Niklaus si aggiustò la correggia di cuoio sulla spalla con un piccolo sobbalzo nel passo e poi si fermò, ansimando pesantemente. Mikael se ne era andato ormai da due giorni e Nik aveva deciso che gli ci voleva un po' di spazio lontano dagli altri. Senza la presenza di Finn e Kol a distrarle, Rebekah e Hilda erano diventate insostenibili. Soprattutto la più piccola, lo aveva inseguito per giorni rendendogli impossibile avere un attimo solo per sé. Anche Rebekah lo aveva braccato come un cane da caccia particolarmente tenace, ma almeno lei ogni tanto veniva distratta da qualche amica, dai ragazzi o dalle faccende domestiche!

Hilda era stata implacabile, nemmeno Elijah era riuscito a dissuaderla, sempre molto gentilmente, dall'inseguire quello che era diventato il suo "fratello preferito". Henrik non era stato di nessun aiuto nel distrarre la bambina, spariva nel bosco la mattina e rientrava la sera, ogni tanto portando un coniglio o uno scoiattolo per poter dire di essere andato a caccia.

Nik era preoccupato per il suo fratellino: si allontanava ogni giorno di più da tutti loro. Passava sempre più tempo lontano da casa e, anche quando restava nei pressi della loro capanna, parlava a malapena con loro. Si allenava tutto il giorno, spariva per ore e ore nascondendosi nei boschi, facendo chissà cosa. Henrik non era mai stato il più espansivo, ma adesso sembrava che volesse estraniarsi totalmente dalla famiglia. L'unico momento in cui sembrava che volesse stare con loro era quando si allenavano. Combatteva contro i suoi fratelli con una ferocia che non aveva mai dimostrato prima e non sembrava importargli di venir battuto, anche se diventava più difficile di giorno in giorno, Henrik si rialzava ogni volta, con uno sguardo determinato e una smorfia in volto.

Gli mancava il suo dolce fratellino che lo seguiva in giro e gli faceva mille domande. Il bambino che una volta aveva passato ore a guardarlo intagliare un pezzo di legno. Il suo curioso fratellino era diventato un ragazzo che voleva solo combattere e diventare più simile al loro padre.

Niklaus continuò a salire sulle rocce affilate. Aveva sempre desiderato vedere quella parte delle montagne, alcuni abitanti della tribù di nativi che viveva vicino a loro avevano detto che si poteva trovare una radice che, se trattata nel modo giusto, poteva dare una tintura porpora molto intensa. Aveva visto alcuni dipinti in cui era stata usata quando era andato con Mikael a commerciare con il loro villaggio, e quel colore rosso, così simile al sangue appena versato, lo aveva ipnotizzato. Peccato che la radice da cui si otteneva la tintura potesse essere trovata solo nelle zone più alte delle grandi montagne.

Era un po' dispiaciuto per aver lasciato solo Elijah con le ragazze, ma erano settimane che sentiva il bisogno di allontanarsi e rimanere per un po' solo con sé stesso. Passare del tempo con Tatia gli aveva fatto capire che voleva formare una sua famiglia.

Amava i suoi fratelli e le sue sorelle, ma voleva cominciare a costruire una famiglia propria, trovarsi una moglie, fare dei figli. Anche passare del tempo con il figlio di Tatia, il piccolo Brage, gli aveva fatto capire che voleva dei bambini, voleva poter insegnare a suo figlio come riconoscere le tracce sul terreno e come tenere correttamente una spada. Voleva raccontare a una bambina che gli assomigliava i racconti delle valorose Valchirie, aiutarla a intrecciarsi i capelli. Voleva costruirsi la propria capanna, baciare la sua donna sulla porta prima di andare a caccia, e tornare la sera di nuovo tra le sue braccia.

Era un desiderio nuovo, un'idea che era sbocciata lentamente nella sua mente. Aveva visto innumerevoli bambini nella sua vita, ma non aveva mai provato il desiderio di averne uno proprio. I suoi fratelli erano più che abbastanza per lui. Ma, dopo aver passato del tempo con il piccolo Brage, aveva cominciato a immaginare come sarebbe stato crescere un figlio, insegnargli ciò che era giusto e ciò che non lo era, consolarlo per gli inevitabili fallimenti e celebrare le sue vittorie. Vederlo crescere e diventare migliore dello stesso Nik. Non aveva un'idea esatta in mente, era più un concetto astratto. Il desiderio di non venir dimenticato. Di tramandare la propria storia e il proprio sangue.

Riusciva a immaginarsi sposato con Tatia, era una ragazza bellissima, dolce, coraggiosa. Adorava il suo corpo dalle curve morbide e le risate dolci che sembravano far cantare il suo sangue. Riusciva anche a immaginarsi come padre di Brage, almeno in una certa misura. Ma il desiderio di avere un figlio proprio, sangue del suo sangue, alimentava in lui un'attrattiva che non aveva mai sentito prima.

Ricominciò ad arrampicarsi, incastrando i piedi in ogni pertugio che riusciva a trovare, sentendo le rocce tagliargli leggermente la punta delle dita mentre rinserrava la presa per tirarsi su a fatica.

C'era qualcosa di stranamente soddisfacente nel riuscire ad arrampicarsi solo con la forza delle proprie braccia e gambe, sedersi su uno sperone di roccia e guardare il percorso già compiuto. Si sentiva libero. Certo, era faticoso, i suoi polmoni sembravano voler scoppiare mentre alzava ancora una volta il braccio per cercare un nuovo appiglio, ma sapere che era solo lui il responsabile della sua accesa o di una possibile caduta mortale, era catartico. Non doveva preoccuparsi di cosa avrebbe detto Mikael, non doveva preoccuparsi di cosa avrebbe pensato uno dei suoi fratelli o qualcun altro del villaggio. La sua vita era letteralmente nelle sue mani. Nella forza delle sue braccia. Se fosse stato abbastanza forte, si sarebbe tirato su, avrebbe raggiunto un altro appiglio. Se non lo fosse stato… sarebbe caduto. C'era una certa purezza in quella sensazione.

Si aggrappò a una radice che sporgeva dalla roccia sentendo la terra e piccoli sassolini cadere mentre lui si tirava su. Piantò meglio il piede sinistro e rinserro la presa sulla roccia poi si fermò prendendo un profondo respiro tonificante. Riusciva a vedere il cielo che si schiariva sopra la sua testa, le cime degli alberi erano a diversi metri dai suoi piedi saldamente incastrati nella roccia. La parete su cui si stava arrampicando era leggermente inclinata, cosicché, se qualcuno avesse guardato dal basso verso la sua posizione, non sarebbe riuscito a vederlo. Non che ci fosse qualcuno in quella zona. Era troppo montagnosa, troppo selvaggia. Erano gli animali, lì, a essere i padroni.

Quando Nik era partito per andare a cercare la radice, Finn non era ancora tornato dal suo viaggio al Nord, quelli che erano partiti con lui, ed erano già tornati, avevano riferito che lo Jarl gli aveva chiesto di restare per parlare del loro villaggio, ma, Nik, sentiva che non era l'unica ragione per cui il fratello aveva acconsentito a rimandare il rientro a casa. Come tutti loro, anche Finn sentiva il bisogno di allontanarsi dalla famiglia ogni tanto. Più tutti loro crescevano, più la loro famiglia, diventava soffocante. Non tanto per colpa dei fratelli, ma per le incessanti richieste della loro madre, Esther, delle imposizioni del padre, Mikael e dei loro costanti abusi. Anche se Esther non era mai stata particolarmente violenta fisicamente con i suoi figli, aveva un modo molto particolare di abusarli e svilirli. Usava il loro amore come una lama ben affilata, facendoli sentire in colpa per ogni cosa che lei riteneva una loro mancanza nei suoi confronti.

Avevano passato troppi anni a proteggersi a vicenda per voler davvero lasciarsi, ma, ogni tanto, tutti loro sentivano il bisogno di solitudine. L'unico che sembrava riuscire a resistere alla tentazione di lasciare la loro casa per brevi periodi di tempo, e restare da solo, era Elijah, che invece sembrava prosperare proprio nell'accudire i più piccoli e nel stargli vicino.

Elijah era forse il fratello più incomprensibile che avesse. Sembrava trovare serenità e pace solo quando poteva prendersi cura di qualcuno della famiglia. Poteva essere spietato in battaglia, massacrare chiunque gli si opponesse, senza mostrare la minima compassione per un nemico, solo per intenerirsi se tirava per sbaglio un nodo dei capelli della loro sorellina. Se non lo avesse visto senza vestiti addosso avrebbe potuto pensare che fosse una donna mascherata da uomo. La cura che Elijah metteva nella famiglia era pari solo a quella di una femmina che accudiva un neonato. Alle volte non riusciva a capire dove suo fratello trovasse la pazienza necessaria per stare accanto alle due ragazze della famiglia e, nel contempo, pensare alla felicità dei suoi fratelli.

Tranne che per i viaggi che Mikael li costringeva a fare, Elijah non aveva ancora espresso, una sola volta, il desiderio di allontanarsi dalla loro famiglia.

Nik lo trovava esasperante!

Riuscire a soddisfare le aspettative illusorie del fratello maggiore era sfiancante in moti modi diversi, non solo doveva essere sempre felice di essere attorno a loro fratelli, ma doveva anche gioire di ogni attimo che era costretto a passare in loro compagnia.

Finn era più facile da capire. Amava la solitudine, amava i suoi fratelli e seguiva ciecamente la loro madre.

Kol era quello imprevedibile. Amava la sua famiglia, desiderava aiutarli, ma voleva anche essere indipendente, libero. Amava le sfide, combattere, ma amava anche la magia e il potere che essa gli dava. Il suo fratellino era un amalgama di straordinario coraggio e cocciutaggine, con una punta di infantilismo che lo faceva assomigliare a un folletto delle leggende.

Rebekah sembrava non riuscire a trovare la pace in nessun modo, amava cacciarsi nei guai, sgattaiolare in giro per appartarsi con qualunque maschio le dedicasse anche solo un sorriso. Ma era anche ferocemente protettiva, dolce come un favo autunnale, spinosa come il fiore del cardo. Sua sorella sapeva dare gli abbracci più sorprendenti e gli schiaffi più decisi. Nik sapeva che sarebbe diventata una donna meravigliosa, se solo fosse riuscita a trovare un uomo che vedeva il suo valore.

Hilda era ancora troppo piccola, sotto molti punti di vista era ancora una bambina, amava giocare con gli animali, non importa quanto brutti o disgustosi, amava correre nei prati inseguendo le fate che solo lei poteva vedere e, alle volte, cercava di coinvolgere anche i suoi fratelli nei suoi giochi donando loro pomeriggi spensierati. Ma era anche coraggiosa, si prendeva cura di loro come meglio poteva, assicurandosi che tutti loro avessero qualcosa che amavano da mangiare, ricordandosi che Finn tendeva a soffrire il freddo e infilando dei guanti nella sua borsa quando sapeva che il fratello se ne sarebbe dimenticato nella fretta di impacchettare le proprie cose. Spesso Hilda era capricciosa, piagnucolava se le cose non andavano nel modo in cui lei le voleva, ma era anche la prima a ridere di uno scherzo, a dimenticare il motivo per cui era triste solo pochi attimi prima.

Il problema, il vero problema, al momento era Henrik. Stava evidentemente cercando la propria strada, ma nessuno di loro si era allontanato tanto dalla famiglia come lui prima. Tutti loro erano cresciuti, diventando diversi da quello che erano nell'infanzia, ma lui, il suo dolce fratellino, stava cambiando troppo velocemente, allontanandosi troppo da loro.

Forse avrebbero dovuto convincere Finn a parlargli, in molti modi Henrik e Finn si assomigliavano. Elijah non aveva la durezza necessaria per farsi ascoltare da Henrik, e il ragazzino vedeva Nik e Kol solo come fastidiosi fratelli maggiori, non come figure parentali dai quali accettare consigli.

Sbuffando continuò a salire fino a una zona più pianeggiante. Si tolse la sacca dalle spalle e si accasciò sotto un grande pino pericolosamente inclinato. La vista era stupenda. Riusciva a vedere un fiume che passava serpeggiando, in lontananza, se avesse aguzzato abbastanza la vista, forse sarebbe riuscito a vedere il fumo dei focolari del suo villaggio.

Era libero. Se solo avesse potuto restare così per il resto della vita. Ma gli sarebbero mancati i suoi fratelli dopo poco. La sua famiglia, con i loro mille problemi e battibecchi e i piccoli gesti d'affetto.

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Henrik stava soffocando, il sudore lo ricopriva da capo a piedi, l'aria torrida gli bruciava la gola e i polmoni, non riusciva a vedere a un palmo dal naso a causa del sudore che gli annebbiava la vista. Riusciva a fare solo piccoli respiri prima di cominciare a tossire. Sentì una grossa mano afferrargli una spalla e condurlo, cieco e rantolante, vicino a un barile di acqua. Poi la testa gli venne spinta sotto il pelo dell'acqua. La poca aria che aveva nei polmoni venne espulsa a dalla forza dello shock tra la temperatura esterna e quella dell'acqua di mare. Si dibatte un attimo prima di riuscire ad aggrapparsi ai lati del barile e rialzare la testa, facendo dei respiri profondi quanto gli consentiva la gola riarsa.

Sentì delle risate di bambini alle sue spalle e poi una voce burbera che li scacciava. Si sentiva mortificato. Non sapeva esattamente cosa fosse successo, un attimo prima stava guardando il fabbro che lavorava con un piccolo mantice a un cardine per una porta, chiedendogli sé stesse cercando un nuovo apprendista, e il momento dopo una nuvola scura e puzzolente lo aveva investito in piena faccia e lui non era più riuscito a vedere o respirare.

Adesso era per metà seduto, gocciolante, con la testa che gli pulsava e il sapore del mare sulle labbra.

L'omone lo stava guardando con genuina apprensione mentre ancora maneggiava le pinze e un martello a testa appuntita, guardando un attimo ciò che stava battendo sull'incudine e quello dopo Henrik stesso che ancora boccheggiava.

"Stai bene, lì, ragazzo?" gli chiese mentre martellava gentilmente qualunque pezzo di metallo su cui stesse lavorando. Era incredibile il fatto che si fosse preso la briga di aiutare Henrik, sembrava così concentrato sul suo lavoro da non accorgersi d'altro.

Henrik fece un respiro superficiale e tenne l'aria nei polmoni per alcuni attimi prima di annuire con la testa che, pian piano, sembrava tornare a fuoco. "Si, non mi aspettava una nuvola di calore simile, tutto qui" disse, ancora a disagio con la sua precedente dimostrazione di paura.

Non sapeva nulla di come si lavorasse il metallo, non ne aveva mai avuto bisogno prima. Erano i fabbri che si occupavano di fabbricare armi e altre cose in metallo. Non sapeva nemmeno bene perché volesse diventare apprendista di un fabbro, tranne che suo padre parlava sempre molto bene dei fabbri, con una certa quantità di rispetto, e questa era un grande complimento da parte di Mikael.

"Sei uno dei figli di Mikael, giusto? Il più piccolo?" gli chiese, ancora martellando gentilmente il piccolo pezzo di metallo che, se Henrik non si fosse sbagliato di grosso, sarebbe diventato un cardine per una porta molto grande. Dopo aver lanciato uno sguardo al ragazzo il fabbro prese il piccolo pezzo e lo posizionò in una zona ben precisa della forgia, dove sembrava che il calore fosse meno intenso rispetto alla zona centrale dove i tizzoni brillavano di una luce molto chiara.

"Si, sono uno dei figli di Mikael." Rispose con la voce ancora roca e traballante. Cercò di tirarsi in piedi, ma le sue ginocchia non sembravano voler collaborare, così si sedette un po' più comodamente, appoggiato alla grande botte contenente l'acqua di mare. Perché poi dovesse essere acqua di mare non ne aveva idea, ma, se fosse diventato suo apprendista, forse lo avrebbe imparato. Il fabbro, Loðin si accigliò prima di schiarirsi la gola e sputare una poderosa miscela di saliva e catarro nero a terra. "E… vorresti diventare mio apprendista." Guardò Henrik perplesso, come se fosse confuso dalla richiesta.

Dopo che Henrik ebbe annuito l'omone gli girò le spalle e tornò a controllare il suo pezzo di metallo "No, non mi interessa avere un altro apprendista e soprattutto non uno dei figli di Mikael." Gli disse mentre continuava a valutare il colore del metallo che stava diventando di un delicato color arancione. "Mikael mi scuoierebbe vivo se ti prendessi come apprendista, in più ormai se vecchio, io prendo solo ragazzi sotto gli otto inverni. Sono più facili da addestrare." Continuò, ancora voltandogli le spalle.

Henrik senti una fitta di rabbia incandescente nelle viscere. Loðin non era il primo che si era rifiutato di accettarlo come apprendista. Ma era il primo che gli diceva in modo chiaro che il problema era Mikael e non lo stesso Henrik. Sembrava che suo padre, anche inconsciamente, riuscisse a rovinare i suoi piani.

Aveva cercato di partire con una spedizione che sarebbe andata nel Vecchio Mondo, ma l'unica risposta che aveva ottenuto dal capo spedizione era stata una grassa risata di petto e uno spintone che lo aveva fatto cadere vicino a una pozzanghera. Il pellicciaio lo aveva guardato come se fosse pazzo prima di mettersi a balbettare sciocchezze e andarsene senza più guardarlo in volto. Il Maestro D'Ascia lo aveva fissato stupefatto e poi gli aveva chiesto di chi fosse figlio, alla risposta di Henrik si era voltato dicendogli che era troppo vecchio per imparare il mestiere. Come se avere undici inverni lo rendesse ormai incapace di imparare alcunché.

Smidollati, erano solo degli smidollati.

Tutto ciò che desiderava era trovare un mestiere, far vedere a suo padre che era un uomo, una persona degna di rispetto e, forse, anche di amore. Se non poteva diventare il miglior guerriero esistente, forse a suo padre sarebbe bastato anche avere un figlio fabbro o un costruttore di navi! Doveva essere così, doveva esserci un modo per farsi rispettare da suo padre.

Si rialzò senza lasciar vedere a Loðin quanto il suo rifiuto lo avesse infastidito e ferito e se ne andò, salutando cortesemente. La mente vuota, senza più opzioni. C'erano pochi mestieri che suo padre sembrava apprezzare, e ben pochi che cercassero apprendisti all'infuori della propria famiglia. La maggior parte degli artigiani preferiva iniziare i propri figli al loro mestiere, in modo da potergli passare i trucchi di famiglia, gli attrezzi e, in caso di artigiani con una buona fama, la bottega.

La scelta più logica era quella di diventare un guerriero, ma tutti i suoi fratelli erano combattenti formidabili, non sarebbe riuscito a superarli in abilità. Finn era un abile commerciante, Elijah riusciva a gestire e far prosperare la loro fattoria con poco sforzo, Niklaus, con grande rimpianto di Mikael, era un grande artista con un talento spettacolare per i dipinti e la scelta dei colori, Kol era una strega di grande ingegno, capacissimo di inventare incantesimi più semplici, con meno ingredienti. Perfino le ragazze avevano capacità e talenti che potevano essere apprezzati. Rebekah riusciva ad ammaliare ed ammansire chiunque, tranne i loro genitori, con la sua eloquenza e la piccola Hilda, anche se capitava dirado, aveva una voce meravigliosa, dolce, vibrante che sembrava riuscire a raggiungere gli Dei stessi ad Asgard.

Diventare un Maestro D'Ascia sarebbe stata la seconda opzione migliore. Suo padre amava il mare e le barche, aveva sempre parlato in modo riverente del mestiere di costruttore di navi. Ma dato che lo avevano scacciato in malo modo subito dopo aver saputo della sua parentela, non era più una possibilità.

Henrik non sapeva più dove andare a parare. Gli sembrava di non avere più opzioni. Da mesi si allenava incessantemente, eppure non sembrava migliorare, i suoi fratelli riuscivano ancora a batterlo con imbarazzante facilità. Era migliorato nel seguire le tracce, ma non aveva ancora l'abilità con l'arco di Nik o la forza di Kol con la lancia. Perfino a cavallo non era il migliore tra i fratelli, quel primato spettava a Finn.

Henrik si allontanò nel bosco, rimuginando. Cercando di capire cosa fare per attirare l'attenzione positiva di Mikael.

C'erano ben poche cose che Mikael rispettava e che trovava importanti. E essere un guerriero era al disopra di tutto nella sua opinione.

Estrasse la spada dal fodero e si posizionò davanti ad un giovane pino. Fece un respiro lento, incamerando più aria possibile nei polmoni, poi la espulse piano, rilassando man mano i muscoli partendo da quelli del collo, scendendo a quelli delle spalle, delle braccia, del tronco. Quando anche i muscoli delle caviglie si sciolsero aveva finito tutta l'aria del respiro. Strinse la presa sull'elsa della spada, spostò il piede destro leggermente più avanti rispetto al sinistro e alzò la punta della spada tenendo le braccia piegate ma rilassate all'altezza dell'ombelico, con la punta della spada all'altezza dello sterno.

Respirò ancora profondamente, chiudendo gli occhi. Immaginò che un guerriero gli venisse incontro, caricando la spada sopra la testa. Henrik si sposto di lato, abbassando la spada lateralmente e colpendo il tronco del pino, intaccandolo. Poi fece un passo indietro, rialzando la spada per colpire dall'alto, la lama colpi con precisione il lato del collo del suo aggressore immaginario.

Continuò a colpire, spostandosi prima a destra, poi a sinistra, girando intorno al suo avversario, colpendo sempre più velocemente l'albero. Cominciò a sudare copiosamente, il respiro si fece sempre più corto, bruciandogli la gola già riarsa dalla precedente esperienza nella fucina. I capelli si sciolsero dal cordino che li teneva legati cadendogli davanti agli occhi.

Continuò a colpire il suo avversario che, poco a poco, perse i lineamenti di uno sconosciuto per assumere quelli del padre, Mikael. E più continuava ad abbattere la sua spada, più sentiva la rabbia accenderglisi nel petto.

Perché non poteva amare i suoi figli? Colpì la spalla del suo avversario.

Perché continuava infierire su di loro? Colpì il fianco, tra l'anca e il busto.

Perché invece di insegnare ai propri figli come diventare migliori di lui, continuava a svilirli? Inclinò la spada, dal basso verso l'alto, recidendo il muscolo della coscia.

Continuò a colpire, sentendo la rabbia aumentare man mano che i muscoli si stancavano. Non si rese nemmeno conto di star piangendo fino a quando la lama della spada non colpì un nodo del legno e si incastrò, facendogli formicolare le braccia per il riverbero della spada.

Cercò di disincastrare la lama poggiando un piede sul legno ma le braccia erano troppo stanche. Si accasciò a terra, con le mani affondate nella terra mentre respirava pesantemente.

Non sapeva nemmeno perché stesse piangendo, non riusciva a capire se si trattasse di rabbia o di tristezza. Sapeva che sperare nell'affetto di Mikael era come credere nelle fate, ma ciò non gli impediva di desiderare con tutto sé stesso di essere amato, rispettato e onorato da suo padre. Voleva vedere anche solo un barlume dell'amore che mostrava a Hilda.

Si sentiva uno sciocco a essere geloso delle attenzioni, seppur minime, che Mikael mostrava alla bambina. Henrik sapeva, in cuor suo, che non c'era nulla che potesse fare davvero, per essere amato da lui, e sapeva anche che Hilda non c'entrava. Lei, come tutti loro, cercava solo di sopravvivere al padre violento e alla madre che chiudeva entrambi gli occhi sui suoi abusi.

La frustrazione gli fece contrarre i pugni, stringendo terra, aghi di pino e sassolini, sotto le unghie.

Se solo avesse trovato il coraggio di andarsene, di fuggire, al nord, prendere una nave per andare nel Vecchio Mondo, abbandonare il nome di suo padre. Costruirsi una vita solo con le sue forze e le sue abilità. Sapeva di poterlo fare, sapeva cacciare, era un discreto guerriero, aveva imparato a gestire una fattoria guardando i suoi fratelli e sapeva anche come mandar avanti una casa dopo aver visto sua madre e le sue sorelle gestire il denaro e le risorse. Tutto quello che gli serviva era una spada e un gruppo che stesse per partire per una razzia che lo accettasse tra loro. Avrebbe potuto saccheggiare qualche villaggio, guadagnare abbastanza oro per comprarsi dei capi di bestiame, una piccola fattoria. Avrebbe potuto farcela. Henrik sapeva che ne sarebbe stato capace.

Era un desiderio futile, non avrebbe mai abbandonato i suoi fratelli, per quanto alle volte fosse geloso di loro e li invidiasse, li amava troppo per lasciarli. Amava la sua sorellina, Hilda, che sembrava sempre riuscire a conquistarsi l'affetto delle persone che le stavano vicino, una piccola parte di lui era addirittura orgogliosa di lei. Adorava Rebekah, che lo rincorreva per pettinargli e intrecciargli i capelli e lo abbracciava solo perché voleva mostrargli amore. Voleva bene a Kol che gli faceva scherzi stupidi un momento e quello dopo lo aiutava a introdurre serpi e rane nella loro capanna per nasconderli nel letto delle loro sorelle. Provava un tenero affetto per Niklaus, che aveva sempre una parola gentile e una carezza per confortarlo quando si sentiva davvero inutile come il loro padre sosteneva. E per i suoi fratelli maggiori provava un amore simile a quello che sentiva Mikael, come se fossero loro i suoi padri. Era da loro che era sempre corso quando si metteva nei pasticci, quando cadeva, sbucciandosi i palmi delle mani o le ginocchia. O quando non sapeva cosa fare.

Forse sarebbe dovuto andare da Elijah o da Finn. Loro sembravano essere riusciti a trovare un equilibrio, seppur minimo, con Mikael e la loro vita. Finn viaggiava spesso, aveva cominciato a farsi un nome proprio all'infuori del villaggio, aveva anche cominciato a praticare la magia lontano dal controllo di Esther anche se andava ancora spesso dalla loro madre per consigli e soluzioni. Ma Finn era sempre stato più legato alla loro madre rispetto a tutti loro. Sembrava incapace di vedere i difetti di Esther che invece erano palesi agli occhi degli altri fratelli. Perfino Hilda, che era ancora una bambina, aveva smesso di credere che i loro genitori fossero brave persone.

Elijah aveva fatto prosperare la loro fattoria, incrementando il numero dei loro capi, ingrandendo i loro campi, cominciando a fare scambi, prima con i villaggi dei nativi vicino a loro e poi con quelli più al nord. Nell'ultimo anno aveva collaborato con Finn per vendere pellicce, pozioni e amuleti fatti dallo stesso Finn e da Kol, al Nord. Molti ormai conoscevano il suo nome e lo elogiavano per la sua lungimiranza.

Mikael era sempre stato un guerriero, aveva conquistato con il sangue e la violenza, l'oro che era servito per comprare la terra e gli animali, ma non era mai stato interessato a far fruttare davvero la loro terra e le loro risorse. Elijah si era preso carico della gestione della fattoria all'età di tredici anni e non si era più fermato da allora, ingrandendo in modo esponenziale la loro ricchezza.

Henrik si rialzò lentamente, appoggiandosi al tronco del pino. Afferrò con decisione la spada, la svelse con uno strattone e un grugnito stanco prima di rinfoderarla.

Sospirò, profondamente avvilito, e si avviò lentamente tra gli alberi. Non era ancora pronto a tornare a casa, non era ancora pronto a parlare con i suoi fratelli.

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Tatia afferrò il coltello e comincio a disossare la piccola lepre che aveva comprato. Non era molto grande, ma per lei e Brage sarebbe bastata per uno stufato che sarebbe durato almeno un paio di giorni. Afferrò una manciata di erbe, un po' di sale e dello strutto per insaporire la carne. Unse delicatamente la carne con la miscela prima di inserirla nella pentola appesa sul focolare. Dopo poco inserì anche le verdure che aveva raccolto dal piccolo orto che era riuscita a far crescere vicino alla capanna.

Brage stava giocando con una statuina di legno che gli aveva regalato Niklaus qualche luna prima, non era particolarmente ben riuscita, Tatia pensava che fosse un esperimento, uno dei tanti modellini che faceva per passare il tempo, ma aveva apprezzato il gesto di Nik, non era tenuto a fare dei regali a suo figlio.

Tatia non aveva molto. La sua famiglia non era stata molto ricca, suo padre faceva il pescatore, erano riusciti a mala pena a mettere da parte la heiman fylgia, la dote che il capofamiglia doveva donare al momento del matrimonio alla figlia che li lasciava. E quando Vímundr, il suo giovane marito era tornato dalla prima razzia aveva riportato a casa pochissimo oro. Ma lei era riuscita a farlo fruttare, non moltissimo, ma era riuscita a guadagnarci abbastanza per comprare qualche pollo e due pecore, giusto quello che serviva per sopravvivere un po' meglio. Vímundr era ripartito quasi subito, era rimasto a casa giusto il tempo per metterla incinta per poi sparire per altre lune.

Il primo figlio di Tatia era morto quando era ancora nel suo grembo, quasi non si era accorta di essere incinta prima di perderlo. Aveva seppellito il piccolo grumo sotto le assi del pavimento della loro capanna. Non ne aveva mai parlato del bambino mai nato con il marito, troppo spaventata che lui la accusasse di aver ucciso il loro figlio.

Al successivo rientro di suo marito aveva portato un po' di oro in più rispetto alla prima spedizione. Tatia si era rimboccata le maniche, aveva lavorato sodo per far fruttare il loro poco denaro. Aveva comprato altre pecore, aveva cominciato a vendere la lana e poi a tesserla lei stessa. Era diventata abbastanza brava da guadagnare qualche cosa in più.

Poi era arrivato Brage. Era stato un piccolo miracolo. Suo marito si era dimostrato molto paziente e gentile con lei durante la gravidanza. Aveva cominciato a fare i suoi lavori per lasciarla riposare il più possibile, aveva imparato a cardare per facilitarla. Non appena aveva partorito Vímundr aveva preso il loro figlio sulle ginocchia, con una cura così dolce da farle salire le lacrime agli occhi. Lo aveva chiamato suo figlio, gli aveva bagnato la fronte con l'acqua per accoglierlo nel mondo. Purtroppo, tra la gravidanza e il recupero dal parto, avevano perso del denaro e suo marito era dovuto ripartire troppo presto.

Si erano salutati con un bacio e una carezza a Brage da parte di Vímundr.

Non aveva più rivisto il marito.

Poi erano cominciate le voci, gli uomini che erano partiti con suo marito avevano cominciato ad accusarlo di codardia, avevano detto che era stato ucciso alle spalle, mentre fuggiva per tornare alla nave. Tatia non ci aveva mai creduto. Suo marito era stato un ragazzo molto gentile e dolce, ma non era un codardo.

Cercare di crescere un figlio, da sola, era stato difficile, tanto più che le persone avevano cominciato a non voler comprare la sua merce e andare a caccia da sola era stato impossibile. L'oro era pian piano sparito, aveva dovuto scegliere tra dar da mangiare a suo figlio o lei stessa. Alla fine, non era riuscita a reggere. Aveva venduto tutto, ricavando meno di quello che aveva sperato, ed era partita per il Nuovo Mondo con il figlio che ancora non camminava. Arrivata a Greenland aveva sentito delle voci secondo cui esisteva un villaggio, al sud, seguendo la costa, dove diversi uomini del nord avevano fondato un villaggio perlopiù pacifico.

Senza guardarsi indietro era partita con un piccolo gruppo misto che era alla ricerca di una nuova vita, magari più pacifica.

Era riuscita a costruire la propria casa, aveva ricominciato a tessere e aveva cominciato a vendere i suoi tessuti, prima agli abitanti del villaggio e poi ai pochi commercianti che passavano fino al loro villaggio prima di tornare al nord. Non guadagnava moltissimo, ma abbastanza per dare da mangiare a Brage e avere qualche animale da cui ricavare latte, uova e carne.

Ma si sentiva sola. Le mancava la vicinanza di un marito, l'intimità del condividere una casa con qualcun altro che non fosse suo figlio. Nik era stato dolcissimo, non facendole pressioni per portarla a letto, preferendo passare il tempo che condividevano a giocare con lei e suo figlio e corteggiandola come fosse ancora una fanciulla.

Avevano passato diversi pomeriggi semplicemente a ridere e guardare i fiori con Nik che le spiegava come otteneva i pigmenti i colori che usava per dipingere. Prima di conoscerlo non aveva mai davvero pensato a quanto fosse difficile ricavare un colore. Erano stati pomeriggi pigri, pieni di tenerezze e baci rubati facendo attenzione che Brage non li scorgesse. Non credeva fosse amore, da parte di nessuno dei due, era più simile alla ricerca di reciproco conforto. Lei voleva dimenticare la cattiveria delle persone, almeno per pochi attimi, e lui cercava di dimenticare gli abusi che subiva quotidianamente dai suoi genitori.

Tatia non credeva che esistesse davvero la passione soverchiante di cui alcuni racconti cantastorie avevano narratoparlavano. Non aveva mai provato un sentimento simile prima d'ora, nemmeno con suo marito. Ogni tanto aveva sognato che esistesse, che un maschio la trascinasse via dalla sua vita per adorarla come fosse una dea, ma era una cosa impossibile, qualcosa che non esisteva. Almeno fino a quando non aveva visto per la prima volta il fratello di Niklaus, Elijah.

Quando lo avevaincontratoaveva incontrato per la prima volta, nel bosco, mentre giocava con Nik, era rimasta incantata dai suoi occhi scuri, dalle spalle larghe e dai folti capelli lunghi. Sembrava la perfetta incarnazione di un eroe delle leggende. E quando le aveva sorriso, un sorriso piccolo, una semplice inclinazione vero l'alto delle labbra, aveva sentito un calore sconosciuto alla bocca dello stomaco.

Ma poi aveva saputo che era il fratello di Niklaus e si era detta che la sua attrazione era impossibile. Almeno fino a quando lui non aveva ritrovato Brage. Quel giorno si era dimostrato così premuroso, dolce, si era preoccupato per suo figlio, era stato comprensivo con lei anche dopo che lo aveva trattato in modo sdegnoso. Non l'aveva rimproverata per la sua presunzione né l'aveva trattata diversamente dopo aver saputo che molti degli abitati del villaggio la dileggiavano per suo marito. Era stato affascinante, rispettoso e, benché fosse consapevole delle sue attrattive, non si era comportato in modo arrogante con lei, come spesso le era capitato con gli uomini che si reputavano belli.

Quello che aveva notato erano le sue mani, grandi, virili, con una piccola cicatrice che correva lungo la base del pollice per fermarsi, improvvisamente, sul dorso della mano. Aveva notato quel piccolo dettaglio mentre lui si stava sistemando i bracciali di cuoio che portava sempre addosso, estate o inverno che fosse. Aveva un debole per le mani maschili, adorava vedere i tendini in rilievo mentre le stringevano a pugno, sognava di sentirle mentre la accarezzavano dolcemente o la afferravano bruscamente in preda alla passione.

Con suo marito non c'era mai stata vera passione, erano stati troppo giovani quando si erano sposati per provare qualcosa di diverso dalla paura e dal senso del dovere. Le ultime volte che aveva giaciuto con suo marito, prima che partisse nuovamente, aveva notato che lui era migliorato in quel reparto, ma era stato ancora troppo inesperto per sapere davvero cosa fare. E lei era stata troppo intimidita per dirgli cosa avrebbe potuto procurarle piacere.

Ma lei aveva ascoltato i racconti delle altre donne sposate, e alcune nubili più disinibite, che raccontavano storie di passione, piacere e soddisfazione, e aveva desiderato provare anche lei ciò che tutte quelle donne decantavano. Alcune delle cose che avevano descritto le erano sembrate strane, quasi oscene, almeno fino a quando una delle sue amiche non le aveva consigliato di provare a toccarsi da sola, per provare almeno una piccola parte del piacere che si poteva trovare tra le braccia di un bravo amante.

E, da quando aveva visto Elijah, non era riuscita a smettere di pensare a lui e a cosa le sue mani avrebbero potuto farle.

Sapeva che era sbagliato provare attrazione per il fratello dell'uomo che la stava, a tutti gli effetti, corteggiando, ma non riusciva a smettere di sentire quel leggero calore ogni volta che incrociava i suoi occhi. Si sentiva tirare in due direzioni diverse, la dolcezza e la giovinezza di Niklaus, il suo modo di farla ridere e rallegrare con la sua semplice presenza. E il fuoco che sentiva quando pensava a Elijah, la sicurezza e forza che le trasmetteva.

Si rese conto, con un sussulto colpevole, che era rimasta ferma al bancone tanto a lungo da consentire al coniglio di cuocersi completamente. Brage stava ancora giocando con la statuina che gli aveva regalato Nik, facendo correre la figura in giro per il pavimento ricoperto di paglia. Infilò il coltello all'interno della pentola per testare la cottura delle verdure e si apprestò a servire al figlio una ciotola di stufato.

Non era il momento giusto per sognare ad occhi aperti. Forse non sarebbe mai stato il momento giusto per farlo.