Niklaus si accucciò sulle anche, guardando perplesso cosa stesse facendo il bambino di fronte a lui. Stava, presumibilmente, costruendo una capanna con rametti e foglie che aveva trovato in giro, ma era un lavoro talmente approssimativo che, forse, il bambino stava solo facendo un lungo verme contorto di rametti. Non ne era sicuro. I suoi fratelli avevano fatto cose simili, ma erano sempre state costruzioni a cui avevano partecipato anche Finn o Elijah, aiutandoli a renderle quantomeno identificabili. Quello che stava facendo Brage non assomigliava a nulla che i suoi fratelli minori, Kol, Henrik e Hilda, dato che Rebekah anche da bambina non aveva mai amato giocare con lo sporco, avevano creato.

"Cosa stai costruendo?" chiese alla fine, dopo aver cercato di identificare la struttura. Il bambino lo guardò come se fosse una persona molto stupida, "Barca" rispose tirando fuori la lingua dalla bocca mentre applicava una foglia su quella che poteva, o forse no, essere la prua della barca.

"Davvero?" domandò perplesso Nik, "Allora perché è curva?"

"Niklaus! Non puoi aspettarti che sappia costruire una nave perfetta! È ancora piccolo" rise Tatia. Quello che avrebbe voluto dirle Nik era che perfino un cane sarebbe riuscito a mettere in fila dei bastoncini e che i suoi fratelli, alla stessa età di suo figlio, sarebbero riusciti a fare un lavoro sicuramente migliore, ma sapeva che un simile commento lo avrebbe fatto cacciare subito fino a quando lui non fosse tornato, strisciando preferibilmente, da lei con delle scuse ineccepibili sulla lingua.

Così alzò le spalle e cercò di spostare alcuni ramoscelli in una posizione più appropriata senza farsi vedere da lei o dal bambino.

Gli piaceva passare il tempo con Tatia, ma non particolarmente quando c'era anche il bambino. Per prima cosa Tatia si concentrava più su suo figlio che su di lui e secondariamente, non si lasciava toccare alla presenza di Brage. Aveva sperato di passare un bel pomeriggio, ad amoreggiare e magari a conoscersi meglio, non a giocare con un bambino che non riusciva a fare una linea semi dritta nemmeno quando gli si faceva notare che era storta.

Non era che i bambini non gli piacessero, aveva passato innumerevoli pomeriggi a giocare con i suoi fratelli quando erano piccoli, ma gli piacevano i bambini intelligenti, quelli che imparavano alla svelta. Forse il figlio di Tatia era un po' imbecille? Lo guardò di sottecchi, si, decisamente. Probabilmente era quello. Non credeva che i suoi fratelli fossero particolarmente intelligenti, quindi era il bambino di Tatia a cui mancava qualcosa.

Si spostò in una posizione più comoda, gli si stava addormentando un piede a stare così accucciato, e cominciò a raccogliere ramoscelli e foglie per conto suo. Forse se gli avesse mostrato come farlo, il bambino avrebbe capito. Dopo poco la riproduzione di una piccola Faering, una nave con due line di remi stava orgogliosamente alla fonda sul terreno, in attesa di piccoli omini che la portassero al mare per andare a razziare piccoli villaggi. Solo che Brage non stava prestando minimamente attenzione. Nik fece un sospiro sofferto. Sapeva che se avesse voluto conquistare Tatia avrebbe dovuto anche tollerare, se non proprio accettare, suo figlio, ma gli riusciva difficile affezionarsi a lui. Era così diverso dai suoi fratelli! Con loro il legame era stato istantaneo, non appena li aveva visti aveva capito che erano parte della sua famiglia, che li avrebbe amati e che li avrebbe sempre protetti. Con il figlio di Tatia si stava sforzando per riuscire anche solo a raggranellare un minimo di quell'interesse che invece era stato preponderante con i suoi fratelli. Forse non era colpa del bambino, anche se dimostrava di non avere nemmeno metà dell'intelligenza che avevano mostrato Kol o Henrik alla stessa età, forse era che il legame che aveva instaurato con loro era partito dalla consapevolezza che fossero la sua famiglia, il suo sangue. Sarebbe stato diverso se il bambino fosse stato suo? Avrebbe fatto differenza? Oppure avrebbe trovato anche un proprio figlio insignificante e noioso? Era quasi certo che suo figlio non avrebbe mai cercato di costruire una nave curva! Come si sarebbe mossa? Girando secondo con le correnti? C'era una minima possibilità che Tatia avesse ragione e che il suo errore fosse dovuto all'inesperienza e alla giovinezza, ma era una possibilità minuscola. Anche quando gli aveva dato l'opportunità di vedere come costruire una barca realistica, il bambino aveva preferito continuare a lavorare alla sua, quella storta. "Guarda! Casa! Madre, casa!" Quella che il bambino aveva definito una barca era diventata improvvisamente una casa, ancora curva ma forse aveva una maggior logica rispetto a una nave con la forma di una mezzaluna. Brage corse da Tatia, sbattendole la testa piuttosto violentemente su una coscia coperta dalle gonne color blu profondo che la donna preferiva. "È stupenda tesoro! È proprio come la nostra capanna" lo incoraggiò la madre. Nik si morse, forte, la lingua. Poteva comprendere la volontà di incoraggiare un bambino, ma non mentirgli in modo così palese. Da quando la casa di Tatia era della forma di una falce di luna? Se tutti i bambini erano come Brage, e non come i suoi fratelli, non credeva di volerne. Non sarebbe riuscito a restare in silenzio così a lungo. "Perché non giochiamo un po' con la palla, che ne dici?" Forse si sarebbe dimostrato più capace con attività che non richiedevano di pensare. Niklaus si avvicinò alla sacca che aveva preparato quella mattina e prese una piccola palla si stracci che aveva fatto diversi anni prima per Henrik. Non era molto grande ma era solida, le cuciture avevano tenuto per tutta la fanciullezza sia del fratello che della sorella, e aveva subito innumerevoli maltrattamenti senza mai cedere, né all'usura né alle mani o i denti dei suoi fratellini. La scagliò un paio di volte sul terreno per controllare che reggesse ancora e, delicatamente, la lanciò tra le braccia in attesa del bambino, che la raccolse lentamente da terra dopo che lo aveva colpito dolcemente al petto. Senza lasciar vedere il disappunto che sentiva verso Tatia, o il bambino, dato che non avrebbe di certo migliorato le cose, gli disse di rilanciarla. Dopo qualche lancio incerto presero, finalmente, un ritmo che consentisse a entrambi di giocare. Pian piano Nik aumentava l'altezza dei lanci per consentire al bambino di strillare felicemente ogni volta che riusciva a prendere la palla. Stranamente si stava divertendo anche lui. Non poteva affermare che fosse ai livelli dei giochi che faceva con i suoi fratelli, ma era piuttosto gratificante vedere il bambino che prendeva confidenza con il gioco e che migliorava nell'acchiapparla. Anche il sorriso di Tatia era parecchio piacevole da vedere. Forse i bambini in generale non erano tanto male, anche se non erano i suoi fratelli. Notò la sorellina che si teneva nascosta tra gli alberi, guardandolo mentre giocava con Brage e le fece cenno di avvicinarsi a loro. Non capiva bene l'espressione che aveva la piccola sul volto, ma pensò che fosse semplicemente timida dato che non le aveva mai presentato né Tatia né Brage, ma quale migliore occasione che un bel pomeriggio di giochi per farli conoscere? "Hilda! Vieni pulce, gioca con noi!" la chiamò mentre le lanciava la palla. Perse del tutto il lampo di risentimento che lampeggiò nello sguardo della sorellina, ma capì di averla irritata grazie al pallone che la prese in pieno petto e con abbastanza forza da farle fare una smorfia. "Non chiamarmi pulce!" gli sibilò velenosamente la bambina mentre lui lanciava, con molta meno forza che alla sorella, la palla al bambino che non riuscì a prenderla, troppo concentrato sulla nuova presenza per interessarsi ancora al gioco. "Brage, questa è Hilda, la mia sorellina, ti andrebbe di giocare anche con lei?" gli domandò mentre guardava il bambino, affascinato dallo sguardo di Brage. Sembrava che gli avessero appena mostrato la luna e le stelle, sul palmo della mano. "Lada! Gioca!" la chiamò il bambino, contento di avere una nuova persona con cui giocare. La ragazzina non sembrava minimamente felice della strana storpiatura del suo nome ma prese la palla da dove era rotolata e la lanciò con tutta la sua forza al fratello che la ributtò al bambino, facendolo ridacchiare felice per l'opportunità di lanciarla alla nuova bambina. Pian piano ripresero un ritmo allegro mentre Hilda cercava di scagliare con sempre maggior forza la palla a Nik, Nik che lanciava la palla in alto perché Brage la prendesse e la rilanciasse, la maggior parte delle volte, nella direzione generale, di 'Lada', come aveva deciso si chiamasse la nuova ragazzina. Continuarono così fino a quando Brage non sbagliò tiro e rilanciò la palla più vicino a Niklaus che a Hilda. Niklaus decise di variare un po', lanciando la palla a Hilda anziché al bambino, così che lei la lanciasse a Brage. Se i due bambini si fossero messi a giocare tra loro forse Nik sarebbe riuscito a ritagliarsi qualche momento con Tatia. Pian piano, continuando a lanciare occhiate poco interessate ai bambini, si allontanò sempre più da loro, fono a trovarsi di fianco a Tatia che lo stava guardando sorridendogli dolcemente. Dopo aver detto alla sorella che voleva riposarsi qualche momento si dedicò alla bella donna che gli stava di fianco, quasi dimenticandosi dei bambini che continuavano a lanciarsi la palla, tra le risatine felici di Brage e gli sbuffi insoddisfatti di Hilda. Andò tutto bene fino a quando Hilda non cominciò a tirare sempre più violentemente la palla al bambino. Prima la lanciò troppo in alto per il piccolo, che zampettò a prenderla, contento anche se non era riuscito a prenderla al volo. La volta successiva Hilda gli lanciò la palla direttamente tra le braccia, con abbastanza forza da far cadere il bambino sul sedere e farlo piagnucolare. Dopo aver visto l'espressione scontenta di Tatia, Nik cercò di rimproverare dolcemente la sorella, incoraggiandola a essere più delicata con il bambino e a non comportarsi come un maschiaccio. Se le occhiate avessero potuto uccidere, Niklaus si sarebbe presto ritrovato a guardar crescere l'erba da una prospettiva molto diversa dal solito. "Perché dovrei giocare con lui?" domandò Hilda borbottando a mezza voce, "Dai Nik, vieni a giocare con me!" lo chiamò, ma il fratello stava parlando con Tatia, accarezzandole leggermente la mano che lei teneva posata in grembo. Scoccò un'occhiata irritata alla sorella e continuò a parlare sottovoce alla donna. La cosa successiva che sentirono furono le urla lacrimevoli di Brage, disteso a terra che si teneva la fronte e piangeva come se qualcuno lo stesse eviscerando. "Ma che…" Tatia fu la prima ad alzarsi e a precipitarsi dal figlio per controllare che non si fosse fatto male. A parte una zona leggermente arrossata sulla fronte il bambino non aveva nulla ma si era spaventato molto a essere colpito da quello che per lui era stato solo un giocattolo divertente. Non aveva nemmeno capito perché Lada gli avesse lanciato la palla in quel modo. La ragazzina invece stava guardando il tutto con un sorrisetto a metà tra il soddisfatto e il preoccupato. Non è che avesse voluto far davvero del male al bambino, ma Nik aveva finalmente smesso di tenere la mano alla donna e la stava, finalmente, considerando! Suo fratello era sempre via, non passava più del tempo solo con lei, non la portava più a cercare nuove piante per fare i colori, non le raccontava più le storie delle fate e dei troll. Usciva la mattina, appena dopo il primo pasto, e tornava la sera, quando calava il sole. Lo aveva seguito qualche volta, e lo aveva sempre visto con quella donna, e, più recentemente, con il bambino. Quando Nik l'aveva chiamata da dove si era nascosta tra gli alberi, aveva pensato che avrebbero passato il loro tempo assieme, come facevano di solito. Non le era nemmeno importato tanto che ci fossero la donna e il bambino, potevano giocare tutti assieme! Avevano spesso giocato con gli altri fratelli e, alcune volte, anche con gli altri bambini del villaggio. E per un po' era stato divertente. Era da tanto che non giocava con la palla. Il bambino era un po' lento e lanciava la palla piano, ma era piccolo, doveva ancora capire come si facesse. Ma poi Niklaus l'aveva lasciata di nuovo sola a giocare con il fastidioso Brage, così si chiamava il bambino, ed era tornato a dedicare tutta la sua attenzione alla donna. così si chiamava il bambino, ed era tornato a dedicare tutta la sua attenzione alla donna. Aveva provato a chiamarlo un paio di volte, ma suo fratello le aveva lanciato sì e no qualche occhiata distratta, prima di tornare a dedicare tutte le sue attenzioni alla madre di Brage. Aveva sentito le amiche di Rebekah parlare di lei, non piaceva davvero a nessuna di loro. Avevano detto che l'unica cosa che voleva 'quella donna' era rubare i loro maschi. Hilda si era domandata come sarebbe riuscita a rubare un uomo adulto che pesava almeno il doppio di lei e adesso lo aveva capito. Le stava rubando Nik! Così aveva cercato di attirare la sua attenzione lontano da lei, aveva costretto Brage a rincorre la palla, ma non era servito. Aveva cercato di far capire a Nik che voleva andarsene, ma lui sembrava essere diventato sordo, così aveva perso la pazienza. Aveva tirato la palla più forte di quello che voleva davvero fare, e aveva colpito Brage in piena fronte. Ma lei non aveva voluto fargli davvero del male! Voleva solo che Nik lasciasse perdere quella donna e tornasse a giocare con loro! Brage non era nemmeno troppo fastidioso per essere un bambino. E adesso la donna la stava guardando male mentre abbracciava il bambino e gli mormorava delle sciocchezze, e Nik sembrava sul punto di sgridarla come quando aveva preso in prestito la spilla che lui aveva comprato da poco alla festa di mezz'Inverno. E l'aveva persa. "Hilda! Che cosa ti è saltato in testa? Ti ho detto di fare piano con Brage, è piccolo! Se non riesci a giocare con gli altri, forse dovresti tornartene a casa a pensare a come si dovrebbe comportare una giovane donna!" esclamò arrabbiato Nik mentre le si metteva di fronte. "Perché ti comporti così? Cosa ti è preso?" ringhiò infastidito. Il suo tempo con Tatia non doveva andare così. Avrebbero dovuto passare un bel pomeriggio, parlare, rotolarsi nell'erba, amoreggiare, non avere a che fare con bambini incapaci di mettere in fila dei bastoncini e sorelle che non riuscivano a giocare per pochi minuti senza causare uno spargimento di sangue. "Io… Non l'ho fatto apposta!" mormorò Hilda, mortificata che il fratello le stesse urlando contro di fronte alla donna e Brage. "E ci mancherebbe altro! Adesso andrai a scusarti con Brage e Tatia e poi te ne torni a casa. Va' a infastidire qualcun altro dei nostri fratelli e lasciaci in pace" le disse, convinto di aver ancora qualche speranza per il pomeriggio tranquillo che si era immaginato. Speranza che andò in fumo non appena guardo negli occhi che improvvisamente lampeggiavano di rabbia indignata della sorella. "Cosa? NO! Io non me ne torno a casa! E di sicuro non mi scuso con quella donnaccia" disse con la stessa inflessione che aveva sentito usare dalle amiche di Rebekah, con un misto di disprezzo, spregio e disgusto, e con una punta di invidia che non riusciva a capire. Ma suonava bene alle sue orecchie. "Hilda, scusati immediatamente." La voce di Niklaus si abbassò diventando un roco mormorio. Non aveva mai immaginato che sua sorella, la sua dolce, innocente, allegra, buona sorellina, potesse comportarsi in modo così scortese e maleducato. Il tono che aveva usato per parlare di Tatia gli aveva fatto provare una spiacevole sensazione alla bocca dello stomaco. Sapeva che nel villaggio molti denigravano la ragazza, aveva sentito le voci che la circondavano, come le altre donne la accusassero di approfittarsi degli uomini, le congetture che giravano sul fatto che fosse una vedova sola con un bambino. Qualcuno aveva anche insinuato che non fosse mai davvero stata sposata, che il figlio fosse frutto di una relazione prematrimoniale e che lei fosse fuggita dopo che la famiglia l'aveva cacciata. Ma lui sapeva che non era così. Tatia era dolce, una creatura dileggiata per la sua bellezza, da donne gelose del suo aspetto. Comprendeva bene ciò che lei doveva provare ogni volta che qualcuno la insultava, anche suo padre lo denigrava a ogni occasione. Le cose andarono di male in peggio quando anche Tatia decise di intervenire, offesa più dal fatto che Nik non la stesse difendendo che da come l'aveva definita la bambina. Capiva che probabilmente stava solo ripetendo ciò che aveva sentito altri dire, ma si era aspettata che Niklaus saltasse in sua difesa, anche se contro sua sorella. "Come mi ha chiamato?" Hilda si sentiva in trappola: davanti a lei c'era Nik che la guardava arrabbiato, con le mani aggrappate sulla cintura e le labbra strette a formare una linea rigida, e al suo fianco la donna che la guardava con le sopracciglia aggrottate e il bambino che ancora piagnucolava aggrappato alla sua gonna. Normalmente si sarebbe scusata subito con il bambino, la loro madre le aveva insegnato che se si sbagliava bisognava chiedere scusa, ma adesso si sentiva aggredita. Non voleva chiedere scusa a Brage, non era colpa sua se il bambino non era riuscito a fermare la palla dal colpirlo in fronte, e certamente non si sarebbe scusata con la donna che stava cercando di rubarle suo fratello! Era colpa della donna, decise, tutto quel pasticcio. Se non avesse cercato di attirarsi tutte le attenzioni del fratello, non avrebbe mai perso la pazienza, e non avrebbe mai colpito il bambino facendo arrabbiare Niklaus con lei. "Io non ci parlo con te, tornatene da dove sei venuta donnaccia!" Il silenzio scioccato che risuonò improvvisamente nella radura disse a Hilda che aveva commesso un errore. Tatia fece mezzo passo indietro, posando una mano sulla testa di Brage, come a proteggerlo dalle parole che non poteva ancora capire e Nik si irrigidì, facendo cadere le braccia ai suoi fianchi. "Ti scuserai, in questo istante, altrimenti…" La voce di Niklaus era mortalmente seria. Non aveva idea con cosa la stesse minacciando, non avrebbe mai punito sua sorella, non le aveva mai nemmeno dato uno schiaffo sulla mano quando rubacchiava qualche leccornia dal suo piatto, ma non si era neanche mai trovato in una situazione simile. Non si sarebbe mai comportato come Mikael, non avrebbe fatto fisicamente del male a sua sorella. In tutta sincerità non sapeva cosa avrebbe fatto se lei non si fosse scusata per il suo comportamento nei confronti di Brage e per le sue parole a Tatia. Le si avvicinò per afferrarle una spalla e portarla più vicino a Tatia e al bambino ma, non appena Hilda vide che lui stava alzando la mano, gli si scagliò contro, impaurita che Niklaus stesse per picchiarla. Gli tirò un calcio sullo stinco e corse via, approfittando della sua sorpresa per la sua azione. Non aveva idea di dove stesse fuggendo, solo che doveva allontanarsi il più velocemente possibile dal fratello. Si infilò in una macchia di sottobosco, ferendosi con i rami dei cespugli e le foglie che le causavano piccoli graffi sulla pelle bagnata delle guance. Corse fino a sbucare in una zona del bosco che riconosceva a mala pena. E poi continuò a correre, fino a quando la voce del fratello si perse tra gli alberi e non riuscì più a sentire i suoi passi che la inseguivano. Niklaus aveva cercato di picchiarla. Nik voleva farle del male per difendere quella donna cattiva. Corse ancora, accecata dalle lacrime, tanto da scontrarsi con un ramo basso che le strappò la manica del vestito. Corse fino a quando i polmoni non cominciarono a protestare, corse perché sapeva che era in grossi guai e non era sicura che 'Lijah o Finn sarebbero stati dalla sua parte e l'avrebbero difesa da Nik e dalla donnaccia. Scappò, perché si sentiva tradita e infelice. Suo fratello aveva cercato di picchiarla, ne era sicura. Aveva visto il suo sguardo quando aveva chiamato la donna 'donnaccia', si era arrabbiato, con lei. Nik non si era mai davvero arrabbiato con lei! Nemmeno quando aveva perso la sua spilla era stato così arrabbiato, l'aveva fatta sentire in colpa, certo, ma non si era arrabbiato davvero. E adesso, grazie a quella donnaccia, suo fratello aveva cercato di picchiarla. Nik aveva scelto di farle del male anziché dire a quella donna di andarsene. Nik non era più suo fratello, decise. Se lui avesse preferito quella donna a lei allora lei non avrebbe avuto più bisogno di Niklaus come suo fratello. Ne aveva altri di fratelli, migliori di lui, più simpatici, che non l'avrebbero messa da parte per una donna cattiva. Allora perché continuava a piangere? Perché si sentiva così male? Perché tutto ciò che voleva era che Nik la trovasse e la abbracciasse? Incespicò, spingendosi sempre più lontano da dove pensava fosse Nik. Andò avanti fino a che non trovò un albero cavo mezzo marcio. Era della misura perfetta per entrarci e non farsi vedere da nessuno. Avrebbe aspettato un po' lì dentro, fino a che non si fosse riposata un po'. Poi sarebbe tornata a casa e avrebbe visto come si comportava Nik: se lui si fosse scusato, scusato davvero bene con lei, allora lo avrebbe perdonato, sempre se avesse lasciato la donnaccia. Non voleva più vederla, sarebbe stato bello se ne fosse andata via e li avesse lasciati in pace. E anche Brage, nemmeno lui poteva rimanere. Si accoccolò più profondamente nel tronco, ignorando i pezzetti di legno che le pungevano la schiena e gli animaletti che le si arrampicavano addosso, non era come Rebekah, lei non aveva paura degli insetti. Avrebbe chiuso gli occhi solo per pochi istanti, giusto il tempo per riposarsi un po' prima di tornare a casa. Scommetteva che Nik era preoccupato per lei, magari la stava già cercando, pronto a scusarsi per averla costretta a giocare con quel moccioso e la donna. Probabilmente Niklaus si era già pentito di aver cercato di picchiarla, lui non era come il loro padre, non le avrebbe davvero fatto del male, giusto? Gli occhi le bruciavano, sentiva i piccoli tagli sul viso che crepitavano ogni volta che muoveva la bocca e il sale delle lacrime le dava fastidio sui tagli. Avrebbe chiuso gli occhi solo un attimo, solo per riposarsi un po'. Solo pochi minuti. ******************************************************************************************************************************************************************************************* "Allora, vuoi diventare un fabbro, ho sentito" gli disse Kol mentre si allontanavano insieme per andare a controllare le vacche e i loro vitelli. La stagione delle nascite era andata abbastanza bene, anche se erano nati più maschi del solito rimuginò Henrik. Elijah aveva detto che ne avrebbe venduto uno a un loro vicino a cui il toro era morto durante l'inverno e, probabilmente, uno l'avrebbero tenuto da vendere al Nord, o al primo commerciante che avesse voluto comprarlo per un buon prezzo. Due li avrebbero abbattuti e venduti al macellaio. Loro non ne avrebbero tenuto uno, avevano un buon toro, giovane e fertile, che avrebbe prodotto ancora per molti anni dei buoni vitelli. E, mentre le femmine si potevano usare anche per il latte, i maschi servivano solo come carne o per le monte, ma consumavano più delle femmine ed erano più fastidiosi da tenere. A una buona mandria serviva un solo maschio adulto, tutti gli altri potevano felicemente diventare carne. Kol aveva deciso di andare a controllare che il fratello maggiore avesse scelto bene il vitello da vendere al vicino, sarebbe stato un errore dargli un animale poco promettente, e Henrik aveva deciso di andare con lui. Non avrebbe risolto nulla a restare nei pressi della loro capanna o andando in giro per il puro gusto di camminare, tanto valeva fare qualcosa di utile. "Ah, le voci corrono veloci in questo villaggio." Scherzò amaramente. Ben presto, non appena fosse tornato dai suoi vagabondaggi, anche il lor padre avrebbe sentito le voci. Non era un momento che Henrik aspettava con ansia. Mentre sperava che il padre avrebbe visto il suo desiderio di trovarsi un mestiere come qualcosa di utile e, ad un certo livello, nobile, dubitava seriamente che Mikael avrebbe apprezzato la sua intraprendenza. "Non preoccuparti, ho incontrato il fabbro e me ne ha parlato personalmente, non ne farà parola con altri. Ma vuoi dirmi perché questo improvviso desiderio di fabbricare attrezzi e spade?" Kol aveva l'innata capacità di chiedere e dire ciò che voleva facendo sempre sembrare i suoi discorsi simili a prese in giro. E, mentre normalmente Henrik ne avrebbe riso, adesso che la vena giocosa del fratello era rivolta verso di lui, la trovava fastidiosa e non più divertente. "Non ho intenzione… non volevo…" balbettò irritato. Non sapeva come spiegare la sua idea, non a suo fratello, e nemmeno a sé stesso. Era una cosa stupida. Diventare apprendista di un fabbro, di un maestro d'ascia o di chiunque altro, non gli avrebbe dato improvvisamente l'affetto e l'accettazione di suo padre. Lo sapeva. Eppure, non era riuscito a impedirsi di provarci. E la cosa peggiore era che era sempre stato rifiutato non per una qualche sua incapacità o mancanza, ma proprio per colpa di suo padre! le persone erano state così spaventate dall'inimicarsi suo padre che non lo avevano nemmeno preso in considerazione. Non sarebbe mai riuscito a farsi un nome lontano da suo padre, sarebbe sempre rimasto nella sua ombra. Henrik soffocò un sospiro, "Non volevo diventare un fabbro, volevo semplicemente rendere orgoglioso Mikael" borbottò infine, aspettandosi le prese in giro che, inevitabilmente, gli avrebbe rivolto Kol. Ma non arrivarono. Suo fratello guardava a terra, serio per una volta, mentre continuava a camminargli al fianco. Le sopracciglia aggrottate, le labbra contratte, sembrava perso in un mondo di spiacevoli ricordi. "Henrik, non potrai mai soddisfare le aspettative di Mikael, nessuno potrebbe, nemmeno Thor in persona sarebbe abbastanza per nostro padre" gli confidò dopo un po'. "Tutti noi, tranne forse Rebekah e Hilda, abbiamo cercato di renderlo orgoglioso. E nessuno ci è riuscito. Tutto ciò che abbiamo ricavato per i nostri sforzi sono lividi e dolore." Continuò, ancora senza alzare lo sguardo da terra. "Finn ha passato anni a combattere contro chiunque gli capitasse vicino, ha vinto contro tutti i guerrieri e quelli della sua età che vivono nel villaggio, alcuni raccontano ancora di come sono stati battuti da lui… ha imparato a maneggiare l'ascia lunga perché una volta Mikael ha detto che era un arma temibile, e per i suoi sforzi ha ricevuto sì e no un cenno da nostro padre" raccontò Kol. "Se chiedi a chiunque in questo villaggio chi sia il miglior guerriero con l'ascia ti diranno tutti che è nostro fratello, eppure nostro padre non ha mai mostrato il minimo orgoglio per questo, né con lui né con gli altri. Ha imparato tutto ciò che sa guardando i commercianti che venivano da noi, ha viaggiato per imparare come rendere questa famiglia più ricca, ha fatto rendere il nostro oro come se lo trovasse a terra! Eppure, nostro padre non gli ha mai dato il minimo credito per i suoi sforzi." "Elijah ha passato giornate intere a colpire il palo da allenamento, se guardi bene le sue mani, i suoi palmi sono costellati da piccole cicatrici dovute alle schegge di legno che non è riuscito a estrarre. Ha imparato a usare sia la mano destra che la sinistra, con la spada. Si è allenato per giorni di fila, senza mai lamentarsi, senza mai chiedere una pausa. Anche quando era solo un ragazzo, più giovane di te adesso, era già un guerriero temibile. E la sua forza è solo aumentata con il tempo, come la sua intelligenza. Non appena è stato abbastanza grande da essere chiamato uomo nostro padre gli ha lasciato la gestione della fattoria ed è sparito per diverse lune. Eppure Elijah è riuscito non solo a farci sopravvivere a quell'inverno, ma anche ad aumentare i nostri capi, a dar da mangiare a tutti noi, a mettere da parte abbastanza semi per la semina. Ha pian piano aumentato le nostre scorte e il nostro oro" disse camminando lentamente fuori dal villaggio, perso nei suoi pensieri. "Quando Mikael è tornato da ovunque fosse andato, anche se ha notato i cambiamenti, non ne ha fatto parola, non un minimo accenno alle maggiori scorte, all'oro, nulla." "Di Niklaus non credo sia necessario dire nulla, tutti noi abbiamo visto quanto si impegni per compiacere nostro padre e quanto Mikael continui a tormentarlo e vessarlo. Per quanto riguarda me, per fortuna ho avuto l'esempio dei miei fratelli dai quali imparare. Non ho mai cercato di compiacere nostro padre, non mi è mai importato che mi amasse o che fosse orgoglioso dei miei raggiungimenti personali. Chi mi ha cresciuto sono stati Finn, Elijah e Niklaus. Mi sono dedicato a imparare come combattere, cacciare e praticare la magia, non per lui, ma per me stesso e i nostri fratelli. Non ho mai sentito il bisogno di dimostrargli alcunché" concluse, guardando finalmente Henrik in volto. Il ragazzo aveva lo sguardo leggermente spento, come se stesse cercando di organizzare i pensieri. Poteva capirlo, era difficile rendersi conto che gran parte della propria vita era stata dedicata a una persona che non avrebbe mai ricambiato l'interesse. Anche se Henrik fosse diventato il più grande guerriero della storia, Mikael non si sarebbe ritenuto soddisfatto. Alle volte Kol credeva che loro padre non volesse davvero che i suoi figli fossero migliori di lui in qualcosa. Preferiva che fossero più deboli di lui in modo da poterli controllare meglio. Voleva qualcuno su cui regnare con il pugno di ferro, e quelli dovevano essere loro. "Se vuoi diventare un guerriero va bene, impegnati, allenati, parti, vai a razziare. Se vuoi imparare come forgiare una spada, costruire una nave o come tessere, fallo! Non importa cosa ma fallo perché è ciò che interessa te, non perché ciò che credi potrebbe rendere orgoglioso Mikael. Lui non sarà mai orgoglioso di te, non ti amerà mai, e non perché sei tu, ma perché è incapace di provare amore o orgoglio per qualcuno che non sia sé stesso." "Secondo te cosa dovrei fare?" gli chiese sottovoce Henrik. Non aveva mai pensato di avere una scelta in merito. Mikael era un guerriero, sarebbe diventato un guerriero. Il pensiero di poter scegliere cosa desiderasse diventare era nuovo ed estraneo per lui. C'erano così tante possibilità che lo attendevano. "Non lo so, fratellino. Non posso essere io a dirti cosa fare in questo caso. Sei tu che devi trovare la tua strada, ciò che vuoi diventare. Non c'è davvero fretta. Pensaci, guardati intorno, esplora le possibilità. E, quando avrai deciso, ci troverai al tuo fianco. Ti aiuteremo sempre, saremo sempre i tuoi fratelli" disse Kol mentre avvolgeva la testa del fratellino con un braccio e cercava di grattargli le nocche sui capelli. Henrik sgusciò velocemente via dalla presa del fratello, guardandolo con le pupille dilatate dall'indignazione e dall'euforia. "Pensi di poter ancora usare simili trucchi per intrappolarmi, fratello? Vediamo se sei diventato ancora più lento con la vecchiaia!" esclamò Henrik mentre si girava improvvisamente e cominciava a correre a rotta di collo nel bosco. Kol attese qualche secondo prima di partire all'inseguimento del che Henrik avesse capito finalmente che doveva trovare la propria strada e non farsi più guidare dal sogno irrealizzabile di avere in padre amorevole e orgoglioso. Non c'era possibilità di cambiarlo, nulla che nessuno di loro potesse fare avrebbe cambiato il cuore del padre. Tutto ciò che ognuno di loro poteva fare era fare ciò che li faceva stare bene con sé stessi e sperare che Mikael non li picchiasse troppo. Non aveva mentito al fratello, lui aveva imparato velocemente dagli errori dei fratelli che lo avevano preceduto. Aspettarsi che Mikael mostrasse alcun genere di amore parentale era ache la luna stillasse oro sulle loro teste. Una cosa impossibile. Le uniche figure parentali che aveva avuto erano i suoi fratelli e, benché ogni tanto preferisse stargli lontano, loro erano gli unici che avrebbe odiato deludere. Era meglio per Henrik che imparasse velocemente quella lezione. Poteva sempre contare sui fratelli, sarebbero sempre venuti in suo soccorso, contro tutto e tutti. Ma il loro padre era meglio dimenticarlo, relegarlo nei recessi del loro cuore e gettare la chiave. Non sarebbe mai stato nulla più di chi li aveva messi al mondo. Raggiunse Henrik che si era fermato vicino a Niklaus. Il fratello maggiore sembrava in preda al panico, con gli occhi sbarrati, la fronte che grondava sudore e le labbra che tremolavano come se stesse per piangere. Per un interminabile momento Kol pensò che uno dei loro fratelli fosse morto. L'espressione di Nik era così devastata che non vedeva altra spiegazione. "L'ho persa! Non so dove sia finita, è scappata in mezzo al sottobosco e non sono riuscito a seguirla. L'ho chiamata per ore, ho girato il bosco in lungo e in largo. Forse si è persa, forse non riesce a tornare a casa. Oh dei, l'ho persa!" tartagliò in preda al panico. Kol lo guardò corrugando la fronte, lanciò uno sguardo preoccupato a Henrik per chiedergli se sapesse di cosa stesse parlando il fratello maggiore ma anche lui scosse sconsolato le spalle. "Va bene, Nik, devi calmarti e dirci cosa hai perso. Non possiamo aiutarti se non ci dici cosa è successo…" "Hilda!" esclamò, quasi urlando Niklaus, "Ho perso Hilda! Oh dei, ho perso nostra sorella!"