L'odore del sangue gli era oramai entrato nelle narici. Ci era abituato, era sempre stato in battaglia, ma ora, aveva un che di insopportabile. Quando Re Elessar era stato incoronato, aveva sperato in un periodo di pace, ma così non era stato, possibile che gli uomini dovessero sempre farsi guerra fra loro?

Faramir percorreva inquieto i vari tornanti di Gondor diretto a palazzo reale.

Era pensieroso, e non solo a causa dell'imminente scontro con il nemico, ma anche e soprattutto per lo scambio verbale di poco prima con sua moglie Eowyn.

Era stato felice quando se l'era ritrovata di fronte, viva, sana e salva, anche se era tristemente consapevole che la donna che amava più di ogni altra cosa al mondo mai avrebbe ricambiato i suoi sentimenti. Aveva sperato che il loro matrimonio potesse funzionare ma così non era stato, anzi, aveva finito per rovinare la loro amicizia e lui ne era responsabile. La nuova guerra, aveva poi esasperato la situazione ed ora loro si comportavano più da estranei, che non nell'Ithilien. Lei per ben due volte gli aveva detto di amarlo, ma lui non le aveva creduto, forse perché accecato dalla gelosia, o invece, cosa più plausibile, l'orgoglio di uomo ferito aveva parlato per lui, ed adesso Faramir se ne rammaricava molto.

Se il cuore di lei fosse veramente cambiato? Se le parole di Eowyn fossero state vere?

Doveva assolutamente riparlare con lei e fare chiarezza, non poteva perdere l'opportunità di sapere se lei finalmente corrispondesse i suoi sentimenti.

Il suono di un corno interruppe i suoi pensieri e lo riportò alla realtà.

All'orizzonte l'esercito nemico: la battaglia tanto temuta stava per ricominciare.

Ovunque volgesse lo sguardo, Faramir, vedeva uomini in pesanti armature dirigersi verso i torrioni, nelle armerie della città, o correre semplicemente al livello più basso, quello che attraverso la porta principale, conduceva all'esterno.

Solo pochi istanti prima pensava ad Eowyn, al suo sorriso, ai suoi capelli color dell'oro e a come l'aveva trattata duramente e con freddezza ed ora tutto quello che doveva fare, era raggiungere i suoi uomini ed entrare in battaglia.

Fortunatamente, da ranger addestrato qual'era, non si faceva mai trovare impreparato e in occasioni come questa, indossava sempre l'armatura, così non gli fu difficile nel giro di pochi minuti, raggiungere Beregond ed i suoi, ed apprestarsi ad uscire a combattere il nemico.

«Il nemico si avvicina da est, hanno cavalli, olifanti e chissà cos'altro capitano» gli disse il suo braccio destro avvicinandosi

«Dobbiamo aprire la porta ed uscire, non possiamo rimanere ammassati qui dentro ad aspettarli»

«Certo capitano, sempre a noi gli onori di casa, vero?»

«Gli ordini erano che avremmo dovuto andare in avanscoperta, ma temo non ce ne sarà più il tempo. La cavalleria di Re Éomer ci darà supporto»

«D'accordo, comincio ad avvertire gli uomini che dovremo andare a fare due passi qui fuori per la serata» rispose con un ghigno Beregond

Faramir controllava la piazzola antistante la porta principale, quando la sua attenzione fu richiamata da alcuni soldati del Mark a cavallo, fra loro, il loro sovrano.

«Qual'è la situazione fratello» chiese re Éomer a Faramir

«Cavalli, olifanti, sospetto una buona quantità di veleno ed inoltre l'oscurità incombente, che non ci rende affatto facile la visibilità, potrebbero avere catapulte e chissà cos'altro»

«Hanno atteso il buio proprio per avere dalla loro l'effetto sorpresa» rispose Éomer

«Già»

«D'accordo allora, si comincia. Faramir fratello, vi ho fatto preparare uno dei nostri migliori cavalli. So che voi ranger preferite muovervi a piedi, ma in questo caso, un buon animale è quanto di meglio possiate desiderare»

«Vi ringrazio mio signore, ma non era necessario»

«Prendetelo e buona fortuna»

«Anche a voi sire, ci rivedremo a fine battaglia»

«Contateci fratello»

E con questo Faramir cavalcò il baio del Mark e si apprestò ad entrare nel vivo della battaglia, oltrepassando la porta principale.

Nell'ultima grande guerra, aveva cavalcato incontro al nemico ed il destino aveva voluto che si salvasse, avrebbe potuto sperare in tanta clemenza ancora?

Faramir pensava ad Eowyn, dentro alla città, probabilmente in una delle case di cura e sperava vivamente, che qualsiasi cosa il fato gli destinasse, la sua adorata moglie fosse risparmiata nel vedere ritornare corpi senza vita delle persone che tanto amava, forse anche il suo.

Infine eccola, la prima freccia avvelenata prontamente parata con lo scudo, quindi una seconda e una terza, ed infine una miriade di frecce seguite dal rombo degli zoccoli dei cavalli sul nudo terreno. I versi degli olifanti, probabilmente spronati dai loro padroni ed il suono delle prime lame che si scontravano fra di loro. Nel giro di pochi istanti anche Faramir si ritrovava circondato da cavalli senza cavaliere, uomini armati che cercavano di ripararsi dietro scudi di fortuna ed infine eccolo, il primo vero scontro armato. Il nemico aveva cercato di disarcionarlo senza risultato ed era finito sgozzato dalla sua spada. Un altro aveva cercato di imitarlo ed aveva trovato la stessa sorte. Ovunque volgesse lo sguardo, Faramir trovava solo nemici, giovani perlopiù, ai quali amministrava la morte non senza rammarico e rimpianto.

Il nemico era in evidente vantaggio numerico, o almeno questo era quello che a Faramir appariva, vedendo molti dei suoi compagni cadere in larga parte per colpa delle frecce e delle armi avvelenate. Il tempo aveva perso consistenza, poteva essere passato un quarto d'ora, un'ora o forse un giorno, chi poteva dirlo? Solo l'oscurità dava una seppur piccola nozione del tempo al capitano dei ranger.

Il suono di un oligofante lo riportò nuovamente alla realtà, giusto in tempo per salvarsi la vita. Normalmente si sarebbe avvicinato a un animale tanto curioso, ma in un frangente come questo, l'allontanarsi da una tale bestia era ciò che ogni guerriero di Gondor auspicava. Infine dopo aver calato la propria spada diverse volte e consegnato alla morte diversi nemici, anche Faramir veniva colpito, prima un braccio, poi una coscia, poi il volto. La stanchezza cominciava a farsi sentire ed inoltre il doversi muovere in un campo cosparso di cadaveri al buio, non faceva che complicare ulteriormente la sua situazione. Poi infine arrivò l'alba, la luce più bella che Faramir avesse mai visto, di un colore così pallido ed incerto che temeva potesse aver paura e ritirarsi nuovamente all'orizzonte ma così non fu.

Intorno a lui migliaia di corpi senza vita ed ancora battaglia.

Sentiva tutto intorno il vociare di uomini inerti in attesa di trovare la morte, altre che incitavano al combattimento. Il capitano cercava inutilmente di distinguere chi avesse la meglio su chi, quando un altro nemico lo ingaggiò in uno scontro. Alle sue spalle sentiva spostarsi dell'aria ed il terreno sotto ai suoi piedi tremare, ma prima che potesse formulare anche solo un ipotesi di cosa fosse, si ritrovò catapultato da un oligofante a parecchi metri di distanza. Ferito e senza forza, si rendeva improvvisamente conto che forse la sua fine era vicina. Alzava gli occhi al cielo e nella luce del giorno vedeva il viso di sua moglie, di Eowyn ed il suo bellissimo sorriso, poi fu il buio.

Dalla postazione dove lavorava, Eowyn non riusciva a seguire gli sviluppi della battaglia, tuttavia sentiva le grida di incitamento e i comandi impartiti dagli uomini, quindi lo scontro non era ancora terminato. La notte che passava fu la più lunga che la bianca dama di Rohan ricordasse. Uomini entravano dalla porta della casa di guarigione a decine, centinaia. Chi con una ferita lieve, chi in fin di vita, chi da ricucire e chi da sanare dal veleno. Le scorte non erano abbondanti e venivano lasciate solo per i casi più complicati e ad Eowyn oltremodo spiaceva il non potersi prodigare per ognuno di quei feriti nel migliore dei modi. Spesso quando veniva portato alla sua attenzione un uomo di Gondor chiedeva del suo capitano Faramir, mentre invece quando era affidato alle sue cure un Rohirrim, chiedeva di suo fratello il re ed il non avere notizie, sembrava una buona notizia, almeno per il momento.

Infine il sole fece capolino all'orizzonte ed un nuovo giorno avrebbe portato o una vittoria o una sconfitta.

«Dama Eowyn, quest'uomo ha bisogno di voi» la richiamava alla realtà Giodith, che come lei aveva deciso di rimanere a servizio della città

«Arrivo subito Giodith, tu pensa a quest'uomo, ha bisogno di essere ripulito e che le sue ferite siano fasciate molto strette»

«Si, mia signora»

Ovunque il fetore del fango, del sangue e della decomposizione impregnava l'aria, ma non era solo quello a far sentire la morte come una compagna invisibile ad Eowyn, c'era il suono dei lamenti e delle grida, la litania delle preghiere e delle voci di supplica.

E poi improvvisamente dopo quella che sembrò un eternità la battaglia finì e fu la parte peggiore, poiché si sarebbero trovati i corpi di chi non ce l'aveva fatta e si sarebbe dovuto curare chi aveva una possibilità, grande o piccola che fosse.

Il primo viso conosciuto da Eowyn a varcare la soglia della casa di guarigione fu quello di Re Elessar, che sorreggeva un soldato di Gondor. Non era gravemente ferito o almeno così appariva ad Eowyn mentre gli si avvicinava

«Eowyn, prendetevi cura di lui» le disse il re appoggiando delicatamente il ferito a terra

«Quanti feriti mio signore?»

«Troppi» le rispose il re

«State bene?»

«Si, ma non c'è tempo per parlare, devo dare una mano là fuori, ci sono ancora migliaia di feriti che attendono di essere condotti qui»

«Faramir? Éomer?»

«Non li ho visti, ma ciò non toglie che siano vivi. Io ero nella cittadella mentre loro erano fuori, abbiate fede mia signora» e con queste parole, il re si allontanò.

La seconda persona che Eowyn vide, con suo enorme sollievo, fu Gamling, lo scudiero di suo fratello, che sorreggeva il suo Re, zoppo ma vivo.

«Éomer, Éomer, stai bene?»

«Si non ti preoccupare sorella, solo una storta e una freccia avvelenata ma niente di più. Sono fortunato che abbiate trovato l'antidoto a questo veleno però»

«Lasciati dare un'occhiata. Gamling, appoggialo qui»

«Dovresti dedicare le tue attenzione a chi le necessità di più e non ad un orso come me»

«Forse, ma voglio accertarmi prima che tu stia bene» rispose Eowyn

«Hai lo sguardo preoccupato cara sorella, suppongo sia per Faramir»

«Sai qualcosa che non so? Cosa gli è successo?»

«Calma, sta tranquilla, non so niente mi dispiace. Pensavo solamente tu fossi in ansia, tutto qui»

«Eravate entrambi fuori dalla cittadella, lo hai visto?»

«Si, all'inizio si, poi la battaglia ci ha diviso e l'ho perso di vista, ma sta tranquilla, sarà da qualche parte vivo e vegeto la fuori»

«Lo spero» fu tutto quello che Eowyn riuscì ad aggiungere.

Le ferite di suo fratello non erano affatto gravi, ma il veleno con il quale era stato colpito era tutt'altra storia. Sebbene disponessero dell'antidoto, era necessario riposo e cura costante, per questo motivo Eowyn dispose che suo fratello fosse trasportato in una ala particolarmente tranquilla del luogo, lontano dalla urla dei moribondi e lo lasciò nelle sapienti mani di uno dei guaritori.

E poi giunse il momento tanto agognato da Eowyn.

Beregond, il braccio destro di suo marito conduceva un ranger, ferito, il volto irriconoscibile e coperto dal sangue e dalla terra, ferite su larga parte del corpo.

«Mia signora, vostro marito è gravemente ferito, serve il vostro aiuto» le disse l'uomo.

Ad Eowyn tremavano le gambe e si sentiva stanca e vuota, mentre osservava il ranger adagiare il corpo di Faramir sul primo letto di fortuna disponibile.

Sapeva di dover agire rapidamente, di dover controllare e valutare le ferite nel minor tempo possibile, di cucire dove serviva e di dover somministrare l'antidoto in presenza del veleno, ma le sue mani, le sue braccia, e tutto l'intero suo corpo, non riuscivano a muoversi: era rimasta pietrifica nel vedere l'uomo che amava ridotto il quello stato.

Improvvisamente una voce conosciuta la riportava alla realtà e la scosse dal suo torpore, quella di Nestadîr.

«Ragazzo cosa fai lì impalato, il tuo capitano ha bisogno di te»

E fu così che Eowyn cominciava a svolgere il suo lavoro, trattenendo a stento le lacrime che le invadevano gli occhi e quel tremolio alle mani che le rendeva difficile togliere l'armatura e gli indumenti da Faramir.

Il corpo di lui, a lei in larga parte sconosciuto, sembrava quello di un estraneo tanto era ferito, e fu questo ad aiutare la bianca dama di Rohan a ritrovare la lucidità necessaria a fare ciò che andava fatto, con Nestadîr al suo fianco, e Giodith che di tanto in tanto si rendeva disponibile tra la cura di un paziente e l'altro, nel dare una mano alla sua amica.