fratelli non ci sarebbe stato problema, uno di loro avrebbe fatto la guardia per alcune ore e poi avrebbe svegliato qualcuno per dargli il cambio, ma essendo da solo Kol non avrebbe potuto chiudere occhio se fosse rimasto a terra, vulnerabile.
Accese velocemente un fuoco, mangiò carne secca, formaggio, noci e bacche e, ringraziando Hilda, anche un pezzo di favo, che la sorellina gli aveva infilato nella borsa. Quando ebbe finito aspettò ancora qualche minuto prima spegnere il fuoco e issare tutto il suo cibo e le sue altre provviste su un albero e scegliersene un altro dove dormire. Non era mai una buona idea dormire troppo vicino al cibo, fosse anche sullo stesso albero. Raccattò una corda e un mantello e si andò a sistemare sopra un alto pino.
La corteccia profumata gli scalfì le mani mentre si tirava su a forza di braccia, quando fu ad una buona altezza si accomodò con la schiena contro il tronco dell'albero e si legò il torace e la vita, prima al tronco e poi al ramo su cui era appollaiato. Era troppo in basso per poter davvero vedere il cielo notturno, e con le nubi che incombevano non sarebbe riuscito a vedere nulla comunque, ma si riusciva a intuire il chiarore della luna tra le nuvole, il suo movimento. Anche la luna aveva una sua energia, forse anche più del sole.
Erano due energie diverse, una fredda e calma, l'altra bruciante e infuocata. Diverse, sì, ma non meno potenti una dell'altra. Riusciva a sentire la differenza delle loro influenze, il sole che donava energia alle piante per crescere e alimentare gli animali in un ciclo infinito. La luna che faceva muovere le acque e donava sollievo, leniva dall'energia del sole. Era per quello che i migliori incantesimi di guarigione utilizzavano l'energia della luna anziché quella del sole.
Il sole si poteva usare per incantesimi di purificazione, anche se la maggior parte delle volte si preferiva usare il fuoco per una questione di potenza, perché il fuoco poteva essere controllato in una certa misura, il sole no, il sole consumava tutto, bruciava intensamente. Ma la luna era perfetta per guarire, per lenire le menti più agitate e i corpi più irrequieti.
Sentì qualcosa di pesante muoversi sotto il suo albero e sbirciò in basso: un grosso orso stava camminando sotto di lui, attirato dall'odore del cibo che aveva mangiato, indubbiamente. Era un bel animale, in salute, grande. Lo vide alzare la testa per annusare l'aria, con le labbra alzate per far entrare la traccia olfattiva in bocca. Lo sentì grugnire e starnutire per l'odore di fuoco e fumo che ancora aleggiava vicino a dove aveva mangiato. Guardò l'orso curiosare in giro, cercando avanzi e briciole che potesse mangiare.
L'orso doveva essere giovane, forse era il primo anno che stava lontano dalla madre, era ancora curioso e troppo fiducioso. Prima che si interessasse troppo alle sue cose, Kol fece un piccolo incantesimo, nulla di pericoloso, ma dava una leggera scossa al grosso animale, come quando d'inverno capitava di toccare il pomolo della spada a mani nude.
L'orso fece un grugnito e un leggero salto di lato, ma per il resto rimase concentrato sul fagotto che Kol aveva appeso a qualche metro da terra, con la testa alzata e le fauci aperte per sentire l'odore di cibo che proveniva dalla borsa.
Kol lo guardò sorridendo leggermente, non se ne sarebbe andato, non con facilità almeno. Era troppo giovane, troppo inesperto, per capire che l'odore di cibo era legato a quello degli umani, e che gli umani volevano dire guai. Le persone volevano dire cibo, sì, ma anche armi, cani, urla. Il ragazzo scosse leggermente la testa, riusciva a sentire l'energia nervosa dell'orso, la sua forza, la sua gioventù. La sua energia era fresca, aveva un sapore di terra smossa e bacche. Ma anche di precarietà, come la scintilla di potere che possedevano tutti i neonati. Era una promessa. Se quell'orso avesse imparato, avesse avuto l'opportunità di crescere, la sua forza sarebbe cambiata, maturata, cresciuta.
Ma non avrebbe imparato nulla se avesse continuato a cercare di rubare il suo cibo! Kol aumentò la potenza del suo incantesimo, facendo far un altro salto indietro all'animale che grugnì forte. Dovette ripetere l'incantesimo altre tre volte, aumentando sempre più la potenza, prima che l'orso capisse. Con uno sbuffo e uno starnuto il grosso animale se ne andò per la sua strada, ma non prima di essersi liberato le viscere vicino a un cespuglio. Il ragazzo fece una smorfia e infilò il naso nel mantello per fuggire al terribile olezzo.
Chiuse gli occhi e mosse un po' le spalle per trovare una posizione più comoda per dormire. L'indomani sarebbe andato ancora in cerca di erbe e poi si sarebbe incamminato verso casa, senza troppa fretta. Si sentiva bene in mezzo ai boschi, immerso nella natura e nella sua energia, la ricerca di erbe era noiosa ma la libertà che sentiva, lontano da tutto e da tutti, era esaltante.
Chiuse gli occhi, fece un respiro profondo nel mantello e si addormentò, ascoltando semplicemente l'energia che ronzava tutto intorno a lui.
